DIANI, Pietro

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 39 (1991)

di Werner Maleczek

DIANI, Pietro (Petrus Dianus Placentinus). - Il D. era originario di Piacenza, ma non è possibile stabilire a quale ceto sociale la sua famiglia appartenesse. Un suo parente di nome Giovanni Diani è ricordato nel 1192. Il D. stesso nacque probabilmente verso la metà del sec. XII, perché le fonti lo ricordano per la prima volta nel 1172 come suddiacono pontificio. Nel 1173 compare tra i canonici del capitolo di S. Antonino a Piacenza di cui fu eletto preposito prima del 1178, dignità che egli avrebbe conservato per un certo periodo anche dopo la sua elevazione al cardinalato. Come risulta da vari documenti, durante la prepositura del D. il capitolo di S. Antonino fu coinvolto in una lite con il vescovo di Piacenza per il possesso di certi beni a Brugneto. Il fatto che il D. nei documenti sia qualificato a volte come magister fa pensare che disponesse di una cultura superiore, ma non sappiamo dove avesse compiuto gli studi.

Il 15 marzo 1185, in occasione della seconda creazione di cardinali, Lucio III lo accolse, insieme con altri cinque chierici, nel S. Collegio, assegnandogli il titolo di S. Nicola in Carcere Tulliano. Il 4 aprile dello stesso anno il D. sottoscrisse per la prima volta una bolla pontificia. Ben poco si sa però dell'attività da lui svolta nei primi anni del suo cardinalato. Dalle numerose firme apposte con regolarità alle bolle pontificie possiamo comunque dedurre che egli seguisse la Curia pontificia, sia al tempo di Lucio III sia durante il pontificato di Urbano III, prima a Verona e poi a Ferrara. Nel 1187 partecipò sia all'elezione di Gregorio VIII (21 ottobre) sia a quella di Clemente III avvenuta a Pisa il 19 dicembre. Nel 1186 aveva fatto una ricerca nei registri di Pasquale II allo scopo di contestare la dipendenza del vescovo di Piacenza dall'arcivescovo di Ravenna: vi trovò effettivamente il canone del concilio di Guastalla (1106) che sanciva l'esenzione della diocesi di Piacenza dalla giurisdizione del metropolita ravennate. Dopo il ritorno della Curia pontificia a Roma il D. ottenne il titolo di S. Cecilia, in occasione della prima grande creazione e promozione di cardinali operata da Clemente III nel marzo del 1188 (la sua prima sottoscrizione con questo titolo è del 18 marzo 1188).

Dal giugno 1188 fino al maggio 1193 il D. soggiornò nell'Italia settentrionale, per un certo periodo in compagnia del cardinale Soffredo di S. Maria in via Lata, profilandosi come uno dei migliori e più impegnati diplomatici di Clemente III e poi di Celestino III. Tornò a Roma solo brevemente nella prima metà del 1190 e del 1191. Poté così partecipare all'elezione al soglio del cardinale Giacinto di S. Maria in Cosmedin che assunse appunto il nome di Celestino III. Durante la sua legazione il D. agì soprattutto come rappresentante della suprema autorità spirituale, ma non va sottovalutata neanche la dimensione politica del suo viaggio. Aveva infatti l'incarico di ristabilire la pace tra i Comuni, in continua guerra tra di loro, e di arginare l'influenza degli Svevi, un compito per il quale, grazie alle sue origini piacentine, era particolarmente qualificato.

A Lucca, il 7 luglio 1188, il D. e Soffredo appianarono il conflitto, trascinatosi ormai da decenni, tra Pisa e Genova per certi possedimenti in Sardegna, nel quale i papi erano intervenuti ripetutamente anche in passato. L'accordo mediato tra le due città prevedeva la divisione delle sfere d'influenza e una regolamentazione dei traffici marittimi e commerciali. Trasferitosi a Genova, il D. presenziò, questa volta da solo, alla solenne elevazione delle spoglie di s. Siro da parte del nuovo arcivescovo Bonifacio. Si racconta che durante il suo soggiorno nella città il D. abbia mediato anche la pace tra alcune fazioni nemiche della cittadinanza. Tra la fine del 1188 e l'inizio del 1189 i due legati mediarono invece la pace tra Piacenza e una lega composta da Parma, Cremona e Pavia, alla quale avevano aderito anche i marchesi Malaspina. Le altre testimonianze relative all'azione svolta dai due cardinali durante l'anno 1189 riguardano prevalentemente questioni e controversie ecclesiastiche. Nell'aprile furono a Padova, nel luglio a Milano (decreto sul culto dei ss. Faustino e Giovita, patroni della diocesi di Brescia, estinzione dei debiti del vescovo Lanfranco di Bergamo), nell'ottobre a Piacenza, e in data non precisata a Passignano (dove la lite tra il monastero e il pievano di Figline produsse una serie di documenti interessanti dal punto di vista diplomatistico).

Dal settembre del 1191 (e fino al maggio 1193) il D. soggiornò nuovamente nell'Italia settentrionale. Durante tutto questo tempo Piacenza, la sua città natale, costituì il centro della sua attività. La tematica di questa legazione era prevalentemente ecclesiastica e religiosa. La documentazione in nostro possesso ci permette di seguire abbastanza bene le tappe del suo viaggio.

Nel dicembre 1191 troviamo il D. a Milano, nel gennaio-febbraio 1192 a Piacenza, nella primavera a Padova e Vicenza, nel maggio-giugno a Parma, dove furono definiti i confini tra certe parrocchie. Nel giugno fu ancora a Piacenza e presenziò all'elezione del vescovo Ardizio, nell'agosto a Milano e Tortona, dove intervenne nella lite tra il vescovo e i canonici per il numero dei benefici del capitolo. Nel settembre scomunicò a Verona tre medici accusati di eresia e nell'ottobre fu di nuovo a Piacenza, poi a Mantova. Nel maggio del 1193 lo troviamo ancora una volta nella sua città natale, dove - primo indizio dei suoi buoni rapporti con l'imperatore Enrico VI - riscosse i contributi promessi dai Piacentini per la campagna pugliese dello Svevo e li trasmise alla cassa imperiale istituita per questo scopo.

Negli anni seguenti, in un periodo cioè caratterizzato prima da forti sospetti reciproci, poi dal crescente desiderio di venire a un accordo proficuo per ambedue le parti, il D. svolse un importante ruolo di mediazione tra il papa e l'imperatore. A partire dal 18 maggio 1193 lo troviamo di nuovo in Curia. Era il momento in cui i rapporti tra il papa e l'imperatore erano arrivati al loro punto più critico, quando cioè Enrico, vincitore dei suoi avversari in Germania, facilmente aveva potuto impadronirsi del Regno di Sicilia dopo la morte di Tancredi di Lecce, sostenuto da Celestino III. Ma infine l'interesse reciproco indusse papa e imperatore a un accomodamento che cominciava a profilarsi a partire dalla primavera del 1195: il primo desiderava allentare l'accerchiamento, da parte sveva, del Patrimonio di S. Pietro, il secondo farsi riconoscere l'eredità siciliana dal signore feudale del Regno. Per dimostrare la sua buona disposizione il 31 marzo 1195 Enrico VI prese la croce a Bari. Celestino III accettò questa offerta e mandò dall'imperatore, che durante il viaggio di ritorno in Germania aveva fatto tappa nelle Marche, il D. e il cardinale Graziano di Ss. Cosma e Damiano. Durante questo incontro si parlò soltanto della crociata e fu proprio per predicarla che il D., insieme con un altro cardinale, Giovanni di S. Stefano in Celiomonte, su esplicita richiesta dell'imperatore nell'agosto-settembre 1195, si trasferì in Germania, dove la sua presenza è attestata in varie località.

Non è del tutto sicuro se il D. abbia partecipato alla Dieta di Gelnhausen (ottobre 1195), ma sappiamo che nel dicembre predicò con successo a Worms. Nelle settimane successive il cardinale Giovanni si trattenne prevalentemente in Sassonia per tornare in seguito a Roma, dove la sua presenza è attestata da una sua sottoscrizione del 5 marzo 1196. Il D. rimase invece al seguito dell'imperatore e tornò in Italia insieme con lui nel luglio dello stesso anno. Risulta tra i testimoni dei diplomi imperiali del 21 gennaio, 28 luglio, 9 agosto e 9 sett. 1196, mentre nelle lettere del 15 maggio e del giugno Enrico VI lo ricorda come ospite della sua corte. Le trattative per arrivare a un accordo serio richiedevano evidentemente mesi. Argomenti di discussione erano l'atteggiamento della Curia nei confronti dei progetti di trasformazione dell'Impero tedesco in una monarchia ereditaria e di assicurare la successione al figlio di Enrico, Federico, la posizione giuridica di Enrico VI in quanto re di Sicilia e, infine, i possedimenti svevi nell'Italia centrale, nonché l'attività di ufficiali imperiali nel Patrimonio. Ma gli sforzi non portarono ad alcun risultato.

Non si può precisare bene il ruolo svolto dal D. nell'autunno del 1196, quando i contatti tra papa e imperatore si fecero più stretti, perché le formule vaghe delle lettere imperiali non danno indicazioni precise sul contenuto delle trattative. Ancora per due volte una delegazione di cardinali, della quale facevano parte, oltre al D., Ottaviano di Ostia e il camerario Cencio, si recò dall'imperatore, che nel novembre si trovava a Tivoli e nel dicembre in Campagna. Ma neanche "l'offerta più alta" di Enrico - probabilmente la proposta di garantire la sussistenza materiale della Curia e di riconoscere una qualche dipendenza feudale - portò all'intesa. È possibile tuttavia che i contatti non si interrompessero ancora all'inizio del 1197 e che nella seconda metà dell'anno il D. e il cardinale Graziano dei Ss. Cosma e Damiano si recassero nuovamente dall'imperatore, che aveva sollecitato la loro venuta con una lettera inviata da Taranto il 10 febbraio. Questa supposizione si basa però esclusivamente sulla circostanza che nel periodo tra il 15 giugno e il 17 ottobre mancano le sottoscrizioni dei due cardinali nelle bolle pontificie. La morte di Enrico VI, avvenuta il 28 sett. 1197, concluse questa fase dei rapporti tra il papa e l'imperatore, durante la quale il D. aveva svolto un ruolo così importante.

All'inizio del pontificato di Innocenzo III, alla cui elezione aveva partecipato, svolse le funzioni di auditore nei processi celebrati in Curia. Le parti attrici provenivano quasi sempre dalle zone visitate dal D. durante le sue legazioni: le cause dibattute riguardavano, infatti, la riforma del monastero di Nonantola, i diritti parrocchiali a Venezia, un beneficio nella parrocchia di Mestre. Nella seconda metà del 1198 il D. si recò, anche questa volta in compagnia del cardinale Graziano, a Pisa e a Genova con l'incarico di concludere una nuova pace tra le due città in vista della crociata appena indetta. Fu questa l'ultima sua missione diplomatica.

Da allora non si mosse più dalla Curia, dove lo troviamo impegnato nel disbrigo di affari di normale amministrazione e nella preparazione delle sentenze pontificie - da solo o con altri cardinali - riguardanti il conflitto tra il vescovo di Padova e i canonici, e quelle relative all'arcidiaconato di Verona e a un beneficio a Saintes. Sottoscrisse con regolarità le bolle di Innocenzo III, con una sola lacuna tra l'aprile 1203 e l'aprile 1204. L'ultima sua sottoscrizione è del 2 nov. 1206 ed è probabile che la morte lo abbia colto non molto tempo dopo. La data del 1208 indicata come anno di morte si basa invece su una presunta sottoscrizione del 25 luglio di quell'anno, che manca tuttavia nei privilegi a favore di Montecassino citati a questo proposito. Merita attenzione il fatto che la prima licentia testandi di un cardinale è quella concessa da Celestino III al D. nel 1191 o nel 1192, cioè quando egli si apprestava alla legazione, non priva di pericoli, nell'Italia settentrionale.

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