CARACCIOLO, Nicola Moschino

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 19 (1976)

di Giulia Barone

CARACCIOLO, Nicola Moschino (Misquinus, Moscinus). - Nacque probabilmente a Napoli, nella prima metà del sec. XIV; forse appartenne all'illustre famiglia napoletana del Caracciolo solo per parte di madre. Sembra che il C. entrasse giovanissimo nell'Ordine dei predicatori: comunque, la prima notizia sicura che lo riguarda risale al 1363, quando il capitolo generale dei domenicani, riunito quello anno a Magdeburgo, lo nominò lettore di teologia nel convento di Firenze. Nulla però sappiamo della sua attività nella città toscana. Secondo il Quétif e l'Echard a Napoli il C. sarebbe stato frate del famoso convento di S. Domenico; tale notizia sembra confermata da una pergamena, conservata nell'archivio di tale convento, in cui egli compare - col titolo di "s. paginae professor" - come testimone del testamento di tal Alessandro Brancacci, che risale al gennaio 1368 (cfr. Kaeppeli, p. 298).

Al periodo di magistero napoletano appartiene un testo molto interessante, conservato nel cod. 2073 della Biblioteca universitaria di Bologna (ff. 120v-125v), in cui è esposto il parere espresso dal C., quale maestro di teologia, all'arcivescovo di Napoli, che gli aveva sottoposto una delicata questione: il processo ad un laico che, venduti tutti i suoi beni, si era dato ad una vita di penitenza e di mendicità. Nella sua risposta il C. difende la assoluta liceità del vivere mendicando, parafrasando il Contra impugnantes Dei cultum et religionem di s. Tommaso d'Aquino, e si mostra incline ad appoggiare le tesi della fazione "spirituale" dell'Ordine domenicano, pur mantenendosi lontano da ogni eccesso polemico.

Pare infondata la notizia - riportata dal Minieri Riccio - che il C. sia stato vescovo di Messina; lo nega in ogni caso recisamente il Pirro nella sua Sicilia sacra. Fu invece sicuramente inquisitore del Regno di Sicilia e, in grazia della sua importante carica, si trovò spesso in contatto con la regina Giovanna I, che pare lo vedesse di buon occhio. Secondo le dichiarazioni del C. quando, il 4 apr. 1378, giunse a Napoli la notizia dell'elezione al soglio pontificio di Bartolomeo Prignani, arcivescovo di Bari, la regina si sarebbe rivolta all'inquisitore del Regno, dicendogli che con tal papa le sarebbe stato facile farlo nominare vescovo; al che il C. avrebbe risposto che alla regina non sarebbe stato impossibile ottenergli il cappello cardinalizio. Ma con l'elezione di Urbano VI incominciò la parte più movimentata della esistenza del Caracciolo. Inviato dalla regina di Napoli a Roma per esprimere le congratulazioni al neoeletto, egli fu presto coinvolto nella rovente atmosfera romana ove, subito dopo l'elezione, cominciavano a sorgere i primi dissensi e i primi dubbi sulla validità della scelta del Prignani. Già nel maggio di quell'anno il C., ospite di Nicola Eymerich, inquisitore del regno d'Aragona, avrebbe avuto delle discussioni con il confratello, le cui simpatie si andavano orientando sempre più decisamente verso il partito antiurbanista. Durante l'estate del 1378 il C. continuò la sua opera di grande inquisitore del Regno, riuscendo a mantenerlo compattamente fedele ad Urbano VI, anche se gli umori della corte angioina erano mutati e la regina Giovanna si apprestava a riconoscere come papa Roberto di Ginevra, passato alla storia come l'antipapa Clemente VII. Ancora in settembre, egli si trovava a Gaeta, ove ebbe un ultimo incontro con Nicola Eymerich, il quale si preparava ad imbarcarsi per seguire in Francia Clemente VII. L'inquisitore d'Aragona tentò di attirare al partito avignonese il C., ma questi continuò a mantenersi fedele ad Urbano. Ormai però il Regno non era più sicuro per lui; pochi giorni dopo la visita dell'Eymerich il C. era a Roma e, il 18 sett. 1378, in compenso della fedeltà dimostrata, ottenne da Urbano VI, in occasione della prima nomina di cardinali (con la quale il papa si formò un Sacro Collegio del tutto nuovo e completamente legato alla sua persona, in sostituzione del precedente che era passato totalmente dalla parte di Roberto di Ginevra), la porpora cardinalizia col titolo di S. Ciriaco in Terme.

Lo scisma coinvolse ben presto anche l'Ordine dei predicatori, il cui generale, Elia Raimondi, scelse l'obbedienza avignonese. Ciò sollevò moltissimi problemi: tra l'altro nella provincia d'Inghilterra, e in alcune province italiane, si ebbero due provinciali. Il capitolo di Carcassonne del 1378 aveva provveduto, quando ancora lo scisma non era avvenuto, alla deposizione di una serie di provinciali, considerati troppo "rilassati" e al loro posto erano stati nominati dei vicari. Una volta che Elia Raimondi ebbe scelto il partito di Clemente, i deposti confratelli inglesi i quali, come i vicari nominati dal Raimondi, facevano parte della fazione urbanista si appellarono a Roma, chiedendo a Urbano VI di infirmare le nomine fatte dal generale ormai scismatico. A dirimere la intricata questione fu chiamato quale giudice unico il C., il quale, come domenicano e come cardinale, aveva tutti i titoli per imporre la sua decisione. Come era prevedibile egli si pronunciò, nell'agosto del 1379, a favore dei frati deposti dal capitolo di Carcassonne. A questa decisione reagì il sesto capitolo generale dell'obbedienza avignonese (1388) che depose da ogni grado e dignità tutti i domenicani inglesi, che avevano resistito alle decisioni del capitolo di Carcassonne e tutti coloro che dal C. avessero ricevuto il baccellierato o il magistero.

A Roma il C. avrebbe fissato la sua residenza a S. Maria degli Armeni presso S. Pietro, sede dei bartolomiti, cioè del clero armeno che dal 1356 era passato, per decreto di Innocenzo VI, sotto la giurisdizione del maestro generale dei domenicani. Secondo il Baumgarten in questi anni (1378-86) egli sarebbe stato cardinale camerlengo, succedendo a Guglielmo di Aigrefeuille, mentre prendeva attivamente parte alla politica di Urbano VI mirante a sostituire sul trono di Napoli la scismatica Giovanna con Carlo di Durazzo. Nel 1381 il papa incoronò a Roma il nuovo re Carlo III, che aveva promesso in cambio a Francesco Prignani, nipote del pontefice, l'investitura di buona parte del Regno da conquistare. Entrato a Napoli, Carlo III si guardò bene dal mantenere le promesse fatte e così, nell'ottobre 1382, Urbano VI si vide costretto ad inviare una ambasceria per chiedere al suo ex protetto di osservare la parola data. Della legazione facevano parte, oltre al C., Bartolomeo, cardinale del titolo di S. Marcello, e Ludovico, del titolo di S. Maria Nova. I tre cardinali non ebbero successo; ma il papa vide nel risultato negativo una prova di infedeltà e privò del suo titolo Bartolomeo, mentre Ludovico, imprigionato, morì qualche anno dopo senza aver riacquistato la libertà. L'unico a mantenere intatto il favore papale fu il C., che l'anno successivo fu inviato a Bologna per riformare gli statuti della facoltà di teologia di quella università. Gli si attribuiscono negli anni successivi anche fortunate ambascerie a Firenze, che avrebbe mantenuto nell'obbedienza romana, a Venezia e a Genova, che avrebbe indotto a riappacificarsi, e infine a Perugia (1387).

Il C. morì a Roma il 29 luglio 1389, con una diffusa fama di santità, e fu sepolto nel convento domenicano di S. Maria sopra Minerva.

Al C. sono attribuite dal Mazzuchelli svariate opere, tutte inedite e non identificate: Summa de poenitentia,Expositio in S. Scripturam,Depositio de vera et canonica electione Urbani VI,Acta trium legationum ad Perusinos,Venetos et Carolum III Siciliae Regni regem e un Tractatus de incarnatione verbi divini. La sua fama si diffuse anche fuori d'Italia come è dimostrato dal fatto che la sua immagine si trova in un affresco della fine del XV secolo nel convento domenicano di Berna, inserita in una specie di albero genealogico dei predicatori, motivo - ripreso da quello dell'albero di Jesse - molto caro all'iconografia domenicana, che serviva ad onorare gli uomini illustri dell'Ordine, illustrando figurativamente la loro discendenza spirituale dal glorioso fondatore.

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