MAIDALCHINI, Olimpia

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 67 (2007)

di Stefano Tabacchi

MAIDALCHINI, Olimpia. - Nacque a Viterbo il 26 maggio 1592 - o, secondo una meno affidabile tradizione, nel 1594 - da Sforza e da Vittoria Gualtieri. Apparteneva a una famiglia del medio patriziato, di non amplissimi mezzi. Il padre partecipava all'amministrazione della Dogana dei pascoli sotto la direzione del suocero, Giulio Gualtieri.

La M. trascorse l'infanzia presso il convento di S. Domenico di Viterbo, dove presero i voti le sorelle Orsola e Margherita Vittoria. L'educazione ricevuta fu alquanto sommaria: sebbene alfabetizzata, per tutta la vita ebbe scarsa dimestichezza con la parola scritta ed evidenti lacune culturali, del resto tipiche delle aristocratiche romane dell'epoca. Inoltre, essendo cresciuta in un ambiente familiare e sociale particolarmente ristretto, la M. dimostrò a lungo una scarsa capacità di muoversi con disinvoltura nelle occasioni pubbliche e cerimoniali, che riuscì a superare solo nel corso degli anni.

Al compimento della sua istruzione, la M. avrebbe dovuto essere avviata alla vita religiosa, ma le sue resistenze convinsero i genitori a rinunciare al progetto. Il 28 sett. 1608 sposò Paolo Nini, ultimo membro di un'importante famiglia viterbese. Il matrimonio iniziò sotto i migliori auspici, ma, dopo solo tre anni, la M. perse il marito e, alcuni mesi più tardi, anche l'unico figlio, Nino.

Nella sua condizione di giovane vedova agiata, la M. non ebbe difficoltà a trovare un nuovo marito. Tramite lo zio, Paolo Gualtieri, fu presentata al quasi cinquantenne Pamphilio Pamphili, che ne apprezzò la giovinezza e la dote: alla fine del 1612 furono firmati i patti matrimoniali. Questa seconda unione rappresentò una svolta nella vita della M., che entrava in una famiglia di rilievo della nobiltà romana, già illustrata da un cardinale, e usciva definitivamente dal milieu provinciale in cui era nata. Nella nuova famiglia il suo ruolo divenne subito importante: oltre a intessere le numerose relazioni sociali che le derivavano dalla sua condizione, stabilì un solido rapporto di amicizia con il cognato Giovanni Battista, che aveva iniziato una brillante carriera in Curia. Alla serenità familiare mancava, tuttavia, un erede che assicurasse la prosecuzione dei Pamphili. Solo nel 1619 nacque la primogenita, Maria Flaminia, detta familiarmente Mariuccia.

Nel 1621 Giovanni Battista Pamphili, nominato nunzio a Napoli, vi si trasferì portando con sé il fratello e la cognata. E proprio a Napoli, il 21 febbr. 1622, nacque un figlio maschio della M., al quale fu imposto il nome di Camillo. A Napoli la M. fece una vivace attività sociale, sotto la guida del cognato, e si inserì nelle "conversationi" delle dame locali, dando prova di una forte personalità, tenacemente protesa a rafforzare il prestigio della famiglia.

Nel 1625 la M. tornò con il marito a Roma, stabilendosi nella casa dei Pamphili a piazza Navona, dove, nel 1629, nacque la terzogenita, Costanza. Proseguiva intanto senza scosse la carriera ecclesiastica di Pamphili, nunzio in Spagna (1626-30), cardinale in pectore dal 1627 e pubblicato nel 1630.

Nel complesso, per la M., gli anni del lungo pontificato di Urbano VIII trascorsero in una relativa tranquillità, che lasciava presagire un prospero avvenire. L'unica ombra rimaneva la mancanza di un secondo erede maschio, che rendesse possibile garantire il mantenimento delle posizioni raggiunte dalla famiglia in Curia instradando un figlio alla carriera ecclesiastica. La M. continuava a mantenere ottimi rapporti col cognato cardinale, che si strinsero ancora di più dopo la morte del marito, nel 1639. Nell'ottobre 1640, la primogenita della M., Maria, concluse il matrimonio con Andrea Giustiniani, l'erede del marchese Vincenzo, da cui nacque, nel 1641, Olimpia.

Nel 1644 Urbano VIII morì e si aprì il conclave. Nel confronto tra partiti la candidatura di Pamphili acquistò una crescente forza: il 14 sett. 1644 fu eletto papa col nome di Innocenzo X. L'elezione del cognato consentì alla M. di raggiungere una posizione di assoluta centralità nella vita politica romana.

Nel suo caso i privilegi tradizionalmente riconosciuti alla famiglia del pontefice regnante risultavano enfatizzati dai legami personali con il papa, rilevati con preoccupazione da molti osservatori coevi che, già prima del conclave, avevano valutato con sfavore l'ipotesi di un pontificato in cui "potesse havere gran mano la cugnata" (D'Amelia, Nepotismo al femminile, p. 364). Che il nuovo pontificato si aprisse sotto il segno della M. fu chiaro sin dalla cerimonia del possesso, quando il papa fece deviare il corteo per impartire la benedizione alla nipote "Olimpiuccia", affacciata alle finestre di palazzo Pamphili. Pochi giorni dopo l'elezione, il 24 sett. 1644, Innocenzo X stilò un testamento con cui legava alla M. tutti i suoi beni personali. Nei mesi successivi furono celebrate le nozze tra la terzogenita della M., Costanza, e il principe di Piombino, Niccolò Ludovisi, mentre Camillo, unica speranza di discendenza per i Pamphili, fu nominato cardinal nipote il 18 nov. 1644. Anche i generi della M. ebbero la loro parte di spoglie, ottenendo le cariche militari tradizionalmente assegnate ai familiari del pontefice regnante. Le peculiari caratteristiche della famiglia di Innocenzo X determinarono una distribuzione inedita del potere. Il papa veniva affiancato da un cardinal nipote giovane e incapace di svolgere un proprio ruolo politico ed era indotto ad appoggiarsi sul segretario di Stato, il vecchio collaboratore Giovanni Giacomo Panciroli, e sulla Maidalchini. Il cardinal nipote, da parte sua, si trovava sottoposto alla stretta tutela non solo dei più esperti prelati di Curia ma anche della madre, che manteneva aperto un canale diretto col papa.

Nei primi anni del pontificato, la M. si dedicò soprattutto a consolidare la posizione economica della famiglia e quella sua personale. I donativi concessi da Innocenzo X, scrupolosamente documentati da un'inchiesta condotta sotto Alessandro VII, furono consistenti, ma in fondo non molto superiori a quelli che avevano caratterizzato i precedenti pontificati. Inedito fu invece il ruolo assunto dalla M. nella vita curiale. Sin dall'inizio del pontificato gli osservatori furono colpiti dall'abitudine della M. di recarsi negli appartamenti papali e dalla pretesa di apparire in primo piano in cerimonie pubbliche, come la visita a Roma del viceré di Napoli, Juan Alonso Enríquez de Cabrera, nel 1646, o in riti religiosi durante il giubileo del 1650. Questo presenzialismo era, allo stesso tempo, la manifestazione di un carattere prepotentemente impegnato in uno sforzo di autoaffermazione - ben colto nel busto della M. realizzato da A. Algardi nel 1646 - e l'espressione di una coerente strategia che mirava a fare dei Pamphili-Maidalchini un punto di riferimento per la nobiltà romana.

La strategia della M. conobbe un certo successo nei primi anni del pontificato, ma già nel corso del 1646 cominciò a mostrare la corda, proprio mentre la fuga dei Barberini in Francia apriva una fase politica molto delicata. In quell'anno, infatti, si manifestò in tutta la sua evidenza il problema del cardinal nipote. C'erano chiari segnali di un prossimo abbandono della porpora da parte di Camillo Pamphili, tanto che si era addirittura parlato di un possibile matrimonio con Lucrezia Barberini, che avrebbe sancito una pacificazione tra le famiglie. Il 7 genn. 1647 Camillo rinunciò al cappello cardinalizio e, poco dopo, il 10 febbraio, sposò Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano e ultima discendente della famiglia, nonché erede del notevolissimo patrimonio. Le nozze si svolsero in un casale della Campagna romana, senza che né il papa né la M. presenziassero alla cerimonia. Le congetture che si fecero intorno a questa assenza furono infinite. Molti osservatori ritennero che la M. fosse ostile al matrimonio, perché diffidava di una nuora che intuiva poco propensa ad accettare la sua tutela e perché preferiva un'alleanza con i Barberini, che avrebbe migliorato i rapporti con la Francia. Altri sostennero, forse con migliori ragioni, che il vero avversario del matrimonio fosse il pontefice e che la M. si conformasse semplicemente al volere papale. Il matrimonio di Camillo rappresentò comunque un elemento di crisi politica e familiare che fu difficile assorbire. Gli sposi rimasero a lungo confinati a Frascati per ordine del papa e una fugace visita della M. alla nuora non migliorò i rapporti tra le due donne.

La manifesta incapacità di Innocenzo X a formare un gruppo di governo all'altezza dei suoi compiti cominciò a suscitare perplessità. Tra il 1648 e il 1650 il legame della M. col papa fu sottoposto a crescenti critiche, specialmente dopo la nomina, il 7 ott. 1647, a cardinal nipote di Francesco Maidalchini, un ragazzo diciassettenne privo di capacità, figlio del fratellastro della M., Andrea. Le stesse sorelle monache del papa, suor Agata e suor Prudenzia, si rifiutarono di ricevere il nuovo cardinale, mentre le nipoti del pontefice, Maria Giustiniani e Costanza Ludovisi, protestarono contro una nomina che sembrava ledere i diritti del sangue Pamphili. La M., però, non se ne preoccupò e proprio in quel periodo infittì le visite al pontefice, che divennero quasi quotidiane. Al di là delle calunnie che si diffusero per Roma, per Innocenzo X la consuetudine con la M. era soprattutto una maniera di distanziarsi dagli affari, mantenendo le antiche abitudini familiari. Del resto, anche in questi anni di grande potenza, il reale influsso della M. sugli affari politici non può essere sopravvalutata: ella, infatti, non esercitò alcuna influenza sulle grandi direttrici della politica europea della S. Sede, che rimasero appannaggio dei rodati organi curiali, né, d'altra parte, avrebbe avuto gli strumenti culturali per farlo. Assai importante fu invece il suo ruolo nella gestione del patronage pontificio e negli affari che più direttamente toccavano il rapporto del papa con le aristocrazie italiane. L'assegnazione di donativi e cariche di palazzo passò frequentemente per le mani della M., che dimostrò una rapacità forse non superiore a quella dei membri di altre famiglie papali, ma assai più malvista perché non si accompagnava a una reale capacità di elaborazione politica.

Una parte consistente dei donativi papali fu impiegata in un'ambiziosa politica di costruzioni. Il palazzo dei Pamphili in piazza Navona fu ingrandito e abbellito, sotto la direzione di Girolamo Rainaldi, e la stessa piazza fu legata indissolubilmente alla famiglia con la costruzione della chiesa di S. Agnese - completata solo nei primi anni Settanta - e della fontana dei Fiumi, opera di G.L. Bernini, tornato in auge forse anche grazie all'opera della M., con la quale l'artista condivideva la passione per il teatro. Al pari di altre famiglie papali, la M. promosse inoltre la costruzione di un'imponente villa suburbana, poco fuori dalla porta di S. Pancrazio, sostanzialmente completata tra il 1644 e il 1652. A ciò si aggiunsero, infine, i consistenti lavori nel paese di San Martino al Cimino, ceduto ai Pamphili dal Capitolo vaticano nell'autunno 1645. Tra il 1648 e il 1654 il piccolo centro del Viterbese fu oggetto di un completo riassetto urbanistico su progetto dell'architetto Marc'Antonio De Rossi, che culminò nella costruzione di un moderno palazzo baronale. Si trattò di un'operazione imponente, che mirava a consolidare il prestigio dei Pamphili attraverso l'inserimento nei ranghi della nobiltà titolata, seguendo l'esempio della politica "neofeudale" attuata dalle altre famiglie papali nel corso del Seicento.

Il ruolo della M. in queste operazioni edilizie, che fanno risaltare la povertà della committenza pubblica durante il pontificato innocenziano, non è ancora del tutto precisato. Certamente sia il papa, sia la M. delegarono la sovrintendenza di molte delle più importanti operazioni al padre oratoriano Virgilio Spada, personaggio di notevole cultura artistica. Ci sono tuttavia evidenze che, in alcuni casi, la M. intervenne direttamente nella progettazione delle opere, come nel caso della sala grande del palazzo di piazza Navona, per la quale il pittore Andrea Camassei, un artista protetto dalla M., eseguì una serie di affreschi direttamente ispirati dalla committente.

Le traversie familiari della M. continuarono: nel 1648 Olimpia Aldobrandini, ancora bandita da Roma con il marito, restò incinta. Fidando nella protezione dei Farnese, la Aldobrandini rientrò in città e s'installò a palazzo Farnese, amichevolmente accolta dalla sorella del papa, suor Agata. Il 24 giugno 1648 nacque il sospirato erede del nome (e delle sostanze) dei Pamphili, a cui fu imposto il nome di Giovambattista. L'evento rese felice il pontefice e riportò un minimo di armonia familiare. Camillo Pamphili poté così rientrare a Roma, pur dovendosi stabilire nel palazzo della moglie.

Nonostante il diffuso risentimento di ampi settori della Curia e della nobiltà, il ruolo della M. rimase forte, come si vide con chiarezza durante l'anno santo del 1650. Nelle cerimonie giubilari la M. occupò un posto di primo piano, addirittura presenziando, a fianco del papa, all'apertura della porta santa. La cosa suscitò notevole scalpore, rinfocolando un'ostilità per la M. che si era manifestata già nel marzo 1649, quando la M. aveva promosso il trafugamento di alcune reliquie di s. Francesca romana, una santa molto amata a Roma, sottratte alle monache di Tor de' specchi e trasferite nel feudo di San Martino al Cimino.

Tuttavia, proprio l'anno del giubileo segnò l'eclisse del ruolo della Maidalchini. Nella prima metà dell'anno - quando D. Velázquez la ritrasse in un dipinto, poi passato al cardinale Camillo Massimo e in seguito perduto - la sua posizione sembrava solida, anche se c'erano segni di una crescente ostilità del segretario di Stato, Panciroli, per la sua invasività. Ma nel settembre 1650 Innocenzo X nominò un nuovo cardinal nipote "adottivo", Camillo Astalli, lontanamente imparentato con la M. (il fratello di Astalli, Tiberio, aveva sposato una delle figlie di Andrea Maidalchini). Il nuovo cardinal nipote, non privo di capacità, a differenza dei predecessori, si trovò immediatamente in contrasto con la M., che, ritenendosi oltraggiata dalla nomina, rifiutò di riceverlo e minacciò di abbandonare il palazzo di piazza Navona, che il papa aveva concesso in usufrutto al cardinal Astalli. Ma il peggio doveva ancora venire. Nel giugno 1650 Innocenzo X revocò alla M. la facoltà di disporre dei beni di famiglia e manifestò la volontà di indagare sui suoi servitori, proprio mentre accoglieva affettuosamente Camillo Pamphili e la moglie. Era una completa sconfessione, a cui la M. reagì con dignità, chiudendosi nel palazzo e facendo vita ritirata.

La disgrazia della M. - che fu solo sfiorata dallo scandalo del processo al sottodatario F. Canonici, detto il Mascambruno (1652) - durò fino al marzo 1653, quando si attuò, auspice suor Agata Pamphili, una riconciliazione solenne tra i membri della famiglia: la M., Camillo Astalli, Camillo Pamphili e Olimpia Aldobrandini, che in aprile diede alla luce un secondo figlio maschio, Benedetto. Poco dopo, nel giugno 1653, fu celebrato il matrimonio tra la nipote della M., Olimpia Giustiniani, e il principe Maffeo Barberini, che suggellava la pace tra le due famiglie papali. Il matrimonio, però, iniziò sotto pessimi auspici. La giovinetta si rifiutò di seguire il marito nel palazzo Barberini e rimase nel palazzo avito di piazza Navona, da cui uscì solo nel novembre 1653.

Il senso della riconciliazione familiare si chiarì nel corso dei mesi successivi, quando apparve evidente che il pontefice, ormai molto anziano, non era più in grado di governare se non appoggiandosi su collaboratori, come il segretario di Stato Flavio Chigi, succeduto a Panciroli nel 1651, e familiari come la M., che tornò prepotentemente in auge e riprese le sue visite quasi quotidiane al Quirinale. Non paga di aver riacquistato un posto di primo piano, la M. era decisa a valersi della nuova parentela con i Barberini per scalzare dal potere il cardinale Camillo Astalli e stringere rapporti con la Francia e il cardinale Mazzarino. Già nell'autunno del 1653 la M. poté godersi una dimostrazione pubblica del nuovo favore papale. Il 12 ottobre Innocenzo X, che non si muoveva da anni dalla capitale, lasciò Roma e compì un viaggio a Viterbo e a San Martino al Cimino, un evento che stupì molti osservatori, data l'avanzata età del pontefice. Poco dopo, il 10 dic. 1653 il feudo di San Martino fu eretto in principato.

In un certo senso, il viaggio viterbese di Innocenzo X segnò l'apoteosi della M., che proprio in quei mesi poté osservare compiaciuta il progressivo allontanamento dal potere del cardinale Astalli, nel febbraio 1654 privato di tutti i diritti e privilegi e confinato nel suo feudo di Sambuci. La repentina disgrazia di Astalli, tuttavia, non fu solo il frutto di una manovra della Maidalchini. Essa era in qualche modo implicita nel riavvicinamento dei Barberini e dei Pamphili, che conduceva naturalmente a un riequilibrio del potere e all'abbandono della linea politica filospagnola sostenuta dal cardinal nipote.

Tornata al potere, la M. fu di nuovo al centro di diffuse maldicenze. È stato ad esempio sostenuto, sembra a torto, che la M. intervenne nella vicenda della soppressione dei piccoli conventi in Italia, decretata nel 1652 da Innocenzo X, per salvare dalla soppressione alcuni enti religiosi, in cambio di denaro.

A metà del 1654 il papa e la M. corressero i loro testamenti, nominandosi reciprocamente eredi, segno di una ritrovata armonia. Ma la vita di Innocenzo X volgeva ormai al termine. Nel corso del 1654 il papa fu spesso malato. Il 14 dicembre, di ritorno da una passeggiata nel giardino della M., Innocenzo X si aggravò e da allora non abbandonò più il letto. L'agonia del vecchio pontefice fu lunga e penosa. La M. cercò in extremis di ottenere grazie per la famiglia, ma i cardinali F. Chigi e D. Azzolini le vietarono l'accesso agli appartamenti papali. Il 7 genn. 1655 Innocenzo X morì.

Le fonti seicentesche sono unanimi nel denunciare il disinteresse della M. e dei suoi congiunti per le esequie del papa, che furono particolarmente semplici. Nel successivo conclave la M. poté forse ancora illudersi di giocare un ruolo, grazie alla sua alleanza con i Barberini, ma buona parte del Collegio cardinalizio era ormai decisa ad affermare una forte discontinuità rispetto al pontificato di Innocenzo X e le creature pamphiliane rifiutarono di seguire le indicazioni dei parenti del papa. Un segno dei tempi nuovi giunse già il 3 marzo 1655, quando F. Ravizza, conclavista del cardinale C. Gualtieri, fu imprigionato in Castel Sant'Angelo con l'accusa di aver trasmesso alla M. notizie sull'andamento del conclave. Un mese dopo, la M. dovette assistere impotente all'elezione di un vecchio avversario, il segretario di Stato Fabio Chigi, che divenne papa il 7 apr. 1655 col nome di Alessandro VII.

Il nuovo papa comminò l'esilio da Roma alla M., che si ritirò prima a Orvieto e poi nei possedimenti di Viterbo e San Martino al Cimino, dove visse oscuramente. La M. morì il 26 sett. 1657, uccisa dalla peste.

La morte della M. non arrestò il torrente di scritture che avevano accompagnato la sua vertiginosa ascesa, anche perché Alessandro VII, in esplicita polemica con il predecessore, non perse occasione di rimarcare il nuovo stile rigoroso diffuso in Vaticano dopo l'allontanamento della Maidalchini. Per tutta la seconda metà del Seicento i libelli denigratori che avevano circolato manoscritti già durante il pontificato del Pamphili conobbero un'ampia e durevole diffusione, come la Vita di donna O. M. (Cosmopoli [ma Ginevra] 1666) dell'abate A. Gualdi, pseudonimo sotto il quale bisogna riconoscere, nonostante l'opinione contraria di alcuni studiosi, il poligrafo Gregorio Leti. L'opera ebbe un successo straordinario, con traduzioni in francese, inglese e olandese, e contribuì a cristallizzare un'idea della M. come icona delle degenerazioni del nepotismo. Tale immagine, con poche correzioni, trapassò anche nella storiografia ottocentesca e persino nella letteratura: nella temperie romantica e risorgimentale un prolifico autore di romanzi storici, Luigi Capranica, pubblicò un Donna Olimpia Pamfili. Storia del sec. XVII. Romanzo storico (Milano 1862) che conobbe numerose edizioni, ma non mancano anche analoghe opere in lingue straniere, come la Dona Olimpia, di É.-J. Delécluze (Paris 1842; 2a ed. ibid. 1862).

Fonti e Bibl.: Sulla M. esiste una bibliografia ampia ma di scarso livello scientifico, con continui cedimenti all'aneddoto e al pettegolezzo. Tra gli esempi più recenti di questi tardivi imitatori dell'opera di Leti, cfr. G. Ciaffei, La pimpaccia di piazza Navona. Storia di Olimpia Pamphilj secondo le cronache del tempo (1594-1657), Roma 1978 e A. Cavoli, La papessa Olimpia, Roma 1992. Una rivalutazione della figura della M. dovrebbe fondarsi sulla ricca documentazione dell'archivio Doria Pamphili (cfr. R. Vignodelli Rubrichi, Il fondo detto "l'archiviolo" dell'Archivio Doria Landi Pamphilj in Roma, Roma 1972, ad ind.). S. Pallavicino, Vita di Alessandro VII sommo pontefice, I, Milano 1843, pp. 180-185, 195-197, 210 s., 229; Relazioni degli Stati europei lette al Senato dagli ambasciatori veneti nel secolo decimosettimo, a cura di N. Barozzi - G. Berchet, s. 3, Italia, II, Relazioni di Roma, Venezia 1878, pp. 51 s., 69 s., 93, 97, 99, 101, 149 s.; G. Gigli, Diario di Roma, a cura di M. Barberito, Roma 1994, ad ind.; I. Ciampi, Innocenzo X e la sua corte, Roma 1878, pp. 10-195, 315-376; R. Chantelauze, Le cardinal de Retz et l'affaire du chapeau, Paris 1878, I, pp. 292-304; II, pp. 340, 348, 350, 363, 368, 398, 407, 431, 445, 451; A. Ademollo, I narratori della vita di donna Olimpia Panfili, in Rassegna settimanale, 11 ag. 1878, pp. 94 s.; L. Fumi, Il cardinale Cecchini romano secondo la sua autobiografia, in Arch. della Soc. romana di storia patria, X (1887), pp. 307-311, 317-321; H. Coville, Étude sur Mazarin et ses démêles avec le pape Innocent X (1644-1648), Paris 1914, ad ind.; E. Rossi, Donna Olimpia, Albano 1928; L. von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medioevo, XIV, Roma 1932, ad ind.; G. Brigante Colonna, Olimpia Pamphilj "cardinal padrone", Milano 1941; Piazza Navona. Isola dei Pamphilj, Roma 1970, ad ind.; E. Boaga, La soppressione innocenziana dei piccoli conventi in Italia, Roma 1971, pp. 105-108; M. Heinbürger, L'architetto militare Marcantonio de Rossi e alcune sue opere in Roma e nel Lazio, Roma 1971, pp. 7-8, 10-15, 18-19; D. Chiomenti Vassalli, Donna Olimpia Pamphilj costruttrice e urbanista, in Lunario romano, VIII (1978), pp. 157-172; Id., Donna Olimpia, o del nepotismo nel Seicento, Milano 1980; F. Barcia, Bibliografia delle opere di G. Leti, Milano 1981, ad ind.; F. Haskell, Mecenati e pittori, Firenze 1985, ad ind.; E. Russo de Caro, Concessione di una reliquia di S. Filippo Neri a donna O. M. Pamphilj, in Strenna dei romanisti, LVI (1995), pp. 495-498; S. Russell, L'intervento di donna Olimpia Pamphilj nella sala grande di palazzo Pamphilj a piazza Navona, in Bollettino d'arte, s. 6, LXXXI (1996), 95, pp. 111-120; Ch. Weber, Genealogien zur Papstgeschichte, II, Stuttgart 1999, p. 712; S. Russel, Virtuous women: the decoration of donna Olimpia Pamphilj's audience room in the palazzo Pamphilj in piazza Navona, in Melbourne Art Journal, III (1999), pp. 14-25; M. D'Amelia, Donna Olimpia Pamphilj e il giubileo del 1650, in "Con singolar modestia e insolita devozione". Le donne ai tempi del giubileo, a cura di A. Groppi - L. Scaraffia, Milano-Genève 2000, pp. 97-118; Id., Nepotismo al femminile. Il caso di O. M. Pamphilj, in La nobiltà romana in età moderna, a cura di M.A. Visceglia, Roma 2001, pp. 353-399; B. Borello, Trame sovrapposte. La socialità aristocratica e le reti di relazioni femminili a Roma (XVII-XVIII secolo), Napoli 2003, ad ind.; G. Simonetta - L. Gigli - G. Marchetti, S. Agnese in Agone a piazza Navona. Bellezza, proporzione, armonia nelle fabbriche Pamphilj, Roma 2003, ad ind.; M. Fagiolo, L'immagine al potere. Vita di Giovan Lorenzo Bernini, Roma-Bari 2004, ad ind.; Velázquez, Bernini, Luca Giordano. Le corti del barocco (catal., Roma), a cura di F. Checa Cremades, Milano 2004, pp. 39-41. S. Tabacchi

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