modi del verbo

modi del verbo

Enciclopedia dell'Italiano (2011)
di Mario Squartini

modi del verbo

1. Definizione

I modi del verbo sono sottoinsiemi di forme della ➔ coniugazione verbale caratterizzati da un complesso intreccio di proprietà semantiche, sintattiche e pragmatiche. Nel sistema verbale italiano si distinguono tradizionalmente sette modi: ➔ indicativo, ➔ condizionale, ➔ congiuntivo, ➔ imperativo, ➔ gerundio, ➔ participio, ➔ infinito.

2. Caratterizzazione semantica

Da un punto di vista semantico alcuni dei modi del sistema verbale italiano sono riconducibili alla categoria grammaticale della ➔ modalità, che esprime la necessità o la possibilità che la situazione indicata dal verbo si realizzi. In italiano l’impiego del modo condizionale permette, ad es., di presentare la situazione come possibile, subordinandone la realizzazione alla presenza di determinate condizioni (1 a.), mentre con l’imperativo la realizzazione di una situazione viene presentata come una necessità (1 b.) o come una possibilità (1 c.).

(1) a. avrebbe chiamato (se avesse potuto farlo)

b. chiamalo subito!

c. chiamalo pure!

A differenza del condizionale e dell’imperativo, l’indicativo può essere usato per riferirsi a dati di fatto reali senza esprimere alcun atteggiamento modale. Bisogna però anche considerare che al modo dell’indicativo vengono tradizionalmente attribuite le forme del ➔ futuro, le quali, denotando situazioni possibili ma non ancora realizzate, sono caratterizzate da un intrinseco valore modale. Il futuro assume poi un significato esclusivamente modale quando si riferisce a situazioni collocate nel presente (adesso saranno le quattro) o nel passato (in quel momento saranno state le quattro): è il cosiddetto futuro epistemico; una forma tipicamente modale come il condizionale viene anche usata con la funzione di futuro del passato (disse che sarebbe arrivato alle quattro).

Questa sovrapposizione di funzioni modali e temporali è il residuo di un parallelismo formale derivante da un originario rapporto etimologico tra futuro e condizionale che caratterizza complessivamente le lingue romanze (Squartini 2004). Da un punto di vista diacronico, le attuali forme di futuro e condizionale derivano infatti dalla sintesi di perifrasi tardo latine basate sullo stesso meccanismo di formazione: cantare ha(b)eo > cantaraio > canterò; cantare habui > *cantare he(bu)i > cantarei > canterei.

Come l’indicativo, anche il congiuntivo è caratterizzato dalla sovrapposizione di funzioni semantiche non omogenee, che includono il riferimento a diversi gradi di possibilità, ma possono anche denotare dati di fatto reali. In (2 a.) ci si riferisce, ad es., a un evento effettivamente verificatosi nel passato, che in combinazione con un’altra congiunzione concessiva (anche se invece di sebbene; ➔ concessione, espressione della) richiede l’indicativo (2 b.):

(2) a. sebbene sia arrivato in tempo, non abbiamo avuto modo di parlare

b. anche se è arrivato in tempo, non abbiamo avuto modo di parlare

Il valore semantico del congiuntivo come modo della possibilità emerge solo in determinati contesti sintattici e con determinati tempi (Mazzoleni 1991). Ad es., l’uso di un congiuntivo imperfetto (3 a.) e di un trapassato (3 b.) trasformano la concessiva di (2 b.) in una condizionale concessiva, in cui il parlante può costruire ipotesi con diversi gradi di possibilità:

(3) a. anche se arrivasse in tempo, non avremmo modo di parlare

b. anche se fosse arrivato in tempo, non avremmo avuto modo di parlare

3. Restrizioni sintattiche

Alcuni dei modi del sistema verbale italiano, tuttavia, non esprimono significati riconducibili alla nozione di modalità e possono essere identificati soltanto sulla base del loro comportamento sintattico. È tipicamente il caso dei modi non finiti (gerundio, participio, infinito), i quali, mancando dei tratti della flessione del verbo, hanno maggiori restrizioni sintattiche rispetto ai modi finiti (indicativo, condizionale, congiuntivo, imperativo).

Il ➔ gerundio, ad es., indica sempre dipendenza sintattica rispetto a un’altra frase (tornando a casa, mi resi conto di quanto era tardi), a un predicato verbale (arrivare correndo) o a una forma verbale con la quale il gerundio si può combinare per formare strutture perifrastiche (stavo tornando a casa) (➔ perifrastiche, strutture).

Pur mostrando un comportamento simile, ➔ participio e ➔ infinito sono caratterizzati da minori restrizioni sintattiche. A differenza del gerundio, il participio ammette anche l’omissione dell’ausiliare di modo finito in alcune frasi principali (finiti i compiti?), mentre l’infinito ricorre autonomamente in frasi principali, in particolare come imperativo negativo (non toccare!) ma anche come tempo narrativo (e noi tutti a ridere), dimostrando una ben maggiore autonomia sintattica rispetto agli altri modi non finiti (Fava & Salvi 1995: 50).

Anche tra i modi finiti ci sono gradi diversi di autonomia sintattica. Da questo punto di vista indicativo e condizionale, pur avendo un diverso valore semantico, mostrano un comportamento sintattico simile, che ne ammette l’uso nello stesso tipo di frasi principali (4 a. - 4 b.) e subordinate (4 c. - 4 d.):

(4) a. Gianni è contento

b. Gianni sarebbe contento (se lo sapesse)

c. so che Gianni è contento

d. so che Gianni sarebbe contento (se lo sapesse)

Il congiuntivo è caratterizzato invece da restrizioni sintattiche molto specifiche che variano a seconda del tipo di frase (principale, subordinata completiva, subordinata non completiva). La presenza di un congiuntivo in una frase principale richiede una modificazione della struttura intonativa (intonazione esclamativa; ➔ curva melodica; ➔ intonazione), che in alcuni casi si accompagna alla presenza di una marca di subordinazione come la congiunzione se in (5):

(5) se almeno Gianni fosse contento!

Nelle subordinate completive (➔ completive, frasi) l’uso del congiuntivo è prevalentemente legato al verbo della frase principale. Ad es., in (4 c.) e (4 d.) il verbo sapere non ammette il congiuntivo nella subordinata, ma non si tratta esclusivamente di una restrizione semantica dovuta al forte valore di certezza espresso dal verbo sapere. Il congiuntivo diventerebbe, infatti, accettabile modificando l’ordine sintattico dei costituenti con l’anticipazione della subordinata, il cui contenuto informativo viene così presupposto come un dato già noto nello specifico contesto discorsivo:

(6) che Gianni sia contento, lo so

Anche in altri tipi di subordinate la selezione del congiuntivo è dovuta a un intreccio di fattori semantici e sintattici. Ad es., nelle concessive (2) e (3) si incontrano restrizioni puramente sintattiche (in 2 a. è la presenza della congiunzione concessiva sebbene a richiedere obbligatoriamente il congiuntivo, nonostante ci si riferisca a dati di fatto reali), mentre in altri casi prevalgono i fattori semantici connessi con la modalità (in 3 a. è la presenza del congiuntivo che fa scattare l’interpretazione ipotetica della condizionale concessiva).

Da questo punto di vista il ➔ congiuntivo si pone in una posizione intermedia tra la funzione di modo della dipendenza sintattica che caratterizza soprattutto le forme non finite e il comportamento del condizionale, in cui prevale invece la funzione semantica di modo della possibilità (Schmitt-Jensen 1970; Schneider 1999; Prandi 2002).

4. Usi pragmatici

Nella caratterizzazione dei modi del verbo si deve riconoscere anche il loro ruolo come strumenti pragmatici, come mezzi cioè che permettono al parlante non solo di dire qualcosa ma anche di compiere delle vere e proprie azioni (atti linguistici) coincidenti con l’atto di parola (➔ pragmatica).

La funzione pragmatica è molto evidente nell’imperativo, che permette di dare ordini (1 b.) o concedere permessi (1 c.), ma si ritrova anche negli altri modi usati con la funzione di imperativo: il congiuntivo con le forme personali di cortesia (lo chiami subito, per favore!; ➔ cortesia, linguaggio della), l’infinito negativo (non chiamarlo!; ➔ negazione) o ancora l’infinito nei testi prescrittivi (prendere una casseruola, versare l’impasto …). Sono interpretabili pragmaticamente anche gli altri usi del congiuntivo in frasi principali, come il congiuntivo ottativo se almeno Gianni fosse contento!, in cui il valore modale di possibilità si associa alla particolare struttura sintattica e intonativa permettendo pragmaticamente al parlante di esprimere un desiderio.

Anche da questo punto di vista il congiuntivo si differenzia dal condizionale, la cui funzione pragmatica non si identifica con un atto linguistico definito ma consiste piuttosto nell’attenuazione della forza comunicativa di un enunciato (condizionale di cortesia: vorrei un bicchiere d’acqua; ➔ condizionale).

5. Il sistema dei modi dal latino all’italiano

Il sistema dei modi del verbo italiano ricalca l’architettura generale del sistema latino con l’aggiunta del modo condizionale, che entra in competizione funzionale con il congiuntivo assorbendone alcuni usi modali (soprattutto nelle frasi principali) e contribuendo così alla specializzazione del congiuntivo come modo della dipendenza sintattica (Tekavčić 1972).

Significativi cambiamenti sono anche avvenuti nell’ambito dei modi non finiti usati come forme nominali del verbo (le due forme di supino e il gerundio) o come aggettivi deverbali (il gerundivo laudandus «che deve essere lodato»). Il supino e il gerundivo non sono stati continuati, mentre si è avuta un’evoluzione funzionale del gerundio, che ha ceduto all’infinito gli usi come forma nominale del verbo (ars amandi «l’arte di amare»), sviluppando invece le funzioni come modo della subordinazione.

I modi non finiti sono stati anche particolarmente interessati da una generale ristrutturazione nell’ambito dell’espressione della temporalità che ha portato alla riduzione delle forme dedicate all’espressione del futuro, in parte sostituite dal condizionale nella sua funzione di futuro del passato (➔ temporalità, espressione della). Nel comparto dei modi finiti non ci sono più tracce dell’imperativo futuro (usato in latino per indicare posteriorità rispetto ad altre forme di imperativo), mentre tra i modi non finiti sono scomparse tutte le forme con valore di futuro, il participio futuro (amaturus -a -um), l’infinito futuro attivo (amaturus -a -um esse) e passivo (amatum iri). Sempre nell’ambito dei modi non finiti, il participio presente (Benincà & Cinque 1991: 605; Luraghi 1999) continua a esistere formalmente, ma da un punto di vista funzionale ha ridotto i suoi impieghi propriamente verbali ai soli predicati che indichino una proprietà statica (le misure riguardanti gli stranieri), mentre è autonomamente produttivo in funzione nominale (edicolante) e aggettivale (ambivalente).

Studi

Benincà, Paola & Cinque, Guglielmo (1991), Il participio presente, in Renzi, Salvi & Cardinaletti 1988-1995, pp. 604-609.

Fava, Elisabetta & Salvi, Giampaolo (1995), Tipi di frasi principali. Il tipo dichiarativo, in Renzi, Salvi & Cardinaletti 1988-1995, pp. 49-69.

Luraghi, Silvia (1999), Il suffisso “-ante/-ente” in italiano: fra flessione e derivazione, in Fonologia e morfologia dell’italiano e dei dialetti d’Italia. Atti del XXXI congresso della Società di Linguistica Italiana (Padova, 25-27 settembre 1997), a cura di P. Benincà, A. Mioni & L. Vanelli, Roma, Bulzoni, pp. 261-272.

Mazzoleni, Marco (1991), Frasi avverbiali: ipotetiche e concessive, in Renzi, Salvi & Cardinaletti 1988-1995, pp. 751-817.

Prandi, Michele (2002), C’è un valore per il congiuntivo?, in Intorno al congiuntivo, a cura di L. Schena, M. Prandi & M. Mazzoleni, Bologna, CLUEB, pp. 29-44.

Renzi, Lorenzo, Salvi, Giampaolo & Cardinaletti, Anna (a cura di) (1988-1995), Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, il Mulino, 3 voll. (vol. 2º, I sintagmi verbale, aggettivale, avverbiale; la subordinazione, 1991; vol. 3º, Tipi di frasi, deissi, formazione delle parole, 1995).

Schmitt-Jensen, Jørgen (1970), Subjonctif et hypotaxe en italien, Odense, Odense University Press.

Schneider, Stefan (1999), Il congiuntivo tra modalità e subordinazione. Uno studio sull’italiano parlato, Roma, Carocci.

Squartini, Mario (2004), La relazione semantica tra futuro e condizionale nelle lingue romanze, «Revue Romane» 39, pp. 68-96.

Tekavčić, Pavao (1972), Grammatica storica dell’italiano, Bologna, il Mulino, 3 voll., vol. 2º (Morfosintassi).

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