ASSALINI, Paolo

ASSALINI, Paolo

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 4 (1962)
di Mario Crespi

ASSALINI, Paolo. - Nacque a Reggio Emilia (secondo altre fonti, a Modena) il 15 genn. 1759 da Lazzaro, archiatra del duca Ercole, III, d'Este, e da Rosa Casali. Segui gli studi medici nell'università di Modena, ove ebbe maestri A. Scarpa, D. Rosa, M. Araldi, G. P. Spezzani, ottenendo il diploma in chirurgia a diciannove anni e la laurea in medicina a ventitré. Per approfondire le conoscenze medico-chirurgiche, si recò poi all'università di Pavia, a seguirvi gli insegnamenti impartiti da G. Nessi, da S. A. Tissot e dallo stesso Scarpa, che era stato chiamato in quell'ateneo alla cattedra di anatomia e di chirurgia. Sotto la guida del vecchio maestro, l'A. si perfezionò in chirurgia generale, in oculistica e in ostetricia, e, per suo consiglio, si recò nei principali centri medico-chirurgici europei per arricchire ancor più la propria esperienza: fu, così, allievo di Giovanni e Guglielmo Hunter a Londra, di A. Dubois, di J.-L. Baudelocque e di P.-J. Desault a Parigi. Tornato in patria, nel 1788 fu nominato chirurgo primario e medico-chirurgo ostetricante dell'ospedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia: tale incarico, tuttavia, non lo distolse dal desiderio di visitare i maggiori centri di studio stranieri, tanto che, nel 1792, mentre si trovava a Vienna, ricevette il severo ordine del duca Ercole III di rientrare in patria e riprendere il proprio servizio. Nel 1796, dopo il trionfo francese e la successiva proclamazione della repubblica in Reggio Enúlia, l'A. ottenne l'incarico di chirurgo nell'ospedale militare reggiano, dal quale era stato destituito Michele Morini, ligio al passato regime. La successiva riabilitazione del Morini, al quale fu restituito il vecchio incarico, dette origine a un acceso antagonismo tra questi e l'A., che mal tollerava di dover ora lavorare alle dipendenze del rivale; l'inimicizia tra i due chirurghi ebbe il suo tragico epilogo il 1° luglio 1796, allorché l'A., in circostanze che non furono mai ben chiarite, uccise il collega. Terrorizzato dal folle gesto compiuto, l'A. fuggì da Reggio Emilia e riparò a S. Maurizio, presso la divisione francese Vaubois, il cui comandante, appuntandogli sul cappello la coccarda tricolore, lo sottrasse all'arresto della polizia estense, che, nel frattempo, aveva raggiunto il fuggitivo. Da quel momento l'A. non volle mai più rientrare in patria, neanche quando, in considerazione dei suoi alti meriti, lo stesso duca gli concesse la grazia. Egli si arruolò nell'esercito francese e nel 1798, a Tolone, fu nominato chirurgo di prima classe (capitano), agli ordini del grande chirurgo militare D.-J. Larrey. Subito dopo, egli fu nominato membro del Consiglio di sanità e capo del Servizio chirurgico al Cairo, e partecipò all'insegnamento nella Scuola di perfezionamento per chirurghi militari istituita dal Larrey. Nel 1799, dopo aver fatto una dotta comunicazione allaSocietà medica di Parigi, ritenuta degna di essere stampata a spese dello Stato, fu nominato chirurgo maggiore della guardia consolare: da allora, seguì le armate napoleoniche in varie campagne e guadagnò le decorazioni della Legion d'onore di Francia e della, Croce ferrea. Nel 1800 fu nominato medico personale di Eugenio di Beauharnais; il 24 febbr. 1807 vinse il concorso di chirurgo capo e pubblico professore e dimostratore di operazioni chirurgiche nella nuova cattedra istituita nell'ospedale militare di S. Ambrogio di Milano, la prima del genere in Italia; il 20 aprile dello stesso anno, fu nominato primo chirurgo ostetricante nell'Istituto delle partorienti di S. Caterina della Ruota, fondato da Bernardino Moscati nel 1767. Tali incarichi, tuttavia, non lo tennero lontano dall'esercito, né dalle imprese di Napoleone: nel 1808, fattosi sostituire nell'insegnamento da T. Rima, si recò a Vicenza per ispezionare il I Reggimento leggero italiano, colpito da una epidemia di oftalmoblenorrea, e a Vicenza tornò nel 1809, essendosi l'infezione propagata fra gli allievi del Collegio militare; sempre nel 180g si recò in Spagna, a svolgere la sua opera sui campi di battaglia, ed ebbe successivamente l'incarico, dal duca di Montebello, di ispettore del III e IV Corpo operanti in Aragona, presso Saragozza, ove infieriva il tifo esantematico. Il 17 giugno 1809 l'A. fu fatto prigioniero e condotto a Kopomak, piccolo villaggio dell'Ungheria: qui operò, con felice esito, due donne rese cieche dalle cataratte e venne pertanto rimesso in libertà dopo soli dieci giorni. Nel 1811 ebbe il titolo di chirurgo primario del re d'Italia e, subito dopo, fu nominato primo chirurgo di Napoleone. Nel 1813 seguì il principe Eugenio in Russia e poi di nuovo in Italia, ove il Beauhamais era stato destinato a comandare l'armata. Dopo la caduta di Napoleone e la pace generale, l'A. viaggiò, in qualità di medico personale, al seguito di Augusta Amalia, consorte di Eugenio di Beauhamais, visitando le più importanti università della Germania e dell'Olanda. Nel 1814 si recò in Inghilterra, nelle università di Edimburgo e di Glasgow, ove illustrò i suoi strumenti chirurgici e le sue tecniche operatorie, ricevendo la medaglia d'oro della Reale Società chirurgica di Londra. Fu poi a Monaco di Baviera, a Parigi, a Strasburgo, di nuovo a Monaco: qui inventò la stufetta artificiale portatile, introducendola subito negli ospedali e nella corte di Baviera, con la benevola approvazione del re Massimiliano. Successivamente, visitò Firenze, Roma e Napoli, ove fu favorevolmente accolto da Ferdinando I. Nel 1823 l'A. si trasferì in Sicilia, dapprima a Palermo, ove fu nominato membro della Reale Accademia di medicina, poi, dal 1824, a Catania: in tale città rimase per più di venti anni, col titolo di pubblico professore di clinica chirurgica nell'ospedale di S. Marta e di membro onorario della Accademia Gioenia. Tomato a Napoli, forse per curare la principessa Teodolinda di Baviera, l'A. visse nella capitale campana gli ultimi giorni della sua avventurosa esistenza e morì a Capodimonte il 17 nov. 1846. Secondo altre fonti, l'A. sarebbe morto a Reggio Emilia nel 1840 o nel 1845.

L'A. fu indubbiamente uno dei più grandi chirurghi che la storia dell'arte sanitaria ricordi. A una poderosa cultura e a una larga esperienza unì l'audacia e la saldezza d'animo che fecero di lui un abilissimo operatore. Si affermò non soltanto nel campo della chirurgia militare, ma anche in quelli dell'igiene, dell'ostetricia e dell'oculistica.

In chirurgia, l'A. eccelse come patologo e come clinico. Giovane ancora, durante il suo primo soggiomo a Parigi, dimostrò brillantemente che il latte è secreto soltanto dalle mammelle e che la febbre puerperale è non già, come allora si credeva, effetto della deviazione del latte, bensì una forma di peritonite: dette tale dimostrazione in un anfiteatro parigino, di fronte a P.-J. Desault, a F.-J. PeUetan, ad A. Dubois e ai loro allievi, eseguendo l'autopsia del cadavere di un uomo morto per peritonite e di quello di una donna morta per febbre puerperale, e mettendo in evidenza l'identità della flogosi peritoneale nei due casi. Espose tali concetti nel pregevole Essai médical sur les vaisseaux lymphatiques (Torino 1787), nel quale trattò inoltre, in modo mirabile, dell'anatomia, della fisiologia e della patologia del sistema linfatico; la opera, completa di una parte riguardante la terapia, è più volte citata da S. T. Sömmering nel suo celebre De morbis vasorum lymphaticorum.Dedicatosi particolarmente alla chirurgia di guerra, l'A. fu un convinto assertore del metodo conservativo nella cura delle ferite da arma da fuoco degli arti, in ciò in opposizione allo stesso Larrey, fautore delle amputazioni precoci. L'A., al contrario, procedeva ad accurate disinfezioni delle ferite e a continue irrigazioni con soluzioni ipertoniche che favorissero il deflusso dei liquidi verso l'estemo. Si preoccupò sempre di arrestare tempestivamente le emorragie e introdusse nuovi metodi per comprimere le arterie. Fu un abile operatore di aneurismi, per la cui cura escogitò nuovi strumenti e tecniche; comprese che, anche in caso di obliterazione dei vasi principali, il circolo collaterale anastomotico è sufficiente alla nutrizione degli arti. Fu spesso vinto dalla pietà nel vedere gli esiti deturpanti delle ferite ed eseguì, con discreto successo, alcuni interventi di chirurgia plastica. Scrisse il Manuale di Chirurgia (Milano 1812), voluminosa opera divisa in due parti (ciascuna divisa in sette discorsi): la prima di carattere generale (doveri dei medici e dei chirurghi militari, norme igieniche, attrezzature sanitarie), la seconda di carattere più specialistico (ferite, piaghe e relative cure, emorragie conseguenti alle ferite e mezzi per arrestarle, fratture, lussazioni e distrazioni dei legamenti capsulari e loro terapia, amputazione e strumenti necessari per attuarla, nonché strumenti chirurgici di propria creazione).

Gli strumenti chirurgici di creazione dell'A. meritano particolare menzione: forbice e pinzette unite in un solo strumento; due bisturi e una forbice uniti in un solo strumento; un catetere da donna e una sonda a dardo per le controaperture, uniti in un sdlo strumerito; doppio uncino a molla per legare le arterie senza aiutante; premi-arterie per la cura degli aneurismi degli arti senza legature; premi-arterie e branche a pinza triangolare per l'operazione dell'aneurisma secondo il metodo di Jones; apparecchio per la contenzione degli arti fratturati, regolabile a seconda del bisogno e adattabile in tutti i casi. Infine, va ricordato l'astuccio tascabile, di piccole dimensioni (cm 25 × 10 × 4), consistente essenzialmente in un coltello-sega, nel manico del quale trovano posto una strettoia torcolare, una pinzetta anatomica con bottone scorrevole, un gamautte convesso e una pinzetta a doppi uncini e a doppia molla, un garnautte retto, un raschiatoio triangolare, un tenaculum con una estremità ad uncino per afferrare le arterie ed una estremità a forma di grosso ago. L'astuccio, che fu premiato con la medaglia d'argento del Reale Istituto di scienze, lettere ed arti all'esposizione artistica di Milano del 1811,venne adottato dal viceré Eugenio per i chirurghi maggiori del Regno d'Italia.

Tra gli altri scritti di A., riguardanti la chirurgia, si ricordano: Descrizione di una tanaglietta di nuova costruzione pel legamento delle arterie,Milano 1813; Descrizione ed uso degli stromenti di chirurgia modificati da P.A., Napoli 1823; Lettera al prof. Vaccà Berlinghieri sull'uso dei premi-arterie graduati nella cura degli aneurismi degli arti,Palermo 1824.

Come igienista, l'A. ebbe modo di compiere numerose osservazioni sulle varie malattie infettive che (come nel caso particolarmente allarmante dell'epidemia di oftalmoblenorrea di Vicenza del 1809) infierivano sull'esercitó. I suoi primi studi sull'epidemia di peste a Giaffa e di oftalmia e dissenteria in Egitto (la sua comunicazione sull'argomento fu stampata a spese dello Stato), poi sull'epidemia di febbre gialla a Cadice (1°-5 ag. 1800), infine su quella di tifo petecchiale a Saragozza del 1809, lo persuasero che la patogenesi di tali malattie fosse da ricondurre alla soppressione della traspirazione cutanea negli individui non abituati ai climi troppo caldi, che si abbandonavano, durante il riposo notturno, agli effluvi velenosi emanati dagli stagni e dagli acquitrini; propose pertanto, tra i vari provvedimenti terapeutici, l'uso delle stufe artificiali di sua invenzione e le frizioni oleose. Le nozioni riguardanti tali epidemie furono esposte dall'A. negli scritti: Sur l'Ophtalmie d'Egypte,Paris 1799; Observations sur la maladie appelée Peste, le flux dissenterique, l'ophtalmie d'Egypte, et les moyens de s'en préserver avec des notions sur la fièvre jaune de Cadix et le projet et plan d'un Hópital pour le traitement des maladies épidémiques et contagieuses,Paris 1800; Riflessioni sopra la peste d'Egitto con i mezzi di preservazione,Torino 1801.

Nella prima parte del citato Manuale di Chirurgia l'A. trattò ampiamente dei contagi e del modo di prevenirli, delle norme igieniche che debbono osservare coloro che vivono in comunità, delle attrezzature igienicosanitarie da introdurre negli eserciti; sostenne che si dovevano tener divisi i feriti dai malati, che le corsie non dovevano essere affoflate, che bisognava gettare in appositi pozzi l'acqua e il materiale usati per le medicazioni; descrisse la dissenteria (che divise in tre stadi: flusso semplice, flusso sanguigno, flusso dissenterico) e l'oftalmia d'Egitto, e prescrisse giudiziose regole per i soldati in tempo di guerra; illustrò una latrina portatile, di sua invenzione,. chiamata trabucco, che consentiva di eliminare i cattivi odori e di non inquinare ambienti e oggetti con i rifiuti. Mirabile fu pure il suo piano di un ospedale per le malattie epidemiche, che concepì con criteri sorprendentemente moderni: pochi letti, molta aria e luce, possibilità di eseguire frequentemente e con facilità le pulizie, giudiziosa divisione dei reparti. Fu convinto dell'efficacia dell'elioterapia delle ferite e delle fratture, per affrettame il processo di cicatrizzazione e, rispettivamente, di consolidazione del callo osseo.

L'A. considerò l'igiene come parte integrante della chirugia e studiò sempre nuovi mezzi di profilassi e di terapia: nel 1816, a Napoli, fece eseguire degli scavi nella solfatara per raccoglierne i vapori e convogliarli alle sue stufe artificiali.

Si ricordano, in tale campo, i suoi scritti: Ricerche mediche sui bagni a vapore e di calorico e sulle fumigazioni di sostanze ammoniacali e balsamiche di solfio, mercurio ..., Livorno 1820; Osservazioni mediche sull'oftalmoblenorrea,Catania 1825; Sul contagio della peste bubbonica per rivendicare le osservazioni anteriori a quelle fatte dal Parisot, già fatte nell'assunto in Egitto nel 1798-99, stampate a Parigi nel 1801, in Atti d. Accad. Gioenia VIII (1833), pp. 185-197.

In ostetricia, l'A. si distinse soprattutto per lo studio dei fenomeni del parto in relazione alla pelvi femminile e dei danni che possono derivare dalla difficoltà del passaggio del feto in casi di bacino viziato o ristretto. Ideò nuovi strumenti ostetrici ed eseguì le operazioni embriotomiche in modo magistrale, con concetti moderni e personali, che furono poi largamente seguiti. Egli, infatti, usò per primo il craniotomo a trapano, avanti di procedere alla basioclastia, e consigliò di eseguire la cefalotripsia ogni volta che si dovesse estrarre il feto già morto dal bacino materno, come espose nel suo Observationes praticae de tutiori modo extrahendi foetum iam mortuum supra vitiatam pelvim detentum,Milano 1810.

In un'altra sua pregevolissima opera, Nuovi stromenti di ostetricia e loro uso, Milano 1811, l'A. distinse i parti in pronti, lenti, complicati e impossibili a praticarsi per le vie naturali; esaminò i gradi di compressione dei quali è suscettibile la testa del feto senza che questo corra pericolo di vita; dopo una breve storia dei forcipi, trattò poi dei diametri delle pelvi che escludono l'uso del forcipe e tolgono ogni speranza per la vita della madre e del feto; trattò del taglio cesareo, della sinfisiotomia, della embriotomia, degli inconvenienti dei vecchi strumenti usati per tale operazione e dei vantaggi dei nuovi; descrisse, infine, i casi pratici nei quali egli stesso usò con successo questi strumenti. 1,'A. ritenne che la sinfisiotornia fosse utile soltanto nei casi di piccolo restrffigimento del bacino e che nei casi di pelvi troppo ristretta fosse indispensabile ricorrere al taglio cesareo; lamentando, tuttavia, la difficoltà di una perfetta esecuzione di tale intervento e i pericoli ai quali esso esponeva le partorienti, raccomandò il parto prematuro provocato (che ammonì di non confondere con l'aborto provocato), utile per far uscire il feto, ancora di piccole dimensioni, da un piccolo bacino materno. Fu sempre preoccupato delle condizioni dei neonati e descrisse i metodi migliori per curarne le sofferenze. Ideò nuovi strumenti ostetrici, tra i quali un trapano, una cannula, una chiave per estrarre il cervello dal cranio perforato del feto morto, un forcipe compressore (tra le cui branche, per non ledere i genitali materni, introduceva le forbici) per estrarre i feti morti trattenuti nelle pelvi viziate, un'ancora, un uncino e un tirateste. Ideò un nuovo tipo di forcipe col quale poteva estrarre la testa incuneata del bambino, lavorando con tranquillità e comodamente sulla donna distesa sul letto nella stessa posizione del parto normale: lo strumento riuniva in sé la forma dei cucchiai del forcipe di Osiader, l'articolazione del forcipe di Thenance, i manici curvi in arco di quello di Bruninghausen. Gli altri scritti dell'A. riguardanti l'ostetricia furono: Sul miglior modo di compiere i parti nei casi di bacino viziato, in Atti d. Accad. Gioenia, VI (1830), pp. 117-126; Modo di fare il taglio sulla sinfisi del pube, ibid., pp. 127-132.

L'oculistica fu coltivata con perizia e passione dall'A., che ne apprese i primi elementi da A. Scarpa. L'A. si occupò delle malattie degli occhi fin da quando dovette lottare contro l'oftalmia in Egitto e l'oftalmoblenorrea in Italia; tuttavia egli fu essenzialmente un chirurgo e si distinse pertanto negli interventi di cataratta e in alcune geniali concezioni nella clinica oculistica. Nella sua opera Ricerche sulle pupille artificiali,Milano 1811, l'A. trattò delle alterazioni degli occhi reputate incurabili, esaminò i vari metodi proposti dai chirurghi europei per medicarle ed espose i propri. Egli, avendo osservato che fino a poche ore dopo la morte si poteva distaccare, senza incorrere nel pericolo di lacerarla, l'iride dalla inserzione ciliare, concepì l'idea delle pupille artificiali. Ideò a tale scopo un intervento che chiamò "corecrodialisi", per il quale fece costruire una speciale pinzetta per afferrare l'iride e staccarla dal margine ciliare.

L'A., in campo oculistico, scrisse pure: Discorso sopra un nuovo stromento per l'estrazione della cataratta,Pavia 1792; Cenni storici sulle pupille o prunelle artificialì,in Atti d. Accad. Gioenia, I (1825), pp. 171-181.

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