
24/01/2012 - Tutela, fruibilità, sostenibilità sono tra le tematiche più ricorrenti dell’archeologia di oggi. Argomenti che entrano con forza nel dibattito che da tempo coinvolge una delle aree archeologiche più complesse di Roma, quella del Parco dell’Appia antica: un patrimonio monumentale unico che l’espansione urbana, il traffico, gli abusi e i furti rendono estremamente difficile da salvaguardare. Un emblema della situazione del patrimonio culturale del nostro Paese, un luogo dove si cerca quotidianamente un difficile equilibrio tra necessità di tutela ed esigenze di modernità, fra fruizione pubblica e confini della proprietà privata.
La storia della via Appia ha inizio nel 312 a.C., quando il console Appio Claudio Cieco diede il suo nome ad una nuova strada che da Roma si dirigeva verso il sud, verso Capua, in Campania, fondamentale nodo viario dell’Italia meridionale; lo scopo era quello di facilitare lo spostamento dell’esercito romano verso il meridione della penisola. Il tracciato viario venne successivamente esteso, raggiungendo Benevento e quindi Brindisi. La sua importanza fu in antico di grande rilievo: la via si poneva, infatti, come arteria primaria di collegamento con la Grecia e con l’Oriente, divenendo il tramite del commercio con questi paesi. “La ricchezza dei traffici commerciali e la conseguente alta frequentazione antropica della via favorirono, lungo il suo asse, il nascere di molteplici attività produttive ed economiche come mutationes, mansiones, caupone, tabernae, hospitia, impianti termali come quello di Capo di Bove e ville suburbane a carattere agricolo-produttivo con annesso nucleo residenziale come la Villa dei Quintili. A causa dell’impossibilità di seppellire o cremare i defunti all’interno delle città, lungo i margini della strada si costituì, nel corso dei secoli, un grande sepolcreto fatto di tombe di aspetto e dimensioni differenti che rappresentavano spesso un momento di celebrazione delle famiglie che ne ordinavano la costruzione” (dal sito web della Soprintendenza).
Nel 1988 una Legge regionale ha istituito il Parco Archeologico dell’Appia Antica, con l’obiettivo di conservare e valorizzare questa zona così importante per la nostra storia. Da allora tanto lavoro, molte difficoltà, alcuni grandi successi. Tra questi, l’apertura al pubblico della villa dei Quintili nel 2000 e l’acquisizione della Villa di Capo di Bove, nel 2002. Qui è ora conservato l’Archivio del giornalista Antonio Cederna, uno dei principali difensori dell’Appia, che in un articolo del 1953 le dedicava queste parole di ammirata nostalgia: “Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti”.
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