PAOLO II

Enciclopedia dei Papi (2000)

di Anna Modigliani

Paolo II

Pietro Barbo nacque a Venezia il 23 febbraio 1417 da Niccolò, appartenente ad una ricca famiglia del patriziato cittadino, che aveva ricoperto diverse magistrature di notevole importanza a Venezia ed era stato nominato capitano della Marca di Romagna da Martino V. La madre, Polissena Condulmer, era nipote di Gregorio XII e sorella di Eugenio IV, che dopo essere stato eletto pontefice consigliò al nipote Pietro, destinato alla mercatura, di intraprendere gli studi letterari, lo fece educare presso la Corte pontificia e lo avviò alla carriera ecclesiastica. L'istruzione del Barbo iniziò abbastanza tardi e non sembra che il futuro pontefice abbia mai raggiunto livelli culturali particolarmente elevati. Racconta Bartolomeo Platina (Liber de vita Christi, p. 365; ma la notizia va valutata con prudenza, perché i contrasti tra l'umanista e P. durante il pontificato possono in qualche modo aver condizionato il suo giudizio) che fu il fratello primogenito Paolo, constatata la scarsa predisposizione di Pietro per gli affari, a sollecitare Eugenio IV ad avviarlo alla carriera ecclesiastica. Pietro ebbe diversi precettori, tra i quali l'umanista veronese Iacopo Rizzoni, il genovese Valerio Calderini, Amico Agnifili da Roccadimezzo. Durante il soggiorno fiorentino di Eugenio IV, Pietro ebbe come maestro Antonio Agli, che dopo l'elezione di papa Barbo fu chiamato in Curia, venne nominato arcivescovo di Ragusa (ma non accettò), poi vescovo di Fiesole e in seguito di Volterra. Il papa concesse diversi benefici ai nipoti Pietro e Paolo, rimasti orfani di padre. Nel 1433 essi ottennero una parte del feudo di Ragogna, nella diocesi di Aquileia. A Paolo fu conferita la dignità cavalleresca nel 1439 e nel 1441 la contea di Albi, sottratta ai Colonna. Nel 1436 Pietro fu nominato protonotario apostolico e arcidiacono. Il 1° luglio 1440, all'età di ventitré anni, fu creato cardinale con il titolo di S. Maria Nova e vescovo di Cervia. Eugenio IV, come riferisce Platina, decise di conferire la porpora contemporaneamente al Barbo e a Ludovico Scarampo, futuro patriarca di Aquileia e camerlengo, forse per contrastare la potenza di questo in seno al Collegio con la presenza del nipote. I rapporti tra i due personaggi rimasero sempre molto conflittuali e, in occasione del conclave del 1464, lo Scarampo fu diretto rivale di Pietro. Con l'elezione di Niccolò V, Barbo ottenne che il cardinal Scarampo fosse privato dell'ufficio di camerlengo (nel quale fu tuttavia reintegrato dallo stesso P. poco dopo essere stato eletto pontefice). Pietro Barbo fu creato vescovo di Vicenza il 16 giugno 1451 (nello stesso giorno in cui ottenne il passaggio al titolo cardinalizio di S. Marco), ma non soggiornò molto tempo in quella città. Verso la fine del pontificato di Niccolò V, egli iniziò a Roma la costruzione di un palazzo cardinalizio accanto alla chiesa titolare di S. Marco e fece coniare una medaglia a memoria dell'atto di fondazione. Si trattava di un corpo di fabbrica a due piani, dalle forme ancora tardomedievali, con una torre angolare. Dopo l'elezione al pontificato, a partire dal 1465, P. trasformò il palazzo in residenza papale. Durante il pontificato di Callisto III - forse su suggerimento di Barbo stesso e dei Borja - allo Scarampo fu affidato il comando della flotta pontificia contro i Turchi, per allontanarlo dalla Curia. I rapporti tra il Barbo e papa Borja furono buoni, fondati sulla reciproca fiducia. Il cardinale di S. Marco fu incaricato di svolgere funzioni di paciere nel conflitto tra Napoleone Orsini, duca di Gravina, ed Everso dell'Anguillara per il possesso della Contea di Tagliacozzo. Con una bolla del 5 maggio 1458, Callisto III concesse inoltre, su richiesta del Barbo, alcune indulgenze a chi avesse favorito la ricostruzione della basilica di S. Marco. Tempi più difficili iniziarono per Barbo nel 1458, con l'elezione di Pio II, del quale era stato rivale per il pontificato. L'avversità tra i due, che trova conferma anche nell'atteggiamento denigratorio nei confronti del predecessore assunto da P. subito dopo essere salito al soglio pontificio, non impedì tuttavia a Pio II di compiere qualche tentativo di riconciliazione con Barbo, come la sua nomina a vescovo di Padova. Nel febbraio del 1459, dopo la morte del vescovo di Padova Fantino Dandolo, Pio II decise di conferire la carica a Pietro Barbo, ma la sua consacrazione fu impedita dalla Signoria veneziana, che gli oppose la candidatura del vescovo di Feltre, Iacopo Zeno. Le pressioni esercitate dai Veneziani ebbero successo e nel marzo del 1460 Barbo fu costretto a rinunciare al vescovato a favore dello Zeno. Mantenne tuttavia quello di Vicenza senza interruzioni, fino all'elezione a pontefice.

Alla morte di Pio II, riemersero con forza le istanze conciliariste e molti cardinali espressero la volontà di limitare il potere monarchico del pontefice. Domenico Domenichi, vescovo di Torcello (poi di Brescia), pronunciò in S. Pietro, prima che i cardinali si riunissero in conclave, un discorso nel quale si denunciava la perdita di autorità e dignità da parte del Collegio cardinalizio (B.A.V., Ottob. lat. 1035, cc. 10-18v). Il conclave si aprì il 28 agosto e il cardinal Bessarione fu eletto decano. Il giorno dopo l'inizio del conclave tutti i cardinali, eccetto Ludovico Scarampo, sottoscrissero una capitolazione elettorale che attribuiva ampi poteri al Collegio dei cardinali e limitava la sfera di autonomia del pontefice (F. Catalano, La nuova signoria, pp. 202-03). In tempi inaspettatamente molto rapidi, al primo scrutinio, Pietro Barbo riuscì a vincere l'opposizione degli altri due cardinali che aspiravano al soglio pontificio, Scarampo e Guglielmo d'Estouteville, e fu eletto pontefice il 30 agosto 1464, assumendo il nome di Paolo II (si dice, dopo essere stato sconsigliato dallo scegliere il nome Formoso). L'elezione, salutata dal giubilo del popolo romano (M. Canensi, p. 97), segnò un punto di rottura rispetto al pontificato del predecessore. P. fu eletto - come racconta il cardinale Iacopo Ammannati Piccolomini, appartenente al partito avverso dei "pieschi", in una lettera a Francesco Sforza duca di Milano del 1° settembre dello stesso anno - dai "cardinali antichi, creati da altri papi che Pio" (Lettere, II, p. 526). L'inversione di tendenza che P. intese marcare rispetto a quanto lo aveva preceduto risulta evidente in ogni atto - di maggiore o minore importanza - del suo pontificato. In modo più netto rispetto a quanto di solito avveniva, P. sostituì per quanto era possibile con persone nuove quanti avevano circondato papa Piccolomini, e questo avvenne negli uffici curiali, nell'amministrazione dello Stato e nelle stesse committenze artistiche. In una bolla dell'11 settembre 1464 P. dichiarò i principali intenti del proprio pontificato: si propose come difensore della fede cristiana contro le eresie, come promotore della pace in Italia e nel mondo e della lotta contro i Turchi (O. Raynaldus, p. 411; A. de Tummulillis, p. 122). L'incoronazione fu celebrata il 16 settembre 1464, nella basilica di S. Pietro. P. non fece preparare una nuova tiara, ma utilizzò significativamente quella antica che si diceva fosse stata donata da Costantino a papa Silvestro I e che era stata portata da Avignone a Roma per volontà di Eugenio IV. Questo e altri atti simbolici, compiuti subito dopo l'elezione, sono chiaramente leggibili come una riproposizione dell'ideologia costantiniana e sottolineano l'importanza del potere temporale del pontefice. Il sigillo che convalidava i documenti papali, che fin dall'XI secolo recava da un lato le teste degli apostoli e dall'altro il nome del pontefice regnante, fu modificato da P.: al posto del nome era una solenne immagine del pontefice in trono, con la tiara e tutti gli attributi del potere spirituale e temporale, circondato da cardinali e altri personaggi genuflessi. E ancora in deroga al cerimoniale, che prevedeva l'uso della tiara soltanto in circostanze particolarmente solenni, P. sembra averla utilizzata con grande frequenza. L'uso della tiara, privilegio indiscusso dei pontefici romani, fu peraltro vietato a qualunque altro ecclesiastico, soprattutto ai vescovi, che usavano portarla "non absque presumptione maxima"; con una lettera del 1° giugno 1466, ad esempio, P. intimava tale divieto al vescovo di Benevento, insieme a quello di portare davanti a sé il sacramento dell'eucarestia, competenza esclusiva del vicario di Cristo (M. Miglio, Storiografia pontificia, pp. 247-49). P. concesse tuttavia ai cardinali l'uso del cappello rosso, sottolineando così la loro superiorità rispetto a tutti gli altri prelati. L'ostentazione del lusso nelle cerimonie ecclesiastiche, la preziosità degli abiti pontifici e dei gioielli sono da considerare - insieme all'uso quotidiano della tiara - anche una presa di posizione ideologica e una risposta alle polemiche sul potere del pontefice, che erano culminate nella dimostrazione della falsità del Constitutum Constantini nel 1440, da parte di Lorenzo Valla, e nella denuncia della mondanità del papato contemporaneo. La cerimonia del possesso si svolse, secondo la consuetudine, dopo quella dell'incoronazione. Il corteo papale attraversò tutta la città da S. Pietro fino a S. Giovanni in Laterano. Seguirono le ambascerie di obbedienza e la prima fu quella del re di Napoli. Fin dai primi giorni dopo l'elezione, dunque, P. manifestò chiaramente le proprie intenzioni riguardo al governo della Chiesa e le linee ideologiche che avrebbero segnato il suo pontificato. Queste linee furono recepite, sviluppate e diffuse dagli intellettuali che operarono a più stretto contatto con il papa, anche se P. sembra aver privilegiato altri canali di comunicazione per i propri messaggi ideologici rispetto a quelli più tradizionali della biografia pontificia e dell'oratoria. Particolarmente significativo, a questo proposito, appare quanto Giovanni Antonio Campano - che mai compose una vita di papa Barbo - scriveva a P. proponendosi a lui come biografo: non i templi, gli archi trionfali o le monete, ma soltanto la storia si può proporre come perpetuo "monumentum" delle vicende e delle glorie di un pontificato. Una difesa dell'importanza pedagogica della storia della Chiesa e della necessità di scrivere le biografie dei pontefici veniva anche proposta da Iacopo Zeno nella prefazione inviata a P. del De vitis summorum pontificum. Michele Canensi, convinto assertore dell'"utilitas" della storia contemporanea, il cui valore esemplare era da considerare maggiore rispetto a quello della storia antica, scrisse un'importante biografia di P. (De vita et pontificatu Pauli secundi). E Gaspare da Verona compose un De gestis Pauli secundi. Ma ambedue queste opere risentono della difficoltà di conciliare l'attività del biografo con la sostanziale disattenzione del pontefice per la produzione biografica e, se il Canensi attribuisce alla propria opera l'intento primario di difendere il pontefice dalle accuse del Platina e degli altri oppositori, Gaspare mostra, soprattutto dopo il processo all'Accademia di Pomponio Leto nel 1468, un aperto disinteresse per la narrazione della vita di papa Barbo e si sofferma piuttosto sul ricordo di uomini di Curia e letterati vissuti durante il suo pontificato (M. Miglio, Storiografia pontificia, pp. 24-30, 121-25, 181-83). Quanto alla vita di P. inserita nel Liber de vita Christi ac omnium pontificum di Bartolomeo Platina, dedicato a Sisto IV, essa esula evidentemente dall'ambito delle biografie composte per P. e risulta inoltre inevitabilmente condizionata dal diretto coinvolgimento dell'autore nelle vicende del 1468. C'è infine da ricordare una biografia di P., perduta e probabilmente mai completata, scritta da Giovanni Barbo, nipote del papa, e menzionata da Gaspare da Verona (p. 56). Maggiore spazio e credito fu concesso da papa Barbo alla trattatistica di interesse politico ed ecclesiologico, che reputava più funzionale alle esigenze del pontificato. Tra i più agguerriti difensori della politica di P. fu Rodrigo Sánchez de Arévalo, stretto collaboratore e consigliere del pontefice nonché custode di Castel S. Angelo. Nel Libellus de libera et irrefragabili auctoritate Romani pontificis l'Arévalo difendeva la "plenitudo potestatis" del papa, derivante direttamente da Pietro, contro ogni pretesa conciliarista. Nel De remediis afflictae Ecclesiae, del 1469, sosteneva l'assolutismo papale e la necessità che ogni riforma della Chiesa avvenisse per iniziativa del pontefice. Ricollegandosi alle teorie ierocratiche del XIV secolo, l'Arévalo difendeva il potere temporale dei papi, unico potere legittimo, e denunciava la natura violenta dell'Impero romano. In risposta, il cardinale Juan de Torquemada componeva un Libellus pro defensione imperii, dove si proponeva una difesa delle prerogative della Chiesa romana su basi opposte: il Torquemada argomentava che la tesi dell'Arévalo era non soltanto falsa, ma anche rischiosa, perché minava alla radice la legittimità della donazione di Costantino, fondamento della monarchia pontificia. Nel De regno Ecclesiae, in versi, che l'umanista Leodrisio Crivelli dedicava a P., vengono tracciate le linee di una storia della Chiesa e del papato, a partire da Cristo fino a papa Barbo. Le traslazioni della "regia potestas" ai pontefici da parte degli imperatori forniscono la giustificazione ideologica per una concezione del pontificato che è in perfetta sintonia con quella di P.: gli aspetti temporali e spirituali della figura del pontefice trovano espressione nella liturgia, nei cerimoniali e nella simbologia del potere utilizzata da Paolo II. Percorso opposto è invece quello di Domenico Domenichi, autore - nel 1456 - del De potestate papae et termino eius, dove esprimeva una posizione anticonciliarista, e che durante il pontificato di P., nel 1469, aggiunse una ritrattazione a difesa della dignità episcopale e a limitazione della potestà pontificia nei confronti dei laici. Di significato fortemente esemplare nei confronti della realtà contemporanea è la traduzione del Filelfo della Ciropedia di Senofonte, dedicata a P.: nella prefazione al pontefice l'umanista lodava la soluzione politica del "princeps unicus" (Filippo Maria Visconti, Alfonso d'Aragona, lo stesso P.) contro quella dei governi democratici e oligarchici. Perfino il Platina, nella dedica a P. della prima redazione del De falso et vero bono, un dialogo sui temi della natura e del destino dell'uomo composto tra il 1464 e il 1465 durante la prima carcerazione, esaltava la "maiestas" pontificia. L'opera non fu tuttavia mai presentata a P. e fu dedicata - nella seconda redazione - a Sisto IV. Due lettere del cardinale Ammannati Piccolomini, scritte tra l'estate e l'autunno del 1468, indicano invece in maniera molto significativa le linee degli ambienti curiali più critici nei confronti della concezione del pontificato espressa da Barbo e mettono in luce le discrepanze tra quanto da lui dichiarato e quanto davvero messo in opera (Lettere, II, pp. 1190-205). La prima, indirizzata allo stesso P., gli rimprovera un eccessivo amore per la gloria mondana, ricercata attraverso le monete, i giochi, i banchetti ("illa secularia, ut inania sunt, ita evanescunt") e contrappone il modello di un pontefice giusto e misericordioso, intento alla cura del gregge affidatogli da Dio e pronto a difenderlo, anche con le armi, dagli assalti degli infedeli, incitando alla guerra i principi cristiani. Si tratta di concetti non troppo distanti da quelli propagandati dal pontefice, ma evidentemente l'Ammannati, a pochi mesi dalla proclamazione della pace d'Italia, non reputava che l'azione politica di P. fosse andata molto al di là delle petizioni di principio. L'altra lettera, indirizzata al cardinale Francesco Gonzaga, assume la forma di un piccolo trattato sul potere del papa e dei cardinali: a questi, riconosciuti nel ruolo di senatori della Chiesa, spetta il compito di consigliare il pontefice nella gestione degli affari della Chiesa, come ai tempi di papa Piccolomini. Papa Barbo, amante delle cerimonie e degli apparati, coltivò il desiderio di celebrare personalmente l'Anno santo, che reputava strumento più efficace di qualsiasi opera letteraria per la glorificazione del proprio ponti- ficato. Con la bolla Ineffabilis providentia del 19 aprile 1470 egli ridusse la periodicità giubilare a venticinque anni (il giubileo di Martino V del 1423 l'aveva portata a trentatré, mentre nel 1450 era stata ristabilita da Niccolò V la scansione cinquantennale), motivando la sua decisione con la brevità della vita umana, la peste, la minaccia turca. La speranza - che sembrava concreta, data l'età relativamente giovane del pontefice - di riuscire a celebrare l'Anno santo del 1475 fu vanificata dalla sua morte.

Appena eletto, P. dovette fare i conti con la capitolazione che era stata approvata dai cardinali in conclave. Le tendenze conciliariste erano forti all'interno del Collegio. P. decise tuttavia di non pubblicare la bolla di conferma della capitolazione e, dopo aver consultato illustri canonisti come Andrea Barbazza e Teodoro de' Lelli, sottopose ai cardinali un documento molto diverso, che alterava la sostanza del patto originario. Esercitando forti pressioni e - riferiscono alcuni - anche con le minacce, P. riuscì ad ottenere la firma di tutti i cardinali, eccetto quella di Giovanni Carvajal. Questi, insieme al cardinal Bessarione, uno dei redattori del documento originale, e all'Ammannati, cardinal nipote adottivo di Pio II, espresse un duro dissenso nei confronti del nuovo pontefice. A distanza di un paio d'anni da questi eventi, in una lettera dell'inizio del 1467 al cardinale Niccolò Forteguerri, l'Ammannati si rammaricava del fatto che in quella occasione il Collegio si fosse mostrato troppo remissivo di fronte alla volontà di P. di ignorare i vecchi capitoli sostituendoli con un nuovo documento (Lettere, II, pp. 932-35). La fermezza dimostrata da P. verso il Collegio cardinalizio trova riscontro in uno dei primi atti politici da lui compiuti nei confronti della Curia: lo scioglimento del Collegio degli abbreviatori (ottobre 1464), che Pio II aveva ampliato fino a settanta membri, introducendovi molti umanisti, soprattutto senesi, e rendendo l'attività della maggior parte di essi autonoma dal controllo del vicecancelliere. Ristabilendo la situazione anteriore alla riforma di papa Piccolomini, con la reintegrazione del vicecancelliere (allora Rodrigo Borja, futuro Alessandro VI, strettamente legato a P.) nella pienezza del suo potere, il pontefice mostrò chiaramente l'intenzione di dare un taglio netto alle linee politiche di papa Piccolomini. L'iniziativa - che pure venne giustificata dall'entourage di P. e da Rodrigo Sánchez de Arévalo come una purga dalla simonia diffusa nella Curia romana (O. Raynaldus, pp. 437-38) - non mancò di essere letta come una vera e propria dichiarazione di guerra contro i "pieschi" e contro l'ambiente di umanisti che si era raccolto intorno al predecessore. Tra questi il Platina, che giudicò l'operato del Barbo con toni particolarmente severi (B. Platina, Liber de vita Christi, p. 368) e che fu più tardi accusato di congiura contro il pontefice insieme agli altri membri dell'Accademia romana. Già in occasione del contrasto riguardo al Collegio degli abbreviatori si delineò una frattura profonda tra il papa e l'umanista. Dopo venti giorni trascorsi nel vano tentativo di ottenere un colloquio con P., Platina gli inviò una lettera di protesta molto dura, nella quale si minacciava tra l'altro l'appello a re e principi cristiani per la convocazione di un concilio di fronte al quale il pontefice sarebbe stato costretto a render conto del suo operato (ibid., p. 369). Per questo motivo e per alcuni motti salaci contro P., che l'umanista fu accusato di aver affisso alle porte del Palazzo Vaticano, il Platina fu incarcerato tra l'ottobre 1464 e il gennaio dell'anno successivo e sottoposto ad un processo. La collera del pontefice fu placata dall'intervento del cardinale Francesco Gonzaga e il Platina fu liberato dal carcere. La minaccia del concilio accompagnò tuttavia P. per tutta la durata del pontificato. I contrasti all'interno del Collegio determinarono un notevole ritardo nella nomina di nuovi cardinali, già attesa nel 1464. La prima effettiva nomina di un discreto numero di nuovi cardinali avvenne soltanto il 18 settembre 1467. Accanto ai tre cardinali d'Oltralpe (Tommaso Bourchier, arcivescovo di Canterbury, Stefano de Varda, arcivescovo di Kalocsa, e Giovanni Balue, vescovo di Angers) furono elevati alla porpora cinque italiani: l'arcivescovo di Napoli Oliviero Carafa, Marco Barbo, vescovo di Vicenza e nipote di P., Amico Agnifili, che era stato familiare del cardinale Domenico Capranica e maestro di P., il marchese Teodoro di Monferrato e Francesco della Rovere, generale dei Francescani e futuro papa Sisto IV. Le linee della politica filoveneziana di P. e la volontà di formare un gruppo di cardinali strettamente fedeli al pontefice, da contrapporre ai "pieschi" all'interno del Collegio, determinò la nomina di due nuovi cardinali il 21 novembre 1468: Battista Zeno e Giovanni Michiel, nobili veneziani, tutti e due figli di sorelle del papa e già creati protonotari da Paolo II. Difficile da definire e, per certi versi, contraddittorio è il rapporto che P. stabilì con la città di Roma. Già da cardinale - raccontano le fonti contemporanee - il Barbo si era conquistato il favore di Romani e curiali con feste e banchetti, con la munificenza e la convivialità che caratterizzò in seguito il suo pontificato ibid., p. 367). Della benevolenza verso i Romani, giocata anche sui toni della demagogia, parla - tra gli altri - il cronista municipale Stefano Infessura. Alla volontà di conquistare il favore del popolo romano è stata generalmente ricondotta la decisione di P. di stabilire la residenza papale nel palazzo cardinalizio di S. Marco, ai piedi del Campidoglio (una scelta assolutamente contro corrente rispetto alla tendenza, ormai affermatasi con Niccolò V, a fissare la residenza dei pontefici in Vaticano, e che trova un precedente soltanto nella decisione di Martino V di abitare a palazzo Colonna, ai SS. Apostoli). A partire dal 1465, avvalendosi dell'opera dell'architetto Francesco del Borgo, P. trasformò il palazzo cardinalizio in un grande palazzo rinascimentale, tra i primi nella città di Roma. Ma l'aspetto esteriore del palazzo, che si presentava come una fortezza, "espressione [...] di una sovrana consapevolezza di potere" (C.L. Frommel, Roma, p. 386), indica forse piuttosto un atteggiamento di sfida nei confronti della municipalità romana e delle sue istanze di autonomia: accanto ai luoghi simbolici e reali del potere municipale P. poneva un segno tangibile della sovranità temporale del pontefice sulla città, in linea con la riproposizione dell'ideologia costantiniana che aveva inaugurato il suo pontificato. La costruzione, accanto all'angolo sudorientale del palazzo e alla torre, di un giardino privato del papa (viridario di S. Marco), un edificio circondato da due ordini di portici (noto, dopo gli interventi di Paolo III, come palazzetto di S. Marco, demolito all'inizio del Novecento e poi ricostruito sul lato sinistro della basilica) definiva i confini di due nuove piazze: la piazza S. Marco, di fronte alla basilica, e la "platea nova [S. Marci]", detta anche "della Conca" (attuale piazza Venezia). Questo nome deriva dal fatto che P. fece trasportare nel gennaio del 1466 nella piazza una grande conca marmorea che si trovava vicino al Colosseo. Nel 1476 vi fu trasferita anche l'arca sepolcrale di s. Agnese, di porfido rosso, che era nel mausoleo di S. Costanza. Per portare ad effetto questa operazione furono in parte diroccate alcune case di Giuliano Capranica e di Carlo Muti. È peraltro testimoniata anche l'intenzione del pontefice di favorire l'insediamento di curiali e mercanti al seguito della Corte romana nella zona intorno al palazzo di S. Marco. Analogamente, le modifiche apportate da papa Barbo ai giochi di Agone e Testaccio, alle corse e alle gare cavalleresche che vedevano impegnate le famiglie dell'aristocrazia municipale romana durante il carnevale, si prestano ad una simile lettura. I giochi furono articolati in diverse sezioni e categorie di partecipanti. Per la prima volta ad essi parteciparono gli ebrei, ai quali fino ad allora era stato imposto l'obbligo di finanziarli. Le gare di corsa furono spostate lungo la via Lata (attuale via del Corso), che terminava nella "platea nova", di fronte al palazzo del papa e al giardino di S. Marco, che tagliava completamente fuori dalla vista la piazza del Campidoglio. Da un lato, dunque, P. compiaceva i Romani, dando nuovo lustro alla tradizionale festa municipale, mentre dall'altro ne stravolgeva il significato, riconducendola nell'ambito delle feste e delle celebrazioni pontificie e in uno spazio che era stato realizzato come simbolo del nuovo potere del papa sulla città. Le feste e i banchetti offerti al popolo e ai magistrati comunali in piazza S. Marco (M. Canensi, p. 116) e le distribuzioni di monete completano il quadro di una munificenza che prendeva a modello quella degli antichi imperatori romani. Di particolare interesse il corteo di carri allegorici che fu organizzato per il carnevale del 1466 dal Comune romano in onore di P., ma largamente finanziato dallo stesso papa, che ne fu spettatore dalle finestre del proprio palazzo insieme ai cardinali: la grande mascherata dai contenuti classici e mitologici, che si snodò per le vie e le piazze di Roma con partenza e arrivo in piazza S. Marco, accompagnata da canti in lode di P., assunse le forme di un vero trionfo rinascimentale (F. Cruciani, p. 126) e dette pubblica espressione a quel paganesimo che soltanto due anni più tardi sarebbe stato condannato dal pontefice nel processo contro l'Accademia romana. A P. viene attribuita da M. Canensi (ma soltanto nella prima redazione della Vita di papa Barbo, p. 97), l'istituzione dell'annona frumentaria in Campo de' Fiori. Un'iniziativa molto importante per Roma, se si tiene conto delle ricorrenti carestie che minacciavano la città ancora nel XV secolo. Nell'ottobre del 1468 e nel marzo del 1469 il cardinale Marco Barbo pubblicò inoltre due importanti decreti in materia annonaria, che tendevano ad impedire l'accaparramento del grano e a facilitarne il trasporto in città. Ma la storiografia più recente ha messo in dubbio il carattere realmente innovativo dell'intervento di P. in questo settore (L. Palermo, L'approvvigionamento). In Campo de' Fiori, la grande piazza del commercio romano, esistevano inoltre già da diversi decenni depositi granari di notevole importanza (il palazzo chiamato "l'Abbondanza"). Le iniziative di P. si pongono in realtà in una linea di continuità rispetto alla tendenza - affermatasi con forza durante il pontificato di Niccolò V in vista del giubileo del 1450 e poi confermata da Callisto III e Pio II - a trasformare l'Abbondanza in una stabile struttura di uffici direttamente dipendenti dalla Camera apostolica e di fatto sottratti, per gli aspetti sostanziali, alle magistrature comunali. Tra i meriti di P. nel governo di Roma viene generalmente ricordata - dalla storiografia più recente, e non dalle fonti coeve - anche la riforma, portata a termine nel 1469, degli Statuti cittadini, che sostituirono gli Statuti comunali emanati dal governo popolare intorno al 1363. La necessità di riformare gli "antiqua Urbis statuta" era giustificata dalla "varietas temporum" e dalla "Romane Ecclesie exigentia". Incaricata dal pontefice di esaminare in prima istanza i vecchi Statuti fu la Camera apostolica. Poi fu nominata una commissione per la revisione degli Statuti formata dall'avvocato concistoriale Andrea Santacroce, dai conservatori, dal priore dei caporioni, dal luogotenente del senatore, dai procuratori della Curia di Campidoglio e da alcuni familiari del papa. Tra i più noti giuristi coinvolti nella riforma statutaria figurano Lelio della Valle, Gioacchino da Narni, Battista Brendi, Pietro Mellini, Lorenzo "Petroni de Clodiis" e Giovanni Salamonio degli Alberteschi. Si procedette poi all'approvazione del vicecamerlengo Vianesio Albergati e di altri personaggi della Curia pontificia. Infine gli Statuti furono approvati da alcuni rappresentanti del Consiglio del popolo romano. Se il lungo iter appena descritto e le motivazioni addotte, che si leggono nel proemio degli Statuti, sia nel manoscritto (Roma, Archivio Storico Capitolino, Cred. IV. 88), sia nell'edizione stampata a Roma nel 1471, evidenziano già la difficoltà dei rapporti tra le magistrature comunali e il pontefice e l'ambiguità nella definizione delle diverse competenze, destinata a protrarsi ancora per vari decenni, i contenuti concreti della riforma statutaria sono chiara espressione della volontà di accantonare le norme più palesemente ispirate ai princìpi del governo popolare e di limitare la facoltà di elezione dei magistrati da parte del popolo romano, che secondo i precedenti Statuti avveniva tramite imbussolazione. Viene, d'altro canto, fortemente indebolito il ruolo del senatore, che dal 1393 era ufficialmente di nomina pontificia, e rivalutato quello dei conservatori, una magistratura che era ormai appannaggio esclusivo delle famiglie dell'aristocrazia municipale. Gli Statuti del 1469 appaiono, in sostanza, il risultato di un pacifico compromesso tra P. e la municipalità romana (o quella parte della municipalità romana che era disposta a riconoscere il cambiamento dei tempi) e segnano un momento di equilibrio nel lungo - e spesso tutt'altro che pacifico - processo di acquisizione dei pieni poteri sulla città da parte dei pontefici. La scarsa conflittualità che caratterizzò i rapporti tra P. e i cittadini romani è anche leggibile in una decisione riguardante S. Giovanni in Laterano, che il pontefice prese pochi mesi dopo l'elezione, nel novembre del 1464. Riprendendo la linea già segnata da Eugenio IV nel 1440, P. sostituì i canonici secolari della basilica lateranense (appartenenti alle famiglie più in vista della municipalità romana) con i Frati Agostiniani e riservò a quelli la basilica di S. Lorenzo "ad Sancta Sanctorum". Mentre ai tempi di Eugenio IV la scelta del pontefice aveva sollevato tumulti popolari contro gli Agostiniani, che si erano protratti fino ai tempi di Callisto III (Diario della città di Roma, p. 41; M. Canensi, pp. 110-11), P. riuscì a portare ad effetto la propria decisione senza traumi. Agli ufficiali del Comune romano ordinò "che promettesseno et iurasseno; che mai non si trovassino per niun modo ad cacciare li detti Fraticelli, né ad prestare aussilio a chi li cacciasse" (Diario della città di Roma, p. 68). Eccetto casi particolari, come quello di Platina, che pure a distanza di anni dagli eventi del 1468 espresse giudizi meno duri su papa Barbo, nel complesso il ricordo di P. tramandato dalla memoria cittadina fu abbastanza positivo. I Romani apprezzarono la politica antibaronale di P. e il rispetto - almeno formale - delle tradizioni e delle magistrature municipali, nei confronti delle quali il successore Sisto IV assunse invece un atteggiamento più repressivo, imponendo forti limitazioni alla giurisdizione capitolina e sostituendo le magistrature elettive con ufficiali di nomina pontificia. Particolarmente significativo il giudizio espresso da Marco Antonio Altieri agli inizi del Cinquecento su P., "alluminato di clemenza, per li tenebrosi tempi che erano già passati, et ancora per li susseguenti" (Li Nuptiali, p. XVIII). La lunga esperienza dell'operato dei successori di P., il rammarico per la perdita delle autonomie e delle tradizioni municipali portavano l'Altieri, che pur era stato allievo di Pomponio Leto ed era legato all'ambiente degli accademici romani, a individuare nel pontificato del Barbo le ultime tracce di quella dimensione cittadina che nella Roma di primo Cinquecento non era più riconoscibile. L'emanazione da parte di P. dei decreti suntuari, che sono trascritti in calce agli Statuti del 1469 (pubblicati dal Narducci nell'edizione dei Nuptiali), può essere considerato un motivo in più per giustificare il giudizio positivo espresso sul pontefice dall'Altieri, violento oppositore del lusso eccessivo che fu introdotto a Roma nello stile di vita e nelle cerimonie nuziali dalla presenza di ricchi forestieri e curiali. Ma la legislazione di P. in questo settore si pone in una linea di sostanziale continuità con quella dei predecessori e dei successori. Durante il pontificato di P. si colloca un evento di grande importanza per la cultura e la diffusione dei libri: l'introduzione della stampa a Roma, che prima tra le città italiane si mostrò sensibile alla nuova scoperta e ospitò dal 1467 l'officina tipografica di Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz. Dopo aver realizzato alcune edizioni nel monastero di S. Scolastica a Subiaco, i due prototipografi tedeschi si trasferirono nella città dei pontefici, ormai divenuta punto di riferimento politico e culturale per l'Italia e l'Europa e ottimo mercato per la vendita dei libri. Il catalogo delle edizioni di Sweynheym e Pannartz, egregiamente curate dal vescovo di Aleria Giovanni Andrea Bussi, evidenzia un sapiente equilibrio tra le opere di autori classici e i testi della cultura cristiana. Il rapporto tra P. e le prime tipografie romane (diverse furono operanti in città già durante il suo pontificato) è difficile da definire. Certamente non si può parlare di committenza pontificia, anche se le linee ideologiche proposte da alcuni autori contemporanei, le cui opere furono pubblicate agli albori della stampa romana, mostrano una forte coincidenza con quelle di papa Barbo. Tra questi Rodrigo Sánchez de Arévalo, che proprio in questi anni andava teorizzando la monarchia pontificia (Speculum vitae humanae, Sweynheym e Pannartz 1468) e Juan de Torquemada (Meditationes, Ulrich Han 1467). I tipografi rivolsero suppliche al pontefice affinché venisse incontro alle loro difficoltà economiche, il Bussi gli dedicò prefazioni a diverse edizioni, ma non sembra che P. sia mai intervenuto con appoggi sostanziali e diretti a favore di Sweynheym e Pannartz né di Ulrich Han, titolare di una tipografia concorrente attiva a Roma già dal 1466. C'è tuttavia da osservare che lo stato clericale della maggior parte dei tipografi attivi a Roma durante il pontificato di P., i benefici conferiti loro dal pontefice e la qualifica di familiari (del papa o di potenti curiali), attestata per alcuni, suggeriscono una forma di supporto indiretto all'affermazione dell'arte tipografica in città. Per quanto riguarda l'Università cittadina, in una rubrica degli Statuti del 1469, intitolata De studiis generalibus urbis Romae, si parla del rinnovamento dello "Studium" operato da papa Barbo e si conferma la sua sede vicino alla dogana di S. Eustachio, nelle case acquistate ai tempi di Eugenio IV. Non è possibile tuttavia definire i termini reali della politica condotta da P. nei confronti dello "Studium", perché mancano i rotoli dei docenti relativi agli anni del suo pontificato. Illustri professori insegnarono nell'Università romana in quegli anni: tra questi lo stesso Gaspare da Verona, che fu fino al 1474 titolare di una cattedra di retorica conferitagli da Pio II. Il ricordo di papa Barbo, per quanto riguarda le sue iniziative in ambito artistico e culturale, è legato, oltre alla costruzione del palazzo di S. Marco, alla straordinaria collezione di oggetti antichi e preziosi che vi aveva raccolto e alla committenza di manufatti costosi e di grande pregio stilistico. La passione collezionistica che P. coltivò fin dagli anni giovanili, testimoniata dall'inventario della collezione Barbo redatto nel 1457 e attribuito a Ciriaco d'Ancona, riguarda prevalentemente le arti minori, come l'oreficeria, la glittica e la numismatica, con un gusto per oggetti preziosi e ricercati. L'interesse collezionistico di P. non era limitato al mondo antico, ma si estendeva anche a reperti paleocristiani e medievali e a prodotti di artisti contemporanei. Bronzi antichi, cammei, avori, medaglie, coperte di codici di raro pregio, monete d'oro e d'argento, pietre preziose di ogni genere, icone bizantine, mosaici, arazzi fiamminghi, ricami, reliquiari facevano parte della sua collezione, gran parte della quale passò, dopo la morte del pontefice, a Lorenzo il Magnifico. Molti di questi oggetti, e ancora le tiare, la costosissima sedia gestatoria utilizzata nel Natale del 1466, gli arredi sacri, gli abiti sontuosi avevano un'importante funzione di apparato e servivano a sottolineare la concezione principesca che P. aveva del pontificato. Interessante espressione del gusto estetico di papa Barbo e della sua preferenza per abiti sontuosi e preziosi gioielli è il busto conservato nel palazzo di S. Marco, la cui attribuzione resta ancora oggetto di discussione (Bartolomeo Bellano, come afferma il Vasari, o Mino da Fiesole): la tiara che copre il capo del papa raffigura forse quella realizzata dall'orafo Simone di Giovanni, che per la sua preziosità gravò pesantemente sull'erario pontificio. Oltre alla fabbrica del palazzo di S. Marco, che fu il più importante cantiere aperto a Roma negli anni di P., una serie di iniziative furono prese dal pontefice per il restauro e la valorizzazione della città. Non si può parlare per P. di un nuovo piano urbanistico: papa Barbo si preoccupò piuttosto di restituire funzionalità a quanto già esisteva: strade, ponti, mura, fonti. Spese a questo scopo ingenti somme di denaro, per lo più derivanti dagli introiti delle gabelle comunali del vino e forse del sale. E nell'estate del 1467, forse per ridurre i rischi delle pestilenze ricorrenti che infestavano Roma nella stagione più calda, incaricò Girolamo Giganti, con la qualifica di "commissarius specialis", di sovrintendere alla pulizia delle strade cittadine. L'operazione condotta da P. nella manutenzione delle infrastrutture cittadine, in gran parte finanziata dal Comune romano ma riportata sotto lo stretto controllo del papa a scapito delle magistrature comunali, rivela la qualità dei rapporti del pontefice con la città, disposta a sostenere le spese di un riassetto urbano funzionale non solo alle esigenze della vita quotidiana, ma anche e soprattutto - come risulta evidente dalla scelta dei tempi e dei luoghi degli interventi - agli usi cerimoniali e di apparato volti ad esaltare la monarchia pontificia. I restauri promossi da P. a Roma riguardano soprattutto le chiese di S. Giovanni in Laterano, S. Maria in Aracoeli, S. Maria sopra Minerva, il Pantheon, gli archi di Tito e di Severo, i colossi di Monte Cavallo, la statua equestre di Marco Aurelio, ponte Milvio e ponte S. Angelo, la fonte di Trevi, le strade, le mura Aureliane e le porte della città. Per molte di queste iniziative riguardanti le infrastrutture P. utilizzò, oltre a Giganti, Nuccio "de Risis" da Narni. In S. Pietro, P. proseguì la costruzione della loggia per le benedizioni, intrapresa da Pio II, per la quale lo stile gotico fu abbandonato a favore di quello suggerito dalle riscoperte teorie di Vitruvio, come nella facciata del palazzo di S. Marco; continuò i lavori nell'abside di S. Pietro ("tribuna Sancti Petri") progettati da Niccolò V, in occasione dei quali fece coniare anche una medaglia che reca la data del 1470; portò avanti gli interventi sul Palazzo Vaticano con la realizzazione delle Sale paoline, che dovevano porre in diretta comunicazione il palazzo papale con la loggia delle benedizioni. Riprese anche il progetto di Niccolò V di trasferire l'obelisco vaticano nella piazza di S. Pietro, ma non riuscì a realizzarlo prima della morte. Il tetto della basilica di S. Marco fu ricoperto di tegole di piombo, che in parte provenivano dalla basilica di S. Paolo. L'attività edilizia promossa da P. si estese a Tivoli, Ostia, Civitavecchia, Terracina, Viterbo e Montecassino. Di qualche rilievo le committenze di P. nell'ambito delle arti figurative: soltanto marginale l'utilizzazione dell'opera di Antoniazzo Romano, mentre Melozzo da Forlì realizzò intorno al 1470 lo stendardo con il doppio s. Marco ancora conservato nella basilica di S. Marco. Il camaldolese di origine fiorentina Giuliano Amedei è da ricordare per la decorazione e la doratura del soffitto ligneo a cassettoni della navata centrale della basilica di S. Marco, riccamente intagliato da Giovannino e Marco de' Dolci, nel quale campeggiano tre grandi stemmi del Barbo, per aver dipinto il ciclo delle Fatiche di Ercole in palazzo Venezia (1471-1472) e per l'elegante decorazione di alcuni manoscritti destinati al pontefice. Di particolare interesse tra i codici commissionati da P. - e non soltanto per la qualità del manufatto, ma anche per la scelta di un testo di interesse storico - quello contenente le Antiquitates Romanae di Dionigi d'Alicarnasso nella versione di Lampugnino Birago (B.A.V., Vat. lat. 1819), copiato da Antonio da Toffia e forse miniato da Niccolò Polani, con un ritratto di P. che reca la scritta "PAVLVS II VENETVS PONTIFEX MAX[IMUS]", e lo stemma del papa (c. 1). Riguardo al rapporto di P. con i libri, occorre innanzitutto sgombrare il campo dal topos diffuso dai suoi oppositori, e recepito in modo piuttosto acritico dalla storiografia successiva, di un pontefice scarsamente interessato alla cultura scritta. Già Gaspare da Verona - una fonte che non si può annoverare tra i detrattori di papa Barbo - annotava che il pontefice era molto generoso nel prestare i libri e molto parco nel chiederli, e su questa nota laudativa si sono appuntate le ironie dei sostenitori del topos appena ricordato. Non mancano tuttavia durante il pontificato di P. le spese sostenute dalla Camera apostolica per la confezione di codici per il pontefice e restano numerosi manoscritti di notevole interesse a lui offerti. Si ricordi, ad esempio, un esemplare del De potestate papae di Domenico Domenichi (B.A.V., Vat. lat. 7628), che reca sul frontespizio l'immagine di P. e dell'autore dell'opera. L'attenzione di papa Barbo per la patristica greca è testimoniata dalle importanti traduzioni in latino eseguite durante il suo pontificato: quella dei trattati di Atanasio, dedicata a P. da Ognibene Lonigo, e quella delle Omelie di Basilio commissionata a Lampugnino Birago dallo stesso pontefice. Non sembra peraltro priva di significato la ripresa di interesse, in ambienti molto vicini a P., per la cosiddetta Lettera di Aristea, un testo del II secolo a.C. che comprende un brano sulla biblioteca di Alessandria, già proposta da Giannozzo Manetti e altri umanisti come modello per la biblioteca di Niccolò V, il cui progetto culturale era stato paragonato a quello di Tolomeo II Filadelfo. La lettera venne stampata nel 1468 e ancora nel 1471 all'inizio di due incunaboli romani (le Epistolae di s. Girolamo di Sixtus Riessinger e la Biblia in due volumi di Sweynheym e Pannartz). P. si mostrò inoltre interessato all'acquisizione - più o meno consensuale - di raccolte librarie cardinalizie e monastiche alla biblioteca papale. Alla morte del cardinale Ludovico Scarampo nel 1465 P. fece confiscare numerosi libri che gli erano appartenuti. Nel marzo del 1471 inviò un breve all'abbazia di Montecassino, richiedendo alcuni codici e privilegi, probabilmente al fine di una loro trascrizione. È difficile determinare con certezza se si sia trattato di una spoliazione della biblioteca cassinese - come è stato sostenuto - o di un intervento volto a salvaguardare il patrimonio librario cassinese in qualità di commendatario del monastero, se l'iniziativa del pontefice sia da attribuire alla sua passione di bibliofilo e collezionista o ad interessi di natura patrimoniale e giurisdizionale. La morte del pontefice, avvenuta pochi mesi dopo, impedì la restituzione di parte dei codici, poiché la biblioteca di P., conservata nel palazzo di S. Marco, fu ereditata dal nipote Marco Barbo e in parte andò dispersa, in parte confluì nella Biblioteca Vaticana. È difficile - oltre che poco corretto dal punto di vista storiografico - distinguere nettamente tra il dissenso che P. incontrò in Curia, del quale si è già detto, e quello che coinvolse ambienti religiosi (i Fraticelli), intellettuali (l'Accademia pomponiana), cittadini e internazionali. Le influenze reciproche tra i vari ambienti risultano infatti molto fitte e il dissenso espresso dai singoli individui trova sovente le proprie radici in ambiti diversi. Particolarmente importante - e non soltanto per gli aspetti religiosi - fu il processo che si svolse a Roma nel 1466 contro un gruppo di Fraticelli "de opinione". Si trattava di una setta ereticale pauperistica, che traeva le sue origini dal conflitto sviluppatosi negli anni Venti del Trecento tra i Francescani e papa Giovanni XXII, il quale aveva obbligato l'Ordine ad accettare la proprietà di beni terreni. Uno dei centri di diffusione di questa eresia era Poli, vicino Palestrina, dove sembra che i Fraticelli avessero trovato il supporto di Stefano Conti, signore di Poli, poi incarcerato e processato insieme agli altri: un esponente di quella nobiltà baronale contro la quale P. espresse una linea politica fortemente repressiva. A Roma non ci si stupiva della diffusione di queste idee, visto che papa Barbo amava il fasto della propria Corte e faceva grande ostentazione di ricchezze. Lo stesso oratore veneto Bernardo Giustinian - secondo quanto affermava Agostino Rossi, ambasciatore sforzesco presso la Corte di P. - si meravigliava che l'opposizione al pontefice in campo religioso ed ecclesiale non fosse ancora più dura. Della commissione inquisitoriale contro i Fraticelli, costituita da P. nell'agosto-ottobre 1466, fece parte Rodrigo Sánchez de Arévalo, che compose su richiesta del papa il Libellus de paupertate Christi et apostolorum. In questi anni fiorì a Roma una ricca trattatistica contro i Fraticelli, prodotta da personaggi di Curia di notevole rilievo: oltre al Sánchez de Arévalo sostennero la causa pontificia Jean Jouffroy, Ferdinando di Cordova e Niccolò Palmieri. Di segno opposto, a difesa della povertà della Chiesa e dell'esigenza di una riforma, sono invece i trattati di Jacob Gill e Juan de Torquemada, che pure non negavano al clero il diritto alla proprietà. L'importanza di questa trattatistica intorno al problema della povertà della Chiesa non si spiega dunque solo con il dissenso espresso dai Fraticelli, ma va pure e soprattutto collegata alla spaccatura ideologica determinatasi nella Curia; essa va anche messa in relazione con l'arrivo a Roma, nel 1465, del carmelitano inglese John Milverston, che difese la povertà di Cristo e che per le sue affermazioni fu rinchiuso in Castel S. Angelo fino al 1466. Le cronache romane ricordano l'arrivo a Roma di questi "heretici della opinione", che "non credevano allo papa" e raccontano che furono condotti in Campidoglio, mostrati al pubblico in segno di disprezzo "colla mitria di carta in capo" e costretti alla conversione dopo la predica del vicario del papa (Diario della Città di Roma, pp. 69-70; l'episodio, correttamente riferito al 1467, è confermato da un pagamento a Girolamo Giganti del 4 luglio 1467; P. Cherubini, in Un libro di multe, p. 250). Il luogo simbolico della giustizia municipale veniva utilizzato da P. per condannare una protesta che andava ben al di là della dimensione cittadina. L'episodio - ancora tutto da indagare per la sua estensione e per i legami con i movimenti riformistici in Italia e oltralpe - trova infatti la sua giustificazione all'interno del più generale dissenso nei confronti del pontefice che coinvolse in primo luogo gli ambienti di Curia, gli intellettuali che un paio d'anni più tardi avrebbero partecipato alla "congiura" dell'Accademia romana, lo Stato della Chiesa e più in generale tutti coloro che auspicavano una riforma della Curia e non condividevano l'ideologia monarchica del papato che P. aveva espresso con grande chiarezza già attraverso i primi atti del suo pontificato. Resta ancora da approfondire, ad esempio, il possibile rapporto del processo contro i Fraticelli con l'incarcerazione in Castel S. Angelo - tra l'agosto e il settembre 1466 - di Giorgio da Trebisonda, illustre ellenista e precettore di P., che fu accusato dal pontefice di mancanza di rispetto nei suoi confronti e di connivenza con il sultano turco, che chiamava in una lettera imperatore dei Romani, a danno della Chiesa. Si temeva, in sostanza, che Maometto II aspirasse all'impero universale, minacciando il potere del papa e dell'imperatore. Giorgio da Trebisonda fu liberato dopo quattro mesi perché i capi d'accusa contro di lui non si erano dimostrati molto solidi (Gaspare da Verona, pp. 43-4). Alla fine del febbraio 1468, dopo alcuni giorni in cui circolò voce insistente della prossima morte del papa, Roma fu scossa da un avvenimento che fece grande scalpore: P. ordinò di arrestare molte persone sospettate di una congiura contro la sua persona, capeggiata da Luca de Tocio, consigliere di Ferrante re di Napoli. La maggior parte degli arrestati erano membri dell'Accademia romana, in seno alla quale sembrava essersi sviluppato il focolaio della ribellione. L'Accademia, fondata da Pomponio Leto, raccoglieva un gruppo di umanisti la cui passione per l'antichità classica si prestava ad essere interpretata come una scelta di laicismo e repubblicanesimo. Quasi tutti gli accusati erano inoltre - ed è questo l'aspetto più significativo dell'episodio - familiari di cardinali - "pieschi". Tale circostanza, se l'intera vicenda non è addirittura da considerare il risultato di uno stratagemma anti-"piesco" escogitato da P., va spiegata nel contesto di una rete di rapporti tra gli accademici e gli ambienti curiali più ostili al pontefice. Petreio (Pietro, familiare di Iacopo Ammannati Piccolomini) aveva confessato al cardinale che Callimaco (Filippo Buonaccorsi) e i suoi complici avevano deciso di uccidere il papa il 2 marzo, mentre si recava dal palazzo alla basilica di S. Marco. Callimaco, principale indiziato, Petreio e Glauco Condulmer (segretario del cardinale Bartolomeo Roverella) fuggirono in tempo da Roma; Pomponio Leto trovò rifugio a Venezia. Bartolomeo Platina (segretario del cardinale Francesco Gonzaga), Lucido Fosforo Fazino, Antonio Settimuleio Campano, Agostino Maffei e altri furono rinchiusi in Castel S. Angelo, sotto la custodia di Rodrigo Sánchez de Arévalo, che contribuì a creare con loro un clima da cenacolo di letterati e consentì loro di comporre opere, scambiare lettere e trascrivere testi classici. Le accuse rivolte agli accademici erano piuttosto generiche: sodomia, offese al pontefice e ai preti, eresia. Nel corso del processo essi non ricusarono le accuse, ma addebitarono a Callimaco le colpe più gravi, ovvero di aver fatto parola, in stato di ebbrezza, di tirannicidi e rivolgimenti politici. Pare che Callimaco avesse anche fatto distribuire in Campo de' Fiori fogli volanti che contenevano la predizione della prossima morte del papa. La durezza della reazione di P., che richiamò a Roma le truppe pontificie per motivi di sicurezza, si può spiegare anche con il sospetto che i congiurati volessero convocare un concilio o provocare uno scisma. Alcuni membri dell'Accademia, fuggiti da Roma, furono accolti a Napoli, dove si era formato un movimento d'opinione fortemente ostile a papa Barbo e dove si trovava anche il nipote di Pio II Antonio Piccolomini, genero del re Ferrante d'Aragona: un indizio - tra gli altri - dell'ampiezza del dissenso contro il pontefice che coinvolgeva e legava con una rete di trame non facilmente identificabili l'Accademia romana, i circoli "pieschi", Napoli, Milano, Firenze e Venezia. Dopo la morte di P. l'Accademia ebbe la possibilità di ricostituirsi e anche le carriere successive dei suoi membri (Platina fu nominato custode della Biblioteca Vaticana) dimostrano che Sisto IV reputò opportuno riabilitarli completamente. I timori di P. riguardo all'esistenza di una rete di trame internazionali furono accentuati dalla visita di Federico III, che giunse a Roma il 24 dicembre 1468 e vi si trattenne fino al 9 gennaio 1469. L'imperatore venne per compiere un voto fatto nel 1462, durante l'assedio di Vienna, ma anche per discutere questioni politiche con il pontefice, forse per affrontare il problema della successione in Ungheria e in Boemia. La presenza dell'imperatore a Roma rischiava sempre di innescare dinamiche sovversive nei confronti dei pontefici e anche in questa occasione P. richiamò le truppe in città e riuscì a garantire un ordinato svolgimento delle cerimonie a S. Pietro, a S. Giovanni in Laterano, dove l'imperatore svolse l'"officium stratoris", tenendo le briglie del cavallo del pontefice in segno di riconoscimento della sua superiorità, come si diceva che Costantino avesse fatto con Silvestro I (Augustinus Patritius, col. 213). Su ponte S. Angelo Federico III insignì più di cento nobili, soprattutto tedeschi, della dignità cavalleresca. Soltanto dopo la sua partenza - suggerisce il Platina - P. si liberò dalla paura di tumulti da parte del popolo romano. La preoccupazione di P. di conquistare il consenso dei cittadini romani e delle famiglie dell'aristocrazia municipale non era determinata soltanto dalla necessità di arginare il dissenso diffuso che dalla Curia si estendeva agli intellettuali e ai fautori di una riforma della Chiesa. L'appoggio della municipalità romana, tradizionale antagonista delle famiglie dell'alta aristocrazia, era infatti indispensabile per la politica antibaronale che P. inaugurò fin dai primi mesi del suo pontificato. Anche i cronisti municipali registrano con grande attenzione i successi di P. in questo settore. Le grandi famiglie baronali, che avevano dato vita a vere e proprie signorie nei territori dello Stato della Chiesa, ostacolavano l'affermazione del potere monarchico del pontefice. Seguendo una linea di sostanziale continuità con la politica di Niccolò V, Callisto III e Pio II, ma forse con maggiore impegno, P. si adoperò per riportare sotto il diretto dominio della Chiesa le terre governate da signori e feudatari (si ricordi la bolla Ambitiosae cupiditatis del 1° marzo 1467). Occorreva innanzi tutto contrastare l'ampio progetto di espansione territoriale che Everso dell'Anguillara (morto nel settembre 1464) e poi i suoi figli condussero a danno dei possedimenti pontifici, e che i predecessori non erano riusciti ad arginare. Nel 1464 P. fece - senza successo - un primo tentativo di pacificazione con Deifobo e Francesco, figli di Everso, che contando sull'appoggio di alcuni baroni romani (soprattutto i Colonna) e di Iacopo Piccinino avevano tentato di ampliare i propri possedimenti. A seguito del fallimento delle trattative, durante le quali era stata richiesta la restituzione di Caprarola, e dopo la morte del Piccinino, il pontefice promosse una spedizione militare contro i conti di Anguillara e li sconfisse nel luglio del 1465, riportando alla soggezione della Chiesa territori e rocche, tra cui Capranica, Vetralla, Ronciglione, Nepi e Caprarola. Il rapido successo di P., ottenuto anche grazie all'abilità militare di Federico di Montefeltro duca di Urbino, fu salutato con entusiasmo dagli ambienti più vicini al pontefice, ma anche da personaggi a lui meno favorevoli, come il cardinale Ammannati, che compose in questa occasione un'operetta in forma di orazione, la Eversana deiectio, dai toni chiaramente filopontifici (poi rielaborata e inserita dallo stesso Ammannati nei Commentarii). Un certo malcontento nei confronti di P. per la sconfitta degli Anguillara si diffuse invece a Roma, in ambienti filocolonnesi (i Colonna erano alleati degli Anguillara contro gli Orsini e sembra che Stefano Colonna si sia adoperato presso il pontefice per la scarcerazione di Francesco, che rimase tuttavia in Castel S. Angelo fino all'avvento di Sisto IV). Di connivenze con gli Anguillara fu sospettato anche Francesco Sforza, duca di Milano, che assunse un ruolo di mediatore nel conflitto tra questi e P. e intervenne, anch'egli senza successo, a favore del figlio di Everso rinchiuso nelle carceri pontificie. Papa Barbo comminò inoltre la scomunica agli Stati che avessero offerto ospitalità a Deifobo, che era riuscito a fuggire. Per quanto riguarda Cesena, che Pio II aveva concesso a Malatesta Novello per tutta la durata della sua vita, l'iniziativa di recupero partì subito dopo la morte di questo, avvenuta il 20 novembre 1465. Con l'appoggio di Federico da Montefeltro, P. mosse l'esercito contro Roberto, figlio illegittimo del fratello di Malatesta Novello, Sigismondo, che si era impadronito di Cesena alla morte dello zio, lo sconfisse e ridusse la città al dominio diretto della Chiesa. Nel successo di questa iniziativa ebbe un peso importante l'astensione da qualsiasi intervento in favore dei Malatesta da parte di tutte le potenze italiane, i cui interessi politici ed economici non apparivano minacciati, anzi in qualche modo garantiti, dall'imposizione del governo pontificio sulla città. P., che inviò a Cesena come governatore Lorenzo Zane, suo stretto collaboratore, si assicurò il sostegno dell'aristocrazia cesenate attraverso la concessione di terre e privilegi e l'istituzione degli uffici degli "Anziani" e dei "Conservatori", mentre favorì l'aspirazione del patriziato cittadino di origine mercantile e artigianale ad entrare nel Consiglio, guadagnandone l'appoggio politico. Senza scosse per l'equilibrio politico italiano fu anche l'acquisizione di Senigallia, che dopo la morte di Pio II si era ribellata al governo di Antonio Piccolomini e aveva offerto le proprie terre a P., passando così al dominio diretto della Chiesa. L'occupazione di Tolfa, una zona di grande importanza economica per la presenza delle miniere di allume, il prezioso minerale utilizzato per la tintura delle stoffe, suscitò invece l'opposizione di Ferrante d'Aragona, che temeva la concorrenza pontificia per le miniere di Agnano nel Regno di Napoli. Ferrante, con l'appoggio degli Orsini, riuscì ad impedire la sottomissione di Tolfa fino al 1469, quando la Camera apostolica acquistò la città per 17.300 ducati d'oro. Per non deteriorare i rapporti con il sovrano napoletano, tuttavia, P. concordò la stipula di una società per lo sfruttamento comune delle miniere di Tolfa e di Agnano, al fine di arginare i rischi della concorrenza. La gestione delle miniere di Tolfa fu affidata al Banco dei Medici, che ottennero anche la Depositeria della Crociata, rinsaldando così la loro partecipazione all'amministrazione delle finanze pontificie. P. dedicò inoltre particolare cura alla difesa dello Stato della Chiesa, promuovendo la costruzione ed il restauro di diverse rocche a Cesena, Todi, Norcia, Monteleone e Cascia (M. Canensi, pp. 134-35). La politica italiana di P. non fu priva di contrasti e tensioni. Riprendendo la via già percorsa dallo zio Eugenio IV, P. seguì innanzitutto una linea di tenace e intransigente difesa delle libertà ecclesiastiche, che lo portò ad un aperto conflitto con diverse potenze italiane, vanificò i risultati raggiunti dalla diplomazia di Niccolò V e spezzò gli equilibri consolidatisi nella Lega italica del 1455. I rapporti con la Repubblica di Venezia si rivelarono presto difficili. Dopo la morte di Gregorio Correr, nel gennaio del 1465, P. innalzò il nipote Giovanni Barozzi alla cattedra patriarcale di Venezia e tramite questo personaggio di sicura fedeltà al pontefice cercò di risolvere un problema spinoso: la Signoria aveva infatti imposto la decima al clero per finanziare la guerra contro i Turchi e il Barozzi fu incaricato di difendere i diritti ecclesiastici. Egli riuscì finalmente a persuadere il doge ad accettare un compromesso, ma la questione rimase aperta ancora a lungo. Anche alcuni dei contrasti con il re di Napoli derivarono da problemi economici e dagli obblighi di carattere feudale che legavano il Regno allo Stato della Chiesa. Ferrante d'Aragona tentò di riappropriarsi del diritto, al quale il padre Alfonso era stato costretto a rinunciare, ad offrire al papa ogni anno una chinea bianca al posto degli 8.000 marchi dovuti come riconoscimento della supremazia papale, e rifiutò di restituire a P. il denaro che Alfonso aveva destinato alla crociata. La questione, sorta poco dopo l'elezione di P., si trascinò a lungo e il re di Napoli arrivò a minacciare il papa - tramite i suoi ambasciatori - di stringere alleanza con il sultano turco. Altrettanto dura la politica di P. nei confronti di Firenze: nel 1466 egli giunse a scomunicare le più importanti magistrature del regime mediceo, ovvero gli Otto di Guardia e i Dieci di Balìa, per aver violato le immunità ecclesiastiche. Quanto al Ducato di Milano, P. non riconobbe l'indulto concesso a Francesco Sforza da Niccolò V e perfezionato da Pio II, adducendo anche in questo caso la ragione di tassazioni illecite sulle rendite ecclesiastiche. Dopo la morte di Francesco Sforza, duca di Milano (8 marzo 1466), i contrasti tra P. e il nuovo duca Galeazzo Maria si accentuarono, ancora una volta per motivi fiscali. Gli equilibri politici italiani divennero più instabili. Venezia, che aspirava al dominio di Milano, aveva nel frattempo accolto i fuorusciti fiorentini avversari del governo mediceo e all'inizio del 1467 congedò il condottiero Bartolomeo Colleoni per consentire loro di assoldarlo. Il Colleoni aveva coltivato in un primo tempo il progetto di conquistare personalmente il Ducato di Milano, ma quando si rese conto che la successione di Galeazzo Maria Sforza era avvenuta senza grandi contrasti rivolse le proprie mire verso Firenze. Di fronte a questo pericolo, il 17 gennaio del 1467, Piero de' Medici strinse a Roma - con l'apparente protezione del papa - un'alleanza con il re di Napoli e Galeazzo Maria Sforza; l'esercito della lega era guidato da Federico da Montefeltro. Tra gli scopi principali della lega c'era in realtà anche quello di contrastare i disegni di Venezia e del pontefice di richiamare gli Angioini in Italia, con l'appoggio di forze estensi e savoiarde. P. ebbe a temere un'invasione dell'esercito napoletano nei territori dello Stato della Chiesa. La battaglia della Molinella, vicino Imola, tra i due schieramenti (23 luglio 1467) non ebbe esito decisivo, il Colleoni rinunciò ad attaccare Milano e l'11 agosto fu firmata una tregua. Dopo alcuni mesi di trattative, il 2 febbraio 1468 P. prese l'iniziativa di emanare una bolla per la pace d'Italia (Ut liberius iustissimum bellum; O. Raynaldus, pp. 454-57), che imponeva ai contendenti di far cessare ogni conflitto entro trenta giorni. La principale motivazione della decisione pontificia era il pericolo dei Turchi, contro i quali il Colleoni veniva assoldato per una spedizione in Albania, con uno stipendio di 100.000 fiorini, che avrebbe dovuto essere pagato da tutti gli Stati italiani. Ma di fronte al rifiuto del re di Napoli e dello Sforza, che non erano disposti ad accettare il Colleoni come loro capitano né la funzione di pacificatore delle discordie d'Italia e tra tutti i cristiani e di garante della pace che il pontefice si arrogava nella bolla, si riaffacciò il rischio di una guerra e P. fu costretto a rinunciare alla spedizione. Le potenze italiane rifiutavano, in sostanza, il ruolo subalterno che P. voleva imporre loro, in nome di una concezione teocratica della monarchia pontificia. Nella bolla del 2 febbraio era inoltre stata riaffermata esplicitamente l'autorità giurisdizionale del pontefice e tale presa di posizione non poteva non incontrare l'opposizione di Napoli, Firenze e Milano. La pace, pubblicata il 25 aprile, fu celebrata a Roma l'8 maggio 1468, con la dichiarazione del rinnovo della Lega italica. A Roma il 26 maggio si svolse una solenne processione, alla quale partecipò lo stesso pontefice, il quale, "ad maiorem rei celebritatem" (M. Canensi, pp. 58-9) si recò a piedi dalla basilica di S. Marco alla basilica di S. Lorenzo in Damaso. Salmi e orazioni, inni e discorsi (il più noto è quello pronunciato da Domenico Domenichi, vescovo di Brescia e governatore di Roma) completarono la cerimonia e il nome del pontefice - racconta lo stesso Canensi - fu elevato fino al cielo. La pace, pubblicata - commenta Matteo Palmieri - "ad ostentationem potius quam ad rem" (p. 188), non aveva fondamenta molto solide. Galeazzo Maria Sforza dimostrava di contare più sulla "lega particolare" tra Milano, Napoli e Firenze che sulla "lega generale" e assunse un atteggiamento piuttosto ambiguo nei confronti del pontefice, anche a causa degli accordi intercorsi con il re di Francia. Ferrante d'Aragona, d'altro canto, seguì una linea sempre più aggressiva nei confronti dello Stato della Chiesa: egli aspirava al recupero delle terre ai confini tra i due Stati, tra le quali Terracina, che erano state occupate da Pio II, e non soltanto giunse ad impedire a P. la conquista di Tolfa, nell'estate del 1468, ma ostacolò anche le mire pontificie sul dominio dei Malatesta. Dopo la morte di Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, avvenuta nell'ottobre del 1468 senza eredi legittimi, P. pretese che la città ritornasse sotto il diretto dominio dello Stato della Chiesa. Gli resistette la vedova di Sigismondo, Isotta, e il papa mandò in Romagna come proprio inviato il figlio naturale di Sigismondo, Roberto Malatesta. Questi, dopo aver promesso al papa la consegna della città, cercò il sostegno del re di Napoli e non mantenne l'impegno. P., avvalendosi dell'abile mediazione diplomatica di Borso d'Este, riuscì ad ottenere la difficile alleanza di Venezia, che pure aspirava al dominio di Rimini. Seguì, inevitabilmente, la guerra e nella primavera del 1469 P. mandò un esercito contro i Riminesi. Le operazioni belliche si protrassero a lungo, anche perché il pontefice non inviò forze sufficienti. Inoltre il Malatesta aveva acquistato l'alleanza di Federico da Montefeltro, che temeva una forte affermazione del potere pontificio a danno delle Signorie locali, e anche Firenze, Napoli e Milano per gli stessi motivi si erano schierate contro il papa. Il 30 agosto l'esercito pontificio fu completamente sbaragliato e il Malatesta rafforzò la propria signoria sui territori di Rimini e Fano, anche se non riuscì ad ottenerne l'investitura prima della morte di Paolo II. Nel luglio del 1470 Napoli, Milano e Firenze, dove Lorenzo de' Medici aveva assunto il potere dopo la morte del padre Piero nel dicembre 1469, rinnovarono la triplice lega, nella quale Lorenzo svolse un importante ruolo di mediazione tra gli interessi spesso contrastanti di Ferrante d'Aragona e Galeazzo Maria, e confermarono la loro protezione a Roberto Malatesta contro il papa. P., che non accettava il ruolo assunto da Firenze di garante della pace nell'equilibrio politico italiano e ne rivendicava il diritto al solo pontefice, cercò in ogni modo di incrinare la triplice lega e di sostituire ad essa un'alleanza più ampia tra le potenze italiane, che sotto la guida del papa rinnovasse la Lega italica e concentrasse le proprie forze per la crociata contro i Turchi. Di fronte alla segreta proposta di Ferrante, accolta dallo Sforza, di un patto a quattro tra i collegati e Venezia, che avrebbe escluso il papa lasciandolo in condizioni di grande difficoltà, Lorenzo de' Medici decise di svelare la trama a Paolo II. Le trattative diplomatiche condotte da Gentile Becchi incoraggiarono il pontefice a dichiarare unilateralmente rinnovata la Lega italica il 22 dicembre 1470. Ma la nuova "lega generale" mostrò immediatamente i segni di una intrinseca debolezza. Lo Sforza rinsaldò i legami con il re di Francia e tentò di attirare anche il papa nell'alleanza, contro Napoli e Venezia, che subito si coalizzarono in funzione difensiva il 1° gennaio 1471.

Alla morte di P., la "lega generale" non era altro che una petizione di principio spesso ribadita per la pace d'Italia, senza alcuna sostanza di accordo politico. Nel panorama di generale sospetto, freddezza e ostilità nei confronti di P. faceva eccezione Borso d'Este, duca di Modena e Reggio, che da molto tempo aspirava al titolo di duca di Ferrara. Tale aspirazione fu accolta favorevolmente dal papa, non soltanto perché era legato a Borso da un rapporto di amicizia e fiducia, ma soprattutto perché reputava che fosse nell'interesse dello Stato della Chiesa creare a Ferrara un ducato forte, di sicura fedeltà al pontefice, che potesse ostacolare l'espansionismo veneziano. Dopo la guerra di Rimini, Borso aveva appoggiato le rivendicazioni degli Angioini sul Regno di Napoli. Egli aveva inoltre elaborato il progetto di costituire un esercito permanente, che avrebbe consentito al papa di recuperare quel ruolo di arbitro tra le potenze italiane al quale P. non si mostrava insensibile. Nella situazione di stallo che si era determinata nell'organizzazione della crociata e di fronte al nuovo insuccesso della propria politica italiana, P. colse l'occasione della supplica di Borso per celebrare l'ultima grande festa del suo pontificato. Borso si recò a Roma nella primavera del 1471, accompagnato da un grande seguito di uomini e cavalli, per ricevere il titolo di duca di Ferrara dalle mani del pontefice. Le celebrazioni furono solenni, secondo lo stile ormai consolidato delle feste organizzate da papa Barbo. Il 14 aprile, giorno di Pasqua, Borso ricevette le insegne della nuova dignità in S. Pietro e la festa si concluse con la pubblicazione di un'indulgenza plenaria. L'impegno di P. per la pace - già dichiarato poco dopo l'elezione come uno degli scopi principali del proprio pontificato - non dette in sostanza risultati molto soddisfacenti in Italia. Le iniziative diplomatiche del pontefice si rivolsero anche a sanare le discordie tra i principi d'Europa, al fine di convogliare le loro forze militari contro i Turchi, ad arginare i pericoli delle eresie, a difendere e rafforzare i diritti della Chiesa sulle rendite provenienti dai diversi Regni d'oltralpe. Numerose legazioni, condotte da Stefano Nardini e Falcone Sinibaldi, furono inviate in Francia, per risolvere pacificamente la guerra tra il re Luigi XI e i grandi feudatari, guidati da Carlo il Temerario duca di Borgogna e da Giovanni d'Angiò, per tentare di spezzare l'accordo tra Luigi XI e il re di Boemia Giorgio Podiebrad, sospettato di favorire l'eresia hussita, e anche per assicurare alla Chiesa la riscossione delle decime (M. Canensi, pp. 143-44). I rapporti tra P. e il re di Francia rimasero tuttavia sempre piuttosto tesi, anche se questi, con grande soddisfazione del papa e provocando grande scontento nel Regno, soppresse la Prammatica Sanzione del 1438, che sanciva l'autonomia politica del sovrano nei confronti della Chiesa francese. Quanto alla situazione spagnola, turbata dalle lotte tra i Regni di Castiglia e Aragona, P. inviò come nunzio Leonoro de' Leonori, a difesa degli ecclesiastici coinvolti in quelle contese, e poi una legazione affidata ad Antonio de Veneriis, vescovo di León, per sostenere i diritti di Enrico IV di Castiglia contro il fratello Alfonso che tentava di sottrargli il trono. P. favorì inoltre il matrimonio tra Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, celebrato nel 1469. Quando scoppiò la sollevazione in Catalogna contro il re aragonese Giovanni II e questi chiese (1466) il sostegno del papa per far cessare il culto del defunto pretendente don Carlos, che in quella regione si stava diffondendo, P. intervenne in diverse occasioni per favorire una soluzione pacifica del conflitto e ancora nel gennaio del 1471 scrisse una lettera a Renato di Provenza, capo degli insorti, a difesa degli ecclesiastici in Catalogna. L'iniziativa - fallimentare - di indire una crociata con la bolla per la pace d'Italia del 2 febbraio 1468 è soltanto uno dei numerosi tentativi che P. fece per difendere la cristianità dal pericolo turco. La necessità e l'urgenza di condurre una guerra contro gli infedeli era già stata stabilita dai cardinali riuniti nel conclave in cui era stato eletto Paolo II. Alla crociata erano stati devoluti da Pio II i proventi delle miniere di allume di Tolfa, mentre P. tentò di creare un vero e proprio monopolio pontificio sul prezioso minerale, vietando ai mercanti cristiani di trafficare in allume che non fosse di Tolfa. Nella Dieta imperiale svoltasi a Norimberga nel novembre del 1466 si discusse a lungo sulla necessità di inviare un esercito in Ungheria, estremo baluardo della cristianità, e di sostenere le imprese dell'eroico condottiero albanese, Giorgio Scanderbeg, che dopo aver respinto gli assalti turchi era stato sconfitto dall'esercito ottomano nella primavera del 1466, con grande strage di cristiani. P. inviò agli Ungheresi notevoli somme di denaro, che non erano tuttavia sufficienti a difendere l'Albania dall'assalto ottomano. Lo Scanderbeg si era recato due volte in Italia per chiedere armi e denari, nel 1465 e nel 1466: ottenne 5.000 ducati dal pontefice e altri aiuti finanziari da Venezia e Napoli, con i quali riuscì a respingere ancora una volta i Turchi nel 1467. Ma il 17 gennaio 1468 lo Scanderbeg morì e quasi tutta l'Albania cadde nelle mani dei Turchi. Le speranze cristiane di poter contrastare l'espansione ottomana si erano anche rivolte a Giorgio Podiebrad, re di Boemia, nonostante fosse stato sottoposto ad un processo per eresia da Pio II. La conduzione degli affari ecclesiastici in Boemia fu affidata da P. ai cardinali Bessarione, Carvajal ed Estouteville. P. decise di sospendere il processo contro il Podiebrad e aprì una serie di trattative diplomatiche per trovare un terreno di accordo con il re boemo, affrontando anche l'ostilità di alcuni cardinali e soprattutto quella espressa da Giovanni Carvajal. Ma quando in Curia ci si rese conto che non c'era da sperare nell'obbedienza del Podiebrad, che rifiutò di inviare a Roma i propri ambasciatori, prevalse la linea più dura, sostenuta dai cardinali Ammannati e Piccolomini. In un Concistoro del 23 dicembre 1466 P. dichiarò il Podiebrad decaduto dal titolo di re di Boemia e lo scomunicò. Quando questi tentò di convocare un concilio generale e di ottenere l'appoggio di Luigi XI re di Francia, il pontefice sollecitò il re di Ungheria Mattia Corvino a dichiarargli guerra (31 marzo 1468). Nonostante i primi successi militari boemi, P. incitò Mattia Corvino, che ottenne la nomina a re di Boemia, a proseguire la guerra, che si protrasse a lungo senza esiti di rilievo. Nel febbraio del 1469 Mattia invase la Boemia e avviò trattative di pace con il Podiebrad, ma il conflitto riprese nell'estate dello stesso anno e si trascinò in una serie di reciproche devastazioni. Dopo la morte del Carvajal (dicembre 1469), sostenitore di una linea dura contro il Podiebrad, si persero le speranze di poterlo sconfiggere definitivamente. Nuove trattative furono avviate dal cardinale di Siena Francesco Piccolomini, legato in Germania, nel febbraio 1471 per ottenere l'obbedienza del Podiebrad. Sembra che questi fosse ormai disposto a riconoscere il primato della Chiesa romana, quando la morte lo colse prima di aver sancito l'accordo con Roma, il 22 marzo 1471. Strettamente legata alla politica antiottomana di P. è l'attenzione che egli dedicò alla riforma dell'Ordine di Rodi, gravato da ingenti debiti. Il Capitolo generale dell'Ordine si svolse a Roma sotto gli auspici del pontefice, che emanò una bolla di riforma il 14 febbraio 1466. Alla morte di Pietro Raimondo Zacosta, gran maestro di Rodi, P. destinò alla sua successione Battista Orsini, priore dell'Ordine di Roma, che aveva curato i preparativi della crociata ai tempi di Pio II (Gaspare da Verona, pp. 44-5, 185-86). Nella primavera del 1470, mentre le potenze italiane erano ancora ben lontane da quella pace che era la condizione necessaria per affrontare la crociata, i Turchi decisero di rompere gli indugi e sferrare un attacco militare contro i Veneziani. Alla notizia dell'imminente pericolo, P. convocò un Concistoro con l'intenzione di ristabilire al più presto la pace in Italia. Sembra che egli fosse anche disposto a rinunciare definitivamente a Rimini, pur di ottenere lo scopo di riconciliare tutte le forze cattoliche contro i Turchi. Il re di Napoli, che si sentiva minacciato più delle altre potenze italiane, espresse la propria disponibilità ad un'alleanza con Venezia e con il pontefice. La notizia della caduta di Negroponte nelle mani dei Turchi (12 luglio 1470) provocò una forte impressione in tutta la penisola e persuase le potenze italiane ad allearsi contro la minaccia che veniva da Oriente. Il disastroso evento fu dunque causa di un grande - anche se piuttosto effimero - successo politico per il pontefice, che aveva fallito molti obiettivi nello scacchiere italiano. L'accordo promosso da P. tra i principi italiani ebbe anche l'effetto di riavvicinare al pontefice Bessarione. Il cardinale, appassionato sostenitore della necessità di una nuova crociata, compose alcuni discorsi contro i Turchi, che furono inviati a tutti i principi italiani e raggiunsero lo stesso re di Francia, che li diffuse attraverso un'edizione a stampa. Lo straordinario impegno di Bessarione e della diplomazia pontificia contribuì al rinnovamento della pace d'Italia, stipulata a Roma il 22 dicembre 1470, che si rivelò tuttavia ancora poco solida non solo nell'equilibrio politico italiano, ma anche in relazione alla crociata. La Francia e la Germania, con l'eccezione dei principi Ernesto di Sassonia e Alberto di Brandeburgo, non inviarono gli aiuti sperati per la crociata contro i Turchi. Federico III, nonostante i tentativi di persuasione del cardinale Francesco Piccolomini, non si impegnò per la guerra. Altrettanto inconsistenti le speranze di un aiuto militare del re di Francia, in lotta con il duca di Borgogna. Di fronte all'impossibilità di convogliare le forze cristiane contro i Turchi, P. mise in atto un'iniziativa diplomatica volta a conquistare l'alleanza dei nemici dei Turchi in Oriente. Il re musulmano Uz¯u'n .Hàsan, della dinastia turcomanna, l'unico che fosse in grado di opporsi al sultano ottomano, promise la propria collaborazione e condusse una spedizione militare contro Maometto II, che proseguì autonomamente anche dopo l'improvvisa morte del pontefice, che aveva interrotto le trattative. P. morì a Roma il 26 luglio 1471, all'età di cinquantaquattro anni, forse per apoplessia, dopo una cena particolarmente abbondante. Alcuni parlarono di veleno, ma il suo medico lo aveva messo in guardia contro le abitudini immoderate nel mangiare e nel bere (M. Canensi, p. 175; B. Platina, Liber de vita Christi, p. 397). Altri collegarono la morte del pontefice alle arti magiche e divinatorie che gli venivano attribuite a causa della sua passione per le pietre. L'orazione funebre fu pronunciata da Francesco da Toledo, nunzio del re spagnolo. Fu sepolto nella basilica di S. Pietro, accanto alla tomba dello zio Eugenio IV. Tra il 1475 e il 1477 il nipote Marco Barbo gli fece erigere un solenne monumento funebre, di particolare rilievo rispetto ai monumenti sepolcrali dell'epoca per la grandiosità e la magnificenza delle sculture, conforme al gusto estetico che P. aveva dimostrato sia prima sia durante il pontificato. Alla sua realizzazione sembrano aver contribuito Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata, ma di esso restano oggi soltanto frammenti sparsi e i disegni di Girolamo Ferrari (Berlin, Kupferstichkabinett, Codex Berolinensis, c. 82) e di Giovanfrancesco Grimaldi (B.A.V., Barb. lat. 2733, c. 185v). Nell'iscrizione sepolcrale venivano ricordate la giustizia di papa Barbo, la pietà, l'attenzione per le cerimonie divine, la difesa delle libertà ecclesiastiche e della pace, le riforme annonarie, la munificenza verso i principi, la misericordia con i poveri, la lotta contro le eresie. fonti e bibliografia

 

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