DANDINI, Pietro (Pier)

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 32 (1986)

di Evelina Borea

DANDINI, Pietro (Pier). - Nacque a Firenze il 12 aprile 1646 (F. S. Baldinucci) o nel 1647 (Orlandi, 1704) da Ottaviano (fratello dei pittori Cesare e Vincenzo), e fu educato all'arte dallo zio Vincenzo.

Le notizie sulla sua vita come sulle opere si attingono in massima parte dalla diffusa biografia che di lui scrisse alcuni anni dopo la sua morte, circa il 1725-30, Francesco Saverio Baldinucci, biografia rimasta inedita sino al 1975 - ma utilizzata da altri scrittori di "vite" inedite e no -, e con integrazioni da parte di guide o raccolte di lettere o di varia erudizione sette ed ottocentesche. Essendo il contributo della critica moderna minimo, sempre occasionale, riducendosi di fatto alla interpretazione dei dipinti più in vista in chiese o palazzi fiorentini e alla presentazione in occasione di mostre di quadri da stanza di proprietà privata, senza alcun impegno di disegno storiografico per la intera attività del pittore, sembra utile tracciare il profilo biografico del D. seguendo il dettato del Baldinucci iunior, riordinando le notizie fornite da questo scrittore al lume delle successive acquisizioni e con integrazioni dalle fonti anteriori.

Un viaggio di studio a Venezia, della durata di due anni circa, durante il quale il giovane toccò anche Modena, Parma e Bologna - ciò che significava studiare Tiziano e Veronese, Correggio e i Cariacci - sembra essere stato assai importante nella sua formazione. Egli trasse copie in disegno e in pittura da opere di quei maestri (da vecchio ne aveva una in casa dalle Nozze di Cana di Paolo Veronese: cfr. F.S. Baldinucci, p. 281).

Il dipinto nella chiesa fiorentina della SS. Annunziata, raffigurante un Miracolo del beato Giovacchino Piccolomini, che il Cinelli nel 1677 lodò vivamente, fu probabilmente una delle prime opere pubbliche dell'artista, insieme allo Sposalizio di s. Caterina, che il cardinal Piccolomini gli commissionò per il duomo di Siena. All'incirca in quel tempo fu eseguita anche l'Assunzione in S. Verdiana, posta su di un altare datato 1680. In questi dipinti e in particolare in quello che appare il più originale, e certo tra le opere migliori del D., il S. Giovacchino della SS. Annunziata, l'artista mostra, nei confronti dei modi allora dominanti a Firenze di Pietro da Cortona, una certa indipendenza compositiva che lo accomuna piuttosto a Livio Mehus, allora sempre in auge presso la corte fiorentina, anche per il modo del chiaroscurare. Esprimendo grande ammirazione per il quadro della SS. Annunziata, il Baldinucci (p. 273) riferisce che nella stessa "forte e singolare" maniera il D. eseguì anche una grande tela "con figure al naturale per i signori Marchi di Firenze, raffigurante la regina di Saba ricevuta da Salomone". Con questo dipinto, non ritrovato (ma un bozzetto dello stesso soggetto è passato sul mercato: Cantelli, 1983), il pittore si assicurò il successo anche presso la corte e l'aristocrazia fiorentina.

Dal 1681 e sino al 1696, egli fu impegnato per il principe Ferdinando, figlio del granduca Cosimo III, nella decorazione della villa di Pratolino (distrutta nel 1822).

Secondo le fonti e i documenti, vi dipinse un soffitto a fresco, ritratti di personaggi noti in veste di cacciatori entro grandi paesaggi di Crescenzio Onofri, figure di mori entro architetture finte di Iacopo Chiavistelli (queste pagate nel 1694) ealtro ancora, tra cui scene di commedia per il teatro del principe e bozzetti di costume. Dai documenti (Strocchi, 1978) si apprende che egli operò in Pratolino, prevalentemente affiancato da certo Carlo Antonio Molinari detto il Lombardino, pittore altrimenti sconosciuto.

Nel 1684 il D. figurava nella lista degli accademici del disegno accanto al Volterrano, Livio Mehus, il Foggini, tutti menzionati come maestri (Lankheit, 1962). Nel 1686 ebbe inizio un contrasto con il pittore lucchese Antonio Franchi che si trascinò negli anni, avendo origine, riferisce il Franchi (cfr. Nannelli, 1977, pp. 326 ss.), dalla nomina di questo a successore del defunto Sustermans, come ritrattista e pittore della granduchessa di Toscana, carica cui il D. aspirava, e per la commissione di una pala d'altare a Lucca egualmente toccata al Franchi invece che a lui nel 1688.

Da più fonti si apprende (Franchi, in Nannelli, 1977; Bartolozzi, 1754; Campori, 1866) che il D. fece scontare al rivale queste delusioni, quando, rispondendo all'invito di Pellegrino Antonio Orlandi, che chiedeva notizie sui pittori toscani viventi per il suo Abecedario, poi edito nel 1704, fu scarso nei confronti del Franchi. Allora si sarebbe scatenata l'ira del lucchese, nelle cui carte, rimaste manoscritte sino al 1977 (Nannelli) si trovano giudizi sul D. pittore, suoi propri o attribuiti a illustri personaggi, come Luca Giordano o il principe Ferdinando, per niente lusinghieri: ciò che in verità contrasta con quanto si attinge dal biografo F.S. Baldinucci.

Circa il 1690 il D. fu chiamato dal granduca a dipingere a fresco il soffitto della sala degli autoritratti nella galleria degli Uffizi, con una Allegoria della Toscana: l'ante quem è costituito dall'anno di morte di Livio Mehus, 1691, che secondo il Baldinucci (p. 275) avrebbe vivamente lodato l'opera. L'affresco non è più esistente. Nello stesso periodo il D. dipinse a fresco anche la volta della cappellina a pianterreno nella villa medicea della Petraià, raffigurandovi la SS. Trinità, con soluzioni decorative audaci per l'estendersi della veduta paradisiaca a tutto l'ambiente, eludendone il partito architettonico, sino al basso delle pareti, dove il quadraturista Molinari - col quale il D. aveva collaborato, o collaborava nello stesso periodo a Pratolino - finse un porticato con figure terrene (Chiostri, 1972).

Nel 1693 il D. fu inviato dal granduca a Pisa, a completare la decorazione della sala dei Priori nel palazzo pubblico, in cui a fresco si celebravano i fasti della Repubblica marinara e dove già figuravano due pareti dipinte da G. Farelli, con il Trionfo delle Baleari e il Trionfo della Sardegna, opere che risulta non fossero troppo piaciute. In ogni caso il D. fu preferito anche al concittadino A.D. Gabbiani, che in primo tempo era stato impegnato all'impresa. L'affresco, del quale è noto il bozzetto preparatorio in collezione privata (Gregori, 1965) ostenta la propensione dell'artista per i soggetti guerreschi, le scene di violenza con figure atterrate esprimenti l'orrore della morte. Ciò d'altronde si era visto già nel 1691, nella cappella fiorentina dedicata ai fatti della vita di S. Giovanni da Capestrano, nella chiesa di Ognissanti: nella pala d'altare, l'accento batte sul tema dell'eccidio in modo simile (tipici gli occhi stralunati). È probabile che sia stata eseguita in quel torno di anni la Battaglia di Vienna, quadro dipinto per l'auditore Filippo Luci, descritto con entusiasmo da F.S. Baldinucci (p. 280), ma sfuggito posteriormente all'attenzione. Così non sono conosciute le due tele rappresentanti momenti della stessa battaglia di Vienna - evento del 1683 che lasciò molti segni nella pittura del tempo - le quali sino ai primi di questo secolo erano nella villa Feroni a Bellavista, presso Firenze, la stessa villa dove sono indicati affreschi di soggetto allegorico del D., recentemente rivalutati (Petrucci, 1978).

Il granduca volle ancora il D. quale autore della decorazione a fresco della cappella maggiore di S. Maria Maddalena de' Pazzi.

L'opera, compiuta nel 1701, consiste nella rappresentazione del Paradiso nella cupoletta e di Glorie di angeli nei peducci. Nella città che aveva accolto i capolavori della pittura barocca, di Pietro da Cortona e di Luca Giordano, l'episodio apparve non secondario.

Altri membri della famiglia granducale si avvalsero del D. come decoratore delle loro residenze: la granduchessa Vittoria, a palazzo Pitti e al Poggio Imperiale, il cardinal Francesco Maria nella villa di Lappeggi. Qui il D. nel 1703 dipinse a fresco un soffitto con il Carro del Sole e scene di battaglia che sino a poco tempo fa venivano considerate del Borgognone (Rudolph,1972; Gregori, 1978).

Alternativamente ai Medici, furono illustri signori dell'aristocrazia fiorentina a impegnare l'artista in imprese di prestigio: nel 1695 il principe Corsini, che gli commissionò affreschi allegorici in due soffitti nel suo sontuoso palazzo appena costruito sull'Amo, dove operavano i più affermati pittori fiorentini del tempo, il Gabbiani e il Gherardini; il marchese Ginori, gli Orlandini e il già citato marchese Feroni.

Il D. fu molto vario nei suoi interessi tematici, fin dall'inizio della sua attività; F.S. Baldinucci (p. 271) elenca "paesi, fiori, frutti e animali d'ogni sorte, battaglie terrestri e navali, Baccanali e tuttaltro che suggerivagli la vastità del suo talento". Ciò non diversifica il D. dagli altri pittori del tempo, per es. Livio Mehus, ma ben poco si conosce oggi che gli si possa attribuire nei "generi" succitati. Due nature morte animate di figure, secondo la tradizione fiorentina che risale al Da Empoli, si conservano in una raccolta privata di Piacenza ma in esse si ravviserebbe la collaborazione dei Caffi (Cantelli, 1983). Delle Battaglie si è già detto. Quanto ai Paesi, sono vari i dipinti di paesaggio presenti nella raccolta del principe Ferdinando - e ora nei depositi degli Uffizi - che gli inventari indicano di mano del D. nelle figure, attribuendo a Crescenzio Onofri gli sfondi (Chiarini, 1975).

F.S. Baldinucci descrive (pp. 278 s.) anche un'altra grande opera, non ritrovata, di soggetto storico, il Ricevimento in casa Peruzzi dell'imperatore Giovanni Paleologo e del patriarca di Costantinopoli commissionata dalla famiglia Peruzzi. È memoria altresì di un'altra sua opera di carattere epico, l'"arme" di Leopoldo I imperatore, una grande tela raffigurante i fasti militari del defunto sovrano (1705), appesa sulla facciata di S. Lorenzo, nell'occasione delle esequie; e ancora, risulta che egli dipinse una tela con l'Incoronazione di Cosimo, nell'apparato eretto in S. Lorenzo nel 1712 per la canonizzazione di Pio V.

Lo stesso biografo descrive anche molti ritratti dovuti al D., a cominciare da quello riproducente i cinque figli di Filippo Baldinucci, e dunque lo stesso Francesco Saverio, opera non ritrovata; e ancora quello ái Filippo (morto il 10 genn. 1696) in veste di autore delle celebri Notizie, tra le personificazioni in figure femminili dell'Accademia del disegno e dell'Accademia della Crusca: questo appunto ora a Firenze, Accademia della Crusca (Meloni, 1977). Altri ritratti di vari personaggi dipinse a fresco nella già ricordata villa medicea di Pratolino, e ancora uno di Cosimo III, conservato in una raccolta privata, e uno del principe Ferdinando a palazzo Pitti, oltre al proprio autoritratto per la collezione granducale. Di molti altri, da quello di Lucrezia Rinuccini gia a palazzo Corsini a Firenze, pagato nel 1682, a quelli di celebri personaggi dell'ambiente toscano colto, ricordati dal Baldinucci (di Benedetto Averani, umanista dell'università di Pisa, dell'abate Antonio Maria Salvini, di Giovan Battista Riccardi, di Cosimo Vilifranchi medico e commediografo) non si ha più notizia, né degli originali né delle repliche che lo stesso D. ne avrebbe fatto: con eccezione del ritratto del matematico Vincenzo Viviani, ora a Londra (Royal Society: Cantelli, 1983).

Nel 1704 il D. avrebbe eseguito un ritratto dell'illustre bibliotecario granducale A. Magliabechi, richiesto dalla regina di Prussia: è lo stesso Magliabechi a lasciame memoria, precisando ch'era "alla macchia", ossia fatto a mente (Campori, 1866). Datato 1705 è il ritratto di Tommaso Puccini, ora nel Museo civico di Pistoia: lo scienziato per il quale il D. eseguiva nello stesso tempo affreschi nella villa di Scornio presso Pistoia.

Morì. a Firenze il 26 nov. 1712.

Data la rarità di dipinti di questo pittore in pubbliche raccolte italiane e straniere, si può giudicare di lui soprattutto dalle opere nelle chiese in Firenze o altre località toscane. E si osserva, anche considerandosi i dipinti ora in movimento sul mercato a lui attribuiti sulla base dei caratteri stilistici (Cantelli, 1983), come sia vario il livello qualitativo, talvolta così basso da giustificare certi giudizi negativi con i quali l'artista è stato accantonato sia in passato sia recentemente. Basti per converso vedere come spicca la pala in S. Giovannino dei Cavalieri a Firenze, con la Decollazione del Battista, uno dei capolavori, rispetto a mediocri macchine affastellate di figure pesanti e stralunate quali sono i dipinti in S. Frediano, o la pala con S. Francesco Ferreri in S. Maria Novella o la Gloria di s. Marco in S. Marco: tutte opere che è difficile collocare in sequenza cronologica per mancanza di dati.

Nonostante si apprenda che egli inviò opere anche in Germania e Polonia (F. S. Baldinucci, p. 280; Moucke, 1762), rimase indubbiamente limitato al livello locale, dove probabilmente non gli mancarono le commissioni anche per il carattere affabile che lo distingueva, la cultuna letteraria e musicale che gli procacciava molti amici di riguardo. Non ebbe allievi di rispetto. Dei suoi figli, Ottaviano e Vincenzo esercitarono la pittura con scarso esito, l'altro, Valentino, fu sacerdote.

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