FALCINELLI ANTONIACCI, Mariano

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 44 (1994)

di Giuseppe Monsagrati

FALCINELLI ANTONIACCI, Mariano. - Nacque ad Assisi il 16 nov. 1806 da Giovanni Battista e da Aloisia Alessi, ricevendo i nomi di Lorenzo Baldassarre Luigi all'atto del battesimo, che gli fu impartito dal vescovo della città natale, mons. Francesco M. Giampé.

La singolare distinzione costituiva un evidente riguardo per la famiglia paterna che apparteneva alla nobiltà di provincia e nel corso del sec. XVIII si era imparentata per via di matrimonio con un'altra antica famiglia assisiate, quella degli Antoniacci, cognome che poi gli eredi avevano potuto aggiungere a quello originario. Ciò era servito a ribadire una posizione di preminenza in ambito locale che troverà ulteriore conferma con il conferimento della carica di gonfaloniere d'Assisi al padre del F. nello stesso anno (1841) in cui Gregorio XVI, in visita alla cittadina umbra, gli assegnerà la croce dell'Ordine di S. Gregorio Magno.

Ricevuta in famiglia la prima educazione, al compimento del diciottesimo anno il F. entrò nel convento benedettino di S. Pietro; un anno dopo, il 18 dic. 1825, prendeva i voti nel monastero romano di S. Paolo fuori le Mura, assumendo, nel momento in cui entrava a far parte della Congregazione cassinese, il nome - Mariano - che non avrebbe più lasciato. Aveva così inizio la vita monastica del F., una vita fatta di studi e di contemplazione, che presto lo avrebbe visto promosso all'Ordine dei preti (13 giugno 1829: la cerimonia fu celebrata nella basilica di S. Giovanni in Laterano), poi dottore in teologia e filosofia, quindi, dal 1831, lettore di teologia, incarico cui dal 1834 avrebbe affiancato l'altro di maestro dei novizi.

La figura che in tal modo si veniva plasmando all'ombra del chiostro era quella di un uomo di profonda dottrina, capace di inserirsi a pieno nella tradizione cassinese sin da quando, il 22 apr. 1828, era stato in grado di sostenere una disputa filosofica in presenza del cardinale M. Cappellari, il futuro Gregorio XVI: donde una concezione religiosa assai salda nei suoi convincimenti, praticamente impenetrabile dalle istanze di rinnovamento che in quel periodo agitavano la Chiesa romana ma anche aristocraticamente lontanissima dalle turbolenze della vita politica e dagli interessi mondani, ivi comprese quelle ambizioni di carriera cui altri ecclesiastici non si sarebbero mostrati del tutto insensibili. Ciò non significa che il F. non si impegnasse a fondo nella sua opera di predicatore e di educatore dei giovani o che, a Roma, non si tenesse conto della sua preparazione e della sua serietà.

Inizialmente gli furono riconosciuti i meriti dell'uomo di scienza e nel 1840 fu promosso al rango di priore claustrale dell'abbazia di Farfa; in questa posizione gli toccò però di assistere al lento declinare di quella che, dopo Nonantola, era stata la più ricca abbazia d'Italia e che nel 1842, ridotta ad abbazia "di semplice titolo", avrebbe perso parte della sua autonomia venendo privata della commenda e vedendo il proprio vasto territorio incorporato alla diocesi di Sabina. Da Farfa il F. passò poi, sempre come priore claustrale, a S. Paolo fuori le Mura, che lasciò nel 1846, due anni dopo essere stato nominato cancelliere della Congregazione benedettina, per tornare ad Assisi come abate della badia di S. Pietro.

La vita del F. si veniva dunque svolgendo a ritmi alterni tra Roma e la natia Umbria, una regione che ridestava in lui sentimenti di francescana serenità e in cui lo spettacolo di una natura armoniosa e benigna era inscindibile dal senso del divino che tutto regola e governa: cogliendone con sensibilità i segni in tutto ciò che lo circondava, il F. si sforzava di esprimere in versi, che sarebbero stati dati alle stampe molti anni dopo la sua morte (Dal colle d'Assisi. I canti della pace, Assisi 1912), questo suo ricco mondo interiore che pure qualche volta era increspato da fremiti di umana sofferenza destinati probabilmente a placarsi solo nella quiete del chiostro, là dove è presumibile arrivassero molto ovattati i contraccolpi delle vicende che scuotevano l'Italia del tempo penetrando fin dentro il corpo stesso della Chiesa. Abate ordinario di S. Paolo fuori le Mura, il F. visse in un posto di grande responsabilità quelli che sarebbero stati gli ultimi anni della sua esperienza monastica occupandosi della riforma della regola, dedicandosi a studi sulla storia del monastero e affinando le sue doti di predicatore.

Gli stessi toni ispirati che gli avevano dettato le poesie appena ricordate li ritrovava ora - ma con una accentuazione del carattere visionario - nella Lettera pastorale al clero e popolo dell'abbazia nullius di S. Paolo (Roma 1850), dove, rivelando una tempra di combattente forse insospettabile nello studioso e nell'uomo mite che era sempre stato, indossava i panni del crociato e lanciava la sua sfida allo "spirito dell'abisso", il razionalismo, vero male del secolo, "angelo sterminatore" deciso a minare le basi della società elevando la ragione a quel posto di guida dell'agire umano che solo la fede poteva rivendicare.

Chiudendosi con l'appello ai confratelli per un immediato ritorno al mondo da cui li aveva tenuti lontani la solitudine del chiostro, la pastorale del F. pareva in certo modo preannunziare la sua disponibilità allo svolgimento di un ruolo più attivo all'interno della Chiesa; e tuttavia l'episcopato di Forlì, che gli fu assegnato il 7 marzo 1853 (la consacrazione a vescovo ebbe luogo il 17 aprile dello stesso anno), imponendogli un mutamento radicale rispetto alle scelte di partenza, probabilmente non destò il suo entusiasmo, anche se gli diede la misura di quanto fossero apprezzati - sembra soprattutto dal cardinale G. Antonelli - la sua preparazione ed il suo rigore morale: è certo comunque che i suoi benedettini videro in questa promozione e nell'allontanamento forzato che ne conseguì una grave mutilazione per l'Ordine, e un monaco di Solesmes, allora residente a S. Paolo, fu indotto ad osservare con qualche enfasi: "Nous avons perdu le palladium de la vie monastique en Italie" (Leccisotti, p. 205).

Riprendendo i temi della pastorale del 1850, anche in quella del maggio del 1853 Al popolo e clero della diocesi di Forlì, il F. individuava nei "banditori del progresso dell'umanità, e di una religione che essi chiamano dell'avvenire" (p. 5: l'epistola era scritta parte in latino, parte in italiano) i falsi profeti di una società sempre più scristianizzata che era dovere della Chiesa con tutte le sue componenti più attive - parroci, suore, monaci, seminaristi - ricondurre allo spirito del Vangelo.

I mezzi che il F. mise in opera per conseguire questo scopo furono quelli tipici dei momenti di crisi: spirito missionario, stimolo alla ripresa della pietà cristiana, sostegno alle vocazioni e, sul piano personale, l'esempio di una vita pia quanto discreta nel contatto con le cose del mondo: il tutto cementato da un senso di dedizione alla Chiesa che, se non produsse grandi risultati sul piano concreto, convinse però il papa ed il segretario di Stato che sul F. e sulla sua solidità morale si poteva fare debito conto.

Fu così che il 30 marzo 1858, quattro mesi dopo la promozione all'arcivescovato di Atene in partibus infidelium, egli fu nominato internunzio in Brasile: un incarico molto delicato, per niente ambito in Curia e la cui assegnazione provava ancora una volta, come ebbe a sottolineare un confratello del F., che (pour les missions difficiles le Saint-Père s'adressait de préférence aux enfants de Saint-Benoît" (Battandier, p. 321).

Oltre che per la lontananza dall'Italia, la nunziatura brasiliana era scarsamente appetita dalla diplomazia pontificia per la situazione interna di un paese in cui l'imperatore nutriva ambizioni regalistiche, la popolazione era portatrice di una religiosità intrisa di paganesimo, la povertà diffusa, le condizioni generali di grande arretratezza, infine assai basso il livello morale del clero, penetrato non di rado da una propaganda massonica praticamente incontrastata. Sin dagli esordi l'attività del F. dovette concentrarsi da una parte sul rilancio delle missioni popolari, dall'altra sulla contestazione del progetto di legge sul matrimonio civile che, anche attraverso le pressioni dei vescovi locali e la collaborazione di alcuni settori del mondo politico, si riuscì a far sospendere temporaneamente nella primavera del 1860, in attesa di un concordato che sarebbe arrivato nel 1862 ma i cui effetti non sarebbero mai divenuti realmente operanti. A poco tempo dal conseguimento di questo che comunque era un successo il F. fu richiamato a Roma e destinato dal 14 ag. 1863 a una nunziatura di ben altro peso e prestigio, quella di Vienna.

Vi rimase per poco più di dieci anni, un tempo insolitamente lungo, e si sforzò di servire al meglio, in un'epoca di profondi cambiamenti, le ragioni di una politica, come quella pontificia, ancora imperniata sulla difesa ad oltranza del potere temporale, le cui leve erano tuttavia ben ferme nelle mani dell'Antonelli. Forse fu proprio per questo motivo che, paradossalmente, le iniziative del F. ebbero più efficacia nel determinare taluni indirizzi di fondo della politica interna dell'Austria-Ungheria, soprattutto nel campo delle questioni ecclesiastiche, che nel sostenere le posizioni della Santa Sede. Mentre, infatti, in questo settore le sue pressioni sui vari gabinetti succedutisi a Vienna non sortirono altro che promesse, assicurazioni verbali, note diplomatiche e, al massimo, qualche protesta ufficiale contro le presunte intemperanze e violenze del governo italiano ai danni del Papato, maggiore incisività ebbero i suoi passi miranti ad alterare gli equilibri interni in favore delle forze conservatrici.

Non va dimenticato che l'esistenza di un concordato come quello del 1855 metteva il nunzio in una posizione di forza, il F. seppe però utilizzare questo vantaggio di partenza per costruire una vera e propria strategia dell'ingerenza: mostrandosi favorevole al dualismo austroungarico e sostenendo le aspirazioni magiare alla duplice monarchia - cosa che gli procurò l'appoggio incondizionato dell'episcopato ungherese -, il F., oltre a colpire l'antica tendenza viennese alla centralizzazione, mirava a mettere insieme un forte schieramento politico che, riequilibrando gli orientamenti progressisti del ceto di governo protestante particolarmente rappresentato a Vienna, fosse capace di realizzare un programma di difesa degli interessi del cattolicesimo nelle varie articolazioni dello Stato e contenesse l'avanzata protestante. Probabilmente il F. riteneva, a ragione, che fosse questo il prerequisito di fondo per dare maggior peso ed efficacia alla propria attività diplomatica. Alla lunga però, a partire dal 1867, le tendenze per una evoluzione in senso liberale della società austriaca si consolidarono, e lo stesso concordato, di fronte all'affermarsi di una linea moderatamente laica soprattutto nel campo dell'educazione pubblica, finì per svuotarsi d'efficacia nelle materie (istruzione, matrimoni, tribunali ecclesiastici) che avrebbe dovuto regolare. Ben lontano dalla sapiente duttilità dei suoi primi anni viennesi, il F. assunse allora atteggiamenti di grande intransigenza, giungendo a minacciare il ritorno a Roma in caso di inosservanza del concordato: presto si accorse che il far balenare clamorose ipotesi di rottura non gli garantiva una maggiore capacità negoziale, e ottenne solo che, parallelamente alla svolta autoritaria del Papato nei mesi che precedettero la fine del potere temporale, anche la Chiesa d'Ungheria si intiepidisse molto nella sua fedeltà a Roma e al papa, tanto da allinearsi alle tesi antinfallibiliste (salvo poi accettare il dogma subito dopo la sua proclamazione ufficiale); né meno forte fu la delusione allorché, alla fine del 1868, il Parlamento ungherese approvò una legge sull'istruzione che penalizzava molto la presenza religiosa nell'insegnamento pubblico e, per dirla col F. stesso, lasciava "una piccolissima e quasi nulla influenza dell'autorità ecclesiastica sulle scuole" (dispaccio all'Antonelli del 6 febbr. 1869, in Lukács, p. 645).

Delle due monarchie era però quella austriaca che continuava a dare più preoccupazioni al F., nonostante una certa disponibilità dell'imperatore Francesco Giuseppe a sostenere almeno formalmente le ragioni di Roma: il governo di Vienna, che prima della sconfitta francese del 1870 aveva contato sulla possibilità che Napoleone III continuasse a mantenere la sua tutela sul potere temporale, dopo Sedan rifiutò ogni ipotesi di intervento a difesa del Papato con la buona ragione che una minaccia di guerra non presa seriamente in considerazione dall'Italia avrebbe costretto l'Impero asburgico ad un conflitto per il quale non era preparato né militarmente né finanziariamente. In tale scelta il F. volle vedere quella che definì "una vile vendetta contro le decisioni del Concilio" (dispaccio all'Antonelli dell'11 sett. 1870, in Miko, Das Ende..., II, pp. 288 s.: l'allusione era alla proclamazione nel concilio vaticano I del dogma dell'infallibilità, non gradito da Vienna) e, coerentemente con il suo sdegno che si indirizzava soprattutto sul ministro degli Esteri F. F. Beust - un protestante con il quale pure in passato aveva sorprendentemente collaborato in nome della conservazione -, si legò ancor più ai gruppi moderati e a quelli reazionari proprio mentre anche in Austria si faceva strada nell'opinione pubblica liberale e illuminata una tendenza a favore di un Kulturkampf austriaco e si concretizzava una legislazione intesa a limitare ulteriormente l'influenza della Chiesa nella vita interna del paese.

A questo inarrestabile declino ideale della causa del cattolicesimo in Austria-Ungheria si accompagnava quello fisico del nunzio, che nel corso del 1873 andava incontro ad un deciso appannamento delle proprie facoltà intellettuali. Per parecchi mesi Pio IX tollerò che gli affari della S. Sede fossero tutelati da un uomo che l'ambasciatore italiano a Vienna, C.F. Nicolis conte di Robilant, avrebbe definito senza far ricorso a perifrasi un "rimbambito" (Docc. dipl. it., s. 2, V, p. 379); finalmente, nell'aprile del 1874, si decise ad inviare al suo posto mons. L. Jacobini: prima, però, aveva provveduto a creare cardinale il F. al quale, secondo una prassi ormai consolidata, la porpora spettava per essere stato titolare di una nunziatura di prima classe. Promosso alla porpora il 22 dic. 1873, il F. fece appena in tempo a tornare a Roma per ricevere il titolo cardinalizio di S. Marcello.

Morì a Roma il 29 maggio 1874.

Dopo le esequie, le sue spoglie furono tumulate provvisoriamente nella basilica di S. Lorenzo fuori le mura e quindi trasferite ad Assisi per essere seppellite nella tomba di famiglia.

Fonti e Bibl.: L'unico lavoro disponibile sul F. è un breve articolo di A. Berchtold, Nuntius M. F., seine Persönlichkeit, sein Einfluss und seine Berichterstattung in den Jahren 1863-1866, in Römische historische Mitteilungen, XV (1973), pp. 129-141. Poche altre notizie, particolarmente quelle sulla carriera ecclesiastica, si ricavano da G. Moroni, Diz. d'erudiz. st. ecclesiastica (per la consultazione cfr. l'Indice gen. alfabetico..., Venezia 1878, III, ad nomen); R. Ritzler-P. Seffin, Hierarchia catholica medii et recentioris aevi, VIII, Patavii 1979, ad Indicem; K. Weber, Kardinäle und Prälaten in den letzten Jahrzehnten des Kirchenstaates..., Stuttgart 1979, ad Indicem. Qualche giudizio di contemporanei sulla personalità del F. in L. Teste, Préface au conclave, Paris 1877, p. 220; A. Battandier, Le cardinal J.-B. Pitra…, Paris 1893, ad Indicem (al nome "Faccinelli"); Docc. diplomatici it., s. 1, XIII, Roma 1963, ad Indicem; s. 2, I, ibid. 1960, ad Indicem, III, ibid. 1969, ad Indicem, V, ibid. 1979, ad Indicem; T. Leccisotti, Pio IX e il "caso" dell'abate Pappalettere (1860-1863), in Pio IX, IV (1975), p. 205. Materiale inedito relativo alla missione a Rio è conservato in Arch. segr. Vaticano, Arch. Nunziatura del Brasile, fasc. 137-168; Ibid., Arch. Nunziatura di Vienna, buste 432-482B, sono raccolti i dispacci del F. alla segreteria di Stato: una larga scelta degli stessi è stata edita da P. Pirri, Pio IX e Vittorio Emanuele II dal loro carteggio privato, II-III, ad Indices; N. Miko, Das Ende des Kirchenstaates, Wien-München 1964-1970, ad Indicem; L. Lukács, The Vatican and Hungary 1846-1878. Reports and correspondence on Hungary of the apostolic nuncios in Vienna, Budapest 1981, ad Indicem (da tener presente la minuziosa analisi dell'attività del F. che Lukács compie nell'introduzione, pp. 144-185). Per un inquadramento storico della corrispondenza diplomatica del F. si rinvia infine a S. Jacini, Iltramonto del potere temporale nelle relazioni degli ambasciatori austriaci a Roma (1860-1870), Bari 1931, ad Indicem; N. Miko, Die katholische Kirche in Österreich-Ungarn um 1870 in der Berichterstattung des Wiener Nuntius, in Festschrift Karl Eder, Graz 1959, pp. 211-222; R. Mori, La questione romana 1861-1865, Firenze 1963, ad Indicem; Id., Iltramonto del potere temporale dei papi 1866-1870, Roma 1967, ad Indicem; A.B. Hasler, Pius IX (1846-1878), päpstliche Unfehlbarkeit und 1. Vatikanischer Konzil…, Stuttgart 1977, ad Indicem; G. Martina, Pio IX (1851-1866), Roma 1986, ad Indicem.

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