GADDI, Niccolò

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 51 (1998)

di Vanna Arrighi

GADDI, Niccolò. - Nacque a Firenze nel 1490 da Taddeo di Angelo e da Antonia di Bindo Altoviti.

Nel XV secolo la famiglia aveva intrapreso con successo l'attività bancaria, specializzandosi in operazioni finanziarie con la Curia pontificia e ampliando progressivamente il campo di intervento, soprattutto durante il pontificato del fiorentino Leone X, della cui politica un fratello del G., Luigi, fu uno fra i principali finanziatori. I Gaddi erano inoltre diventati, fin dai primi decenni del sec. XV, protagonisti della vita politica fiorentina, legando le loro fortune alla famiglia Medici e assumendo per la prima volta il priorato nel 1437, tre anni dopo l'ascesa al potere di Cosimo de' Medici. Uno zio paterno del G., Francesco, noto umanista, era stato fra i principali collaboratori di Lorenzo il Magnifico, per conto del quale portò a termine innumerevoli missioni diplomatiche. Anche il padre del G., Taddeo, fu ben inserito nella vita politica fiorentina; fedele sostenitore dei Medici, non fu emarginato neppure dopo il rivolgimento istituzionale del 1494, che allontanò i Medici dal potere e ripristinò il governo "largo".

Destinato allo status ecclesiastico, nel 1503, ad appena tredici anni, il G. aveva già conseguito gli ordini minori ed era commendatario di un importante beneficio, l'abbazia di S. Salvatore a Salvamondo nella diocesi di Arezzo, cui ben presto si aggiunsero molti altri benefici ecclesiastici: l'abbazia di S. Maria dell'Arabona, diocesi di Chieti, la chiesa di S. Miniato a Montemarciano, diocesi di Arezzo, due altre chiese nella diocesi di Rimini, le chiese di S. Maria dello Sturpeto, diocesi di Andria, e di S. Piero Scheraggio a Firenze, l'abbazia di S. Leonardo di Siponto in Puglia. Negli anni successivi cedette alcuni dei suoi benefici ecclesiastici al fratello Giovanni, anch'egli sacerdote, ai nipoti Lorenzo Lenzi e Taddeo Gaddi, e ad altri familiari e amici. Almeno dal 1509 il G. era entrato a far parte del collegio degli scrittori dell'Archivio della Curia romana, istituito da Giulio II il 1° dic. 1507 con la bolla Sicut prudens paterfamilias.

Il collegio era composto da 101 membri, il cui ufficio era "vacabile", ovvero veniva acquistato ma non era ereditario e in caso di morte o rinuncia tornava alla Camera apostolica. Era riservato a ecclesiastici con buona preparazione giuridica, dal momento che le loro molteplici competenze - come la segnatura degli atti emessi dalla Camera, la legittimazione dei figli bastardi, la creazione di notai - erano riconducibili alla funzione notarile.

Il 16 ott. 1521, per rinunzia del cardinale Giovanni Salviati in suo favore, il G. fu consacrato vescovo di Fermo, diocesi che tenne fino al 5 dic. 1544, quando, col suo accordo, passò al nipote L. Lenzi, riservandosi però egli l'amministrazione dei beni e delle rendite della mensa episcopale, nonché la giurisdizione civile, penale e mista del tribunale vescovile.

Benché non risulti molto presente nella sua diocesi, in concorso con i fratelli banchieri Luigi e Sinibaldo il G. aveva creato un efficiente sistema di smercio sui mercati di Firenze e di Roma dei prodotti cerealicoli provenienti dai beni del vescovado di Fermo e dall'abbazia di S. Leonardo di Siponto, di cui era commendatario perpetuo.

Il 3 maggio 1527 il G. fu elevato alla porpora da papa Clemente VII.

Fu una creazione cardinalizia del tutto particolare che riguardò, oltre al G., altri due cardinali, per i quali la porpora costituì una sorta di ricompensa disposta dal papa a favore di chi, nell'imminenza del pericolo rappresentato dalla calata verso Roma dei Lanzi, aveva messo a disposizione del papa somme cospicue, nella speranza di scongiurare l'assalto e il saccheggio della città. In effetti il fratello del G., Luigi, aveva sborsato la somma di 40.000 scudi. Com'è noto, tali somme giunsero troppo tardi per evitare il sacco e la prigionia del papa in Castel Sant'Angelo; questi poté poco dopo riacquistare la libertà mediante il pagamento di una somma a titolo di anticipo agli Imperiali, i quali, ritirandosi verso Napoli, portarono con loro, come ostaggi, tre cardinali, tra cui il G., rimasto per qualche tempo prigioniero in Castelnuovo di Napoli fino al saldo della somma pattuita.

Al momento della sua elevazione al cardinalato il G. aveva assunto il titolo di S. Teodoro, poi cambiato più volte (Ss. Vito e Modesto dal 9 genn. 1545, S. Maria in Domnica dal 28 febbr. 1550, S. Maria in via Lata dal 27 giugno 1550). Il 31 genn. 1528 divenne arcivescovo di Cosenza, diocesi che cedette al nipote Taddeo il 21 giugno 1535, sempre tuttavia riservandosi l'amministrazione dei beni e delle rendite. In seguito ottenne anche una rendita di 1000 scudi d'oro annui rispettivamente dalla diocesi di Bologna e dall'arcidiocesi milanese. Fedele allo stretto legame che da quasi un secolo univa la sua famiglia ai Medici, il G. collaborò lealmente con Clemente VII, affiancandolo nelle infruttuose trattative con gli emissari della restaurata Repubblica fiorentina. Condannato al bando e alla confisca dei beni in territorio fiorentino, tale provvedimento non fu poi messo in pratica per la capitolazione della città, dopo l'assedio delle truppe imperiali.

Nel 1533 il G. accompagnò il papa nel viaggio per mare a Marsiglia, ove il 28 ottobre Clemente VII celebrò il matrimonio della nipote Caterina de' Medici con Enrico d'Orléans.

Secondo il Cantini il G. era imparentato con Caterina de' Medici, ma ciò non trova riscontro nell'albero genealogico della famiglia Gaddi; tuttavia gli avvenimenti successivi della vita del G., furono caratterizzati da un forte legame con la corte di Francia.

Infatti, a poca distanza dalla celebrazione del matrimonio di Caterina, nel dicembre 1533, il G. ebbe - grazie all'interessamento personale del re di Francia - l'amministrazione della diocesi di Sarlat, nel Sud della Francia, che si protrasse fino al 3 luglio 1545, quando il G. vi rinunciò. Inoltre, sia durante il papato di Clemente VII sia in seguito, egli sostenne più volte la candidatura al cardinalato di prelati francesi.

Nel conclave seguito alla morte di Clemente VII (1534) il G., insieme con altri tre cardinali italiani, confluì nel gruppo dei francesi capeggiati da Giovani di Lorena. Questi, una volta appurata l'impossibilità di far eleggere un cardinale francese, fecero confluire i loro voti su Alessandro Farnese, contribuendo così in maniera determinante all'elezione di Paolo III. La morte di Clemente VII ebbe profonde ripercussioni sulle vicende personali del G., che rimase coinvolto nell'accesa rivalità tra Alessandro de' Medici, dal 1532 duca di Firenze, e il cardinale Ippolito de' Medici.

A quest'ultimo andarono le simpatie del G., al pari di quelle dei due cardinali fiorentini Giovanni Salviati e Niccolò Ridolfi. Neppure la morte del cardinale Ippolito, avvenuta nel 1535 per sospetto avvelenamento, valse a riconciliare il G. con il duca Alessandro. Anzi il G. e i due cardinali fiorentini divennero il punto di riferimento degli oppositori del nuovo governo fiorentino, in maggioranza fuorusciti che, col sostegno finanziario di Filippo Strozzi e col favore del re di Francia, speravano di approfittare della situazione ancora debole e incerta del nuovo duca per sovvertire l'assetto istituzionale fiorentino e restaurare la Repubblica oligarchica.

Nel periodo intercorso tra la morte di Clemente VII e la battaglia di Montemurlo (1543), che segnò la definitiva sconfitta dell'opposizione antimedicea, il G. visse in completa simbiosi politica con i cardinali Salviati e Ridolfi. Nel gennaio 1537 - giunta a Roma la notizia dell'uccisione del duca Alessandro da parte di Lorenzino de' Medici - i tre, forti anche dell'appoggio di Paolo III, avvertirono Filippo Strozzi dell'accaduto e subito cominciarono i frenetici preparativi per mettere insieme le truppe e marciare su Firenze; ma prima ancora che potessero iniziare il viaggio furono raggiunti dalla notizia dell'elevazione al potere di Cosimo de' Medici da parte del Senato.

Delusi perché a Firenze erano state prese decisioni di grande importanza in loro assenza e pertanto incerti sul da farsi, decisero comunque di intraprendere il viaggio nella speranza che l'assetto dato alla città non fosse definitivo e che un cambiamento istituzionale fosse non solo possibile, ma anche auspicato da gran parte della classe dirigente rimasta a Firenze. Da costoro invece, il viaggio fu ritardato ad arte con l'invio di notizie contraddittorie, in modo che un contingente militare spagnolo potesse raggiungere Firenze prima di loro per impedire eventuali disordini.

La progettata marcia su Firenze si tradusse pertanto in qualcosa di simile a una visita di cortesia: i tre cardinali entrarono in città scortati da Cosimo de' Medici e dai suoi armati, che erano andati loro incontro, cosa che li costrinse a licenziare le truppe assoldate; essi inoltre dovettero constatare che Cosimo era appoggiato dalla quasi totalità degli esponenti dell'aristocrazia rimasti in città.

Lasciata Firenze, diretti dapprima a Calenzano e poi a Bologna, qui furono in contatto con i fuorusciti, ai quali venne meno il favore di Paolo III, costretto a scegliere una posizione di neutralità tra Imperiali e Francesi. Fu pertanto intimato ai tre cardinali e ai fuorusciti di lasciare il territorio dello Stato pontificio e, mentre il Ridolfi tornava a Roma, il G., insieme al Salviati e a Filippo Strozzi, si recò a Ferrara e quindi a Venezia.

Nel marzo 1538 il G. accompagnò Paolo III in Francia per il negoziato di pace tra Francia e Impero. In seguito passò altri periodi in Francia, forse per occuparsi dell'amministrazione della diocesi di Sarlat: vi si trovava, ad esempio, nel giugno 1539, nel dicembre 1540 e nel dicembre 1541. La battaglia di Montemurlo aveva fatto naufragare le speranze dei fuorusciti di sovvertire l'assetto istituzionale fiorentino e consolidato il potere di Cosimo tanto all'interno quanto al di fuori del suo Stato. Si rese pertanto possibile un riavvicinamento tra il duca di Firenze e i meno compromessi tra i fuorusciti e i loro fautori, tra cui il Gaddi. Almeno dal 1545 questi intrattenne regolari e cordiali rapporti epistolari con il duca per scambi di favori, di saluti e per questioni beneficiali (allo stesso periodo risale la nomina a senatore a vita del fratello del G., Sinibaldo). Nel conclave seguito alla morte di Paolo III nel 1549, concluso con l'elezione di G.M. Ciocchi Del Monte, caldeggiata dal duca Cosimo, il G. fu tra coloro che si proclamarono neutrali tra il partito francese e quello imperiale. Fu questo l'ultimo conclave cui il G. partecipò: almeno dal dicembre 1550 egli, presumibilmente per motivi di salute, aveva fatto ritorno in Toscana; dopo di allora alternò periodi di permanenza a Firenze a soggiorni in località termali.

Morì a Pisa il 16 genn. 1552 e fu sepolto a Firenze nella cappella di famiglia in S. Maria Novella.

Nonostante il suo assiduo mecenatismo - soprattutto sollecitato dal fratello Giovanni -, non godette di particolare considerazione da parte dei suoi protetti, a differenza del fratello: in una lettera a Francesco I re di Francia, Pietro Aretino non esitò a definirlo "pazzo da catena" e B. Cellini nella sua autobiografia lo definisce "pazzerellino di questo cardinaluccio".

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