Strane storie di grandi invenzioni

STRANE STORIE DI GRANDI INVENZIONI

18/01/2010 -La sua era un’ossessione: vestiva solo di gomma, il bastone con cui andava a passeggio era di gomma, il suo ritratto preferito era di gomma. Ma gli esiti poco felici degli esperimenti fatti da Charles Goodyear smentirono a lungo la sua convinzione che la gomma fosse il materiale del futuro. Nonostante il divieto di sua moglie di proseguire nelle dispendiose ricerche, Goodyear continuò di nascosto a lavorare al suo progetto: finché un giorno sentì la consorte tornare a casa prima del previsto, e in fretta nascose in forno tutto il materiale che aveva sottomano. Si trattava di una mistura di gomma e zolfo, che riuscì a recuperare solo l’indomani. Giusto il tempo necessario per tirare fuori una gomma flessibile, modellabile e resistente. Era il 1839. Goodyear, ormai povero e senza più risorse economiche, riuscì a brevettare la sua invenzione solo nel 1844, quando già altri avevano iniziato a produrre gomma con il procedimento da lui inventato, chiamato “vulcanizzazione”. Morì nel 1860, lasciando agli eredi 200 mila dollari di debiti. La scoperta di Goodyear rese ricco, molto tempo dopo, Frank Saiberling, che capì subito quanto la gomma potesse essere utile ai nuovi mezzi di trasporto, ovvero alle automobili. Nel 1898 fondò un’azienda di successo, che chiamò Goodyear in onore dello sfortunato inventore, oggi leader mondiale nella produzione della gomma.

Ben diverso è stato il destino di un altro grande inventore del secolo precedente: onori e titoli accompagnarono le scoperte di Alessandro Volta, che nel 1801 aveva ufficialmente presentato la pila al cospetto dello stesso Napoleone Bonaparte, ricevendo in cambio una medaglia d’oro e la nomina a conte e senatore del Regno. Gli esiti positivi dei suoi studi erano stati numerosi nel corso del Settecento: nel 1778 aveva introdotto i termini “tensione” e “capacità elettrica”; al 1780 risale l’invenzione del condensatore d’elettricità e al 1782 l’enunciazione del teorema della prima legge quantitativa di elettrostatica. Proprio in quell’anno scrisse una lettera a Joseph Priestley, presidente della Royal Society di Londra, nella quale lo informava di aver inventato la pila, o meglio “un generatore statico di energia elettrica, formato da una serie di dischi di zinco, rame e panno imbevuto di acqua e acido solforico alternati su un supporto verticale in legno, con il primo e l’ultimo dischetto collegati da due fili di rame” (da Antonio Cianci, Eureka, De Agostini, 2009).
Fu merito di un artista un’altra invenzione di fondamentale importanza: il telegrafo. Samuel Finley Breese Morse era pittore, scultore e uno dei fondatori della National Academy of Design di New York. Nel corso di uno dei suoi viaggi per raggiungere l’Europa, fece un incontro che cambiò la sua vita: si trattava di Charles T. Jackson, un dottore di Boston, che gli descrisse nel dettaglio numerosi fenomeni di elettromagnetismo. Appassionatosi all’argomento, Morse iniziò subito a fare ricerche per trovare un modo per trasmettere segnali usando un interruttore che inviasse impulsi elettrici intermittenti. Nel 1835 mise a punto il primo telegrafo e brevettò anche il sistema di punti e linee per trasmettere il messaggio. Era nato il celebre codice morse. L’invenzione ebbe subito un enorme successo, grazie a un ricco stanziamento del governo degli Stati Uniti per la costruzione della prima linea telegrafica, tra Washington e Baltimora. Il 24 maggio 1844 venne trasmesso il primo messaggio in codice morse: la frase era “What hath God wrought!”, ovvero “Cosa ha fatto Dio!”.
Due delle più importanti invenzioni del XX secolo sono state il microchip e il computer portatile, nate anche queste da circostanze molto particolari. Il microchip, ovvero il congegno alla base di ogni prodotto elettronico moderno, ha visto la luce grazie a Jack St. Clair Kilby. Il giovane, da poco assunto dalla Texas Instruments di Dallas, non aveva maturato ferie e nella calda estate texana del 1958 era tra i pochi a lavorare in azienda. Trovò così il tempo di portare avanti alcuni esperimenti di miniaturizzazione di un circuito: invece di seguire la procedura fino ad allora diffusa, cioè di costruire i singoli componenti e poi di assemblarli attraverso complicate microsaldature, capì che tutto sarebbe stato più semplice realizzando tutti i circuiti su un solo supporto semiconduttore. Grazie alla sua intuizione, Kilby ottenne grande fama, diventando professore di ingegneria elettronica e poi addirittura Nobel per la fisica nel 2000.
Risale invece al 1981 il primo computer portatile della storia: l’Osborne I, peso 12 kg, prezzo 1795 dollari. Decisamente troppo rispetto ai pc portatili diffusi oggi; ma pochissimo rispetto ai computer professionali che in quegli anni avevano dimensioni tali da occupare intere stanze. Il suo monitor era di soli 5 pollici e visualizzava non più di 52 righe. Le vendite del nuovo pc sfiorarono nei primi due anni 10 mila pezzi al mese: poi, nel 1983, il disastro. L’inventore e fondatore della società che produceva il computer portatile, Adam Osborne, annunciò alla stampa che l’azienda stava lavorando a due nuovi modelli di computer portatili. Nessuno volle più acquistare i pezzi già presenti sul mercato, in attesa delle novità. Che non arrivarono mai, a differenza della bancarotta.

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