FELICI, Periele

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 46 (1996)

di Riccardo Burigana

FELICI, Periele. - Nacque il 1º ag. 1911 a Segni, in provincia di Roma, primogenito di Luigi, geometra agrimensore, e di Anna Roscioli, casalinga. La sua fanciullezza fu segnata dalla frequentazione dello zio Giuseppe Sagnori, per lunghi anni vicario generale della diocesi di Segni. Entrato adolescente nel seminario di Segni vi rimase per i quattro anni del ginnasio prima di trasferirsi a Roma, al pontificio seminario romano minore; nel 1926 passò al seminario maggiore con il sostegno economico della famiglia. Dopo la laurea in filosofia con una tesi su Unione fra l'anima e il corpo (Roma 1929) proseguì gli studi all'ateneo lateranense, sempre come alunno del seminario romano maggiore.

Il 1º maggio 1930 ricevette gli ordini minori, il 18 sett. 1932 il suddiaconato, il 15 ottobre dello stesso anno il diaconato e il 28 ott. 1933 venne ordinato presbitero nella cattedrale di Segni; lasciò cosi il seminario romano, nel quale era stato per tre volte prefetto, cerimoniere e maestro di canto gregoriano, ma non interruppe del tutto i rapporti con l'istituzione romana, della quale divenne assistente spirituale.

Dopo la laurea in teologia (Roma 1934) con una tesi sui Summa psychanalyseos lineamenta, che avrebbe ripreso e sviluppato dopo oltre trent'anni in uno scritto su Sigmund Freud (Freud e il peccato, Roma 1967), si iscrisse al pontificio istituto utriusque iuris, dove consegui la laurea in utroque ture nel giugno 1938 con una tesi sul De poenali iure interpretando pubblicata a Roma nello stesso anno. La sua formazione teologico-canonista era quindi tipicamente romana, fondata essenzialmente sul magistero pontificio, con un accentuato carattere apologetico e antimodernista; il F. restò fedele a questa scuola per tutta la vita, come appare evidente dalle sue prime collaborazioni a manuali e dizionari di teologia morale all'inizio degli anni Cinquanta.

Negli anni Trenta si colloca l'inizio del rapporto d'amicizia con Giulio Andreotti, uno dei leader della Democrazia cristiana più vicini alla Curia romana, che si sviluppa a partire dai comuni soggiomi estivi a Segni, luogo d'origine delle rispettive famiglie; si tratta di un'amicizia che durerà per tutta la vita, come ci attestano la corrispondenza e il lungo articolo scritto da Andreotti per Il Tempo (26 marzo 1982) in occasione della morte del Felici.

Nel 1938 il F. divenne docente di istituzioni di diritto canonico nella facoltà di teologia dell'ateneo lateranense, poi insegnò teologia morale, prima come incaricato (1939-1943) Poi come titolare (1943-1947) sempre al Lateranense; preside del liceo ginnasio parificato S. Apollinare (1939-1948) e rettore del pontificio seminario romano per gli studi giuridici (1939-1948); nel 1950 direttore spirituale del seminario romano maggiore, incarico che tenne fino al 1959, quando fu costretto a abbandonarlo, nonostante avesse manifestato il desiderio di mantenerlo, per l'incompatibilità con le nuove responsabilità negli organismi della preparazione del concilio vaticano II. Contemporaneamente assunse incarichi curiali: nel 1940 era stato nominato giudice pro sinodale al tribunale del vicariato di Roma e commissario nella congregazione dei Sacramenti per le cause dell'ordinazione; nel 1947 prelato uditore alla Sacra Rota, dove rimase fino al 1960; nel 1958 presidente del tribunale di prima istanza dello Stato della Città del Vaticano; nel 1956 consultore della congregazione dei Sacramenti e il 2 maggio 1959 della congregazione del Concilio. Nei primi mesi del 1959 non ebbe seguito la proposta del cardinale Andrea jullien, massimo responsabile della Segnatura apostolica, di nominare il F. segretario di una delle tre congregazioni (Seminari e Università, Concilio e Sacramenti), nelle quali questa carica era vacante.

Il 16 maggio 1959 L'Osservatore romano pubblicò la notizia della sua nomina a segretario della commissione antepreparatoria del concilio vaticano II, presieduta da Domenico Tardini, segretario di Stato, che doveva interpellare la Chiesa per selezionare i temi da affrontare nel futuro concilio. Iniziava così la carriera del F. nella segreteria del concilio, alla quale deve la sua fama. Non è facile ricostruirne l'azione in quest'ambito, soprattutto perché gran parte della documentazione è tuttora inedita, ma è possibile ripercorrere alcuni momenti, utilizzando i suoi interventi pubblici, già editi.

Nel gennaio 1960 la crisi cardiaca di Tardini comportò un aggravio del lavoro dei F. e l'intensificarsi dei suoi rapporti con Giovanni XXIII, tanto che venne stabilita un'udienza settimanale. Il 7 giugno dello stesso anno il papa lo nominò segretario generale della commissione centrale preparatoria del concilio, che doveva valutare gli schemi per l'assise conciliare, redatti dalle singole commissioni prima di sottoporli al pontefice per il definitivo invio ai padri.

Il segretario della commissione centrale preparatoria, presieduta dal papa stesso, dopo che Tardini aveva rifiutato questo incarico, godeva degli stessi privilegi e diritti dei segretari e assessori delle congregazioni e a lui spettava il collegamento tra la commissione centrale, il papa e le varie commissioni.

Il 3 sett. 1960 il F. fu eletto arcivescovo titolare di Samosata e consacrato personalmente da Giovanni XXIII il 28 Ottobre successivo. Come segretario, il 9 luglio 1960 aveva inviato alle commissioni preparatorie un elenco di quaestiones per l'elaborazione degli schemi; il 19 dicembre trasmise le norme per le commissioni miste; tenne poi una serie di incontri con i segretari delle singole commissioni per risolvere problemi tecnico-organizzativi e per delineare il carattere dell'informazione tra le commissioni e il papa; numerosi furono inoltre i suoi interventi in convegni e settimane di studio, che lo fecero conoscere fuori Roma.

Durante le sette sessioni della commissione centrale generalmente non partecipò in modo diretto alla discussione e approvazione dei singoli schemi, ma cercò di limitare la portata delle richieste innovative che alcuni membri dell'episcopato cominciavano ad avanzare. Nell'avvicinarsi dell'apertura del concilio difese il lavoro della preparazione dalle prime critiche di caoticità e superficialità che circolavano, trovando ascolto anche presso Giovanni XXIII. Il F. si appellava al papa per giustificare lo svolgimento della preparazione, dando l'impressione di non cogliere lo spirito con il quale Giovanni XXIII si apprestava a celebrare il concilio; infatti per il F. la pastoralità del concilio - uno dei temi centrali per papa Giovanni - significava lo sforzo che i padri dovevano compiere per mantenere organicità tra le varie tecniche pastorali e non la riscoperta di una dimensione della Chiesa, come invece era nelle intenzioni del pontefice.

Nell'estate 1962 prese parte alla discussione sugli organi direttivi del concilio (consiglio di presidenza e segretariato de concilii negotiis extra ordinem); del primo raccomandava la nomina in tempi brevi, mentre era scettico sull'istituzione del secondo, che dipendeva dalla segreteria di Stato, e accolse la notizia della sua formazione con qualche dubbio, che espresse a Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, per lettera il 25 ag. 1962, poiché gli sembrava che la creazione di questo segretariato potesse danneggiare l'autorità del consiglio di presidenza e della segreteria. Il 6 sett. 1962 il papa nominò il F. segretario generale del concilio ecumenico vaticano Il e del segretariato de concilii negotiis extra ordinem. Nelle settimane precedenti l'apertura del concilio il F. sostenne la necessità di convocare il consiglio di presidenza in modo da potere coordinare meglio i lavori conciliari, ma le sue richieste non ebbero esito positivo e la prima riunione si ebbe solo il 13 ottobre, due giorni dopo l'apertura del concilio.

Durante la prima sessione (i i ott-8 dic. 1962) il F. cercò ancora di difendere il lavoro della preparazione con numerosi interventi, soprattutto di fronte alle critiche rivolte in concilio, come nel caso dello schema sulle fonti della rivelazione quando la maggioranza dei padri votò per il suo ritiro e papa Giovanni decise per la sua revisione.

La provvisorietà dell'ordine del giorno, la malattia del papa, l'inadeguatezza del regolamento, l'estraneità del materiale preparatorio rispetto alle convinzioni della maggioranza dei vescovi determinarono smarrimento tra i padri, ma contribuirono all'affermarsi del F. come uno dei pochi punti di riferimento; di fatto egli occupò lo spazio che nel regolamento spettava al consiglio di presidenza e venne riconfermato a capo della segreteria; al termine della prima sessione il suo potere si ampliò con la nomina a segretario della nuova commissione di coordinamento. creata da Giovanni XXIII per ridurre gli schemi secondo le indicazioni dei padri.

Nella prima intersessione si sviluppò una fruttuosa collaborazione tra il F. e Anileto G. Cicognani, segretario di Stato e presidente della nuova commissione; seppero spesso orientare il dibattito e le decisioni sulla scelta degli schemi e i criteri di revisione per mantenere quanto più possibile degli schemi della fase preparatoria, nei quali la minoranza conciliare e gli ambienti romani si riconoscevano. Il nuovo pontefice Paolo VI riconfermò il F. in tutte le sue cariche il 5 luglio 1961 nel corso di un'udienza privata, nonostante le numerose voci che ne chiedevano un allontanamento.

In prossimità della seconda sessione (29 sett.-4 dic. 1963) Paolo VI creò un nuovo organo (collegio dei moderatori) per la direzione dei lavori conciliari che si distinse subito per il suo dinamismo. Il F. entrò ben presto in aperto contrasto con i moderatori e con il loro segretario, Giuseppe Dossetti, perché venivano a limitare l'autorità della segreteria. Lo scontro si risolse a favore del F., che seppe conquistarsi l'appoggio di Paolo VI, tanto da assumere lui stesso la carica di segretario dei moderatori, dopo che Dossetti vi aveva rinunciato.

In questa sessione il F. criticò la creazione del comitato per la stampa del concilio, che per lui rappresentava un inutile cedimento di fronte alle proteste dell'opinione pubblica e di molti padri sulla scarsezza di informazioni sui lavori conciliari, sui quali per il F. si doveva mantenere il massimo riserbb.

Nella seconda intersessione il F. avanzò una proposta per far concludere il concilio nell'autunno del 1964, secondo il desiderio del papa: si dovevano votare gli schemi già pronti e per gli altri era necessario preparare un elenco di proposizioni generali, rimandando al postconcilio la stesura dei documenti da parte di commissioni romane. Il piano fallì per la volontà di una parte dei padri di presentare anche quegli schemi, come il XIII, la futura Gaudium et spes, ancora lontani da una forma definitiva.

Tra gli interventi nella terza sessione (14 sett.-21 nov. 1964) due, sullo schema XIII e sulla libertà religiosa, sono particolarmente significativi degli orientamenti del Felici. In aula conciliare egli definì gli annessi allo schema XIII sulla Chiesa nel mondo contemporaneo semplici documenti privati senza alcun valore giuridico, ma un gran numero di padri contestò immediatamente la sua affermazione, che di fatto veniva a ridurre la portata innovativa di questo schema.

La commissione di coordinamento inserì gli annessi a pieno titolo nello schema, sconfessando l'azione del segretario del concilio. Il F. tentò poi di sottrarre il controllo della redazione del discusso schema sulla libertà religiosa al segretariato per l'unità dei cristiani, affidandolo a una ristretta commissione. ma anche in questo caso le proteste dei padri determinarono la sconfitta del F. e il papa affidò nuovamente al cardinale Agostino Bea, presidente del segretariato, la responsabilità della redazione dello schema. Per comprendere la posizione del F. bisogna ricordare la sua favorevole reazione alla notizia dell'intenzione di Paolo VI di inserire una Nota praevia alla Lumen gentium in modo da orientare in senso restrittivo l'interpretazione della collegialità come principale forma di governo della Chiesa universale. Tra la fedeltà alla maggioranza conciliare o al papa il F. scelse sempre quest'ultimo nella profonda convinzione dell'identità tra Chiesa e pontefice romano.

Nella terza intersessione è da sottolineare il tentativo dei F. di escludere gli osservatori acattolici dall'ultima sessione, sostenendo che l'invito rivolto loro da Giovanni XXIII riguardava solo la prima sessione; la manovra fallì, ma è indicativa del suo convincimento dell'inutilità di una partecipazione di esponenti di comunità non cattoliche all'assise conciliare, seppure in forma di osservatori.

Nella quarta e ultima sessione 14 sett.-8 dic. 1965) il F. si segnalò soprattutto per la sua preoccupazione di inserire una condanna esplicita del comunismo nella Gaudium et spes, posizione condivisa da una parte dei padri conciliari. Il F. accusò i redattori dello schema di avere ignorato le richieste dei padri su questo punto; in una riunione ristretta, convocata da Paolo VI, propose che le precedenti condanne del comunismo trovassero posto in una nota al testo e la sua proposta venne accolta dal papa.

In alcuni degli interventi del F. in concilio si è voluto vedere l'influenza di Luigi Carli, vescovo di Segni, amico personale del F., esponente di spicco del Coetus internationalis patrum, che raccoglieva i vescovi tradizionalisti, come Marcel Lefebvre. Questa tesi è eccessiva, ma è evidente che su alcuni punti le posizioni del F. erano in perfetta sintonia con la minoranza conciliare, come avrebbero dimostrato i suoi interventi dopo la conclusione del concilio.

Terminato il concilio, il F. si impegnò nell'edizione e interpretazione dei documenti conciliari, nell'edizione del nuovo codice di diritto canonico, annunciata da Giovanni XXIII nel gennaio 1959, con un rinnovato interesse per temi di morale, sui quali si stava avviando un acceso dibattito in Italia. Il 4 genn. 1966 fu nominato segretario generale della commissione centrale De coordinandis post Concilium laboribus et Concilii decretis interpretandis e l'11 luglio 1967 presidente della stessa commissione, dopo la creazione cardinalizia con il titolo di S. Apollinare il 26 giugno. Il 7 dic. 1966 aveva consegnato al papa la prima edizione ufficiale dei documenti del concilio vaticano II e si era impegnato nell'organizzazione dell'archivio e nella pubblicazione degli atti ufficiali del concilio, a partire dal materiale della fase antepreparatoria.

In numerosi saggi, talvolta raccolte di articoli e conferenze, il F. espose il valore che attribuiva al concilio; nel maggio 1967 pubblicò una serie di scritti sul tema (Illungo cammino del concilio, Roma 1967; tradotto successivamente in spagnolo, Madrid 1969); nell'ottobre 1968 Concilio si Concilio no (Napoli 1968), che raccoglieva articoli editi in varie occasioni sull'Osservatore romano con lo scopo di proporre quella che riteneva la dottrina del Vaticano II ed allontanare le molteplici interpretazioni che si andavano sviluppando nella Chiesa sul valore innovativo del concilio. Dello stesso anno sono Continuità, coerenza e fermezza di dottrina (Roma 1968) e Pensieri sul sacerdozio (Milano 1968; trad. spagnola, Madrid 1971), un invito ai sacerdoti a riflettere sulla vera natura del ministero sacerdotale, che non poteva essere messa in discussione da nuove ipotesi avanzate in quegli anni. In Magistero e autorità nella Chiesa (Brescia 1969) sostenne che il contenuto della dottrina del Vaticano II era in piena sintonia con la tradizione della Chiesa cattolica occidentale degli ultimi quattro secoli. Una serie di riflessioni televisive per la quaresima del 1971 sulla dottrina conciliare sulla Chiesa, come popolo di Dio, venne poi pubblicata integrata con altri scritti sull'ecclesiologia del Vaticano II (Noi popolo di Dio, Roma 1971). Sul tema della natura della Chiesa, comunità di fede, tornò nel marzo successivo in una conferenza nella cattedrale di Taranto, poi pubblicata (Roma 1972). Tutti i suoi interventi sull'ecclesiologia del Vaticano II sono guidati dalla volontà di ribadire la centralità della Chiesa di Roma e il ruolo primario del pontefice. Nell'opuscolo Temi canonistici e conciliari (Roma 1976) interveniva nel dibattito sui criteri di redazione del nuovo codice di diritto canonico e tornava sul problema dell'attualità del concilio e della sua corretta interpretazione, contro coloro che ne avevano forzato il senso innovativo. sottolineava il contributo offerto dall'episcopato italiano durante il concilio e nella sua attuazione, un tema questo già espresso proprio alla fine dell'assise conciliare (Prospettive e speranze del concilio ecumenico vaticano II, in Rivista diocesana di Roma, VII [1966], pp. 477-512). Il F. indicò gli elementi di continuità del Vaticano II con i concili precedenti e il magistero degli ultimi pontefici contro le interpretazioni che mettevano in evidenza gli elementi innovativi introdotti dal concilio medesimo. I documenti di quest'ultimo quindi si ponevano nella linea della tradizione magisteriale della Chiesa e per il F. sbagliava chi pensava che contenessero i presupposti per una rivoluzione all'interno della Chiesa cattolica.

Crescevano intanto i suoi incarichi curiali: nel 1967 presidente della speciale commissione per la restaurazione del diaconato permanente; copresidente insieme con Jean Villot e William Conway del primo sinodo dei vescovi, membro della segreteria dei Sinodo nel 1970 e 1977; nel 1977 prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura apostolica.

Fin dall'inizio degli anni Settanta intervenne su alcuni temi, quali il matrimonio e l'aborto, al centro del dibattito politico italiano per riaffermare la tradizionale dottrina cattolica.

Nel 1972 intervenne contro la liceità dell'aborto, alla quale contrapponeva la vocazione integrale dell'uomo e il valore della vita umana. Nel 1975 con una sua prolusione al corso di studi sui problemi matrimoniali dell'arcisodalizio della Curia romana volle condannare le nuove interpretazioni di teologi e canonisti favorevoli o possibilisti all'introduzione di una legislazione che consentisse il divorzio; riprese lo stesso tema nel suo discorso per l'apertura dell'anno accademico 1976 nella pontificia università Lateranense e ancora sull'indissolubilità del vincolo matrimoniale si espresse nell'aula magna della Cancelleria apostolica nel 1977. In questo ambito si collocano i suoi interventi per ribadire la prerogativa ecclesiastica per la dichiarazione di nullità dei matrirnoni in particolari casi, come nel consenso matrimoniale viziato da malattie della psiche, oggetto di una conferenza alla pontificia università Gregoriana (1979).

L'opera che più di ogni altra assorbì i suoi ultimi anni fu l'edizione del nuovo codice di diritto canonico, alla quale lavorò dal 21 febbr. 1967, quando fu nominato propresidente della pontificia commissione per la revisione del codice di diritto canonico al posto di Pietro Ciriaci, deceduto il 30 dic. 1966, nomina alla quale seguì il 30 giugno quella a presidente. Dal 3 all'8 apr. 1967 vennero discussi i Principia quae codicis iuris canonici recognitionem dirigant, che il F. fece raccogliere in un fascicolo che il papa decise di far discutere al sinodo dei vescovi. I "dieci comandamenti del card. F.", come vennero chiamati, furono approvati a grande maggioranza; per il F. era necessario seguire l'ordine della Lumen gentium nella revisione del codice, sopprimendo la rubrica De rebus e cercando di recepire l'ecclesiologia del Vaticano II secondo l'interpretazione verticistica che riteneva corretta. Durante la revisione il F. tenne informato l'episcopato del procedere del lavoro, ampliò il numero degli esperti, cooptando canonisti di scuole diverse e operatori pastorali, stabilì che le commissioni non si allontanassero dalla procedura degli altri dicasteri della S. Sede. Il F. delegò alla segreteria il coordinamento dei gruppi di lavoro e si oppose a una rapida conclusione della revisione, richiesta da molti nella Chiesa cattolica, ricordando i quindici anni di lavoro occorsi per l'edizione del codice del 1917, che non aveva alle spalle un concilio.

Nello stesso tempo si impegnò nel progetto di Paolo VI per una Lex fundamentalis Ecclesiae, una somma di prescrizioni generali e di argomenti giuridico-dottrinali sulla Chiesa che intendeva disciplinare giuridicamente i fermenti scaturiti dall'assise ecumenica. Il gruppo di studio, Costituito il 27 apr. 1967, concluse i suoi lavori nel 1970 e il primo schema venne fatto circolare tra i cardinali membri della commissione e i membri della commissione teologica internazionale. Dopo alterne vicende un nuovo schema venne rivisto da una commissione mista latino-orientale, della quale il F. era il presidente. Il lavoro di questa commissione (1974-1976) portò a un nuovo schema, poi definitivamente ritirato nel dicembre 1981, data la generale opposizione al progetto in numerosi ambienti del mondo cattolico e tra gli stessi vescovi.

Non vanno inoltre dimenticate le numerose occasioni pubbliche nelle quali il F. intervenne sul ruolo del diritto canonico nella Chiesa, come in occasione del cinquecentesimo anniversario della promulgazione del codice di fronte a Paolo VI (Roma 1967), al congresso internazionale di canonisti (Roma 1968), alla nona sessione di studi della società canadese di diritto canonico (Montréal 1975) e al III congresso internazionale di diritto canonico (Navarra 1976).

Il F. fu anche un appassionato latinista: note sono le sue improvvisazioni durante il concilio, i suoi discorsi in occasione dei cinque concistori del 1973-1977 e le sue poesie, delle quali ricordiamo le prime (Iuvenalia, Roma 1947; Otia estiva, ibid. 1947, riedita nel 1948; Semina flammae sacerdotalis, ibid. 1950) e una ampia raccolta, che copriva gran parte della sua vita (Vere sereno, ibid. 1981). Anche per questo venne nominato alto patrono della Fondazione Latinitas, istituita da Paolo VI il 30 giugno 1976.

Il F. morì il 22 marzo 1982 a Foggia, durante il congresso diocesano mariano. Le sue esequie furono celebrate a Roma il 25 marzo con un'omelia di Giovanni Paolo II. Venne sepolto a Segni nella tomba di famiglia.

Oltre a quelli citati vanno segnalati i seguenti scritti e discorsi del F.: La teologia del matrimonio, in Spiritualità della famiglia, a cura di G. Gedda, Milano 1952, pp. 127-135; Casus conscientiae de matrimonio, ed. in coll. con E. Lio - P. Lumbreras - P. Palazzini - G. Visser, Roma 1954; Casus conscientiae de censuris, ed. in coll. con gli stessi, ibid. 1956; Ilpeccato del pansessualismo psicanalitico, in Ilpeccato, a cura di P. Palazzini, ibid. 1959, pp. 507-530; Il concilio ecumenico, e la stampa, ibid. 1961; Iconcili ecumenici e la storia del dogma, in I concili nella vita della Chiesa, Milano 1961, pp. 23-29; Orientamenti pastorali del concilio ecumenico vaticano II, in Comunità cristiana e comunità politica, ibid. 1962, pp. 17-29; Il concilio ecumenico vaticano II, in Giovanni XXIII, a cura di G. Longo, Bergamo 1963, pp. 226-257, Ilconcilio vaticano II e la nuova codificazione canonica, in Ius canonicum, VII (1967), pp. 307-320 (ripubblicato in Ecclesia, XXVIII [1968], pp. 27-31, e in Apollinaris, XLII [1969], pp. 7-19); La nuova codificazione canonica, in La pastorale nel sinodo episcopale, a cura di G. Concetti, Roma 1968, pp. 31-45; IlVaticano II e il celibato sacerdotale, ibid. 1969; Incontri dello Spirito. Con Paolo VI pellegrino di pace, Milano 1970; Thenis et Thalia, Roma s. d. (ma 1970); Oratio initio conventus habita, in Acta Conventus internationalis canonistarum, Romae 1970, pp. XXXI-XXXIV; La Chiesa comunità di fede, ibid. 1972; Chiesa popolo sacerdotale, ibid. 1972; Ministro del sole e del sangue, ibid. 1972; Indagine psicologica e cause matrimoniali, ibid. 1973; De opere codicis iuris canonici recognoscendi, in Osterreichisches Archiv für Kirchenrecht, XIII (1974), pp. 117-128; Comunità e dignità della persona, in Persona e ordinamento nella Chiesa., Milano 1975, pp. 7-15; Indagine psicologica e cause matrimoniali, in Studi di diritto canonico in on. di M. Magliocchetti, a cura di P. Fedele, Roma 1975, II, pp. 515-527; Concilium vitam alere. Meditationes super decretis concilii Vaticani II a card. Pericle Felici ordine depositae, ibid. 1975; Formalità giuridiche e valutazione delle prove nel processo canonico, ibid. 1977; Homiliae in impositione palliorum, ibid. 1977; Ioanni Paulo II coram admittendi coetum certamen Vaticanum celebrantem dicati hexametri, Romae 1981. Gli interventi del F. al concilio vaticano II sono contenuti in Acta et documenta concilio oecumenico Vaticano II apparando (Antepraeparatoria), Città del Vaticano 1960-1961; Aeta et documenta concilio oecumenico Vaticano II apparando (Praeparatoria), Città del Vaticano 1969; e Acta synodalia sacrosanti concilio oecumenico Vaticano II, Città del Vaticano 1970; altri contributi in L'Osservatore romano, 1959-1982, e Communicationes.

Fonti e Bibl.: Parte della corrispondenza del F. con G. Andreotti, in Ilcardinale P. F., Roma 1982, pp.232-239; L. De Magistris, Mons. P. F., in La Pontificia Università Lateranense, Roma 1963, pp. 130 s.; P. Tocanel, In Memoriam. Cardinale P. F., in Apollinaris, LV (1982), pp. 241-244; V. Fagiolo, Il card. P. F.: sempre al servizio della Chiesa, in Un sinodo per un'autentica recezione del Concilio, Roma 1985, pp. 173-177; Id., Ilcardinale A. Cicognani e mons. P. F., in Le deuxième concile du Vatican (1959-1965), Roma 1989, pp. 229-242; V. Carbone, Ilcard. Tardini e il concilio vaticano II, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, XLV (1991), pp. 42-88; V. Fagiolo, Ilcard. P. F. a 10 anni dalla sua morte, in Ephemerides iuris canonici, XLVIII (1992), pp. 189-200; P. Fedele, P. F. canonista, ibid., pp. 201-206; Ilcardinale P. F., Roma 1992 (con contributi di V. Fagiolo, S. Corsanego, D. Bianchi, L. De Magistris, T. Mariucci, R. Funghini, V. Carbone, J. Herranz); J. Grootaers, Iprotagonisti del Vaticano II, Cinisello Balsarno 1994, pp. 115-132.

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