Fare presenza. Rete, identità, relazionalità

FARE PRESENZA. RETE, IDENTITÀ, RELAZIONALITÀ

I media per fortuna sono ambigui, poiché la ritualità che attivano, lo scambio di presenze e la loro evocazione, stanno a metà tra un’efficacia reale (“servono”) e la frustrazione che provocano (“ci sei, ma non ci sei, sembri qui ma non ci sei”). I media sono formidabili provocatori di nostalgia, perché sono essenzialmente evocativi: è l’evocazione la vera trasmissione che producono. (...) La rete, simulando la realtà, sostituendola, la evoca, evoca con struggimento l’incontro che postula.

(Franco La Cecla, Surrogati di presenza. Media e vita quotidiana, Bruno Mondadori, 2006, p. 19)
4/10/2010 - Contrassegni centrali del pensiero metafisico dell’Occidente, i temi della presenza e del logocentrismo enucleati dal filosofo Jacques Derrida appaiono categorie estremamente funzionali alla comprensione delle ragioni profonde che orientano l’uso delle alte tecnologie di comunicazione di massa, primo tra tutti il Web. Dalle chat ai social network alla pratica del microblogging, l’esposizione del racconto di sé, la ricerca della massima resa in termini di visibilità costituiscono modelli dominanti di fruizione dello spazio telematico, in un ampliamento smisurato del campo mentale individuale che fa del dove un confine innecessario ed eludibile, alterando e ridefinendo i frames di riferimento della vita quotidiana.
Presenze differite, e quindi assenti seppure in apparenza stabilmente connesse, popolano il cyberspazio esprimendo formulazioni di senso individuali, tracciando percorsi stratificati che alla linearità del discorso sostituiscono la stratificazione multimediale, i link, l’ipertestualità, organizzati in una struttura multicentrica, non sequenziale, che sembra dar meglio conto dello sviluppo del pensiero logico di quanto non facciano i sistemi convenzionali di scrittura.
Il costante riferimento autoreferenziale a un Io intorno al quale gli elementi della realtà si dispongono fino a creare una costellazione del tutto soggettiva di significato risalta come uno dei tratti più significativi di questa nuova forma di comunicazione: dai profili di Facebook si dipanano mitografie personali in cui l’identità è ricostruita per stratificazioni successive, post dopo post, foto accanto a foto, e l’adesione a gruppi informali o istituzionali di sostegno rinvia a scelte, preferenze o ideologie condivise delle cui basi ideologiche quasi non è necessario fare cenno. Sembrano esistenze lievi, quelle che emergono da questi profili, e se spesso vi è uno sconfinamento in alcune forme espressive intimistiche, quasi da diario, pure la visibilità e con-divisibilità dello spazio in cui esse si esprimono ne allevia considerevolmente il carico emotivo. I nuovi diari dei blog sono egocentrici: la centralità del soggetto vi emerge in tutta la sua attitudine (potremmo dire neoromantica) ad autorappresentarsi, e a trarre senso e identità da adesioni blande a movimenti, gruppi e mobilitazioni nati anch’essi sul Web.
Divenute labili le ampie griglie interpretative fornite dalle potenti ideologie degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, è questo un modello nuovo, giovanile, di essere “diversamente attivi” nel sociale e nella politica: diversi nella maggiore flessibilità dei paradigmi concettuali, e ancor più nei modelli dell’impegno di cui questi ultimi si sostanziano. Alla mancanza di una partecipazione che si faccia militanza diffusa e concreta fa da controcanto la condivisione emotiva di tematiche sociali urgenti e contestuali (single-issue movements), alle quali si partecipa mediante un “clic”. Il giornalista britannico S. Micah ha lucidamente descritto questo fenomeno: “Il clicktivism pruomuove l’illusione che navigare sul Web possa cambiare il mondo, e sta all’attivismo come McDonald’s sta a un pasto ben cucinato”.
Per il nuovo villaggio globale sembrano dunque essere ancora valide alcune delle riflessioni teoriche elaborate nella seconda metà del Novecento dallo studioso di comunicazioni sociali M.H.McLuhan: in primo luogo,quella secondo cui il “sistema nervoso elettronico” costituito dai media creerebbe un luogo universale di relazioni integrate: eventi e microeventi che si verificano in un luogo specifico e circoscritto possono penetrare in tempo reale nel campo esperienziale di individui di qualsiasi parte nel mondo, paradossalmente trasformando lo spazio smisurato e ipertecnologizzato della Terra in una piccola comunità di villaggio in cui a tutti è dato di sapere ciò che accade. In secondo luogo, sembra adattarsi agevolmente al cyberspazio la celebre frase “The medium is the message”: la qualità di un mezzo di comunicazione ha effetti almeno pari all’informazione che esso trasmette e, secondo le ineludibili leggi del determinismo tecnologico, sono i suoi criteri strutturali a organizzare la comunicazione, in quanto essi impongono ai suoi utenti comportamenti e azioni in grado di generare nuovi modelli ideativi.
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