ACCIAIUOLI, Niccolò

ACCIAIUOLI, Niccolò

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 1 (1960)
di Emile G. Léonard

ACCIAIUOLI, Niccolò. - Nato il 12 sett. 1310, a Monte Gufoni in Val di Pesa, da Acciaiuolo e da Guglielmina de' Pazzi, era di un ramo bastardo, essendo suo padre, come dice Filippo Villani, "nato naturalmente e un poco meno che legittimo" (Vite di illustri fiorentini,in Croniche di G., M., F. Villani,II, p. 452).

Il ritratto che il cronista fa dell'A. è abbastanza benevolo: "di mediocre statura, petto ampio e largo, ampia faccia, lineamenti virili e membra convenientissimamente proporzionate, di bello aspetto, ed essendo senza lettere, di facondia meravigliosa." "Senza lettere" non esclude che abbia avuto, come ebbe, a Firenze, lo stesso maestro del Boccaccio, Giovanni Mazzuoli da Strada, il padre di Zanobi. Non studiò, però, a fondo il latino: ne è riprova e non smentita, l'affettazione con cui dissemina le sue lettere di massime - sempre le stesse - in questa lingua.

Sposò nel 1328 Margherita degli Spini, dalla quale ebbe quattro figli: Lorenzo, Angelo, Lorenzo e Benedetto. Inviato nel 1331 a rappresentare la società commerciale paterna a Napoli, il Boccaccio (F. Corazzini, Lettere ed. ed ined. di G.B.,Firenze 1877, lett. ad A. Nelli, p. 131) ricorderà che il suo antico compagno vi era arrivato come mercante, seguito da un solo domestico, come egli stesso aveva incominciato. Ma l'A., smanioso di far fortuna, entrò presto al servizio della cognata del re Roberto, la principessa di Taranto, Caterina di Valois-Courtenay, di cui diventò l'amante, andando, dal 1338 al 1341, a patrocinare i suoi diritti in Grecia. Vi guadagnò, oltre a numerose altre terre, la baronia di Calamata, dove fece innalzare una imponente fortezza. Al suo ritorno, il re Roberto lo nominò giustiziere della più bella provincia del Regno, la Terra di Lavoro. Dopo la morte del sovrano, l'A. dedicò i suoi servigi particolarmente a Luigi di Taranto e combinò il suo matrimonio con la regina Giovanna, dopo l'assassinio del suo primo marito, Andrea di Ungheria, delitto cui egli non era stato forse del tutto estraneo. Quando Giovanna dovette rifugiarsi in Provenza, seppe rafforzare le buone disposizioni della Curia pontificia verso di lei, le spianò la via del ritorno e, precedutala a Napoli, fece in modo che potesse ristabilirvisi (17 ag. 1348): poco prima l'A. era stato nominato gran siniscalco del Regno e conte di Terlizzi. Per tre anni egli fomentò la lotta attraverso la quale Luigi di Taranto strappò il potere alla regina; il cambio della contea di Terlizzi con quella di Melfi ed altre donazioni ne fecero uno dei più ricchi e potenti signori del Regno; nell'estate del 1349 diventò capitano generale del ducato di Calabria. D'altra parte gli atti di forza, con cui egli spingeva il principe contro sua moglie, gli valsero un tentativo di assassinio ad opera dei partigiani di quest'ultima (16 giugno 1350). Quando i Marsigliesi, nell'autunno del 1350, riuscirono a liberare Giovanna, per condurla in Provenza insieme con Luigi di Taranto, semiprigioniero, fu l'A. a strapparli loro di mano ed a stroncare così definitivamente la resistenza del partito della regina. Si fece allora cedere i diritti della corte sulla città di Prato. A partire da quel momento, rimasto Luigi di Taranto solo detentore del potere, l'A. ebbe la direzione politica del Regno.

Per quanto equivoci fossero i suoi metodi, una tale ambizione non poteva essere spregevole. I suoi nemici trovarono nuovo appiglio per denigrarlo in quel suo gusto per la magnificenza, in cui essi, molto ingiustamente, non vedevano che ostentazione e vanagloria. "Il cuore mi giudica gran cosa", scriveva egli a suo padre prima di partire per la Grecia (lett. pubbl. da E. G. Léonard, Jeanne Ière,I, p. 184, n. 3) e F. Villani riprende questa espressione nelle sue Vite di illustri fiorentini:"sempre nell'animo si stimava di sé cose maggiori".Inoltre egli era "il Grande" per mestiere, poiché si designava così il gran siniscalco, per distinguerlo dai semplici siniscalchi della reggia. Così, votato alla grandezza, gli accadeva di recitare la parte, talvolta forse quasi in chiave di commedia: "magnanimo el dicono molti - scrive Boccaccio -la qual cosa con tutti gli orecchi riceve" (Corazzini, p. 162).

Impresa notevole era stata la restaurazione degli Angiò a Napoli dopo l'invasione ungherese. Neppure due anni dopo, egli si proponeva di "recuperare lo reame di Gerusalemme, apresso recuperata la Sicilia" (lettera pubblicata dal Léonard, N. A. victime de Boccace, p. 141). Ed in effetti, tra il febbraio 1354 e l'estate dello stesso anno, egli riuscì a riconquistare l'isola, eccettuata il Val Demone e le città Messina e Catania. Questa impresa, vanamente tentata dalla casa d'Angiò, dai Vespri in poi, fu interrotta dalle liti della famiglia reale e dalle incursioni di una compagnia di ventura nel Regno. In attesa di poterla rinnovare, l'A. concepì il progetto di far designare il fratello del re, Roberto di Taranto, come successore del re di Ungheria, Luigi il Grande, allora senza prole, per riavvicinare così i due rami della casa d'Angiò. Nella primavera 1356 si preparava ad andare a trattare con il sovrano magiaro, quando gli avvenimenti siciliani lo trattennero. Nel mese di settembre, Messina gli si arrendeva; Luigi di Taranto e Giovanna vi fecero il loro ingresso solenne il 24 dicembre. Restava da riconquistare solo Catania: l'A. aveva saputo restituire agli Angioini l'isola da cui erano stati scacciati settantacinque anni prima. Sfortunatamente per lui e per il Regno, questa politica veramente "magnanima" non sollevava che indifferenza e gelosia a corte, e urtava pure contro le circostanze esterne. Incapace di conquistare Catania, Luigi di Taranto subì una sconfitta decisiva ad Acireale, il 20 giugno 1357, ad opera del capopartito "catalano", Artale d'Alagona. Nello stesso tempo il duca di Durazzo, Luigi ed un gran signore, Giovanni Pipino, conte di Minervino, ribellatisi, facevano entrare alcune nuove compagnie nel Regno, mentre la Provenza era messa a ferro e fuoco da un capitano di ventura al soldo della corte di Francia, l'Arciprete, Arnaud de Cervole (luglio 1357-settembre 1358). Gli intimi del re approfittarono del disastro di Acireale, del quale l'A. non era in realtà affatto responsabile, per farlo allontanare dalla corte. Questa, tuttavia, fu ben lieta di mettere a profitto il prestigio personale dell'A. presso la Santa Sede, inviandolo (dicembre 1359) a perorare la causa del Regno davanti al papa Innocenzo VI, che voleva riaffermare la sovranità pontificia sopra di esso, ad opera del restauratore degli stati della Chiesa, Egidio Albornoz. L'A. riuscì così brillantemente nella sua missione che il papa, nell'estate del 1360, gli affidò il compito di negoziare l'abbandono di Bologna da parte dei Visconti di Milano. Ma richiamato nel Regno da altri disordini e dall'invasione di nuove compagnie di ventura, nel maggio del 1361, riuscì a far passare una delle più potenti compagnie, la compagnia ungherese, al servizio del suo signore: mancandogli il denaro necessario, si diede in ostaggio, insieme coi suoi figli ed i suoi migliori amici, agli Ungheresi fino a che il denaro fu raccolto. Dopo di ciò costrinse alla resa il principale fomentatore dei disordini, Luigi di Durazzo (febbraio 1362). Nello stesso tempo consolidava a Messina il dominio angioino, compromesso dalla inettitudine dei suoi rivali.

Aveva dunque pieno diritto di trionfare, e di domandare al Petrarca di venire a condividere i suoi onori, e a diffondere la sua fama. Ma "una sola hora -scriveva al suo amico Nicola Soderini - levemente mi faria perdere overo poteria far perdere tutti li honori e fama con tanta difficultate aquistate" (lettera pubblicata dal Léonard, Jeanne Ière,III, p. 561).I suoi nemici si adoperavano a questo scopo, e, approfittando della sua impossibilità di allontanarsi dal Regno, per la minaccia delle compagnie di ventura, l'accusarono presso Urbano V di aver ridotto la corte di Napoli, per le enormi donazioni che aveva ricevuto, al punto di non poter pagare il censo che doveva alla Santa Sede. In questa occasione, egli scrisse la lunga lettera auto-apologetica a Nicola Soderini, del 26 dic. 1364, pubblicata nel libro del Tanfani.

Morì dieci mesi più tardi, l'8 nov. 1365, a Napoli; le sue spoglie, trasportate nella sua magnifica certosa di Val d'Ema, furono seppellite nella bella tomba attribuita all'Orcagna. Si volle approfittare della sua morte per togliere alla sua famiglia i beni demaniali, di cui egli aveva goduto. Suo figlio Angelo e suo nipote Francesco Buondelmonte furono perfino arrestati, fatto che suscitò le inquietudini dei mercanti fiorentini residenti nel Regno e le rimostranze della Signoria. Essi furono dopo poco liberati, ed Angelo fu reintegrato nella sua carica di gran siniscalco, ma dovette fare intervenire il re di Ungheria, perché i suoi beni gli fossero resi, due anni più tardi.

Agli ultimi anni dell'A. risale la lettera-libello che il Boccaccio indirizzò, il 28 giugno 1363, al suo amico Francesco Nelli, poco tempo prima nominato intendente del gran siniscalco. Per quanto pittoresca e divertente, ad un punto tale che il giudizio dei posteri ne fu orientato in modo decisivo, essa non può essere vista che come il prodotto di rancori accumulati. Antico compagno di scuola dell'A. ed anche, un tempo, suo collega nel commercio a Napoli, il Boccaccio, ne aveva desiderato per tutta la vita l'amicizia e aveva sperato di ottenere da lui un buon posto. La delusione per il mancato accoglimento delle sue richieste ed i suoi cambiamenti di umori lo avevano spinto a scrivere in latino ed in italiano pagine a volte elogiative, a volte denigratorie, sull'Acciaiuoli. Il gran siniscalco rispose per lungo tempo con un contegno sdegnoso, che feriva profondamente il Boccaccio. Questi, del resto, sembrava all'A. soltanto uno scrittore di secondo ordine, soprattutto un narratore di storielle salaci: quale sorta di attrattiva esercitasse su di lui e sulla cerchia dei suoi intimi il Decamerone appare chiaramente nella lettera in cui Francesco Buondelmonte pregava l'arcivescovo di Patrasso, Giovanni Acciaiuoli, di ricuperare "il libro delle novelle di messer Giovanni Bocacci, il quale libro è mio", senza "prestarlo a nullo, perché molti ne sareno mal cortesi", e specialmente a "Messer" (il gran siniscalco), a suo figlio adottivo Neri ed a "Ser Nicolo (con ogni probabilità il Soderini), perch'egli ne sarà ladro" (lett. pubbl. da E. G. Léonard, La nomination de G. Acciaiuoli à l'archevéché de Patras,in Mélanges Jorga, p. 525). Tuttavia, non potendo avere presso di sé né Petrarca né Zanobi da Strada, che era occupato a riordinare la diocesi di Montecassino, al gran siniscalco non restò che rivolgersi al Boccaccio. Questi fu ben contento di rispondere ad una chiamata tanto attesa, e andò a raggiungerlo, nel novembre del 1362, a Nocera, residenza preferita dell'Acciaiuoli. Egli aveva sognato, come si è detto altrove, "une petite. maison simple mais confortable, à l'écart de l'agitation, une vie défrayée de toutes depenses et de tous soucis, les honneurs du palais d'A. et du palais royal lorsqu'il lui plairait de s'y rendre, la position sans faste, mais tranquille et bien établie d'un conseiller littéraire et philosophique du gran sénéchal et de la maison royale".Trovò invece un'accoglienza ben diversa - un modesto giaciglio, una mensa tutt'altro che sontuosa, in mezzo ad una folta compagnia, rumorosa e senza delicatezza, e se ne andò bruscamente, da "uomo di vetro", come l'A. chiamava l'ospite troppo suscettibile, vendicandosi con la sua lettera al Nelli.

Testimonianza importante del gusto artistico dell'A. è la celebre certosa di Val d'Ema, della quale egli curava la costruzione già nel 1338: le lettere del suo periodo felice sono piene di raccomandazioni che la riguardano, con particolari precisi sulla sua struttura architettonica e sui giardini. Egli la concepiva come un luogo di riposo e di ritiro, un monumento alla sua gloria, e, finché durarono i lavori, un rimedio contro la disoccupazione. Il Boccaccio poteva ben asserire che era follia attendersi l'immortalità da costruzioni che cadono in rovina (Corazzini, p. 156): la certosa dell'A. testimonia ancora in favore di quest'ultimo. Non si può dire lo stesso di un iniziativa da cui egli attendeva molto: l'Ordine del Santo Spirito del Retto Desiderio, o del Nodo, che egli fece fondare da Luigi di Taranto, nel 1352.

Gli statuti di quest'Ordine sono noti attraverso un bell'esemplare miniato, inviato alla Repubblica di Venezia (Parigi, Bibl. Nat., ms. fr.4274), da cui trasse ispirazione Enrico III di Francia, per il suo Ordine di Santo Spirito, così come, del resto, l'istituzione napoletana aveva plagiato l'Ordine francese della Stella, creato nel 1351. Questi statuti, mescolanza di misticismo apocalittico, di ricordi dell'antichità e di letteratura cavalleresca, prevedevano un Libro d'Oro delle imprese dei membri dell'Ordine. L'A. in persona lo redasse, ci informa la lettera del Boccaccio al Nelli: "Scripse in francesco de' fatti de' cavalieri del Santo Sperito, in quello stile che già per addietro scrissero alcuni della Tavola Ritonda, nel quale che cose da ridere e del tutto false abbia posto, egli el sa" (Corazzini, p. 161). Fu del resto Luigi di Taranto ad imporgli questo compito, stando a quanto dice Matteo Villani: "Delle magnifiche cose che a lui parea aver fatto a tempo di guerra e di pace, tanto si lodava e vantava, che ogni uomo che l'udia tediando facea meravigliare. E di tale frasche fece comporre scritture di alto dittato, compiacendosi nelle proprie lusinghe" (M. Villani, Cronica,in Croniche di G., M., F. Villani, p. 365).Il Boccaccio gli rimproverò il suo disprezzo per il toscano, gli rimproverò anche di aver preteso di scrivere in modo esemplare senza alcuna applicazione (Corazzini, p. 160). Le lettere dell'A. in volgare, ammontanti a qualche decina, sono, nonostante certi periodi contorti e pretenziosi, scritte in uno stile nervoso e diretto, conforme ad una schietta lingua popolare che le infiora di numerosi proverbi: gli elogi del Petrarca in proposito potevano essere sinceri.

Fonti e Bibl.: Firenze, Biblioteca Laurenziana Carteggio Acciaiuoli (nel fondo Ashburnham libri);Arch. di casa Ricasoli, Firenze, Fondo Acciaiuoli.Noi abbiamo completamente utilizzato ed in gran parte pubblicato tutte queste fonti nei nostri lavori citati più oltre. Il Tanfani ha pubblicato la Lettera auto-apologetica (Biblioteca Laurenziana, plut. LXI, cod. 13)e diversi documenti dell'Arch. di Stato di Firenze. Croniche di Giovanni, Matteo, Filippo Villani,Trieste 1858; in particolare, di F. Villani, nelle Vite di illustri fiorentini,la Vita di N. A.,ed. cit. delle Croniche,II, p. 452; G. Boccaccio, Egloghe e Lettere;in particolare la lettera di Angelo Nelli, in E. Corazzini, Lettere edite ed inedite di G. Boccaccio,Firenze 1877, p. 131; Matthei Palmeri, Vita N. A.,in Rer. Italic. Script.,2 ediz., XIII, 2, a cura di G. Scaramella, biografia risalente al 1440 circa, tradotta e rielaborata nel 1550 da Donato Acciaiuoli; L. Tanfani, N. A.,Firenze 1863; M. Camera, Elucubrazioni politico-diplomatiche su Giovanna I di Napoli,Salerno 1889; M. Vattasso, Del Petrarca e di alcuni suoi amici,Roma 1904; R. Sabbadini, I libri del gran siniscalco N. A.,in Il libro e la stampa,I (1907), pp. 33-40; G. De Blasiis, Racconti di storia napoletana,Napoli 1908, Le case dei principi angioini...,già pubbl. in Arch. stor. per le prov. napol.,XII (1887), pp. 289-435; F. Torraca, G. Boccaccio a Napoli in Rass. d. crit. letter. ital.,XX (1915), pp. 176 ss.; A. Sapori, Lettera di N. A. a Niccolò Soderini,in Studi di storia economica medievale,3 ediz., Firenze 1955, pp. 133-153; Id., segnalazione di L. Chiappelli, Una notevole libreria napoletana del Trecento,in Arch. stor. ital.,s. 7, XI (1929), p. 168; E. G. Léonard, Histoire de Jeanne Ière,3 voll., Paris 1932-1937, passim;Id., La nomination de Giovanni Acciaiuoli à l'archevêché de Patras (1360),in Mélanges Jorga,Paris 1933, pp. 513-535; Id., Victimes de Pétrarque er de Boccace: Zanobi da Strada,in Études italiennes,n. s., IV (1934), pp. 5-19;Id., N. A. victime de Boccace,in Mélanges... H. Hauvette,Paris 1934, pp. 139-148; Id., Un poète à la recherche d'un amî: Boccace et Naples,Paris 1944; Id., Les Angevins de Naples,Paris 1954; Id., La lettre auto-biographique du sénéchal N. A.(1364),in Formen der Selbstdarstellung. Festgabe fürFritz Neubert,Berlin 1956, pp. 229-239; V. Epifanio, Riflessi di vita italiana e albori di fortuna angioina in Sicilia alla metà del Trecento,in Arch. stor. siciliano,VII (1941), pp. 127-128; G. Falco, N. A. e Luigi di Taranto,in Albori d'Europa,Roma 1947, pp. 447-448, già pubblicato sotto lo pseudonimo di G. Fornaseni, in Popoli,I (1941), pp. 159-163; Id., Il gran siniscalco,in, Albori,cit., pp. 449-458, già pubbl. in Popoli,II (1942), pp. 40-47; Id., La crisi della monarchia angioina,in Albori,cit. pp. 424-436, già pubbl. in Leonardo,V (1934), pp. 477-484; G. Billanovich, Petrarca letterato, I, Lo scrittoio del Petrarca,Roma 1947, passim ed in particolare pp. 199-202; Id., Pietro Piccolo da Monteforte,in Medio Evo e Rinascimento, Studi in onore di B. Nardi,Roma 1955, pp. 8 ss.

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