Milano

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Milano Comune della Lombardia (181,7 km2 con 1.299.633 ab. nel 2008), capoluogo di provincia e di regione. Seconda città in Italia, dopo Roma, per popolazione e con un’area metropolitana di oltre 3 milioni di abitanti, costituisce la massima concentrazione delle forme più moderne e dinamiche dell’economia del paese.

Posta al centro della Padania, tra i rilievi alpini e il Po, quindi tra Ticino (a O) e Adda (a E), M. giace nella zona di contatto tra alta e bassa pianura. Qui si allungano le risorgive o fontanili, polle sorgentizie dovute agli affioramenti delle acque piovane e fluviali che, scorrendo da N attraverso i suoli ghiaiosi e permeabili, sono alfine bloccate dai terreni alluvionali minuti.

Nata nel segno di una centralità, insieme, fisica e funzionale, M. esercita da sempre ruoli diversificati che coinvolgono territori di ampie dimensioni. Un’antica tradizione artigianale, sorretta da solide basi finanziarie e da un vivace spirito imprenditoriale della borghesia urbana, ha dato corpo alla moderna M. industriale, in un processo impetuoso iniziato all’indomani dell’Unità. Il settore tessile occupava allora metà della manodopera industriale; grandi complessi sorsero nell’ultimo quarto del 19° sec. (Cotonificio Cantoni, Cucirini Cantoni Coats, Lanificio Rossi, De Angeli Frua) e nei primi decenni del 20° (Manifattura Pacchetti, Snia Viscosa, Châtillon), affiancandosi a una miriade di piccole e medie aziende. Nello stesso arco di tempo, tuttavia, si svilupparono altri comparti produttivi e nomi come Pirelli, Breda, Edison, Borletti, Salmoiraghi, Marelli e, più tardi, Isotta Fraschini, Bianchi, Alfa Romeo, Montecatini (trasferitasi da Firenze nel 1910), Ideal-Standard, Motta, Alemagna divennero punti di riferimento essenziali per l’intera economia nazionale. Agli inizi del Novecento, M. contava già 50.000 occupati nel settore manifatturiero; dieci anni più tardi questi erano triplicati e nel 1927 erano 230.000. A tale data, il settore tessile, che pure aveva dato il primitivo slancio all’industria milanese, era sopravanzato dalla chimica, dalle costruzioni e impianti, ma soprattutto dalla meccanica, che, con poco meno del 30% degli addetti, diventò il comparto produttivo egemone. Allo sviluppo industriale si accompagnarono altrettanto importanti mutamenti finanziari, tecnico-organizzativi, promozionali. Si moltiplicarono infatti le società azionarie; la Borsa valori, fondata nel 1808, si affermò gradualmente come la più vivace del paese; la Fiera campionaria, inaugurata nel 1920, diventò una grande vetrina aperta ogni anno all’attenzione e ai commerci nazionali e internazionali; le istituzioni bancarie, già forti di un punto di riferimento tradizionale come la Cassa di risparmio delle provincie lombarde, si consolidarono con l’apparizione della Banca commerciale italiana, del Credito italiano (direzione centrale e consiglio di amministrazione si trasferirono da Genova nel 1895), della Banca popolare di Milano, del Banco ambrosiano. Al fiorire delle attività economiche si accompagnò un incremento della popolazione urbana: all’interno degli odierni limiti comunali, M. accoglieva 270.000 ab. nel 1861; questi raddoppiarono agli inizi del 20° sec. e salirono a 992.000 nel 1931. Per avere un’idea del forte ritmo della crescita demografica urbana, basti pensare che alla data dell’unificazione nazionale la città ospitava meno di 1/3 della popolazione provinciale; nel 1901, sebbene gli abitanti della provincia fossero a loro volta cresciuti, il capoluogo accoglieva il 40% della popolazione totale; 30 anni più tardi, la cifra era salita al 50%. M. crebbe soprattutto per l’apporto esterno: in un primo tempo gli immigrati provenivano principalmente dalle zone circostanti; in seguito furono le aree più depresse della Lombardia, quindi il Veneto e via via le altre regioni italiane a fornire le braccia di cui l’espansione economica aveva bisogno. È in quel periodo che mutò la fisionomia insediativa della città. Nel 1861, quasi i 3/4 della popolazione milanese viveva all’interno delle mura spagnole, con concentrazioni elevatissime nel centro storico, ossia entro la cerchia dei Navigli; 40 anni dopo la cinta muraria ospitava solo il 45% degli abitanti, mentre nel 1931 le proporzioni iniziali risultavano invertite: era la periferia ad accogliere oltre i 3/4 dei residenti urbani. Quella stessa periferia, del resto, fu protagonista del riassetto geografico-economico della città: ancora verso il 1880 circa il 98% degli opifici era racchiuso dai Bastioni e il 47% di essi trovava sede entro la cerchia dei Navigli; nei decenni successivi le vecchie fabbriche furono progressivamente espulse dal centro storico, mentre i nuovi insediamenti industriali privilegiarono sempre più decisamente le aree esterne ai Bastioni, dove il reperimento degli spazi era più facile e meno oneroso. Lo sviluppo a macchia d’olio della città rese possibile una certa dispersione periferica delle fabbriche; tuttavia, la zona nord prese il sopravvento sulle altre, mentre in corrispondenza dei maggiori assi stradali e ferroviari si costituirono dei veri e propri raggi industriali. Verso NE, N e NO i nastri si allungarono a partire rispettivamente da piazzale Loreto, da piazzale Maciachini, da piazza Firenze; verso SO e S emersero il Naviglio Grande e il Naviglio di Pavia; verso SE spiccava la via Emilia.

Nel dopoguerra si riconoscono due fasi ben distinte. Sino ai primi anni 1970 ebbero corso dinamiche assai simili a quelle appena viste. La popolazione milanese, soprattutto per l’apporto dell’immigrazione, passò, tra il 1951 e il 1971, da 1.275.000 a 1.725.000 ab., mentre le aree extramurarie continuavano ad accrescere il loro peso demografico. Si rafforzò ancora il settore industriale, i cui occupati, nello stesso periodo, passarono da 366.000 a 404.000. Ma l’incremento di popolazione, già meno intenso negli anni 1960 rispetto agli anni 1950, si arrestò nel corso degli anni 1970. Rallentamento dello sviluppo economico ed emergenza di nuove realtà produttive nelle tradizionali regioni di esodo assottigliarono il flusso migratorio, mentre la città stessa espelleva i propri residenti verso i centri della regione urbanizzata; sicché, nel decennio 1971-81 M. perse circa 90.000 abitanti. Si avviò, così, quel fenomeno di decremento demografico che accomuna le grandi città del mondo sviluppato, ma che, nel caso di M., assunse durante gli anni 1980 i caratteri della ‘controurbanizzazione’ più spinta: al censimento del 1991 la popolazione comunale fece registrare un’ulteriore perdita di ben 235.000 unità (−14,6%) e continuò a diminuire nel decennio successivo, sebbene a un ritmo assai attenuato rispetto al precedente, a causa di un indebolimento progressivo delle dinamiche di esodo demografico dal centro verso la periferia dell’area metropolitana. Un andamento analogo faceva registrare l’occupazione industriale, sia per l’accentuarsi della tendenza al decentramento localizzativo degli stabilimenti sia per il progressivo affermarsi delle attività commerciali e dei servizi, tuttavia insufficienti a riassorbire totalmente la manodopera eccedente nel settore secondario. Nel contempo, la città consolidava la sua fisionomia di centro terziario, ossia fornitore di servizi di ogni tipo e livello: commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e comunicazioni, credito e finanza, servizi alle imprese e alle famiglie (nel contesto di importanti operazioni di riqualificazione dell’offerta commerciale, nell’ottobre 2000 è stato inaugurato, nella periferia milanese, il primo centro agroalimentare integrato a livello nazionale), pubblica amministrazione.

Direzione e controllo delle attività economiche, creazione e diffusione dell’innovazione tecnica e organizzativa, selezione e modellamento del gusto (M. è una delle capitali mondiali della moda), produzione di cultura e di informazione, attraverso le sue cinque università, la sua stampa, le sue istituzioni artistiche, la grande editoria, caratterizzano ormai le funzioni urbane, incidendo profondamente sull’assetto urbanistico. Le dinamiche di valorizzazione funzionale dell’area milanese hanno però comportato l’accentuazione dei già notevoli problemi ambientali, soprattutto in seguito all’aumento del traffico automobilistico su scala urbana.

storia

1. Le origini e l’età romana

L’antica Mediolanum, così chiamata dai Romani sin dal 3° sec. a.C. (il nome è di origine celtica e vale «paese in mezzo alla pianura»), sorse intorno al 400 a.C. a opera dei Galli Insubri, e si sviluppò dopo le vittoriose lotte contro Liguri, Taurini ed Etruschi. Nel 222 a.C. iniziò la conquista romana, stabilizzatasi dopo la successione (196 a.C.) dei Galli Insubri e Boi. Fu colonia (89 a.C.) e municipio (49 a.C.). Nel 288-89 si incontrarono a M.  Diocleziano e Massimiano per gli accordi che dovevano mutare l’assetto dell’impero. Con Diocleziano, dal 292, la città divenne stabile sede imperiale. Tra 1° e 2° sec. a M. si diffuse il cristianesimo, mentre la diocesi vi si stabilì probabilmente tra 2° e 3° sec., assumendo particolare rilievo con s. Ambrogio (dal 373), che combatté l’arianesimo, sostenne la Chiesa romana e fece fronte alla politica imperiale in Occidente. Al 313 risale il famoso Editto di M., il rescritto con cui  Costantino e Licinio, confermando l’editto di Galerio in Oriente (311), proclamarono la libertà di culto nell’Impero e prescrissero l’immediata restituzione ai cristiani dei beni confiscati.

2. Dalla caduta dell’Impero d’Occidente al Mille

Con la crisi dell’Impero d’Occidente, il trasferimento della capitale a Ravenna (402), le ripetute occupazioni e i saccheggi subiti dalla città da parte degli invasori barbarici, M. perse il primato italiano conquistato nel Basso Impero. Occupata dagli Ostrogoti e invasa dai Burgundi (489-94), subì le gravi devastazioni della guerra gotica (535-53), nel corso della quale fu presidiata dai Greci (537), devastata da Goti e Burgundi (539) e occupata dai Franchi (553-55); solo dopo la definitiva pacificazione dell’Italia (563-64), trovò nel generale Narsete il proprio restauratore.

Conquistata dai Longobardi (569), M. perse importanza politica ed economica a vantaggio di Pavia, affermatasi come capitale del Regno e il cui vescovo era stato sottratto alla giurisdizione milanese. Forse sede di ducato durante l’interregno (574-84) e residenza vescovile (7° sec.), nell’8° sec. M. subì la dominazione dei Franchi: sconfitti i Longobardi (773-74) e assunto il titolo di Rex Langobardorum, Carlo Magno conferì nuova importanza a M., istituendovi una zecca e rendendo suffraganea al metropolita della città la diocesi di Coira, che divenne tramite di attivi scambi economici e culturali fra M., l’Italia del Nord e le valli svizzere. Nel periodo carolingio gli arcivescovi di M. emersero nella vita cittadina. Attraverso le lotte successive alla dissoluzione dell’Impero (888), si fece invece preminente l’importanza del conte di M., che rafforzò la propria posizione politica con l’assunzione della contea del Seprio e, divenuto imperatore Guido di Spoleto (891), con la nomina a conte palatino; passato dalla parte dell’imperatore Ludovico, il conte Sigifredo ottenne il titolo di marchese (901).

3. Supremazia arcivescovile e formazione del Comune

Fra 10° e 11° sec. la figura dell’arcivescovo era andata assumendo un rilievo politico sempre maggiore, con il concorso del ceto di feudatari maggiori (capitanei), a lui legati da vincoli vassallatici e investiti di privilegi e benefici ecclesiastici, che avevano trasformato in ereditari. Nella lotta (1002-04) tra l’imperatore Enrico II e Arduino signore d’Ivrea per il Regno d’Italia, l’arcivescovo Arnolfo affiancò Enrico, mentre il ceto ‘borghese’ (cives), i secundi milites (favorevoli allo stabilirsi di un forte regno italico) e i cittadini che miravano a garantire i loro traffici e il controllo dei passi alpini, appoggiarono Arduino. La lotta si concluse con la vittoria di Enrico (incoronato a Pavia re d’Italia) e l’affermazione di Arnolfo. Nel 1018, con il concorso dei capitanei e dello stesso Enrico II, fu consacrato arcivescovo di M. Ariberto d’Intimiano; questi, alla morte dell’imperatore (1024), sostenne la candidatura di  Corrado II e lo incoronò re d’Italia (1026); presto però, nuovi contrasti sociali maturarono sviluppi decisivi per la costituzione cittadina: i valvassores, vassalli dell’arcivescovo, si ribellarono al loro signore nella personale lotta per l’eredità dei benefici, ma furono cacciati dalla città da Ariberto, aiutato dal popolo. Di fronte alla crescente potenza di quest’ultimo, Corrado si alleò ai ribelli, arrestò l’arcivescovo e sancì la Constitutio de feudis (1037), rendendo ereditari e trasmissibili anche i benefici goduti dai valvassores. Dopo la Constitutio i milites, classe aristocratica e dominante, si contrapposero al popolo. Si venne a scontri di piazza e l’arcivescovo fu cacciato da Milano con i milites; dal contado, proseguì la lotta finché la mediazione del nuovo imperatore Enrico III condusse a una forma di pacificazione: i nobili rientrarono in città, ciascuna delle due parti rinunciando a rappresaglie e a risarcimenti (1044). Le vicende che seguirono (il coinvolgimento di M. nella lotta per la riforma della Chiesa, il moto popolare della pataria nel 1056), portarono all’istituzione del Comune di Milano, un processo che si può credere concluso nel 1097.

4. Dal Comune alla signoria

La politica del Comune che, sottoposta al potere dell’arcivescovo, non godeva ancora di una sua propria autonomia, dall’11° sec. fu indirizzata al raggiungimento di obiettivi che erano chiaramente quelli dei ceti mercantili: la progressiva conquista delle vie di traffico regionale e internazionale fu perseguita attraverso guerre contro le città e i feudatari circostanti. In questo quadro vanno intesi il conflitto contro Lodi (1107-11), contro Como (la cui distruzione, nel 1127, assicurò i passi di Lugano e di Chiasso al traffico commerciale) e la riconquista (1130) di Cremona. A difesa dei propri diritti costituzionali e delle conquiste territoriali, la città scese in lotta trentennale contro l’imperatore Federico I Barbarossa: posta al bando dell’Impero (1155) e assediata (1158), si arrese a Federico promettendo la ricostruzione delle mura alle rivali Lodi e Como e di sottoporre all’approvazione dell’imperatore la nomina dei consoli, nuova classe dirigente della città. Più gravi conseguenze ebbe l’assedio posto da Federico (1161) e conclusosi (1162) con la vittoria dei nemici tedeschi e lombardi di M.: distrutte le fortificazioni, la popolazione fu costretta a vivere quattro anni fuori le mura cittadine. La lotta si concluse con la vittoria della Lega lombarda a Legnano (1176). Con la pace di Costanza (1183) si ebbe il riconoscimento giuridico del consolato milanese nella sua diretta dipendenza dall’autorità imperiale: la città acquistò con essa il diritto di eleggersi i consoli, estromesso l’arcivescovo. Di conseguenza, dopo una nuova espansione commerciale (trattato di Vercelli del 1194, che affermò il principio della libertà di traffico su tutte le vie d’acqua e di terra nella pianura lombarda; pace con Como del 1196, che assicurò l’accesso ai valichi del San Bernardino e della Maloia; difesa delle comunicazioni con Genova, 1197, contro il marchese del Monferrato; trattato con Lodi, che assicurò il controllo della via del sale, verso Comacchio), e dopo la morte di Enrico VI (1197), ebbe inizio la lotta interna per il potere.

Nel 1198 la borghesia si costituì in commune populi con la formazione della «Credenza di S. Ambrogio», un governo democratico in opposizione all’aristocratico commune militum; nel 1205 si istituì un regolare governo podestarile, che assommò in sé poteri tolti all’Impero, al vescovo e al visconte e in nome degli interessi del ceto mercantile assicurò uguaglianza giuridica ai cittadini, mentre attuò la progressiva erosione dei diritti feudali nel circostante contado. All’inizio del 13° sec. M. era quindi organizzata a tutela della sua attività economica, basata sui commerci e sulle industrie.

Dal 1260 al 1277, Martino della Torre, suo fratello Filippo e Raimondo della Torre vescovo di Como, fecero di M. una signoria popolare guelfa; essa fu sostituita (vittoria di Desio, 1277), con Ottone Visconti arcivescovo di Como, dalla signoria nobiliare ghibellina viscontea. Con i Visconti (1278-1447) il governo comunale divenne il cuore di un organismo regionale e M. la capitale di un vasto Stato signorile comprendente, con Gian Galeazzo Visconti, Verona, il Monferrato e Perugia.

5. I Visconti e gli Sforza

L’11 maggio 1395 Gian Galeazzo ottenne il titolo di duca di M. e da allora la storia di M. fu soltanto storia di partecipazione subordinata e indiretta agli eventi dello Stato ducale, la cui prosperità si rifletté anche nella vita economica, artistica e culturale cittadina: sorse per impulso di Gian Galeazzo il Duomo (1386), e con Filippo Maria la città visse gli effetti dell’epoca aurea dell’Umanesimo e del Rinascimento. I Visconti curarono soprattutto il riassestamento della città, resero navigabili i canali cittadini e passarono a una sistemazione urbana mediante un piano regolatore. Inoltre incrementarono l’agricoltura e l’industria: la prima si trasformò con l’introduzione delle colture del gelso e del riso; la seconda aggiunse alle antiche manifatture anche quella delle stoffe di seta (specialmente broccati), raggiungendo in questo campo uno splendido primato. Nel 1447, morto Filippo Maria senza eredi legittimi, il partito aristocratico antivisconteo proclamò la Repubblica ambrosiana che, insidiata all’interno e minacciata da Venezia, non poté durare a lungo: Francesco Sforza pose l’assedio a M., dove poco dopo entrò acclamato, il 26 febbraio 1450.

Con la dinastia sforzesca si aprì per M. un periodo di grande prosperità: il Castello (ricostruito da Francesco, cui si deve anche la costruzione dell’Ospedale Maggiore) era una delle più splendide corti d’Italia e d’Europa, mentre da Ludovico il Moro la città ricevette una delle più moderne, efficienti attrezzature assistenziali di quei tempi, con la creazione della Congregazione di pietà e del Monte di pietà (1483). Nel 1499 entrarono a M. i Francesi di Luigi XII; Ludovico tentò di recuperare la città e lo Stato, riuscendovi nel febbraio 1500, ma perse l’una e l’altro definitivamente a Novara, nell’aprile successivo. M. era quindi nuovamente dei Francesi, fino al 10 giugno 1512 quando essi la consegnarono alle truppe svizzere, dalle quali solo il 29 dicembre di quell’anno passerà al legittimo successore degli Sforza, il duca  Massimiliano. Le scelte impopolari di quest’ultimo suscitarono il malcontento dei cittadini a tal punto da costringerlo a concedere (15 giugno 1515) una sostanziale autonomia delle magistrature cittadine (cioè del vicario e dei Dodici di provvisione), rimaste poi l’unico presidio degli interessi locali durante tutto il periodo del dominio straniero. Grazie alla vittoria di Marignano i Francesi si impadronirono nuovamente della capitale lombarda. Da allora i Francesi, salvo la temporanea occupazione dell’esercito imperiale di Carlo V, nel 1521-23, quando la sconfitta di Pavia riaprì le porte della città all’ultimo degli Sforza, Francesco II, mantennero M. per un decennio, fino al 1525. Nel 1526 la città insorse con le armi cacciando Francesco; nel giugno successivo fu costretta alla resa di fronte alle truppe imperiali. Nel 1535, morto lo Sforza, M. e il ducato entrarono a far parte dei domini asburgici.

6. Il dominio spagnolo e austriaco

Sotto la dominazione spagnola la città decadde (non solo per il depauperamento della produzione agricola e industriale, ma per il ristagno delle stesse attività commerciali, in tutti i modi ostacolate da eccessive tariffe daziarie), nonostante l’opera tenace delle sue autorità amministrative e anche delle supreme magistrature ducali (Senato), impegnate a tutelare l’autonomia dello Stato, e talora anche dei suoi governatori. All’iniziativa di Federico Borromeo, nipote di s. Carlo, fu invece dovuta un’efficace tutela della cultura cittadina, con iniziative quali la creazione e il finanziamento della Biblioteca Ambrosiana (1609) e della pinacoteca (1621).

Il dominio austriaco durò fino alla conquista napoleonica, tranne una parentesi sabauda (1733-36) durante la guerra di successione polacca. Con Maria Teresa e Giuseppe II vennero riformate l’amministrazione e la giustizia; furono abolite la tortura (1776) e la pena di morte (1784) e soppressi l’Inquisizione e i tribunali ecclesiastici. Le idee provenienti dalla Francia illuministica e rivoluzionaria penetrarono tra la nuova classe di intellettuali e, quando Napoleone entrò nella città dopo la vittoria di Lodi (1796), vi fu accolto trionfalmente: il ducato venne del tutto cancellato e M. divenne la capitale della Repubblica Cisalpina (1797) e, dopo una breve restaurazione austriaca (1799-1800) della Repubblica Italiana (1802) e del Regno d’Italico (1805).

I moti del 1821 trovarono la città preparata ad accogliere il fermento rivoluzionario. La reazione austriaca si abbatté spietatamente sui Milanesi che avevano diretto le congiure carbonare e dei federati. Tra il 18 e il 22 marzo 1848 si liberò dalla dominazione austriaca (Cinque giornate di M.), combattendo contro le truppe del maresciallo J.J. Radetzky. La scintilla della rivoluzione fu la notizia della sollevazione di Vienna del 13 marzo, né valse a placare gli animi un manifesto imperiale che annunciava l’abolizione della censura e la convocazione, per il luglio, dei rappresentanti lombardo-veneti. Conquistate tutte le caserme e le posizioni tenute dagli Austriaci, costringendoli a ritirarsi, la municipalità si costituì in governo provvisorio. Il 23 marzo il re di Sardegna  Carlo Alberto sottoscrisse il proclama che segnò l’inizio della prima guerra d’Indipendenza contro l’Austria. Il 6 agosto il maresciallo Radetzky entrò di nuovo in città. Ma ormai né la severità nel punire i moti del 6 febbraio 1853, né il benevolo governo dell’arciduca Massimiliano e le promesse di riforme valsero a riconquistare la fiducia dei Milanesi.

7. Dopo l’Unità

Nell’Italia unita M. si segnalò per lo sviluppo delle attività produttive e del movimento operaio. Teatro, nel maggio 1898, di violenti moti popolari di protesta per l’aumento del prezzo del pane, la città divenne, a partire dal 20° sec., il centro della grande industria italiana. Nel 1919 M. vide la costituzione dei primi Fasci di combattimento. Durante la Seconda guerra mondiale fu una delle città italiane più gravemente colpite dai bombardamenti aerei. Dopo la costituzione della Repubblica Sociale, fu il centro dell’opposizione al restaurato governo fascista, i cui momenti culminanti furono gli scioperi del marzo 1944 e, dopo un anno di lotta e di tragiche ritorsioni, l’episodio di Piazzale Loreto, dove furono esposti i cadaveri di Mussolini e di altre personalità del cessato regime. Dal 1946 la città è tornata ad essere il centro della vita produttiva ed economica del paese, e insieme uno dei principali teatri della lotta politica e sociale.

arte e architettura

1. La crescita urbana

Il sito originario di M., precisamente, è un protendimento della pianura asciutta che s’incunea verso S, tra Novate Milanese e Cologno Monzese, in terreni un tempo acquitrinosi. Circondato da paludi, aperto solo a settentrione e dunque facilmente difendibile, l’antico villaggio insubrico conobbe sin dal 5° sec. a.C. funzioni di presidio territoriale, e fu perciò punto di tappa, di scambi, di culto, alla convergenza di numerose direttrici di movimento che segmentano il vasto bacino del Po. Un nuovo insediamento murato, a pianta quadrilatera, prese forma secondo l’orientamento del castrum (NE-SO) in seguito alla conquista romana (222 a.C.): il Foro, sul luogo dell’attuale piazza S. Sepolcro, si trovava all’incrocio di due grandi assi viari che si dipanavano tra le porte Romana, Ticinese, Vercellina e Nuova. La pax romana consolidò le tradizionali funzioni di traffico e di mercato, mentre la città acquistava importanza strategica e amministrativa soprattutto in età imperiale. L’antico quadrilatero, che copriva 7 ha, si allargò gradualmente su una superficie decuplicata, ciò che obbligò a ricostruzioni e ampliamenti della perimetrazione murata. L’impianto a scacchiera fu ben presto superato dal successivo sviluppo edilizio, e probabilmente nella seconda metà del 1° sec. a.C. l’area urbana venne per la prima volta circondata da solide mura.

Nel 286 la scelta di M. come residenza imperiale portò alla città un imponente accrescimento, che rese necessario l’ampliamento della cerchia difensiva; l’area intramuranea incluse il circo, da poco tracciato, l’adiacente quartiere imperiale e il poderoso complesso delle terme Erculee. Alla metà del 4° sec. la strada che portava verso Roma venne prolungata all’esterno delle mura in una monumentale via porticata conclusa da un grandioso arco onorario. L’espansione urbana, accanto alla monumentalità romana, andò fregiandosi di quella religiosa: basiliche paleocristiane presso i cimiteri extramurari (della Vergine, poi S. Simpliciano; degli Apostoli, poi S. Nazaro; dei Martiri, poi S. Ambrogio; di S. Lorenzo; di S. Eustorgio); il palazzo del Vescovo; una basilica nella futura piazza del Duomo. Essa impose anche interventi sul territorio circostante, specie sistemazioni idrauliche, come quelle del Seveso e dell’Olona, le cui acque, incanalate, scorrevano intorno alla città per ricongiungersi a S nella Vettabia.

In epoca altomedievale Ansperto da Biassono (9° sec.) ricompose e ampliò la cinta muraria. L’età comunale dapprima, poi quella signorile, costituirono un lungo periodo di fioritura demografica, economica, culturale e politica. La città, chiusa dall’ellisse muraria costruita dopo il sacco di Federico Barbarossa lungo la cosiddetta «cerchia dei Navigli», si andò configurando sempre più decisamente come uno spazio differenziato. Intanto, si moltiplicarono le costruzioni monumentali, civili, religiose e militari, che marcarono il volto urbano tanto nell’aspetto quanto nella struttura complessiva. Con la fabbrica del Duomo si costituì il definitivo centro cittadino, privilegiando con la sua disposizione E-O l’orientamento cardinale degli assi viari, in contrasto con l’impianto romano. Altri punti di riferimento arricchirono il tessuto insediativo: il palazzo del Comune (Broletto Vecchio), attuale Palazzo Reale, situato accanto al Palazzo Arcivescovile; il palazzo della Ragione (Broletto Nuovo); il castello di Porta Giovia, dimora viscontea, sul luogo che accoglierà in seguito il Castello Sforzesco; l’Ospedale Maggiore, oggi sede centrale dell’Università statale; il Lazzaretto, vasto quadrilatero porticato posto fuori le mura, a Oriente della città. Le funzioni economiche tendevano ad aggrupparsi, specializzando i diversi settori urbani. A E di quella che diverrà piazza del Duomo era l’area del mercato (Verziere); a O la piazza dei Mercanti; nei pressi, si allineavano le botteghe artigiane, lungo strade che ancor oggi conservano il nome delle antiche corporazioni (vie degli Orefici, degli Spadari, dei Vetraschi, dei Cappellari). L’ingegneria idraulica dotò M. di cloache, derivò acque dal Ticino (1269) e dall’Adda (1460), collegando i Navigli in un unico sistema navigabile; bonificò ulteriormente i circostanti terreni acquitrinosi con estensione delle marcite e delle risaie.

Con la dominazione spagnola la città conobbe una grave decadenza. Le nuove mura, i poderosi Bastioni eretti, a partire dal 1548, dal governatore Ferrante Gonzaga a distanza pressoché uniforme dalla vecchia cinta, disegnando un poligono a nove punte, costituirono non già un intervento urbanistico tendente a razionalizzare la crescita urbana, ma piuttosto il segno con cui la potenza dominatrice rappresentò sé stessa come forza politico-militare e insieme l’indispensabile strumento d’una fiscalità onerosa, che impoverì traffici e commerci. Occorre attendere l’avvento austriaco perché il disegno urbano, stimolato pure dalla parentesi francese, cominci a esprimere i segni di una rinascente prosperità, gli echi dei fermenti tecnici ed economici che, a partire dall’ultimo quarto del 18° sec., investirono progressivamente l’Europa e aprirno la strada alla «rivoluzione industriale». La città si modernizzò nelle funzioni, mentre sul piano topografico apparvero numerosi elementi innovativi. Già sotto i sovrani illuminati, Maria Teresa e Giuseppe II, le vie d’accesso furono rettificate; i Bastioni furono trasformati in viali alberati; sorse il teatro alla Scala. In periodo francese furono eretti l’Arena e l’Arco della Pace, attorno al castello; vennero creati i primi giardini pubblici (Boschetti); vie come Monte di Pietà, Borgonuovo, Montenapoleone furono trasformate, mentre il Corso (l’antica Corsia dei Servi) fu interamente ricostruito. Il ritorno degli Austriaci sostanzialmente cristallizzò il volto urbano.

L’unificazione nazionale diede un impulso così vigoroso alla crescita di M. da porre sulla scena l’esigenza d’un controllo dell’espansione. Invero, già in età signorile Bramante e Leonardo avevano ragionato su un «piano» che, al di là degli abbellimenti e degli interventi urbanistici, anche cospicui ma isolati, orientasse in qualche modo lo sviluppo della città. L’istanza di un vero e proprio «governo» urbano era riapparsa con i Francesi, ma il piano regolatore napoleonico non aveva trovato esecuzione. Occorre dunque attendere il 1889 perché una visione globale dell’evoluzione urbana sia confidata a uno strumento operativo: il piano regolatore elaborato da C. Beruto. In effetti, nei primi decenni postunitari parecchie innovazioni rimodellarono la geografia della città. Investita in pieno dalla ‘febbre’ delle ferrovie, M. affiancò alle vecchie linee in esercizio per Monza, Magenta, Peschiera, le nuove per Torino, Genova, Piacenza, Gallarate, Lecco. Questa raggiera ferrata trovò unificazione nella stazione ferroviaria, inaugurata nel 1864 appena fuori le mura, a NE della città, sul luogo dell’attuale piazza della Repubblica. Sorse così un nuovo polo di crescita su un’area sino ad allora destinata agli orti. Del resto, la saturazione progressiva del tradizionale perimetro urbano proiettò oltre i Bastioni gli episodi insediativi più bisognosi di spazio: l’edilizia popolare, gli opifici. Nel 1873, l’aggregazione dei Corpi Santi, vasto territorio circolare esterno alle mura, così chiamato per le chiese e i cimiteri che accoglieva, sancì amministrativamente le interdipendenze strettissime che ormai esistevano tra M. e un più vasto intorno. La modernizzazione della vita urbana si espresse via via nell’istituzione di una vera rete di pubblici trasporti (1881), nell’illuminazione elettrica (1883), nei marciapiedi rialzati (1885), negli impianti fognari (1888) e dell’acqua potabile (1889). Lo stesso cuore della città, piazza del Duomo, fu definitivamente sistemato, su progetto di  G. Mengoni, a partire dal 1885. Il piano Beruto, dunque, fu una risposta alle sollecitazioni che in forme differenti vanno emergendo. All’interno della cinta spagnola, esso fece posto a quartieri di tipica residenza borghese, mentre riprese alcuni elementi del piano napoleonico, congiungendo in un unico disegno urbanistico piazza del Duomo con il Castello, valorizzato da un’arteria semicircolare (Foro Bonaparte). I Bastioni, parzialmente smantellati, formarono la circonvallazione interna. Più oltre, in una visione rigorosamente monocentrica dello sviluppo urbano, la periferia fu serrata in un ampio anello circolare delimitato dalla circonvallazione esterna, grandi viali punteggiati da piazzali all’intersezione delle vie radiali che conducono fuori dalla città.

L’espansione a macchia d’olio, scarsamente aperta all’esigenza di dotare la periferia di autentici valori urbani, trovò accoglimento anche nei piani successivi, del 1912 e del 1934; sicché le nuove sensibilità urbanistiche, che pure emersero nei piani del dopoguerra (1953 e variante generale del 1976), si vennero a scontrare con una realtà ormai consolidata, modificabile solo marginalmente e a costi economici e sociali ragguardevoli. Nel corso degli anni 1920 e 1930 diversi quartieri centrali furono sventrati e ricostruiti (Vetra, piazza Diaz, piazza degli Affari), con apertura di nuove strade e piazze (corso Italia; corso Littorio, attuale Matteotti; piazza S. Babila).

Nel dopoguerra, la pressione delle attività terziarie e quaternarie sul centro storico si allentò con la costruzione del centro direzionale, tra Porta Nuova e la stazione centrale; l’intero sistema dei trasporti urbani fu rivoluzionato, a partire dalla metà degli anni 1960, dalla rete della metropolitana, che attraverso successivi ampliamenti, in continua prosecuzione, è arrivata a coprire buona parte dell’area centrale (con nodi principali nelle stazioni Cadorna e Loreto), da qui diramandosi soprattutto in direzione NE. Le realizzazioni di interesse collettivo, a loro volta, hanno trovato collocazione in aree che all’epoca della costruzione – ossia nel periodo interbellico – potevano dirsi periferiche, ma che oggi appaiono integrate nel tessuto urbano; i complessi sportivi aggruppati nell’area di S. Siro; la «Città degli studi» (Politecnico e facoltà scientifiche dell’Università statale), estesa a E-NE del centro urbano, tra la circonvallazione esterna e l’anello ferroviario; la «Città annonaria», infine, posta a S della precedente, attorno alla stazione di Porta Vittoria. Ma, accanto a tali punti forti della vita e dell’organizzazione urbana, si è posta l’espansione del costruito, che ha serrato le grandi strutture funzionali, coprendo gli interstizi e dilagando negli spazi periferici. La spinta demografica ed economica, attiva sin dai primi decenni postunitari, ma enormemente intensificatasi nel secondo dopoguerra, si è tradotta in una domanda incessante di case per abitazione, di aree per le fabbriche, i magazzini, il disimpegno. A tali sollecitazioni hanno fatto fronte soprattutto gli spazi periurbani: Comuni un tempo autonomi come Turro Milanese e Baggio, Niguarda e Lambrate, Musocco, Affori, Chiaravalle e altri si sono aggregati alla città; ai vecchi villaggi-giardino (Campo dei Fiori, via Tiepolo), ai villaggi industriali, finanziati congiuntamente dall’Istituto autonomo delle case popolari e da industrie come Pirelli e Breda per dare alloggio alle masse operaie d’inizio secolo, si sono affiancati i quartieri popolari posti a corona ai limiti della città (QT8, Comasina, Feltre, Forlanini, Olmi, S. Ambrogio, Madonna dei Poveri, Gallaratese, Gratosoglio). Un paesaggio privo di figurazioni architettoniche significative, anche se ben lontano dalla precarietà abitativa, lo squallore sociale, la carenza di servizi di tante altre grandi città italiane, ha saldato M. a centri esterni di dimensioni ragguardevoli. Non si tratta solo di Comuni immediatamente confinanti con M., come Sesto S. Giovanni e Rho, a N, ovvero Corsico e S. Donato Milanese a S: nel continuum urbanizzato, seppure con caratteristiche di compattezza variabili, rientrano anche centri lontani, che verso N appartengono persino alle province di Varese e Como. In realtà, è una vera e propria regione-città che, nel secondo dopoguerra, è andata costituendosi per impulso certo non esclusivo eppure fondamentale di Milano.

Il processo di urbanizzazione ha risentito particolarmente, pur se in maniera contraddittoria, delle spinte alla terziarizzazione che, dalla seconda metà degli anni 1970, hanno investito l’economia milanese. A frenare tali spinte, almeno nell’area centrale, si è orientata la citata variante generale del 1976, che prevede la localizzazione dei nuovi insediamenti per servizi nella periferia metropolitana, dove significative esperienze-pilota si configurano nei centri direzionali di San Donato e Segrate (a E-SE), seguiti da Milanofiori ad Assago-Rozzano (a S-SO). Tuttavia, le attività terziarie più diffuse a M. (servizi personali e alle imprese), per la limitata dimensione delle singole unità operative, tendono piuttosto a sostituirsi alle residenze nel tradizionale ‘distretto degli affari’, limitando fortemente la domanda verso i centri direzionali esterni, concepiti come autosufficienti ma, per questo, talora mal collegati al nucleo urbano.

Negli anni 1980 è venuto alla ribalta il problema delle aree industriali dismesse a causa dell’irrefrenabile processo di decentramento produttivo e, in qualche misura/">misura, di vera e propria deindustrializzazione: aree sulle quali si è appuntato l’interesse degli operatori immobiliari, quando non siano state le stesse aziende a formulare progetti di riconversione (Pirelli per la Bicocca; Montedison per Linate). L’intervento pubblico, viceversa, si è rivolto a ‘progetti di area’ inquadrati nel nuovo assetto infrastrutturale determinato dalla avviata realizzazione del ‘passante ferroviario’. Quest’ultimo ha previsto l’integrazione fra i maggiori nodi dell’agglomerazione mediante collegamenti sopraelevati o sotterranei, inserendo M. in un sistema interregionale di trasporti a scala europea. Intorno a esso si sono ipotizzati, con ulteriori varianti al piano regolatore (1987), l’ampliamento dell’area fieristica (Portello e Rho-Pero) nonché la creazione di un polo finanziario e culturale (Porta Garibaldi), mentre altre localizzazioni terziarie (commerciali e ricettive, oltre che direzionali) o residenziali si sono ridefinite nelle aree circostanti stazioni Cadorna, Bovisa e Porta Vittoria.

2. Lo sviluppo artistico e architettonico

2.1 Il Medioevo. - Nell’ambito dell’intenso fervore costruttivo che testimonia il ruolo di primo piano svolto da M. tra il 4° e 5° sec., le chiese più antiche sembrano influenzate dalla Renania e dalla Grecia: S. Giovanni in Conca (resti dell’abside); S. Tecla, a cinque navate con transetto spartito da quattro file di colonne, con battistero di età ambrosiana. In età ambrosiana l’imponente S. Simpliciano (trasformata in età romanica), ha pianta a croce immissa e nartece, la basilica degli Apostoli (poi dei SS. Nazaro e Celso o S. Nazaro Maggiore, trasformata in età romanica) è a croce immissa, con absidi all’incrocio con la navata maggiore; la basilica dei martiri (poi S. Ambrogio) è tripartita. La basilica di S. Lorenzo Maggiore, anche se restaurata e modificata nel 16° sec. da M. Bassi, conserva spiccato impianto paleocristiano, a pianta centrale quadrilobata con matroneo: discussa la datazione (4°-5° sec.) e la destinazione (forse chiesa palatina per la vicinanza del palazzo imperiale e la presenza di due mausolei, uno dei quali trasformato in cappella, di cui rimangono importanti mosaici del 4°-5° sec.). Tra le più alte testimonianze paleocristiane figurano il mosaico di San Vittore in Ciel d’Oro (S. Ambrogio) e la cassetta-reliquiario d’argento in SS. Nazaro e Celso, capolavoro del 4° secolo.

La parte absidale di S. Ambrogio si può attribuire all’8° sec. e circa alla metà del 9° l’abside di S. Vincenzo in Prato. Del 9° sec. M. conserva un capolavoro assoluto, l’altare d’oro di S. Ambrogio dovuto al maestro Vuolvinio. Il sacello di S. Satiro (9° sec.), le chiese di S. Eustorgio, S. Babila, S. Celso introducono all’età romanica. Dell’età ottoniana rimane una situla d’avorio e il grande crocefisso di Ariberto d’Intimiano nel duomo, nonché il ciborio, con rilievi di stucco, di S. Ambrogio. Accanto a S. Ambrogio, ridefinito intorno alla seconda metà dell’11° sec., furono profondamente trasformate le chiese di S. Nazaro Maggiore, S. Simpliciano e altre come S. Calimero, S. Eufemia.

Nel periodo romanico, accanto all’architettura religiosa fiorisce quella civile: archi di Porta Nuova (12° sec.); al 1223 risale il palazzo per le pubbliche adunanze in via Mercanti (Broletto), nella facciata la scultura equestre del podestà Oldrado da Tresseno attribuita a B. Antelami. La pittura di questo periodo è documentata soprattutto da miniature (codici in S. Ambrogio, nella Biblioteca Ambrosiana ecc.). Al 14° sec. risale una cerchia di mura, fatta ricostruire da Azzone Visconti. Si ricostruirono e completarono S. Eustorgio, S. Simpliciano, S. Marco; si elevarono i campanili di S. Antonio e di S. Gottardo. Matteo Visconti eresse nel 1316 la loggia degli Osi. Lo scultore Giovanni di Balduccio nel 1339 eseguì in S. Eustorgio il monumento a Pietro da Verona, modello della scultura trecentesca milanese. Nella pittura, notevoli gli apporti esterni (Giotto dipinge a M., maestri toscani affrescano la vicina abbazia di Chiaravalle).

Nel 1386, per volere di Gian Galeazzo Visconti, iniziava la costruzione del Duomo, con alternanza di architetti italiani e stranieri: collaborazione che ne fece il monumento italiano più strettamente ispirato alle costruzioni gotiche d’oltralpe. Nella decorazione scultorea, oltre ai maestri d’oltralpe, si segnala l’opera di Giovannino de’ Grassi (fine 14° sec.). Tra gli artisti che nel 15° sec. furono chiamati alla fabbrica: Filarete, G.A. Amadeo, G. Solari e Leonardo. La facciata attuale fu eseguita per decreto di Napoleone da C. Amati.

2.2 Il Rinascimento. - L’architettura del Rinascimento si apre con la ricostruzione del Castello Visconteo. Primo architetto ne fu un Giovanni da Milano, cui successero fra gli altri Iacopo da Cortona e il Filarete che innalzò, sulla porta principale d’accesso, la torre, ripristinata con il radicale restauro del Castello eseguito nel 1904 da L. Beltrami. Nel 1466, alla morte di Francesco Sforza, il castello era ultimato; ebbe aggiunte sotto Galeazzo Maria Sforza e Ludovico il Moro: la ‘ponticella’ attribuita a Bramante; il portico dell’elefante; la loggia di Galeazzo Maria (C. Ferrini); il cortile della rocchetta (C. Ferrini, il lato est forse del Bramante); la sala delle Assi, affrescata da Leonardo (1497 ca.) e altre sale affrescate dal Bramantino, da B. Bembo. L’Ospedale Maggiore (primo ospedale laico sorto nel mondo, poi sede dell’Università statale) fu iniziato nel 1457 dal Filarete e continuato da Guiniforte Solari a partire dal 1465, e dal 1497 da G.A. Amadeo; la parte centrale, con la grande corte e la chiesa (1625-49), è dovuta a F. Richini, F. Mangone e a G.B. Crespi. Fu Michelozzo, in particolare, a introdurre a Milano con il Palazzo del Banco Mediceo (distrutto) gli elementi tipici del Rinascimento toscano, presenti anche nella cappella Portinari in S. Eustorgio, seppure con accenti lombardi. L’attività della nuova scuola locale è rappresentata specialmente dalla famiglia dei Solario, da Amadeo, dal Bramantino, da G.G. Dolcebuono ecc. Molti di questi maestri, almeno nella loro ultima fase, furono nell’orbita di D. Bramante, che giunse a Milano verso il 1479 e vi rinnovò completamente l’arte costruttiva locale (S. Maria presso S. Satiro, 1480-86 circa; tribuna di S. Maria delle Grazie, iniziata nel 1492).

Per la scultura sullo scorcio del 15° sec. sono attivi G.A. Amadeo, i Cazzaniga, Caradosso, Bambaia e i Mantegazza. La pittura del 15° sec., dopo un periodo goticizzante contrassegnato dagli affreschi di palazzo Borromeo, afferma il suo rinnovamento con  V. Foppa (affreschi nella cappella Portinari a S. Eustorgio). Sono anche da ricordare B. Butinone, B. Zenale e A. da Fossano detto il Bergognone. Le arti minori ebbero nel Rinascimento splendido sviluppo, specie sotto il raffinato mecenatismo di Ludovico il Moro. Durante il 15° sec. prosperò l’industria dell’arazzo, con maestri tedeschi e fiamminghi.

Leonardo giunse a Milano nel 1483 (Cenacolo in S. Maria delle Grazie), influenzando lo svolgimento successivo della pittura lombarda. L’architettura del 16° sec. trova i suoi maggiori rappresentanti nel perugino G. Alessi (facciata di S. Maria presso S. Celso e palazzo Marino) e in P. Tibaldi (lavori nell’interno del duomo; palazzo dell’Arcivescovado; chiese di S. Sebastiano, S. Protaso, S. Raffaele e S. Fedele).

2.3 Seicento e Settecento. - Protagonisti del periodo barocco sono F. Mangone (cortile del Collegio elvetico ecc.) e  F.M. Richini (chiesa di S. Giuseppe, numerosi palazzi, cortile del Palazzo di Brera). Interessante complesso seicentesco è la contrada degli Amedei. La nuova scuola pittorica milanese si forma all’inizio del 17° sec. sotto l’egida dell’Accademia fondata e ispirata dal cardinale Federico Borromeo. L’architettura civile del 18° sec. è segnata dai palazzi Cusani e Litta, di A.M. Ruggeri. La scultura di questo secolo continua nelle decorazioni del duomo. Tra i fatti pittorici di rilievo: gli affreschi di G.B. Tiepolo nei palazzi Clerici e Archinti (danneggiato nella Seconda guerra mondiale) e la molteplice attività di A. Magnasco.

2.4 Dal periodo neoclassico a oggi. - L’architettura neoclassica contribuì sensibilmente alla fisionomia di M.; iniziali orientamenti neo-palladiani trovano un esponente di rilievo in G. Piermarini (Teatro alla Scala; Palazzo Belgioioso ecc.); suoi allievi furono: L. Pollak (Villa Reale di Milano) e S. Cantoni (Palazzo Serbelloni). A questa tendenza segue il formalismo neoclassico di L. Cagnola (Arco della pace) e di L. Canonica (Arena). Nella pittura neoclassica il caposcuola è A. Appiani. (chiamato a esaltare le gesta di Napoleone nei fregi di Palazzo Reale). Nel 19° sec., in architettura primeggia G. Mengoni, autore della galleria Vittorio Emanuele II. In pittura il movimento romantico italiano ebbe il suo centro a M. e il suo caposcuola in  F. Hayez. Successivamente, vanno ricordati: i fratelli D. e G. Induno, G. Carnevali detto il Piccio e infine D. Ranzoni e T. Cremona. Chiudono l’Ottocento pittorico i maestri del divisionismo: G. Previati, G. Segantini, V. Grubicy. Il Palazzo Castiglioni (1903) di G. Sommaruga è l’esempio più significativo del liberty, nell’ambito del quale, oltre al forte impulso dato alla grafica dalla officina Ricordi, si devono ricordare l’ebanista E. Quarti e il fabbro A. Mazzucotelli.

Alla trasformazione architettonica di M. hanno dato impulsi, tra le due guerre, architetti come G. Muzio, G. Ponti e i primi razionalisti italiani (Gruppo 7, Bottoni, Lingeri ecc.) che trovano spazio nelle varie Triennali (dal 1933 a M.); dal secondo dopoguerra numerosi saranno i protagonisti dell’intensa attività architettonica a M. e nel suo Hinterland: a Segrate, O. Niemeyer con il progetto per la sede della Mondadori; lo studio BBPR; I. Gardella; F. Albini; M. Asnago e V. Vender; V. Magistretti; A. Mangiarotti; G. Canella; V. Gregotti; C. Aymonino; A. Rossi; M. Bellini: G. Aulenti; T. Ando, M. Fuksas ecc.

Molti dei movimenti d’avanguardia ebbero il loro centro a M., dal futurismo al Novecento, alle esperienze astratte legate alla Galleria del Milione e, nel secondo dopoguerra, dal MAC alle ricerche sperimentali delle neoavanguardie sia figurative sia astratte. M. è stata prescelta come sede dell’Esposizione universale del 2015.

3. Musei, gallerie, biblioteche

La pinacoteca di Brera (nel palazzo omonimo), massima raccolta lombarda istituita alla fine del 18° sec., colpita dalle bombe nel 1943, è stata ricostruita, riordinata e riaperta al pubblico nel 1950 (opere di artisti veneti e lombardi dal 15° al 18° sec.; Sposalizio della Vergine di Raffaello, Madonna e Santi di Piero della Francesca, Cena ad Emmaus del Caravaggio; pittura italiana dell’Ottocento). La pinacoteca Ambrosiana nel palazzo omonimo, istituita nel 1621 dal cardinale Borromeo, custodisce opere di gran pregio. Il Museo d’arte antica nel Castello Sforzesco raccoglie sculture tardo-romane, bizantine, gotiche, rinascimentali (la Pietà Rondanini di Michelangelo); dipinti di scuola lombarda, opere di Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Mantegna, Correggio ecc.; avori, arazzi ecc. La Galleria d’arte moderna, dal 1921 nell’ex Villa Reale, è importante soprattutto per la pittura dell’Ottocento lombardo. Il Museo Poldi-Pezzoli, costituito da G.G. Poldi-Pezzoli, custodisce pitture di pregio e collezioni di arti minori. Il Museo nazionale della scienza e della tecnica (nell’antico convento di S. Vittore) con civico museo navale, siloteca Cormio (museo del legno) e galleria Leonardo da Vinci (ricostruzioni di macchine leonardesche) è il più importante museo delle scienze in Italia.

La biblioteca, la pinacoteca e l’osservatorio di Brera hanno sede nel palazzo di Brera: questo, ricostruito nel 1686 da F.M. Richini sul luogo di un antico monastero sorto nel 12° sec., ne ha conservato la denominazione di Brera derivata dal latino medievale braida. La Biblioteca Braidense fu aperta al pubblico da Maria Teresa nel 1786. Al Fondo Pertusati accedettero poi varie librerie monastiche e quella di A. Haller specializzata in storia naturale (1778). Vi pervennero poi numerose collezioni, i manoscritti e i libri postillati di G. Manzoni; le librerie di E. Visconti, di C. Correnti, di F. Novati; e nel 1940 la grande collezione liturgica del duca Borbone-Parma. L’Osservatorio astronomico, fondato sui tetti del Collegio di Brera dai padri Bovio e Gerra (1760), fu arricchito da una succursale astrofisica a Merate (1924). È sede della Società astronomica italiana.

La Biblioteca Ambrosiana, fondata dal cardinale Borromeo, fu aperta al pubblico nel 1609. Ha carattere storico, letterario e religioso ed è una delle più importanti biblioteche del mondo per numero (oltre 35.000), antichità e pregio di manoscritti. La Biblioteca Comunale nella nuova sede di Palazzo Sormani possiede 10.000 serie di periodici e fra le tante sezioni, una musicale, una teatrale (30.000 voci) e una relativa al cinema (50.000 schede). La Biblioteca dell’Archivio storico civico e Trivulziana, sita nel Castello Sforzesco, è volta ad illustrare la storia di Milano e del suo territorio; a essa fu unita nel 1935 la biblioteca privata dei Trivulzio. Altre importanti biblioteche milanesi sono la Biblioteca dell’Accademia di belle arti di Brera e quella dell’Istituto Feltrinelli, specializzata nella documentazione relativa alla storia del movimento operaio.

Ducato di M. Lo Stato visconteo, imperniato su M., ebbe riconoscimento ufficiale nel 1395, quando Gian Galeazzo Visconti ottenne il titolo di duca di M. (nel 1397 ebbe quello di duca di Lombardia). Finiva così anche giuridicamente l’autonomia delle varie città e terre che lo costituivano (M., Brescia, Bergamo, Como, Novara, Vercelli, Alessandria, Tortona, Bobbio, Piacenza, Reggio, Parma, Cremona, Lodi, Trento, Crema, Soncino, Bormio, Borgo San Donnino, Pontremoli, Massa Nuova, Feliciano, Rocca d’Arazzo e Astigiano, Serravalle, contadi e giurisdizioni spettanti al Sacro Romano Impero, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno, Bassano, Val Leventina, Sarzana, Carrara, S. Stefano, terre della diocesi di Luni), rette prima a titolo di vicariato imperiale o per balia signorile. M. da città dominante diventò capitale vera e propria, con una sua burocrazia centrale. Fu istituito un magistrato delle entrate, con funzioni anche giurisdizionali in materia finanziaria; fu perseguito un accentramento, che sottoponeva all’approvazione del principe le licenze per benefici ecclesiastici e le richieste per privilegi e immunità feudali. L’unificazione, solo abbozzata, rischiò di dissolversi per l’improvvisa morte di Gian Galeazzo (1402); ma in Filippo Maria Visconti ritrovò un abile riordinatore, sicché il ducato, dopo la breve parentesi della Repubblica Ambrosiana, poté risorgere ben saldo, anche se territorialmente più limitato, nelle mani degli Sforza. La sua potenza fu contrastata per tutto il 15° sec. dagli altri Stati gelosi delle loro autonomie, con alleanze che trovavano il loro centro nella Repubblica Veneziana. Occupato dai Francesi nel 1499, il ducato fu disputato poi alla Francia dall’Impero, che dopo la vittoria di Pavia (1525) restituì il ducato a Francesco II Sforza come vassallo. Alla sua morte (1535), non avendo egli eredi diretti, si ebbe la devoluzione all’Impero. Il ducato non comprendeva più Parma e Piacenza, diventati Stati della Chiesa e infeudati ai Farnese, né Crema, passata a Venezia; arrivava invece, comprendendo Stradella, Tortona, Alessandria, Valenza, fino al Po al punto dove sbocca la Sesia, che seguiva fino al Monte Rosa. Quando Carlo V divise il suo Impero fra i due rami d’Asburgo, il ducato passò al re Filippo II, cioè alla Spagna, mantenendo formalmente, se non di fatto, la sua fisionomia autonoma. A capo dell’amministrazione e della giurisdizione era il governatore, che nelle province inviava suoi funzionari detti podestà, con funzioni giudiziarie, amministrative e soprattutto fiscali. Con la guerra di successione di Spagna, il ducato di M., in conseguenza dell’alleanza tra il duca di Savoia e l’Impero, fu mutilato di territori, mentre diventava possesso della casa d’Austria (pace di Utrecht, 1713). Per la pace di Vienna (1738) e di Worms (1744) risultò dimezzato a vantaggio del regno di Sardegna, il quale aveva portato i confini al Lago Maggiore, al Ticino, da Sesto Calende fino al Po, da Pavia fino all’incontro del confine piacentino. Dal governo austriaco il ducato fu ridotto sempre più alle condizioni di una provincia dell’Impero, sopprimendosi ogni sua autonomia; retto da una regia giunta di governo, soppresse via via le sue antiche magistrature, nel 1786 vide abolito anche il senato. Finché nel 1796 la conquista francese lo cancellò del tutto, e la Lombardia entrò a far parte della Repubblica Cisalpina.

Provincia di M. (1620 km2 con 3.906.726 ab. nel 2008; densità 2411 ab./km2) Si estende a S dei rilievi morenici prealpini, bordata a O dal f. Ticino (che la separa dal Piemonte) e a E dal f. Adda. In seguito alla disaggregazione della neocostituita prov. di Lodi (1992) e all’istituzione della provincia di Monza e Brianza (operativa dal 2009), il numero dei comuni è sceso a 134 unità; per popolazione, è seconda soltanto a Roma fra tutte le province italiane.

È caratterizzata da un clima continentale, con inverni piuttosto freddi ed escursione termica annua di 20 °C; le precipitazioni superano i 900 mm annui, mentre nei mesi autunnali e invernali è frequente il fenomeno della nebbia. Solcata da diversi corsi d’acqua che scendono verso il Po (Olona, Lambro, Seveso), possiede altresì una rete di canali artificiali, un tempo importanti per la navigazione (Naviglio Grande, Naviglio di Pavia, canali Villoresi e Muzza). L’opposizione marcata tra alta e bassa pianura ne ha costituito a lungo il tratto geografico dominante: a N della linea dei fontanili, la pianura asciutta ha suoli mediocri, un’agricoltura povera con coltivazioni cerealicole (mais, frumento); a S la pianura irrigua è dominio delle risaie e dei campi di foraggio, con un florido allevamento bovino e suino.

La provincia milanese resta, di fatto, interamente occu;pata dalla regione-città di cui M. stessa costituisce il limite meridionale, con protendimenti fino a Rozzano e San Giuliano Milanese. L’area urbanizzata, invero, trascende le classiche partizioni amministrative e forma come un grande scudo, i cui apici settentrionali sono il Verbano, a O, e il ramo lecchese del Lario, a E. La parte settentrionale della provincia, presenta i caratteri di un’urbanizzazione diffusa. Nell’ultimo dopoguerra, quest’area ha subito trasformazioni fisionomiche, demografiche ed economiche intense: ridotta a poca cosa l’agricoltura, il paesaggio è dominato dal costruito recente. Se un’impressione di compattezza insediativa è offerta dalle aree più prossime a M., mano a mano che ci si allontana dalla città le maglie si allargano, anche se non vi è vera e propria soluzione di continuità.

Destinazione di immigrati provenienti da ogni parte d’Italia, questa zona ha visto aumentare la propria popolazione a ritmi ben più veloci di quelli di Milano. Dopo una fase di contrazione già iniziata negli anni 1980 e continuata nella prima metà del successivo decennio, la popolazione della provincia ha ricominciato, moderatamente, ad aumentare, secondo una inversione di tendenza che ha interessato, sul finire degli anni 1990, anche altre aree della regione, fra quelle che hanno presentato un più elevato livello di produttività. Il riassetto della compagine socioterritoriale dell’area si è andato definendo anche sulla base di un cambiamento della composizione etnica della popolazione, in conseguenza dei consistenti flussi di immigrazione che hanno interessato l’area stessa soprattutto nel corso degli anni 1990. La ridistribuzione della popolazione e le trasformazioni funzionali indotte dal centro della regione-città hanno ugualmente modificato la rete degli spostamenti pendolari, talora invertiti (da M. verso l’Hinterland) e comunque molto intensi. Del resto, la mobilità per lavoro, acquisti, studio, ricreazione è uno degli aspetti salienti della vita in quest’area: essa è resa possibile da una gamma imponente e diversificata di infrastrutture di trasporto.

Alla ridistribuzione della popolazione si sono accompagnati, inoltre, processi di rilocalizzazione dell’industria, soprattutto per quanto concerne i comparti metalmeccanico, del tessile-abbigliamento e delle calzature, che si sono in molti casi trasferiti dai comuni metropolitani della cintura settentrionale a quelli della cintura meridionale, verso altre aree della provincia e anche al di fuori di questa (Varesotto, Comasco, asse Bergamo-Brescia). Attorno alle attività industriali continua a ruotare l’economia della provincia: infatti, sebbene la presenza di queste sia diminuita nel territorio per quanto concerne i comparti delle funzioni propriamente manifatturiere, le stesse attività si rivelano, tuttavia, estremamente significative attraverso lo sviluppo di sempre più numerose funzioni terziarie legate alle imprese, con particolare riguardo al controllo di reti interregionali, e spesso internazionali, di servizi destinati alla promozione di settori tecnologici ad alto potenziale innovativo (fra cui i comparti automobilistico, della moda e del design). La provincia milanese ha confermato anche il suo primato nell’editoria: accoglie infatti oltre il 20% degli editori nazionali, un terzo dei periodici e un quarto degli addetti ai servizi televisivi, ed è sede di gran parte delle esperienze più innovative nell’ambito della realizzazione di importanti sinergie fra settore editoriale, sistema formativo, infrastrutture e alta tecnologia. Sono, inoltre, cresciute le attività finanziarie, commerciali, culturali, i centri di ricerca e sviluppo, i servizi decisionali e quelli sociali, così che i settori del terziario e del quaternario occupano oltre i 4/5 della popolazione attiva della provincia. Sia per le attività industriali sia per quelle di servizio, M. si conferma nodo funzionale di centralità internazionale, come dimostra la presenza di circa un quarto delle imprese italiane a partecipazione estera.

In termini di valore aggiunto, la provincia è la più ricca d’Italia, con un reddito pro capite, nel 2007, di 39.442 euro, largamente superiore al dato nazionale (25.921 euro). Per consentire l’accessibilità a servizi specializzati, spesso di rango elevato, sono stati realizzati, per iniziativa di gruppi finanziario-immobiliari, alcuni nuovi centri-satellite nei pressi del capoluogo (Milano-San Felice, Milano Due e Milano Tre).

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