BONAPARTE, Napoleone Luigi

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 11 (1969)

di Fiorella Bartoccini

BONAPARTE, Napoleone Luigi. - Nacque a Parigi l'11 ott. 1804 da Luigi e da Ortensia Beauharnais. Con la morte del primogenito Carlo Napoleone (1807), cominciarono presto a riversarsi su di lui, erede presunto di Napoleone che non aveva ancora figli, attenzioni e onori: nel 1808 fu creato duca di Berg e Clèves, e a lui pensò anche l'imperatore come a un possibile re d'Italia. Le sue intenzioni si scontravano, però, con l'intransigente rigidezza di Luigi, che difendeva la propria autorità paterna, con uno spirito di ostile polemica nei confronti del potente fratello, con cui era in contrasto anche politico. Il 1º luglio 1810 il padre, abdicando, lasciava al figlio la corona d'Olanda; pochi giorni dopo Napoleone gliela toglieva, annettendo il paese alla Francia, ma continuò ad accordare al bambino attenzioni e promesse: conclusosi con una separazione il matrimonio tra Luigi e Ortensia, che non aveva mai conosciuto molte pause di serenità, egli affidò alla madre la custodia del B. e del fratello minore Luigi Napoleone, sorvegliando personalmente la loro educazione.

La nascita del re di Roma riportò il B. nell'ombra; pochi anni dopo la caduta dell'Impero faceva di lui un esule. Sconfitto nel faticoso tentativo di ottenere l'annullamento del matrimonio, il padre riusciva con un clamoroso processo ad avere la custodia del figlio, e con lui si recava a Roma, mentre Ortensia si stabiliva con l'altro in Svizzera.

A Roma, uno dei più accoglienti rifugi dei Bonaparte, erano già Letizia, il card. Fesch, Luciano, Girolamo e Paolina: le autorità pontificie non facevano pesare con dura mano la sorveglianza imposta dagli alleati, tentando anzi di attutire le imposizioni degli ambasciatori francese e napoletano. Anche costoro, però, se tendevano a opprimere con provocatori sospetti i fratelli dell'imperatore, si fermavano sulla soglia di palazzo Salviati, dimora di Luigi: lo proteggevano il ricordo dei suoi contrasti con Napoleone e delle sue rinunzie, il riconoscimento del suo atteggiamento di stretto lealismo verso il nuovo ordine e della sua profonda religiosità, la constatazione del suo isolamento, aggravato da un carattere malinconico e aspro, da una malattia che gli inceppava i movimenti.

A fianco del padre, che gli imponeva una formazione pedante e bigotta, ritmata da una rigida disciplina, tanto più pesante quanto più egli si credeva in dovere di distruggere i germi dell'educazione materna, il B. crebbe chiuso e riservato, ben diverso dall'impetuoso e brillante fratello che viveva nell'ambiente di Ortensia. La sua viva intelligenza lo portò ad approfondire gli studi, soprattutto letterari, e sebbene il clima familiare non fosse favorevole al culto del mito napoleonico, anche in lui esaltato dai ricordi infantili e mortificato dalla realtà presente, si alimentò una vena politica di ribellione contro il mondo della Restaurazione. Fra i suoi molti istitutori, dal 1821 fu per tre anni l'ex colonnello napoleonico P. D. Armandi, rimasto legato alla famiglia.

Nel luglio 1826 il B., attuando uno degli ultimi desideri di Napoleone, che voleva i giovani nipoti sposati fra di loro, prese in moglie la cugina Carlotta, figlia dell'ex re Giuseppe, e andò a stabilirsi a Firenze: era la liberazione dal ristretto ambiente paterno, la possibilità di ampliare conoscenze e interessi, di stringere più fitti e regolari rapporti con la madre e con il fratello. Con la giovane sposa, finissima disegnatrice, si dedicò con successo all'incisione; scrisse traduzioni e libri di storia (Vie d'Agricole par Tacite, Florence 1829; Le Sac de Rome parJacques Bonaparte,témoin oculaire, ibid. 1830; Histoire de Florence, ibid. 1833). Si occupò anche di iniziative di carattere industriale e tecnico, curando l'installazione di una cartiera a Seravezza e pubblicando sull'Antologia del Vieusseux (aprile 1828, pp. 178-183; settembre 1828, pp. 193-195), sotto forma di lettere, due scritti sui globi aerostatici. Fra i suoi numerosi amici erano artisti, come P. B. Mercuri e L. Bartolini, rappresentanti della cultura, come P. Giordani, e uomini politici, quegli stessi uomini che stavano animando, con i loro complotti e con i loro ideali, la vita segreta delle sette. Ex ufficiali napoleonici, in genere, come Armandi e come C. De Laugier, a cui il B. confidò la propria speranza di riscossa politica e di aiuto all'Italia.

Nel 1830 la rivoluzione trionfante in Francia e il riconosciuto principio della sovranità popolare che portava sul trono Luigi Filippo dettero concretezza ai problemi e vigore alle speranze: "Tous deux semblèrent renaître au bruit des événements de Paris" scriverà Ortensia, ricordando l'esaltazione dei figli (Mémoires, III, Paris 1927, p. 173). Più cauto e prudente il maggiore, nei confronti del fratello che si esponeva maggiormente nel gioco delle provocazioni; era forse più conscio delle proprie responsabilità e dei propri doveri: dopo il duca di Reichstadt era il primo nella lista di successione della dinastia napoleonica.

Il significato, il valore e i limiti dell'attività svolta dai giovani Bonaparte in quegli anni (oltre ai figli di Luigi, erano in agitazione quelli di Girolamo e di Luciano, di Baciocchi e di Murat), come anche il significato, il valore e i limiti del "bonapartismo" dei loro sostenitori e alleati costituiscono un interessante problema storico, che sfugge però anche ad approfondite indagini. Oltre a una difficoltà concreta di documentazione, tutto appare, da una parte e dall'altra, confuso, incerto e sfumato: si incontrano sentimenti più che idee, vaghe velleità più che programmi precisi, incerti cammini più che strade sicure. Nei rivoluzionari, le cui forze già si frammentavano nell'intrigo talvolta contradditorio delle società segrete, al ricordo di antichi ideali si accompagnava la speranza di aiuti materiali e di qualificazioni politiche: "I Napoleonidi erano allora tenuti come simbolo di rivoluzione, come pernio intorno al quale si riannodassero con sicurezza gli intolleranti dei vecchi governi..." scriverà il repubblicano F. Scifoni (Rimembranze, ms., Roma, Museo Centrale del Risorgimento, vol. 247, f. 27 v). Anche da parte dei giovani Bonaparte la stessa incerta ambiguità: Francia e Italia, repubblica e monarchia, diritti del Reichstadt e possibilità di reggenze; sicura appare solo l'ansia di emergere, in qualunque maniera e in qualunque campo, nella lotta contro i regimi esistenti, per ideali di libertà e di indipendenza. Chiamato a giustificarsi, nel 1831, Luigi Napoleone dichiarerà allo zio Giuseppe che era venuto il momento di mostrare che la famiglia di Napoleone "non contente de l'illustration que son chef avait répandu sur elle, voulait la mériter et s'en rendre digne, et qu'elle faisait autant de cas d'une couronne civique que d'un bandeau royal. Aussi dès que nous entendîmes en Italie retentir les cris de liberté nous ne pensâmes qu'à embrasser une cause qui nous parut noble et iuste" (J. Bonaparte, Lettres d'exil, a cura di H. Fleischmann, Paris 1912, p. 18 5).

A Firenze, nel dicembre 1830, Napoleone era stato informato da F. Canuti dei preparativi in corso per la rivolta nell'Italia centrale; qualche giorno dopo aveva incontrato C. Menotti, che aveva chiesto il suo appoggio, senza nulla promettere: solo una costituente avrebbe deciso la sorte del nuovo libero Stato. A questo ultimo colloquio era presente anche Luigi espulso da Roma, dove era stato uno dei protagonisti del fallito colpo di mano del 10 dicembre: rivoluzionari di varia origine, esuli corsi, uomini di casa Bonaparte, come il maestro d'arme Vito Fedeli, e giovani rampolli della famiglia avevano complottato per abbattere, nel cuore stesso dello Stato, la sovranità del pontefice. A Menotti i due fratelli non chiesero niente: promisero solo il proprio appoggio.

Il 20 febbr. 1831 essi partivano segretamente alla volta dell'Umbria, dove erano le truppe del generale Sercognani. Si fermarono a Spoleto, e mentre Luigi metteva a frutto i suoi studi di artiglieria, Napoleone s'impegnò militarmente in un piccolo scontro. Presto si accorsero, però, che il loro gesto risuonava troppo clamorosamente sulla scena diplomatica europea, provocava il grido di allarme della S. Sede e dell'Austria, l'imbarazzo, se non addirittura la protesta, di molti rivoluzionari italiani, che, a parte il timore di sviluppi pericolosi per le proprie idealità repubblicane, si accorgevano del grande errore politico commesso, permettendo alle forze reazionarie di agitare, soprattutto agli occhi della Francia, fautrice del principio di non intervento, i fantasmi della restaurazione bonapartista. Allarmata, inquieta, irritata, anche la prima generazione dei Bonaparte si era intanto mossa per frenare e sconfessare l'opera degli sconsiderati discendenti.

"Pour bien juger les choses, il faut les voir froidement - aveva scritto qualche tempo prima la vecchia nonna a Luigi Napoleone -. Attendons les événements pour les juger. Vous voyez que je prêclie. J'espère que vous ne vous en formaliserez pas: c'est une vieille tête que l'expérience et le temps ont refroidie, qui voudrait faire rentrer dans de justes bornes une tête jeune et ardente qui lui est chère" (Lettere di Letizia Bonaparte, a cura di P. Misciatelli, Milano 1936, pp. 206 s.). I Bonaparte della prima generazione erano stati messi ai margini della vita ufficiale della Restaurazione, ma non respinti o travolti: la saggia decisione aveva permesso ai vincitori di Napoleone di non alimentare la loro ribellione e di esercitare un più diretto controllo. Invecchiati e stanchi, essi si mantenevano da anni sul filo di un difficile equilibrio, tesi alla mitizzazione degli ideali rivoluzionari e imperiali ma timorosi di veder prender loro consistenza reale, un equilibrio che l'agitazione della seconda generazione rischiava ora di travolgere. Luciano, Girolamo e Luigi furono netti e duri nella condanna.

Diversa nelle premesse se non nella conclusione la posizione di Giuseppe: nel lontano rifugio americano era meno condizionato dalla necessità di sopravvivenza dei fratelli e, in qualità di capo della famiglia, più preoccupato di difendere i diritti del duca di Reichstadt al trono del padre. Si era anche lui mosso, nel 1830, ma con una manovra che, se da una parte sembrava appoggiarsi sul diritto popolare e sul plebiscito, con un'esaltazione di valori e di principi cui non era estranea la sua nuova esperienza della democrazia americana, tendeva nella sostanza a far leva sul diritto di legittimità, sugli interessi di Vienna, sul ricorso alle cancellerie. Anch'egli, in definitiva, fu ostile alla iniziativa dei nipoti, che sceglievano l'altra parte della barricata, l'inserimento nell'insurrezione armata, la sfida rivoluzionaria.

Mentre Ortensia si metteva personalmente alla ricerca dei figli, un emissario di Girolamo, il barone Stoelting, dopo un inutile colloquio con i due fratelli (Napoleone ribadiva clamorosamente con una lettera al pontefice la richiesta di un volontario abbandono del potere temporale), si recava dal generale Armandi, uno dei capi della rivolta, comandante della piazza di Ancona. Preoccupato anch'egli delle ripercussioni politiche della presenza dei Bonaparte nell'Italia centrale, questi, chiamatili presso di sé, li allontanò poi verso Bologna. Da qui i due fratelli partivano, il 6 marzo, per la Romagna. A Forlì, Napoleone, ammalatosi gravemente di rosolia, decedeva il 17 marzo 1831; non mancarono voci di avvelenamento e i funerali dettero occasione a un'imponente manifestazione di patriottismo.

La sua morte faceva avanzare di un gradino nella lista di successione il fratello Luigi; l'anno seguente la scomparsa del duca di Reichstadt gli aprirà completamente la via al trono di Francia: sarà il futuro Napoleone III.

Fonti e Bibl.: F. Wouters, Les Bonaparte dépuis 1815, Paris 1847; F. Masson, Napoléon et sa famille, Paris 1897-1919, III, pp. 18 ss., 77 ss.; IV, pp. 335 ss.; V, pp. 218 ss., 281 ss.; VII, pp. 124 ss.; XI, pp. 91 ss.; XII, pp. 289 ss.; G. Sforza, Un fratello di Napoleone III mortoper la libertà d'Italia, in Riv. stor.del Risorg. ital., III (1898), pp. 429-453; Id., Un fratello diNapoleone III morto perla libertà d'Italia:nuovi studi, Lucca 1920; G. P., Due napoleonidi e P. Giordani, in Aurea Parma, (1921), estratto; P. Pecchiai, I Bonaparte incisori, in Maso Finiguerra, III (1938), pp. 303 ss.; D. Amgeli, I Bonaparte aRoma, Milano 1938, pp. 287-293, 305-314 (per Luigi Napoleone); F. Charles-Roux, Rome asile des Bonaparte, Paris 1952, pp. 141 ss., 165 ss.; A. Corsini, I Bonaparte a Firenze, Firenze 1961, ad Indicem; Diz. del Risorg. naz., II, p. 343. In particolare, per l'atteggiamento politico e gli avvenimenti del 1830-1831: P. D. Armandi, Ma part aux événements importants de l'Italie centrale en 1831, Paris 1831, pp. 12 s., 25-33; G. Ruffini, Le cospirazioni del 1831nelle memorie di E. Misley, Bologna 1931, pp. 77, 86 ss., 240-247; R. Ciampini, I B. e Cesarede Laugier. Lettere inedite, in Rass. stor. del Risorg., XXII (1935), pp. 443-451; Mémoires de Valérie de Masuyer,dame d'honneurde la reine Hortense, Paris 1937, pp. 117-153; C. de Laugier, Concisi ricordi di un soldato napoleonico, a cura di R. Ciampini, Torino 1942, pp. 110-112; P. Silva, La monarchia di luglio e l'Italia, Torino 1917, pp. 82-88; A. Solmi, C. Menotti e l'idea unitarianell'insurrezione del 1831, Modena 1931, pp. 17, 175, 185; R. Del Piano, Roma e la rivoluzione del 1831, Imola 1931, ad Indicem (con ulteriore bibliografia); E. Gaddi Pepoli, La morte di N. L.B. a Forlì. Forlì 1931.

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