Gobetti, Piero

Gobetti, Piero

Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia (2012)
di Angelo d’Orsi

Piero Gobetti

Nella «prodigiosa giovinezza» di Piero Gobetti (Bobbio 1986, p. 9), il pensiero trova un posto peculiare nella fusione totale con l’azione. Pur non originale, né sistematico, il suo è un pensiero spesso illuminante, capace di assorbire molte idee del tempo, talora rielaborandole, talaltra semplificandole, ma anche articolandole in una molteplicità di visione. L’intero suo sforzo intellettuale e il lavoro culturale sono tessere di un mosaico che vuole proporre il disegno di un nuovo liberalismo, insieme classico e rivoluzionario, tanto sul piano istituzionale, quanto su quello sociale; ma, soprattutto, in Gobetti affiora un’istanza di carattere etico che rinvia più a Immanuel Kant che a Georg Wilhelm Friedrich Hegel.

La vita

Nasce a Torino, il 19 giugno 1901, da famiglia di recente inurbamento dalla campagna circostante: piccolissima borghesia del commercio, che ha i mezzi per far compiere tutto il corso di studi (il liceo Gioberti dove incrocia un professore socialista e pacifista come Umberto Cosmo, ma anche il nazionalista, poi ministro fascista, Balbino Giuliano, e la facoltà di Giurisprudenza) nel capoluogo subalpino. Nel novembre 1918, matricola universitaria, dà vita, con altri tra cui Ada Prospero, sua futura compagna, a «Energie nove», la prima delle sue riviste, interrotta alla fine di marzo 1919. Una seconda serie, tra il maggio 1919 e il febbraio 1920, sembra puntare prevalentemente sulla dimensione dello studio, mentre il giovane frequenta i corsi di Luigi Einaudi, Gaetano Mosca, Francesco Ruffini, Pasquale Jannaccone e, soprattutto, Gioele Solari, con il quale si laurea nell’estate 1922 (il 14 luglio), con una tesi sulla filosofia politica di Vittorio Alfieri che egli stesso pubblica, avendo intanto avviato un’attività editoriale, con un compagno di studi tipografo, Arnaldo Pittavino. Contemporaneamente, Piero studia il russo, insieme con la fidanzata Ada, affascinato dalla Rivoluzione bolscevica. Alla tempesta rivoluzionaria Gobetti si è idealmente accostato, nel biennio rosso, entusiasmandosi, come altri del suo gruppetto di amici e sodali, per il protagonismo operaio.

Conosciuto Antonio Gramsci, entra, nelle vesti di critico teatrale, tra i collaboratori del quotidiano da lui diretto «L’Ordine nuovo», nel 1921-22. Il 12 febbraio dell’anno che vedrà l’ascesa al potere di Benito Mussolini, Gobetti fonda la sua seconda e più importante rivista, «La Rivoluzione liberale», che diventa rapidamente una delle voci più sonore e coerenti dell’antifascismo militante. Tale impostazione produce interventi via via più pressanti e ravvicinati dell’autorità di polizia, all’indomani della Marcia su Roma (1922), che, tuttavia, non scoraggiano il giovane direttore, benché fatto personalmente segno di intimidazioni, minacce e aggressioni fisiche da parte di squadristi fascisti. Questi ultimi si fanno forti di un indirizzo dello stesso capo del governo, Mussolini, che, in un telegramma al prefetto di Torino, ordina di «rendere la vita impossibile all’insulso oppositore Piero Gobetti». La situazione peggiorerà con il delitto Matteotti (giugno 1924): alla nobile figura del deputato socialista il direttore di «La Rivoluzione liberale» dedicherà un significativo intervento, intessuto di accuse veementi e coraggiose a quello che ormai si sta configurando come un regime di polizia. Poco prima, nell’aprile, pubblica la sua opera, nata dagli articoli sulla rivista, di cui porta il titolo. Il sottotitolo, apparentemente, è un’esplicitazione del significato che l’autore annette al libro come al periodico: Saggio sulla lotta politica in Italia. In realtà è un ulteriore momento di radicalizzazione della linea dell’oppositore al fascismo, visto come il coronamento dei mali atavici dell’Italia, la sua triste «autobiografia».

Nel percorso della rivista, che corrisponde al tragitto del suo fondatore verso una posizione sempre più dura in senso antifascista, Gobetti perde amici che si avvicinano al regime, o che, come Giuseppe Prezzolini, assumono la posizione dell’«apota», anche se il rapporto tra i due non si romperà mai del tutto, rimanendo il fondatore della «Voce» l’interlocutore privilegiato sul piano dell’organizzazione culturale. Questo è in effetti l’ambito precipuo del lavoro del giovane torinese, che si aggiunge, e si intreccia con una costante, sia pure spesso confusa, azione di mobilitazione politica.

Le edizioni gobettiane, addirittura, sopravviveranno al fondatore, con marchi diversi: Pittavino, Gobetti, La Rivoluzione liberale e, infine, Il Baretti, dal nome dell’ultima rivista di Piero, il cui primo numero era uscito nell’antivigilia di Natale del 1924, indirizzato, subito, verso una linea più culturale: un ripiegamento davanti alla vittoria ormai chiara del fascismo, dopo la fine dell’Aventino.

Il discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925, con l’avvio della nuova ondata squadristica e repressiva, prelude alla chiusura d’autorità della «Rivoluzione liberale» (26 novembre 1925). Poco dopo Gobetti decide di partire per Parigi dove intende avviare un’attività di «editore europeo». Ma una bronchite, connessa alle fatiche, forse agli effetti delle bastonature fasciste, incrociandosi con un congenito problema cardiaco, in una negativa congiuntura, condurranno il giovane, neppure due settimane dopo l’arrivo nella capitale francese, alla morte, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926. Viene sepolto al cimitero del Père Lachaise.

L’ansia di fare: la prima rivista

«Energie nove», la più acerba delle riviste gobettiane, fondata da un diciassettenne divorato dall’ansia del fare, testimonia una curiosità culturale forse disordinata, ma accanita; «modesta rivistina di rinnovamento» la definisce Piero scrivendone a Giovanni Papini (3 febbraio 1919), allora uno dei mostri sacri della cultura non accademica; ma aggiunge, con un piglio forte che sembra contraddire quell’aggettivo: «che vado imponendo in questa saracena Torino» (Carteggio 1918-1922, a cura di E. Alessandrone Perona, 2003, pp. 31-32).

Anche se si può accettare il giudizio di chi ha letto il percorso gobettiano come una progressiva «revisione» rispetto alle posizioni espresse nel periodico (P. Spriano, introduzione a P. Gobetti, Scritti politici, 1969), qui sono le basi delle future imprese, in questo primo tentativo di dar vita, attraverso lo strumento del foglio di cultura militante, sul modello vociano, a un «movimento di idee». L’espressione è dello stesso Gobetti, in un articolo della seconda serie di «Energie nove», firmato con uno pseudonimo significativo (Rasrusat, in russo «distruggere»), che rivela come il baricentro di tutta la sua intensissima attività sia stato la fusione tra cultura e politica (Scritti storici, letterari e filosofici, a cura di P. Spriano, 1969, pp. 458-66). A differenza di Gramsci, Gobetti non tenterà di rivolgersi alle masse, bensì di parlare alle aristocrazie intellettuali, a cui sembra attribuire, almeno in una prima fase, pur nelle aspre reprimende cui non di rado si abbandonerà nei confronti del ceto dei colti, un ruolo di illuminazione delle coscienze del popolo. A esso, nondimeno, talora sogna di arrivare, ma si tratta di tentativi velleitari, di cui egli stesso non pare sufficientemente persuaso. In tal senso, Gobetti è uno dei primi e più convinti esponenti del neoilluminismo torinese, un filone che avrà gran fortuna specie negli anni successivi alla morte di Piero; è questa sicuramente la sua direzione di marcia nel 1918-20. Poi, con lo sviluppo della crisi italiana, e gli effetti sempre più visibili, da un lato, delle lotte operaie, dall’altro, dell’azione militare fascista, la sua posizione subirà un certo cambiamento.

Su «Energie nove», a dimostrazione della differenza tra coloro che poco dopo Gobetti stesso studierà chiamandoli «comunisti torinesi», e lui, che si ostinerà a qualificarsi come «liberale», si abbatteranno gli strali polemici tanto di un Palmiro Togliatti, quanto di un Gramsci, nati entrambi negli anni Novanta, i quali, come tutta la loro generazione, si erano formati sulla «Voce», e le consorelle riviste fiorentine, e non. Anche il primo periodico fondato dal giovanissimo Piero ha un’impronta eminentemente vociana («la più bella esperienza spirituale che ci ha preceduti», la chiama nell’introduzione a La Rivoluzione liberale, 1969, p. 915), ma altresì «unitaria»: Gaetano Salvemini, e la sua «Unità», Giuseppe Prezzolini e Luigi Einaudi – il solo fra i tre che egli conoscerà come professore diretto, nella facoltà giuridica torinese – sono i maestri più prossimi e rilevanti, ciascuno per un suo verso; in generale, la cultura delle riviste, conosciute direttamente o indirettamente, è il tessuto su cui si delinea la fisionomia gobettiana.

Su «Energie nove», nel 1919, Gobetti afferma di mirare alla creazione di una cultura nazionale, che recepisca la tradizione, ossia intende dare una base storica alla cultura, solo strumento di affermazione del principio di responsabilità nel cittadino consapevole. «La nostra generazione», afferma, «sarà una generazione di storici» (Scritti politici, cit., p. 917). E, soprattutto, comunque, egli esprime, a più riprese, la volontà di fare un lavoro culturale, nel senso più ampio, capace da un lato di divenire base di una personalità, individuale e collettiva, che possa gettarsi nell’agone politico, e, dall’altro, favorire la creazione di una cultura nuova: imparare e creare, istruirsi e agire, in definitiva.

Una forte contiguità di orientamento con quell’altro giovane, che nello stesso anno, dal maggio, stava dando vita, con «L’Ordine nuovo», «rassegna settimanale di cultura socialista» (così il sottotitolo), a un tentativo di tesaurizzare tutte le migliori tradizioni culturali, oltre che di far emergere la cultura endogena del proletariato industriale, nel luogo ove esso vive, lavora e si afferma, la fabbrica; ma mentre là si guarda verso la Russia, e più in generale l’Europa, e anche l’America, il giovanissimo Piero ambisce a recuperare i maestri del passato piemontese, con l’eccezione di Dante Alighieri (dietro, si può scorgere l’influsso di Umberto Cosmo, che nella stessa direzione ha accompagnato l’altro suo studente eccellente, Gramsci), da Vittorio Alfieri a Giuseppe Baretti. Ma anche personaggi minori, come Giovanni Maria Bertini (filosofo ostile al materialismo ma nemico del cattolicesimo, verso cui lo indirizza probabilmente il maestro Solari), o, amico di Bertini, l’«alfieriano» e «vichiano» Luigi Ornato, che lo interessa per il suo essere «contro la grettezza della cultura piemontese del suo tempo» e soprattutto per il suo «bisogno indomabile di azione» (Il misticismo di Luigi Ornato, «Conscientia», 14 giugno 1924, 24, ora in Scritti storici, letterari e filosofici, cit., pp. 243-47).

L’agire, dunque, è l’elemento che contraddistingue, prima di ogni altro, la personalità di Gobetti, che sembra collocarsi nella lunga scia delle filosofie dell’azione di inizio secolo. Fin dalla prima rivista, egli mostra, accanto a una pulsione conoscitiva ad amplissimo raggio, e a un più specifico desiderio di impadronirsi di strumenti di analisi della realtà, una forte volontà di intervento in essa. Il binomio cultura e politica, che qualche decennio dopo Norberto Bobbio ribalterà in Politica e cultura (1955), del resto, è fondamentale nella città subalpina, nella quale si realizza una notevole circolarità del sapere tra mondo accademico, case editrici, giornali, salotti privati. Intervenire nella realtà del tempo presente, in prima persona, senza attendere il via da qualcuno: il bisogno di azione immediata, è la versione gobettiana di quella volontà di fare che si dispiega lungo i decenni, prima e dopo Piero, nella cultura italiana, e, forse, specialmente torinese.

La Rivoluzione russa

Gaetano Salvemini, studioso e politico militante, problematizzatore della realtà, ma pronto ad agire in essa, è, davvero, il primo e principale faro che illumina il tragitto di Piero, il quale nell’aprile 1919, scrive alla fidanzata Ada: «Salvemini è un genio» (P. e A. Gobetti, Nella tua breve esistenza. Lettere 1908-1926, in appendice Diari di Ada (1924-1926), a cura di E. Alessandrone Perona, 1991, p. 31); non v’è da stupirsi se, nello stesso anno, il giovane aderisce alla Lega democratica per il rinnovamento nazionale fondata da Salvemini, divenendone segretario.

Dallo storico pugliese riceve l’impulso, innanzi tutto, a guardare in modo critico al problema del Mezzogiorno, un’area tematica che da Gobetti sarà coltivata, anche grazie ai rapporti con due generazioni di intellettuali meridionali, a cominciare da Guido Dorso, di cui come editore pubblica La rivoluzione meridionale, nel 1925, e che di nuovo l’avvicina a Gramsci (il quale non a caso gli dedica spazio nel suo saggio sulla questione meridionale del 1926). Da Salvemini, inoltre, riceve stimoli e conferme in senso antiprotezionistico e antiburocratico, compresa una forte diffidenza, che si manifesta come vera e propria antipatia, verso la dirigenza socialista – tanto del partito, quanto del sindacato – e spunti di politica interna ed estera.

La Lega democratica, nondimeno, costituirà la prima di una serie di delusioni politiche, da cui, ogni volta, Gobetti uscirà determinato a ritornare allo studio, ma senza saper rinunciare al desiderio di un’azione più direttamente politica, attraverso lo strumento principe, la rivista di cultura militante, ma anche con forme associative: in fondo l’estremo tentativo in tal senso, i Gruppi della Rivoluzione liberale, creati a ridosso della crisi Matteotti, nella seconda metà del 1924, saranno una ripresa della Lega salveminiana, destinati, come quella, al fiasco.

«Leggerò Gentile, ciò che non conosco ancora, e rileggerò Croce», scrive nell’agosto 1919 nel diario, ma si propone altresì di avviare «lo studio sul Marxismo: per ora non mi preme» (L’editore ideale. Frammenti autobiografici con iconografia, a cura e con prefazione di F. Antonicelli, 1966, pp. 48, 53). Del resto, leggendo il Marx di Giovanni Gentile si convince che quegli, Karl Marx, «non ha fatto nulla di nuovo in filosofia. Ha ripetuto molto di quel che Hegel aveva detto di buono. Ci ha aggiunto di suo la grossolana contraddizione di applicare i processi dello spirito, la dialettica, al fatto empirico, al relativo come tale, la materia» (lettera a Ada, 29 agosto 1919, in Nella tua breve esistenza. Lettere 1908-1926, cit., p. 121).

Non sarà dunque il filosofo che egli opporrà a Giuseppe Mazzini, nel 1922, in un celebre gioco di coppie oppositive: «Preferiamo Cattaneo a Gioberti, Marx a Mazzini» («La Rivoluzione liberale», 25 ottobre 1922, in Scritti politici, cit., p. 412). Sarà l’agitatore, sarà l’uomo-simbolo, la cui opera di per sé ha rappresentato un mito, capace di mettere in moto masse sterminate di uomini e donne. A loro, che in larga parte d’Europa, Italia compresa, si stanno ora agitando, aspirando, come recita un ritornello popolare del tempo, a «fare come la Russia», guarda Piero. Perciò, gli preme di più studiare ora il bolscevismo, «minutamente» (L’editore ideale, cit., p. 53). L’interesse per Vladimir I. Lenin e i suoi compagni si spiega con la grande popolarità della Rivoluzione non soltanto in seno al movimento operaio: perfino le polemiche, aspre e diffuse contro i bolscevichi, sulla stampa italiana favoriscono la discussione. Gobetti non vuole limitarsi a chiacchierare, ma vuole sostenere in qualche modo quell’empito creativo che vede provenire dallo sterminato Paese: la Rivoluzione russa, quella leniniana, in particolare, «è storia» e, invece che combatterla, occorre studiarla. Lenin e Lev D. Trockij hanno realizzato un governo al di là delle ideologie, e stanno realizzando, in senso proprio, etimologico, la democrazia («Energie nove», II s., 30 novembre 1919; ora in Scritti storici, letterari e filosofici, cit., pp. 164-78).

Spinto da questo interesse, legato ai fatti russi, Piero, con Ada, si pone allo studio della lingua di Lev N. Tolstoj, che è ora, innanzi tutto, la lingua di Lenin, prendendo lezioni private da Rachele Gutman, una russo-polacca compagna di Alfredo Polledro, ex sindacalista rivoluzionario, che nel 1926 darà vita a Slavia, casa editrice specializzata nella traduzione integrale di testi russi e slavi. E già a fine anno i due pubblicano la traduzione di un testo di Leonid N. Andreev, Il Figlio dell’uomo, per l’editore milanese Sonzogno. Lo studio della realtà russa, e della sua vicenda storica, lo affascina, e letteratura e politica si associano, nell’appassionata, non sempre sorretta da strumenti conoscitivi adeguati, indagine del giovane, il cui Paradosso dello spirito russo, rimarrà incompiuto, e pubblicato a cura di Santino Caramella nel 1926, postumo. Ma, ora, è essenzialmente il Soviet ad abbagliarlo, nella sua forza spontanea dal basso, che gli pare «l’antitesi dei sindacati istituiti burocraticamente».

La Russia dei Soviet è l’avvenire, incarna la forza di uomini che fanno la storia, la capacità di un popolo di diventare Stato. Va difesa. Perciò, come ricordato, Gobetti mette alla berlina la campagna denigratoria intrapresa dalla «nostra borghesia» contro il bolscevismo. Eppure, questo neofita dello slavismo non arretra dal denunciare il fallimento dell’«esperimento marxista», e spiega: «le vecchie obbiezioni dell’economia liberale sono più ferme che mai contro tutti i fautori delle statizzazioni». Ciononostante, a suo avviso, dalla Russia giunge un messaggio più alto, un messaggio storico: «Là si gettano le basi di uno Stato nuovo». Lenin e Trockij non sono semplicemente dei «bolscevichi», essi sono «uomini d’azione», e hanno «destato un popolo e gli vanno ricreando un’anima» (Criteri di metodo per la storia della Rivoluzione russa, «Rivista di Milano», 1921; ora in Scritti storici, letterari e filosofici, cit., pp. 410-12).

Gramsci, l’occupazione delle fabbriche e «L’Ordine nuovo»

Alla realtà, peraltro immaginata più che conosciuta del Soviet, Gobetti si avvicina grazie anche al rapporto con il gruppo degli «ordinovisti», che ha cominciato a conoscere, e poi a frequentare, con l’occupazione delle fabbriche, e che sono ormai divenuti «Frazione comunista» in seno al PSI e, dal 21 gennaio 1921, elemento costitutivo importante del nuovo Partito comunista; si valgono di un quotidiano, che reca il nome della rivista settimanale su cui si sono aggregati, ma che in realtà è la prosecuzione dell’«Avanti!», nell’edizione piemontese. Alla posizione gramsciana, quella degli anni a ridosso della guerra, Gobetti pare vicino, fino a un certo punto, anche nel suo giudizio su Marx, dove pure emergono differenze notevoli.

Per Gramsci, Marx va interpretato in modo critico, privilegiando il momento della soggettività dell’agire del singolo nella storia, piuttosto che quello strutturale del meccanico sviluppo delle condizioni economiche. Lenin ha fatto una «rivoluzione contro il Capitale», ossia andando contro la lettera del pensiero di Marx, ma ne ha interpretato correttamente lo spirito: ha colto l’occasione rivoluzionaria. I bolscevichi, a rigore, non sono neppure marxisti; «non hanno compilato sulle dottrine del Maestro una dottrina esteriore, di affermazioni dogmatiche e indiscutibili» (La rivoluzione contro il Capitale, «Avanti!», 24 dicembre 1917). La teoria è importante, ma va messa alla prova dai fatti: e i fatti hanno fornito ai rivoluzionari un’occasione che Lenin e Trockij non avrebbero potuto lasciar cadere. E hanno «fatto la storia». Sono stati creatori, agendo, invece di chiosare i testi del fondatore della dottrina. La vita ha prevalso sul libro, insomma.

Gobetti sembra non lontano da questa interpretazione, sia pure partendo da un giudizio riduttivo e tutto sommato denigratorio di un Marx letto con gli occhi di Gentile e di Benedetto Croce, entrambi invitati, nell’aprile 1919, a collaborare a «Energie nove», in un divisato fascicolo speciale proprio sul marxismo. Al primo chiede un articolo con questo titolo: «Perché non sono socialista – Di fronte al marxismo e alla posizione sentimentale dei socialisti». All’altro precisa, quasi a vellicare l’antisocialismo del filosofo, di aver chiesto contributi a esponenti di tutte le tendenze, «eccettuati i socialisti estremi, tra i quali non sono riuscito a trovare che esaltati – diciamo meglio – uomini d’azione e non di pensiero!», Carteggio 1918-1922, cit., pp. 46, 32). Del resto, nel 1923, ospita nella «Rivoluzione liberale» una dotta stroncatura del materialismo storico per la penna di quel «conservatore galantuomo» che risponde al nome di Gaetano Mosca, docente che è stato fra i suoi, e che egli non ha esitato a criticare, pur nell’omaggio finale (Scritti politici, cit., pp. 652-57). Eppure si proclamerà presto, vigorosamente, antigentiliano, a prescindere dall’adesione del filosofo al mussolinismo. E a Prezzolini che lo avverte che Croce è più fascista di Gentile, Piero replica che il secondo «è su un altro piano: può commettere degli errori senza compromettersi», elogiando la sua «goethiana superiorità» (14 e 18 dicembre 1922, in Carteggio 1918-1922, cit., pp. 403, 407).

Noto è il suo memento, quasi un grido: «questa è l’ora di Marx»; un altro slogan, certo, che, pur se proferito nell’aprile 1924 (il che è un paradosso, trattandosi di un momento difficile sia per il fascismo, sia per l’opposizione), esprime un pensiero, o forse piuttosto un’istanza emozionale, che percorre tutta intera la breve, ma quanto precoce maturità gobettiana, pur con le «revisioni» realizzate tra il 1918 e il 1925, a prescindere da Marx, il quale, tra l’altro, in quella fase storica, diventa, in modo discutibile, ma efficace, uno schermo su cui disegnare nuove figurazioni della lotta antifascista, e della critica della debolezza e incoerenza degli oppositori. Ma, e qui la distanza da Gramsci è netta, Gobetti vede in Marx non l’economista (che, ribadisce, «è morto»), bensì, piuttosto, lo storico (quasi che si possa, proprio in Marx, separare dall’economista) e soprattutto, «l’apostolo del movimento operaio» (L’ora di Marx, «La Libertà», aprile 1924; ora in Scritti politici, cit., p. 641); e, scrive nel 1922, il «profeta» e il «costruttore di miti» (Il liberalismo di L. Einaudi, «La Rivoluzione liberale», 23 aprile 1922; ora in Scritti politici, cit., p. 336). Evidente l’influenza di Georges Sorel, e della sua lettura di Marx; altrettanto evidente che, motu proprio, il giovane vede in Marx non lo scienziato della società, ma, innanzi tutto, il suscitatore di energie per agire, per combattere.

L’apologetica della lotta, l’esaltazione del conflitto, è il filo rosso della sua elaborazione e, insieme, uno dei principali elementi che lo connette al genius loci torinese, in particolare a L. Einaudi, da cui pure non manca di prendere, cautamente, le distanze (mentre feroce è la critica gramsciana, con l’accusa di incoerenza, e disonestà intellettuale, e con una peraltro affrettata sentenza di morte del liberalismo: Einaudi, o dell’utopia liberale, «Avanti!», 25 maggio 1919). Solo attraverso la lotta «fecondamente si temprano le capacità e ciascuno difendendo con intransigenza il suo posto collabora al processo vitale che ha superato ormai il punto morto dell’ascetismo e dell’oggettivismo greco»; c’è di più: c’è il valore fondante e assoluto del lavoro, «nuovo criterio della verità», che «s’adegua alla responsabilità d’ognuno» (La visione greca della vita, «L’Ordine nuovo», 18 aprile 1922; ora in Scritti storici, letterari e filosofici, cit., p. 705).

L’occupazione delle fabbriche, nel settembre 1920, sembra la fusione perfetta di un marxismo in atto, più che in dottrina, con la voglia di (re)agire degli operai al dominio capitalistico; prova provata dell’esaurita funzione del liberalismo – di quel liberalismo –, messo nell’angolo dall’ascesa irresistibile – tale sembra a Gobetti – dei suoi avversari proletari, che, peraltro, all’epoca egli non si sente di seguire, come scrive ad Ada, precisando, «almeno per ora» (7 settembre 1920, in Nella tua breve esistenza. Lettere 1908-1926, cit., p. 376). Ex post, essi, come i compagni russi, guidati dai bolscevichi, gli sembrano aver realizzato una «elaborazione politica assolutamente nuova» (I miei conti con l’idealismo attuale, «La Rivoluzione liberale», 18 gennaio 1923; ora in Scritti politici, cit., p. 445). Anche qui, come per l’appello a Marx, paradossalmente Gobetti scrive a cose fatte, con Mussolini, il grande domatore, asceso al soglio del potere: negli operai di Torino, vede una élite eroica, capace di sacrificio, addirittura religiosa (il termine ricorre spesso nel lessico di questi che è stato definito a sua volta «un laico religioso»: F. Traniello, Gobetti, un laico religioso, in Cent’anni, 2004, p. 44). Per Gramsci si tratta di un’avanguardia, che deve educare e trascinare il resto della massa; per Gobetti essi sono i predestinati, coloro che hanno tratto il dado e non possono tornare indietro, nell’affermazione di una nuova libertà, che nasce dall’opera loro, e non da un comando esterno. Essi incarnano prima che l’essenza della rivoluzione sociale, e socialista, lo spirito della Riforma, quella che all’Italia è mancata, producendo in tal modo ogni disastro nella storia del Paese.

Un tema, quello della mancata Riforma come chiave esplicativa di tanti problemi nazionali, circolante da tempo nella cultura italiana, e che Gobetti enfatizza già nel Manifesto della «Rivoluzione liberale» e che riprenderà nel volume omonimo, dopo che numerosi segnali vengono dati nel foglio settimanale, perlopiù attraverso contributi di collaboratori, primo fra tutti Giuseppe Gangale, un cui testo, dal significativo titolo Rivoluzione protestante, sarà pubblicato nelle edizioni gobettiane (1925); ma un impulso significativo giunge anche da Mario Missiroli, e dal suo volume La monarchia socialista (del 1914, ristampato nel 1922).

Il fascismo e «La Rivoluzione liberale»

In tal senso, il fascismo è la precipitazione di quei mali d’Italia provocati proprio, innanzi tutto, dalla mancata Riforma. Il fascismo è cattolico, arcaico, antimoderno, è la Controriforma, in sintesi. Dietro le formule efficaci, Gobetti in questa analisi sembra fermarsi a un piano esteriore del movimento mussoliniano, non cogliendone gli altri e ben più pregnanti aspetti. E propone, a suo modo, un weberismo di sintesi, vedendo e lodando in Martino Lutero e Giovanni Calvino gli «antesignani della morale del lavoro». E, addirittura, arriva a sostenere l’identità fra lo «spirito delle democrazie protestanti» e la «morale liberistica del capitalismo» e la «passione libertaria delle masse» (Il nostro protestantismo, «La Rivoluzione liberale», 17 maggio 1925, già apparso nella rivista protestante «Conscientia», 22 dicembre 1923; ora in Scritti politici, cit., pp. 823-26).

Illuminismo, ma altresì eroicismo, giudizio positivo sulla spinta propulsiva della Riforma protestante («l’ultima grande rivoluzione avvenuta dopo il cristianesimo»), ecco i punti nodali del tragitto del Nostro. L’Illuminismo, nondimeno, non lo conduce ad accettare il principio di un despota, sia pure «illuminato». L’idea, efficace ma impolitica di Gobetti sarà, d’ora in poi, quella del tirannicidio, anche se Alfieri, nel suo pensiero, è temperato da Giuseppe Baretti. Il che non significa moderatismo; il Baretti a cui guarda Piero con reverenza che sa di arcaico, e forse un po’ di provinciale, è il critico che veste i panni austeri, savonaroleschi, di Aristarco Scannabue che impugna la frusta per sgominare le ipocrisie e le melensaggini della società dei colti.

La frusta teatrale, che richiama esplicitamente la rivista fondata da Baretti, egli intitolerà la raccolta delle recensioni drammaturgiche pubblicate sul quotidiano di Gramsci, tra il 1921 e il 1922. Illuminismo s’intitola l’editoriale dell’ultima rivista, quella appunto intitolata «Il Baretti». Un’interessante testimonianza dello spirito europeo che anima Piero e i suoi amici, ma insieme anche l’avvio del ripiegamento, dopo la sconfitta seguita all’affaire Matteotti. Santino Caramella aveva scritto stentoreamente: «Noi dobbiamo prepararci ad essere gli illuministi di un nuovo ’89» (30 novembre 1922). Si era subito dopo l’ascesa mussoliniana. Caramella passerà nel campo dei vincitori, mentre Piero sarà sepolto in un cimitero parigino.

Si scivola lentamente ma sicuramente dalla politica alla letteratura, e Piero si dedica in modo prevalente all’attività libraria, anche se rimane il fierissimo nemico di Mussolini e ancor più di tutti gli pseudoliberali che mirano ad accomodarsi e a intendersi con il domatore di leoni ormai senza denti né artigli. Piero, «l’editore giovane» (Frabotta 1988), pubblica la traduzione del saggio On liberty di John Stuart Mill, con bella prefazione di Einaudi, il quale esalta la bellezza della lotta, ma nulla fa contro il regime ormai in via di consolidamento, mentre Piero tenta l’ultima resistenza, via via più, letteralmente, disperata.

Anche lo storico Gobetti dà un senso politico, o meglio, etico-politico, alla sua rivisitazione critica delle tappe fondative dell’identità italiana, specie nei primi anni del suo impegno, tra il 1919 e il 1922: ed ecco emergere un Risorgimento «senza eroi», con una delle sue formule folgoranti, che sono entrate nell’uso corrente, spesso a prescindere dai contenuti. In questo ripercorrere le tappe della storia d’Italia, il rapporto con Croce e con l’idealismo è fondamentale.

Nell’agosto 1922 scrivendo ad Ada sentenzia che se la filosofia – pensa a Croce ma anche a Gentile – si identifica con la storia, «non può essere filosofia» (Nella tua breve esistenza. Lettere 1908-1926, cit., p. 549). Si tratta di una rottura teorica che corrisponde anche a una liberazione dal peso ingombrante della personalità del filosofo napoletano, e a una conseguente laicizzazione della posizione gobettiana (R. Paris, Piero Gobetti et l’absence de la Réforme protestante en Italie, in Gobetti tra Riforma e rivoluzione, 1999, p. 26).

Il programma de «La Rivoluzione liberale» è spiegato nel primo numero come quello di una «revisione della nostra formazione politica nel corso del Risorgimento» (Scritti politici, cit., p. 226). Il richiamo gobettiano pare rivolto innanzi tutto ad Alfredo Oriani, e alla sua Lotta politica in Italia (1892), addirittura oggetto di un calco nel sottotitolo dell’opera principale data alle stampe nel 1924, ossia La Rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia. Tale opera può anche essere vista come una ricerca dell’eredità del Risorgimento nell’Italia del tempo presente, a cui il giovane si dedica con l’ausilio di Oriani, ma anche di un giornalista contemporaneo, Missiroli, verso il quale Gobetti mostra un’ingiustificata stima: se Salvemini è, per lui, il Carlo Cattaneo del tempo presente, Missiroli sarebbe l’Oriani (Lettera ad Ada, 7 agosto 1922, in Nella tua breve esistenza. Lettere 1908-1926, cit., p. 547). È peraltro vero che in una nota il giovane denuncia la propria insoddisfazione verso quella – appunto di Missiroli e, più indietro, di Oriani – che chiama «storia schematica» (Scritti politici, cit., p. 945). Ma nella storiografia en philosophe, ed en idéologue, di Gobetti, vi sono anche, impliciti o espliciti, Ernest Renan, Gaetano Mosca e qualche altro. In realtà, pur con qualche acuta intuizione, ma con tanti giudizi frettolosi, difficilmente suffragabili in sede critica oggi, la storia è per Gobetti poco più di «un pretesto», ossia «un modo di aggredire la realtà politica, di individuare i termini della lotta attuale» (Carocci 1951, p. 130). O, se si vuole, più semplicemente, v’è sempre nel suo discorso un «combinarsi diretto di analisi storica e critica politica» (Bagnoli 2003, p. 22).

Sulla sua rivista, tenta di organizzare un quadro di riferimenti storici per giustificare la tesi, divenuta presto celebre, quasi uno slogan, del fascismo come «autobiografia della nazione». In realtà, proprio nell’analisi del movimento, ormai sul punto di trasformarsi in partito al potere e poi in regime, la capacità di analisi storico-politica di Gobetti rivela i suoi limiti, anche nel fascino del suo argomentare e nell’efficacia delle sue formule a effetto. Reazione contro rivoluzione, termometro della nostra crisi, misura dell’impotenza del popolo… Nella visione gobettiana, il fascismo diventa una categoria spirituale nella quale si coagula il peggio dell’identità di un Paese malato: di trasformismo, di cialtroneria, di dilettantismo. E Mussolini è «l’addomesticatore», che «ha superato tutti gli esempi di trasformismo, di insincerità, di compromessi, di ricatti» (Le elezioni, «La Rivoluzione liberale», 12 febbraio 1924; ora in Scritti politici, cit., pp. 585-90). Il suo movimento è l’espressione dell’immaturità e dell’irresponsabilità, e, soprattutto, impedisce «la fedeltà degli uomini alla propria intransigenza»; e se non si vuole finire tra gli addomesticati non rimane che svolgere la parte dei ribelli (Addomesticati e ribelli, «La Rivoluzione liberale», 6 maggio 1924; ora in Scritti politici, cit., pp. 659-64). La politica impone scelte etiche, discriminanti, assolute. Contro ogni tendenza al compromesso, contro la «normalizzazione», instaurata dai vincitori e accettata dagli ipocriti e dai vili, Gobetti prova ancora a incitare le minoranze a resistere: il suo appello si rivolge alle «minoranze battagliere» e i «movimenti libertari sorti dal basso», sperando magari di scuotere, attraverso queste élite, le classi medie e le «masse quietiste» (Dopo le elezioni, «La Rivoluzione liberale», 15 aprile 1924; ora in Scritti politici, cit., pp. 635-39).

Eccolo, dunque, in azione, fino all’ultimo suo respiro, questo liberale anomalo, eretico, sovversivo (sono tanti gli attributi che nel corso dei decenni gli sono stati assegnati), che si riduce a «fare all’amore coi comunisti», data la pochezza dei liberali: così scrive Luigi Einaudi sul «Corriere della Sera» del 14 ottobre 1922; liberali «piemontesi» aggiunge Einaudi, ma trattasi di pochezza generale, di cui il futuro presidente della Repubblica italiana è ben cosciente, anche se la proposta «rivoluzionaria» di quel giovinetto, pur affascinandolo, non lo può certo convincere.

E difficilmente può convincere ancora oggi, nel suo carattere ossimorico, e per tanti aspetti rétro, che cerca di rivitalizzare il liberalismo nella sostanza, mentre ne rigetta la forma attuale. Egli sembra intendere, prima di fondare la seconda sua rivista, il liberalismo in senso letterale, come un progetto di liberazione dell’individuo, ma assumendo (specialmente guardando ai bolscevichi) come un dato da non ignorare, la dimensione collettiva. Un liberalismo capace di misurarsi, dunque, con la tradizione, sfidandola, ma non cancellandola, in grado di innovare, andando oltre le angustie e gli egoismi di classe, pur fermamente ancorato alla dottrina economica liberista. Liberazione dell’individuo dall’oppressione statale, e liberazione delle sue energie creatrici in modo che egli si possa dedicare alla esplicitazione della propria personalità. Retaggio della Riforma, prima che dei lumi.

L’endiadi rivoluzione liberale, riproposta come titolo della rivista e come insegna di un movimento politico presto fallito, oltre che titolo del libro principale del Nostro, ne rivela le ambizioni, ma anche le fragilità. «Il liberalismo è morto» sentenzia il Manifesto nel nr. 1 del periodico; ma al liberalismo si richiamerà per tutta la sua breve vita Gobetti, che continuerà a proclamarsi liberista, eppure affermando che occorre superare le «astratte formule» del liberalismo.

Un irrisolto pensiero, un’oscillazione continua, orizzontale e verticale, tra ideologie ed epoche, caratterizzano la filosofia civile gobettiana. La battaglia contro il fascismo imprime, tra il 1922 e il 1925, una curvatura ulteriore, peculiare, alla linea gobettiana, diventando l’antifascismo il porro unum et necessarium della sua azione, tanto di cultura politica, quanto di politica pratica. Le formule diventano predominanti, spesso a effetto, eccezionali per capacità di suscitare emozioni: slogan, si direbbero, in grado di dar vita a movimenti ideali, ma non a movimenti di massa e neppure di intellettuali, pronti a chinare la testa: «vile razza bastarda», li bolla Gobetti. Vuole combattere, gridare, forse morire per la rivoluzione (liberale), contro la pseudorivoluzione (mussoliniana).

Liberalismo, Illuminismo, eroicismo: ecco gli ismi fondamentali di Gobetti. Non a caso il suo autore, è, prima di ogni altri, Alfieri; a lui dedica la tesi di laurea, con Solari, che poi egli stesso pubblica. E il maestro, non aduso a far sconti, recensirà severamente l’opera, amareggiando il giovane che, nondimeno, nello stesso anno, il 1923, gli invia con dedica affettuosa, chiamandolo «animatore degli studi instancabile», la traduzione del libro di Lucien Laberthonnière, da lui appena pubblicata, Il realismo cristiano e l’idealismo greco (in La vita degli studi, 2000, p. 214). L’Alfieri di Gobetti cade sotto l’impietosa disamina di Solari, che ne mette in luce le incongruenze, le implausibilità, gli anacronismi, ma non si può leggere con le lenti della critica storica, bensì in altri termini: come Alfieri «era stato il profeta del primo liberalismo, Gobetti si sente il profeta del secondo liberalismo, il liberalismo novecentesco della Rivoluzione liberale» (Carocci 1951, p. 130). E siamo fuori della storia, siamo dentro il mito, da cui il giovane si sente trascinato e a sua volta protagonista.

La «compagnia della morte»

Mito, illusione, azione: in questo trittico si ritrova la nervatura della filosofia civile di Piero Gobetti, tutta volta a combattere contro quello che Gramsci chiama il «peso morto della storia», l’indifferenza, l’abulia, il parassitismo sociale (Indifferenti, «La città futura», febbraio 1917), o, detto altrimenti, l’«apotismo» proposto da Prezzolini, alla vigilia dell’ascesa al potere di Mussolini, al quale Piero risponderà in modo fermo, pur non respingendo a priori la proposta, e comunque conservando fiducia in quella sorta di fratello maggiore – come lo chiama – che è per lui il fondatore della «Voce». L’avvento mussoliniano è stato comunque uno spartiacque, che divide idealmente non solo i due amici, ma Piero da una larga parte tanto di quella generazione, quanto della sua stessa. Nella risposta a Prezzolini, articolata su due interventi successivi, leggiamo il succo della filosofia politica gobettiana.

Noi siamo più elaboratori di idee che condottieri di uomini, più alimentatori della lotta politica che realizzatori: e tuttavia già la nostra cultura, come tale, è azione, è un elemento della vita politica (Per una società degli apoti, «La Rivoluzione liberale», 28 settembre 1922, p. 104).

L’identità di cultura e politica, e di questa con l’azione diretta, è un dato fondamentale: ma ormai Piero ha compiuto un tragitto che, non lungo cronologicamente, dall’autunno di «Energie nove» (1918) all’autunno della Marcia su Roma, fino a quello, l’ultimo suo, che vede la chiusura de «La Rivoluzione liberale» (1925), è difficoltoso e via via più drammatico sul piano storico e personale. Nell’Introduzione al libro che ha come titolo quello del periodico, denuncia, quasi confessasse una sconfitta di cui tuttavia andare orgoglioso, la propria «chiusa e severa austerità» e, addirittura, un «donchisciottismo disperatamente serio e antiromantico» (Scritti politici, cit., p. 915). Rimane un elitista, ma si rende conto dei limiti della propria azione, e non si impanca a leader, ma si propone soltanto nei panni di un suscitatore di energie; e piuttosto che «bandire la rivoluzione» alle classi proletarie, cerca di entrare in sintonia con esse.

Eppure non rinuncia alla fatidica etichetta di rivoluzionario: «Siamo rivoluzionari in quanto creiamo le condizioni obiettive che incontrandosi con l’ascesa delle classi proletarie, indicataci dalla storia, genereranno la civiltà nuova, il nuovo Stato». La creazione di una nuova civiltà, di un nuovo ordine, capace poi di tradursi sul piano istituzionale, con la nascita di uno Stato, sembra mostrare un’ulteriore sintonia con Gramsci e gli ordinovisti. La differenza, spesso, è di stile, ma certo non soltanto: l’empito libertario gobettiano, il bisogno di agire, la fede in gesti risolutivi, o in parole estreme, capaci di suggestionare le masse, in altri termini di agitare davanti a esse miti d’azione, intrisi di eroicismo, è estraneo a Gramsci e ai suoi. Sicché la risposta conclusiva a Prezzolini è una sentenza di altissima moralità, ma, anche, diciamolo, una grandiosa battuta oratoria:

Di fronte a un fascismo che con l’abolizione della libertà di voto e di stampa volesse soffocare i germi della nostra azione formeremo bene, non la Congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte (Scritti politici, cit., pp. 409-15).

La morte verrà, e non nella pugna con il nemico fascista (anche se non estranea a quella battaglia). Gobetti muore in un letto d’ospedale, in quella Parigi che avrebbe dovuto essere il centro della sua nuova vita, di mero organizzatore culturale, e invece diventa la sua precoce e crudele tomba. Un’uscita di scena, tuttavia, che benché tutt’altro che eroica, suscita un’immensa emozione tra gli amici, testimoniata da un numero unico del «Baretti», dedicato allo Scolaro maestro, come recita il titolo di un commosso articolo di Augusto Monti, che sarà tra i principali animatori della rivista e della casa editrice dopo la morte. L’una e l’altra chiuderanno definitivamente l’attività con la fine del 1928. Ma «l’aura gobettiana» (d’Orsi 2000, p. 73), contaminerà beneficamente la cultura torinese – in particolare nell’ambito editoriale, da Slavia a Einaudi, da Ribet-Buratti a Frassinelli – irradiandosi ben oltre i confini della città.

Sul piano politico echi gobettiani significativi si troveranno nel movimento di Giustizia e libertà, e successivamente nel liberalsocialismo, e nel Partito d’azione, giungendo, in modo spesso spurio, talora piuttosto improbabile, fino ai nostri giorni. E Gobetti, il prodigioso giovinetto, al di là di quello che veramente gli è accaduto di scrivere e fare nel corso della sua breve vita, è diventato una straordinaria icona dai numerosi, diversi riflessi: dell’intransigenza etico-politica, innanzi tutto; dell’antifascismo, in specie; del tentativo di conciliazione tra liberalismo e socialismo, infine, progetto che, provvisto di nobili progenitori, avrà discendenti di rango, rimanendo, nondimeno, un ideale bello e sostanzialmente irrealizzato. Il che ne perpetuerà il richiamo, alla luce del fascino promanante dalla figura di un ragazzo morto a ventiquattro anni e otto mesi.

Opere

La filosofia politica di Vittorio Alfieri, Torino 1923 (poi con introduzione di D. Gorret, Ripatransone 1995; poi a cura di A.M. Graziano, Cagliari 1998).

La frusta teatrale, Milano 1923.

La Rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Bologna 1924 (poi Torino 1948; poi con saggio introduttivo di G. De Caro, Torino 1965; poi a cura di E. Alessandrone Perona, Torino 1983; poi con un saggio di P. Flores D’Arcais, Torino 1995; poi a cura di E. Sbardella, Roma 1988).

Paradosso dello spirito russo, e altri scritti sulla letteratura russa, Torino 1926 (poi con introduzione di V. Strada, Torino 1976).

Risorgimento senza eroi. Studi sul pensiero piemontese nel Risorgimento, Torino 1926 (poi con introduzione di F. Venturi, Torino 1976; poi con uno scritto di C.A. Ciampi, postfazione di G Bergami, Roma 2011).

Opera critica, 2 voll., Torino 1927.

Scritti attuali, con Piero Gobetti nei Ricordi di Luigi Einaudi, prefazione di U. Calosso, Roma 1945.

Antologia della Rivoluzione liberale, a cura di N. Valeri, Torino 1948.

Coscienza liberale e classe operaia, a cura di P. Spriano, Torino 1951.

Le riviste di Piero Gobetti, a cura di F. Antonicelli, L. Anderlini, Milano 1961.

L’editore ideale. Frammenti autobiografici con iconografia, a cura e con prefazione di F. Antonicelli, Milano 1966 (poi con premessa di C. Gobetti, introduzione di M. Revelli, Manduria 2006).

Scritti politici, a cura di P. Spriano, Torino 1969 (19972).

Scritti storici, letterari e filosofici, a cura di P. Spriano, con due note di V. Strada, F. Venturi, Torino 1969.

Gobetti e La Voce, a cura di G. Prezzolini, Firenze 1971.

Scritti di critica teatrale, a cura di G. Guazzotti, C. Gobetti, con introduzione di G. Guazzotti, Torino 1974.

P. e A. Gobetti, Nella tua breve esistenza. Lettere 1908-1926, in appendice Diari di Ada (1924-1926), a cura di E. Alessandrone Perona, Torino 1991.

Al nostro posto. Scritti politici da «La Rivoluzione liberale», con un saggio di L. Einaudi, a cura di P. Costa, A. Riscassi, Arezzo 1996.

Con animo di liberale. Piero Gobetti e i popolari. Carteggi 1918-1926, a cura di B. Gatiglio, presentazione di G. De Rosa, Milano 1997.

Dizionario delle idee, a cura di S. Bucchi, Roma 1997.

Scritti sull’arte, a cura di M. De Benedictis, prefazione di R. Crovi, Torino 2000.

Carteggio 1918-1922, a cura di E. Alessandrone Perona, Torino 2003.

Lo scrittoio e il proscenio. Scritti letterari e teatrali, a cura di G. Davico Bonino, con uno scritto di C. Dionisotti, Nardò 2010.

Bibliografia

G. Carocci, Piero Gobetti nella storia del pensiero politico, «Belfagor», 1951, 2, pp. 130-48.

A.M. Lumbelli, Piero Gobetti, «storico del presente», prefazione di A. Passerin d’Entrèves, Torino 1967.

C. Pogliano, Piero Gobetti e l’ideologia dell’assenza, Bari 1976.

P. Spriano, Gramsci e Gobetti. Introduzione alla vita e alle opere, Torino 1977.

G. Bergami, Guida bibliografica degli scritti su Piero Gobetti, 1918-1975, presentazione di N. Bobbio, Torino 1981.

Piero Gobetti e la Francia, Atti del colloquio italo-francese, 25-27 febbraio 1983, Milano 1985.

N. Bobbio, Italia fedele. Il mondo di Gobetti, Firenze 1986.

M.A. Frabotta, Gobetti. L’editore giovane, Bologna 1988.

Piero Gobetti e gli intellettuali del Sud, a cura di P. Polito, Napoli 1995.

Gobetti tra Riforma e rivoluzione, a cura di A. Cabella, O. Mazzoleni, Milano 1999.

M. Gervasoni, L’intellettuale come eroe. Piero Gobetti e le culture del Novecento, Firenze 2000.

A. d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Torino 2000.

La vita degli studi. Carteggio Gioele Solari-Norberto Bobbio (1931-1952), a cura e con un saggio introduttivo di A. d’Orsi, Milano 2000.

C. Malandrino, Gobetti Piero, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, 57° vol., Roma 2002, ad vocem.

P. Bagnoli, Il metodo della libertà. Piero Gobetti tra eresia e rivoluzione, Reggio Emilia 2003.

Cent’anni. Piero Gobetti nella storia d’Italia, Atti del Convegno di studi, Torino 2001, a cura di V. Pazé, Milano 2004.

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