DI PIETRO, Michele

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 40 (1991)

di Marina Caffiero

DI PIETRO, Michele. - Nacque ad Albano (Roma) il A genn. 1747 da agiata famiglia di mercanti, di modeste origini.

Secondo quanto scriveva nel 1782 l'abate G. C. Amaduzzi, il padre Domenico "spaccalegna del Regno di Napoli ... col traffico di legna da carbone ha accumulato un asse rispettabilissimo. Questo dopo la di lui morte è stato ripartito fra quattro figli, a ciascuno de' quali è toccato una tangente, che rende loro sei mila scudi di entrata all'anno per ciascuno" (Bibl. apost. Vaticana, Mss. Patetta, 1836, n. 100, c. 198 r). Il fratello Panfilo fu noto e attivo mercante di campagna e acquirente di beni nazionali al tempo della Repubblica Romana giacobina. Un altro fratello, Pasquale, divenne avvocato concistoriale e successivamente rettore dell'università romana della Sapienza: nel 1784 fondò una scuola per sordomuti che, alla sua morte, lasciò alle cure del D., che provvide a trasferirla nel proprio palazzo e a mantenerla in vita.

Il D. iniziò gli studi nel seminario della cittadina natale, completandoli poi a Roma. Seguiti i corsi di giurisprudenza presso l'università della Sapienza, si addottorò in utroque iure il 4 giugno 1768. Nel 1769 pubblicò a Roma, con la dedica a Clemente XIV, l'elenco delle tesi di teologia sostenute nell'Accademia teologica della Sapienza, comparendo con il titolo di beneficiato innocenziano della basilica vaticana. Nello stesso anno il D. iniziò la carriera di professore all'università, sostituendo F. M. Renazzi, passato alla cattedra di istituzioni criminali, nella qualità di lettore soprannumerario di diritto; nel 1782 successe a N. Salulini nella cattedra del Decreto di Graziano. Nel frattempo al D., che il 28 ott. 1771 aveva ricevuto l'ordinazione sacerdotale, vennero pure affidate, dopo la soppressione della Compagnia di Gesù e l'esclusione dall'insegnamento di docenti gesuiti, le cattedre di teologia e poi di storia ecclesiastica nel Collegio Romano: incarichi cui rinunciò nel 1788, quando venne nominato prefetto degli studi nel collegio di Propaganda Fide. Pio VI si valse della sua opera di giurista e di teologo affidandogli presto compiti rilevanti: nel 1787 fu chiamato come consultore nella congregazione del S. Ufficio; tra 1789 e 1794 ebbe un ruolo notevole, in qualità di segretario, nelle tre congregazioni particolari successivamente istituite dal pontefice con l'incarico di esaminare gli atti del sinodo di Pistoia, dalle quali uscì nel 1794 la bolla di condanna Auctorem fidei.

Conclusasi l'attività della prima congregazione, composta da vescovi e teologi, alla fine del settembre 1790, il D. elaborò un'ampia relazione conclusiva, contenente le censure proposte, che venne presentata al papa; a seguito dei lavori della seconda congregazione, costituita da cardinali e prelati di Curia, nel marzo 1792 il D. fu incaricato di preparare la minuta della bolla di condanna in base ai pareri emessi dai membri. Il testo venne poi rivisto e modificato dai tre cardinali costituenti la terza ed ultima congregazione, tra i quali ebbe un ruolo di spicco il cardinale S. Gerdil, prefetto della congregazione dell'Indice, a cui il D. si legò di stretta amicizia. Nella sua veste di segretario il D. collaborò a far prevalere nelle congregazioni la linea dottrinale del Gerdil, centrata sulla difesa del primato di ordine e di giurisdizione del pontefice romano e della Chiesa di Roma (Stella, p. 749).

Nominato segretario anche della importante congregazione straordinaria "per gli affari ecclesiastici di Francia"istituita da Pio VI nel 1790, in conseguenza del peso degli incarichi affidatigli, il D. rinunciò nel 1792 all'insegnamento alla Sapienza. Avanzava intanto nella carriera ecclesiastica: già esaminatore del clero romano, consultore della congregazione dell'Indice e cameriere d'onore del pontefice, il 21 febbr. 1794 venne promosso vescovo di Isaura nella Licaonia, in partibus infidelium, ricevendo la consacrazione tre giorni dopo nella cattedrale di Frascati da H. B. Stuart cardinale di York.

Con l'instaurazione della Repubblica romana, l'esilio del papa e la dispersione dei cardinali, al D., dapprima insieme col card. Gerdil, poi, dopo la partenza di questo, da solo, vennero comunicate dallo stesso pontefice le facoltà apostoliche per il governo della Chiesa e degli affari spirituali, con il titolo di delegato apostolico. Il D. esercitò il suo ufficio con rigida intransigenza nei confronti della nuova realtà repubblicana, soprattutto in materia di dispense matrimoniali e di secolarizzazioni, proclamandosi disposto "ad esser ancor fucilato, piuttosto che acconsentire ad un atto, cui non mi è lecito di prestarmi senza tradire la mia coscienza e l'altrui" (Sala, I, p. 154). Arrestato con altri prelati il 13 maggio 1798, fu tradotto in Castel Sant'Angelo, da dove venne liberato, pochi giorni dopo, dietro l'esborso di una grossa somma di denaro. Nel maggio dell'anno successivo, temendo un nuovo arresto, dovette nascondersi, dapprima nella casa dell'amico G.A. Sala, poi nel monastero delle salesiane alla Lungara, da cui uscì solo dopo la caduta della Repubblica, per riprendere la carica di delegato apostolico anche con la nuova giunta di governo napoletana.

Avvenuta a Venezia l'elezione di Pio VII (14 marzo 1800), il D. si tenne in contatto con E. Consalvi, cui scriveva per informarlo sugli affari romani e per sostenere la necessità "di pensar seriamente ad una generalissima Riforma, incominciando dal Clero" e di esercitare il massimo rigore nei confronti dei simpatizzanti repubblicani, soprattutto se ecclesiastici (Arch. Segr. Vaticano, Segr. di Stato, Epoca Napoleonica, Italia, 1, f. 5: lettera al Consalvi, da Roma, 24 maggio 1800). Ristabilito il governo pontificio, Pio VII ricompensò il D. nominandolo il 22 dic. 1800 patriarca di Gerusalemme e assistente al soglio pontificio; soprattutto importante fu la nomina a segretario della congregazione sopra gli Affari ecclesiastici, istituita da Pio VII il 28 luglio 1800, e di tutte le congregazioni cardinalizie particolari che si andarono costituendo per l'esame dei vari progetti di concordato con la Francia.

Il D. formulò sulle proposte francesi giudizi generalmente assai duri, assumendo su tutte le questioni posizioni di intransigente chiusura. Dopo la firma del concordato dalle due parti (15 luglio 1801), egli, strenuo avversario del clero costituzionale francese e italiano, a proposito delle modalità di redazione del breve papale rivolto ai vescovi costituzionali perché, secondo gli accordi concordatari, rinunciassero alle loro sedi, suggeriva toni duri e netti "tanto più che sappiamo appartener [essi] tutti alla setta dei giansenisti, fecondissima di sotterfugi". Consigliava inoltre che si chiedesse ai costituzionali, oltre alle dimissioni, un atto di ritrattazione e di assoluta sottomissione al romano pontefice, trattandosi "di pubblicissimi peccatori, di fautori e consumatori dello scisma, di delinquenti ostinatissimi, i quali ... seguitano tuttavia le loro indegne conventicole" (Rinieri, 13 pp. 337-338). Successivamente, pubblicati in Francia gli articoli organici in aggiunta al concordato, il D., oramai cardinale, presentò in congregazione, su incarico del papa, delle lunghe e articolate Riflessioni su di essi in cui sosteneva l'irreligiosità del governo francese, "miscuglio d'atei, di deisti, di materialisti, in una parola di filosofi moderni", e denunciava il miglior trattamento riservato al culto protestante rispetto a quello cattolico: ciò che del resto - aggiungeva - non destava meraviglia dal momento che "i filosofi debbono essere necessariamente amici de' protestanti, e rispettargli come loro precursori e forieri" (ibid., pp. 433-447).

Nello stesso periodo il D., incaricato anche dell'esame della supplica di riconciliazione con la Chiesa avanzata al papa dal Talleyrand, scriveva a Consalvi di considerarla del tutto insufficiente, perché da essa non risultava senza equivoco "che egli detesta le massime eretiche, scismatiche della costituzione civile del clero, alle quali ha egli aderito colla presentazione del civico giuramento" (ibid., II, p. 60). Anche alla successiva richiesta di secolarizzazione e di autorizzazione al matrimonio, presentata sempre dal Talleyrand e appoggiata da Napoleone, il D. diede parere sfavorevole, dimostrando con una lunga ffissertazione che tale dispensa matrimoniale non era mai stata concessa in tutta la storia della Chiesa ad alcuna persona insignita, come lo era stato il Talleyrand, della dignità vescovile.

L'attivismo del D. venne premiato da Pio VII che lo creò cardinale il 23 febbr. 1801 riservandolo in pectore e pubblicandone la nomina il 9 ag. 1802, e gli conferì il titolo di S. Maria in Via. Successivamente il D., che nel 1804 accompagnò il papa nel viaggio a Parigi per l'incoronazione di Napoleone, ottenne la carica di prefetto della congregazione di Propaganda Fide (1806), e quella di prosegretario dei memoriali (1809). Collaboratore fra i più ascoltati dal pontefice, il D., al tempo della crisi del 1806, fu tra quanti consigliarono Pio VII di respingere tutte le richieste napoleoniche (Latreille, II, pp. 125-126). Sotto la minaccia della seconda invasione francese, venne incaricato dal pontefice di preparare un progetto di bolla di scomunica contro gli usurpatori, che venne poi effettivamente pubblicata, a occupazione avvenuta, il 10 giugno 1809 (bolla Quum memoranda). Intanto, in previsione di una sua deportazione, fin dal 1807 Pio VII aveva comunicato al D. le facoltà apostoliche per il governo della Chiesa, confermandogli ancora nel giugno 1809 la nomina a delegato apostolico, con facoltà, in caso di forzato allontanamento da Roma, di suddelega ad altri. Infatti, poiché ben presto anche il D., come gli altri cardinali italiani, venne costretto a trasferirsi in Francia, egli trasmise le funzioni di delegato a mons. E. De Gregorio. A Parigi il D. persistette nell'assoluto rifiuto di ogni cedimento: ritenuto colpevole, insieme con altri cardinali, fra cui anche il Consalvi, di non aver ritenuto canonicamente valido il secondo matrimonio di Napoleone, con decreto del 10 giugno 1810 da Parigi venne confinato a Semur, dove lo raggiunsero le nomine nel frattempo conferitegli dal papa, relegato a Savona, di penitenziere maggiore e di delegato per gli affari spirituali di Francia; nomine che dispiacquero a Napoleone che provava una vivissima ostilità per il D., ritenuto principale autore della Quum memoranda.

D'altra parte dalle note informative riguardanti i cardinali deportati a Parigi, inviate nel febbraio 1810 dall'agente consolare francese a Roma, la personalità del D. emergeva come quella di nemico irriducibile della Francia: del cardinale si riferiva che "son fanatisme l'a rendu tellement audacieux ... Il est furibond et indomptable ... Il est abhorré de tout le Sacré-Collège et de tous les Romains qui lui imputent avec raison toutes les déterminations du pape ... Le gouvernement doít avoir néanmoins les yeux ouverts sur ses relations de vive voix ou par écrit. Sa rage contre la France est un véritable délire" (Roveri, p. 7).Probabile ispiratore del breve papale con cui Pio VII rifiutava al card. J-S. Maury titolo e giurisdizione di arcivescovo di Parigi (novembre 1810) e sospettato per gli altri brevi con cui il pontefice aveva negato l'istituzione ai vescovi nominati da Napoleone e disapprovato quella loro conferita dai vicari capitolari, il D. venne dapprima trasferito nelle carceri di Parigi e successivamente, il 22 febbr. 1811, relegato nella fortezza di Vincennes, insieme con altri irriducibili cardinali e prelati italiani, quali i cardinali C. Opizzoni e G. Gabrielli, mons. E. De Gregorio e il padre F. Fontana. Liberato con gli altri in seguito alla firma del cosiddetto concordato di Fontainebleau (25 genn. 1813), come numerosi altri cardinali poté raggiungere Pio VII nella cittadina francese, dove, con Consalvi e B. Pacca, si adoperò per l'annullamento dell'accordo, spingendo il pontefice a scrivere a Napoleone la lettera di ritrattazione del 24 marzo 1813. La reazione dell'imperatore colpì il solo D., ritenuto "una delle principali cause del non riuscito accomodamento col papa" (Roveri, p. 6): il 5 aprile il cardinale venne allontanato e mandato in esilio a Auxonne.

Detronizzato Napoleone e tornato Pio VII a Roma, il D. venne nuovamente nominato delegato apostolico nella breve parentesi della fuga del papa a Genova, nella primavera del 1815, in occasione dell'occupazione della città da parte delle truppe napoletane, e poi chiamato a far parte di tutte le più importanti congregazioni. Rilevante fu il suo ruolo nella congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, istituita da Pio VII nel luglio 1814 su proposta del cardinale Pacca, prosegretario di Stato, per il disbrigo di affari particolari relativi alla situazione ecclesiastica in Europa e ai rapporti tra gli Stati e la Chiesa.

Concepita, secondo alcuni storici, dallo zelante Pacca in funzione anticonsalviana e perciò composta dai cardinali "neri", ultramontani intransigenti - quale appunto era il D., che ne fece parte dalla costituzione fino alla morte - la congregazione, a partire dal 1818, venne sostituita da ristrette congregazioni particolari per le singole questioni, delle quali fece regolarmente parte il Di Pietro. Egli entrò infatti nella congregazione incaricata dell'esame dei ricorsi presentati contro il vescovo di Chiusi e Pienza, G. Parmilini, nelle congregazioni ristrette istituite per la stipulazione dei concordati con la Toscana, con il Regno delle Due Sicilie, con la Baviera e coi principi protestanti tedeschi. In particolare, il D., insieme con F. Fontana e con G. A. Sala, costituì una congregazione particolare per gli Affari ecclesiastici di Francia, che, tra l'altro, giunse alla firma di un nuovo concordato (1817), che però non venne mai ratificato dalla Francia.

L'8 marzo 1816 il D. fu nominato vescovo suburbicario di Albano, da cui, il 29 maggio 1820, come sottodecano del Sacro Collegio, venne trasferito al vescovato di Porto e S.Rufina. Prefetto della congregazione dell'Indice e degli Studi nel Collegio Romano, membro di tutte le principali congregazioni, protettore dei collegi maronita e greco e dell'Accademia teologica della Sapienza, morì a Roma il 2 luglio 1821. Il funerale fu celebrato dal cardinale De Gregorio nella chiesa di S. Carlo ai Catinari e il corpo, per sua volontà, venne inumato nella cattedrale della cittadina natale di Albano.

Fonti e Bibl.: Nell'Arch. segr. Vaticano, Segr. di Stato, Epoca Napoleonica (1798-1815), Francia, bb. 1, q-16 e Italia, bb. 1-5, 8; Ibid., Carte Mazio 55, misc. 1, b. 1, sono conservati documenti, carte e lettere del D. (e al D.) relativi alle trattative per il concordato del 1801 e alle funzioni di delegato apostolico ricoperte nel 1798-1800 e nel 1809-1810, molti dei quali pubblicati da Boulay de la Meurthe e da Rinieri. Nello stesso Archivio, Spogli del card. D., busta unica, si trovano lettere e documenti relativi alle cariche ricoperte in Curia dal D. durante il cardinalato. Altre carte che si riferiscono all'attività del D. in alcune importanti congregazioni sono segnalate da L. Pásztor, La Congregazione degli affari eccles. straordinari tra il 1814 e il 1850, in Arch. Histor. Pontif., VI (1968), pp. 193, 196, 198, 205, 216 ss., 222-225, 228, 231 s., 242, 245, e Id., La Curia romana e il giansenismo. La preparazione della bolla "Auctorem fidei", in Actes du Colloque sur le jansénisme organisé par l'Academia Belgica. Rome, 2 et 3 nov. 1973, Louvain 1977, pp. 92, 94 s., 103 s. Per la biografia si vedano anche: Diario ordinario, 1794, pp. 8, 27; F. M. Renazzi, Storia dell'Università degli studi di Roma, IV, Roma 1805, pp. 259 s., 309 s.; Diario di Roma, 1821, n. 53, p. 1; n. 56, p. 1; Notizie per l'anno 1821, p. 19; Notizie per l'anno 1822, p. 58; E. Pistolesi, Vita del sommo pontefice Pio VII, I, Roma 1824, p. 160 e passim; B. Pacca, Memorie storiche intorno al pontificato di Pio VII, Napoli 1860, pp. 46 ss., 52, 136 ss., 162 e passim; Documents sur la nigociation du Concordat..., a cura di A. Boulay de la Meurthe, I-V, Paris 1891-1897, ad Indicem; I. Rinieri, La diplomazia pontificia nel secolo XIX. Il concordato tra Pio VII e il primo console (anno 1800-1802), Roma 1902, I, pp. 68 s., 71 s., 118 s., 122 s., 124 s., 130, 273-276, 323, 334, 336 ss., 343, 361-373, 427, 433-447, 567-575; II, pp. 11, 50, 52, 66, 70, 177 s.; P. Feret, La France et le Saint-Siège sous le premier Empire, la Restauration et la Monarchie de juillet, Paris 1911, I, pp. 221, 224, 352, 358, 361, 418 s.; II, pp. 14, 16, 18, 24, 73 s.; S. Fazzini, L'ospizio di Tata Giovanni dalla sua fondazione ad oggi, 1784-1931, Roma 1932, pp. 37 ss.; A. Latreille, L'Aglise catholique et la Révolution franfaise, Paris 1970, I, pp. 289, 296; II, pp. 125 s., 162, 171, 173, 188 s., 197, 204, 210, 252; A. Cretoni, Roma giacobina. Storia della Repubblica romana del 1798-99, Roma 1971, ad Indicem; A. Roveri, La S. Sede tra Rivoluzione francese e Restaurazione. Il cardinale Consalvi 1813-1815, Firenze 1974, ad Indicem; G. A. Sala, Diario romano degli anni 1798-99, in Scritti di G. A. Sala pubblicati sugli autografi da G. Cugnoni, Roma 1980, I-III, ad Indicem; P. Stella, L'oscuramento delle verità nella Chiesa dal sinodo di Pistoia alla bolla "Auctorem fidei" (1786-1794), in Salesianum, XLIII (1981), pp. 733, 749; G. Moroni, Dizion. di erudizione stor-eccles., LIII, pp. 36-39; Encicl. catt., IV, col.1684; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia cathol. medii et recent. aevt . , VI, Patavii 1958, p. 245; VII, ibid. 1968, ad Ind.

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