Orfeo (gr. ᾿Ορϕεύς) Mitico figlio di Eagro e di una delle Muse (Polimnia o Calliope), cantore che piega al suono della sua lira gli animali e tutta la natura.
I due miti legati alla figura di O. sono quello della katàbasis (discesa agli inferi) che O. compie per riportare in vita la sposa morta, Euridice, e quello della morte avvenuta per sbranamento da parte delle menadi. Secondo una versione O. sarebbe riuscito a riportare Euridice dagli inferi, mentre secondo quella diventata classica avrebbe fallito nell’impresa, per aver violato la condizione di non voltarsi indietro lungo il percorso verso la terra. Quanto alla morte, essa viene attribuita anche al fulmine di Zeus. Secondo una leggenda antica la testa di O. ucciso, insieme con la lira, avrebbe raggiunto, trasportata dalle onde del mare, l’isola di Lesbo, dove la testa dava oracoli in un tempio di Dioniso, mentre la lira era conservata nel tempio di Apollo.
L’importanza della figura mitica di O. non si fonda tanto sui racconti variamente modellati nella tradizione poetica, quanto sul fatto che egli era il prototipo mitico di coloro che aderivano al movimento religioso che oggi chiamiamo orfismo ; egli ne sarebbe stato il fondatore e autore di vari scritti ‘teologici’ che andavano sotto il suo nome.
La Tracia fu il centro di diffusione di movimenti religiosi a carattere mistico-orgiastico confluiti nel culto dionisiaco e, appunto, nei cosiddetti culti orfici , che fiorirono nella Grecia antica nel 6°-5° sec. a.C. Questi non riuscirono a prendere il sopravvento sulla religione nazionale dei Greci e, pur influenzando notevolmente la spiritualità ellenica (per es., Pitagora, Platone ecc.), restarono ai margini della vita greca, anche in senso geografico, fiorendo soprattutto nella Magna Grecia e a Creta; a loro volta subirono l’influsso della religione nazionale e vi furono tentativi di inserirli in questa. Per l’orfismo, l’anima umana è di origine e natura divina, la sua tomba è il corpo (σῶμα σῆμα); la vita è una condizione impura da cui l’anima – attraverso una serie di reincarnazioni e il raggiungimento della purità, mediante l’iniziazione orfica e la vita ascetica prescritta dall’orfismo – deve liberarsi per tornare alla sua condizione divina. Questo concetto si esprime nel mito orfico di Dioniso Zagreo, bambino divino, figlio di Zeus e Persefone, sbranato e divorato dai Titani; dalle ceneri di questi, fulminati da Zeus, nasce l’umanità che così porta in sé l’essenza divina assorbita e il peccaminoso elemento titanico.
Gli orfici vivevano in comunità iniziatiche appartate, portavano speciali vesti bianche, osservavano numerose norme e interdizioni (per es., non mangiavano carne, salvo nel rito dell’omofagia) e avevano cimiteri propri. Sono state ritrovate diverse laminette d’oro iscritte che erano sepolte con i morti; le iscrizioni riaffermano la natura divina del morto orfico che ormai ha superato il ciclo delle rinascite e danno indicazioni sull’itinerario che l’anima deve percorrere nell’oltretomba.
Oltre al ricordo di opere attribuite al mitico O., documentano l’orfismo opere assai tarde come i Litica, le Argonautiche orfiche e gli Inni orfici . Questi sono una raccolta di 87 inni di autore ignoto: si tratta di invocazioni e preghiere di tipo liturgico che presentano i caratteri del sincretismo della tarda età ellenistica con accenti neoplatonici. Risalgono probabilmente al 4°-5° sec. d.C. e contengono motivi esoterici e misteriosofici.
3. La fortuna del mito di Orfeo
Nel 4° sec. a.C., con le nuove tendenze razionalistiche, si cominciò a dissentire sulla personalità di O. e a negare (con Aristotele) la sua esistenza. La letteratura ellenistica e l’arte figurativa trattarono il mito di O. sempre più liberamente. I Romani lo derivarono dagli alessandrini: si ricordino la descrizione nelle Metamorfosi di Ovidio e l’episodio finale del 4° libro delle Georgiche di Virgilio. L’arte della tarda antichità predilesse il motivo di O. che ammansisce le fiere (noto fin dal 1° sec.) adottato anche dall’arte cristiana, con varie implicazioni allegoriche (fra le quali quella del buon pastore).
Nell’arte moderna il mito di O. fu numerose volte soggetto di quadri e sculture. Vanno ricordati alcuni chiaroscuri di Mantegna nella Camera degli sposi nel castello ducale di Mantova, l’Orfeo di G. Bellini, i disegni di Leonardo per le scene della favola di O. che doveva rappresentarsi a Mantova, e poi dipinti di D. Dosso, Tintoretto, Rubens, Bruegel il giovane, N. Poussin, Corot, Delacroix, Spadini, i bozzetti di scena e le opere di J. Cocteau nel teatro (con la tragedia Orphée, 1927) come nel cinema (Orphée, 1950; Le testament d’Orphée, 1960); il film di M. Camus Orfeu negro (1959) ecc. Via via la rievocazione della storia di O. ha assunto vari significati, da quello etico-pratico delle prime raffigurazioni del Rinascimento, all’espressione del dominio dell’arte sugli istinti animali, e, in direzione opposta, all’enunciazione della nullità della poesia di fronte all’avversione del destino, o della estraneità della poesia dal mondo.
Il mito di O., nelle letterature moderne, fu celebrato da A. Poliziano nella Favola di Orfeo (1480) – dalla quale è tratto il libretto (di A. Striggio) della favola in musica Orfeo (1607), di C. Monteverdi –, da Lope de Vega nella commedia El marido más firme (1625), da Calderón de la Barca nell’auto El divino Orfeo (1663).
musa Nella mitologia greca, figlia di Zeus e di Mnemosine, divinità del canto e della danza. ● Il numero e i nomi delle M. (Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia, Urania, Calliope) furono fissati nella Teogonia esiodea; ma pare
Roncóni, Luca. - Regista e attore italiano (n. Susa, Tunisia, 1933). Indefesso allestitore di spettacoli prestigiosi, ha diretto il Teatro stabile di Torino (1988-93), il Teatro stabile di Roma (1994-98) e, dal 1999 al 2004, è stato direttore artisti
Czyżewski ‹či'ˇʃèfsk'i›, Tytus. - Scrittore e pittore polacco (Berdychowo, Limanowa, 1885 - Cracovia 1945). Tra i fondatori del movimento poetico del "formismo", pubblicò raccolte di versi influenzate dalle correnti poetiche europee d'avanguardia (Zi
Ficino, Marsilio. - Filosofo (Figline Valdarno 1433 - Careggi 1499). Autore di un ampio lavoro di traduzione e di commento dell'opera di Platone, di Plotino e degli scritti ermetici, fece conoscere alla cultura europea un patrimonio fino allora scono