CELESIA, Michelangelo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 23 (1979)

di Francesco Malgeri

CELESIA, Michelangelo (al secolo Pietro Geremia). - Nacque a Palermo il 13 genn. 1814da Lancellotto, dei marchesi di Sant'Antonino, e da Giuseppa Caruso Azzolini. All'età di nove anni venne inviato a studiare presso il monastero di S. Martino alle Scale, dove era abate zio paterno Michelangelo. Seguì gli studi filosofici, teologi e matematici, maturando la decisione di abbracciare l'Ordine benedettino. Il 15 genn. 1835, ultimati gli studi, ricevette gli ordini sacri; il 24 luglio del 1836 fu consacrato sacerdote da mons. D. B. Balsamo, arcivescovo di Monreale. Nel 1838 ottenne l'insegnamento di teologia presso il monastero di S. Martino e nel maggio del 1841 venne ammesso nel grado dei decani e nominato maestro dei novizi.

Nel 1846fu trasferito a Messina, presso il monastero della Maddalena, e l'anno successivo a Militello, presso il monastero di S. Benedetto, dove venne nominato priore. Il 25 marzo 1850 Pio IX lo nominò abate generale della Congregazione cassinese e ordinario dell'abbazia di Montecassino, ove il C. rimase per oltre sette anni.

Durante questo periodo svolse una intensa attività: ripristinò le conferenze ecclesiastiche per il Clero della diocesi; istituì una casa di soccorso per i sacerdoti poveri, vecchi e infermi; introdusse, il 25 apr. 1854, le sorelle della carità presso il comune di San Germano, il più importante centro della diocesi cassinese; eresse nuove parrocchie e aprì nuove chiese.

Nel 1858, divenuto procuratore generale dell'Ordine benedettino presso la S. Sede, si trasferì a Roma.

Nel concistoro del 23 marzo 1860 venne nominato vescovo di Patti, in provincia di Messina, succedendo a mons. Martino Ursini, e ricevette la consacrazione episcopale a Roma il 15 apr. 1860, nella basilica di S. Paolo, dal card. D'Andrea.

Il C. veniva a collocarsi nel numeroso gruppo di vescovi siciliani provenienti da Ordini religiosi, soprattutto benedettini (come il Dusmet, vescovo di Catania), usciti dai grandi centri di formazione dei conventi di S. Martino alle Scale (Monreale) e di S. Nicolò l'Arena (Catania). All'interno del mondo benedettino, nel quale non affiancarono elementi con simpatie liberali, sia il C. sia il Dusmet appartennero all'ala conservatrice, furono tra i più fermi sostenitori della politica di Pio IX e delle sue definizioni dogmatiche; erano, inoltre, per tradizione, particolarmente legati agli ambienti filoborbonici. Il C. ebbe modo di dimostrare il suo carattere e la sua intransigenza non appena mise piede in Sicilia per prendere possesso della sua diocesi.

Lasciata Roma il 30 apr. 1860, gli avvenimenti bellici nell'isola lo costrinsero a una prolungata sosta di due mesi a Napoli, donde ripartì il 1° luglio, quando ormai la conquista garibaldina dell'isola era pressocché conclusa. Giunse a Patti il 6 luglio, ma gli fu impedito l'ingresso ufficiale in diocesi; per alcuni giorni, fu costretto ad alloggiare presso una casa privata. Il mancato riconoscimento ufficiale da parte delle autorità politiche nasceva dal rifiuto del C. a prestare giuramento al nuovo governo. Recatosi a Palermo, il 22 luglio 1860 si incontrò con Agostino Depretis, il quale, appena nominato prodittatore della Sicilia, ribadì la tesi che il riconoscimento ufficiale del nuovo vescovo e il suo insediamento nella diocesi erano condizionati da un pubblico giuramento di fedeltà al governo. Il C. respinse energicamente queste condizioni, obiettando di avere già prestato giuramento al precedente governo borbonico. Neanche un successivo colloquio con l'Ugdulena, segretario per i culti, riuscì a sanare la controversia. Anzi, di fronte alla ferma intransigenza del vescovo, gli venne imposto il domicilio coatto a Palermo. Le parti si irrigidirono e la questione si trascinò a lungo, senza una possibile via d'uscita. Nell'aprile del 1862 il C. riuscì a lasciare Palermo, di nascosto, per rifugiarsi a Roma, ove giunse il 2 maggio 1862. Fu ricevuto da Pio IX, che apprezzò il suo fermo atteggiamento, elogiandolo pubblicamente con queste parole: "ecco il vescovo di Patti che non viene a patti con la rivoluzione".

Durante la nuova e obbligata permanenza romana, il C. fu insignito di cariche e onorificenze: il municipio gli conferì la cittadinanza romana, l'ex re di Napoli lo onorò con la commenda del reale Ordine di Francesco I, fu accolto nelle accademie di Religione cattolica, dei Quiriti, dell'Arcadia, Tiberina, Pontificia, e dichiarato dottore ordinario all'università teologica di Firenze. In questo periodo scrisse anche due opere: Spirito del cattolicesimo (Roma-Torino 1866), con lo scopo - come scriveva, la Civiltà cattolica del 4 ag. 1866 - di confutare gli "errori moderni", "quelli che più ora corrono sui libri e per le bocche de' nemici del cattolicesimo"; Il Pontificato romano, i barbari e Pio IX (Roma 1866), sempre in difesa del Papato contro i principî liberali.

Il C. rimase a Roma sino alla fine del 1867, allorché la circolare Ricasoli del 22 nov. 1867 riconobbe nella loro carica quei vescovi che si erano rifiutati di giurare e si erano rifugiati a Roma. Il provvedimento permetteva al C. di raggiungere finalmente la sua sede. Partì per Patti il 17 dic. 1866, dopo aver ricevuto da Pio IX la nomina a consultore della Inquisizione.

Una volta insediatosi nella diocesi di Patti non mutò il suo atteggiamento particolarmmte fermo nei confronti delle autorità politiche, rifiutandosi sempre, tra l'altro, di celebrare funzioni religiose in occasione di solennità civili. Durante la sua permanenza a Patti si adoperò, nel 1867, per aiutare le popolazioni in occasione di una epidemia di colera. Lo stesso vescovo ne venne contagiato ma riuscì a guarire.

Nel 1869 partecipò al concilio vaticano, ove venne nominato componente della commissione per l'esame delle proposte dei padri conciliari, insieme con i cardinali Patrizi, Di Pietro e Sforza. Durante, le sedute conciliari fu tra i più tenaci assertori dell'infallibilità pontificia in materia di fede e di morale. Dell'argomento fece anche l'oggetto di una lettera pastorale alla sua diocesi, emanata nel 1870.

Tornato a Patti, durante lo svolgimento della sua seconda visita pastorale, mentre si trovava nel comune di San Marco, gli giunse la notizia che Pio IX, nel concistoro segreto del 27 ott. 1871, lo aveva nominato arcivescovo di Palermo.

Entrò nella nuova sede arcivescovile il 30 nov. 1871, accolto calorosamente dai cattolici palermitani. Nella lettera pastorale emanata non appena insediatosi emerge il suo programma, ispirato alla più ferma e assoluta fedeltà a Pio IX, da lui definito "angelico ed amatissimo Padre nostro" e all'impiego attivo del mondo cattolico a difesa delle istituzioni ecclesiastiche. Le sue prime iniziative nell'archidiocesi sono ispirate alla dffusione, di una rete organizzativa basata in gran parte su associazioni laicali a sfondo religioso e caritativo-assistenziale. Il 14 genn. 1872 nella chiesa di S. Francesco d'Assisi istituì la Società siciliana primaria per gli interessi cattolici; il 12 marzo fondò la Congregazione di S. Paolo per lo sviluppo dello studio della teologia morale da parte del clero, dettandone anche le norme, poi fissate con regolamento del 1º giugno 1883; promosse la costituzione delle Congregazioni delle figlie di Maria; il 17 ag. 1877 istituì il collegio teologico del seminario arcivescovile, allo sviluppo del quale dedicò particolarmente cura, celebrandone con grande solennità il terzo centenario della fondazione. Da ricordare ancora: l'istituzione dell'Associazione di S. Francesco di Sales per lo sviluppo della fede e la lotta all'empietà (1º maggio 1873); dell'Associazione per l'adorazione perpetua del SS. Sacramento dell'altare e dell'opera per le chiese povere (22 ag. 1881); dell'Associazione del boccone del povero; delle figlie di S. Anna; delle sagramentine, ecc. Arricchì la cattedrale di Palermo con il simulacro argenteo dell'Immacolata, già dei mercedari scalzi, riacquistandolo dal demanio pubblico. Potenziò economicamente l'Istituto Pignatelli, dove venivano educate le ragazze orfane. Particolare impulso diede ai comitati parrocchiali e al movimento cattolico di ispirazione intransigente, che affidò alle cure di mons. Luigi Di Giovanni. Rispondendo il 9 apr. 1891, a nome della conferenza episcopale siciliana, ad una lettera del presidente dell'Opera, dei congressi, sottolineò "l'importanza e l'utilità" dell'organizzazione cattolica per la difesa dei diritti della Chiesa e del Papato.

Aprì la sua prima visita pastorale nella archidiocesi di Palermo il 10apr. 1872, chiudendola il 7 ott. 1873. Durante questa visita, nel comune di Marineo, l'11 nov. 1872 fu fatto segno a un attentato: due colpi di pistola vennero sparati contro la finestra della stanza in cui dormiva. Il C. ne uscì illeso. Svolse la seconda visita pastorale dal 26 marzo 1876 al 27 luglio 1877 e la terza dal 20 marzo 1886 al 27 giugno 1888.

Nel lunghissimo arco del suo episcopato palermitano (trentatré anni), il C. si distinse anche per una serie di condanne contro pubblicazioni periodiche ritenute contrarie alla religione; altrettanto numerose le proteste contro atti e provvedimenti governativi giudicati negativi nei confronti degli interessi della Chiesa e della pubblica morale. In particolare, il 22 marzo emanò l'interdetto contro la chiesa di S. Domenico, perché ritenuta profanata da cerimonie funebri in onore di Giuseppe Mazzini; l'interdetto venne revocato nove mesi dopo, il 18 dic. 1872. Il 26 marzo 1872 elevò una solenne protesta contro la pubblicazione delle opere di Renan. Con editto del 3 genn. 1873 proibì ai cattolici la lettura del giornale palermitano Il Precursore; il 2 luglio 1873 analogo provvedimento fu emanato nei confronti de La Sveglia di Termini Imerese; l'8 maggio 1884 vennero colpiti Il Giornale di Sicilia e L'Amico del popolo. Nel 1874 sollevò vibrate proteste contro la legge sul matrimonio civile e contro i progetti di legge sulla istituzione del divorzio. L'8 maggio 1884 con una lettera pastorale condannò la framassoneria.

Il 9 ag. 1875, non avendo ancora ottenuto l'exequatur, fu costretto a lasciare il palazzo episcopale e ad abitare in seminario. Poté tornare nel palazzo quattro anni dopo, il 29 ott. 1879, allorché ottenne l'exequatur.

Con il passare degli anni si nota negli atteggiamenti del C. un graduale abbandono delle posizioni più intransigenti, e un sia pur moderato avvicinamento alle autorità politiche.

È possibile cogliere questa evoluzione anche da alcuni giudizi espressi sull'arcivescovo dal procuratore del re che, mentre il 13 dic. 1871, scrivendo al ministro di Grazia e Giustizia, definiva il C. "furioso reazionario", pur sottolineandone alcuni atti concilianti e strettamente religiosi, otto anni dopo, con lettera dell'8 ag. 1879, rimarcava lo spirito religioso e gli atteggiamenti distensivi del prelato verso le autorità civili. In particolare evidenziava l'opera svolta per evitare i matrimoni con il solo rito religioso. Il prefetto, a sua volta, in una lettera del 14 ag. 1879 al procuratore generale, definiva il C. "uomo superiore sotto ogni aspetto e dotato di grande prudenza e di animo mitissimo"; aggiungeva di non conoscere "nella provincia di Palermo un prete più dotto, più prudente e insieme più capace di piegarsi alle esigenze del tempo" (Arch. centri dello Stato, Culto, Vescovi, Palermo, b. 112, fasc. 261). Questo atteggiamento più rispettoso dell'ordine costituito e più disponibile verso le autorità civili è, sia pure indirettamente, confermato anche dall'atteggiamento che egli assunse all'indomani dei moti dei Fasci siciliani, allorché si scagliò contro i rivoltosi, definendoli "mestatori anarchici e socialisti", prendendo quindi posizione per una linea legalitaria, contro qualsiasi tendenza sovvertitrice. Non a caso, proprio in quel periodo, nel 1893, il C. favorì, in occasione delle elezioni amministrative palermitane, la formazione di una lista nella quale accanto ai cattolici figuravano anche elementi del liberalismo moderato.

Scriveva in proposito Gottardo Scotton, uno dei più intransigenti esponenti del cattolicesimo italiano, da Palermo al presidente dell'Opera dei congressi Paganuzzi, l'8 genn. 1893: "I cattolici si erano mossi compatti a lottare per le elezioni amministrative, e avevano cominciato ad ottenere qualche bella vittoria così da fare inviperire la setta. Ma il lupo seppe vestire la pelle d'agnello, circuì mons. Arcivescovo e sotto il pretesto che i cattolici puri non arriverebbero ad impadronirsi del Municipio e che bisognava contentarsi del meno male si impedì ai cattolici veri di riunirsi, qualche prete zelante ebbe la minaccia di sospensione a divinis se avesse continuato la lotta, e la Sicilia cattolica fu costretta ad appoggiare una scheda ove i framassoni entravano in bel numero perché portavano il nome di moderati,quantunque i fatti abbiano ormai mostrato che i moderati sono assai più funesti dei rabbiosi". Il vecchio arcivescovo sembrava quindi aver perduto lo spirito battagliero del passato, che gli aveva meritato i pubblici elogi di Pio IX. "Mons. Arcivescovo - aggiungeva lo Scotton nella lettera citata - è vecchio, molto vecchio, né sempre la memoria lo serve fedelmente, e della stessa sua debolezza si usa e si abusa ... Quale differenza tra la Palermo del '93 e quella dell'83" (lettera cit. in S. Tramontin, pp. 189 s.).

La sua figura rimase, comunque, sempre circondata da profondo rispetto e venerazione da parte dei cattolici palermitani. Quando, dopo il concistoro segreto del 10 nov. 1884, che lo aveva proclamato cardinale con il titolo presbiterale di S. Prisca, rientrò a Palermo, fu oggetto di eccezionali festeggiamenti (22 dic. 1884), che si ripeterono nel gennaio 1904 in occasione del suo novantesimo anno.

Nel periodo dell'episcopato palermitano meritano di essere ricordate anche una serie di pubblicazioni del C. dedicate ad argomenti storico-religiosi. In particolare sono da segnalare: Il secolo di s. Tommaso d'Aquino e la nostra contemporaneità, Palermo 1874; Ricordi storici pel XIV centenario del patriarca s. Benedetto, ibid. 1880; Descrizione storico critica delle pitture di pregio esistenti nel monastero di S. Martino delle Scale a Palermo, ibid. 1889.

Tra i riconoscimenti e le onorificenze ricevute dal C. durante la sua permanenza a Palermo va ricordata la nomina, nel marzo 1878, a socio onorario della Reale Accademia di scienze, lettere e arti, e il conferimento della gran croce di cavaliere di prima classe dell'Ordine del Santo Sepolcro.

I suoi discorsi, lettere e documenti pastorali sono contenuti in alcune raccolte: Opere pastorali edite ed inedite del card. M. C., arcivescovo di Palermo, curate da G. Ferrigno, completate da M. Cascavilla, 9 voll., Palermo 1887-89; Parole dell'e.mo card. C., raccolte e pubblicate dal can. Francesco Alfonso, Palermo 1886.

Il C. morì a Palermo il 14 apr. 1904.

Fonti e Bibl.: Documenti sul C. sono conservati a Roma, Arch. centrale dello Stato, Culto, Vescovi, Palermo, busta 12, e,naturalmente presso l'Arch. della Curia arcivescovile di Palermo; necr. in La Sicilia cattolica, 15-16 apr. 1904; Osservatore romano, 19 apr. 1904; La Civiltà cattolica, 3 maggio 1904, p. 355. Numerosi gli scritti sul C. apparsi quando era ancora in vita: Ricordo delle feste celebrate in onore del card. arcivescovo M. C., nel seminario arcivescovile di Palermo, Palermo 1885; P. Fiorenza, Per la promoz. alla sacra porpora di mons. D. M. C.,Palermo 1885; P. G. Orlando, Il card. M. C. arcivescovo di Palermo festeggiato nel suo ritorno da Roma, Palermo 1885; una ampiabiografia del C. fino al 1889 è opera di M. Cascavilla, Sulla vita e gli scritti del card. M. C. Cenni storici, Palermo 1889; celebrativo l'opuscolo Pel novantesimo anno del card. M. C., Palermo 1904. Sulla biogr e l'attività pastorale del C. è utile la consultazione di G. Traina, Elogio funebre di S. E. il card. d. M. C. arcivescovo di Palermo, in Discorsi, conferenze, elogi funebri,Subiaco 1911, pp. 114-25; E. Soderini, Il pontificato di Leone XIII, Milano 1932-1933, II, passim; F. Brancato, La Sicilia nel primoventennio del Regno d'Italia, Bologna 1956, passim; R. Comandini, Briciole di storia benedettina, in La Zagaglia, X (1968); F. Renda, Cattolicie socialisti in Sicilia. 1900-1904, Caltanissetta-Roma 1972, pp. 22, 26, 121; A. Monticone, I vescovi meridionali: 1861-1878, in Chiesa e religiosità in Italia dopo l'unità (1861-1878), Milano 1973, I, pp. 62-71; S. Tramontin, Società relig. e movimento cattolico in Italia meridionale, Roma 1977, pp. 126, 165, 169, 190; Enc. Catt., III, col. 1252.

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