ORSINI, Napoleone

ORSINI, Napoleone

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 79 (2013)
di Giulia Barone

ORSINI, Napoleone. – Figlio di Rinaldo e di Ocilenda – secondo alcuni figlia di Stefano II Conti o, più probabilmente, di un Boveschi – nipote di Giangaetano Orsini (Niccolò III) e cugino del cardinale Matteo Rosso, nacque a Roma nel 1260 circa.

Dovrebbe aver studiato le arti del Trivio a Roma; poi, intorno al 1280, come molti altri aristocratici romani sarebbe stato inviato a Parigi per completare la sua preparazione culturale, ma gli anni della sua prima giovinezza sono avvolti nell’ombra. Intorno al 1280 Niccolò III gli concesse una grangia sive domus, dipendente dall’abbazia di S. Martino di Tours, cui però non era legato alcun beneficio ecclesiastico. Alla morte del padre, divenne praticamente il capo del ramo degli Orsini che aveva la sua sede principale a Marino. Dall’inizio del 1286 compare nella documentazione come cappellano di Onorio IV. Alla morte di questi, il suo successore, Niccolò IV, nella prima promozione, lo elevò al cardinalato (15 maggio 1288); da allora e fino alla morte fu cardinale diacono di S. Adriano.

La sua promozione fu probabilmente ispirata dalla volontà del pontefice di mantenere l’equilibrio fra le grandi famiglie baronali all’interno del Sacro Collegio; nello stesso giorno venne infatti promosso alla porpora anche Pietro Colonna. Gli Orsini potevano perciò contare su due cardinali (Matteo Rosso e Napoleone) e i Colonna su un pari numero (Giacomo e Pietro).

Durante il pontificato del primo papa francescano non ebbe incarichi di particolare rilievo; la sua appartenenza a una potente famiglia romana suggerì forse a Niccolò di affidargli, per ben due volte, l’arduo compito di recuperare i beni delle abbazie cistercensi di S. Anastasio e di S. Pancrazio, detenuti illegalmente da alcuni nobili e milites non meglio identificati.

Durante i due anni di sede vacante che fecero seguito alla morte di Niccolò IV Napoleone non pare aver svolto un ruolo particolare, ma in quel periodo cominciò a manifestarsi la sua abilità politica. Nel 1293 riuscì infatti a combinare il matrimonio tra il fratello Orso e Margherita, erede della contea aldobrandesca. In quello stesso anno il Comune di Montalto, in cambio del suo appoggio contro Tuscania, lo nominò potestas et protector.

Non avendo abbandonato la carica al momento stabilito, Napoleone e il fratello Orso furono cacciati con la violenza dal castrum, che però si rivolse nuovamente al cardinale nel 1307. Dopo una decina d’anni, contrassegnati da nuovi tentativi di rivolta, nel 1316 Orsello Orsini, nipote di Napoleone, assunse il dominio perpetuo e la podesteria di Montalto con tutti i suoi introiti.

Il nome illustre, la parentela con Matteo Rosso, il cardinale più influente in Curia, valsero a Napoleone anche il favore di Carlo II di Angiò, che concesse in feudo a due suoi parenti la metà della contea di Tagliacozzo.

La notizia della morte di Orso Orsini, giunta inaspettata nel pieno del conclave riunito nel 1294 a Perugia, insieme alle pressioni politiche del sovrano angioino, avrebbero infine indotto i cardinali a trovare un accordo sul nome dell’eremita Pietro da Morrone che prese il nome di Celestino V. Napoleone, impegnato nelle esequie del fratello, non partecipò all’elezione ma aderì immediatamente dopo alla scelta e fu inviato all’Aquila per convincere il neoeletto a recarsi a Roma per l’incoronazione. Il pontefice fu però irremovibile e fu Napoleone a rivestirlo delle insegne pontificie (ma non a incoronarlo).

Durante i pochi mesi di regno, Celestino ebbe il tempo di accogliere la richiesta di alcuni frati minori che, giudicando l’evoluzione dell’Ordine francescano un tradimento della volontà del fondatore, chiedevano di poter osservare non solo la Regola, approvata da papa Onorio III nel 1223, ma anche il Testamento dettato da Francesco poco tempo prima della sua morte (1226) e di essere sottratti all’autorità dei loro superiori. Al gruppo di zelanti il pontefice concesse di vivere nei monasteri della congregazione di benedettini riformati da lui fondata, continuando però a osservare la Regola francescana. A questi pauperes heremite domini Coelestini il papa diede come ‘protettore ufficioso’ Napoleone Orsini, che però non poté o non volle far nulla in loro favore quando, pochi mesi dopo, il successore di Celestino cassò, insieme a molte altre disposizioni del vecchio pontefice, anche questa.

Il 13 dicembre 1294 Celestino abdicò a Napoli e immediatamente dopo il Collegio cardinalizio elesse a larga maggioranza Benedetto Caetani, che prese il nome di Bonifacio VIII. Anche questa volta Napoleone non partecipò né alle discussioni che precedettero l’abdicazione né all’elezione; malato, non aveva potuto raggiungere la Curia a Napoli. Durante i primi anni del pontificato di papa Caetani, Napoleone ebbe un primo scontro con lui quando fu costretto – nel 1296 – a rinunciare alla tutela di Maria, figlia del fratello Orso e di Margherita quando quest’ultima venne sposata al nipote del papa, Roffredo Caetani. Ma il pontefice non poté negare a Napoleone il rispetto e la considerazione che gli erano garantiti dalla sua appartenenza a una famiglia che aveva a lungo e lealmente servito la Chiesa e che era schierata a fianco di Bonifacio nel suo scontro con i Colonna. Così, il 15 maggio 1300, Napoleone fu nominato vicario in spiritualibus et in temporalibus nella Marca anconetana e nel Ducato di Spoleto, nonché legato papale nelle stesse province e a Perugia, col compito di riportare la pace e ricondurre Gubbio sotto l’obbedienza alla Chiesa. Con l’aiuto di Spoleto, Gubbio venne riconquistata, ma Bonifacio sostituì molto rapidamente Napoleone nel delicato compito. Nel giugno 1301 rettori in temporalibus furono infatti nominati due nipoti del papa, Pietro e Benedetto Caetani, mentre Napoleone diventava rettore della Sabina, di Terni, Otricoli e Stroncone (luglio 1301).

Non si sa esattamente per quali precisi motivi Napoleone maturò, in quel torno di tempo, una profonda avversione nei confronti di Bonifacio VIII. Membro di una famiglia di ormai antica nobiltà probabilmente non tollerava il nepotismo senza misura di un parvenu quale Caetani; lo spaventava certamente il suo autoritarismo insofferente di ogni controllo, il disprezzo per ogni forma di collegialità, il comportamento spietato nei confronti dei Colonna, di cui gli Orsini erano sì i concorrenti a Roma e in Curia, ma cui erano anche legati da parentela e che facevano parte dello stesso ristrettissimo ceto baronale. Non fornisce elementi il Memoriale, redatto nel 1305 da Pietro Colonna, in cui vengono elencati tutti coloro che avevano sofferto per il governo dispotico di Bonifacio e in cui Napoleone è citato senza ulteriori spiegazioni.

Quel che appare certo è che, probabilmente nel novembre 1302, quando il fratello di Filippo IV di Francia, Carlo di Valois, si trovava a Roma, Napoleone ebbe modo di manifestargli la sua preoccupazione per le condizioni in cui si trovavano la Chiesa, la fede e la Cristianità tutte nelle mani di un pontefice indegno e gli chiese di riferire il suo messaggio al sovrano. Nello stesso senso si sarebbe espresso anche in colloqui con il cardinale Giovanni Monaco e con l’inviato di Filippo, Musciatto Franzesi.

Quando, l’anno successivo, una spedizione guidata da Guglielmo di Nogaret e fiancheggiata da alcuni nobili laziali diede l’assalto al palazzo di Anagni in cui risiedeva Bonifacio, Napoleone era presente in città. Certamente non prese parte all’azione armata, ma, secondo alcuni, l’avrebbe favorita consegnando la chiave di Anagni a uno degli avversari del papa. Se il suo contributo al successo dell’attacco non è facilmente dimostrabile, si è comunque certi che il suo palazzo non venne assalito dalle truppe antipapali, che non risparmiarono le dimore dei cardinali ‘bonifaciani’ e che quando, pochi mesi dopo (febbraio 1304), Filippo IV provvide a ricompensare coloro che lo avevano ben servito nei fatti di Anagni, Napoleone ricevette una pensione annua di 1000 fiorini d’oro. Del resto fu lo stesso cardinale Matteo Rosso, suo zio, ad accusarlo, nel 1305, di aver partecipato all’azione contro Bonifacio (sulla possibile partecipazione di Napoleone ai fatti di Anagni v. Paravicini Bagliani, 2003, pp. 348, 351 e 362 s.; Boniface VIII en procès, 1995, p. 100 n.).

Morto papa Caetani, Orsini si impegnò a ottenere che Giacomo e Pietro Colonna fossero reintegrati nel Collegio cardinalizio, da cui Bonifacio li aveva allontanati nel 1297 e operò perché la politica papale arrivasse rapidamente a una conciliazione con la Francia di Filippo il Bello. Nel corso del conclave che si riunì a Perugia alla scomparsa di Benedetto XI, papa di transizione morto in quella città dopo un brevissimo pontificato, si mise alla testa di un partito di cardinali italiani contrari alla politica di Bonifacio e disposti, perciò, a eleggere anche uno straniero, purché questi realizzasse una salda alleanza con il re di Francia. Dopo una serie di complesse e abili manovre, riuscì a raggiungere il suo obiettivo con l’elezione di Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux, che prese il nome di Clemente V.

Fu una scelta di cui Napoleone si pentì amaramente, come risulta dalla lettera inviata a Filippo IV dopo la morte di Clemente (20 aprile 1314; Willemsen, 1927 pp. 204 s.). Questi aveva deluso tutte le sue aspettative e soprattutto non aveva mai voluto lasciare la Provenza, scegliendo di restare ad Avignone, mentre Roma era – per Napoleone Orsini – l’unica sede possibile per il successore di Pietro e fondamento della sua autorità. L’aver provocato la divisione tra i cardinali italiani e il conseguente abbandono di Roma è anche l’accusa che Dante Alighieri, nell’epistola XI, rivolge a Napoleone e al cardinale bonifaciano Jacopo Stefaneschi.

Clemente V dimostrò comunque la sua gratitudine a Napoleone; nel settembre 1306 lo nominò arciprete della basilica di S. Pietro, una carica, vacante dalla morte dello zio Matteo Rosso, che il cardinale mantenne fino alla morte e che gli consentì di riformare gli statuti del Capitolo vaticano (1337). Nel febbraio dello stesso anno il pontefice lo aveva nominato rettore in spiritualibus e legato in Tuscia, Romagna, Marca (Trevigiana), Ravenna e Ferrara. In questo periodo Napoleone ebbe accanto, come suo cappellano, Ubertino da Casale, una delle figure più eminenti dell’ala rigorista dell’Ordine dei minori.

Fu probabilmente grazie al francescano che il cardinale venne in contatto con le nuove forme di spiritualità femminile, connotata dal misticismo. Napoleone lesse con tanto interesse e partecipazione la Legenda di Margherita da Cortona (morta nel 1297) del minorita Giunta Bevegnate, da raccomandarne la diffusione anche al fine di predicarne le virtù. Di Chiara da Montefalco (morta nel 1308), che era riuscita a fargli pervenire la sua denuncia del pericolo rappresentato dalla Setta del libero spirito, favorì l’apertura del processo di canonizzazione, ispezionandone – insieme a Giacomo Colonna – il cuore, in cui si diceva si riconoscessero i segni della Passione (autunno 1308) e procedendo a una prima escussione di testi dei miracoli da lei operati fra il 1316 e il 1317. Nel 1318 fu poi chiamato a far parte della commissione di tre cardinali che doveva esaminare vita, virtù e miracoli della candidata alla santità e fu in gran parte lui a stendere la relazione in cui ne veniva raccomandata al papa la canonizzazione (1331). Infine, nel 1306, secondo la Legenda di Chiara da Rimini, avrebbe incontrato la pia donna e avrebbe offerto un primo riconoscimento alla comunità da lei fondata.

La morte di Bonifacio non pose fine all’inimicizia nutrita nei suoi confronti da Napoleone. Per questo, nel 1308, accolse la richiesta del re di Francia di adoperarsi per raccogliere testimonianze contro il defunto pontefice, accusato tra l’altro di eresia. Riuscì in effetti a identificare alcune decine di possibili testi e una decina di loro depose ad Avignone contro Caetani. Napoleone, da parte sua, venne prima ascoltato informalmente dallo stesso Clemente V insieme ad altri tre cardinali italiani (13 aprile 1311) e, il giorno dopo, consegnò una testimonianza scritta in cui però non entrava nel merito delle accuse rivolte a Bonifacio ma si limitava a esprimere un parere positivo sul «bonum zelum» che avrebbe animato il re di Francia nella sua azione contro Bonifacio (Boniface VIII en procès, 1995, pp. 788-792). Tuttavia, a onta dell’impegno e delle pressioni esercitate da Filippo IV, non si arrivò mai alla condanna di papa Caetani.

In quello stesso torno di tempo la Chiesa era impegnata in un nuovo Concilio, riunito a Vienne, che aveva all’ordine del giorno anche il perdurante dissidio, all’interno dell’Ordine dei minori, in tema di povertà. Orsini e i due cardinali Colonna appoggiarono gli spirituali; se Giacomo Colonna aveva preso sotto la propria protezione Angelo Clareno, Napoleone – che potrebbe essere stato in contatto anche con Arnaldo da Villanova – continuò a garantire il suo appoggio a Ubertino da Casale. Anche quando, negli anni successivi, gli zelanti francescani dovettero subire la persecuzione da parte della gerarchia dell’Ordine, Ubertino – che aveva formalmente vestito l’abito benedettino ed era entrato a far parte della comunità di Gembloux – poté continuare a risiedere ad Avignone e venne persino consultato da Giovanni XXII in merito alla questione della povertà (marzo 1322); solo nel 1325 il pontefice ne chiese la cattura, dopo che si era allontanato da Avignone facendo perdere le sue tracce.

Morto Clemente V nel 1314, si aprì un altro difficilissimo conclave, destinato a durare oltre due anni. Anche questa volta venne eletto il candidato su cui, nella fase finale, aveva puntato Napoleone, Jacques Duèse, ex cancelliere del re di Napoli e dotto canonista. Ma anche questa volta Napoleone venne deluso nelle sue speranze di vedere il papato tornare a Roma. Fu per questo che, negli anni Venti, si avvicinò sempre di più alla monarchia aragonese. Nel dinamismo espansivo di Giacomo II, già signore della Corsica e della Sardegna, con il consenso papale, Napoleone vedeva l’unica possibilità di stabilire un potere forte nell’Italia centrale, facendo perno su Pisa, in grado di contenere la forza del Ducato milanese e garantire quella pace che era condizione ineludibile per il rientro del pontefice a Roma. Questa sua scelta, che non può essere spiegata solo dalla cospicua rendita che gli veniva pagata dall’aragonese e neanche dal suo presunto spirito ghibellino, che sempre negò, lo pose in conflitto con Giovanni XXII, convinto di doversi appoggiare alla potenza francoangioina, anche quando questa si rivelava debole e inefficace. Negli ultimi anni di vita del pontefice a questi dissensi di natura politica si aggiunse anche una divergenza su temi teologici con il fermo rifiuto da parte di Orsini dell’interpretazione della visione beatifica proposta da Giovanni XXII.

Morì ad Avignone il 23 marzo 1342.

Grazie alle sue relazioni politiche, agli introiti legati alla sua posizione in Curia e a un indubbio talento per la buona gestione degli estesi possessi (case a Roma, castello a Marino, proprietà a Civitavecchia e in Sabina), Napoleone accumulò una grande ricchezza, di cui non possiamo valutare interamente l’ammontare. Sappiamo infatti che nel 1337 fece testamento, ma il testo è andato perduto. Dal codicillo superstite, del 1341, risulta una donazione di 10.000 fiorini d’oro per la basilica vaticana, dove aveva scelto di essere sepolto, e in cui voleva fossero celebrati anniversari solenni per la sua anima e quella del padre Rinaldo, della madre Ocilenda e di tutti loro discendenti, e di 2000 in favore della chiesa di S. Adriano, di cui era titolare, oltre a numerosi legati. Il cardinale accenna al tesoro che aveva nella sua casa, consistente in oro, argento, pietre preziose e libri. Nessuno di questi oggetti è stato identificato ma si sa che nella cappella della sua residenza avignonese aveva il Polittico della Passione di Simone Martini, oggi smembrato fra diversi musei; in una delle monache che assistono alla deposizione si è voluto vedere Chiara da Montefalco. Al grande pittore senese, secondo una testimonianza di Petrarca, avrebbe anche commissionato un ritratto, perduto.

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