NORSA, Medea

NORSA, Medea

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 78 (2013)
di Rosario Pintaudi

NORSA, Medea. – Nacque a Trieste il 26 agosto 1877 da Michele e da Silvia Vittoria Krasna.

I Norsa erano ebrei di lontana origine sefardita, probabilmente provenienti da Mantova. Per quanto i genitori si fossero sposati il 29 gennaio 1877 davanti al magistrato civico, quindi con matrimonio civile, la primogenita venne battezzata presto (16 settembre 1877) ricevendo i nomi di Medea Victoria Irma. La madre, slovena e sicuramente di religione cattolica, era nata a Trieste il 16 novembre 1856 e vi morì il 5 dicembre 1886, dopo aver dato alla luce oltre Medea, Leone, Vittorio e Renato. Michele (m. il 23 luglio 1915) si sposò quindi una seconda volta il 25 luglio 1894 con Caterina Giovanna Furlani, nata a Gorizia il 29 agosto 1867. Dal matrimonio nacquero tre figli: Jole, Ettore e Ada.

La prima notizia certa relativa all’educazione scolastica di Norsa riguarda l’iscrizione al terzo corso liceale del Civico liceo femminile di Trieste per l’anno scolastico 1891-92: nel 1894-95 fu tra le ‘assolte con distinzione’ del sesto e ultimo corso liceale e nel 1895-96 tra le ‘assolte’ del posteriore corso di perfezionamento magistrale. Sostenne l’esame di maturità classica – quindi con lo studio del greco e del latino, materie assenti nel Civico liceo femminile, ma necessarie per l’ammissione alla facoltà di lettere – alla fine dell’anno scolastico 1899-1900 presso l’Imperial-regio ginnasio di Capodistria. Fu iscritta per l’anno accademico 1900-01 alla facoltà di filosofia dell’Università di Vienna, ma già nel 1901-02 si trasferì all’Istituto di studi superiori di Firenze.

Il 4 luglio 1906 (la data del diploma è 25 luglio) ottenne la laurea in lettere con pieni voti ‘assoluti’ con una tesi dal titolo Sulle ultime scene dell’Aiace di Sofocle. Sull’esodo dei Sette a Tebe di Eschilo, e nel dicembre dello stesso anno il permesso di accedere al Gabinetto dei papiri e di collaborare con il suo maestro, ragione di tutta la sua vita di studiosa, Girolamo Vitelli. Nell’anno accademico 1906-07 frequentò presso lo stesso Istituto la Scuola di paleografia (tra i suoi insegnanti Enrico Rostagno) ottenendone il 30 dicembre 1907 il relativo diploma, con il voto di 50 su 50 e la lode.

Tornata a Trieste ricoprì la cattedra di lingua e letteratura italiana al Civico liceo femminile dall’anno scolastico 1907-08 al 1910-11. Con l’inizio dell’anno scolastico 1911-12 la sua carriera di insegnante a Trieste ebbe termine: di fronte al respingimento di un’ennesima richiesta di congedo per collaborare con Vitelli all’edizione del primo volume dei Papiri greci e latini (pubblicato nel 1912), rassegnò le dimissioni.

A Trieste sarebbe tornata durante la stagione estiva o per la villeggiatura a Semedella-Giusterna, presso Capodistria, o a Portorose, oggi nella Repubblica di Slovenia.

La sua vita si svolse soprattutto in Toscana, nel liceo-ginnasio Carducci-Ricasoli di Grosseto e in quello di Massa, per finire finalmente nell’amata Firenze con una libera docenza in papirologia classica, ottenuta alla fine del 1924, abilitazione divenuta definitiva nel 1938. Soltanto nel 1925, pur mantenendo il suo ruolo nei licei, venne comandata quale conservatrice dei manoscritti al gabinetto di papirologia della R. Università di Firenze allora istituita, con la possibilità di tenere dei corsi. Da allora, pur navigando nelle tragedie del secolo, pur nella disperante perdita del maestro (2 settembre 1935), nel bombardamento della sua casa (1944), nei dolori della malattia, fu a tempo pieno papirologa assoluta, completa, unica in Italia che poteva interloquire con i grandi papirologi d’Oltralpe.

Con la morte di Vitelli la sua vita cambiò radicalmente.

«Tutto è finito: non c’è più, non più, non lo rivedremo più, non sentiremo più la sua bella voce sonora e calda che ci diceva tante cose belle e buone! [...] Per me tutto è crollato, non c’è che vuoto e rovina intorno» (lettera al mecenate e poeta Angiolo Orvieto, 5 settembre 1935, Minutoli - Pintaudi, 2000, p. 326). Già il 7 agosto aveva scritto all’ex compagna di studi Teresa Lodi: «Chi da 25 anni (dal 1910, te ne ricordi?) ha lavorato con lui quasi tutti i giorni (con brevi interruzioni) non sà intendere il mondo senza di lui!» (Cinquant’anni di papirologia..., 1983, p. 851) e il 1° settembre, ancora a Lodi: «Povero Vitelli! Era l’unico bene concesso dalla sorte alla mia vita desolata: ora anch’esso m’è tolto» (ibid., p. 857).

Si ritrovò sola di fronte ai papiri e alla vita, al mondo accademico italiano, in particolare fiorentino, che certamente l’aveva apprezzata ma anche sopportata, filtro, tramite unico, com’era diventata, con l’anziano maestro, il quale proseguiva con olimpica serenità la missione della parte conclusiva della sua vita di studioso, quella che in realtà costituisce il suo lascito più grande: la nascita, lo sviluppo, la grandezza, riconosciuta universalmente, della scuola papirologica fiorentina e italiana.

Norsa era la prima a esserne consapevole, pur nella disperazione delle sue accorate lettere al collega Evaristo Breccia, come negli sfoghi con compagne di studio di tempi felici, come Lodi, o con Orvieto, o con il cardinale Giovanni Mercati, a lei sempre più vicino dopo l’edizione del De exilio di Favorino di Arelate (1931). Dalle lettere che da Firenze arrivavano alla Biblioteca Vaticana, dove Mercati era stato prefetto e poi cardinale bibliotecario, risulta evidente anche il cattolicesimo di Norsa, discreto ma tetragono, che addirittura le fece giustificare e travisare il laicismo del suo, sempre dichiaratosi liberale, maestro.

Anche il regime fascista – che con l’esasperato nazionalismo aveva nella ricerca archeologica, e quindi papirologica in terra d’Egitto, l’avanguardia di una propaganda intelligente e fedele – cominciava, ora che Vitelli non c’era più, se non a dimenticarla, a lasciarla quantomeno in un limbo al quale non era né abituata né rassegnata.

I finanziamenti, motore dell’attività archeologica ed editoriale che l’istituto intitolato a Vitelli svolgeva con ritmo ammirevole e straordinario se si pensa che il lavoro era gran parte opera di Norsa, continuarono tuttavia per qualche anno, tanto da darle l’illusione che tutto potesse proseguire con lo stesso spirito e volontà: «Com’Ella vede, molta bontà e fiducia nell’opera nostra ci viene dimostrata dall’alto: abbiamo più che mai l’obbligo di adoperarci con tutte le nostre forze per il buon esito dell’impresa» (lettera a Breccia, 14 agosto 1936; ibid. p. 618).

Alla metà degli anni Trenta partì l’avventura archeologica fiorentina ad Antinoupolis – la città fondata da Adriano in Medio Egitto nel 130 d.C. – luogo di scavo e di recuperi eccezionali tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento grazie al lavoro di Albert Gayet, che avrebbe dato ai Musei di Francia e soprattutto al Louvre una quantità impensabile e ancora oggi non del tutto valutata scientificamente di oggetti e di memoria. Vitelli aveva visitato il luogo durante i suoi primi viaggi in Egitto all’inizio del Novecento ed era rimasto impressionato dalla vastità delle rovine e dalla potenzialità dei risultati di campagne di scavo serie e prolungate nel tempo. Ma allora mancavano i mezzi e la concessione di scavo era francese: solo nell’inverno 1935-36 Norsa poté, grazie all’impegno di Breccia, trasferirvi l’attività dell’istituto.

Da allora fino a oggi la concessione di scavo ad Antinoupolis, il lavoro archeologico, il recupero di antichità, non ultimi i papiri, sono proseguiti con le uniche soluzioni di continuità dovute alle catastrofi delle guerre e del terrorismo.

Norsa credeva nello scavo, pur recuperando tesori dal mercato antiquario egiziano, e per questo impegnava tutte le sue forze affinché l’Istituto Vitelli fosse presente e attivo in Egitto. Fu proprio a seguito della richiesta, rivolta al rettore dell’Università di Firenze Arrigo Serpieri, di potervisi recare per la campagna della primavera del 1939 che si trovò invischiata nella crudeltà cieca del regime: si richiese l’esatta posizione ‘razziale’ della papirologa, lei battezzata e cattolica, che per decenni aveva rappresentato l’italianità d’eccellenza in una repubblica delle lettere sempre più universale e trasversale. La pratica procedette lenta nei meandri della Demorazza (Direzione generale per la demografia e la razza), passando attraverso i buoni auspici di Giovanni Gentile e di Guido Buffarini Guidi, fino alla sospirata dichiarazione «mista non ebrea» che le venne comunicata il 7 febbraio 1940, ormai troppo tardi per l’appuntamento con gli scavi. Bloccata in Italia da problemi di esportazione di valuta, non poté partecipare all’ultima missione ad Antinoupolis prima dello scoppio della guerra (aprile-maggio 1940).

Ad Antinoupolis l’Istituto papirologico Vitelli sarebbe ritornato nell’autunno del 1965 auspice Vittorio Bartoletti e grazie alla collaborazione con Sergio Donadoni: le sorti della papirologia fiorentina erano finite nelle buoni mani di uno scolaro di Vitelli e Norsa, laureato con Giorgio Pasquali.

Il lavoro di edizione sui papiri però continuava nella papiroteca fiorentina, ricca di materiale e di libri quanto povera di personale dal momento che i giovani Vittorio Bartoletti, Dino Pieraccioni, Giorgio Zalateo o l’anziano Goffredo Coppola erano tutti impegnati sui fronti di guerra, e altri come Angelo Segré erano emigrati negli Stati Uniti. Norsa curò l’edizione del primo fascicolo del volume XII dei Papiri della Società italiana, di cui sottoscrisse la prefazione nella Pasqua del 1943, per la prima volta senza il maestro: si trattava di documenti su papiro e su ostraka, mentre i testi letterari, molti anticipati su rivista da parte della stessa Norsa, furono rielaborati da Bartoletti nel fascicolo II, che chiuse il volume nel 1951, quando Norsa, ormai malata, non era più in grado di portare a termine il lavoro. Del fascicolo I del volume XIII, che uscì nel 1949 per sua cura, dedicato alla «Memoria di Girolamo Vitelli nel centenario della sua nascita», sottoscrisse una premessa nell’agosto 1948, alla quale si aggiunse nell’aprile 1949 la firma di Nicola Terzaghi: fascicolo mirabile per i testi contenuti, dall’ostrakon di Saffo alle Elleniche di Ossirinco, dal Romanzo di Nino, alle pergamene di Antinoe.

Furono le ultime battute di una vita spesa per la scienza: Bartoletti le subentrò nell’anno accademico 1947-48 come incaricato del corso di papirologia presso l’Università di Firenze, e nel 1949 Terzaghi, un filologo che poco sapeva di testi documentari e di paleografia, la sostituì nella direzione dell’Istituto.

Morì a Firenze il 28 luglio 1952.

I lavori scientifici e la sua influenza in una materia al cui sviluppo mirabilmente aveva contribuito ancora adesso costituiscono la ragion d’essere del suo ricordo. Il suo interesse fu sempre volto all’edizione dei testi, con privilegio per quelli che definivano la nuova disciplina secondo i dettami di Ulrich Wilcken: i documenti. Intricate scritture, abbreviazioni, formulazioni singolari non avevano segreti, si disvelavano alla sua genialità paleografica, alla sua padronanza del linguaggio sempre più tecnico che la papirologia dispiegava. Rendiconti, contratti, registri d’ufficio, del catasto, delle tasse, lettere private, povere di sintassi come, spesso, di contenuti, erano presentate con sobrio commento, essenziale descrizione, assenza di traduzione, secondo lo stile che Vitelli aveva inaugurato già nel 1906 con il primo volume dei Papiri fiorentini. Da quello stile Norsa raramente si allontanò: non fu mai una storica, così come non lo era Vitelli, ma piuttosto una filologa. L’attenzione era volta al testo, al contenuto, alla lingua: i problemi storici, economici, sociali restavano sullo sfondo, ben presenti, ma non evidenziati né tanto meno risolti: a questo si dedicavano studiosi come Wilcken o Michael Rostovtzeff, solo per citarne due tra i massimi che ai papiri attingevano. Una volta che il testo era letto, descritto, inquadrato nel suo tempo, veniva affidato alle pagine dei Papiri della Società italiana (PSI) o del Bulletin de la Societé royale d’archéologie d’Alexandrie: patrimonio per altri studiosi che vi avrebbero fatto riferimento, sicuri della trascrizione, delle annotazioni, delle datazioni che Norsa aveva dato.

A lungo svolse il lavoro in stretto rapporto con Vitelli, per il quale, soprattutto negli ultimi anni di vita del maestro, leggeva, trascriveva e intendeva scritture. Le edizioni dei volumi dei PSI, come degli articoli su riviste specializzate, erano a doppio nome, ma se si prescinde dai testi di letteratura, dove la genialità e l’esperienza linguistica di Vitelli erano evidenti, riconoscibili nella sobrietà e acutezza, nella sensibilità alla lingua e al metro, il resto era opera di Norsa: soprattutto della sua abilità di paleografa.

Non fu tuttavia soltanto una studiosa da biblioteca; i papiri li andava a cercare nel luogo in cui erano stati scritti, in Egitto, presso i mercanti o nelle località di scavo che la Società Italiana per la ricerca dei papiri greci e latini in Egitto prima e l’Istituto papirologico Vitelli poi avevano ottenuto in concessione dalle antichità egiziane a questo preposte: Tebtynis, Ossirinco, Hibeh, Antinoupolis. Questi luoghi remoti, come le accoglienti stanze dell’antiquario Maurice Nahman, o i retrobottega del venditore di antichità Phocion Tano, la videro passare dal 1926, anno in cui per la prima volta arrivò nell’Alessandria di Breccia, che degli scavi della Società e dell’Istituto era l’animatore e il responsabile. Con i fondi attentamente gestiti per la Società dei papiri e l’Istituto papirologico dal tesoriere Enrico Rostagno – già prefetto della Biblioteca Medicea Laurenziana e paleografo greco dell’Istituto di studi superiori di Firenze, forse uno dei più grandi bibliotecari italiani della prima metà del Novecento – Norsa organizzò scavi e realizzò acquisti di documenti celeberrimi: il papiro con il resoconto di una ambasceria di alessandrini ad Augusto (PSI X 1160), il frammento di rotolo con la Chioma di Berenice di Callimaco (PSI IX 1092), le pergamene di Gaio (PSI XI 1182), l’ostrakon contenente strofe di Saffo (PSI XIII 1300), il rotolo con il De exilio di Favorino di Arelate (Pap. Vat. Gr. 11).

Fonti e Bibl.: Firenze, Bibl. Medicea Lau-renziana, Carte Norsa; Cinquant’anni di papirologia in Italia. Carteggi Comparetti-Breccia-N.-Vitelli, a cura di D. Morelli - R. Pintaudi, Napoli 1983; M. Capasso, Omaggio a M. N., Napoli 1993; D. Minutoli - R. Pintaudi, M. N. ed Angiolo Orvieto, in Analecta Papyrologica, XII (2000), p. 326; P.M. Pinto, Harold Idris Bell-M. N. Carteggio 1926-1949, Roma 2005; G. Baldelli, M. N.: gli anni giovanili (1877-1912) e M. Capasso, M. N.: gli anni della maturità (1906-1952), in Hermae. Scholars and scholarship in papyrology, Pisa 2007, pp. 207-241; L. Canfora, Il Papiro di Dongo, Milano 2005, passim.

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