DEL BUONO, Oreste

DEL BUONO, Oreste

Dizionario Biografico degli Italiani (2017)
di Andrea Aveto

DEL BUONO, Oreste. – Nacque a Poggio, frazione del Comune di Marciana, sull’isola d’Elba, l’8 marzo 1923, primogenito di Alessandro e Vincenzina Tesei. Dall’unione dei genitori nacquero altri due figli: Rosaluce e Pilade.

Dall'Elba a Milano

Dopo la vendita della villa del Pianello, resa obbligata dai dissesti finanziari che avevano travolto il nonno – l’imprenditore minerario, politico radicale e massone Pilade del Buono –, al seguito della famiglia Oreste fu dapprima a Firenze, poi a Roma (dove fu iscritto a una scuola di ordinamento montessoriano) e, infine, a Milano. Nell’anno scolastico 1935-36 iniziò a frequentare il liceo-ginnasio Giovanni Berchet nella classe III (sezione D) del ginnasio inferiore; passato nella sezione A nell’ultimo anno del liceo, strinse amicizia con Lorenzo Milani Comparetti, al quale rimase legato nel biennio successivo, trascorso dal futuro priore di Barbiana presso l’Accademia di Brera. Diplomatosi nel maggio 1941, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza; solo nel dopoguerra passò a lettere, senza tuttavia concludere gli studi.

La sua più remota pubblicazione fu una vignetta apparsa l’11 luglio 1939 su Bertoldo, nella rubrica «Il Cestino» che Giovannino Guareschi aveva inaugurato nel gennaio precedente aprendo le pagine del bisettimanale di Rizzoli alla collaborazione dei lettori; molte altre ne seguirono nei mesi a venire, alternate a freddure e apologhi umoristici talora retribuiti. Nella primavera 1943 la sua firma apparve in calce a racconti, recensioni e riflessioni letterarie sul settimanale milanese degli universitari fascisti Libro e moschetto (più occasionale fu, nello stesso frangente, la collaborazione a Posizione, il mensile dei Gruppi universitari fascisti - GUF di Novara). Dal sodalizio con Marco Valsecchi e Domenico Porzio, cresciuto nella sede milanese della libreria di Renzo Cantoni, prese forma il progetto di una rivista letteraria d’ispirazione cristiana, varata nel novembre 1943 con il titolo Uomo.

Prima che il quaderno inaugurale vedesse la luce, tuttavia, del Buono venne chiamato sotto le armi: spinto ad accelerare la partenza dall’ingombrante influenza materna e dall’ansia di un fallimento umano, optò per l’arruolamento nella leva di mare in omaggio alla memoria dello zio Teseo Tesei, disperso il 26 luglio 1941 durante un’azione contro la base inglese di Malta per la quale fu insignito con la medaglia d’oro al valor militare. Presentatosi al comando del Corpo reali equipaggi di Marina (CREM) di Pola il 23 luglio 1943, all’indomani dell’armistizio venne catturato dai Tedeschi durante l’occupazione dell’isola di Brioni e internato nel campo di concentramento di Gerlospass, in Tirolo: «In prigionia disegna, fa l’interprete, tira su linee elettriche, dopo aver creduto che i pali fossero già lì, come alberi. Prende baldanza, evade, fa il barbone in Austria, scambia i suoi stivali per Le occasioni di Montale, si "rifugia" in un altro lager, dove un polacco lo denuncia. Scappa, imbottito di grappa torna al suo primo campo e si presenta al comandante per spiegargli la fuga. Riesce a dire: “Lei non c’era, come potevo dirle che me ne andavo?”» (N. Orengo, O.d.B. Settant’anni da vagabondo, in La Stampa, 2 marzo 1993). Rimpatriato per malattia, riuscì a rientrare fortunosamente a Milano in tempo per assistere alla liberazione della città.

A segnare il ritorno alla vita civile fu l’apparizione, sul fascicolo di Uomo uscito a giugno con la data di aprile, di Fine d’inverno, una precoce rievocazione della drammatica esperienza di deportazione che non tardò a rivelarsi l’incunabolo del più ampio Racconto d’inverno, pubblicato autonomamente nelle edizioni della stessa rivista nel novembre successivo. Propiziato dall’amico, compagno di partito e futuro cognato Saverio Tutino, prima della fine dell’anno conobbe Elio Vittorini, figura destinata a lasciare un’impronta decisiva nella formazione intellettuale e professionale del giovane scrittore.

Scrittore, traduttore, giornalista

Iscrittosi al Partito comunista italiano (PCI), collaborò con ‘pezzi’ di argomento teatrale all’edizione milanese dell’Unità; le difficoltà materiali del dopoguerra lo indussero ad accettare un modesto impiego nella redazione di una rivista di moda (Foemina, fondata nell’ottobre 1946) prima di essere assunto a Milano-sera, di cui fu redattore, vice capocronista, critico letterario e cinematografico sino al 1951. Tra il 1945 e il 1948 collaborò a Costume, Il Politecnico, Candido (con gli pseudonimi «Strabicus», «Melitretto», «Domenico Pomeriggio»), Libri nuovi, Pesci rossi, Paesaggio, Omnibus, Oggi, Momento sera, Bis, Mercurio, inaugurando in parallelo un’assidua attività di traduttore con le versioni, curate entrambe per Bompiani, delle Lettere al fratello di Vincent Van Gogh (1946) e dei Falsari di André Gide (1947), lo scrittore francese eletto presto a modello di anticonformistica curiosità intellettuale.

Incoraggiato dall’amico Erich Linder, futuro protagonista dell’editoria italiana del secondo Novecento, alla fine del 1946 ultimò la stesura di un nuovo romanzo, La parte difficile, il primo di una lunga serie scritto in prima persona: sottoposto alla giuria del premio Mondadori – un concorso riservato a scrittori esordienti che prevedeva la pubblicazione nella collana «La Medusa degli italiani» della terna di finalisti –, il 19 aprile 1947 il dattiloscritto venne selezionato assieme a In Australia con mio nonno di Luigi Santucci e Storia di Anna Drei di Milena Milani (che nel febbraio 1948 venne dichiarata vincitrice). Stampato nel settembre successivo, venne presentato da Vittorini sull’ultimo numero del Politecnico con una chiarezza tanto ruvida quanto profetica: «Grigio, triste, noioso, il libro di Oreste del Buono. È il primo romanzo di un nuovo scrittore, di un giovane, e viene da pensare “ancora un libro così!”. Ma subito si passa a pensare dell’altro. C’è dell’altro. Il libro ha un valore… Vi si narra di un uomo che non sa credere nemmeno al delitto che pur compie. Che cosa ne dirà la critica degli ipocriti? Che è ora di finirla con questi ‘atteggiamenti’? Che è ora di risalire la corrente? Che è ora di tapparsi le orecchie e di chiudere gli occhi? Che è ora di rimettersi a dire delle ‘buone’ menzogne? […] [Il protagonista] ci mostra, nel libro, la miseria di cercare ancora delle mistificazioni. Mentre, attraverso il protagonista, il libro ci mostra, con la chiarezza di una piccola operazione aritmetica, come quello che di buono rimanga da fare alla borghesia sia ormai soltanto: non mentire. Cioè: scrivere dei libri come questo: continuare in questo genere di letteratura» (E. Vittorini, D. B. apre un discorso, in Il Politecnico, 1947, n. 39 (dicembre), p. 23; poi in Id., Letteratura arte società. Articoli e interventi 1938-1965, a cura di R. Rodondi, Torino 2008, pp. 473 s.).

Il 30 luglio 1947 fece parte di una ristretta cerchia di autori, giornalisti e collaboratori della casa editrice milanese invitati nella villa mondadoriana di Meina, sul Lago Maggiore, in occasione di un soggiorno di Thomas Mann, tornato per la prima volta in Europa dopo la fine del secondo conflitto mondiale: la cronaca di quel memorabile incontro, firmata da del Buono per Omnibus, suscitò tuttavia le proteste di Alberto Mondadori, con il quale del Buono intrattenne rapporti in più di un frangente non facili. Il 10 settembre successivo sposò a Tregnago, in provincia di Verona, Gabriella (Nannina) Tutino, dall'unione con la quale, il 25 giugno 1952, nacque la figlia Nicoletta.

L’attività di traduttore si affiancò in maniera più stabile a quella di giornalista nel 1949, in concomitanza con il lancio di due storiche collane tascabili: l’«Universale economica» della Cooperativa del libro popolare (COLIP), per conto della quale firmò le versioni di I gioielli indiscreti di Denis Diderot e Il cappotto di Nikolaj Gogol’ (provocando il disappunto di Palmiro Togliatti per i fitti e arbitrari tagli che lardellavano il primo dei due libri), e, soprattutto, la «Biblioteca universale Rizzoli» (BUR), che gli affidò la cura di oltre una ventina di titoli tra i quali tre romanzi di Gide (La porta stretta, 1953; Le segrete del Vaticano, 1955; L’immoralista, 1958) e tutte le novelle di Guy de Maupassant, uscite in dieci volumi tra il 1950 e il 1965. Sempre nel 1949 iniziò la lunga collaborazione alla rivista Inventario diretta dal conterraneo Luigi Berti, di cui del Buono fu caporedattore sino al 1961.

Nel luglio 1951 venne assunto da Edilio Rusconi nella redazione di Oggi, dove sarebbe rimasto per quasi sei anni e mezzo occupandosi principalmente di cronaca bianca. Sempre da Mondadori pubblicò, invece, il suo terzo romanzo, Acqua alla gola (Milano 1953), alla cui stesura aveva atteso tra il 1950 e il 1952. Dell’anno seguente fu la prima incursione nel genere giallo con la traduzione di La casa senza porta di Thomas Sterling, seguita nel 1955 da Delitto di carnevale di Bart Carson (entrambi apparsi presso Garzanti). Tra il 1956 e il 1958 collaborò saltuariamente alla terza pagina del Corriere d’informazione; tornò a scrivervi solo nel 1963, esordendo poco dopo sulle pagine letterarie domenicali del Corriere della sera. Assunto a Epoca come caporedattore, dal 30 marzo 1958 affiancò il suo predecessore Nino Manerba, subentrandogli definitivamente il 15 giugno.

In concomitanza con l’ingresso nel settimanale di Mondadori, del Buono scelse di non rinnovare il contratto decennale che lo aveva legato a quella casa editrice, pubblicando presso Feltrinelli una serie di opere letterarie non esenti da debiti nei confronti del nouveau roman e, in particolare, di due scrittori dei quali proprio allora andava allestendo le prime traduzioni italiane: Michel Butor (La modificazione, 1959; L’impiego del tempo, 1960) e Nathalie Sarraute (Ritratto d’ignoto. Tropismi. Conversazione e sottoconversazione, 1959). Nell’arco di un quinquennio diede alle stampe per Feltrinelli due racconti lunghi (L’amore senza storie, Milano 1958; Un intero minuto, ibid. 1959), un romanzo che riprendeva, variamente rielaborati, i due precedenti lavori seguiti da una conclusione inedita (Per pura ingratitudine, ibid. 1961), una raccolta di «racconti in continuità» (Facile da usare, ibid. 1962) e una commedia rappresentata al teatro Manzoni di Milano nel dicembre 1962 per la regia di Franco Enriquez e l’interpretazione di Valeria Moriconi (Niente per amore, ibid. 1962). A un esercizio creativo capace di garantirgli un accresciuto rilievo nell’orizzonte letterario contemporaneo associò un’agguerrita militanza critica, concretizzatasi tra il 1960 e il 1962 nella pubblicazione dei quattro fascicoli della rivista di lettere e arti Quaderni milanesi, che fondò nella duplice veste di direttore (con Domenico Porzio) ed editore.

Nella ‘macchina’ dell'editoria

La conclusione dell’esperienza a Epoca (sopraggiunta nel novembre 1960 a pochi mesi dalla crisi che in estate aveva posto fine alla direzione di Enzo Biagi) e l’interruzione del breve incarico di caporedattore del mensile Quattrosoldi (15 aprile - 15 settembre 1961) costituirono i presupposti di una svolta professionale determinata anche dalle difficili vicissitudini personali rivelate molti anni dopo in un’intervista a Enrico Filippini: «[…] mi ammalai. Un chirurgo pazzo mi fece sei operazioni invece di una. Restai un anno o due senza lavoro. È allora che approdai alla Feltrinelli» (Comprato & venduto, in la Repubblica, 17 maggio 1984). Abbandonato il giornalismo militante (ma non le collaborazioni giornalistiche, che andarono anzi infoltendosi: in quegli anni scrisse, tra l’altro, su La settimana Incom illustrata ed esordì sull’Europeo con un’inchiesta in tre puntate sul romanzo italiano contemporaneo pubblicata tra il 22 aprile e il 6 maggio 1962), entrò sempre più dentro la ‘macchina’ dell’editoria libraria, dando prova di una curiosità libera e antielitaria che, coniugata a una formidabile ‘produttività’ e a una leggendaria, costitutiva incapacità di restare legato a lungo allo stesso datore di lavoro, fece di lui il caso più emblematico di quella «categoria della trasversalità», comprendente «intellettuali-editori che, tra gusto artigiano e moderna professionalità, praticano la loro progettualità e creatività (e pubblicano le loro opere) presso numerose case editrici» (G.C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia 1945-2003, Torino 2004, pp. 222 s.).

Non concretizzatisi i contatti stabiliti per il tramite di Italo Calvino con Giulio Einaudi, al principio degli anni Sessanta collaborò in maniera più o meno occasionale con Sugar, Cappelli, Silva e Sansoni (per il quale confezionò l’importante antologia I paladini del brivido, uscita nel 1962); tra il 1962 e il 1963 fu consulente editoriale di Feltrinelli: all’allestimento di un’originale guida alla lettura di Alberto Moravia (Moravia, Milano 1962) seguirono la curatela di tutti i racconti di Raymond Chandler (La semplice arte del delitto, I-II, ibid. 1962), nonché il varo della serie «I romanzi di Augusto De Angelis», arrestatasi però dopo l’uscita di un solo titolo (Il commissario De Vincenzi. Tre romanzi polizieschi italiani, ibid. 1963), e la precoce scoperta di John Le Carré.

Dismessi tutti gli impegni assunti sia come autore sia come consulente dopo l’ingresso dei principali esponenti della neoavanguardia nel catalogo (e nella redazione) dell’editore milanese, nel 1963 pubblicò presso Mondadori Né vivere né morire (ibid.), un romanzo di scoperta sperimentazione metanarrativa «dove l’Io riattraversa […] la propria opera precedente sino a quel momento, nel segno di disamina critica, tra rielaborazione e confutazione, cui è sottesa una ricapitolazione interrogativa sulla funzione stessa della letteratura» (E. Paccagnini, Ritratto di scrittore, in L’infaticabile Odb, 2016, p. 79). Nella medesima collana «Narratori italiani» uscì, due anni più tardi, la raccolta di racconti La terza persona.

Nel biennio 1964-65 diresse la collana «Gli stranieri» di Vallecchi; in quello stesso frangente tornò a lavorare per conto di Garzanti: a iniziali contratti per nuove traduzioni di classici (da Madame Bovary di Flaubert a Un amore di Swann di Proust) seguirono incarichi di consulenza riguardanti le collane «Garzanti per tutti» e «I grandi libri Garzanti» che gli garantirono un ruolo determinante nella scoperta del maestro del poliziesco italiano Giorgio Scerbanenco. Attento osservatore dei nuovi fenomeni di costume, insieme con Umberto Eco curò per Bompiani una raccolta di saggi dedicati al personaggio della celebre spia uscita dalla penna di Ian Fleming (Il caso Bond, Milano 1965); per incarico di Rizzoli, invece, narrò le imprese del giovane campione del Milan Gianni Rivera in due pionieristici libri-intervista firmati a quattro mani col suo idolo calcistico (Un tocco in più e Dalla Corea al Quirinale, ibid., rispett. 1966 e 1968).

Il 1° aprile 1965, presso la libreria Milano Libri, partecipò alla presentazione del primo numero di Linus: ad aprire le pubblicazioni del mensile fondato e diretto da Giovanni Gandini, era una celebre intervista dello stesso Eco a Vittorini e del Buono, che si candidava a offrire la prima autorevole legittimazione culturale ai Peanuts e, più in generale, al fumetto, tradizionalmente relegato tra i generi editoriali di consumo e perlopiù destinato all’infanzia. In margine alla collaborazione con la nuova testata presero forma l’ambizioso progetto di un’Enciclopedia del fumetto (arenatosi nel 1969 dopo l’uscita del primo volume), nonché alcune traduzioni.

Il processo di riorganizzazione innescato, all’interno della Mondadori, dalla malattia e, poi, dalla morte dell’autore di Conversazione in Sicilia fu perfezionato con la sottoscrizione di un contratto che riconduceva a del Buono la responsabilità di un ampio spettro di collane di narrativa straniera: l’accordo – che non contemplava alcun vincolo d’orario d’ufficio – durò tra alti e bassi sino al luglio 1972, quando venne risolto in maniera consensuale (proseguì invece sino al 1975 la collaborazione in qualità di ‘lettore’ avviata sin dal 1959).

Testimoniata sino a quel momento dal contributo alle rassegne critiche di Milano-sera, Epoca e La settimana Incom illustrata, dalla collaborazione alla rivista Cinema nuovo di Guido Aristarco e dalla pubblicazione di due monografie dedicate a Billy Wilder (Parma 1958) e Federico Fellini (Monza 1965), dal 13 febbraio 1969 la sua passione per il cinema ebbe modo di concretizzarsi in una fittissima serie di recensioni, note, ritratti, necrologi, rievocazioni (di attori, produttori, registi, sceneggiatori…) che dal 21 agosto 1969 al 15 ottobre 1976 apparvero nella rubrica «Cronaca del cinema» dell’Europeo grazie alla complicità dell’allora direttore Tommaso Giglio (una scelta antologica di questi ‘pezzi’, limitata al quinquennio 1969-73, fu pubblicata presso Garzanti sotto il titolo Il comune spettatore: Milano 1979).

Mentre proseguiva infaticabilmente nell’attività di traduttore (memorabile, nel 1968, l’edizione di Adolphe di Benjamin Constant commissionata da Linder per celebrare il settantesimo anniversario dell’Agenzia letteraria internazionale), con la curatela di un’antologia della stampa nel Ventennio (Eia, Eia, Eia, Alalà! La stampa italiana sotto il fascismo 1919/1943, Milano 1971) del Buono si avventurò in un terreno sino ad allora largamente inesplorato; altrettanto pionieristico si rivelò l’esito editoriale delle ricerche condivise con Lietta Tornabuoni intorno al settimanale Il becco giallo (Il becco giallo. Dinamico di opinione pubblica 1924/1931, ibid. 1972), che spostarono l’attenzione su uno degli episodi più memorabili di una storia, quella della satira politica in Italia, di cui lo scrittore fornì poco più tardi un agile profilo (Poco da ridere. Storia privata della satira politica dall’«Asino» a «Linus», Bari 1976).

Nel 1971 diede alle stampe un nuovo romanzo, I peggiori anni della nostra vita, con cui proseguiva nell’instancabile processo di scrittura e riscrittura del proprio corpus narrativo. Il libro segnò l’esordio nel catalogo Einaudi, in cui trovarono posto, di lì a poco, due altri titoli: La nostra età (Torino 1974), e Tornerai (ibid. 1976), mentre apparve presso Rizzoli il ‘romanzo a racconti’ Delitti per un anno (Milano 1975). Sotto le insegne dello Struzzo, diversamente, non vide mai la luce un’ulteriore opera, scritta in terza persona e ambientata nel mondo dell’editoria italiana, il cui primitivo nucleo era apparso in una delle numerose strenne di racconti polizieschi curate dallo scrittore in quegli anni (La fine del romanzo, in Le coppie infernali, ibid. 1972, pp. 435-450): sviluppata nei due anni successivi, assunse la forma di un romanzo breve che, corredato dello stesso titolo, approdò alla stampa nel 1973, senza però mai varcare la soglia delle librerie per decisione di Giulio Einaudi; rivista e ampliata sotto il nuovo titolo Un’ombra dietro il cuore, venne impressa per la seconda volta nel 1978 finendo però nuovamente al macero, questa volta per volontà (e a spese) di del Buono. Dalle ceneri dei due precedenti libri nacque infine Se mi innamorassi di te (ibid. 1980), apparso presso Longanesi per iniziativa di Mario Spagnol.

Pendolarismi e bigamie editoriali

L’interruzione del rapporto professionale con Mondadori fu provocata dall’incompatibilità con i nuovi impegni sottoscritti da del Buono con Rizzoli: la consulenza per il lancio dell’edizione italiana di Playboy (del mensile, varato nel novembre 1972, fu in seguito collaboratore e, tra il novembre 1973 e il febbraio 1974, anche direttore), la responsabilità di Milano Libri e, soprattutto, di Linus (dicembre 1971) che sotto la sua guida «si trasforma in maniera netta, accogliendo il fervore che anima le piazze e accentuando la propria natura di ricettacolo della sensibilità giovanile» grazie anche all’ingresso di nuovi «fumettisti, spesso italiani, che usano la satira come strumento di analisi del Paese» (P. Interdonato, Linus. Storia di una rivoluzione nata per gioco, Milano 2015, p. 337).

Nel 1973 venne coinvolto nel progetto di rilancio del marchio Sonzogno; risoltisi in un nulla di fatto, quei preliminari contatti costituirono tuttavia la premessa del suo ingresso, due anni più tardi, in un’altra consociata della medesima concentrazione editoriale, Bompiani, con l’incarico di creare una nuova serie di libri economici: corredati di apparati critico-informativi ampi e anticonvenzionali, sovente redatti (ma non sempre firmati) dallo stesso del Buono, i «Tascabili Bompiani» iniziarono a uscire nell’aprile 1976, giungendo ad allineare circa 170 titoli prima che, nell’autunno 1979, le mutate condizioni suggerissero a del Buono di rassegnare le dimissioni dalla direzione della collana (oltre che da quella della casa editrice, assunta sin dal 1977 in tandem con Giampaolo Dossena). Nelle settimane successive suonò pertanto come un involontario congedo l’uscita dell’Almanacco Bompiani 1980, confezionato sotto il titolo Era Cinecittà. Vita, morte e miracoli di una fabbrica di film in collaborazione con Lietta Tornabuoni.

Instancabile pendolare nel mondo dell’editoria, nelle settimane immediatamente successive affiancò alla direzione di Linus quella della nuova serie della lettura, edita dalla Milano Libri (1979-80), e tornò in Mondadori per occupare, tra il 1979 e il 1983, il ruolo che era stato di Alberto Tedeschi, lo storico responsabile dei «Gialli» alla cui memoria intitolò un premio, assegnato alla sua prima edizione a Loriano Macchiavelli. Dopo l’esperienza al Messaggero, dal settembre 1978 scriveva regolarmente sul Corriere della sera, alternando articoli e recensioni letterarie a commenti calcistici, di regola pubblicati in prima pagina nell’edizione del lunedì. Il nuovo contratto di collaborazione andava ad affiancarsi, sempre in casa Rizzoli, all’ormai decennale impegno con l’Europeo: dopo essersi occupato di diverse effimere rubriche nel biennio 1977-78 («Il taccuino», «Risposte ai lettori», «La posta», «Ultima pagina»), tornò a trattare di cinema dal maggio 1979 al giugno 1981, quando le rivelazioni sul coinvolgimento dei vertici aziendali nello scandalo P2 lo persuasero a rassegnare le dimissioni dal settimanale, dal quotidiano di via Solferino e, a luglio, dalla direzione di Linus (e del suo supplemento Alter Alter, nato nel 1974 ma uscito sino a tutto il 1976 con il titolo Alterlinus). Se sull’Europeo tornò a scrivere già nel febbraio 1982 (rimanendovi sino al passaggio a Epoca nel marzo 1986) i rapporti col Corriere ripresero solo quattro anni più tardi: tra il 1981 e il 1985, infatti, figurò tra le firme della Stampa, di cui fu anche inviato speciale durante il trionfale campionato mondiale di calcio spagnolo. Proprio sul quotidiano torinese nacque il titolo La talpa di città, dapprima impiegato come occhiello per una serie di articoli di terza pagina, successivamente imprestato al libretto che, selezionati e rivisti, li raccolse, infine scelto per la rubrica migrata sulle pagine di cronaca milanese del Corriere della sera (1986), della Repubblica (1987-88), ancora del Corriere (1988-89) e, infine, proprio della Stampa.

Nel 1983 venne coinvolto nel piano di rilancio del quotidiano romano Paese sera annunciato dalla società editrice Impredit col sostegno di fondi occulti provenienti dal Partito comunista sovietico (PCUS): designato come direttore della nuova edizione ‘notte’, che sarebbe dovuta uscire con il titolo Paese domani a partire dal 15 aprile, non poté che constatare il naufragio del progetto quando, un mese prima del lancio della nuova testata, la sede individuata per la redazione era già stata inaugurata. Esito involontario della momentanea permanenza nella capitale fu la collaborazione con la casa editrice Theoria, concretizzatasi nella curatela di opere di Dino Buzzati (Cronache nere, Roma 1984) e Giorgio Scerbanenco (Lupa in convento, ibid. 1984), oltre che nella pubblicazione di due suoi libri: la citata raccolta La talpa di città (ibid. 1984) e una rievocazione romanzata delle vicende sentimentali che legarono Benito Mussolini a Claretta Petacci e Alessandro Pavolini a Doris Duranti (Amori neri, ibid. 1985).

Nel maggio 1984 tornò in Rizzoli con la carica di direttore letterario dell’area libri, che ricoprì sino al 1989. Nel 1986 e, dopo un breve passaggio alla Repubblica, tra il 1988 e il 1989 riprese a scrivere sul Corriere della sera, curando, tra l’altro, per quasi due anni la rubrica quotidiana di critica televisiva «Diario tv». Il suo interesse per il piccolo schermo era già stato testimoniato dall’uscita di un illustratissimo Album di famiglia della TV (Milano 1981, in collab. con Lietta Tornabuoni); tornò a testimoniarlo, più tardi, una singolare rubrica dedicata agli spot pubblicitari, firmata su Panorama dall’aprile 1987 al febbraio 1992 («Videospot») e poi trapiantata sull’Espresso a partire dall’aprile successivo («Spot & dintorni»).

Nella seconda metà degli anni Ottanta condiresse due riviste di attualità e fumetti (Dolce Vita, 1987-89; Tic, 1989), avviò per conto di Bompiani l’edizione delle Opere di Achille Campanile (Romanzi e racconti 1924-1933, Milano 1989; Romanzi e scritti stravaganti 1932-1974, ibid. 1994), collaborò alla redazione del catalogo della collezione autunno-inverno 1989-90 di Giorgio Armani (Milano 1989) e, soprattutto, diede alle stampe ben tre nuovi libri: presso Mondadori il romanzo La nostra classe dirigente (Milano 1986), in cui la narrazione degli ultimi giorni del regime si intrecciava alle vicende che condussero all’eroica morte dello zio Teseo Tesei; presso Marsilio la postrema riscrittura della propria biografia sullo sfondo dell’immediato dopoguerra (La debolezza di scrivere, Venezia 1987) e una nuova raccolta di prose e ‘moralità’ (La vita sola, ibid. 1989).

 

Da Einaudi a Baldini&Castoldi

Nel 1989 riallacciò i rapporti con Einaudi, non più in veste di scrittore, bensì di consulente editoriale, dopo essere stato assunto dal nipote Alessandro Dalai, allora amministratore delegato della casa editrice torinese, per avviare la collezione «Einaudi Tascabili». L’incarico si concluse nel 1991 sull’onda delle polemiche suscitate dall’uscita di Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano, una fortunatissima raccolta di boutades, freddure e aforismi arguti allestita dal duo comico Gino & Michele (Luigi Vignali e Michele Mozzati) con la collaborazione di Matteo Molinari, in cui l’ortodossia einaudiana ravvisò un vistoso «snaturamento della tradizione […], sempre molto attenta a contemperare la sperimentazione del nuovo con il rigore critico» (G.C. Ferretti, Storia…, cit., p. 361).

Coinvolto dallo stesso Dalai nella rifondazione dello storico marchio Baldini&Castoldi, per tutti gli anni Novanta collaborò a connotarne significativamente il catalogo, come testimoniano non solo l’attenzione all’umorismo e al giallo, ma anche il recupero di autori italiani come Luciano Bianciardi, Gianni Brera e Guido Piovene. Direttore della collana «Storie della storia d’Italia», in cui ripropose La nostra classe dirigente (Milano 1993) e pubblicò una galleria di ritratti dedicati a protagonisti e comprimari dell’industria editoriale italiana in larga parte già sparsamene editi (Amici, amici degli amici, maestri, ibid. 1994), nell’aprile 1995 tornò al timone di Linus, ormai in procinto di essere rilevato dallo stesso editore milanese (l’inizio del nuovo incarico anticipò di un solo mese la chiusura del mensile Dire, fare, baciare, che aveva fondato nel 1993 assieme a Gino & Michele e Nico Colonna).

Per iniziativa dell’allora direttore Paolo Mieli, il 26 settembre 1990 aveva iniziato a firmare un personale box di corrispondenza con i lettori della Stampa («Risponde O.d.B.»), di cui rimase titolare nei successivi tredici anni; nello stesso arco cronologico curò per Tuttolibri le rubriche «Amici maestri» (1992-97) e «Luoghi comuni» (1998-2003), quest’ultima in coppia con Giorgio Boatti.

In occasione del suo ottantesimo compleanno Libri Scheiwiller diede alle stampe, per cura di Daniele Brolli, il volume La parte difficile e altri scritti (Milano 2003), che insieme al romanzo eponimo riproponeva Racconto d’inverno, quattro racconti tratti da La terza persona e una selezione di pagine da La vita sola. Il 29 maggio successivo venne insignito dell’onorificenza di Grande Ufficiale Ordine al merito della Repubblica italiana dal presidente Carlo Azeglio Ciampi.

Morì il 30 settembre 2003 a Roma, dove si era trasferito, ospite di Lietta Tornabuoni, al manifestarsi dei primi segni della malattia.

Edizioni

Pochi libri di del Buono hanno conosciuto edizioni successive alla prima; tra le rare eccezioni si segnalano qui di seguito quelle corredate di introduzioni e note critiche: La parte difficile, introd. di G. Gramigna, Milano 1975; Acqua alla gola, prefaz. di G. Manacorda, Firenze 1992; Facile da usare, con uno scritto di E. Paccagnini, Milano 2009; La vita sola, prefaz. di V. Spinazzola, ibid. 2014.

Il progetto di ripubblicazione delle opere narrative intrapreso da Silvia Sartorio per Isbn Edizioni si è arenato al primo volume (L’antimeridiano. Romanzi e racconti, ibid. 2010) in cui sono stati raccolti i titoli apparsi tra il 1945 e il 1965 oltre a L’infedele, sceneggiatura di un teleracconto, trasmesso dal secondo canale RAI il 17 ottobre 1962 per la regia di Giacomo Colli, che era stata pubblicata in Sipario nel febbraio 1963.

Un’antologia di scritti dedicati al mondo del fumetto è stata allestita da Daniele Brolli (Sul fumetto, Bologna 2014); una raccolta di saggi, articoli e interventi sull’editoria italiana, invece, è stata resa disponibile in formato e-book sul sito www.digitami.it per iniziativa della Biblioteca comunale di Milano (Appunti sull’industria culturale, con un ricordo di P. Gelli, Milano 2016).

 

Fonti e bibliografia

In attesa della sistemazione dell’ingente mole di carte e di libri attualmente ancora nella disponibilità della famiglia, la poliedrica attività narrativa, critica, editoriale e giornalistica di del Buono è ripercorribile attraverso l’archivio dell’Agenzia letteraria italiana (consultabile a Milano, presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, per gli anni che vanno dall’immediato dopoguerra alla morte di Erich Linder), oltre che dei fondi documentari degli editori dei suoi libri e/o dei periodici per i quali lavorò, che sono stati ordinati e resi accessibili: Rizzoli (Milano, Arch. stor. Fondazione Corriere della sera), Mondadori e il Saggiatore (Ibid., Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori), Feltrinelli (Ibid., Fondazione Giangiacomo Feltrinelli), Einaudi (Arch. di Stato di Torino), Scheiwiller (Milano, Arch. della Parola, dell’immagine e della comunicazione editoriale - APICE). Le tracce documentarie lasciate da del Buono nei vari fondi conservati presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori sono state censite da A.L. Cavazzuti nel contributo allegato al volume «Non è un libro per noi». O. d. B. lettore in Mondadori (Milano 2014), in cui E. Mannucci ha passato in rassegna l’attività di lettore svolta per conto di Mondadori tra il 1959 e il 1975.

Nel panorama, non foltissimo, degli studi su del Buono mancano all’appello sia una soddisfacente ricognizione biografica sia un puntuale censimento degli scritti, apparsi in una serie pressoché sterminata di sedi nell’arco di oltre sessant’anni. Il più ampio e articolato ‘attraversamento’ della vita e dell’opera è stato tentato da Gianfranco Vanagolli in uno dei colloqui con Simonetta Di Sacco raccolti nel volume Profili di autori elbani contemporanei (Livorno 2008, pp. 201-239); va altresì segnalata la cronologia firmata dalla figlia Nicoletta nel citato volume L’antimeridiano (Testimonianza, pp. XXXI-XLV), che si arresta però al 1965. Un saggio di indagine bibliografica circoscritta alle sole opere in volume è stato curato da S. Seghetti e M. Vilardo (Spunti e suggerimenti per una bibliografia delle opere di O. d.B., in L’infaticabile OdB, a cura di G. Rosa, Milano 2016, pp. 158-168).

Imprescindibili ai fini della ricostruzione della vicenda editoriale delle opere narrative sono le Notizie sui testi che S. Sartorio ha redatto nel 2010 per il primo volume della progettata opera omnia (pp. 1593-1644) e che ha poi ripreso e integrato in un autonomo volumetto (O. d.B. narratore. Notizie per una storia editoriale, prefaz. di G. Davico Bonino, Milano 2016). Sullo scrittore occorre segnalare il profilo di S. Antonielli (O. d.B., in Letteratura italiana (Marzorati), I contemporanei, VI, Milano 1974, pp. 1417-1435; poi ampl., in Letteratura italiana (Marzorati), Novecento. Gli scrittori e la cultura letteraria della socxietà italiana, IX, ibid. 1982, pp. 8880-8902) e il saggio di G. Davico Bonino premesso al citato L’antimeridiano (L’opera come un arcipelago, pp. V-XXVIII). Di alcuni aspetti della sua attività letteraria si sono occupati N. Turi (Testo delle mie brame. Il metaromanzo italiano del secondo Novecento (1957-1979), Firenze 2007, pp. 155-165) e A. Chiurato (Il polo Butor. O. d. B., in Id., La retroguardia dell’avanguardia, Milano-Udine 2011, pp. 209-311; Quel che resta del romanzo. O. d. B. e l’insoddisfazione di scrivere, in Otto/Novecento, XXXVI [2012], 3, pp. 203-211; L’arcipelago postmoderno. O. d. B. e gli anni Settanta, in Enthymema, VII [2012], pp. 443-452). Sull’esperienza editoriale di Linus ha scritto C. Serafini (O. d. B., «Linus» e la cultura del fumetto, in Parola di scrittore. Altri studi su letteratura e giornalismo, a cura di Id., Roma 2014, pp. 185-198).

Traccia non effimera delle iniziative promosse a Milano tra il 27 e il 29 maggio 2014 per ricordare del Buono a dieci anni dalla scomparsa è il volume L’infaticabile OdB, cit. (che riunisce una ricca serie di saggi, contributi e testimonianze firmati da: G. Rosa, V. Spinazzola, R. Cesana, F. Serra, D. Brolli, L. Vignali e M. Mozzati, E. Paccagnini, C. Rovida, P. Colaprico, C. Pagetti, G. Raccis, M. Bersani e A. Pezzotta).

Fotografia: Luca Biamonte / AGF

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