PESSIMISMO

    Enciclopedia Italiana (1935)

di Guido Calogero

PESSIMISMO. - Usato per la prima volta dal Coleridge, questo termine si affermò soprattutto per opera dello Schopenhauer, che del pessimismo fu il massimo teorico. In senso generale, il pessimismo consiste nella tendenza sentimentale a un'esperienza negativa e dolorosa del mondo; in senso filosofico, esso è dato dalla giustificazione speculativa di tale esperienza, e si distingue in "pessimismo empirico", quando la sua svalutazione colpisce soltanto il mondo terreno e visibile, in antitesi a un migliore aldilà, e in "pessimismo metafisico", se la sua svalutazione si estende alla realtà universa. Secondo i particolari aspetti del reale a cui può riferirsi la considerazione pessimistica, è dato parlare di pessimismo "eudemonologico" (tesi dell'impossibilità o difficoltà di essere felici), "etico" (tesi della sostanziale amoralità dell'uomo), "storico" (negazione del progresso della civiltà), e via dicendo.

Nell'età classica, la concezione pessimistica della vita presente non dà luogo a grandi formulazioni filosofiche, ma non è perciò meno diffusa nella cultura comune. Tra i pensatori, decisamente pessimista appare solo Egesia di Cirene (v.), il "persuasore di morte", al quale si può avvicinare, per il tono di molte sue riflessioni, Marco Aurelio. Ma già dalle età più antiche la letteratura ripete il motto che per l'uomo la cosa migliore è non esser mai nato, e, se nato, varcare al più presto le porte dell'Ade. E di questa esperienza è nutrita la fede in una vita ulteriore, e il vagheggiamento dell'aldilà, che da un lato compenetra il platonismo e dall'altro spiega la grande fortuna delle religioni misteriosofiche, tutte orientate verso il riscatto dai mali terreni in una superiore forma d'esistenza. Analogamente, essa permea il cristianesimo, ottimistico nella sua concezione universale della realtà e pur pessimistico nella sua esperienza della realtà terrena, che ogni sua concezione soteriologica ed escatologica insegna a fuggire. "Empirico", cioè ristretto al mondo dell'immediata esperienza, è quindi essenzialmente il pessimismo antico e medievale; "assoluto" o "metafisico" è invece quello che nella prima metà dell'Ottocento, dando formulazione speculativa a uno dei motivi più profondi dello spirito romantico, teorizza lo Schopenhauer (v.), seguito poi principalmente da J. Bahnsen. Al leibniziano "migliore dei mondi possibili" lo Schopenhauer contrappone il suo mondo, che è veramente il peggiore possibile, in quanto ha la sua ultima radice nell'eterna insoddisfazione della volontà cosmica. La concezione schopenhaueriana, che diede origine ad ampie discussioni e polemiche, è rimasta d'altronde l'unica formulazione veramente filosofica e universale che sia stata data del pessimismo.

Bibl.: Per il pessimismo antico vedi soprattutto H. Diels, Der antike Pessimismus, Berlino 1921. Per il pessimismo moderno, ampia bibliog. in R. Eisler, Wörterb. d. philos. Begriffe, II, 4ª ed., Berlino 1929, pp. 404-408.

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