La crisi in Cile e la protesta studentesca

LA CRISI IN CILE E LA PROTESTA STUDENTESCA

21/10/11 - Cosa sta accadendo in Cile? La rivolta studentesca scuote il paese governato dal 2010 da Piñera: per anni modello di stabilità economica, il Cile del dopo Bachelet è stato messo in ginocchio dalla crisi economica e finanziaria, che ha acuito le forti disuguaglianze storiche nella distribuzione delle ricchezze. Il risultato? Una serie di manifestazioni che stanno portando in piazza centinaia di migliaia di cileni e un numero incredibile di studenti che da maggio 2011 accusano il predente Piñera di vedere l’educazione e lo studio come una tappa di un processo di produzione. Per capirne di più, pubblichiamo i contributi inviati dal Cile da Roberto Giunchi, cooperante internazionale per lo sviluppo.

Il contesto storico e socio-economico dell’America-Latina

“Ser joven y no ser revolucionario es una contradicciòn hasta biologica” (Essere giovani e non essere rivoluzionari è una contraddizione biologica): da queste parole si può estrapolare un’ideologia e sintetizzare tutto ciò che il Cile sta vivendo in questi mesi. Forse non tutti sanno che il 1968 è un anno molto particolare non solo per Stati Uniti ed Europa. L’anno che per antonomasia viene ricollegato alla rivoluzione del pensiero, cambio generazionale e quant’altro è stato un periodo di forti contestazioni anche in Messico. Qui si tennero una serie di manifestazioni del tutto simili a quelle che tutti conosciamo. Un fenomeno analogo si rivide anche nel 1999, sempre in questo Paese centro-americano. Le ragioni erano le stesse, le modalità pure, le risposte, purtroppo, anche. Questo breve inciso lo faccio perché per conoscere la situazione di un Paese o di un Continente, qualunque esso sia, bisogna tornare indietro, conoscerlo, interpretarlo e poi analizzarlo per come lo vediamo oggi. E così, se oggi il Cile sta vivendo una situazione che potremmo definire “gravemente problematica”, gran parte delle motivazioni le troviamo nella sua storia o, come in questo caso, addirittura in quella frase iniziale, tratta dal discorso che Salvador Allende tenne nel 1972 nell’Università di Guadalajara, in Messico.

Dal Salvador al Cile, dal Guatemala all’Argentina, la maggior parte dei paesi centro-sud americani hanno alcune peculiarità che li legano nel profondo e che possono aiutare moltissimo nello studio delle dinamiche socio-politiche degli ultimi decenni e, nel caso specifico, degli ultimi mesi.
Innanzitutto, ovviamente, la colonizzazione spagnola e le relative lotte per l’indipendenza, che hanno caratterizzato tutti i paesi dal Messico in giù, eccetto il Brasile e alcune isole caraibiche.
Ma senza andare tanto lontano, basta pensare agli ultimi 50 anni, ossia da quando, chi prima chi dopo, quasi tutti questi paesi sono andati incontro a dittature militari, colpi di Stato e guerriglie. In tutti i casi c’è sempre stata la presenza della CIA, la guerra fredda ha trovato in questo continente campo fertilissimo. Tutti i Paesi in questione hanno vissuto molto velocemente il processo d’industrializzazione, quasi sempre non per loro scelta. Si veniva da secoli di latifondi, piantagioni infinite e le famose fincas, che nella prima metà del XX secolo hanno agito da tramite tra imprese del Nord e forza-lavoro del Sud. Da qui l’inizio delle rappresaglie, insurrezioni, guerriglie, movimenti contro-insurrezionalisti.

Il Cile non si scosta da questo processo e anzi, è uno degli esempi più completi e lampanti di tutte le fasi sopra-elencate. La dittatura di Pinochet è senz’altro tra le più note e tra le più cruente. Sparizioni, torture, arresti, violazione dei diritti umani a 360°. Tutti o quasi gli uomini della Unidad Popolar, la coalizione di Salvador Allende, furono brutalmente uccisi. Dal 1973 al 1990 il Cile visse uno dei periodi più cupi della sua storia, e non stiamo parlando di secoli fa, tutt’altro.
La cosa più grave, e che lega anch’essa il Sud America in toto, è l’ignoranza riguardo tutto questo. Certo, chiunque ha sentito parlare a grandi linee di personaggi come Allende o Pinochet, chiunque è più o meno consapevole di sprazzi di storia di questo Paese, ma solo oggi, ossia quando il cosiddetto Giaguaro d’America si affaccia prepotentemente nella scena del mercato mondiale, se ne parla in modo più partecipativo. Paradossalmente mi chiedo se staremmo qui a discutere del movimento studentesco che da mesi scuote Santiago se il Cile non fosse ciò che è: un’alternativa economica al Brasile e all’Argentina, per quanto in serio pericolo dal 2009 a questa parte.
Infatti basta leggere alcuni dati per realizzare che la situazione del Paese sta peggiorando anno dopo anno. Il governo Bachelet ha retto finché ha potuto con risultati molto positivi: nel biennio 2006-2007 è cresciuto il PIL, sono aumentate le esportazioni e le importazioni, sintomo di un’apertura del mercato, il debito pubblico è calato del 3%. Il Cile per anni è stato un modello di stabilità economica preso a esempio da tutto il Continente.


Il Cile di Piñera e le cause della rivolta studentesca

Questi dati subiscono però un brusco calo negli ultimi anni, ossia dalle ultime elezioni. Nel 2010 Piñera è stato eletto al ballottaggio, approfittando di una serie di divisioni interne all’unione di sinistra. La crisi economica e finanziaria ha complicato tantissimo la situazione nazionale, tanto più che storicamente il Cile vive forti disuguaglianze nella distribuzione delle ricchezze, disuguaglianza che si è acuita ancor più proprio negli ultimi anni ed è sfociata in una serie di manifestazioni sindacali e non solo che stanno portando in piazza centinaia di migliaia di cileni. L’insicurezza percepita e la paura per un futuro grigio ha fatto unire a tutti i movimenti precedenti un numero incredibile di studenti e da maggio 2011 è in atto un confronto continuo con il Presidente, accusato di vedere l’educazione e lo studio come nient’altro che una tappa di un processo di produzione, concetto che tra l’altro è fondato da quanto affermato da lui stesso lo scorso 18 luglio: “La educaciòn es un bién de consumo”.

Come quasi sempre accade, queste manifestazioni prendono connotati fortemente politici e così in molti vedono in tali proteste un ritorno all’Unidad Popolar di Allende, fonte di ispirazione per slogan e striscioni che si possono ritrovare nei vari cortei.
In questi ultimi sei mesi il braccio di ferro ha portato a tre proposte governative e altrettante ondate di rivolta, mosse da un sentimento di fortissimo scetticismo o non totale risoluzione del problema. D’altronde il Cile investe nell’educazione solo il 4,4% del proprio PIL, affidando gran parte degli investimenti al settore privato. Questo in sintesi il motivo di sconcerto e sconforto dal quale non sembra si possa uscire, almeno nel breve periodo. In molti rimpiangono la presidenza Bachelet, nonostante questi problemi fossero iniziati proprio durante il suo Governo.

Certo è che l’attuale Presidente non è nuovo a critiche, ricordiamo tutti la vicenda legata al salvataggio dei 33 minatori, e di come più del fatto che erano vivi e felici, si parlò di come il Governo fosse stato impeccabile nell’agire velocemente ed efficacemente. Atteggiamento che non piacque assolutamente alle famiglie dei sopravvissuti né agli stessi minatori, che accusarono lo stesso Piñera di averli strumentalizzati. Alla base di ciò ritroviamo un atteggiamento forse più imprenditoriale che altro, da parte di chi dovrebbe considerare il proprio paese come tale anziché come un’azienda. In questa trappola sono caduti in molti ma è indubbio che ciò non giustifica i Piñera di turno, anzi li condanna: perseverare è diabolico.


Gli slogan della protesta cilena

La crisi finanziaria scoppiata nel 2008 ha inciso sulla nostra storia, dal Cile alla Grecia passando per Irlanda, Emirati Arabi e ovviamente Italia. In tutti i Paesi colpiti le proteste sono nate dalle classi medio-basse e dagli studenti. Si sta cercando di ripercorrere un nuovo ’68, ma con motivazioni diverse. La crisi di cui si dibatte da anni è qualcosa che non sempre si vede, ma sicuramente la si percepisce. In Cile, forse per il sangue latino, non ci si è voluti fermare a un’impressione, ma si ha invece intrapreso un cammino difficile. Gli slogan sono quelli che già conosciamo, si va da “Noi la crisi non la paghiamo” a “L’istruzione non si vende”. Certo è che qui in Italia una manifestazione dura un giorno, magari due, si organizza un sit-in o una marcia e poi, quando sembra che possa succedere qualcosa, si degenera in cori politici, risse o semplicemente si torna a casa con un nulla di fatto. La risposta la troviamo a Santiago, dove licei come l’Andrés Bello sono occupati da giugno, o dove Camila Vallejo Dowling, una ragazza di 23 anni, è sotto scorta a seguito di minacce ricevute da una funzionaria del Ministero della Cultura.

Qui forse qualcosa cambierà e se succederà sarà qualcosa iniziato dal basso, dagli studenti universitari e liceali, cosa che i giovani si augurano sempre ma non mettono mai in pratica. Magari da qui si potrà ripartire, cambiare qualcosa in modo drastico e addirittura arrivare a una serie di riforme sociali ed economiche, o invece si tornerà indietro agli anni di Pinochet, quando in situazioni del genere se mata la perra y se acaba la leva, mettendo fine al tutto in questo modo.
Il sentore che ho, e che mi terrorizza, è che la situazione cilena ai nostri occhi sembra lontanissima, tanto che la gente o non se interessa, o non pensa che tra la Grecia e l’Irlanda ci siamo anche noi.

Per approfondire l’argomento, leggi le voci enciclopediche qui a fianco e i link alle risorse, nazionali e internazionali, presenti in Rete.

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