INNOCENZO XI, papa

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 62 (2004)

di Antonio Menniti Ippolito

INNOCENZO XI, papa. - Benedetto Odescalchi nacque in Como il 19 maggio 1611 da Livio e da Livia Castelli di Gandino.

La sua antica famiglia, dedita proficuamente al commercio - la Società Odescalchi aveva ramificazioni in Italia e nell'Europa centrale e orientale - vantava anche uomini di Chiesa, tra cui Pietro Giorgio Odescalchi (morto nel 1620) vescovo di Alessandria e, in seguito, di Vigevano, canonizzato santo. L'Odescalchi ebbe sei fratelli: Lucrezia, che sposò Alessandro Erba; Carlo; Costantino, che morì nel 1619 a ventiquattro anni; Nicola; Paolo (morto nel 1622) e Giulio, che entrò tra i benedettini e fu poi vescovo di Novara. L'Odescalchi studiò presso il collegio gesuitico di Como, e lì fu chiamato a far parte della Congregazione mariana, in cui confluivano gli studenti che dimostravano un animo particolarmente devoto. La morte del padre, nel dicembre 1622, mutò drasticamente, anche se non repentinamente, la sua vita: segnò anzitutto l'ineluttabilità del suo distacco dalla città natale. Nel 1626 fu infatti mandato a Genova, dove la famiglia, i cui affari erano gestiti dallo zio Papirio, aveva recentemente aperto un banco d'affari. Lì rimase a far pratica tre anni, e nel 1629 fu, almeno per un po', in Milano, sempre a seguire gli affari degli Odescalchi. Il dilagare della peste lo portò a rifugiarsi in Mandrisio da suoi parenti: la piaga lo privò però della madre, morta nel settembre od ottobre 1630. L'Odescalchi fu dunque completamente affidato allo zio Papirio finché anche questi, nel 1632, morì, lasciando la cura dell'impresa familiare all'Odescalchi e ai suoi fratelli Nicola, Carlo e Giulio. Ciò lo obbligò più stabilmente a Como ove ricoprì anche funzioni pubbliche, quale quella, puramente onorifica, di comandante di una coorte di milizia urbana (20 ott. 1635). Smentisce la voce di un suo impegno militare in Olanda sotto le insegne spagnole, e di una sua ferita al braccio destro conseguente a tale esperienza, Antonio Giuseppe Della Torre di Rezzonico, De supposititiis militaribus stipendiis Benedicti Odescalchi…, Comi 1742.

Non è chiaro quali fossero i suoi progetti: sembra però sicuro che non pensasse a una carriera ecclesiastica. Nel 1636 decise di muoversi da Como, incerto se la sua destinazione dovesse essere Roma, dove pare volesse impiantare un banco, oppure Napoli ove, secondo altra notizia, avrebbe voluto acquistare il comando di una compagnia di cavalli. Giunto a Roma insieme con il fratello Carlo, l'Odescalchi fu introdotto al cospetto del cardinale Alfonso de la Cueva, accompagnato dalle lettere di presentazione di Diego Felipe de Guzmán, governatore di Milano. Il porporato ne apprezzò le qualità e lo convinse a distogliere la mente dai suoi ancora confusi progetti e a riprendere gli studi.

Presa casa alla salita S. Onofrio, sulle pendici del Gianicolo, l'Odescalchi si iscrisse alla Sapienza e seguì per due anni i corsi di diritto civile e canonico. Quindi, nel 1638, optò per lo Studio napoletano, forse per le facilitazioni di cui avrebbe potuto godere, lui suddito spagnolo con qualche protezione alle spalle, in quella città. A Napoli si recò con il fratello Carlo: per via ebbe a verificarsi un episodio a cui l'Odescalchi attribuì successivamente un significato profetico. I fratelli vennero infatti affiancati da due frati cappuccini che avrebbero suggerito all'Odescalchi di riprendere la via di Roma perché quella città, e non Napoli, sarebbe stata la sua "stanza". I frati sarebbero svaniti nel nulla. La vicenda fu poi propagata dallo stesso Odescalchi. È singolare che tutti i biografi siano stati costretti ad amplificare la portata della notizia in assenza di indicazioni più sostanziose sugli intendimenti dell'Odescalchi, che aveva allora ventisette anni e non sapeva ancora immaginare nulla del proprio futuro.

Si stabilì quindi a Napoli, e agli inizi del 1639 fu lasciato solo da Carlo, che tornò al Nord a seguire gli affari di famiglia (di cui l'Odescalchi avrebbe continuato a rimanere al corrente anche da pontefice); il 21 novembre di quell'anno si laureò in utroque iure, al termine di un percorso di studi singolarmente rapido, probabilmente favorito da qualche dispensa. Sempre in Napoli, il 18 febbr. 1640, il vicario generale dell'arcivescovo gli conferì la prima tonsura.

In seguito l'Odescalchi rientrò in Roma, contando sull'appoggio economico del fratello Carlo, e soprattutto tornò dal cardinale de la Cueva, che proseguì a interessarsi della vicenda del Comasco e lo introdusse ai cardinali Francesco Barberini, nipote di Urbano VIII, e Giovanni Battista Pamphili, il futuro Innocenzo X. Fu forse proprio l'acquisita familiarità con i più alti ambienti di Curia a spingere Carlo a combinare per lui, nel 1640, l'acquisto, grazie all'amico Francesco Parravicini, di un "presidentato" e di "due segretariati di cancelleria prelatizii; con che papa Urbano dichiarollo protonotario apostolico partecipante" (Lippi, p. 9). Di quale "presidentato" si trattasse non è dato sapere, ma secondo il biografo furono sborsati 12.000 scudi; dal luglio 1643, almeno, l'Odescalchi era presidente della Camera apostolica, ufficio venale il cui prezzo si aggirava intorno ai 40.000 scudi (è assai probabile che Mattia Giuseppe Lippi, il quale si applicò alla biografia dell'Odescalchi poco dopo la di lui morte, faccia qualche confusione e sbagli la cifra, che pare troppo esigua). L'Odescalchi prese casa presso il Pantheon e testimoni descrivono le sue frequenti passeggiate verso il Quirinale per raggiungere porta Pia. Scoppiava intanto la guerra tra la S. Sede e i Farnese. Le accresciute esigenze finanziarie dello Stato obbligarono a prelievi fiscali straordinari e a tal fine l'Odescalchi fu nominato commissario generale per le tasse nella Marca. Il suo operato fu fermo quanto accorto e ciò gli garantì, per la seconda metà del 1644, il ruolo di governatore di Macerata. Nel frattempo morì Urbano VIII e gli successe Innocenzo X.

L'Odescalchi rivelò già in questi suoi primi incarichi ufficiali di rilievo gli aspetti caratteristici del suo futuro operare: ridusse all'essenziale la sua "famiglia", visse in modo austero, rifiutò regali e favori, applicò le norme in modo rigoroso, senza distinzioni di ceto o condizioni. Le testimonianze relative a questi suoi primi mandati sono concordi nel rilevare come la sua condotta imparziale e coerente gli garantì sempre il favore degli amministrati.

Tornato nel 1645 in Roma, l'Odescalchi rinunciò al suo presidentato di Camera in favore del veneziano Paolo Antonio Labia, il quale contraccambiò cedendogli il suo chiericato di Camera (nel borsino degli uffici venali le due cariche avevano la stessa stima).

Tali movimenti, trattandosi di uffici venali di "primo ordine", non potevano avvenire senza l'assenso del papa, che certo vi fu; non è però opportuno convenire con il Lippi, che testimonia di una precisa volontà del pontefice di avanzare l'Odescalchi nella carriera prelatizia in virtù di questo conferimento (per il biografo il ruolo di chierico di Camera sarebbe poi risultato vacante per la morte, nel 1645, di Labia, che morì in realtà nel 1649). Non solo lo scambio di ufficio dovette avvenire dopo una trattativa privata solo legittimata da Innocenzo X, ma formalmente l'ufficio di presidente della Camera era più importante di quello di chierico di Camera. Ciò porta a supporre che l'Odescalchi preferì ricoprire un ruolo che gli garantiva maggior operatività e influenza anche se minor prestigio formale (oppure, più semplicemente, solo un ruolo che sentiva più omogeneo per sé); esclude invece del tutto l'intervento del papa per favorirlo.

Un intervento determinante di Innocenzo X a favore dell'Odescalchi vi fu poco dopo, il 6 marzo 1645, quando il papa gli conferì la porpora con il titolo diaconale dei Ss. Cosma e Damiano. Il designato dovette per ciò affrettarsi a ricevere gli ordini da diacono: ancora non pensava, in questo tempo, al sacerdozio. Voci maligne (amplificate da Pierre Bayle nel suo Dictionnaire) insinuarono un ruolo della potente cognata del papa, donna Olimpia Maidalchini, che allora di tutto o quasi in corte sembrava potesse disporre. La familiarità dell'Odescalchi con il papa e le buone prove di servizio fornite sembrano poter in realtà giustificare da sole la determinazione pontificia. Il cardinale prese casa a palazzo Patrizi, ora Lovatelli.

L'Odescalchi era arciprete di S. Maria Maggiore, si applicava in molte delle protettorie vacate in seguito alla frettolosa partenza del cardinale Francesco Barberini, e si impegnava nell'attività di diverse primarie congregazioni: tra queste, quella dei Vescovi e regolari, della Consulta e del Buon Governo. Nell'estate del 1648 fu nominato legato di Ferrara. Prima di raggiungere la nuova sede si fermò ad Assisi per consultarsi con fra Giuseppe da Copertino, di cui già si celebrava la santità; poi passò per Loreto e ne ripartì dopo aver disposto l'acquisto di grano nelle Puglie al fine di alleviare i gravi effetti della carestia che affliggeva Ferrara.

A combattere la carestia l'Odescalchi dedicò tutte le sue energie: censì i depositi di grano, combatté le frodi e punì gli speculatori, reprimendo i tentativi di esportare nella vicina Repubblica veneta grandi quantità di cereale accumulato. Fissò un prezzo del grano e ne ordinò la libera distribuzione. Si sforzò inoltre di pacificare la litigiosa nobiltà locale, invitandone a rotazione gli esponenti alla sua mensa, a gruppi di dodici, per obbligarli al dialogo. Rigorosa fu la sua opera nella difesa dell'ordine pubblico: riformò il costume di eseguire in singole occasioni più sentenze capitali e dispose che venissero invece applicate singolarmente con cadenza settimanale, sì da ampliarne la esemplarità, e ciò avvenne per sette o nove settimane di seguito. Nel 1649 dispose l'utilizzo della tortura per accertare chi di due "sbirri" avesse sparato sulla barca, che navigava sul Po, dell'ambasciatore spagnolo a Venezia uccidendo un uomo. La disposizione sarebbe stata poi duramente criticata. Altro episodio clamoroso (e anche questo gli sarebbe costato diverse critiche nel processo di canonizzazione) fu l'avere proibito il matrimonio di una donna ebrea erede unica di un ingente patrimonio: la madre l'avrebbe voluta sposata con un ebreo di Mantova, ma per impedire la fuoruscita di capitali dalla città e dallo Stato l'Odescalchi arrivò a sottrarre la sposa alla potestà materna (Arch. segr. Vaticano, Segr. di Stato, Ferrara, 27, cc. 183, 213).

Nel marzo 1650 il segretario di Stato Giacomo Panciroli informò l'Odescalchi della sua preconizzazione alla sede vescovile di Novara. Seguì la nomina, l'ordinazione sacerdotale nella cappella del palazzo arcivescovile ferrarese e infine, il 30 genn. 1651, fu consacrato vescovo nella cattedrale di Ferrara. Nel marzo di quell'anno giunse anche il placet spagnolo alla provvisione, ma l'Odescalchi dovette ancora attendere, prima di lasciare Ferrara, l'arrivo del suo successore, Alderano Cibo. Quando partì, nell'ottobre 1651, non raggiunse Novara ma Como, dove suo fratello Carlo aveva sposato Beatrice Cusani. Si fermò qualche mese e finanziò parte della dipintura della cupola della cattedrale e a essa donò arredi. Solo il 2 febbr. 1652 si insediò nella sua diocesi.

È difficile definire questa sua esperienza. Fu un vescovo onesto e rigoroso, ma non riuscì a essere un vero pastore d'anime. Si comportò da buon amministratore e non disdegnò atti di generosità. Sovvenne con un donativo lo smunto monte di Pietà locale, ordinò che la Cancelleria spedisse gratuitamente ogni documento riferibile alla materia spirituale (attestazioni, esenzioni, privilegi ecc.). Dispose l'adozione delle costituzioni sinodali di Carlo Borromeo; iniziò solo la visita della diocesi; si adoperò, in alcune occasioni, a contrastare interventi dei governatori spagnoli insidiosi per la giurisdizione ecclesiastica. Tentò poi di limitare i danni che le soldatesche iberiche di stanza nel territorio della diocesi, impegnate nel tentativo di sottrarre Casale ai Francesi, apportavano alla popolazione e a favore di questa elargì numerose donazioni. Nel marzo 1654 lasciò la città per raggiungere Roma, con tutta probabilità per la visita ad limina. A Novara non avrebbe fatto più ritorno.

Presente in Roma nel concistoro del 22 giugno, rimase bloccato prima dalla malattia del papa e poi dalla sua morte, nel gennaio 1655. Nel conclave che seguì sostenne la candidatura vincente di Fabio Chigi e fu il nuovo pontefice, secondo alcune fonti, a volerlo tenere presso di sé. L'interessamento di Alessandro VII è forse autentico, vero è però che l'Odescalchi, tornato a vivere a palazzo Patrizi, iniziò a chiedere con insistenza di rinunciare al vescovato adducendo motivi di salute - l'aria di Novara gli avrebbe nuociuto - e manifestando suoi problemi di coscienza nella collazione di benefici (sembra si fosse trovato in difficoltà dopo aver negato duecento benefici a pretendenti che reputava inadatti).

Le fonti apologetiche parlano di una sua libera rinuncia, nel 1656, al vescovato, ove gli subentrò il fratello Giulio, nel frattempo entrato tra i benedettini. È difficile, se non impossibile, che queste complesse negoziazioni avvenissero senza un serrato negoziato tra gli interessati e tra questi e la Sede apostolica. È probabile che anche per questo la rinuncia alla sede novarese necessitò di tanto tempo per essere autorizzata e c'è pure da considerare che l'Odescalchi si riservò una pensione sulla mensa vescovile di 3000 scudi annui sui 6-7000 resi dal vescovato. È effettivamente arduo accertare se la riserva dei frutti fosse solo tesa alla distribuzione di quel denaro tra i poveri: così sostennero con fermezza i suoi difensori, che pure testimoniarono come il pontefice Odescalchi avesse in punto di morte ordinato di donare ai poveri di Novara 10.000 scudi. La consuetudine secondo cui il rinunciante un beneficio si riservava parte del frutto della mensa veniva allora contestata da molti giuristi e teologi, e in molte occasioni (difficile però pensare in questa) dietro la riserva dei frutti si celavano pratiche simoniache. Fatto è, ancora, che se il vescovo dimissionario avesse voluto sostenere i poveri con quel denaro avrebbe anche potuto incaricare di ciò il fratello Giulio sulla base di una diretta raccomandazione. Sembra perciò più legittimo pensare che l'Odescalchi pensasse in primo luogo a garantire il proprio sostentamento in Roma - e in effetti tra i motivi che autorizzavano la concessione di pensioni sui benefici vi era proprio quello di retribuire chi si trovasse a operare in Curia; nel 1688, da papa, si autoridusse la pensione su Novara da 3000 a 1500 scudi (Romana beatificationisSummarium, p. 636). Gli agiografi, impegnati subito dopo la morte dell'Odescalchi a fornire le prove necessarie per il processo di canonizzazione, trovarono imbarazzo nel trattare di questa pensione. Lippi, già nel 1691, ne sottolineò la finalità benefica e affermò che l'Odescalchi dalla pensione non ebbe alcun vantaggio se non la successiva fatica di riscuoterla da chi gli successe alla guida della diocesi una volta spirato il fratello (Lippi, p. 22). Lippi evidenziò anche, senza curarsi della contraddizione, come nella politica beneficiaria svolta da vescovo di Novara, l'Odescalchi, consapevole dello scandalo costituito dal sistema delle pensioni e degli abusi che ne derivavano, conferì "senza alcun peso" i benefici della cui distribuzione ebbe cura (ibid., p. 19). L'interpretazione dell'agiografo appare benevola e un po' forzata. Non c'è tuttavia da stupirsi nel constatare che l'Odescalchi dovette maturare gradatamente le sue posizioni nei riguardi di talune delicate materie, in primo luogo quelle relative ai benefici ecclesiastici. Non si spiegherebbe altrimenti la richiesta, da lui avanzata in segreteria di Stato il 25 nov. 1648, tesa a garantire la collazione di due benefici del valore di 300 scudi nella diocesi di Como a favore di "un mio fratello o nipote" (Arch. segr. Vaticano, Segr. di Stato, Ferrara, 24, cc. 636, 700). Ancora, non si spiegherebbero le richieste che avanzò, sempre negli anni della legazione ferrarese, per ricevere altri benefici o pensioni - una commenda e una prepositura nel Comasco, la pensione di 400 scudi su Molfetta ecc. (ibid., 17, c. 136; 25, cc. 83, 126, 136, 338). L'Odescalchi si comportò secondo consuetudine, certamente meglio di tanti altri, e senza dubbio "negoziò" con misura e discrezione gli avanzamenti per sé e i suoi. Operava però in un sistema consolidato alle cui regole non avrebbe potuto sottrarsi. Gli ecclesiastici vivevano di rendite beneficiarie, di pensioni, di retribuzioni da uffici spesso costituite (almeno in parte) dagli interessi maturati sulle somme investite per acquisirli. Queste erano le regole e queste, o almeno talune di esse, l'Odescalchi, una volta divenuto pontefice, tentò di mutare. Da semplice ecclesiastico o da cardinale l'Odescalchi cercò dunque di procurarsi uffici, benefici e pensioni per sé e i suoi. Lo fece con discrezione, ma lo fece. Poi cercò, quando poté, di correggere il sistema.

Nell'aprile del 1656 l'Odescalchi, invitato con altri porporati a esprimersi sull'opportunità che il papa potesse chiamare presso di sé i propri parenti e sull'entità delle risorse da destinare al proposito, rispose che la qualità degli uomini di casa Chigi autorizzava qualsiasi chiamata; quanto al denaro da impiegare, affermò di confidare nella prudenza di Alessandro VII. In quell'anno, di fronte all'epidemia di peste in Roma, ancora si premurò, come già aveva fatto in passato, di lasciare la città rifugiandosi per dieci mesi a Capranica e nel Cimino (per quanto invece Lippi e Pastor lo diano sempre presente in Roma). La prima traccia del suo ritorno data al luglio 1657, in una seduta della congregazione delle Acque. In quel tempo partecipava pure alle congregazioni del Buon Governo, della Riforma tridentina e della Consulta. Nel gennaio 1660 fu eletto camerario del S. Collegio, incarico da cui si dimise l'anno successivo.

In quegli anni l'Odescalchi continuò a distinguersi per austerità di costumi, parsimonia (pare indossasse sempre i medesimi abiti) e per gli atti di liberalità verso gli indigenti: aiutò tra l'altro l'ospizio di S. Galla fondato dal suo parente Tommaso Odescalchi per assistere i pellegrini tedeschi e fu in questo tempo protettore della chiesa di S. Maria dei Monti e dell'annesso ospizio dei catecumeni e neofiti. Sostenne anche con donativi i nobili polacchi impegnati a contrastare la violenta offensiva turca. Nella chiesa del Gesù, prossima alla sua abitazione, frequentava ogni venerdì la devozione della buona morte.

Nel 1666 morì il fratello Giulio, per il quale avviò il processo di canonizzazione, interrotto (per motivi di opportunità) quando fu elevato al pontificato. Nel 1673 moriva anche il fratello Carlo e l'Odescalchi diveniva tutore dei di lui figli, Livio (nato nel 1658), che fece venire in Roma e mandò a studiare dai gesuiti, e Giovanna Maria (nata nel 1656), che sposò Carlo Borromeo Arese.

In quegli anni l'Odescalchi si avvicinò alla fazione cardinalizia dello "squadrone volante": il gruppo di porporati che, guidati saldamente da Pietro Ottoboni e Decio Azzolini, sosteneva l'equidistanza della S. Sede da Francia e Spagna. Lo squadrone fu determinante nell'elezione di Clemente IX, anche se il suo predominante ruolo negli equilibri curiali parve sfumare già poco dopo. Nel conclave che solo due anni più tardi portò Clemente X al papato, l'Odescalchi sembrò per un po' un candidato credibile, ma lui stesso, a quanto pare, invitò i suoi sostenitori a non insistere. Determinante fu anche il veto francese, che sembra difficile fosse solo motivato a impedire il successo di un suddito spagnolo, visto che l'elezione di Emilio Altieri fu un successo proprio della fazione di Spagna.

Nel 1676, morto il papa, il conclave, riunitosi agli inizi di agosto, era più che mai frammentato. Di sessantasette porporati solo quarantaquattro furono dal principio a Roma. Vi erano ancora sette cardinali creati da Urbano VIII, e fazioni legate ai quattro pontefici seguiti al Barberini. Ai tradizionali partiti, quello francese - intenzionato a impedire il ripetersi dell'insuccesso costituito dall'elezione di Clemente X - e quello spagnolo, si aggiungevano i resti dello squadrone: tre soli, eppure influenti, porporati (D. Azzolini, P. Ottoboni, Luigi Alessandro Omodei). Nello scontro tra i sostenitori della posizione francese, che avversavano ogni mossa del cardinale Paluzzo Paluzzi Altieri, molti impegni di fedeltà vennero meno. Si giunse così ai continui veti francesi e alla polverizzazione della fazione del pontefice appena defunto. Dopo cinquanta giorni e la caduta di una ventina di papabili, ad assumere l'iniziativa vincente fu proprio il cardinale P. Paluzzi Altieri, che riscosse consensi sul nome dell'Odescalchi. Dapprima trovò l'appoggio del cardinale Johann Eberhard Nidhard, capo della fazione spagnola, poi verificò come quel nome non generasse ostilità nella fazione di Francia, che in linea di principio accettava la candidatura Odescalchi, ma non poteva tollerare che a proporla fosse P. Paluzzi Altieri, nemico dichiarato del sovrano francese. A partire dalla metà di agosto si cominciò a ballottare Odescalchi, sul quale presero via via a convergere i voti dei cardinali Francesco Barberini, Fabio Chigi e Giacomo Rospigliosi e di quanto ormai rimaneva dello squadrone volante. L'arrivo in conclave, il 30 di quel mese, dei cardinali "di Francia" Retz, Bouillon, Bonsi e Maidalchini, non sembrò ancora sbloccare definitivamente la situazione, la quale dipendeva peraltro dalla risposta che sulla candidatura dell'Odescalchi si attendeva da Luigi XIV cui il cardinale C. d'Estrées il 22 agosto aveva richiesto il parere. A quella richiesta si erano aggiunte quelle, di natura analoga, di F. Chigi e G. Rospigliosi che presentarono abilmente l'Odescalchi come una vittima delle manovre di P. Paluzzi Altieri. La risposta di Luigi XIV sbloccò la situazione: autorizzava l'elezione dell'Odescalchi a patto che venisse attuata senza ledere la sua regia dignità; non doveva apparire come una netta vittoria della fazione spagnola o del cardinale Altieri.

Il 21 sett. 1676 l'Odescalchi fu eletto e prese il nome d'Innocenzo XI in omaggio al papa Pamphili che aveva favorito la sua carriera e lo aveva onorato della porpora. I. XI pose subito una condizione: tutti i cardinali dovevano nuovamente giurare e sottoscrivere i quattordici articoli della capitolazione elettorale che si erano impegnati pro forma a osservare in una precedente fase del conclave (vi era il fortissimo dubbio, teologico e giuridico, che un impegno sottoscritto prima della nomina potesse effettivamente vincolare un pontefice eletto). Di quella capitolazione era autore lo stesso Odescalchi e su quegli articoli si erano già impegnati i porporati nel corso del conclave che aveva portato all'elezione di Clemente X.

La capitolazione conteneva il programma di governo di I. XI: il papa si sarebbe dovuto curare, "per quanto sarà possibile" di sradicare "tutti quei vizii li quali per la frequenza e pubblicità cagionano grandissimo scandalo anco nelle Nazioni straniere"; avrebbe poi dovuto ascoltare i consigli del cardinale decano e degli altri porporati nelle questioni riguardanti la Chiesa, lo Stato ecclesiastico, la Camera apostolica, e si sarebbe impegnato a mantenere il decoro dei componenti del S. Collegio (Biblioteca apost. Vaticana, Barb. lat., 4664, cc. 77 ss.; De Bojani, I, pp. 31-37). Il pontefice avrebbe dovuto servirsi del denaro proveniente dalla vendita di uffici solo per sanare il debito pubblico; i suoi parenti non avrebbero avuto alcuna possibilità di mettere voce in materia di appalti camerali o simili. Altri articoli della capitolazione erano dedicati al necessario rilancio delle congregazioni del S. Uffizio e di Propaganda Fide, alla disciplina del clero e alla più severa selezione di vescovi e parroci, alle riforme giuridiche e amministrative - in specie in materia di imposte e monopoli -, che si riteneva indispensabile promuovere.

Veniva eletto un papa giovane, rigoroso, sostanzialmente estraneo ai giochi di fazione che animavano la vita della corte, e che aveva dato ottime prove delle proprie capacità amministrative. A differenza di molti dei suoi più immediati predecessori, non aveva mai ricoperto incarichi di nunzio e non si era mai allontanato dalla penisola italiana. Le cerimonie di nomina - l'incoronazione il 4 ottobre, la presa di possesso del Laterano l'8 nov. 1676 - furono assai modeste. I. XI occupò la più mediocre delle residenze all'interno del Quirinale e non attribuì alcun ruolo né rendita ecclesiastica al nipote Livio, cui però cedette, al momento dell'esaltazione al papato, i cospicui beni patrimoniali dell'asse ereditario. Ciò nonostante, il fatto che Livio (che chiese invano di ottenere la porpora) non venisse in altro modo premiato garantì al suo nome un valore proverbiale di emarginazione e disgrazia.

I. XI non andò in nessuna occasione a Castel Gandolfo e neppure scese mai nei giardini del Quirinale o del Vaticano. La sua mensa era modestissima: per la colazione spendeva 2 giuli al giorno e per il pranzo un grosso e il suo abbigliamento poteva risultare addirittura trasandato. Già nei suoi primi atti di governo sconcertò l'apparato curiale, mai troppo desideroso di novità, e lo allarmò con una sorta di "obnubilamento della coscienza", così viene descritto nel processo di canonizzazione, che lo prese nei primi sei mesi di regno: una totale inazione che i più benevoli, come il cardinale Gregorio Barbarigo, consideravano desiderio di informarsi di tutto prima di assumere decisioni.

I. XI accentrò ogni incombenza su di sé e su pochissimi collaboratori dal ruolo non sempre precisamente definito. Lo assisteva da presso il segretario delle Cifre Agostino Favoriti, suo antico sodale, che fu fino alla morte, nel 1682, il suo principale collaboratore. A questi sarebbe succeduto, con gli stessi ampi compiti e la medesima vicinanza, il cugino Lorenzo Casoni. Gli era accanto un "triumvirato" formato dal segretario dei memoriali Giovan Battista De Luca (che entrò presto in urto col Favoriti), dal segretario dei Brevi Johan Walter Slusius e dal segretario di Stato A. Cibo, il cui ruolo non parve però essere mai molto considerato (Cibo era tra l'altro beneficiario di una ricca pensione dal re di Francia). G. Barbarigo, vescovo di Padova, ebbe, nei primi anni di pontificato, un importante ruolo di consigliere e altri vicinissimi collaboratori furono l'oratoriano Mariano Sozzini, che tanta parte ebbe nell'ispirare propositi di riforma generale; Ludovico Marracci, confessore e consigliere; Sante Fiamma, aiutante di Camera dal 1651; il procuratore generale dei carmelitani scalzi padre Carlo Felice da Santa Teresa; Giuseppe Tiberio Quadri, cerusico e barbiere e poi aiutante di Camera; Camillo Muggiaschi, coppiere e poi maestro di Camera; Carlo Antonio Prosperi, altro aiutante di Camera, fin dal 1656. Ma si potrebbero ancora nominare Francesco Liberati, sottodatario, datario e poi segretario dei memoriali, il suo medico, il celebre Giovanni Maria Lancisi o T. Odescalchi, che fu suo cameriere segreto. Attorniato da questa cerchia di uomini di fiducia, il papa, spesso bloccato da indisposizioni fisiche, evitava il più possibile di mostrarsi in pubblico. Ciò creò intorno a lui un'aura di mistero e una varietà di interpretazioni sul modello del governo: per alcuni era quasi succube dei ministri, per altri, come P. Ottoboni, erano questi a essere in totale disaccordo tra loro e ritenuti dal papa non degni di alcun credito (Biblioteca apost. Vaticana, Ottob. lat., 3281, cc. 151v, 176).

La sua attività si snodò su tre principali direttrici: il risanamento dello Stato, che sembrava avviato verso la bancarotta; il disciplinamento della Curia e la soppressione degli abusi; i problemi internazionali, in primo luogo l'offensiva turca e la politica aggressiva di Luigi XIV. Il primo impegno fu quello che gli assicurò le maggiori e più rapide soddisfazioni.

La situazione era drammatica. Agli inizi del pontificato le entrate camerali "certe", ossia stabili e derivate dai tesorieri delle province, appaltatori, affittuari, censi "che si paga[va]no nel giorno di S. Pietro", ammontavano a 2.289.804 scudi. Quelle "incerte", consistenti "in quel che si cava[va] dalla Dataria e dal frutto di spogli", equivalevano a 178.696 scudi. Il tutto assicurava entrate di poco inferiori ai 2.500.000. Le uscite, quelle "certe" (ossia le somme che la Camera apostolica devolveva "per l'interessi che si paga[va]no alli Monti et Offizii", superiori a 1.500.000 di scudi annui) e quelle "incerte" (le spese di mantenimento delle soldatesche presenti in palazzo, o altre "provisioni"), venivano stimate in 2.582.296. Il disavanzo annuale era dunque di fatto contenuto, ma il vero problema era costituito dal debito complessivo dello Stato il cui ammontare era superiore ai 50.000.000 di scudi.

I. XI intervenne con decisione nel ridimensionare le spese. Passava le giornate a far conti, cercando di tagliare il possibile: risparmiò migliaia di scudi solo eliminando la distribuzione gratuita di medaglie pontificie.

Il vantaggio che assicurò alla Camera apostolica sopprimendo - sia pur temporaneamente, perché il successore Alessandro VIII le avrebbe poi restaurate - le cariche di solito conferite ai congiunti del sovrano, o che venivano da questo conferite ad arbitrio, fu stimato in più di 100.000 scudi. Remunerare il legato di Avignone, comportava 6072 scudi; il sovrintendente dello Stato ecclesiastico, 4140 (questi ruoli non vennero eliminati, bensì attribuiti al segretario di Stato senza alcuno stipendio); il generale di S. Romana Chiesa, 13.725; il generale delle galere, 7490; il castellano di Castel Sant'Angelo, 1811; il luogotenente delle galere, 2481; il capitano generale "dell'una e dell'altra guardia", 3600; il luogotenente delle due guardie, 2160; il governatore di Benevento, 4200; il maestro di campo generale delle soldatesche, 4100; il castellano d'Ancona, 3904; il castellano di Perugia, 312; il castellano di Ascoli, 300.

Ai risparmi conseguiti intervenendo su queste cariche politico-militari si aggiunsero quelli ottenuti con la "riforma della compagnia di cavalli" (9000 scudi) e agendo sulle parti di pane, vino, cera e sul mantenimento della stalla a beneficio dei parenti del papa (19.539); sulla spesa per i medicinali, sempre per i parenti (3000); sui banchetti non più pagati al cardinal nipote (5000). Ancora, andavano considerate nel conto le somme risparmiate riformando le soldatesche romagnole e marchigiane (3000) o tagliando i finanziamenti alla flotta delle galere (10.000). Questa sua costante opera gli consentì, già nel febbraio 1679, di dichiarare di avere raggiunto l'equilibrio nel bilancio e la cancellazione del 10% del debito.

Nel campo della riforma dello Stato, già nel 1676 I. XI tentò di rivitalizzare la congregazione per la Riforma dei tribunali, all'interno della quale brillava il talento di G.B. De Luca. L'attività della congregazione portò alla promulgazione di svariati decreti che regolavano delicate materie giurisdizionali e le competenze dei pubblici ufficiali. Le norme riguardavano la città di Roma e, per la creazione dei notai, erano estese allo Stato pontificio.

Animava l'attività dell'ufficio un progetto riformatore assai ambizioso che avrebbe dovuto garantire l'elaborazione di un "unico e uniforme diritto pontificio valido in tutti i territori" dello Stato (Donati, 1994, p. 172). Fu per questo che i lavori della congregazione sollevarono resistenze e obiezioni, e si bloccarono, nel gennaio 1680, di fronte alla proposta che avanzò G.B. De Luca di estendere le Costituzioni egidiane alle persone e cose ecclesiastiche.

Gli interventi di I. XI misero a dura prova la corte. Nel 1679 egli dispose la soppressione del Collegio dei segretari apostolici, che poté essere effettivamente eliminato solo nel 1680, quando furono stabiliti i risarcimenti per chi si era visto privato dell'ufficio venale. Nel 1679, il cardinale P. Ottoboni informò il Senato veneto della brutale rimozione di taluni alti prelati, "onde tutti quegli Ministri [di corte], vedendo queste mutazioni, stanno impauriti credendo che il papa voglia farne dell'altre" (Biblioteca apost. Vaticana, Ottob. lat., 3281, c. 93).

Anche in città, l'entusiasmo che aveva accompagnato la sua elezione svanì presto. La realtà sociale ed economica di Roma sembrava inevitabilmente compromessa a causa degli interventi pontifici. Nelle numerose testimonianze si denunciava la crescita del numero dei poveri, dei mendicanti e dei ladri. Molte famiglie "civili" si trovavano in grave difficoltà per la crisi delle attività commerciali dovuta alla penuria di moneta circolante. Inoltre la mancanza di corti cardinalizie degne del nome, oppure la "strettezza" cui esse erano condannate, rendeva mendici molti ex cortigiani. Una delle colpe maggiori addebitata a I. XI era proprio l'avere depresso il mondo della prelatura. Aveva ridotto i posti disponibili, e "dalle molte e lucrose cariche indisposte e suppresse si vede derivarne considerabili incommodi a numerose famiglie"; aveva soprattutto fortemente limitato le possibilità di avanzamento nella carriera. Dalle riforme, che pure erano ispirate a giusti principi, erano insomma "seguiti gran danni" (Ibid., Vat. lat., 10850, cc. 31-36).

Pure scontentissimi sembravano i cardinali, che erano stati esclusi da ogni responsabilità di governo e le cui risoluzioni, espresse nelle congregazioni, sembravano non venire mai prese in considerazione. Ancora, i ricchi non godevano più della "munificenza" pontificia e i poveri erano disperati. Secondo una scrittura anonima del tempo (ibid., cc. 39-42) - che pare esprimere con efficacia i sentimenti diffusi nel livello più alto della popolazione e che pure affianca all'analisi qualche proposta di soluzione - il papa avrebbe dovuto cercare di rivitalizzare l'economia e soprattutto pensare a risollevare l'agricoltura incentivandone la ripresa di produttività, "sicuro di ritrarre da essa un beneficio pubblico assai più che da mille riforme con incommodo de' particolari". Anzitutto occorreva favorire il ritorno dei cardinali in città. Andava poi anche ripensata con realismo la politica degli uffici venali: "quelle considerabili rendite vacanti che possono essere destinate a promovendi, si diffonderebbono in publico benefitio ove così conservate sono più soggette alla deterioratione che alla beneficenza". Il papa doveva insomma far circolare il denaro e rivitalizzare così una società prostrata; doveva soprattutto separare la sua sovranità spirituale da quella temporale, che doveva essere improntata alla ricerca del benessere materiale per i sudditi. Il moralismo di I. XI sembrava invece incapace di distinguere l'eticamente giusto dal bene comune. "Il Principato deve havere un'economia diversa da quella delle case private": la via del risparmio minuto, della moderazione, non poteva garantire allo Stato nessun vantaggio e solo assicurare la permanenza nella povertà di ampi settori della società già deboli e determinare la pauperizzazione di categorie un tempo privilegiate.

Giudizi severi, e neppure del tutto giustificati. I. XI ad esempio non aggravò il carico fiscale sui laici e tassò invece i beni ecclesiastici per finanziare la guerra al Turco; i suoi interventi in materia di rifornimento granario e panificazione assicurarono sempre alla città il fabbisogno per la sopravvivenza e a prezzi bassi. Operò per gli indebitatissimi Comuni: anticipò loro quanto necessario per estinguere le pendenze, creando un apposito Monte che riscosse i propri crediti all'interesse favorevolissimo del 3%. Durante il suo pontificato, però, nella corte circolò meno denaro e ciò bastò a deprimere ampi settori della città.

Ai restrittivi provvedimenti economici se ne affiancarono altri, di natura moralizzatrice. Se pure non smise mai di favorire opere di carità, I. XI si impegnò in una lotta senza quartiere al lusso e agli eccessivi consumi. Cercò di opporsi alla diffusione della moda francese che spingeva le donne a lasciare collo e braccia nude, e negò la comunione a coloro che non fossero vestite decorosamente; dispose che venisse più convenientemente abbigliata, con qualche colpo di pennello, la Madonna di Guido Reni custodita al Quirinale. Pure cercò di limitare la diffusione del gioco, di controllare, se non reprimere, le rappresentazioni teatrali (anche quelle del tutto innocue che si tenevano nei seminari); nel 1686 vietò che le donne apprendessero la musica da insegnanti uomini. Nel 1684, 1688 e 1689 vietò del tutto il carnevale, e negli altri anni cercò comunque di contenerlo. Abolì la tradizionale regata sul Tevere nel giorno di S. Rocco devolvendo la cifra che per essa si spendeva a un orfanotrofio. Anche nei confronti dei cardinali fu intransigente. Accertati loro comportamenti non consoni, interveniva senza esitazioni: il cardinale Ludovico Ludovisi accettò gli avvertimenti papali, non Francesco Maidalchini, cui furono espressamente proibiti gli incontri con donne.

I. XI dedicò scarsa attenzione allo sviluppo urbanistico e all'abbellimento di Roma. Parve solo appassionarsi al completamento di Montecitorio. Le imprese più importanti terminate nei suoi anni (S. Andrea al Quirinale e S. Maria in Montesanto, la decorazione del Gesù e di S. Carlo al Corso) lo furono senza sua partecipazione. Se da cardinale aveva disposto lavori nella chiesa dei Ss. Cosma e Damiano e in S. Maria dei Monti, da pontefice solo operò per proteggere gli affreschi di Raffaello in Vaticano o per altri minori interventi (le fontane di S. Maria Maggiore o di piazza Madonna dei Monti). Incaricò Carlo Fontana di verificare la stabilità della cupola di S. Pietro, che qualcuno poneva in discussione, e bloccò i progetti - di Fontana e di altri - tesi al prolungamento del colonnato berniniano. Per esemplificare quali fossero le sue priorità, basterà notare la sua decisione di trasformare il Laterano in un ospizio per poveri.

Non può quindi stupire - a fronte di questi interventi di risanamento e di moralizzazione - che Roma esercitasse una minore capacità di attrazione e che la popolazione cittadina decrescesse lievemente negli anni del suo pontificato: da poco più di 127.000 abitanti nel 1676, i Romani scesero a quasi 120.000 nel 1681 e poi lentamente tornarono a 126.000 nel 1689.

Assolutamente coerente con il complesso dell'attività di risanamento economico (e non solo) fu il tentativo di abolire la prassi nepotista. Nel 1679 presentò così al Collegio dei cardinali la bozza di una bolla in tal senso. La reazione dei porporati fu però negativa e non si andò oltre.

Sul piano della politica internazionale, l'azione di I. XI si sviluppò su due temi essenziali. Guerra al Turco, ispirata all'idea di rinnovare la crociata, e tentativi continui di resistere alla forte iniziativa di Luigi XIV. I due temi si intrecciavano fortemente: riuscire a pacificare il continente europeo, reso instabile dai disegni del monarca francese, avrebbe favorito per I. XI la crociata che doveva risolvere alla radice il problema ottomano.

Luigi XIV, pur di soddisfare le proprie mire egemoniche e indebolire gli Imperiali, era invece disponibile ad alleanze con i Turchi. Il rischio che si correva per la ripresa dell'iniziativa bellica ottomana aveva sempre ossessionato I. XI: già da giovane aveva espresso il desiderio di combattere contro quel nemico e aveva sostenuto in più occasioni con significativi sussidi quell'impegno. Nel momento della sua nomina la situazione era più che mai allarmante. La ventennale guerra di Candia aveva visto la Repubblica di Venezia consumarsi in pratica da sola per far fronte al pericolo. Chiusasi malamente quella dolorosa esperienza, ora l'offensiva ottomana premeva, temibile, sull'Europa orientale. L'unico modo di reagire, per il papa, era quello di organizzare una crociata: riunire in lega le forze della Cristianità con il fine della riconquista di Costantinopoli. Essenziale era la pace in Europa, ovvero la fine delle ostilità tra Francesi e Asburgo di Spagna e Imperiali. I Turchi andavano subito attaccati, anche per evitare che fosse la Russia, ostile alla S. Sede, ad assumere l'iniziativa. Il progetto cozzò contro varie difficoltà: la politica di Luigi XIV, le discordie tra fazioni in Polonia, le diffidenze tra Polacchi e Russi, la paura dell'imperatore asburgico di impegnarsi a Oriente e di sguarnire i propri confini occidentali minacciati dalla Francia. Non erano problemi da poco, perché Luigi XIV aveva effettivamente stretto, dal 1673, relazioni amichevoli con l'Impero turco sì da condizionare il suo nemico principale, l'imperatore Leopoldo. Sempre in questa prospettiva il monarca francese aveva guadagnato l'alleanza di Giovanni III Sobieski, re di Polonia. Questi, obbligato anche da una difficile situazione militare, nell'ottobre 1676 concluse con la Porta la sfavorevole pace di Zuravno, che concludeva, con la mediazione della Francia, un'aspra fase dello scontro turco-polacco. Sobieski avrebbe potuto così volgere le proprie armi, era il desiderio di Luigi XIV, contro l'Impero asburgico. I Turchi, questo era l'altro aspetto della strategia, avrebbero potuto ora attaccare l'Ungheria.

In questo quadro di estrema complessità si avviavano, nel gennaio 1676 a Nimega, le consultazioni per elaborare un accordo di pace in Europa. Luigi Bevilacqua fu nunzio straordinario del papa nella città eretica olandese, dove poté arrivare solo nel giugno 1677 per le resistenze sollevate dagli Stati protestanti contrari alla partecipazione pontificia. Il mandato prevedeva che si adoperasse per la pace mostrando una assoluta neutralità tra i contendenti francesi, Asburgo di Spagna e Imperiali; dai paesi protestanti, ma senza sottoporsi a una diretta trattativa, avrebbe dovuto invece ottenere migliori condizioni per i cattolici (fu L. Casoni a intrecciare questi rapporti, con discrezione, per conto del legato). Soprattutto Bevilacqua doveva adoperarsi per rafforzare il ruolo di Roma nella scena europea, rimediando alla marginalizzazione da essa subita in occasione dei trattati di Vestfalia. La pace fu conclusa il 5 febbr. 1679 senza che il ruolo diplomatico della Sede apostolica potesse neppure essere evidenziato nel documento conclusivo; ciò perché I. XI non volle cedere alla pretesa di Luigi XIV di essere menzionato con una formula speciale nel breve con cui il papa designava il Bevilacqua suo plenipotenziario.

A Nimega furono sostanzialmente ribaditi gli accordi basati sulle paci del 1648, e per questo la S. Sede elevò una vibrata protesta. Soprattutto, la pace non risolveva i nodi che determinavano la politica destabilizzante francese. Almeno però la pace, per quanto instabile e irriconoscente del ruolo rivendicato da Roma, avrebbe potuto favorire una guerra contro il Turco. La diplomazia pontificia si adoperò da subito in questo senso nelle corti europee e fino in quelle persiana e russa, ma le difficoltà furono enormi. A Oriente l'intesa era resa ardua dalla contrapposizione tra Russi e Polacchi e, soprattutto, tra questi ultimi e gli Asburgo; a Occidente era la politica di Luigi XIV a costituire il maggiore ostacolo. Anni di continue trattative su una lega offensiva o difensiva della Cristianità contro il Turco non diedero alcun esito: Luigi XIV arrivò solo a impegnarsi per l'intervento nel caso la Porta avesse minacciato la Polonia o la Repubblica veneta. Il dispiegamento di una forza antiturca, formata da Polacchi e Imperiali, sancita dagli accordi siglati tra il marzo e l'aprile del 1683, fu il massimo risultato che la diplomazia pontificia riuscì alfine a conseguire, e l'avvenimento fu festeggiato a Roma e dallo stesso papa con giubilo inusitato. Non era certo l'obiettivo prefigurato in partenza, ma l'Europa disponeva ora di una forza adeguata, sostenuta da generosi sussidi pontifici (fino alla morte di I. XI la Camera apostolica inviò in appoggio ai contendenti in questo conflitto la somma di 5.000.000 di fiorini), per controbattere l'offensiva turca che aveva intanto iniziato a dispiegarsi.

Il 12 sett. 1683 una coalizione formata da forze imperiali, polacche e bavaresi capitanata dal Sobieski, allontanava la minaccia ottomana da Vienna. Era un successo importantissimo, che dovette però essere subito tutelato dalla diplomazia pontificia per evitare che l'alleanza austro-polacca potesse incrinarsi. Motivi di turbativa ve ne erano, e parecchi: la tentazione dei Polacchi di ritirarsi dall'alleanza; le iniziative a occidente di Luigi XIV, che provava sempre a erodere i possedimenti imperiali confinanti col suo Regno. Si temeva perciò che Leopoldo potesse cercare la pace separata con il Turco per avere mani libere contro il re di Francia (che consolidava la presenza in Italia con l'acquisizione di Casale Monferrato, nel 1681, l'attrazione della Savoia nella sfera francese, il bombardamento e la presa di Genova, nel 1684). I. XI si adoperò per impedire che questo accadesse e cercò anzi di rafforzare ed estendere l'alleanza. Il 24 maggio 1684 ciò avvenne, con il giuramento della Lega Santa antiturca che vedeva schierarsi la Repubblica di Venezia al fianco dei due principali alleati del patto del 1683, Sobieski e Leopoldo. Il coinvolgimento della Serenissima era avvenuto dopo una lunghissima ed estenuante trattativa (in cui fu protagonista a Roma il cardinale P. Ottoboni, che fungeva allora da informale rappresentante diplomatico della Serenissima presso il papa). Venezia otteneva il comando delle galere papali e un sussidio di 100.000 fiorini.

A garantire l'efficacia delle forze collegate fu l'accordo di Ratisbona del 15 ag. 1684 che sanciva un armistizio di venti anni tra Francia, Impero, Spagna. Luigi XIV, in cambio di altre concessioni, otteneva in dominio transitorio Strasburgo e Lussemburgo. Le truppe cristiane poterono ora muovere contro i Turchi in Ungheria. Nel luglio iniziò l'assedio di Buda, che costituì dapprima un insuccesso. Meglio andò per l'iniziativa militare veneziana nell'Adriatico e nello Ionio, che garantì la presa di possesso di numerose piazzaforti costiere, Ragusa in primo luogo. Era l'inizio della campagna che avrebbe consentito ai Veneti di impadronirsi del Regno di Morea (Peloponneso).

Nel 1685 riprese, generosamente finanziata da I. XI, la campagna di terra in Ungheria, che fu stavolta ostacolata ai suoi inizi dal comportamento passivo dei Polacchi, preoccupati soprattutto dal minaccioso problema russo. Una volta raggiunta la pace, firmata il 6 maggio 1686, tra Polacchi e Russi, anche questi ultimi poterono essere coinvolti nella Lega antiturca. Il 2 sett. 1686, dopo un attacco sanguinosissimo che si prolungò per un mese e mezzo, Buda turca cadeva. Era il grande successo di I. XI, e veniva a verificarsi in un momento delicatissimo, caratterizzato a Occidente dal conflitto franco-spagnolo e dai continui tentativi francesi tesi a separare la Polonia dagli Imperiali. Né l'offensiva si bloccò a Buda. Il 6 sett. 1688 anche Belgrado fu sotto il controllo asburgico.

In tutto questo, intanto, non si sopiva l'iniziativa francese. Luigi XIV aspettava infatti il momento giusto per approfittare degli impegni di Leopoldo a Oriente. Per questo I. XI tentò di risolvere la questione lorenese, rendendosi conto che, senza l'appoggio della Francia, l'azione della Lega non sarebbe mai risultata decisiva come sperava. Ma le questioni in ballo erano numerosissime. Quella, aperta nel maggio 1685 dalla morte dell'elettore Carlo del Palatinato, su cui Luigi XIV vantava diritti, fu chiusa, anche grazie alla mediazione papale, nel 1687 con la nomina di un elettore accetto all'imperatore Leopoldo. Quindi la crisi che si aprì dopo la sottoscrizione, nell'estate 1686, di una lega tra imperatore, alcuni principi tedeschi e Spagna. Sentendosi minacciato dall'intesa, Luigi XIV reagì erigendo fortificazioni, non previste dai trattati, sulla riva destra del Reno. Si rischiò lo scontro, che il papa tentò con ogni mezzo di evitare per impedire che si giungesse alla rottura definitiva tra Francia e Impero: a Vienna si facevano intanto sentire i fautori di un accordo separato con il Turco sì da far fronte alla minaccia francese.

La diplomazia parve inizialmente poter controllare la crisi; poi, negli ultimi mesi del 1688, Luigi XIV ruppe gli indugi e invase il Palatinato, Magonza e Treviri. Con soddisfazione di I. XI l'Impero si impegnò a continuare la guerra su entrambi i fronti: contro i Francesi e contro i Turchi. Questo sul fronte militare. Su un piano più propriamente politico il contrasto con Luigi XIV fu ugualmente acceso. I. XI si impegnò a contrastarne le pretese di controllo sulla Chiesa di Francia, affondanti nell'antica tradizione gallicana. Già i predecessori di I. XI, Alessandro VII, Clemente IX e Clemente X, si erano scontrati con la forte personalità del re.

A venire discussi erano soprattutto il potere di nomina dei vescovi e la questione delle "regalie", ovvero il diritto vantato dalla Corona di Francia di amministrare talune sedi vescovili vacanti, riscuoterne le rendite e conferire talune delle prebende. Nel 1673 e nel 1675 Luigi XIV estese tale diritto a tutto il territorio del Regno. Ne derivò una disputa aspra, giuridica e teologica, che divise il clero di Francia e impegnò fortemente la diplomazia papale, soprattutto al tempo di I. XI (Clemente X non aveva compreso a fondo la gravità del conflitto e limitò i propri interventi). Due vescovi filogiansenisti, Nicolas Pavillon e François-Étienne Caulet, si opposero al decreto regio e l'appena eletto I. XI accettò il ricorso. Tale intervento, dopo la prudenza che aveva contraddistinto l'azione del pontefice predecessore, apparve agli occhi del re una provocazione e generò il conflitto.

Nel 1677 I. XI istituì una congregazione speciale per affrontare la questione di cui fecero parte P. Ottoboni, Gaspare Carpegna e Francesco Albizzi e della quale fu segretario A. Favoriti. Il papa voleva subito annullare i decreti regi, ma i porporati lo indussero a maggior prudenza. Ancora nel 1678, il S. Collegio riuscì a persuadere I. XI dell'inopportunità di emanare un durissimo breve sulla questione, ma ottenne solo che la spedizione ritardasse: il gruppo dei cardinali "zelanti" riuscì infatti a fare spedire quel documento nel gennaio 1679. Era ormai scontro aperto, alimentato, inevitabilmente, da altre questioni. Tra queste, quella del seppellimento del nunzio a Parigi monsignor Pompeo Varese, morto nel corso della missione, le cui particolari volontà in materia di inumazione non vennero tenute in considerazione contestando il suo diritto a dare disposizioni in materia. Il papa, per protesta, non nominò un nuovo nunzio.

Un nuovo breve sulla questione delle regalie, giustificato dal fatto che non si era ottenuta alcuna risposta al precedente, venne spedito il 13 marzo 1680. Il testo era durissimo, ma Luigi XIV, che pure meditò di sottoporre la questione a un concilio nazionale, decise ora di rispondere con una lettera cortese che non faceva alcun cenno alla questione. Ciò alimentò vieppiù l'iniziativa di I. XI che il 13 genn. 1681 pronunciò in concistoro una durissima allocuzione contro il re di Francia. Mentre in Roma prendevano avvio trattative tra I. XI e l'inviato di Luigi XIV, il cardinale d'Estrées, a Parigi si riunì l'assemblea del clero francese (la "Piccola Assemblea") che appoggiò l'operato del re e prospettò un concilio nazionale. Una nuova assise del clero promossa dal re si riunì nell'ottobre 1681. Nel febbraio - marzo dell'anno successivo in questa sede poterono essere elaborati (da J.-B. Bossuet, anche se non è certo che la versione definitiva sia sua) i quattro articoli della fede gallicana che sancivano la piena autonomia del re dal potere ecclesiastico, negavano al papa la facoltà di deporre sovrani e gli riconoscevano solo una preminenza in materia di questioni spirituali pur affermando tuttavia che nessuna deliberazione papale poteva considerarsi immutabile. Gli articoli approvati, che dovevano essere considerati assolutamente vincolanti, furono diffusi tra il clero francese nell'aprile 1682.

La reazione di I. XI fu ancora una volta assai dura - ma il papa non volle rischiare di giungere alla rottura per non pregiudicare le trattative in corso sull'alleanza antiturca -, e fu favorita dallo sconcerto di parte del clero di Francia. Ciò soprattutto si evidenziò quando l'assemblea francese venne sciolta, ma il rifiuto del re di ritirare le proposizioni gallicane fece sollevare l'opposizione di molti, singoli e istituzioni. I. XI, pur continuando a mostrarsi irritato, si dispose allora a un significativo atto di avvicinamento: nell'aprile 1683, un nuovo nunzio papale, Angelo Ranuzzi, partiva per Parigi. Il S. Uffizio esauriva intanto l'analisi della questione delle regalie e dei quattro articoli, ma I. XI preferì bloccare la pubblicazione della bolla di condanna, Cum primum.

È in questo quadro che Luigi XIV decise di risolvere i contrasti interni con gli ugonotti sopprimendo, nell'ottobre 1685, l'editto di Nantes. I. XI non diede particolari cenni di soddisfazione per l'iniziativa: dal suo punto di vista il problema della Chiesa in Francia era costituito, più che dalla massiccia presenza di ugonotti, proprio dal dominio esercitato dal re sull'intera struttura ecclesiastica. Così, mostrando sorpresa per la irriconoscenza dimostrata dal papa, nel maggio 1685, Luigi XIV convocò una nuova assemblea del clero di Francia, presieduta dall'arcivescovo di Parigi de Harlay: ciò fece temere che il fine ultimo del sovrano fosse quello di trasformare la Chiesa nazionale in un patriarcato sotto la guida del pastore della capitale. L'assise elaborò una formula di fede che doveva consentire agli ugonotti la conversione. Quando il papa sottopose tale formula a una apposita congregazione incaricata di scovare le tracce di eresia, il re (che non si era mostrato affatto entusiasta della deliberazione assembleare) andò su tutte le furie. Le conversioni di ugonotti avevano intanto preso un ritmo incalzante, ma I. XI, malgrado le insistenze del nunzio, evitava di riconoscere al re francese il successo. Poi la situazione si sbloccò: partì un breve, cortese e piuttosto freddo, che conteneva le felicitazioni del papa ma nessuna concessione in materia di regalie; infine, nella primavera del 1686, si svolsero in Roma i festeggiamenti per la revoca dell'editto. L'alquanto forzata soddisfazione per il provvedimento venne però tenuta strettamente separata dalle altre materie. I. XI chiedeva al re di Francia di restaurare l'autorità pontificia nel suo paese, né lo convinceva, peraltro, il metodo forzato delle conversioni. Anche qualche vescovo francese levò la propria voce contro ciò che avveniva.

Nuovo motivo di frizione con il papa era intanto la questione delle libertà di quartiere in Roma. I legati esteri avevano costituito delle zone franche, immuni, intorno alle proprie residenze diplomatiche. In tali estesi quartieri, al di fuori della giurisdizione statuale, si svolgeva ogni traffico, come la vendita di certificati attestanti l'appartenenza ai seguiti diplomatici.

Alessandro VII aveva già tentato qualcosa, ma I. XI si pose dall'inizio l'obiettivo di eliminare lo scandalo, soprattutto servendosi della consulenza di G.B. De Luca. Le sedi maggiormente incriminate erano quelle di Venezia, Spagna e Francia. I. XI rifiutava di incontrare i diplomatici di quei paesi se non avessero prima rinunziato al loro quartiere e, in caso di mutamenti negli incarichi, faceva sapere che non avrebbe accreditato alcun ambasciatore che non rivedesse la posizione. La Spagna (1682) e Venezia (1684) cedettero, non la Francia. Il 12 maggio 1687 I. XI dichiarò allora soppressi, con una bolla, i contestati privilegi. I cardinali Maidalchini e d'Estrées rifiutarono di sottoscriverla e Luigi XIV ordinò all'ambasciatore designato per Roma, Henri de Beaumanoir Lavardin, di partire immediatamente con il compito di estendere al massimo il proprio quartiere. Il legato mosse con un seguito armato che andò per via ingrossandosi e a cui si pensò per un momento di opporsi militarmente. Poi si decise di far entrare il Lavardin in città e ciò avvenne il 16 nov. 1686. Palazzo Farnese fu trasformato in fortezza. Il protagonista di tale grossolana provocazione si vide rifiutare l'udienza e il monarca di Francia, in cambio, minacciò di occupare Avignone e Castro. La crisi si accese perciò ancora di più, e il 26 dic. 1687 I. XI decretò l'interdetto contro la romana chiesa di S. Luigi, perché lì la notte di Natale si era comunicato il Lavardin, da considerarsi scomunicato per aver infranto la bolla contro la libertà di quartiere. Inghilterra e Spagna difesero il papa, prospettandogli addirittura la possibilità di un aiuto militare. In Francia si studiavano intanto progetti per indebolire la figura del pontefice: essendosi individuato in L. Casoni uno degli ispiratori dell'intransigenza pontificia, nell'estate 1688 si pensò di rapirlo.

In questo, si apriva la questione dell'elezione del coadiutore dell'elettore di Colonia. Massimiliano Enrico di Baviera era infatti gravemente malato e un coadiutore vicino alla Francia avrebbe potuto garantire una successione utilissima a Luigi XIV per condizionare la politica imperiale. Questi pertanto fece designare dal capitolo della cattedrale un suo protetto. La scelta fu sottoposta al vaglio papale, ma I. XI rifiutò di ratificarla e fu, conseguentemente, fatto oggetto di minacce gravissime da parte di Luigi XIV. Nel giugno l'elettore Massimiliano Enrico morì e ciò aggravò i termini del problema: la designazione dell'elettore, e non più del suo coadiutore, si trascinò per mesi. Luigi XIV minacciò l'uso della forza e iniziò i preparativi per allestire delle truppe da spedire in Italia. I. XI non cedette al ricatto e il 18 sett. 1688 designò per Colonia Clemente di Baviera, personalità invisa alla Francia. Luigi XIV reagì facendo presentare al Parlamento di Parigi un appello per la convocazione di un concilio generale. Intanto, I. XI neppure riusciva a richiamare a Roma A. Ranuzzi, trattenuto forzatamente in Francia dal re, mentre sembrava si preparasse da parte francese l'occupazione di Avignone e del Contado Venassino.

In realtà, per rifarsi subito dell'umiliazione subita a Colonia, Luigi XIV occupò invece il Palatinato. Oltre all'ostinazione di I. XI, scottavano al monarca francese i successi dell'imperatore Leopoldo contro il Turco. In una situazione così intricata, in cui anche in Inghilterra Giacomo II veniva insidiato da Guglielmo d'Orange, I. XI fece sforzi di pace, respinti da Luigi XIV. Partirono per la Francia Lavardin e per Roma Ranuzzi, ma al suo arrivo trovò il papa morto. Gli ultimi mesi del papa furono perciò caratterizzati da una situazione convulsa, aggravata dalla crisi apertasi in Inghilterra. L'ascesa al trono, nel 1685, del cattolico Giacomo II Stuart era sembrata poter decisamente migliorare la critica condizione del cattolicesimo in quel Regno, ma le tendenze assolutistiche del sovrano e la sua imprudente condotta politica finirono con il determinare una catastrofe per lo stesso Stuart e per i seguaci inglesi della Chiesa di Roma. Dopo avere inizialmente appoggiato il re, I. XI cercò di evitare che Giacomo II si trasformasse in un nuovo Luigi XIV e ostacolò l'ascesa nella corte dello Stuart del gesuita Edoardo Petre, che il re voleva prima vescovo e poi addirittura cardinale e che nominò suo segretario e membro del Consiglio privato. La reazione del popolo alla politica di restaurazione del cattolicesimo, di cui l'ascesa del gesuita costituiva uno degli aspetti più odiosi, venne seguita con grande preoccupazione dagli osservatori pontifici. Poi la situazione precipitò. Rispondendo a un appello, nel novembre 1688 Guglielmo d'Orange sbarcava sulle coste inglesi e il 28 dicembre entrava in Londra. Nulla poté fare il papa, impegnato nella fase più dura del conflitto con Luigi XIV, sotto minaccia di una invasione militare francese. Il sillogismo mediante il quale si sosterrebbe addirittura un ruolo di finanziamento da parte di I. XI dell'impresa dell'Orange, dati i finanziamenti che quest'ultimo aveva ricevuto da parte del Banco Odescalchi ben prima dell'impresa - testimoniati dai libri mastri dell'azienda Odescalchi (Arch. di Stato di Roma, Famiglia Odescalchi di Bracciano, arm. 20-23, 33) -, appare, allo stato delle conoscenze, del tutto infondato e, alla luce della politica attuata da I. XI, sostanzialmente inverosimile.

Ispirata a un'idea guida, la lotta al Turco, e a una in parte a essa correlata esigenza, quella di resistere e, se possibile, controbattere l'iniziativa di Luigi XIV, la politica estera di I. XI si caratterizzò - al di là della crisi inglese - per dinamismo e sostanziale coerenza. Nell'opporsi all'offensiva ottomana il papa conseguì notevoli successi ed ebbe grande parte nel favorire le vittorie di Vienna e Buda, adoperandosi incessantemente per sostenere la coalizione che le favorì. Quel che sembra notarsi nella sua azione, su questo fronte come su quello francese, è che il suo agire deciso fosse ispirato, oltre che da salda fede, da forte consapevolezza di muoversi sempre per il meglio, da una certezza incrollabile che quel modo di agire fosse l'unico adottabile. Il che, nelle trattative diplomatiche, lì dove occorre spesso dissimulare, presentava rischi gravissimi.

I. XI fu spesso frenato dal Collegio cardinalizio di fronte a gesti fermi ma impulsivi; nei confronti di Luigi XIV si poté assistere a una crescita progressiva di provvedimenti che solo la morte del papa bloccò. La sensazione è che il monarca francese fosse favorito dalla natura di I. XI e che riuscisse sostanzialmente a prevedere, controllare, sfruttare a proprio vantaggio le mosse romane.

Vi era poi un altro fronte, interno, quello della politica ecclesiastica, a occupare fortemente I. XI, che si impegnò da subito per portare disciplina nel clero e in Curia. Operò per imporre la residenza ai vescovi, intervenne con una serie di provvedimenti - in primis una congregazione che avrebbe dovuto selezionare più scrupolosamente i candidati ai vescovati in Italia, ma anche con norme contro le troppo facili attribuzioni di ordini sacri - tesi a formare un clero più consapevole e affidabile. Nei confronti degli Ordini regolari si mostrò inflessibile, imponendo norme disciplinari più severe, ma anche disponendo controlli: fece ad esempio compiere a G. Barbarigo una visita nel convento d'Aracoeli, nella quale furono accertati vari abusi. Interventi particolari di riforma interessarono i domenicani di Lombardia e Toscana e i cistercensi di Polonia.

A lungo I. XI non conferì alcuna porpora e solo nel 1681 si decise a farlo, designando sedici italiani. Tra questi erano taluni degli uomini che lo assistevano più da vicino nella sua attività. G.B. De Luca superò l'opposizione presentata dal cardinale P. Ottoboni; le altre nomine riguardarono il maestro di Camera Antonio Pignatelli, il governatore Giovambattista Spinola, il datario Stefano Agostini, Flaminio Taja decano della Rota, Raimondo Capizucchi maestro del Sacro Palazzo, l'auditore di Camera Urbano Sacchetti, il tesoriere generale Giovanni Francesco Ginetti, e l'inquisitore Michelangelo Ricci. Francesco Buonvisi, Stefano Brancaccio, Savio Mellini e Marco Galli vantavano esperienze di nunziatura. Vi erano poi il francescano Lorenzo Brancati, l'arcivescovo di Milano Federigo Visconti e Benedetto Pamphili.

Nel settembre 1686 I. XI procedette a una seconda promozione di cardinali. I posti vacanti nel Collegio erano diventati ventisei e il papa decise la promozione di ventisette elementi. Rischiò anche su questo la crisi con Luigi XIV per la mancata nomina del candidato ufficiale francese e l'unico suddito del re promosso fu l'arcivescovo di Grenoble Étienne Le Camus, in precedenza dichiaratosi ostile ai quattro articoli gallicani. Entrarono poi nel Collegio due polacchi, tre rappresentanti dell'Impero, un portoghese, tre spagnoli. Tra gli italiani fu contestata la scelta del tesoriere generale Gian Francesco Negroni, che aveva in Curia molti nemici, e quella di Pier Matteo Petrucci, che aveva avuto parte nelle polemiche sulla presenza in Curia di quietisti. Pure ingenerò polemica la nomina di Marcantonio Barbarigo, nipote di Gregorio, che era in urto con le autorità veneziane per essersi impegnato in un conflitto giurisdizionale in Corfù (della cui diocesi era titolare) con il comandante Francesco Morosini.

I. XI difese ovunque la giurisdizione papale. Uno scontro deciso avvenne in Portogallo, dove l'Inquisizione era divenuta uno strumento del governo civile: nel 1681 l'inquisitore fu riportato all'obbedienza romana. Difese l'immunità ecclesiastica in Polonia e in Spagna. Qui si arrivò, nel 1678, quasi alla rottura delle relazioni diplomatiche di fronte a comportamenti di consiglieri regi reputati lesivi dei diritti ecclesiastici. Ciò si ripeté nel 1687 a fronte dei ripetuti dinieghi alla soppressione del cosiddetto privilegio della Monarchia Sicula, "abuso" radicato da cinque secoli e per "altrettanti tollerato dai pontefici" (A. Cibo, in De Bojani, II, p. 201). Il papa scomunicò i funzionari napoletani che garantivano quel contestato diritto, poi fu convinto a ritirare il clamoroso provvedimento e grazie a ciò poté tornare a esigere la decima "turca" dal clero spagnolo.

Nel campo dottrinario il comportamento di I. XI fu meno rigido. Nei primi anni del suo pontificato parve accomodante con i giansenisti, intrecciando un significativo contatto con Antoine Arnauld che forse, come si potrebbe notare da una frase contenuta in una lettera del cardinale Cibo, avrebbe voluto premiare con la porpora. Dietro consiglio del nunzio Varese il papa divenne però più prudente. Certo è che tra i suoi collaboratori più stretti, A. Favoriti e L. Casoni, erano assai vicini al francese. Nel 1679 I. XI accolse la richiesta dell'Università di Lovanio di condannare sessantacinque proposizioni lassiste e ciò finì indirettamente con il rinforzare il prestigio dei giansenisti. Sulla questione del probabilismo non fu presa esplicita posizione: neppure il S. Uffizio provò a intervenire nella causa tra gesuiti probabilisti e Tirso González, che contro quella tendenza aveva scritto il Fundamentum theologiae moralis di cui il generale della Compagnia padre Oliva aveva impedito la pubblicazione. González fu poi eletto nel 1687 superiore generale gesuita, ma il nodo non fu sciolto.

Fu sulla questione del quietismo che divampò, gravissima, la polemica. L'ascetica contemplazione, la preghiera, sostituivano nei quietisti i sacramenti e le opere di penitenza. Negli anni Cinquanta il cardinale P. Ottoboni aveva interrotto nel Bresciano l'esperienza dell'oratorio di S. Pelagia, e in altri casi l'Inquisizione era intervenuta a reprimere espressioni quietiste; ma ancora all'inizio del pontificato di I. XI non vi era esplicita condanna del quietismo. In questo quadro si trovò a operare in Curia Miguel Molinos, giunto negli anni Sessanta a Roma, dove acquisì fama di grande maestro spirituale. Nel 1675 portò alle stampe la sua Guida spirituale che riscosse un clamoroso successo. Tra i suoi ammiratori era già l'Odescalchi e vicino a Molinos era anche P.M. Petrucci. L'uomo, per Molinos, doveva abbandonarsi totalmente a Dio, lasciare ogni attività esterna, dannosa alla comunione con il Signore, annientare le proprie capacità. Giungeva a prevedere la possibilità che il diavolo potesse talvolta impadronirsi dell'uomo e spingerlo al peccato "esteriore": questo non poteva considerarsi una vera colpa perché nella deviazione non poteva ravvisarsi consapevolezza. I gesuiti presero una dura posizione con Paolo Segneri. Il suo Concordia tra la fatica e la quiete nell'oratione venne pubblicato a Firenze nel 1680. Il saggio fu confutato dal Petrucci, che pubblicò la replica dedicandola al segretario di Stato Cibo; il Petrucci fu, nel 1681, destinato alla sede vescovile di Jesi. L'attacco del Segneri fu addirittura posto all'Indice. Malgrado i tentativi degli avversari, la fama del Molinos, ancora nel 1682, sembrava inattaccabile; poi, all'improvviso, crollò. Al S. Uffizio giunsero denunce sul suo comportamento immorale, e per quanto I. XI, forse soprattutto spinto a far ciò da L. Casoni, avesse cercato in un primo momento di opporsi all'arresto, questo si verificò il 18 luglio 1685 nell'abitazione di Molinos presso S. Lorenzo in Panisperna. Il fatto destò scalpore: tra le personalità più turbate era la regina Cristina di Svezia. Che il pontefice non credesse alla colpevolezza del Molinos sembra testimoniato dalla promozione di Petrucci alla porpora, nel 1686; anche D. Azzolini non si dichiarò in un primo momento contrario allo spagnolo. L'istruttoria procedeva essenzialmente attraverso il lento spoglio delle migliaia di lettere che Molinos aveva negli anni indirizzato ai propri discepoli: queste parvero suggerire agli inquisitori la reale chiave interpretativa dei suoi insegnamenti. La sentenza, nell'agosto 1687, stabiliva che sessantotto proposizioni di Molinos andavano considerate eretiche. Il 3 settembre, alla Minerva, Molinos abiurò pubblicamente. Chiuso in prigione, vi morì alla fine del 1696. Con una bolla del 20 nov. 1687 I. XI condannò le proposizioni di Molinos: si apriva però ora, inevitabile, il processo al cardinale Petrucci. I. XI fece di tutto per salvarlo, anche dopo che l'istruttoria aveva cominciato ad accertare tracce di eresia nelle sue affermazioni. Una congregazione di cardinali, tra i quali D. Azzolini, fu deputata a esaminare la questione, e invitò Petrucci a cercare l'assoluzione per i suoi errori. Il 17 dic. 1687 Petrucci ritrattò. Alessandro VIII gli avrebbe impedito il ritorno nella sede episcopale, ma Innocenzo XII lo avrebbe riabilitato nel 1695.

Si sostenne che il papa non aveva una preparazione teologica sufficiente per controllare queste materie (tesi di Pastor che trovò forte eco nel processo di canonizzazione). Altri hanno invece sostenuto che I. XI fu ingannato, da Molinos stesso se non da Petrucci, e che fu mal consigliato dai suoi collaboratori, A. Favoriti e L. Casoni avanti a tutti.

Non pare neppure illegittimo ipotizzare che gli attacchi a Molinos e Petrucci, e quelli rivolti dal 1680 contro il cardinale G.B. De Luca - il quale aveva elaborato progetti di riforma analizzati attentamente dal S. Uffizio, peraltro pesantemente coinvolto nei progetti stessi - facessero parte di una strategia condotta al fine di ridimensionare la figura di un pontefice sempre più intenzionato a riformare radicalmente la Curia. Nel periodo dell'attacco al quietismo circolò insistentemente a Roma la notizia che il S. Uffizio avesse istituito una commissione per esaminare lo stesso papa. Nella congregazione del S. Uffizio erano peraltro attivi e assai influenti i maggiori avversari del papa: il cardinale F. Albizzi (che morì nel 1684) e, soprattutto, P. Ottoboni, che non per caso sarebbe succeduto a I. XI, e che poté anche proporsi, in questa veste di contraddittore del papa, come un fautore del riavvicinamento tra la S. Sede e la Corona francese.

Non fu certo per caso, o solo per isolata posizione personale, che G.B. De Luca, riformatore e giurista di vaglia, attaccò violentemente la politica della congregazione inquisitoriale che rivelava nel suo operare "volontà di conflitto e di oppressione", strumentale a disegni particolari e mai esigenza di reale accertamento della verità (Lauro, p. 577).

Anche nel campo della diffusione della fede I. XI cercò di affrontare di petto tutti i problemi incontrando, come al solito, difficoltà. Lo scontro maggiore avvenne sul progetto di costringere i missionari, che fino ad allora avevano fatto capo ai superiori degli Ordini di appartenenza, a prestare giuramento di fedeltà ai vicari apostolici. Luigi XIV proibì ai missionari francesi di giurare, perché atto contrario alle libertà gallicane. La protesta rientrò, ma quei missionari dovevano giurare menzionando espressamente l'autorizzazione del monarca di Francia. Maggiori difficoltà si ebbero con gli Ordini operanti in alcune regioni. Francescani e domenicani di Canton rifiutarono la prova di obbedienza; missionari spagnoli consideravano tradimento prestare giuramento a vicari apostolici francesi. Anche i portoghesi si opposero. Propaganda Fide fu così costretta a tornare sui propri passi e a modificare sostanzialmente le procedure del giuramento con la designazione come vicari di esponenti degli Ordini. I territori di missione vennero divisi in circoscrizioni all'interno delle quali operava solo una comunità di regolari. Per favorire l'attività missionaria I. XI cercò di intrecciare rapporti con il re del Congo, con il sovrano di Persia e con i governi del Tonchino e del Siam. Da quest'ultimo Regno giunse a Roma, nel 1688, una missione diplomatica ufficiale. Il papa pure tentò di ricomporre lo scisma con la Chiesa greco-ortodossa, e nel 1683 si adoperò inutilmente per estirpare la piaga della tratta degli schiavi sulla costa dell'Angola. Istituì le Università domenicane di Manila e di Guatemala; eresse nuove diocesi in Brasile e nel 1686 favorì una nuova missione per i copti d'Egitto.

Alla base di questi interventi era la relazione sullo stato delle missioni che nel 1677 I. XI aveva commissionato al segretario di Propaganda Fide, Urbano Cerri. Significativi sono i dati pubblicati sulla situazione della fede in Europa. Su 128.000.000 di abitanti, 74.700.000 erano i cattolici, 27.000.000 gli scismatici e 23.600.000 i protestanti. Ciò spinse I. XI a operare intensamente per recuperare alla fede cattolica il Nord Europa, soprattutto la Germania, senza concessioni, però, sul piano teologico e morale. Vegliò scrupolosamente per evitare che l'imperatore Leopoldo I e l'elettore di Baviera si unissero in matrimonio a donne protestanti, come parve prospettarsi, e ottenne conversioni soprattutto nei settori più alti della società. La condizione dei cattolici rimase critica in Olanda, mentre in Inghilterra, la situazione prima parve favorevole, per l'ascesa al trono di Giacomo II, poi degenerò rapidamente con la cacciata di quel sovrano e l'insediamento di Guglielmo d'Orange.

Salito al soglio sessantacinquenne, I. XI soffrì sempre di reni e l'intensa attività colpì duramente il suo fisico; ciò sembrò pregiudicare in più momenti la sua esistenza e fece immaginare un nuovo conclave. Dal 1682 la podagra lo tenne spesso a letto, dove lo ritrae un'impietosa caricatura di Gian Lorenzo Bernini; preoccupato dal freddo, negli ambienti in cui viveva la temperatura era spesso insopportabile per chi vi si recava. Uno dei suoi ultimi atti fu quello di assicurare un sontuoso funerale alla regina Cristina di Svezia, morta nell'aprile 1689. Poi toccò a lui, dopo una febbre che lo prese nel giugno e che lo condusse a morte a Roma il 12 ag. 1689, malgrado il prodigarsi del celebre medico Giovanni Maria Lancisi.

Il nipote Livio dispose l'erezione di un monumento, compiuto nel 1700, sulla sua tomba in S. Pietro, la cui progettazione fu affidata a Carlo Maratta e al francese Pierre Étienne Monnot. Fu prescelta l'intuizione di quest'ultimo, che prevedeva l'inserimento delle figure allegoriche della Religione e della Giustizia. Fu un papa straordinario, anche se in molti campi risultò sconfitto e i suoi ottimi intendimenti non furono premiati. Il suo errore principale fu quello di aprire troppi fronti contemporaneamente. Il risanamento finanziario dello Stato (un successo); il nepotismo (un fallimento); un'iniziativa internazionale orientata alla lotta senza quartiere al Turco (un successo parziale, in quanto il sogno della crociata offensiva non si avverò) e al contrasto dell'iniziativa di Luigi XIV. Se non riuscì a riproporre la centralità della S. Sede nella scena europea, migliori risultati colse nel rivendicarle un ruolo di guida morale. Molte sue difficoltà furono anche originate dalla decisione, se non foga, con cui affrontò ogni questione, dalla sua riluttanza al compromesso. Propose di sé l'immagine di un papa che concentrava ogni incombenza, ogni potere decisionale, e ciò provocò la forte reazione di ampi settori curiali che poté più facilmente dispiegarsi contro di lui dopo che le accuse di quietismo (che sembrarono poter riguardare anche il papa) gli avevano tolto dal fianco i principali collaboratori. Anche nella sua politica rivolta a moralizzare la Curia, in primo luogo intervenendo sulla scottante materia degli uffici venali, I. XI preferì l'azione chirurgica a ogni gradualismo, provocando un diffuso allarme, disorientamento e gravi sconcerti. I. XI riuscì almeno a condizionare fortemente il S. Collegio con le proprie creazioni e ciò ebbe un forte peso nel conclave del 1691 che portò sul trono di Pietro Innocenzo XII. Quest'ultimo riuscì in parte ad attuare proprio i progetti di I. XI e nel far ciò gli risultò assai utile l'esperienza vissuta nei pontificati precedenti il suo: sia l'elaborazione teorica e giuridica delle riforme, sia la reazione che prima le impedì e poi portò alla elezione di Pietro Ottoboni. Alla morte lo accompagnò, dopo tutte le critiche che si era attirato in vita, una fama di santità. Il processo di canonizzazione prese il via già nel 1691, quando furono ascoltati come testi i suoi principali collaboratori. Questa prima fase si esaurì nel 1698. Nel 1714 fu discussa l'introduzione formale della causa e fu Prospero Lambertini (il futuro Benedetto XIV) a preparare le animadversationes. La nuova fase di indagine si svolse e a Roma e a Como tra il 1714 e il 1733, e nel 1736 i processi apostolici vennero approvati. Poi la procedura fu bloccata dall'esigenza di confutare le osservazioni negative (simonia, filogiansenismo e ostilità preconcetta nei confronti della Francia e dei Francesi) contenute nel Dictionnaire historique et critique di P. Bayle (pubblicato nel 1695-97). Fu Benedetto XIV, nel 1744, a riproporre la questione e ad affrontare tutti i dubbi emersi nel processo.

Tali obiezioni si concentravano sui seguenti punti: i testimoni ascoltati erano stati tutti al suo servizio ed erano perciò parziali; I. XI aveva denotato ambizione per aver proceduto all'acquisto di uffici venali e accettato con "allegrezza" la promozione alla porpora; come legato di Ferrara si era mostrato troppo rigoroso nell'applicazione della legge: la questione delle esecuzioni capitali "razionate" e il ricorso alla tortura, ma anche provvedimenti quali la scomunica delle donne "immodeste" (cosa avrebbe dovuto ordinare, allora, si disse, di fronte a casi di adulterio o a crimini più gravi?); aveva rinunciato in modo non chiaro e con riserva di frutti al vescovato di Novara; aveva dimostrato odio fin eccessivo per i Turchi; si era sempre mostrato troppo attento alla propria salute (ad esempio ritirandosi in occasione di epidemie); non aveva celebrato la messa tutti i giorni; aveva dimostrato lacune teologiche; aveva in qualche occasione trattato con durezza la servitù; non si era dimostrato generoso o affettuoso con i nipoti Livio e Carlo.

Si ribatté con più o meno efficacia a ognuna di queste obiezioni, il che non impedì al processo di bloccarsi. Su ciò influì l'opposizione francese, ma soprattutto i dubbi che sopravvennero allo stesso pontefice: Benedetto XIV scrisse che I. XI più che un santo era "stato però uomo da bene" (RomanabeatificationisDisquisitio, p. 13). Pur in presenza di due eventi miracolosi (guarigioni improvvise) riconducibili a I. XI, il papa non gli riconosceva la qualità eroica della santità. La pubblicazione di documenti a opera del domenicano Berthier rivitalizzò il processo, la cui ripresa fu disposta da Pio XII. Nel 1944, a fronte delle perplessità via via emerse sulle posizioni di I. XI in materia di fede, anzitutto a proposito del quietismo, fu interpellato il S. Uffizio, che dichiarò di non voler ostacolare la causa. L'elevazione di I. XI a beato fu proclamata il 7 ott. 1956. Lo si celebra come tale il 12 agosto.

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