Metonimia

    Enciclopedia Dantesca (1970)

di Francesco Tateo

metonimia. - Figura retorica affine alla metafora (v.), consistente però, a differenza di quest'ultima, nel sostituire la parola propria con un'altra che ad essa si avvicini non per un rapporto analogico o di similitudine, ma perché si richiama alla medesima categoria, come nei casi più frequenti dello scambio della causa con l'effetto, del contenente col contenuto, dell'astratto col concreto. Indicata come denominatio nella Rhet. ad Her. IV XXXII 43, e transnominatio da Quintiliano (Instit. VIII VI 23), che traduce il termine greco di m., viene distinta da Isidoro (Etym. I XXXVII 8-12) nelle sue specie fondamentali, che rimangono pressoché costanti nella trattatistica retorica del Medioevo, dove tuttavia predomina la più larga classificazione della Rhetorica ad Herennium, che prevede anche lo scambio fra la materia e l'oggetto, lo strumento e chi se ne serve, cui si aggiunge quello fra possessore e cosa posseduta, fra l'autore e l'opera (cfr. E. Faral, Les arts poétiques du XIIe et du XIIIe siècle, Parigi 1962, 174-175, 227-229). Viene invece preferibilmente attribuito alla sineddoche (v.) lo scambio fra la parte e il tutto.

L'impiego della m. acquista particolare interesse nel poema dantesco, dove esso è frequentemente in rapporto con l'esigenza della rima, ma è anche in funzione di più complesse figure, nelle quali il poeta ricerca un insolito colore espressivo.

L'impiego della m. riguarda nella Commedia soprattutto lo scambio fra la causa e l'effetto e fra il contenuto e il contenente, che rappresentano in tutta la tradizione retorica i casi più frequenti. Gli esempi più evidenti che si richiamano alla categoria della causalità sono l'uso di polsi (perde' li sonni e ' polsi, If XIII 63) per indicare la " vita " che esercita nei polsi la pressione sanguigna; di ' lingua e penna ' (Pd VI 63) per indicare il parlare e lo scrivere (lingua è qui usato, evidentemente, in analogia con penna, nel senso dell'organo che forma i suoni, non in quello traslato cui effettivamente allude); di paura per indicare la " minaccia " che la genera, in If I 53 (la paura ch'uscia di sua vista), dove la m. mira con l'ausilio dell'ipotiposi (v.) ad accrescere l'immagine dello sgomento; così in Rime LXVIII 7 colpo sta per " ferita " (e 'l colpo suo c'ho portato nascoso) e ne rende più forte l'immagine. Tipico è anche l'uso, contemplato nelle poetiche medievali (cfr. Faral, p. 227), di pallido per " pauroso " (Pg VIII 24, Pd XXII 51; è la paura infatti che genera il pallore), e di ‛ rosso ' per " tinto di sangue " (ella [la compagnia malvagia e scempia]... n'avrà rossa la tempia, Pd XVII 66; ‛ rosso ' richiama del resto il sangue che causa il particolare colore assunto dal fiume in If X 86 l'Arbia colorata in rosso, e allude alla causa del sangue in If XIV 134 l'acqua rossa del Flegetonte, dov'è da vedere piuttosto un fatto simbolico); si aggiunga coi piè rossi di If XIX 81, dove ‛ rosso ' vale " bruciato ", con riferimento specifico alle fiamme che tormentano i piedi.

Un più labile rapporto di causa ed effetto si ha nel poetico richiamo alla primavera come apportatrice di fiori (dipinte di mirabil primavera, Pd XXX 63, dove la m. è complicata dalla metafora del dipinte). L'insolita sostituzione del vocabolo ‛ estate ' con sole (tra 'l sole e 'l verno, Pg IV 81) affida la perspicuità alla collaterale indicazione dell'altra stagione; ma tutta una serie di metonimie sul tema della luce solare si sviluppa al limite della metafora. Così il giorno, effetto del sole, sembra sostituire quest'ultimo vocabolo, lì dov'è accompagnato da un verbo che più propriamente ad esso si adatterebbe: da tutte parti saettava il giorno, Pg II 55; ma vedi già come dichina il giorno, VII 43; 'l giorno sen giva, XXVII 5. A sua volta il giorno, e cioè il tempo determinato dalla luce, è assunto, con una m., a indicare la luce stessa: parve giorno a giorno / essere aggiunto, Pd I 61-62; 'l giorno d'ogne parte si consuma, XX 3; analogamente in come 'l dì fu spento (Pg V 115) la metafora dello spegnere è resa possibile dal valore metonimico che ha dì. Sul fondamento della corrispondenza fra sole e luce, e quindi giorno, si regge un'interessante serie di espressioni, in cui la notte, che designa propriamente uno spazio di tempo, e che dovrebbe rappresentare l'effetto della mancanza del sole, viene opposta non a ‛ giorno ', ma a ‛ sole ', e considerata quindi come l'entità che causa l'oscurità notturna: ma la notte risurge, If XXXIV 68; e la notte, che opposita a lui cerchia, Pg II 4; e la notte, de' passi con che sale, IX 7. Ma lo scambio fra lo spazio di tempo rappresentato dalla notte e la causa che lo determina segue in questi casi la consuetudine letteraria che aveva quasi personificato l'oscurità notturna attribuendole il potere di condurre le tenebre (e si veda ISID. Etym. V XXXI 1 " nox a nocendo " e la relativa citazione virgiliana " ruit Oceano nox ", Aen. II 250). Sicché la medesima notte può essere da D. generalizzata come la causa di ogni oscurità e inserita in una perifrasi come uscendo fuor de la profonda notte / che sempre nera fa la valle inferna, Pg I 44-45, dove possiamo individuare una m., appunto perché la notte dalla quale esce il poeta non è intesa qui come oscurità in genere, ma come quell'entità negativa che causa (nera fa) l'oscurità dell'Inferno.

Risale alla particolare concezione dell'anima e delle sue funzioni la m. in Pg XVII 21 e Pd XIV 6. Nel primo caso (ne l'imagine mia apparve l'orma) imagine sostituisce " imaginativa " e rappresenta l'effetto di quella facoltà dell'anima che apprende il mondo esterno e lo traduce in immagini (ma non deve sfuggirci la perifrasi, con cui D. vuol semplicemente dire che un'ombra era dinanzi a lui, e ricorre alla teoria gnoseologica, ottenendo un particolare effetto di levità, approfondito appunto dalla metonimia). Nel secondo caso l'uso di vita per " anima " è giustificato dall'esser considerata l'anima quella sostanza che non muore per effetto di una forza vitale che la sorregge perpetuamente (cfr. Isid. Etym. XI I 3).

La sostanza luminosa dei cieli e delle anime paradisiache suggerisce una consueta m., che corrisponde a tutta la tematica della terza cantica, all'importanza che in essa assume la luce. Così, se splendore sta per " cielo " in Pd XXI 13 (al settimo splendore), lo stesso vocabolo è solitamente usato per indicare le " anime " che son fonti di vivida luce; ma se altrove il poeta si riferisce a quel che egli poteva vedere delle anime, ossia il loro splendore, in Pd III 109 (quest'altro splendor che ti si mostra) la m. è evidente. Analogamente l'uso di lume (II 65, XXIII 110), lucerna (VIII 19), lumera (IX 112) per " anima " può ricondursi al simbolismo metafisico della luce e quindi retoricamente alla ‛ transumptio ' (v.), ma vi concorre lo schema della m., essendo in sostanza la luce, per la particolare concezione neoplatonica, non altro che l'effetto visibile di quell'invisibile causa che è la sostanza spirituale. Più evidente è il rapporto di causa ed effetto in Pd III 23, dove il lume de la dolce guida rappresenta lo sguardo lucente, e cioè gli occhi di Beatrice.

Affine a questo genere di m. va considerato l'uso di piacere per designare la cosa stessa che piace, causa del gradimento: cfr. del costui piacer (If V 104), nel piacer de lo Spirito Santo (Pd III 53), 'l piacere etterno (XVIII 16) in contesti ben diversi. Analogamente disio rappresenta l'oggetto e quindi la causa del desiderio in Pg XXIV 111 e richiama, come nei casi precedenti, il linguaggio della lirica.

Affine ancora a questo genere di m., ma divenuto normale, anche se non molto documentabile nell'opera dantesca, è quello che prevede lo scambio tra l'autore e l'opera. Si può citare Pd IX 133 Per questo l'Evangelio e i dottor magni / son derelitti, dove dottor magni sono in realtà i libri dei padri, come mostra l'analogia con l'Evangelio, e If XI 80, in cui la tua Etica pertratta rivela la consueta m. consistente nell'attribuire al ‛ trattato ' l'azione propria del ‛ trattare ' che è dell'autore. Anche la personificazione mitologica (musa per " poesia ", Pd XII 7, XV 26, XVIII 33; Minerva per " scienza ", Pd II 8 ss; Venere per " amore ", Pg XXV 132; Marte per " guerra ", If XXIV 145, XXXI 51) rientra in questo genere di m., quando si pensi che la m. mitologica riguardava già nella retorica classica lo scambio fra ‛ inventor ' e ‛ inventum '.

Lo scambio fra contenuto e contenente si ha in un caso tipico come drizzando in vanità le vostre tempie (Pd IX 12), in cui tempie sta per " mente ", ma anche nel caso in cui l'organo è assunto in luogo della funzione, come in Pg XXXIII 81 (cervello per " memoria ") e in Pd XVII 43 (orecchia per " udito ", e infatti cfr. come a orecchia corrisponda " vista "; e viceversa vista per " occhi ", Pg XVIII 3, o cospetto per " occhio ": tutta è dipinta nel cospetto etterno, Pd XVII 39, dove metaforicamente si designa la mente divina); cui si può aggiungere il caso di gola (e d'un altro rimane ancor la gola, Pd III 92) sede della golosità, che per sineddoche passa poi a significare " desiderio " in genere. Talora la m. s'intreccia con la ‛ transumptio '. Così se in Pg XXIII 75 vena significa " il sangue di Cristo ", e in Pd IX 123 l'una e l'altra palma significano in realtà le piaghe segnate sulle mani di Cristo, la m. mira a rendere più complessa l'immagine simbolica della passione, che il sangue e le piaghe propriamente rappresentano in questi casi. Un caso tipico di m. come quello di Pd XVIII 111 (quella virtù ch'è forma per li nidi), dove il poeta si riferisce agli esseri viventi che si formano nel nido, ma alludendo in effetti a tutti gli esseri viventi, è suggerita dall'analogia dell'aquila simbolica che parla. Quanto al caso specifico in cui il contenuto è rappresentato dal luogo, a parte l'uso consueto di casa per indicare la " famiglia " e di mondo per indicare le " genti " o le " cose del mondo ", la " vita mondana ", di cielo per indicare Dio che vi risiede (ad es. If XI 81), e di chiostro, che in Pd XXI 118 potrebbe considerarsi una m. per la comunità vivente nel chiostro (render solea quel chiostro a questi cieli / fertilemente), è frequente l'uso dei nomi delle località per indicare gli abitanti di essa; ma la m. si risolve il più delle volte, in questi casi, nella personificazione, in quanto il poeta attribuisce immaginosamente ai luoghi atteggiamenti umani. Si veda a questo riguardo serva Italia (Pg VI 76; e cfr. Pd XXX 137), Roma che piange (Pg VI 112; e cfr. XVI 106), Atene e Lacedemona, che fenno / l'antiche leggi (VI 139-140), dolente ancor Milan ragiona (XVIII 120), Modena e Perugia fu dolente (Pd VI 75), Padova al palude / cangerà l'acqua (IX 46-47), onde Perugia sente freddo e caldo (XI 46). Ma in If XI 50 il nome delle città Soddoma e Caorsa per indicare sodomiti e usurai è il risultato di una combinazione della m. con l'antonomasia (v.). Più interessanti per la loro ricercatezza risultano m. quali fatto avea di là mane e di qua sera / tal foce (Pd I 43-44), dove foce sta per il " sole " che tramonta in quel punto dell'orizzonte metaforicamente indicato come foce. Viceversa in XV 148 il luogo paradisiaco è indicato con lo stato che in esso godono i beati (e venni dal martiro a questa pace), e la m. è suggerita dall'analogia richiesta dall'antitesi martirio (sofferenza)-pace. Un analogo scambio accade in Pg XXII 71, dove il felice regno di Saturno (i " Saturnia regna " di Virgilio) è rievocato come primo tempo umano, e cioè una " condizione di vita " viene indicata col tempo nel quale essa primamente si verificò.

L'uso dell'astratto per il concreto è in relazione con l'esigenza di uno stile sentenzioso: in Pd VIII 77 l'avara povertà di Catalogna rende più vaga e sottile l'allusione, ma rinforza il senso dell'invettiva, mentre in XVII 71 la cortesia del gran Lombardo allude alla corte ospitale di Bartolomeo Della Scala, evidenziando il valore morale dell'ospitalità del signore attraverso il vocabolo specifico, ma contribuendo con l'espressione astratta alla vaghezza della profezia. Talora il termine astratto ripete ormai un uso invalso nella lingua letteraria, come vanità (ma in If VI 36 tale m. risalta per essere particolarmente insolita), altezza per " culmine ", " luogo alto " (If I 54, Pg XXVIII 106, Pd XXV 31, XXX 118); talora l'astratto serve a mettere in primo piano la qualità di qualcosa, come in Pd XXII 145 (m'apparve il temperar di Giove), cui si può aggiungere l'uso metonimico di giustizia e misericordia per " Dio " visto in queste sue particolari qualità, dove tuttavia ha molta parte la personificazione e l'antonomasia (cfr. If III 50, Pg XIX 120, XXIV 39, ecc.; Matteo di Vendôme adduceva, quale esempio di scambio fra contenuto e contenente, quello di " virtus pro virtuoso ": Faral, op. cit., p. 175).

Fra le m. consistenti nell'indicare qualcosa attraverso un ‛ signum ' che la simboleggia è superfluo registrare il comune alloro per " gloria " (Pd I 15); ma rientra nel tono realistico del linguaggio dantesco una m. come borsa per " ricchezza " (XVI 117) in un'invettiva carica d'immagini realistiche (cfr. indraca, mostra 'l dente, nella stessa terzina), m. che tuttavia assume altrove, sempre a proposito delle qualità di un casato, il tono aulico della simbologia morale in un contesto retoricamente intenso: vostra gente onrata non si sfregia / del pregio de la borsa e de la spada (Pg VIII 128-129). Analogamente i più alti scanni di Pd XVI 27 indicano il grado di autorità cui corrispondono i seggi nelle pubbliche adunanze (e cfr. XXXII 28-29, dove il vocabolo si ricollega a tutto il concepimento allegorico della rosa dei beati). Più singolare è la m. di Pd XV 140 (ed el mi cinse de la sua milizia) perché in questo caso insolitamente milizia sta per la " spada " che la simboleggia, in una perifrasi che designa l'investitura. Dei ‛ signa ' sono in sostanza la spada e il pastorale di Pg XVI 109-110, ma tale m. richiama propriamente lo scambio fra lo strumento e chi lo adopera, registrato nella Rhetorica ad Herennium IV XXXII 43 (cfr. Faral, op. cit., p. 227).

Non è frequente il caso in cui la materia sostituisce l'oggetto, ma accanto alle più comuni m. di questo genere, come legno per " albero ", " barca ", " timone ", ferro per la " punta ferrata della freccia " (Pg XXV 18), oro e argento per " monete pregiate ", va segnalato il caso particolare di Pg X 80, dove l'oro è il campo d'oro dello stemma, e soprattutto di XVII 114, dove in vostro limo designa " l'umanità " con precisa allusione alla narrazione biblica della creazione dell'uomo dal fango.

Approfondimenti

Metonimia > Enciclopedia dell'Italiano (2011)

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METONIMIA > Enciclopedia Italiana (1934)

METONIMIA (dal gr. µet¿¿¿µ¿a "cambiamento di nome; metonimia"; lat. metonymia). - La retorica antica chiamò metonimia quella figura che consiste nel trasferire un termine da quel concetto a cui propriamente si applica a un altro che abbia col primo u... Leggi

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