CORREGGIO, Niccolò Postumo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 29 (1983)

di Paola Farenga

CORREGGIO (Correggio Visconti), Niccolò Postumo. - Figlio di Niccolò, consignore di Correggio, e di Beatrice, figlia naturale di Niccolò d'Este, nacque, molto probabilmente a Ferrara, fra il 18 febbraio e il 1o aprile del 1450, quando in un documento che porta questa data per la prima volta egli compare citato insieme con gli zii Manfredo, Giberto (armato cavaliere da Micheletto Attendolo nel 1447 e alleato di Alfonso, re di Napoli) e Antonio "eques auratus" e consigliere del duca di Milano.

Il padre, che aveva sposato Beatrice, figlia naturale di Niccolò III d'Este e sorella di Borso ed Ercole, il 7 ott. 1448, era morto il 4 agosto dell'anno seguente, prima che il figlio vedesse la luce. Beatrice sposò in seconde nozze, a Ferrara, Tristano Sforza (16 ottobre del 1455), e si stabilì con questo a Milano. Dopo il trasferimento della madre, il C. rimase presso la corte estense, affidato alle cure dello zio Borso duca di Modena, e a Ferrara trascorse l'infanzia e l'adolescenza, seguito negli studi da Paolo Antonio de' Beccari, sotto la tutela di un illustre cittadino ferrarese, Manuello de' Bellai. In quanto erede del padre, divideva con gli zii Giberto, Manfredo e Antonio la signoria di Correggio, la cui amministrazione, in base a un patto di famiglia stipulato il 12 maggio 1449, toccava al più anziano dei fratelli - Giberto - e dopo questo al più anziano dei loro consorti ed eredi.

Giberto, che morì defenestrato a Siena nel 1455, nel 1448 aveva assicurato di nuovo alla famiglia il possesso di Brescello e delle sue pertinenze strappandolo ad Erasmo Trivulzio; quattro anni più tardi - nel 1452 - era riuscito ad ottenere dall'imperatore Federico III per sé, per i fratelli ed il nipote C. ed i discendenti il titolo di conte di Correggio e Brescello. Grazie all'investitura imperiale sperava di garantire al proprio Stato una qualche autonomia nei confronti del ducato di Milano, i cui interessi si opponevano a quelli dei Correggeschi nel Parmense, dove questi ultimi possedevano o rivendicavano diritti su numerosi centri del contado: in particolare Milano mirava all'acquisto di Brescello, importante caposaldo strategico, che per la sua posizione assicurava il controllo della navigazione sul Po. La necessità di difendere l'autonomia del proprio Stato condizionò le vicende della biografia del C., imponendo, fra l'altro, anche a lui la professione delle armi che consentiva con l'assunzione di condotte - ora per Venezia, ora per gli Este e per gli Sforza - sia di "tenere soldati a difesa dei propri domini", sia di stabilire su basi di quasi parità rapporti di alleanza con gli Stati maggiori.

Il "più atilato de rime et cortesie erudito cavagliere et barone che ne li tempi suoi se ritrovasse in Italia": in questi termini Isabella d'Este (cfr. Luzio - Renier, 1900, p. 234) definisce quella che fu l'immagine pubblica del C., la cui attività, secondo il Di Benedetto, "nell'esercizio della cortigiania trova una sua ragione unitaria".

A questa immagine di perfetto cortigiano, quasi prototipo ideale di quella tratteggiata dal Castiglione - colto, e poeta ma anche abile condottiero ed uomo d'armi, esperto diplomatico e consigliere di principi oltre che organizzatore di feste e di tornei -, è legata la fortuna critica del C.: a lui, seguendo la traccia delle relazioni di Isabella d'Este, arrivarono A. Luzio e R. Reiner, che, nel saggio apparso sul Giorn. stor. d. lett. ital., intesero integrare con nuovi documenti estratti dagli archivi di Modena e di Mantova l'ampio profilo tracciato dal Tiraboschi nella Biblioteca modenese;a lui, nel 1933, A. Arata dedicò una monografia nella quale i dati della precedente bibliografia sono in parte arricchiti con nuove testimonianze non sempre, però, correttamente interpretate.

Mentre l'epistolario del C. costituisce una fonte preziosa per ricostruire sia le tappe di una esperienza nella quale le vicende personali si intrecciano profondamente con i più importanti avvenimenti contemporanei, sia la fitta rete delle sue relazioni pubbliche e private, gli avvenimenti della sua vita non trovano, come ha sottolineato il Dionisotti, quasi alcun riscontro nell'opera poetica: ciononostante dall'egloga "Pasciute pecorelle ite or che'l verno" - di cui A. Tissoni Benvenuti ha fatto rilevare l'importanza - può esserci suggerita una diversa chiave di lettura per i dati della sua biografia. Nell'egloga, per bocca del pastore Mopso, su un tessuto di profonda amarezza vengono enunciate, le tappe dell'esperienza dell'autore, inducendoci a rivedere quella "figura, un po' stereotipa, del perfetto cortigiano, consegnataci dalla tradizione critica" (Tissoni Benvenuti, 1969, p. 496). Se per lui, infatti, la professione delle armi e la vita di corte furono una scelta obbligata, nella quale fu indubbiamente agevolato dai vincoli di parentela che lo legavano alle più potenti famiglie dell'Italia settentrionale, allo stesso tempo le sue scelte furono continuamente condizionate e determinate sia dall'esigenza di difendere i propri interessi non solo nel gioco di avvenimenti e sconvolgimenti politici che trascendevano ampiamente, rischiando di travolgerlo, il piccolo Stato sul quale si esercitava la signoria dei Correggio, sia anche dalle iniziative di quei parenti, gli zii prima ed i cugini poi, con i quali egli divideva questa signoria, in una ambigua condizione di condominio destinata a sfociare spesso in aperti contrasti.

Il 28 maggio 1452 il C., che era allora "de uno anno", venne creato cavaliere dall'imperatore Federico III(Diario ferrarese..., p. 36). Nel 1467 era ancora sottoposto a tutela: risulta da una lettera del 20 ottobre di quell'anno, nella quale la madre Beatrice si lamenta col fratello Borso del modo in cui venivano amministrati gli interessi del figlio chiamando in causa, come responsabile diretto, il cognato Manfredo. Al malcontento di Beatrice si aggiungeva l'insofferenza di Antonio da Correggio, il quale, appoggiandosi alla potenza milanese, mirava a sottentrare al fratello nell'amministrazione della contea: i contrasti insorti in seno alla famiglia dovettero concorrere a determinare la rottura fra Manfredo ed il nuovo duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza, che nel 1469 inviò Federico da Montefeltro ad occupare Brescello per sottrarlo alla signoria di Manfredo.

Le testimonianze, spesso contraddittorie, fornite dalle fonti a noi note non permettono di chiarire completamente gli avvenimenti degli anni 1468-70, nel corso dei quali, in seguito al loro scontro con Milano i Correggeschi perdettero definitivamente Brescello, che fu incorporato alle terre parmensi del ducato: in una lettera a Borso d'Este, scritta da Brescello il 30 ott. 1468, il C. riferisce di una mediazione da lui tentata presso Federico da Montefeltro. Secondo quanto aveva appreso, Galeazzo Maria non intendeva "cazare la casa de Coreza da Parmesana", ma semplicemente esautorare Manfredo per insediare alla guida del piccolo Stato emiliano il fratello di quello, Antonio. Evidentemente ancora privo di un peso politico, e timoroso che la manovra si potesse risolvere in suo danno, il C. sollecitava l'intervento di Borso per il riconoscimento delle sue pretese: "la metà de tuto et non lo terzo, ad ciò che io non sia inferiore per lo avenire dove io sum al presente uguale". Ma l'11 novembre di quell'anno Brescello, assediata da Federico di Montefeltro, era costretto alla resa, e il 14 il condottiero dichiarava decaduti i Correggio, che avevano tardato a far atto di sottomissione (G. Franceschini, Federico da Montefeltro, in Arch. stor. lomb., LXXXV [1958], pp. 138-141).

Gli avvenimenti del 1468 non servirono a placare il conflitto fra i due fratelli, e Antonio, probabilmente mirando a soppiantare Manfredo, fu in qualche modo coinvolto nella sfortunata congiura dei Pio con la quale si voleva sopprimere Borso per sostituirlo, nel governo degli Stati estensi, con Ercole. Accentuatasi la tensione fra Manfredo e Milano nel 1470, fu necessario il personale intervento di Borso per impedire che, da Parma le truppe sforzesche marciassero su Correggio. A far desistere Galcazzo Maria dal proposito di occupare ed annettere la signoria di Correggio valse anche, secondo il Diario ferrarese, la decisa presa di posizione di Venezia in favore della piccola contea emiliana. In questo convulso contesto politico si colloca la prima condotta per Venezia assunta dal C. e, probabilmente, anche il suo matrimonio, celebrato il 16 marzo 1472, con Cassandra, figlia di Bartolomeo Colleoni, matrimonio dal quale nacquero quattro figli: Eleonora, Beatrice, Gian Galeazzo e Isotta.

In questi anni molto forti furono i legami del C. con la corte estense, per la quale egli assolse spesso incarichi di rappresentanza: nel gennaio del 1469 fu fra quanti andarono incontro all'imperatore Federico III di passaggio a Ferrara; nel 1471, col Boiardo, fu nel seguito di Borso, quando questi si recò a Roma per ricevere da Paolo II l'investitura ducale di Ferrara; nel 1473, sempre col Boiardo, si recò a Napoli per ricevere ed accompagnare a Ferrara Eleonora di Aragona, che andava sposa ad Ercole I d'Este, succeduto al fratello Borso il 20 ag. 1471.

Nel 1475 passò al servizio del duca di Milano, con cui stipulò un contratto di condotta; i suoi rapporti con Galeazzo Maria e con Bona di Savoia furono tuttavia sempre molto difficili a causa del contenzioso parmense. L'anno dopo, quando Galeazzo Maria fu assassinato (26 dicembre), si affrettò a scriverne ad Ercole I. Nella missiva si sottolineava come quello fosse il momento opportuno per tornare in possesso delle terre perdute e si sollecitava a questo scopo, ma inutilmente, l'appoggio del duca. Il consiglio venne seguito - ma ai danni dei Correggeschi - solo nel 1479, quando Brescello e le sue pertinenze furono definitivamente annessi agli Stati estensi.

Nella guerra seguita alla congiura dei Pazzi (26 apr. 1478) e alla rottura tra la Sede apostolica e Firenze (gennaio1479) il C., "cum trentadui homini d' arme boni et sufficienti con quattro cavalli per cadauno" (Arata, p. 37, nota 1), militò al servizio di Ercole I, con cui aveva stipulato un contratto di condotta, che prevedeva da parte del duca il pagamento di 2.860 fiorini in tempo di pace e 4. 100 in tempo di guerra.

Nella lotta per la conquista del potere a Milano, che opponeva la vedova di Galeazzo Maria ai fratelli di lui, i da Correggio, nella speranza di recuperare i loro antichi possessi nel Parmense, si schierarono contro la reggente e Borso, un cugino del C., fu coinvolto in una congiura culminata nel tentativo di dare Parma a Roberto Sanseverino e a Ludovico il Moro (gennaio 1478-settembre 1479). In una lettera ad Ercole d'Este (Tiraboschi, p. 110) il C. si dichiarò estraneo ai maneggi dei cugini, anche se cercò di sfruttare i disordini, che avevano sconvolto la città, per tentare di assicurare di nuovo alla famiglia Brescello, Bazzano, Scurrano e Castelnuovo. Queste località furono cedute agli Estensi in cambio di Castelnuovo di Tortona, che venne restituito al suo antico signore, Roberto Sanseverino (18 ott. 1479). Nonostante quanto aveva affermato nella ricordata lettera ad Ercole, il C. doveva tuttavia essere in qualche modo in rapporto con la fazione milanese che favoriva il Moro, dato che questi, quando si fu assicurata la tutela di Gian Galeazzo (3 nov. 1480), gli ottenne l'investitura della contea di Castellazzo, nell'Alessandrino, e fece dare a Beatrice d'Este, sua madre, l'assegnazione diuna rendita di ottocento scudi d'oro su quelle della contea. Il C. - che si trovava a Milano fin dal dicembre del 1480 per trattare il matrimonio della sorellastra Elisabetta, figlia di Beatrice d'Este e di Tristano Sforza, morto nel 1477, con Galeazzo Pallavicino - ricevette l'investitura del feudo il 17 genn. 1481; contemporaneamente, entrò a far parte del Consiglio segreto del duca ed ebbe il privilegio di poter associare al proprio nome di famiglia quello dei Visconti.

Con l'assunzione di fatto del potere da parte di Ludovico il Moro si verificò dunque un radicale mutamento nei rapporti fra lo Stato sforzesco e la piccola signoria dei Correggio. Il maggior beneficiario di questo nuovo indirizzo fu proprio il C.: egli infatti, pur mantenendo un rapporto privilegiato con gli Este - come testimoniano anche le condizioni della condotta a lui affidata dal duca di Milano negli obblighi della quale sono espressamente salvaguardati i suoi impegni con gli Estensi (Bueno de Mesquita, p. 44 n. 13) -, godé sempre del favore di Ludovico il Moro.

Nella guerra di Ferrara, il C. militò ancora una volta al servizio di Ercole I: venne catturato dai Veneziani, di cui rimase prigioniero per quasi un anno nonostante fossero ripetutamente intervenuti, per ottenere la sua liberazione, sia il duca di Milano, sia quello di Ferrara e Reggio, sia la stessa Beatrice, fortemente preoccupata che le condizioni di estremo disagio, in cui il figlio era costretto a vivere, potessero comprometterne irrimediabilmente la salute. Nel settembre e 1483 il C. venne finalmente liberato in cambio di tre prigionieri veneziani.

Gli anni successivi costituirono un periodo di relativa quiete nella vita del C.: si spostò fra Correggio, Milano e Ferrara, ma fu soprattutto in questa città che egli soggiornò a lungo. Qui, nel 1486, si rappresentarono i Menichini, volgarizzamento dei Menaechmi plautini, e con essi si inaugurò quella stagione di intensa attività scenica, promossa e voluta dallo stesso Ercole, che porrà la corte estense all'avanguardia nella ricerca teatrale contemporanea. Il contributo del C. all'attività della scena ferrarese è costituito dalla Fabula di Cefalo, rappresentata il 21 genn. 1487, in occasione delle nozze di Lucrezia d'Este, figlia naturale del duca di Ferrara, con Annibale Bentivoglio, signore di Bologna.

Con il Cefalo ci troviamo di fronte ad una delle più importanti testimonianze originali del dramma tardoquattrocentesco: il testo ci è stato conservato oltre che da un buon numero di edizioni a stampa cinquecentesche, anche dal cod. Add. 16.438 della British Library, che merita particolare attenzione in quanto raccoglie, insieme alla Fabula del C., l'Orfeo del Poliziano e presenta una sottoscrizione firmata e datata: "Albertus Mapheanus hoc opus conscripsit die XVII aug. MCCCCLXXXVII". Il manoscritto, dunque, oltre a costituire una importante testimonianza grafica per la personalità del copista, Alberto de' Maffei (cfr. J. Wardrop, The script of Humanism, Oxford 1963, pp. 38 s.), presenta anche particolari motivi d'interesse per quel che riguarda la tradizione del testo, in quanto la copia si situa immediatamente a ridosso della rappresentazione ferrarese del Cefalo e presenta didascalie - diverse da quelle della tradizione a stampa - più particolareggiate e contenenti indicazioni di regia che inducono a collegarlo con la rappresentazione stessa. Della Fabula conosciamo anche sette edizioni della prima metà del Cinquecento. Dipendono tutte dalla prima, stampata, senza l'autorizzazione dell'autore, "In Venezia per Manfrino Bono de Monteferrato. A di X del Mese de Zuno del MCCCCCVII". Nelle edizioni a stampa la Fabula è sempre accompagnata dal poemetto Psiche, testimonianza di come "sulla linea meno esposta dell'ottava rima e della favola mitologica e pastorale" (Dionisotti, 1959, p. 149) si fondasse nel XVI secolo la fortuna del Correggio.

La materia del Cefalo è suddivisa in cinque atti; un coro con funzione di intermezzo chiude ognuno di essi, ad eccezione del secondo, nel quale è sostituito da una egloga. Prevalente è l'ottava, mentre altre forme metriche compaiono specie nei cori e nelle parti liriche. Fonte della Fabula è il mito di Cefalo e Procri così come viene esposto da Ovidio nel libro VII delle Metamorfosi, che sarà anche alla base della storia autobiografica narrata dall'ospite di Rinaldo nel canto XLIII dell'Orlando furioso, ed offrirà indirettamente lo spunto per l'episodio centrale della Moscheta del Ruzzante. Del mito di Cefalo e Procri, tuttavia, il C. non utilizza tanto la versione ovidiana quanto, piuttosto, una tradizione largamente diffusa e testimoniata da Servio (Ad Aen., VI, 445) e, più tardi, dai Mythographi Vaticani (Myth. Primus, I, 44; Myth. secundus, 216;cfr. Scriptores rerum mythicarum, a cura di G. H. Bode, Cellis 1834, pp. 1-151), e infine da Boccaccio (Genealogie deorum gentilium, XIII, 65), che introduce nella favola elementi di maggior realismo e di più immediata resa teatrale. Nella versione seguita dal C., infatti, al travisamento di Cefalo ad opera dell'Aurora, onde questi possa tentare la moglie e provarne la fedeltà, si sostituisce il travestimento di questo, che si presenta a Procri fingendosi "famoso mercadante", e si inserisce l'equivoco, assente nelle Metamorfosi, Aura-Aurora, che induce Procri, delatore un Fauno (il rusticus delle Genealogie), a sospettare il tradimento da parte del marito. L'occasione per la quale la Fabula venne composta autorizzava la scelta di un episodio che aveva per tema gli errori e le nefaste conseguenze della gelosia coniugale, ma imponeva anche all'autore l'obbligo del "lieto fine" autorizzando il C. a introdurre nell'ultimo atto l'intervento provvidenziale di Diana, che, ridonando la vita al corpo esanime di Procri, esorta i due amanti ricongiunti a vivere "insieme con felice prole".

Precedente immediato della Fabuladi Cefalo è l'Orfeo del Poliziano, ma la costruzione del dramma e la caratterizzazione di alcuni personaggi risentono fortemente dell'influsso della commedia classica: di quelle commedie plautine e terenziane, le cui traduzioni costituiranno il repertorio della scena ferrarese. L'affinità strutturale fra le rappresentazioni classiche ed il Cefalo era tale da poter anche indurre in errore uno spettatore, quale l'autore del Diario ferrarese, che riferisce di "una facetia di Plauto chiamata Cefalo, la quale fu bella e de grande spexa". Lo stesso C., d'altra parte, nell'ultima ottava del prologo avverte la difficoltà di applicare al Cefalo gli stessi criteri di classificazione validi per il dramma classico: "Non vi do questa già per comedìa,/ ché in tutto non se observa il modo loro, / né voglio la crediate tragedia / se ben de ninfe gli vedreti il coro: i fabula o istoria, quale ella se sia, / io ve la dono, e non per precio d'oro".

Mentre appare destituita di fondamento la attribuzione al C. del volgarizzamento dei Menaechmi rappresentato a Ferrara nel 1486, di altre sue opere destinate alla scena abbiamo solo notizia: il 2 marzo 1495 veniva rappresentata a Milano, secondo la testimonianza di Isabella d'Este, una "fabula che se lege in lo Innamoramento de Orlando, de Ipolito, Teseo e Florida, quale fu conducta con gran ordine"; la fonte della "fabula" sarebbe dunque l'Innamorato del Boiardo, anche se riesce difficile identificare all'interno del poema lo episodio - forse la novella di Prasildo, Iroldo e Tisbina (I, 12) - utilizzato dal Correggio. Da una lettera di Francesco Gonzaga al C. del 29 genn. 1501 apprendiamo che questo ultimo aveva composto per il marchese una Fabula de Callisto, per la quale il C. avrà ancora attinto alla materia ovidiana. La Fabula però, a quanto scrive il Gonzaga "non ni è riuscita secundo credevimo", mentre era molto piaciuto il capitolo che, forse con funzione di intermezzo, l'accompagnava; il marchese di Mantova chiede quindi all'autore di modificarlo in modo che possa essere recitato da solo, e di inviargliene un altro "nel quale fosse introducta Italia, Mantua et nui, in qualche comparazione o disputazione insieme". Non potendo modificare il capitolo come Francesco desiderava, il C. gliene inviò allora due nuovi, dei quali uno "el quale similmente contiene le laudi de lo illustrissimo Signor Duca di Ferrara", scusandosi, inoltre, se questi non lo avessero soddisfatto con l'essere l'autore "ormai disusato in questa professione".

Infine una lettera di Bernardino Prosperi ad Isabella del 5 febbr. 1506 dà notizia di una "Egloga" in due atti con intermezzo recitata a Ferrara, e aggiunge: "Questa cosa fo governata per messer Niccolò da Correzo et credo anche composta per la magior parte per lui".

Nel 1490 il Boiardo venne chiamato a svolgere un ruolo di mediazione nel dissidio insorto fra il C. ed il cugino Borso circa l'amministrazione della contea di Correggio: è probabile che questo episodio, come il matrimonio della cugina Beatrice, figlia di Ercole I, con Ludovico il Moro, matrimonio celebrato nel gennaio 1491, abbia contribuito a determinare la decisione del C. di trasferire la propria residenza a Milano, dove viveva la madre.

Le nozze di Beatrice con lo Sforza e quelle di Isabella d'Este con Francesco Gonzaga - celebrate a Ferrara, a Mantova e a Milano con splendide feste nelle quali il C. ebbe parte attiva - vennero a completare la rete di parentele e di alleanze che collegava fra loro le signorie dell'Italia settentrionale ed Ercole I dovette vedere con favore la presenza accanto a Ludovico di un uomo di propria fiducia, quale il cugino Correggio.

A Milano, tuttavia, i rapporti fra il C. e lo Sforza minacciarono di farsi troppo stretti a scapito, quindi, degli interessi di Ercole: nel 1491 il Moro progettava di inviare un'ambasceria al re di Francia e aveva chiamato a farne parte, insieme con Giovan Francesco Gonzaga, Antonio Caracciolo e il Marliano, anche il Correggio. Nel marzo di quello stesso anno ne dette notizia alla duchessa di Ferrara Borso da Correggio, il quale non si astenne dall'osservare malevolmente che, mentre gli altri membri dell'ambasceria avrebbero trattato di armi, di diritto e di affari di Stato, il C. si sarebbe recato in Francia per discutere di sonetti e canzoni (Luzio-Renier, 1893, p. 219 n. 1). La progettata missione non ebbe poi luogo, ma il fatto che il C. potesse assumere incarichi di fiducia per conto dello Sforza dovette indispettire notevolmente Ercole d'Este, il quale in una lettera della fine di marzo (ibid., p. 218, n. 3) gli ricordava "nemo potest duobus dominis servire" e lo privava della provvigione assegnatagli. Il C. gli rispose il 5 apr. 1492, ricordando con toni risentiti i precedenti servigi resi. Nel settembre dello stesso anno, comunque, per conto del duca di Milano si recò a Roma con Galeotto del Carretto e Giason del Maino con l'incarico di prestare obbedienza in nome del suo signore al nuovo pontefice Alessandro VI, la cui elezione, favorita in modo determinante dal card. Ascanio Sforza, era stata salutata a Milano con entusiasmo pari a quello che avrebbe accolto l'elezione dello stesso Ascanio. L'anno successivo il C. accolse stupendamente in Correggio Ludovico il Moro, che si recava a Ferrara, e per lui organizzò una giostra che lo vide fra i partecipanti.

Nel 1493 Gaspare Visconti dedicò al C. l'edizione delle sue Rime e nella fioritura di poesia volgare, che caratterizzò la corte di Ludovico il Moro, trova la sua collocazione ideale anche una parte della superstite produzione poetica del Correggio. Al periodo milanese è da ricondursi la Silva, composta nei primi mesi del 1493 e inviata ad Isabella con una lettera datata 30 marzo. Dalla lettera apprendiamo che la Silva fu "cantata nel passato carnevale" e che il testo era accompagnato da una prosa esplicativa, che purtroppo i due testimoni del testo sino a noi pervenuti non ci hanno conservato. Non ci è dunque possibile identificare la "damicella" che si cela sotto il nome allegorico di Rosa, fiorita nel giardino che rappresenta la corte. La Silva è una breve composizione in ventuno ottave, definita dalla Tissoni Benvenuti "dignitosa letteratura d'intrattenimento e nulla più": divagazione sul tema della donna come rosa, e della disperazione dell'amante escluso dal prezioso giardino. A differenza della Psiche si conclude lietamente con l'ammissione dell'amante alla contemplazione di quel fiore prezioso.

Sempre al periodo milanese sembra debba ricondursi anche la Fabula Psiches et Cupidinis, poemetto di centosettantanove ottave, nel quale la narrazione della favola apuleiana è inserita in un contesto autobiografico. Al poeta-pastore disperato a causa del suo amore non ricambiato per la ninfa Florida soccorre Cupido stesso col racconto delle vicissitudini del proprio amore per Psiche, il tutto caricato di una funzione esemplare, quella cioè di indurre gli amanti a fuggire "lo stral d'amor" che "ucide e non pur pongie".

Il poemetto fu dedicato ad Isabella e il codice composito Reg. lat. 1601 della Biblioteca Vaticana alle cc. 19-65 ci ha conservato l'esemplare di dedica preceduto da una lettera dell'autore alla marchesa di Mantova, nella quale egli afferma di essere stato indotto a dare forma definitiva alle stanze dal fatto che queste già circolavano quasi a sua insaputa "de l'ornamento de la lira private".

La cornice pastorale che introduce la narrazione, nel ripercorrere le vicende di un inseguimento senza speranza, illustra anche il topico evolversi degli stati d'animo nello amante non corrisposto fino a culminare nell'invocazione della morte e nella ricerca dell'isolamento dal consorzio umano in quel locus amoneus che conserva i trofei di Amore. Qui, con l'apparizione in sogno di Cupido, si dispiega in maniera particolarmente felice la narrazione dell'itinerario di Psiche, al quale pure è concesso un lieto fine negato al poeta.

In occasione della crisi che precedette la calata di Carlo VIII il C. svolse per conto di Ludovico il Moro importanti incarichi diplomatici: fra l'aprile e la metà di giugno 1494 fu in Francia presso quel re; il 9 luglio, con Galeazzo Visconti, fu ad Asti per incontrare il duca d'Orléans passato in Italia. Finché i suoi impegni con Ludovico il Moro furono conciliabili con quelli che lo legavano agli Estensi, il C. perseguì fedelmente gli interessi del duca di Milano, ma quando questi ultimi, a causa della costituzione della lega antifrancese tra Milano, Venezia, la Sede apostolica, l'imperatore Massimiliano e Ferdinando il Cattolico (31 marzo 1495), risultarono contrari alla politica seguita da Ercole I, mantenutosi fedele a Carlo VIII, il condottiero romagnolo fu costretto a rivedere la sua posizione. Assunse dapprima un atteggiamento di "neutralità" nei confronti delle due potenze, ma poi, quando il conflitto si accentuò e nel gennaio del 1497 Gian Giacomo Trivulzio, luogotenente di Carlo VIII e governatore di Asti in nome del re di Francia, attaccò il ducato di Milano dal suo feudo di Castellazzo, uno dei punti chiave della difesa delle frontiere occidentali del ducato, il C. non dovette intervenire personalmente per contrastare l'avanzata degli antichi alleati dei Moro.

Quest'ultimo, infatti, allorché, passato il pericolo, si fu di nuovo assicurato lo Stato, provvide subito a punire il C. per il suo ambiguo comportamento: il condottiero venne privato del feudo di Castellazzo e il contratto di condotta, che lo legava al duca di Milano, venne rescisso. L'accenno al "male servitio havuto da luy ne le guerre proxime" contenuto nella lettera con la quale il duca comunicava agli ufficiali della Camera la decadenza di C. dal feudo, ci illumina su quelli che furono i veri motivi di questa brusca rottura.

Nel maggio 1497 il C. e sua madre furono costretti a lasciare Milano per Correggio; Beatrice, una volta ottenuta la conferma della sua rendita, fece tuttavia poco dopo ritorno a Milano, dove morì il 17 dicembre di quello stesso anno. Quanto al C., questi rientrò nella capitale lombarda solo poche volte, e in via eccezionale: nel dicembre del 1497, per i funerali della madre, nel febbraio del 1498, probabilmente per seguire gli sviluppi della controversia ereditaria che lo opponeva a Galeazzo Pallavicino e nel settembre del 1499, come accompagnatore di Ercole d'Este. In questa occasione il C. chiese invano anche a Luigi XII di essere reintegrato nel feudo di Castellazzo, reintegrazione per la quale si appellerà di nuovo ad Ercole nel 1504.

Avvertendo il pericolo che il passaggio del ducato sotto la dominazione francese avrebbe rappresentato per l'autonomia del loro piccolo Stato, i Correggeschi furono - con i signori di Carpi e della Mirandola e con Francesco Gonzaga - a fianco di Ludovico il Moro nel suo ultimo scontro con i Francesi; dopo la definitiva sconfitta dello Sforza (10 apr. 1500) riuscirono tuttavia a schivare l'occupazione militare solo sottoponendosi al pagamento di un pesantissimo tributo: nel giugno del 1500 il principale pensiero del C. era quello di mettere insieme i 20.000 ducati d'oro che si era impegnato a versare ai Francesi.

Ripreso quindi il suo posto accanto ad Ercole, per conto di questo fu a Roma nel 1501 con i gentiluomini incaricati di accompagnare a Ferrara Lucrezia Borgia, sposa di Alfonso d'Este; nell'agosto 1502 si trovava a Milano, da dove riferiva ad Isabella della calorosa accoglienza riservata da Luigi XII a Cesare Borgia. Nel 1505 il C. ricevette dal nuovo duca di Ferrara, Alfonso I, succeduto al padre Ercole I morto il 25 gennaio di quello stesso anno, il delicato incarico di comporre una scabrosa questione di famiglia.

Il 13 nov. 1505 il card. Ippolito d'Este, terzogenito di Ercole I, aveva fatto proditoriamente aggredire dai suoi fidi sulla pubblica via, al Belguardo presso Ferrara, il fratellastro don Giulio d'Este, il quale, in seguito alle ferite riportate nel corso della colluttazione, era rimasto cieco di un occhio e sfigurato nel volto. Assai legato al card. Ippolito, con cui divideva le responsabilità della guida politica del ducato, Alfonso I, piuttosto che punire esemplarmente il responsabile del misfatto, aveva invece preferito costringere i due a rappacificarsi.

Appunto per ordine del duca, il C. fece da tramite tra l'offeso e l'offensore, ed ebbe una parte di rilievo nella solenne cerimonia, nel corso della quale don Giulio concesse al card. Ippolito il suo perdono e si riconciliò pubblicamente con lui (22 dic. 1505). Un ruolo importante - anche se ora non sempre definibile con precisione a causa della voluta reticenza delle fonti, per lo più ufficiali, sino a noi pervenute - svolse pure il C. qualche tempo dopo, in occasione della congiura ordita, per rovesciare il duca legittimo, da don Giulio d'Este, da don Ferrante - altro figlio di Ercole I e di Eleonora d'Aragona, che mal si era acconciato a dover rinunziare al trono - e da due alti dignitari di corte, Alberto Boschetti e Gherardo Roberti. Grazie anche al C., il card. Ippolito riuscì infatti a scoprire l'intera trama, che si affrettò a denunziare (22 luglio 1506). Mentre don Ferrante, il Boschetti e il Roberti venivano arrestati e si dava inizio all'inquisizione criminale contro i cospiratori, il C. si adoperò con ogni mezzo presso la corte dei Gonzaga finché don Giulio, che si era rifugiato sotto la protezione della sorella Isabella, marchesa di Mantova, non fu consegnato alle autorità estensi e ricondotto sotto buona scorta a Ferrara (9 sett. 1506). Il desiderio di non compromettere le sue relazioni con i Gonzaga dovette ad ogni modo indurre il C. a svolgere nel corso del processo, cui furono sottoposti i congiurati, un'azione moderatrice, della quale ci resta un'importante testimonianza nel cod. Ital. 1049 della Biblioteca nazionale di Parigi. In questo manoscritto è contenuta, fra l'altro, un'operetta, il Sermone e poesia di Antonio Valtellino ad Alfonso duca di Ferrara, nella quale l'autore, che era segretario del C., affronta il tema della congiura e lo svolge - come opportunamente fa notare il Dionisotti - secondo l'ottica e gli interessi del suo padrone. Per le benemerenze da lui acquisite in occasione del colpo di Stato e per il contributo da lui dato alla repressione del moto, il C. ricevette la concessione in uso del palazzo di Ferrara che era appartenuto a don Giulio.

Gli ultimi anni di vita del C. furono amareggiati da "affanno e melanconia de vederse grande et poi abassato", come scrive Bernardino Prosperi ad Isabella d'Este (Luzio-Renier, 1894, p. 75). Perduto il favore del duca, il quale - ignoriamo perché - aveva cominciato a diffidare di lui, e intristito da beghe e questioni familiari, il C. si spense nella notte fra il 1° e il 2 febbr. 1508. Il giorno 3 Bernardino Prosperi ne comunicò la morte ad Isabella, commentando: "E cussì il savio vedere che in vita ha dimostrato, o che 'l se ha persuaso de havere, nel fine suo se è veduto, et forsi per iudicio de Dio per dar a li suoi travaglia, come lui se delectava dare ad altri" (ibid.).

Il 20 febbr. 1508 Isabella d'Este scrisse al figlio del C., Gian Galeazzo, per ottenere il manoscritto nel quale il C. aveva raccolto la sua produzione poetica e che egli stesso le aveva mostrato pochi mesi prima della morte. Isabella mostrava di avere un nitido ricordo del manoscritto nel quale, secondo una precisa partizione in tre sezioni, il cugino andava ordinando le sue rime: "ni fece vedere et legere il libro legato et ordinato in tre parti: in la prima erano sonetti, in la seconda li capituli, in la terza canzoni; et in fronte de ciascuna de dicte parti era scripta un'epistula ad noi, in segno che ce intitulava l'opera perché avesse, ad uscire sotto el nome nostro".

In agosto, subito dopo la morte del Valtellina, anche Lucrezia Borgia - secondo quanto scrive l'Equicola alla marchesa di Mantova - fece un tentativo per entrare in possesso del manoscritto. Nessuna delle due riuscì tuttavia ad ottenerlo da Gian Galeazzo, il quale riteneva che, prima di licenziare la raccolta, fosse necessario completare il lavoro di revisione iniziato dal padre, ed aveva perciò affidato questo compito a "quelli che scianno la mente dell'autore". L'incarico fu con ogni probabilità commesso al Valtellina, alla mano del quale si deve il codice Harleian 3046 della British Library, che contiene quattrocento composizioni del C. e che costituisce ora per noi il più autorevole testimone della sua produzione poetica dopo la perdita del codice torinese (N. VI. 9), appartenuto, secondo il Renier che lo illustrò, ad una delle tre figlie del C., Eleonora.

Il Dionisotti, che ha scoperto e studiato il manoscritto Harleian, dimostra che questo non è lo stesso codice visto da Isabella; si tratterebbe di una copia, dalla quale è stato accuratamente espunto ogni accenno della dedica alla marchesa, eseguita dal Valtellina mentre attendeva a quel "tentativo di edizione, per così dire critica, del manoscritto originale", tentativo interrotto dalla morte dello stesso Valtellina, sopravvenuta a pochi mesi di distanza da quella dei C., ai primi di agosto del 1508.

Oltre alle rime dell'Harleian, altre composizioni attribuite al C. sono conservate in codici antologici di poesia cortigiana e in opere a stampa, anch'esse antologiche, dei primi anni del Cinquecento, fra le quali sono anche le Collettanee grece latine e vulgari per diversi Autori Moderni nella morte dell'ardente Seraphino Aquilano (Bologna 1504). In esse il C. è presente, aprendo la serie dei poeti volgari, con il sonetto "Quello in cui tanta grazia il celo infuse".

Bisogna inoltre tenere presente che le rime del codice londinese e quelle identificabili nelle raccolte antologiche non rappresentano il complesso della produzione poetica del C., essendone una parte sicuramente andata perduta, mentre gli strambotti e le stanze, che lo stesso C. aveva escluso dalla scelta che andava preparando, qualora conservati in altre raccolte a noi note, risultano impossibili da riconoscersi come suoi.

Proprio l'esclusione di strambotti e stanze e la presenza nel canzoniere ordinato dal poeta di cinque canzoni, che seguono fedelmente gli schemi metrici di quelle del Petrarca, pongono il C. tra i precursori del petrarchismo cinquecentesco.

Il canzoniere del C., uno dei più ricchi fra quelli contemporanei, abbraccia una vasta serie di temi, pur con netta prevalenza della tematica amorosa, sviluppati essenzialmente nella forma del sonetto - per il quale utilizza prevalentemente un unico schema - e del ternario. Il linguaggio è essenziale, esente da virtuosismi, e tenta una prima mediazione fra i modi della poesia cortigiana tardoquattrocentesca e i suggerimenti di una diversa "religione" del Petrarca, ispirata al primo Bembo lirico degli Asolani.

Edizioni. Il Cefalo, la Psiche, la Silva e le Rime si leggono nell'ediz. curata da A. Tissoni Benvenuti, Niccolò da Correggio, Opere, Bari 1969; alla nota filologica di questa ed alla segnalazione apparsa nel 1970 sul Giornale storico della letteratura italiana rinvio anche per il censimento completo dei manoscritti e delle stampe che ci hanno conservato la produzione del Correggio. Recentemente la Tissoni Benvenuti ha curato una nuova edizione del Cefalo basata sulla testimonianza del codice londinese e pubblicata in Teatro del Quattrocento. Le corti padane, a c. A. Tissoni Benvenuti e M. P. Mussini Sacchi, Torino 1983, pp. 199-255. L'epistolario è stato solo in parte edito nel saggio di A. Luzio e R. Renier e nella monografia dell'Arata.

Fonti e Bibl.: Diario ferrarese dall'anno 1409 sino al 1502, in Rer. Ital. Script., 2 ed., XXIV, 7, a cura di G. Pandi, ad Indicem; Gli uffici del dominio Sforzesco, a cura di C. Santoro, Milano 1948, p. 19; G. Guasco, Storia letter. del principio e progresso dell'Accademia di belle lettere di Reggio, Reggio Emilia 1711, pp. 42-46, 359 s.; G. Colleoni, Notizie degli scrittori più celebri che hanno illustrato la patria loro di Correggio, Guastalla 1776, pp. XV-XVIII; G. Tiraboschi, Biblioteca modenese, II, Modena 1782, pp. 103-135; Q. Bigi, N. P. da C., in Mem. funebri antiche e recenti, VI, Padova 1862, pp. 123-128; R. Renier, Canzonieretto adespoto di N. da C., Torino 1892; A. Luzio-R. Renier, N. da C., in Giorn. stor. d. lett. ital., XXI (1893), pp. 205-264; XXII (1894), pp. 65-119; G. Rossi, Il codice Estense X 34, ibid., XXX (1897), pp. 1-62; XXXII (1898), pp. 90-108; A. Luzio-R. Renier, La cultura e le relaz. letter. di Isabella d'Este Gonzaga, ibid., XXXV (1900), pp. 233 ss.; E. De Renoche, Le favole mitologiche della fine del sec. XV, in Giorn. stor. e lett. della Liguria, III (1902), pp. 169-183; I. Sanesi, Un rifacimento e volgarizzamento dei "Menaechmi" di Plauto, Pistoia 1907; A. Arata, N. da C. nella vita letter. e politica del tempo suo, Bologna 1934; C. Dionisotti, Docum. letter. di una congiura estense, in Civiltà moderna, IX (1937), pp. 1-16; V. Zaccaria, L'epist. di P. C. Decembrio, in Rinascimento, III (1952), p. 113; R. Bacchelli, La congiura di don Giulio d'Este e altri scritti ariosteschi, Milano 1958; C. Dionisotti, Nuove rime di N. da C., in Studi di filol. ital., XVII (1959), pp. 135-188; D. M. Bueno de Mesquita, N. da C. at Milan, in Italian Studies, XX (1965), pp. 42-54; D. De Robertis, L'esperienza poetica del Quattrocento, in Storia della letter. ital., a cura di E. Cecchi - N. Sapegno, III, Milano 1966, pp. 615 ss.; L. Peirone, Rime da attribuirsi a N. da C., in Convivium, XXXV (1967), pp. 79-499; A. Di Benedetto, Appunti sull'opera di N. da C., in Giorn. stor. d. lett. ital., CXLVII (1970), pp. 161-182 (poi con il titolo: Un primo sguardo su N. da C., in Stile e linguaggio, Roma 1974, pp. 33-56); A. Tissoni Benvenuti, Un nuovo testimone del "Cefalo" di N. da C., ibid., pp. 391-403; Id., La fortuna teatrale dell'"Orfeo" del Poliziano e il teatro settentrionale del Quattrocento, in Culture regionali e letter. nazionale, in Atti del VII Congresso dell'Assoc. internaz. per gli studi di lingua e letter. ital., Bari 1970, pp. 397-416; L. Peirone, In margine alla ediz. critica delle opere di N. da C., in Filologia e letter., XVII (1971), pp. 348-352; Il teatro italiano, I, Dalle origini al Quattrocento, a c. di E. Faccioli, II, Torino 1975, pp. 467-507; M. T. De Rogatis, Note sullo stile e sulle fonti di un lirico quattrocentesco, in Esperienze letterarie, I (1978), pp. 40-47; P. Vecchi Galli, La poesia cortigiana tra XV e XVI secolo, in Lettere ital., XXXIV (1982), pp. 105-107; P. Litta, Le famiglie celebri ital., sub voce Correggio, tav. XX.

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