di Giampiero Brunelli
MARCELLO II, papa. - Marcello Cervini nacque il 6 maggio 1501 a Montefano, presso Macerata, da Ricciardo, appaltatore delle imposte nella Marca d'Ancona, e da Cassandra Benci.
Trascorse i primi anni fra Montepulciano (dove i Cervini erano insediati almeno fin dal XIII secolo) e i vasti poderi familiari presso Castiglione d'Orcia. Il padre si incaricò della sua istruzione: gli insegnò grammatica, retorica, rudimenti di filosofia, astronomia e, "per dargli ogni perfettione" (A. Cervini, Vita di Marcello II, ms. cit. in Hudon, p. 183 n. 13), lo avviò ad "arti meccaniche" quali l'architettura, l'agronomia, la lavorazione del ferro e la legatura di libri.
Intorno al 1520 il Cervini fu inviato a Siena per continuare gli studi, affidato alla protezione del cardinale Giovanni Piccolomini e della facoltosa famiglia Spannocchi, il patrimonio della quale il padre aveva a lungo amministrato. Si concentrò nello studio del greco, della matematica, dell'astronomia. In questo torno di anni s'impegnò anche nella conduzione della tenuta familiare di Castiglione d'Orcia, sebbene presto apparisse destinato a intraprendere la carriera ecclesiastica. Infatti il padre, che aveva frequentato la cerchia di Lorenzo de' Medici ed era entrato, fra Quattro e Cinquecento, nella Curia pontificia come scrittore delle lettere apostoliche, secondo una pratica molto diffusa tra i ceti elevati nell'Italia della prima Età moderna, confidava nella robusta cultura umanistica e nella sensibilità religiosa del figlio, per completare, al servizio del pontefice, la strategia familiare di ascesa sociale.
Nel 1524 il Cervini fu inviato a Roma per presentarsi e porgere gli omaggi della famiglia a Clemente VII (Giulio de' Medici, eletto da pochi mesi). In questa occasione ebbe modo di mettersi in luce: sulla base di calcoli elaborati dal padre, riuscì a dimostrare l'infondatezza di una previsione, allora circolante, su un prossimo diluvio. Clemente VII, che era parso turbato dal pronostico, fu favorevolmente colpito e gli affidò il compito di introdurre correzioni al calendario giuliano, che il Cervini presentò dopo breve tempo. Il papa fu soddisfatto al punto da prospettargli uno stabile impiego, ma la comparsa della peste a Roma indusse il padre a richiamarlo a casa nel maggio del 1525. In seguito, le ripetute pestilenze del 1525-26 e i drammatici avvenimenti del 1527 prolungarono il ritiro: così trascorse gli anni seguenti fra Roma, Montepulciano e i poderi di Castiglione d'Orcia. Solo dopo la morte del padre, avvenuta nel 1534, regolate le sorti del patrimonio familiare, si stabilì alla corte pontificia.
Alla morte, nello stesso anno, di Clemente VII era stato eletto Paolo III (Alessandro Farnese), conosciuto dal padre Ricciardo fin dall'ultimo scorcio del Quattrocento e dallo stesso Cervini nei primi soggiorni romani. In ragione di tali legami, egli ottenne l'incarico di segretario del nipote del papa Alessandro Farnese - creato cardinale il 18 dic. 1534 - e alloggio nei palazzi apostolici. La Roma degli anni Trenta del Cinquecento era un ambiente culturale molto stimolante: il Cervini prese contatti con Angelo Colocci, Bernardino Maffei, Carlo Gualteruzzi, Giovanni Della Casa, Annibale Caro, Francesco Molza, Sebastiano Delio, ed entrò in corrispondenza con Benedetto Varchi, Piero Vettori, Pietro Bembo. Dimostratosi presto "un valente giovane" (A. Caro a B. Varchi, 10 dic. 1534, in A. Caro, Lettere familiari, a cura di A. Greco, I, Firenze 1957, p. 24), seppe conquistare velocemente credito presso Paolo III: così, quando, il 1° genn. 1538, il giovane Alessandro Farnese passò a dirigere la Segreteria pontificia, non sfuggì ai più acuti osservatori che, in effetti, era il Cervini a essere chiamato "al maneggio delle cose di S. Stà, e al servigio di tutta la Romana corte" (P. Bembo a Cervini, 19 genn. 1538, in P. Bembo, Lettere, a cura di E. Travi, IV, Bologna 1973, p. 99). Nel contempo progrediva nella carriera curiale: ordinato sacerdote (nel 1535), tra il 1536 e il 1538 fu nominato scrittore delle lettere apostoliche, segretario delle lettere latine e protonotario apostolico "de numero partecipantium".
Esordì quindi nell'attività politico-diplomatica, contribuendo agli sforzi della Curia pontificia per porre fine al conflitto fra Carlo V e Francesco I: fu a Nizza nel seguito di Paolo III, che nel giugno 1538 promosse una tregua; accompagnò in Spagna (nel maggio-giugno 1539) il cardinale A. Farnese, che doveva sottoporre all'imperatore l'ipotesi di un matrimonio Asburgo-Valois a garanzia dell'accordo raggiunto; e seguì il cardinal nipote anche nel novembre 1539, quando questi fu incaricato di assistere agli incontri fra l'imperatore e il re di Francia. Obiettivo della diplomazia pontificia era il consolidamento della pace, condizione vitale per indire il concilio ecumenico, resosi urgente a causa dei ripetuti tentativi di Carlo V di realizzare autonomamente, in Germania, un compromesso con i protestanti sulle materie religiose.
Lasciata Roma alla fine di novembre 1539, il cardinale A. Farnese e il Cervini, creato cardinale il 19 dic. 1539, incontrarono più volte sia Francesco I sia Carlo V in Francia e successivamente l'imperatore nei Paesi Bassi (all'inizio del 1540): tuttavia, i colloqui si rivelarono piuttosto formali e non furono superate né la tendenza di Francesco I ad appoggiare i nemici dell'imperatore (Turchi e principi riformati), né la propensione di Carlo V per una conciliazione confessionale che rafforzasse il consenso agli Asburgo. Non fu possibile nemmeno evitare che l'imperatore convocasse per il 23 maggio 1540 un'assemblea dei principi cattolici a Spira, in previsione di un colloquio fra protestanti e cattolici e di una Dieta generale, in cui cercare un'intesa. Il Cervini poté solo, insieme con il Farnese, indirizzare un consilium all'imperatore che ribadiva la necessità di un concilio generale, avversando le ipotesi di accordo.
Paolo III reagì richiamando il cardinal nipote; quindi, mentre era già in viaggio verso l'Italia, creò il Cervini legato "de latere" presso Ferdinando d'Asburgo, re dei Romani, e la futura Dieta.
Il Cervini rientrò a Roma nell'ottobre 1540, ricevendo poco dopo il titolo cardinalizio di S. Croce in Gerusalemme. Salito al più alto grado nella considerazione del papa, partecipò all'elaborazione della strategia della Sede apostolica in reazione alla Riforma tedesca. Stese, insieme con i cardinali Girolamo Aleandro e Girolamo Ghinucci, l'istruzione per Contarini, inviato in qualità di legato nel gennaio 1541 alla Dieta di Ratisbona, dove, alla presenza dell'imperatore, si sarebbe tentato un nuovo accordo: erano direttive che lasciavano poco spazio al negoziato e soprattutto non concedevano i poteri illimitati che Carlo V avrebbe desiderato. Nondimeno, l'operato a Ratisbona di Contarini (addivenuto nel maggio 1541 a un compromesso con i protestanti circa la dottrina della giustificazione) provocò profonda insoddisfazione nella Curia pontificia.
Tramontate le ipotesi di accordo confessionale, il Cervini fu impegnato nel progetto di Paolo III di riunire quanto prima il concilio: collaborò ai colloqui di Lucca del settembre 1541 con Carlo V, durante i quali se ne discussero i dettagli; quindi, insieme con il cardinale A. Farnese, si incontrò a Bologna e a Roma con il cardinale Nicolas Perrenot de Granvelle e il rappresentante diplomatico imperiale, Alonso di Aguilar, per definire la sede più appropriata. Alla fine di novembre, quando il Granvelle lasciò Roma, non si era ancora raggiunta un'intesa: solo dopo diversi mesi di trattative si giunse alla convocazione del sinodo generale a Trento (con bolla del 22 maggio 1542), ma la ripresa della guerra fra Francesco I e Carlo V compromise il risultato faticosamente conseguito.
Il Cervini accresceva, nel contempo, l'impegno pastorale: dopo aver amministrato (dal 17 ag. 1539), senza mai recarvisi, la diocesi di Nicastro in Calabria, dal settembre 1540 era vescovo eletto di Reggio Emilia. Vi inviò il vicario Ludovico Beccadelli e il commissario episcopale Antonio Lorenzini, affidando loro una rigorosa correzione del clero locale: attraverso visite pastorali e l'applicazione di nuove costituzioni diocesane, fu imposto l'obbligo di residenza, di vestire l'abito ecclesiastico, di curare gli arredi sacri, di custodire i libri parrocchiali.
Non si tenne, però, a lungo lontano dalle pressanti questioni politico-religiose. Già nel gennaio 1543, incaricato dal pontefice, sollecitò i vescovi italiani a recarsi a Trento. Nel maggio seguente fu chiamato nella deputazione cardinalizia del concilio, impegnata nel difficile compito di porre rimedio allo stallo dell'assemblea tridentina, scarsamente frequentata ed esposta al pericolo di pressioni imperiali. In giugno, infine, decretata la sospensione del sinodo, partecipò alla conferenza fra Paolo III e Carlo V a Busseto, indetta per tentare di porre fine alla guerra con il re di Francia.
In questa occasione, nonostante il cardinale A. Farnese gli avesse chiesto di sostenere i progetti per l'investitura del Ducato di Milano a Ottavio Farnese, il Cervini tentò di dissuadere Paolo III da un'azione che avrebbe avuto pesanti conseguenze sulla sua credibilità. Ne scaturì un'aspra rottura con il cardinal nipote, che però non pregiudicò i rapporti con il pontefice: conclusa nella tarda estate del 1544 la pace di Crépy, fu convocato nuovamente il concilio in Trento e il Cervini fu nominato legato insieme con i cardinali Reginald Pole e Giovanni Maria Ciocchi Del Monte.
Poiché l'assemblea doveva rimanere a lungo in un clima di incertezza, il Cervini tornò agli interessi letterari e alle scienze sacre.
I dibattiti a Trento iniziarono solo nel dicembre 1545.
Riconquistata la fiducia del pontefice, il Cervini assunse la guida di una delle commissioni cui era stata affidata la trattazione preliminare delle materie. Si distinse nei dibattimenti circa il canone delle Sacre Scritture, proponendo un esame dei testi per emendarne gli errori: invece, nel decreto approvato l'8 apr. 1546, fu confermato il canone stabilito dal concilio di Firenze e solo di sfuggita si menzionò la necessità di una nuova edizione critica. Si dedicò quindi al problema delle scarse conoscenze scritturali del clero e avanzò, sempre all'inizio di aprile, la proposta di elaborare un compendio in materia. Ne scaturì un dibattito che nelle settimane seguenti toccò il tema della predicazione, suscitando forti polemiche fra appartenenti agli ordini religiosi e vescovi, prima di giungere al decreto del 17 giugno 1546 sulla lettura della Bibbia e sulla predicazione.
In questa occasione, il sinodo si espresse anche circa il peccato originale, fonte di forti controversie con i protestanti. Cervini, in particolare, si sforzò di mediare le posizioni riguardo alla teoria della Immaculata Conceptio, proponendo che il concilio non procedesse a innovazioni, ma si limitasse a ribadire la dottrina consolidata. Si incaricò, quindi, di stendere la versione finale del decreto.
Analoga accortezza dimostrò nella gestione dei dibattiti sulla Riforma: riuscì a scongiurare le insidie per l'autorità pontificia presentatesi (agli inizi di giugno 1546) nelle discussioni sull'obbligo di residenza dei vescovi e ne rinviò la trattazione. Nondimeno, dovette proporre che si affrontasse la questione, quando, alla fine del mese, l'assemblea si preparò a definire la dottrina della giustificazione: riteneva, infatti, che dibattendo parallelamente un importante tema di riforma potesse essere superata la prevedibile opposizione di Carlo V alla trattazione di un nodo teologico oggetto di aspre controversie con i protestanti.
Il Cervini faticava ad adeguarsi agli indirizzi politici presi da Paolo III: riteneva che Carlo V, pur di ottenere l'obbedienza dei principi ribelli, avrebbe offerto loro qualche accomodamento in materia di religione, in spregio dell'autorità pontificia e del concilio. Ai primi moti d'arme, il Cervini, insieme con gli altri legati, propose una sospensione dei lavori in vista di una traslazione in luogo più sicuro, come Bologna. Quando poi il papa, per non avversare l'imperatore, si dichiarò contrario, chiese più volte di essere sostituito, senza esito. Solo l'assistenza prestata a Rovereto al cardinale A. Farnese, caduto malato, gli permise di allontanarsi dai lavori dell'assemblea, ma la sua assenza da Trento non impedì che l'imperatore lo ritenesse personalmente responsabile dei progetti di interrompere l'attività del concilio e gli facesse trasmettere avvertimenti intimidatori nell'agosto 1546.
Il Cervini tornò a occuparsi più da vicino dei dibattiti. Riguardo al tema della giustificazione, propose che, per superare le diverse posizioni dei teologi, si condannassero solo quelle certamente eterodosse, senza entrare nel merito delle definizioni consolidate nella scolastica. Fece nel contempo redigere alcuni progetti di decreto e alla metà di settembre 1546 ne divulgò uno a nome proprio. Quindi, affidò a Seripando una nuova stesura.
Sembrò a questo punto vicina la conclusione dei lavori: a giudizio del Cervini, una volta sancito l'obbligo di residenza dei vescovi in una nuova sessione (prevista per il 3 marzo 1547), il concilio avrebbe adempiuto ai suoi compiti. L'argomento era stato trattato fin dal giugno 1546: i padri conciliari avevano formulato pareri circa gli ostacoli che impedivano la residenza e la cura d'anime e due elenchi ne erano stati trasmessi a Roma. Alla fine di quell'anno, la questione fu proposta all'assemblea e nel gennaio 1547 il legato presidente, Ciocchi Del Monte, presentò una bozza di decreto che, reputata troppo mite, suscitò un'energica reazione fra i prelati legati all'imperatore. Anche una nuova versione (presentata il 13 genn. 1547) fu bocciata. Dal canto suo, il Cervini si limitò a consigliare a Ciocchi Del Monte qualche ulteriore concessione, suggerendo alla corte pontificia (per ammorbidire le posizioni più rigorose) l'emanazione di un provvedimento in materia. La manovra riuscì: la pubblicazione nel Concistoro del 18 febbr. 1547 di una direttiva contro il cumulo di vescovadi da parte dei cardinali sembrò rasserenare gli animi, consentendo al sinodo di giungere al decreto di riforma del 3 marzo 1547 che sanciva la cura d'anime come massimo criterio nel conferimento degli ordini sacri e nella distribuzione di benefici.
Nelle stesse settimane, il Cervini si dedicò alla materia sacramentaria: incaricò Seripando, i gesuiti Diego Laínez e Alfonso Salmerón di enucleare, dagli scritti dei teologi protestanti, dottrine contrarie a quella cattolica e ricevette una lista di "errori", letta nella congregazione generale del 17 genn. 1547. Quindi, diresse il dibattito che ne scaturì (dimostrando ancora di preferire che l'assemblea si limitasse alla sola condanna delle tesi "eretiche") e, con l'aiuto di Seripando e del vescovo di Fano Pietro Bertano, alla fine di gennaio, formulò i canoni di un decreto che definiva i sacramenti in generale, e in particolare il battesimo e la cresima: il testo fu approvato con lievi modifiche il 3 marzo 1547.
Sembrava al Cervini che davvero i lavori potessero concludersi entro giugno: a suo giudizio, la definizione della giustificazione e la sanzione dell'obbligo di residenza avrebbero difeso l'ortodossia nella cattolicità immune dalla Riforma, mentre la peculiare situazione della Germania (che riteneva ormai sottratta all'autorità romana), sarebbe stata affrontata più efficacemente da un concilio nazionale. In questo contesto, la diffusione in Trento di una malattia infettiva (tifo petecchiale) presentò una buona occasione di affrettare lo scioglimento dell'assemblea: il 9 marzo 1547 fu avanzata la richiesta di lasciare Trento per proseguire i lavori in altra sede, o sospenderli, e il giorno seguente i legati formalizzarono la proposta di una traslazione a Bologna. I prelati vicini a Carlo V reagirono violentemente e subito si diffuse il sospetto che vi fosse da Roma un ordine in tal senso. In particolare, si ritenne responsabile il Cervini (che già il 26 giugno 1546 aveva avanzato a Roma eguale proposta). L'assemblea, ascoltati i medici, sanzionò l'11 marzo la traslazione a Bologna e i padri conciliari partirono, tranne quelli fedeli agli Asburgo. Il Cervini entrò in Bologna il 22 marzo e il 27 si tenne in S. Petronio la solenne cerimonia di apertura. Carlo V protestò presso Paolo III, ma il Cervini difese quanto operato: ricordò che la partenza dei prelati italiani avrebbe reso maggioranza quelli di parte imperiale e propose che fosse lo stesso pontefice, trasferendosi a Bologna, a definire in poche settimane le questioni dogmatiche più importanti. La ripresa dei lavori stentò: solo fra aprile e maggio 1547 i legati ricevettero istruzioni di continuare i dibattiti, ma senza pubblicare i decreti.
La dura presa di posizione dell'imperatore, che chiedeva a Paolo III il ritorno dell'assemblea a Trento o una traslazione in Germania, impedì che queste iniziative si concretizzassero. Di fronte alla forzata inattività, il Cervini chiese di potersi recare per una visita pastorale a Gubbio (diocesi di cui teneva l'amministrazione dal febbraio 1544 e nella quale si era recato per poche settimane solo nel dicembre dello stesso anno), ma non ne ebbe il permesso. La situazione restava bloccata: tornare a Trento, dove erano rimasti i prelati fedeli a Carlo V, avrebbe compromesso l'autorità del pontefice, ma continuare a dibattere (dalla fine dell'estate in materia di matrimonio e di abusi dei sacramenti) senza formalizzare i risultati in decreti appariva del tutto sterile. Al Cervini parve che la soluzione migliore fosse quella di convocare i padri conciliari trasferitisi a Bologna e quelli rimasti a Trento dinanzi al pontefice, a Roma, per continuare il concilio o sospenderlo.
Nel settembre 1547, dopo l'assassinio di Pier Luigi Farnese, il Cervini fu nominato legato "de latere" nelle città di Parma e Piacenza "ac tota Provincia Cispadana" (Arch. segr. Vaticano, Arm. LXI, 40, c. 161), e, pur non spostandosi da Bologna, vigilò sui movimenti delle truppe imperiali che, occupata Piacenza, sembravano dirigersi contro Parma. Quindi, all'inizio di novembre, si recò a Roma, convocato da Paolo III. Ribadì al pontefice che non era più lecito aspettarsi una sottomissione spontanea dei protestanti, ricordò che a Trento la pressione imperiale per un accordo era stata molto forte e suggerì che per superare il difficile momento il concilio stesso si pronunciasse sulle proteste dei rappresentanti di Carlo V: così, alla fine di dicembre, l'assemblea bolognese rivendicò la piena legittimità della traslazione.
Tornato a Bologna il 22 genn. 1548, il Cervini presentò (con il legato Del Monte) la proposta di una sospensione di due o tre mesi, ma il papa, per recuperare credibilità presso l'imperatore e dirimere la contesa, decise di convocare a Roma una rappresentanza dei padri che avevano accettato la traslazione e una delegazione di quelli rimasti a Trento.
L'attenzione si spostò, nel contempo, su un nuovo tentativo dell'imperatore di risolvere il conflitto religioso in Germania. Così in aprile il Cervini, insieme con il Del Monte, fu chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di Carlo V di legati pontifici dotati, a riguardo, di ampia autorità: chiarì che se ne potevano inviare in Germania, ma privi dei forti poteri desiderati; con maggiore severità si espresse riguardo alla pubblicazione dell'Interim di Augusta (del maggio 1548) che faceva importanti concessioni ai protestanti e affrontava temi dogmatici già risolti dal concilio.
In maggio, fu richiamato a Roma ed entrò sia nella deputazione cardinalizia per il concilio sia nel gruppo di più stretti collaboratori di Paolo III, incapace, nell'ultima fase del pontificato, di appianare i rapporti con l'imperatore e forzato, nel settembre 1549, a sospendere il concilio di Bologna, ormai scarsamente frequentato. Il Cervini, nelle stesse settimane, ebbe modo di presenziare il sinodo diocesano di Gubbio - occasione nella quale emanò le Sinodales Constitutiones Eugubinae, che in 55 capitoli regolavano in dettaglio la vita del clero locale.
Nel novembre seguente, alla morte del pontefice, si aprì un difficile conclave.
Il Cervini, nonostante in diverse occasioni protestasse di volersi impegnare nei doveri pastorali, fu presto chiamato dal nuovo pontefice a compiti di responsabilità: dal marzo 1550, partecipò alla commissione di cardinali cui era demandato il progetto di riforma dei più importanti uffici della Curia (poi confluito nella bolla, non pubblicata, Varietates temporum); di questa deputazione assunse la presidenza nell'ottobre 1552. Fu anche tra i porporati che verificarono le possibilità di una riapertura del concilio a Trento ed espresse parere favorevole. Il suo stato di salute, gravemente deteriorato, e l'avversione dimostrata nei suoi confronti dall'imperatore, tuttavia, non gli permisero di assumere impegni in prima persona quando il sinodo (maggio 1551) iniziò i lavori.
Durante il pontificato di Giulio III, avversandone le evidenti distorsioni nepotistiche, il Cervini coltivò particolarmente le attività culturali. Dall'ottobre 1548 gli era stata affidata la cura della Biblioteca Vaticana, della quale fu nominato più tardi (il 24 maggio 1550) cardinale bibliotecario: vi impegnò cospicue energie e fu al centro di un gruppo di studiosi, fra i quali spiccavano Sirleto e il giovane O. Panvinio; patrocinò l'editio princeps delle orazioni di Giovanni Damasceno in difesa delle immagini sacre, in evidente polemica con i protestanti (l'opera uscì nel 1554 a Venezia, per Paolo Manuzio, che il Cervini aveva da tempo coinvolto nei suoi progetti editoriali), la stampa di un Vangelo in lingua etiopica e tornò a dedicarsi all'idea di una collezione di traduzioni italiane dei più importanti testi patristici per la lotta ai riformatori tedeschi.
Membro della congregazione della Fabbrica di S. Pietro, supervisionò nel luglio 1550 i disegni della tomba di Paolo III, opera di Guglielmo Della Porta e, trovandoli "non da Christiani ma da Gentili", suggerì di adottare "qualche cosa che sappia meno del gentile, et sia tuttavia vaga, et conveniente" (Cervini a B. Maffei, 12 luglio 1550, in Coffin, pp. 26 s.).
Alla morte di Giulio III, nel marzo 1555, il Cervini si trovava a Gubbio. Il conclave si aprì il 6 aprile e fu caratterizzato da una forte pressione francese a favore dell'elezione del cardinale Ippolito d'Este. Giunto a Roma, il Cervini parve subito candidato autorevole, ma non era sostenuto dai cardinali legati all'imperatore, memori della sua condotta durante il concilio, né da quelli partigiani di Enrico II. Fu, quindi, probabilmente il rischio di un papa dichiaratamente filofrancese a far inclinare il partito favorevole agli Asburgo e la maggioranza del conclave verso il Cervini, appoggiato, del resto, con convinzione dal cardinale Gian Pietro Carafa e dal gruppo di cardinali più rigorosi. Rapidamente la sua candidatura prese corpo e il 9 apr. 1555 fu eletto al soglio pontificio. Per dare un segnale di continuità con quanto operato da cardinale, mantenne il proprio nome, assumendo quello di Marcello II. Si fece quindi consacrare vescovo, dignità che aveva rifiutato fino a quel momento reputando di non meritarla.
M. II, dal canto suo, per dare una dimostrazione di rigore, pretese che nella Curia si diffondesse immediatamente un nuovo, austero stile di vita e non concesse alcun favore ai propri parenti: la guida della Segreteria di Stato, in accordo con i diplomatici asburgici, fu offerta al cardinale A. Farnese (che non accettò); emerse, invece, la figura del cardinale Sebastiano Pighino, già nunzio presso Carlo V e legato al concilio sotto Giulio III. Solo due membri laici della famiglia (Giovan Battista e Biagio Cervini) furono chiamati a quelle cariche militari cui per tradizione era demandata la guardia della persona del pontefice.
Subito M. II ordinò che gli fossero sottoposti i lavori preparatori per la riorganizzazione degli uffici della Curia e dispose, insieme con i cardinali Iacopo Puteo e Giambattista Cicada, una revisione della bolla di riforma di Giulio III (la già menzionata Varietates temporum): intendeva farla approvare sollecitamente dal Concistoro e presentarla all'imperatore. Si concentrò, in particolare, su una radicale riorganizzazione di importanti organi (quali la Dataria, la Segnatura, la Penitenzieria, il tribunale della Rota), non mostrando intenzione di riprendere il concilio, nuovamente sospeso dal predecessore (nell'aprile 1552). Considerava difatti che, in materia dottrinale, fosse più opportuno concentrarsi nella divulgazione dei risultati conseguiti e che, in materia di riforma, bastasse un'azione decisa da Roma. In ragione di ciò, fece sollecitare alla residenza i vescovi oltremontani.
Attorno a questo disegno M. II volle coagulare un vasto consenso: già il giorno successivo all'elezione indirizzò brevi ai sovrani d'Europa per assicurarli sulle proprie intenzioni di procedere a una seria riforma "in capite". Li assicurò altresì della propria neutralità politico-diplomatica, dichiarando che per raggiungere la riconciliazione intendeva convocare una immediata conferenza di pace. Ebbe anche modo di impegnarsi concretamente riguardo alla questione senese (nella quale, del resto, il predecessore lo aveva coinvolto da cardinale), invitando le truppe imperiali e medicee a non infierire contro la città sconfitta. Le maggiori corti europee sembrarono dare credito alla buona fede del neoeletto.
Durante questi primi giorni M. II riunì anche una congregazione per il risanamento finanziario della Camera apostolica e si curò dell'approvvigionamento frumentario della città di Roma, mostrando attenzione particolare per il sostentamento degli indigenti.
Le attese originate dalla sensibilità religiosa, dalle straordinarie qualità morali e intellettuali dimostrate restarono però deluse: il precario stato di salute di M., infatti, fu compromesso dall'attivismo dimostrato e dall'assidua frequentazione delle pratiche devozionali della settimana santa. Un grave peggioramento si ebbe già nella terza settimana di pontificato.
Morì la notte fra il 30 aprile e il 1° maggio 1555.
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