FARNESE, Ottavio

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 45 (1995)

di Dario Busolini

FARNESE, Ottavio. - Nacque a Parma il 20 dic. 1598, figlio naturale del duca Ranuccio I e di Briseide Ceretoli, una nobildonna all'epoca nubile. Non conobbe la madre naturale, che il duca provvide a fare sposare nel 1599, prima delle proprie nozze nel 1600 con Margherita Aldobrandini, ad A. Carissimi. Venne invece allevato a Borgonovo da Isabella Farnese, moglie di Alessandro Sforza.

Poiché, non riusciva ad avere un erede legittimo, e convinto per questo di essere vittima di un maleficio, nel 1603 Ranuccio I decise di richiamare il figlio naturale a Parma, per legittimarlo e dargli l'educazione di un futuro principe regnante. Per ordine ducale, il ministro B. Riva assunse la responsabilità di sovrintendere e vigilare continuamente sulla sua persona. Lo stesso Riva, il 10 marzo 1605, fece siglare dal notaio camerale l'atto di legittimazione.

Il F. divenne dunque crede diretto del padre, fatte unicamente salve le ragioni di un eventuale successore legittimo, la cui nascita però sembrava tanto improbabile, che Ranuccio I mandò immediatamente gli ambasciatori A. Anguissola e O. Malaspina alle corti di Madrid e di Vienna, per ottenere il riconoscimento internazionale del suo atto. A Roma, con lo stesso scopo, prese delle iniziative il cardinale Odoardo Farnese.

Le missioni diplomatiche ebbero, almeno per il momento, esito negativo, a causa di alcune malcelate mire spagnole sul Ducato. Allora, per rinforzare la posizione del figlio, Ranuccio I, in accordo con il cardinale Odoardo, pensò di costituirgli un dominio personale.

Il 22 luglio 1607 il F. ricevette l'investitura feudale di un esteso territorio, che comprendeva un'area interna allo Stato farnesiano, in gran parte tolta ai Pallavicino e ai Nicelli (Borgo San Donnino, Fiorenzuola e la Val di Nure), e un'altra altrettanto vasta nel Regno di Napoli, con le città di Leonessa, Cittaducale, Montereale, Penne, Campli, Ortona, Altamura, Castellamare e Rocca Guglielma, eredità della sua bisnonna Margherita d'Austria. Il feudo sarebbe stato trasmissibile in via diretta ai discendenti del F., ma l'intero atto non avrebbe più avuto alcun valore giuridico in presenza di un erede legittimo.

Nel 1608 il F. cominciò ad essere introdotto nelle arti di governo ed ebbe l'incarico di ricevere alcuni ambasciatori tedeschi. Nulla sembrava ormai interrompere la sua ascesa, nemmeno la nascita, il 5 sett. 1610, del primogenito legittimo del duca, Alessandro. Il piccolo infatti era sordomuto e ciò convinse ancora di più il padre del suo maleficio.

Nel 1611 Ranuccio I scoprì la congiura dei Sanvitale, che prevedeva l'eliminazione di tutti i membri della sua famiglia, compreso il Farnese. La feroce repressione che ne seguì lo rese diffidente e lo indusse a intensificare il controllo sul figlio, cui il Riva impedì di dedicarsi ad altro che non fosse l'obbedienza ai dettami paterni.

Il F. visse così tra gli agi del palazzo, ma praticamente segregato. Ad ogni inizio di stagione il duca ed il Riva preparavano una tabella con l'indicazione degli orari delle sue attività, da rispettare inderogabilmente. Oltre allo studio, agli esercizi cavallereschi e alle pratiche di culto, non gli lasciavano libero nemmeno il tempo destinato alla ricreazione o al riposo. Talvolta gli concedevano il permesso di andare a delle feste, comunque sempre in compagnia del genitore.

Sebbene un'educazione così rigida lo soffocasse, il F. dimostrò di saperne ricavare buoni frutti, almeno dal punto di vista degli studi, tanto da poter rallegrare il padre dandone un pubblico saggio nella cattedrale di Parma il 16, 17 e 18 giugno 1613.

Le tesi dibattute furono raccolte e pubblicate nello stesso anno a Parma da A. Viotti, in un elegante volume di 375 pagine arricchite da preziosi ornamenti calligrafici, dal titolo Quaestiones definitae. Ex triplici philosophiae, rationali, naturali, morali, in Parmensi Academia publice triduum disputatae, ab Octavio Farnesio serenissimi Ranutii Parmae, Placentiae etc. ducis IV filio, che venne dedicato a Paolo V. Il libro, una vera e propria summa accademica, tradisce la mano dei professori (M. Bettini, O. Pallavicini, D. Tamburini, V. Ballarino, G. B. Trotti e G. F. Brondolo) dietro quella dell'alunno, la cui ottima cultura, conforme ai canoni dell'epoca, è però innegabile. Da tutta Italia, e dai suoi concittadini che lo avevano in simpatia, piovvero sull'autore applausi e congratulazioni.

Proprio allora i rapporti tra il duca e il F. cominciarono a guastarsi: il 28 apr. 1612 Margherita Aldobrandini aveva finalmente dato alla luce un erede legittimo, Odoardo, che cresceva sano. S'imponeva dunque un chiarimento sulla successione, anche se Ranuccio I non decise subito, pur raffreddando i suoi slanci verso il figlio naturale, nel timore che le maledizioni di cui si credeva oggetto lo privassero anche del nuovo nato.

Così, poiché sembrava a tutti gli effetti che il F. continuasse nel ruolo di successore designato, il 22 ott. 1613 l'imperatore Mattia riconobbe l'istanza per la sua legittimazione. Il duca se ne rallegrò (pur temendo che qualcuno, in futuro, avrebbe potuto servirsi di questa approvazione) e seguitò a non prendere posizione nei riguardi del Farnese. Nel 1615, anzi, gli permise di accompagnare il cardinale Odoardo a Milano, con l'incarico ufficiale di aiutarlo a difendere la neutralità dei Farnese nella guerra del Monferrato. La missione ebbe successo e al ritorno il F. ottenne in premio un periodo di supplenza nel governo, comprendente anche il diritto di firma sui rescritti di grazia e giustizia e il compito di accogliere il nuovo vescovo P. Cornazzani.

Verso la fine di quell'anno però Ranuccio I, ormai sicuro della buona salute di Odoardo, diede ad intendere con i suoi atti che a quest'ultimo sarebbero andati tutti i diritti e le sue preferenze. Il F., diventato improvvisamente scomodo, fu allontanato dalla politica attiva e, sempre sotto la tutela del Riva, si cercò di trovargli un avvenire diverso.

Il F. caldeggiava, nella speranza di potersi emancipare, una proposta di matrimonio con Polissena Maria Landi. Il progetto delle nozze, che avrebbero consentito di risolvere pacificamente l'annosa questione sorta dall'incameramento, da parte dei Farnese, dei territori dei conti Landi. non venne tradotta in pratica a causa dell'astio che divideva le due casate, proprio per questo motivo.

Il F. capì che, presto o tardi, avrebbero cercato di indirizzarlo alla carriera ecclesiastica, per la quale non sentiva alcuna vocazione, credendo anzi d'esserne indegno per le sue origini. Chiese allora il permesso di intraprendere quella militare, lontano da Parma, dato che L. Montecuccoli gli prometteva un posto nell'esercito veneto e Mario Farnese di Latera, nascostamente, gli consigliava di rifugiarsi a Milano, dal governatore spagnolo Pedro de Toledo. Ma Ranuccio I gli negò l'assenso, perché temeva che gli stranieri, e gli Spagnoli in modo particolare, avrebbero potuto trovare nel F. un pretesto dinastico per invadere il Ducato. Inoltre, il 7 giugno 1617 fece arrestare il capitano G. Vicini, preposto all'educazione militare del figlio, che da quel momento perse la confidenza paterna, pur continuando a ricevere lodi e doni da altri principi e a studiare insieme con il fratello Odoardo.

Nel 1620 il duca, in conseguenza delle clausole contenute nel contratto di matrimonio tra il principe Odoardo e Margherita de' Medici. revocò formalmente le investiture feudali concesse al F. nel 1607. Incaricò poi ufficialmente il cardinale Odoardo di cercare di fargli assegnare una carica ecclesiastica, per la quale sarebbe stato disposto a pagare fino a 12.000 scudi.

Il F., che aveva ormai ventidue anni, espresse francamente al cardinale la sua contrarietà. In risposta si vide trattare ancor più duramente. A quel punto decise di ribellarsi. In segreto riuscì a riaprire la sua trattativa di matrimonio grazie all'intermediazione del governatore di Milano. Poté giungere così ad un accordo, secondo il quale il conte F. Landi avrebbe concesso la mano della figlia Polissena, con in dote gli antichi feudi tolti alla sua famiglia dai duchi di Parma, al F., che si sarebbe dichiarato suddito di Spagna. Un vero e proprio colpo di Stato.

Una tale congiura richiedeva rapidità d'intenti e d'azione. Il F. invece, temendo di farsi scoprire, esitava. Infine, una nuova revoca delle sue donazioni, stipulata dal duca il 16 giugno 1621, lo convinse che il padre sospettava di lui. Il 21 giugno 1621, rotti gli indugi, fuggì da Parma, intenzionato a far perdere le proprie tracce e raggiungere Milano.

Accompagnato da poche persone, niente affatto sicuro di sé e di loro, percorse un itinerario che toccò Reggio, Modena, Bologna, Ferrara, Venezia, Padova (dove due suoi uomini commisero un omicidio), Vicenza e Verona. Nel Mantovano, quando era prossimo al confine milanese, venne fermato, nel luglio, da una pattuglia dei Gonzaga, che si erano accordati con Ranuccio I per riconsegnargli il F., dietro garanzia di perdono.

Questo giunse dopo due mesi di prigione. Il F. fu riammesso a corte il 15 ottobre, con la promessa che gli sarebbe stato permesso di fare della sua vita ciò che più gli fosse piaciuto. Finalmente ottenne di poter porsi al servizio dell'imperatore. Senonché, appena divulgatasi la notizia della riconciliazione, nel gennaio 1622, due suoi compagni di fuga, C. Palmia e 0. Ferrara, pensando di ricavarne vantaggi personali, svelarono il contenuto della trattativa con il Landi, che il F. aveva prudentemente taciuto. Consigliatosi con il cardinale Odoardo, Ranuccio 1 fece arrestare il F. e lo fece tradurre nel carcere della Rocchetta, concedendogli l'uso di qualche servitore. Sconvolto, addolorato e incapace di comprendere le ragioni di quello che giudicava un empio tradimento, il duca morì poco dopo, il 5 marzo.

Il cardinale Odoardo, reggente, nel timore che potessero nascondere pretese sullo Stato, rifiutò le richieste di grazia dei principi vicini che, del resto, dimenticarono presto il Farnese. Questi tentò la fuga nel 1624, provocando il ferimento di una guardia, ma fallì. Un nuovo processo rese più dura la sua detenzione: gli venne tolta ogni possibilità di comunicare con l'esterno e gli fu impedito di muoversi, finanche di andare a ricevere l'eucarestia, senza una scorta annata. Con difficoltà, nel 1626, venne a sapere della morte del cardinale e dell'avvenuto matrimonio, nel 1628, del duca Odoardo. Nonostante l'amnistia concessa per l'occasione, rimase in carcere.

Nel giugno 1630 scrisse una lettera per invocare pietà al fratello regnante: sapeva di illudersi, perché gli diceva di prepararsi "se S. A. comanda" a morire in Rocchetta "obedendo". L'eco dei suoi lamenti arrivò fino a Madrid. Nel 1634, infatti, il conte-duca G. de Olivares minacciò l'irrequieto duca di Parma che, se non avesse cessato gli atteggiamenti antispagnoli, gli avrebbe tolto la corona, per darla proprio al Farnese. Ma non fu altro che un occasionale ammonimento.

Il F. infine si rassegnò ad attendere la morte, che avvenne nel 1643, dopo ventuno anni trascorsi in prigione.

Leggendaria l'ipotesi, sfatata nel secolo scorso da E. Bicchieri, ma ripresa nel 1969 da E. Nasalli Rocca, che avesse sposato Sofronia Sanvitale, una mai esistita figlia dell'autore della congiura avvenuta nel 1611, e che per questa ragione fosse caduto in sospetto al padre e quindi recluso.

Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Parma, Casa e corte Farnesiana, s. 2, busta 26, fasc. 2-7; busta 27, fasc. 1 e 2; s. 3, busta 43, fasc. 3; C. Poggiali, Mem. stor. di Piacenza, XI, Piacenza 1763, pp. 38 ss., 154; F. M. Annibali, Notizie stor. della casa Farnese, I, Montefiascone 1817, p. 63; E. Bicchieri, Vita di O. F. ..., in Atti e mem. delle Rr. Deput. di storia patria per le provv. modenesi e parmensi, II (1864), pp. 37-115; U. Benassi, I natali e l'educazione del duca Odoardo Farnese, in Archiv. stor. per le provv. Parmensi, n.s., IX (1909), pp. 100 ss., 155-172; F. de Navenne, Rome et le palais Farnèse pendant les trois derniers siècles, I, Paris 1923, pp. 25, 105 ss., 112 ss., 116-120; G. Drei, I Farnese, Roma 1954, pp. 172-175; R. Cattelani, O. in Rocchetta, in Gazz. di Parma, 21 marzo 1955, p. 3; A. Barilli, Alessandro Mutolo, in Studi farnesiani, a cura di R. Cattelani, Parma 1958, p. 130; A. Archi, Il tramonto dei principati in Italia, Rocca San Casciano 1962, pp. 105 s.; E. Nasalli Rocca, I Farnese, Milano 1969, pp. 154 s.; G. Tocci, Il ducato di Parma e Piacenza, in Storia d'Italia (UTET), a cura di G. Galasso, XVII, Torino 1979, p. 253; F. Bernini, Storia di Parma, Parma 1979, p. 116; M. Aymard-J. Revel, La famille Farnèse, in Le palais Farnèse, I, 2, Rome 1981, pp. 711 ss., 715; P. Litta, Le famiglie celebri ital., sub voce Farnesi, tav. XVII.

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