GASPARRI, Pietro

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 52 (1999)

di Carlo Fantappiè, Romeo Astorri

GASPARRI, Pietro. - Nacque il 5 maggio 1852 da Bernardino e da Giovanna Silj, ambedue possidenti, a Capovallazza, allora comune di Visso, oggi di Ussita, in provincia di Macerata e diocesi di Norcia. Ultimo di nove figli, il G. non fu destinato a seguire i fratelli nella conduzione dell'azienda di allevamento di bestiame di proprietà della famiglia, ma venne avviato agli studi nel seminario di Nepi sotto la guida dello zio materno, mons. Pietro Silj, arciprete di quella cattedrale e vicario generale della diocesi, da cui aveva anche appreso i primi rudimenti della grammatica italiana e latina. A seguito della chiusura di quel seminario, il G., che aveva nel frattempo ricevuto i primi due ordini minori e frequentato il primo anno del corso filosofico, dal 18 sett. 1870 proseguì gli studi nel seminario romano dell'Apollinare.

Qui poté fruire di un ambiente spiritualmente elevato e di docenti di valore per la filosofia, per la teologia positiva, per il diritto naturale e civile e, soprattutto, per il diritto canonico, dove ebbe a maestri due tra i migliori canonisti italiani del momento, F. De Angelis e F. Santi, con i quali, anche in seguito, rimase in stretto rapporto.

Il suo itinerario formativo fu regolare e brillante, come mostra il conseguimento della laurea in filosofia (31 luglio 1872), in teologia (19 e 24 luglio 1876) e in utroque iure, quest'ultima a pieni voti (11 ag. 1879). Contemporaneamente al curriculum degli studi, ma con una leggera sfasatura in avanti rispetto alle prescrizioni canoniche e alle abitudini del tempo, il G. volle adire gli altri gradini dell'ordine sacro tra il maggio 1875 e il 31 marzo 1877, allorché fu ordinato sacerdote nella basilica Lateranense dal card. R. Monaco La Valletta, vicegerente di Roma. Prima ancora di completare gli studi accademici, nel corso del 1878, il G. aveva avuto l'incarico di professore sostituto di teologia sacramentaria e di storia ecclesiastica nel seminario dell'Apollinare. Nel settembre dell'anno seguente fu accolta la sua richiesta d'una supplenza di luoghi teologici nel Pontificio Collegio Urbano. Frattanto, dal momento dell'ordinazione, il G. aveva cominciato a svolgere le funzioni di segretario e di cappellano del card. T. Mertel.

La quotidiana frequentazione di quest'importante figura di ministro dello Stato pontificio e prefetto di diversi dicasteri della Curia romana, il quale aveva peraltro partecipato alla redazione dello statuto del 1848 e sostenuto la necessità di adeguare il diritto canonico alle trasformazioni della società, costituì certamente un passaggio saliente della maturazione giuridica e politica del Gasparri.

Tramite il Mertel e il suo vecchio maestro De Angelis il G., nel luglio 1880, prese contatto con il card. B.-M. Langénieux, arcivescovo di Reims, il quale gli offrì un insegnamento di diritto canonico nella facoltà di teologia, in via di formazione presso l'Institut catholique di Parigi; accettato l'incarico il G., alla fine di settembre dello stesso anno, si trasferì a Parigi presso il convento dei carmelitani annesso all'istituto universitario.

Il suo insegnamento parigino si può dividere in quattro periodi. Nel primo anno 1880-81 fu incaricato del corso propedeutico di istituzioni canoniche e di problemi scelti di diritto ecclesiastico. Tra il settembre 1881 e il luglio 1884 ebbe la cattedra di testo canonico e commentò, anno per anno, i cinque libri delle Decretali. Con l'arrivo di un secondo canonista, nel 1884-85, l'impegno didattico del G. fu sdoppiato nelle lezioni sul testo e in un corso di diritto pubblico ecclesiastico diviso in due parti, la prima sulla società in generale, la seconda sulla natura e sul fine della Chiesa come societas iuridice perfecta e sui rapporti di essa con gli Stati, nonché intorno alla questione della natura giuridica dei concordati: di questa fase dell'insegnamento del G. sono rimaste le dispense litografate presso l'Archivio segreto Vaticano e presso l'Archivio dell'Institut catholique di Parigi (n. d'inventario 119036). I corsi tenuti dal 1888-89 al 1896-97, minuziosamente preparati secondo la successione dei libri delle Decretali, sono, invece, da considerarsi preparatori alla pubblicazione dei trattati sulle diverse materie canonistiche e alla stesura manoscritta delle Institutiones iuris publici (1888-90 circa), recentemente edite (Milano 1992).

Durante la sua permanenza a Parigi il G. si dedicò, dunque, alla pubblicazione di alcuni vasti trattati di diritto canonico. La serie si aprì nel 1891 con il De matrimonio (Paris-Lyon), il più importante e il più fortunato perché ebbe quattro edizioni successive (1900, 1904, 1932) e fornì, in sostanza, il piano di redazione della materia per il futuro Codex iuris canonici; continuò con il De sacra ordinatione del 1893 (ibid.) e si chiuse con il De sanctissima eucharistia nel 1897 (ibid.). In tutte queste opere il G. offre un'esposizione il più possibile completa e accurata, specialmente per ciò che riguarda l'aggiornamento delle decisioni e delle sentenze delle congregazioni e dei tribunali di Curia, valendosi di materiali da lui raccolti durante i soggiorni estivi a Roma. Pur avendo la loro base nel testo dei corsi, queste opere amplificavano, rimaneggiavano e, soprattutto, introducevano una nuova e diversa concezione della trattazione della materia. Abbandonato il tradizionale ordine delle Decretali, fino ad allora da lui stesso seguito nelle dispense, il G. passava a un ordine logico che, sul modello della teologia scolastica, gli permetteva sia di presentare la complessa e variegata materia giuridica in modo unitario e sufficientemente organico entro lo schema monografico, sia di tentare la risoluzione dei diversi punti ancora controversi mediante il loro costante inquadramento nella nuova articolazione sistematica. Si trattò di una scelta metodologica che, nella predilezione del "sistema" e della "tecnica giuridica" come suo collante, poggiava su una rigorosa concezione ideologica di tipo fortemente tridentino ed escludeva ogni contaminazione storica (Grossi, pp. 594 s.).

A Parigi, accanto all'attività didattica e canonistica, il G. s'interessò costantemente dell'Opera di assistenza dei poveri italiani, fondata per portare aiuto materiale e spirituale agli immigrati; prese, poi, parte attiva ai circoli dell'Accademia di S. Raimondo de Pennafort, fondata nel 1889 per promuovere lo studio e la conoscenza del diritto canonico, e collaborò saltuariamente alla rivista Le Canoniste contemporaine. Tra il 1895 e il 1896 si trovò, inoltre, impegnato in una grossa controversia teologico-canonica circa il valore delle ordinazioni sacre conferite secondo l'Ordinal anglicano.

Nel quadro dell'indirizzo ecumenico sostenuto da Leone XIII, nel 1892 l'antica questione era stata riaperta, per gli sforzi congiunti del cattolico F. Portal e dell'anglicano Charles Lindley Wood, visconte Halifax, nella prospettiva di una riconciliazione delle due Chiese. Sia il Portal, a titolo personale, sia il card. L. Galimberti, a nome della Curia romana, invitarono separatamente il G. e altri studiosi a preparare un voto o parere sulle ordinazioni anglicane. Per il primo il G. accettò di curare uno studio per la Revue anglo-romaine del 1895-96 (pp. 481-493, 529-557), per il secondo rivide questo contributo per poi pubblicarlo a parte col titolo De la valeur des ordinations anglicanes (Paris 1895). In linea con suo Tractatus canonicus de sacra ordinatione del 1894, il G. sostiene che Gesù Cristo ha istituito il sacramento dell'ordine non solo in genere ma anche in specie, col determinarne sia la materia sia la forma sacramentale; accertata una conformità dei riti quoad substantiam, essi risultano tutti, in via di principio, sufficienti per l'ordinazione; tuttavia, esaminando, in via di fatto, l'Ordinal anglicano, esso appare al G. difettoso riguardo all'intenzione e insufficiente riguardo ai riti. La sua conclusione è che le ordinazioni diaconali, sacerdotali ed episcopali anglicane non sono da considerare nulle ma dubbie, e quindi da ripetersi non absolute ma sub conditione. Nel febbraio 1896 il G. fu chiamato a partecipare a una commissione papale di studio sulle ordinazioni anglicane la quale si riunì a Roma, dalla fine di marzo all'inizio di luglio, senza tuttavia giungere a risultati concordi. La questione dottrinale fu chiusa, per allora, in via autoritativa, dalla bolla Apostolicae curae di Leone XIII, del 13 sett. 1896, che dichiarava tali ordinazioni nulle e invalide.

La stima e la fiducia godute dal G. presso Leone XIII e negli ambienti di Curia lo avevano più volte preconizzato inviato diplomatico: nell'estate 1894 come consigliere della delegazione apostolica a Washington e nell'estate 1897 come incaricato di preparare e guidare il concilio plenario dell'America Latina. Ma, in ambedue le occasioni, con l'appoggio di prelati influenti, il G. era riuscito a stornare il pericolo di interrompere sia gli studi sia la pubblicazione delle sue opere; tuttavia, una volta completata la stampa dell'ultimo trattato nel 1897, si trovò nelle condizioni di non poter eludere ulteriormente le pressioni vaticane. Il 20 dicembre ricevette la comunicazione della promozione alla vacante chiesa titolare arcivescovile di Cesarea di Palestina e il 6 marzo 1898, a Parigi, fu consacrato vescovo. Venti giorni dopo ebbe il breve di nomina a delegato apostolico "atque extra ordinem missus" nelle Repubbliche dell'Ecuador, del Perù e della Bolivia; alla fine del marzo 1898 il G. tornò, quindi, a Roma per ricevere le istruzioni relative alla sua missione diplomatica in America Latina. Nel settembre 1898 era a Lima ove, fatta eccezione per un breve periodo in Ecuador, resterà fino al maggio 1901.

La preoccupazione dominante della S. Sede in quell'area verteva soprattutto sulla situazione politico-religiosa della Repubblica dell'Ecuador, contraddistinta dalla campagna anticlericale del presidente liberale E. Alfaro che minacciava, tra l'altro, la reintroduzione della legge sul patronato nazionale. Per evitare quest'ultimo provvedimento, che avrebbe ridotto la Chiesa a una condizione di sudditanza nei confronti del potere politico, la S. Sede, nell'agosto 1899, si dichiarò disposta a inviare il G. a Quito; ma questi, che fin dall'inizio della missione aveva rinunciato a presentare colà le sue credenziali diplomatiche, inizialmente rifiutò la proposta del governo di Alfaro di riaprire le trattative e attese fino alla fine di febbraio del 1901 per condurre il negoziato in un luogo concordato tra le parti. Il 23 marzo di quell'anno il G. s'imbarcò da Lima alla volta dello sperduto villaggio di Sant'Elena dove ebbe inizio la conferenza: i colloqui, terminati il 10 aprile, furono, al dire del G., "un vero Canossa" per il plenipotenziario ecuadoriano J. Peralta, bisognoso dell'appoggio, o almeno della neutralità, dei cattolici per rafforzare il governo contro gli oppositori radicali. Seguendo le indicazioni della congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, il G. distinse la trattazione di alcuni punti particolari da quella della revisione generale del concordato del 1882. Mentre su specifici punti egli riusciva a imporre il punto di vista della Santa Sede, e su altri si mostrava aperto a soluzioni per allora ardite (come nel caso della tacita derogazione dalla forma tridentina del matrimonio tra due persone non cattoliche allo scopo di evitare una cattiva legge sul matrimonio civile), sulle modifiche al concordato il lavoro dei due plenipotenziari si limitò a "porre in armonia alcuni articoli del concordato colla costituzione [dell'Ecuador] senza sacrificare i diritti della Chiesa" (Arch. storico del Consiglio degli Affari pubblici, Equatore, Conferenza del delegato…, [13] luglio 1901).

Al di là dei risultati politici raggiunti, peraltro mai effettivamente applicati a causa del successivo voltafaccia del governo dell'Ecuador, la missione del G. a Lima mostra già un duplice orientamento del futuro segretario di Stato: l'adesione alla linea della neutralità politica, ossia lo sforzo di presentarsi ai governanti come "indipendente dai partiti politici e nemico della guerra civile in nome della religione", e la preferenza per la politica concordataria quale strumento ottimale per garantire l'azione spirituale della Chiesa e per contenere le pretese degli Stati (Ibid., Rapp. gen. della mia missione, cc. 19-53).

Le notevoli capacità mostrate nella difficile missione latino-americana furono all'origine della nomina del G. a segretario della congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, deputata a curare i rapporti della Chiesa con gli Stati (23 apr. 1901). Oltre a svolgere le mansioni previste dal suo ufficio, il G. prese anche parte attiva in alcune delicate questioni: anzitutto nella controversia insorta, per motivi etnico-politici, tra il governo del Montenegro e i vescovi croati, sulla denominazione e sulle competenze del Collegio di S. Girolamo degli Schiavoni di Roma; secondariamente in quella, ben più grave, relativa alla legge di separazione in Francia del 5 dic. 1905.

Già nel maggio precedente Pio X, in previsione dell'evento "nefasto", aveva incaricato l'ex segretario di Stato, cardinale M. Rampolla del Tindaro, di preparare gli atti da pubblicare nel caso dell'approvazione e della promulgazione della suddetta legge. Il compito di redigere un'"esposizione documentata intorno alla separazione" fra Chiesa e Stato che mettesse in luce le responsabilità del governo francese nella rottura del concordato del 1801 fu, in realtà, girato al G., che vi attese durante l'estate 1905, avvalendosi anche della collaborazione del giovane E. Pacelli: il volumetto su La séparation de l'Église et de l'État en France fu presentato, il 30 novembre, dal cardinale R. Merry del Val a ministri e ambasciatori. Al G. si deve anche un articolo, di tono conciliativo, pubblicato anonimo sulla Civiltà cattolica del 5 nov. 1904, sulle condizioni in base alle quali la Francia avrebbe potuto continuare a esercitare il protettorato cattolico sulle missioni in Oriente.

I drammatici avvenimenti francesi del periodo 1905-08 avevano, comunque, messo in buona evidenza la distanza di posizioni, talvolta addirittura il contrasto, tra l'indirizzo del G., erede della visione politica leoniana e rampolliana di apertura della Chiesa alle questioni internazionali e sociali, e l'indirizzo fortemente intransigente e di ripiegamento interno presto assunto da Pio X e dal suo segretario di Stato, Merry del Val.

A dimostrazione di ciò basti ricordare la vicenda dello statuto delle associazioni cultuali in Francia che, in linea con l'episcopato francese, il G. riteneva di poter accogliere mediante un emendamento sostenuto dai cosiddetti "cardinaux verts" e che, invece, Pio X condannò senza appello nell'enciclica Vehementer nos del 21 febbr. 1906 (cfr. Charles-Roux); oppure la diversità dell'atteggiamento del G. nei confronti dei modernisti, di cui non condivise certamente le idee ma contro i quali evitò sempre una repressione cieca (emblematiche le sue relazioni con E. Buonaiuti).

La divergenza di idee tra il G. e il Merry del Val aiuta a comprendere sia il suo progressivo esonero da responsabilità internazionali - se si eccettua la breve missione segreta compiuta insieme con mons. G. De Lai in Siria e in Palestina nel settembre-ottobre 1907 (Hajjar, p. 286) - sia la sua esclusiva destinazione, dal 1904 al 1914, all'opera di redazione del codice canonico.

In vecchiaia il G. rivendicò di aver suggerito lui per primo a Pio X, appena una settimana dopo l'elevazione al soglio, l'utilità, e anzi la necessità, per la Chiesa di redigere un codice. Tale idea sarebbe stata rafforzata presso il pontefice dal card. C. Gennari, il quale avrebbe anche indicato il G. come la persona più idonea a coordinare un lavoro così impegnativo e lungo. Sottoposto, nel febbraio 1904, all'esame della congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, di cui il G. era appunto segretario, il problema della codificazione venne impostato direttamente da Pio X nel corso del mese successivo con l'emanazione del motu proprioArduum sane munus (19 marzo 1904). Il 4 aprile il G. fu nominato dal papa segretario della Commissione pontificia "pro Ecclesiae legibus in unum redigendis". Due giorni dopo inviò alle università cattoliche una circolare per invitarle a partecipare alla codificazione, chiarendo che l'opera avrebbe dovuto avere la medesima forma dei codici moderni e che, oltre al codice, doveva essere preparata una raccolta di documenti o fonti relativi al medesimo (tale silloge fu poi effettivamente pubblicata, in nove volumi, a cura del G. e di I. Serédi, a Roma dal 1923 al 1939). Frattanto, dal 4 all'11 apr. 1904, il G. e un ristretto gruppo di cardinali avevano proceduto alla scelta dei consultori e alla predisposizione di una bozza di divisione delle materie del codice. L'organizzazione del lavoro fu gestita da questi consultori e da collaboratori distribuiti in due commissioni di circa dieci membri, in un primo tempo dirette rispettivamente dal G. e da mons. De Lai, successivamente passate ambedue sotto la direzione del primo, che si avvalse per la verbalizzazione dell'aiuto di E. Pacelli. Gli schemi elaborati da questi due organi inferiori furono successivamente sottoposti al vaglio di una grande commissione di venticinque membri e, infine, della commissione cardinalizia nominata dal pontefice, cui spettava l'ultima revisione.

Cominciati il 17 apr. 1904, i lavori delle commissioni continuarono a ritmo serrato per otto anni: il G. divenne da segretario membro ordinario con funzione di "ponente" della commissione cardinalizia, a seguito della sua nomina a cardinale il 16 dic. 1907 (Acta Sanctae Sedis, XL [1907], p. 24). Nel 1912 egli comunicò gli schemi votati dalle commissioni all'episcopato latino, agli abati nullius e ai superiori generali degli ordini religiosi per una larga consultazione intesa anche a evitare eventuali frizioni della nuova legislazione canonica con quella degli Stati. Nel 1914 fu completata la redazione dell'ultimo libro del Codex iuris canonici e predisposta dal G. la bozza della sua promulgazione, prevista al 1° genn. 1915 (Feliciani, 1996, p. 33). In realtà per diversi motivi, non esclusa la guerra, tale promulgazione avvenne il 27 maggio 1917 mediante la costituzione apostolica Providentissima Mater Ecclesia.

Nonostante lo straordinario apporto del collegio dei consultori, della commissione cardinalizia, delle facoltà ecclesiastiche, delle congregazioni curiali e dell'intero episcopato cattolico, si può affermare che la codificazione canonica latina fu organizzata come opera personale del G. per il fatto stesso di essere da lui costantemente diretta e seguita dall'inizio alla fine. Anche se il suo contributo all'impresa è ancora lungi dall'essere compiutamente determinato sotto i diversi profili, si possono comunque indicare gli ambiti nei quali si esplicò la sua attività: come ideatore del piano di lavoro, il G. preparò un indice delle materie, distribuì le parti da trattare e raccolse e trasmise gli schemi ai vari collaboratori; come presidente della commissione dei consultori e come segretario di quella cardinalizia, egli stabilì l'organizzazione, le modalità e i tempi dei lavori, sveltendo notevolmente le procedure attraverso la redazione e la stampa degli schemi da discutere; come coordinatore dell'impresa codificatoria, tenne i rapporti tra le commissioni e gli altri organi deputati a partecipare alla codificazione (il romano pontefice, le congregazioni curiali, l'episcopato, ecc.); infine, come redattore principale e mente direttiva, il G. si assunse l'onere non solo di raccogliere, di esaminare e di scegliere i diversi contributi, ma anche, e soprattutto, di garantire un'unità armonica dei diversi elementi, di vigilare sulla coerenza formale del sistema e di contemperare le esigenze teoriche con il carattere prevalentemente pratico che l'opera di codificazione doveva assumere (cfr. J. Llobell - E. De Léon - Y. Navarrete, Il libro "de Processibus" nella codificazione del 1917…, I, Milano 1999, passim).

Il 13 ott. 1914, in seguito alla morte del cardinale D. Ferrata, Benedetto XV, da poco elevato al soglio, nominò il G. segretario di Stato, ma questi, ritenendo non ancora concluso il lavoro di codificazione cui stava attendendo, ottenne inizialmente dal pontefice la collaborazione del gesuita B. Ojetti; in verità, il Codex era già quasi ultimato e, in ogni caso, gli impegni quale segretario di Stato non impedirono che più tardi, nell'ottobre del 1917, il G., fosse nominato presidente della Commissione per l'interpretazione del codice di diritto canonico.

Dal diario del barone C. Monti - che rappresenta una fonte diretta sulla politica vaticana negli anni di Benedetto XV, in quanto egli fu a lungo il tramite ufficioso tra la S. Sede e il governo italiano - risulta che i colloqui con il G. si intensificarono solo dopo il maggio 1915, quando l'Italia entrò in guerra, segno, forse, di una iniziale diffidenza tra il pontefice e il suo nuovo segretario di Stato.

Di fatto, durante i primi mesi del pontificato i problemi più rilevanti nei rapporti con lo Stato italiano, e cioè la concessione dell'exequatur ad A. Caron, arcivescovo di Genova, e le nomine di P. Lafontaine a patriarca di Venezia e di G. Gusmini ad arcivescovo di Bologna furono trattati direttamente dal papa.

Nel diario del Monti l'incomprensione tra i due riaffiora il 31 luglio 1917, quando questi scrive di avere comunicato al G. "le mie impressioni circa il contegno del papa, il quale mi è apparso da qualche tempo in qua […], in confronto del governo e mi dice di non badarvi, mentre è opportuno che si mantengano i rapporti che hanno dato così utili risultati. Si rimane d'accordo di parlare tra di noi delle varie questioni salvo ad informare il santo padre delle cose più importanti" ( La "conciliazione ufficiosa"…, II, p. 142). Durante gli anni della guerra, tuttavia, il G. appare fondamentalmente un fedele esecutore degli indirizzi di Benedetto XV, sia di quelli a carattere umanitario, sia di quelli più specificamente politici.

Nel complesso delle iniziative di pace poste in atto (o almeno tentate) dalla S. Sede durante l'inverno 1916 e nella primavera 1917, il ruolo del G. fu notevole, come provano gli appunti per l'avv. C. Santucci e ancora un'annotazione del Monti che, in data 26 dic. 1916, scrive di essere stato "chiamato in fretta" dal G., il quale gli aveva comunicato la disponibilità della S. Sede "se il governo italiano lo crede, a far pratiche presso il governo austriaco" (ibid., I, p. 542) per una pace separata con l'Austria e, eventualmente, con la Germania, incaricandolo di parlarne a V.E. Orlando e al presidente del Consiglio, P. Boselli. Dopo il definitivo fallimento dell'iniziativa pontificia nell'agosto 1917, il G. continuò tuttavia a operare per una pace separata dell'Italia con l'Austria, che considerava un primo passo verso una pace generale.

Si è molto discusso riguardo alla simpatia dimostrata dal G. nei confronti degli Imperi centrali nel corso della guerra, simpatia che sembrerebbe contrastare con la sua appartenenza alla cerchia del card. Rampolla, il cui atteggiamento filofrancese aveva provocato, nel conclave del 1903, il veto dell'imperatore d'Austria a una sua elevazione al soglio. In realtà, non è difficile individuare nel G. una preferenza per l'Impero austro-ungarico contestualmente a una certa insofferenza nei confronti della Francia, dovuta in parte a sentimenti filoitaliani ("la Francia considera l'Italia come una sorella minore e vuole trattarla come tale", ibid., II, p. 76), ma, soprattutto, a valutazioni di natura politica, relative ai possibili futuri equilibri nell'Europa centrale, che divennero più esplicite nel dopoguerra quando, nel 1921, in un momento decisivo della trattativa per il nuovo concordato con la Baviera, il G. inviò al nunzio a Monaco, Pacelli, due lettere autografe in cui esprimeva preoccupazione sulla possibilità che il concordato favorisse le mire francesi "di unire alla Baviera, sia l'Austria attuale, sia le Provincie Renane e così costituire un forte stato in contrasto col resto della Germania" (Baviera, 148).

Decisamente contrario alla Russia zarista, in quanto baluardo del cristianesimo ortodosso, il G. fu da ciò indotto a una valutazione non completamente negativa delle conseguenze della rivoluzione del febbraio 1917. La valutazione riguardava anche la Gran Bretagna, accusata di aver troppo concesso all'influenza russa in Medio Oriente. Il che, tuttavia, non gli impedì di rivolgersi "all'Inghilterra giusta e liberale", in occasione delle polemiche suscitate dall'art. 15 del Patto di Londra, in cui veniva stabilito che nessun rappresentante pontificio avrebbe potuto partecipare alla conferenza di pace.

Nel marzo 1917, su iniziativa del G., la S. Sede predispose una bozza di trattato con l'Italia, nella quale venivano definiti il territorio del nuovo Stato pontificio comprendente un accesso al mare, con l'obbligo per l'Italia di attrezzare il porto; talune libertà per la S. Sede, nella sostanza non diverse da quelle previste dalla legge delle guarentigie; e veniva presa in considerazione, all'art. 14, una garanzia internazionale. Questa bozza fu poi alla base dei colloqui segreti del giugno 1919 fra V.E. Orlando e mons. B. Cerretti.

Il principio fondamentale che il G. ribadì più volte ai suoi interlocutori, fossero il Monti o direttamente V.E. Orlando, è che "Noi non facciamo quistione di un po' di territorio, più o meno, purché la Santa Sede sia libera, non solo nella sostanza, ma anche nell'apparenza".

Dopo la fine del conflitto mondiale, l'azione del G. quale segretario di Stato, nella quale è difficile distinguere la sensibilità del giurista da quella del diplomatico, si mosse lungo due direttrici fondamentali: l'individuazione di un ruolo specifico della S. Sede nello scenario internazionale e la costruzione di un modello di rapporto con gli Stati che sostituisse quello entrato in crisi nella seconda metà dell'Ottocento.

L'invio di un delegato in Cina (1917), la ripresa delle relazioni diplomatiche con la Svizzera (1920) e con la Francia (1921), interrotte rispettivamente dal 1873 e dal 1905, i rapporti instaurati con i paesi sorti dalla dissoluzione dell'Impero austro-ungarico, esprimono il nuovo attivismo della S. Sede e segnalano un clima del quale i concordati furono la naturale conseguenza. E ad attuare questa nuova politica il G. chiamò un personale diplomatico - tra cui oltre al Pacelli, F. Marchetti-Selvaggiani, L. Maglione, F. Tedeschini, B. Cerretti - che fu determinante per la politica vaticana del trentennio seguente.

Dai documenti vaticani emerge che fu proprio il G. a spingere la S. Sede sulla strada della politica concordataria e che, pur non essendo sempre riscontrabile una assoluta continuità, l'inizio delle trattative che portarono alla stipula di pressoché tutti i successivi concordati si può far risalire al biennio tra il 1919 e il 1921.

La prima traccia di questo indirizzo va individuata in un antecedente voto di mons. Pacelli, del 20 febbr. 1916, "sulla questione se colla rottura del Concordato la Chiesa ritorni sotto il diritto comune e se questo dovrà quindi essere applicato". Tale voto, scritto per volontà esplicita del G., costituisce il fondamento teorico della nuova politica concordataria; in esso si esprime una valutazione non negativa del separatismo e si abbandona la teoria "privilegiaria" dei concordati. Quando, nel 1919, la questione della loro sopravvivenza ripropose il problema all'attenzione della segreteria di Stato, emersero due linee, una che si rifaceva alle posizioni sostenute dal Pacelli nel voto del 1916, l'altra, del gesuita Ojetti, che, nella prospettiva tipica del pontificato di Pio X, era assolutamente contraria alla politica concordataria. L'appoggio del G. alle tesi di Pacelli fu chiaro e decisivo.

Veniva così superata la riserva, quando non l'assoluto rifiuto, nei confronti dello Stato liberale degli anni di Pio X e si apriva anche la strada a un rapporto con gli Stati per cui risultava indifferente se il modello di questo rapporto dovesse concretarsi in un regime concordatario o di buona separazione; nella valutazione del G. la scelta concordataria derivò dalla volontà di definire una disciplina organica dei rapporti tra Chiesa e Stato, coerente con le scelte codiciali, e dalla possibilità che, attraverso gli accordi, potesse nascere un diritto canonico particolare a livello nazionale. Se sul piano canonistico, la nuova legislazione superava il diritto particolare precedente, di origine concordataria o consuetudinaria - riconducendo, ad esempio, le nomine agli uffici ecclesiastici alla S. Sede per i vescovi, e all'ordinario diocesano per gli uffici minori -, i concordati, più in generale, possono essere considerati anche il simbolo dell'integrazione del cattolicesimo nelle società nazionali. Di particolare rilievo su questo tema sono due allocuzioni concistoriali, alla cui stesura fu essenziale il contributo del G.: Alloqui vos del 15 dic. 1919 e In hac quidem del 21 nov. 1921.

Nella prima, rimasta segreta, veniva dichiarata la decadenza dei concordati, russo del 1847, austriaco del 1855 e tedeschi, ma sulle due copie a stampa conservate nel fascicolo compaiono correzioni autografe, rispettivamente di Benedetto XV e del G., che cambiano la versione originaria in cui si dichiarava la questione della sopravvivenza dei concordati sane gravis e oggetto di studio. L'allocuzione del 1921, poi, è unanimemente considerata il punto di partenza della successiva politica concordataria della S. Sede per la volontà, in essa manifestata, di accordi che "mutatis temporibus melius congruant", ed è sempre il G. a spiegare minuziosamente il senso delle affermazioni che vi sono contenute in una lettera autografa del 25 nov. 1921 al Pacelli.

Nel conclave seguito alla morte di Benedetto XV (22 genn. 1922) il G., la sera del primo giorno, avrebbe ottenuto 13 voti, saliti a 24 il giorno successivo (Aubert, col. 1370); tuttavia, era apparso subito chiaro che egli non avrebbe potuto raggiungere il quorum dei due terzi per l'opposizione di un gruppo di elettori guidati dai cardinali De Lai e Merry del Val i quali, non immemori della posizione moderata del G. verso il modernismo, lo criticavano accusandolo di propensioni liberali e anche di nepotismo: il G., allora, indirizzò i suoi voti sull'arcivescovo di Milano, Achille Ratti, futuro Pio XI.

Nel suo diario il G. non conferma queste notizie sull'andamento del conclave ma, riferendo riguardo alla posizione assunta dai cardinali già legati a Pio X, e dando conto dei motivi, presenta la loro opposizione come un tentativo di porre il suo allontanamento a condizione del loro appoggio al Ratti.

L'elezione di Pio XI, comunque, non interruppe la linea politica impostata dal G. alla segreteria di Stato poiché il nuovo pontefice lo confermò nell'incarico: negli anni successivi vennero conclusi numerosi accordi e la S. Sede firmò concordati con la Lettonia (1922), la Baviera (1924), la Polonia (1925), la Lituania e la Romania (1927) e la Prussia (1929). Fra gli accordi conclusi in questa fase vanno anche ricordati quelli del 1926 con la Francia, sugli onori liturgici in Medio Oriente; il modus vivendi con la Cecoslovacchia; e l'accordo del 1928 con il Portogallo per i territori d'Oltremare.

Nei confronti del mondo politico italiano, l'atteggiamento del G. fu evidentemente determinato dalla questione romana che lo portò a privilegiare il rapporto con personalità politiche non legate alla causa cattolica, in quanto riteneva potessero in effetti essere più utili alla S. Sede.

In particolare, ebbe contatti personali con F.S. Nitti già negli anni della guerra e, attraverso il Monti, con V.E. Orlando. Manifestò, invece, una decisa antipatia verso S. Sonnino e G. Giolitti: al primo imputava il fallimento dell'iniziativa di pace della S. Sede del 1917, oltre che il ruolo avuto nella formulazione dell'art. 15 del Patto di Londra; mentre considerava il secondo ostile a un superamento della legge delle guarentigie.

Coerentemente con questa particolare prospettiva rivelò in parecchi casi una certa diffidenza nei confronti del diretto ingresso dei cattolici nella vita politica italiana e contraddittorio appare il suo atteggiamento nei confronti del Partito popolare italiano (PPI).

Considerato dai più, anche tra i popolari, artefice della sua fondazione (cfr. Spadolini, Il cardinale…), il G. non esitò, già nel 1919, a prenderne le distanze sia in un colloquio col barone Monti sia in una lettera ai vescovi italiani dove si dichiara che "la S. Sede è e vuole essere estranea al partito" e poi ancora nel 1920. Alla luce dei documenti finora noti, il suo ruolo nelle vicende che portarono alla conclusione dell'esperienza popolare non è del tutto chiaro. È certo tuttavia che nel 1923 si intensificarono i contatti con B. Mussolini e che il G. non nascose una disponibilità a ridimensionare il ruolo del PPI, affiancandolo con un partito cattolico di indirizzo conservatore.

Ad aumentare le perplessità del G. sul PPI fu poi l'aprirsi di una concreta possibilità di soluzione della questione romana. Egli era sempre stato ostile a interferenze degli episcopati nazionali, del clero in generale e dei partiti cattolici nelle trattative concordatarie e, negli anni di Benedetto XV, era intervenuto duramente contro l'episcopato serbo, contro quello polacco e anche contro il Partito popolare, scrivendo a L. Sturzo, il 27 marzo 1919, che "la Santa Sede non ammette che il partito ed i cattolici, specialmente i sacerdoti, interloquiscano in proposito [sulla questione romana] con pregiudiziali fuori luogo". Non meraviglia, perciò, che, nella particolare circostanza, riappaia la vecchia riserva nei confronti dei politici cattolici.

I rapporti del G. con Mussolini e con il fascismo sono tuttora oggetto di discussione e gli storici sono attualmente propensi a ritenere attendibile la notizia che un primo abboccamento tra i due sia avvenuto nel 1921, secondo le indicazioni dell'indice del diario del G., conservato presso l'Archivio centrale dello Stato. Tuttavia l'unico incontro di cui si hanno notizie certe è quello del gennaio 1923 a casa di Santucci, dal quale il G. uscì definendo il capo del governo "un uomo di prim'ordine"; durante il colloquio come uomo di collegamento ufficioso con Mussolini venne designato il gesuita P. Tacchi-Venturi. Il G. passò quindi, nel corso degli anni, dalla posizione di benevola attesa dei giorni immediatamente successivi alla marcia su Roma a un appoggio sempre più deciso, che ebbe il suo culmine, il 26 apr. 1929, nella "sinfonia clerico-fascista" delle celebrazioni di Montecassino.

Gli ultimi anni della sua attività alla segreteria di Stato furono segnati dalle trattative che portarono ai Patti lateranensi nelle quali, come mostra il diario di F. Pacelli, il G. fu coinvolto sin dall'inizio, nell'agosto 1926, e che Pio XI seguì direttamente. Sui suoi effettivi rapporti con Pio XI in questa particolare occasione rimangono, tuttavia, i dubbi suscitati dall'assenza del G. alle udienze concesse da Pio XI a F. Pacelli tra il gennaio e il settembre del 1928, contrariamente a quanto era accaduto prima e a quanto avvenne in seguito.

Anche se il ruolo del G. nella conclusione delle trattative per il Concordato non fu quello del protagonista - e se, giustamente, la storiografia ha insistito sulle circostanze politiche e sui rapporti tra Chiesa e fascismo che portarono, infine, ai Patti lateranensi, di cui questi sono espressione -, si può affermare che determinante per la realizzazione della Conciliazione fu il mutamento che era intervenuto nell'ordinamento canonico. L'organicità del concordato e l'attenzione alla nozione di sovranità presenti sin dalle bozze del 1926 provano chiaramente l'influsso della nuova codificazione canonica e delle scelte operate dal G. tra il 1919 e il 1921.

Il G. lasciò la segreteria di Stato l'11 febbr. 1930, non senza qualche amarezza, come mostra la lettera a Pio XI del 17 sett. 1929, nella quale concorda le modalità della sua sostituzione nell'incarico. Dedicò gli ultimi anni della sua vita alla codificazione del diritto canonico orientale.

Già il 27 apr. 1929 era stato inserito dal papa nel comitato di presidenza della codificazione orientale e il 27 novembre nominato presidente della commissione cardinalizia di studi preparatori. Egli pensava di integrare la nuova codificazione in un Codex Ecclesiae universae e sin dal 1927, in sede di congregazione per le Chiese orientali, aveva avanzato una tale ipotesi. Nella riunione della commissione del 24 febbr. 1930, su sua proposta, venne presa la decisione di predisporre, non un codice per la chiesa orientale, ma un codice per tutta la Chiesa nel quale si tenesse conto delle esigenze particolari delle Chiese orientali (Zuzek, pp. 60-69). Tuttavia questa impostazione non fu approvata da Pio XI che impose per le Chiese orientali un codice specifico, di cui la commissione presieduta dal G. cominciò a pubblicare le fonti.

Poco prima della sua scomparsa uscì il Catechismo cattolico (Brescia 1932), un'opera cui, dal 1924, il G. aveva dedicato parte del suo tempo libero; il 20 apr. 1933 era stato nominato accademico d'Italia.

Il G. morì a Roma il 18 nov. 1934.

In generale i giudizi su di lui ne privilegiano l'abilità politica. Così, secondo il card. D. Tardini, egli ebbe la fortuna, ma anche il merito, di sapersi trovare al posto giusto nel momento giusto, sia nel caso della compilazione del codice canonico sia per la preparazione e la stipula dei Patti lateranensi; mentre R. Aubert parla di "beaucoup d'habileté et de souplesse, certes, mais rien de génial ni de profondément innovateur". Su una linea analoga si muovono G. De Luca, per il quale fu "il Giolitti della Chiesa, uomo di grande mestiere, ma mestiere" e G. Spadolini, per cui il G. seppe affiancare "la condiscendenza, e perfino un certo trasformismo, nell'azione politica" alle "più intransigenti pregiudiziali dottrinali".

Fonti e Bibl.: Per quanto concerne l'elenco delle fonti inedite si ricorda che non è stato possibile consultare le carte dell'Archivio segreto Vaticano in data successiva al 1922; non risultano attualmente accessibili neppure alcune carte relative ad anni precedenti, ivi compreso il fascicolo relativo alla nomina del G. a segretario di Stato. Vedi comunque: Arch. segr. Vaticano, Processus Datariae, n. 269, cc. 243 ss. (copia dell'atto di battesimo nella pieve di S. Maria di Ussita); Segret. brevi, n. 5995, c. 590; Segreteria di Stato, 1904, prot. 4630; Ibid, 1906, rubr. 248, ff. 1-2; Archivio Codificazione canonica, scatola 1; Città del Vaticano, Arch. storico del Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa, Stati ecclesiastici, 1898, posiz. 1199, f. 382; Rapporti delle sessioni della S. Congregazione, 1901, II semestre, sess. 915: Equatore. Conferenza del delegato apostolico mons. G. con il signor Dr. Peralta…, (13) luglio 1901; Perù, 1901, n. 494, f. 100: Rapporto generale della mia missione…, Lima, 20 maggio 1901, cc. 19-53; Rapporti delle sessioni della S. Congregazione, 1902, I semestre, n. 54, sess. 945; Stati ecclesiastici, n. 1300, f. 439; Baviera, 148; Roma, Archivio del Seminario romano, Reg. degli alunni, 1824-1912, sub voce; Ibid., Arch. della Pontificia Università Lateranense, serie Discipulorum Acta; Ibid., Ibid., Regg. del baccalaureato, della licenza e della laurea, filosofia, teologia e legge, sub anno; Ibid., Arch. del Vicariato, Ordinazioni sacerdoti, n. 48, pp. 88, 113, 142, 153; Ibid., Arch. della S. Congregazione de Propaganda Fide, Scritture riferite nei congressi. Collegio Urbano 1879-1892, filza n. 22, c. 111; Parigi, Arch. de l'Institut catholique, Paris, P16.

Per le fonti edite si veda: F. Pacelli, Diario della Conciliazione, a cura di M. Maccarrone, Città del Vaticano 1959; Il cardinale G. e la questione romana (con brani delle Memorie inedite), a cura di G. Spadolini, Firenze 1972; La "Conciliazione ufficiosa". Diario del barone Carlo Monti "incaricato d'affari" del governo italiano presso la S. Sede (1914-1922), a cura di A. Scottà, I-II, Città del Vaticano 1997.

Per la bibliografia si rinvia preliminarmente alle opere segnalate da R. Aubert in Dictionnaire d'histoire et de géographie ecclésiastiques, XIX, Paris 1981, coll. 1374 s., e da D. Veneruso in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia 1860-1980, II, Casale Monferrato 1982, pp. 224 s. In aggiunta si vedano: Storia della codificazione del diritto canonico per la Chiesa latina, in Acta Congressus iuridici internationalis…, Romae… 1934, Roma 1937, pp. 4 s.; F. Charles-Roux, Huit ans au Vatican 1932-1940, Paris 1947, pp. 46 ss.; J. Hajjar, Le Vatican - La France et le catholicisme oriental (1878-1914), Paris 1979, p. 286; Y. Marchasson, Le renouveau de l'enseignement du droit canonique en France. L'oeuvre de P. G. à l'Institut catholique de Paris, in Revue de l'Institut catholique de Paris, XIV (1984), pp. 57-74; Soeur Abel, De quelques dossiers Gasparri aux Archives de l'Institut catholique de Paris, ibid., XV (1985), pp. 85-109; P. Grossi, Storia della canonistica moderna e storia della codificazione canonica, in Quaderni fiorentini, XIV (1985), pp. 587-599; J.M. Vargas, La reorganización de la Iglesia ante el Estado liberal en Ecuador, in Historia general de la Iglesia en America Latina, VIII, Perú, Bolivia y Ecuador, Cehila 1987, pp. 343-349; L. Mangoni, In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca: il mondo cattolico e la cultura italiana del Novecento, Torino 1989, ad indicem; L. Bonnet, L'influence du cardinal G. sur la conception du mariage du Code de droit canonique de 1917, in L'Année canonique, XXXV (1992), pp. 181-197; G. Feliciani, La codificazione del diritto canonico e la riforma della curia romana, in Storia della Chiesa, a cura di A. Fliche - V. Martin, XXII, 2, La Chiesa e la società industriale (1878-1922), Cinisello Balsamo 1992, pp. 293-310; R. Astorri, Le leggi della Chiesa tra codificazione latina e diritti particolari, Padova 1992, pp. 87-182; P. Stassen, Quatre lettres inédites de G. 1884-1892, in Revue de l'Institut catholique de Paris, LIV (1995), pp. 163-172; G. Feliciani, G. et le droit de la Codification, in L'Année canonique, XXXVIII (1996), pp. 25-37; I. Zuzek, L'idée de G. d'un "Codex Ecclesiae Universae" comme "point de départ" de la codification orientale, ibid., pp. 53-74; J. Imbert, La Faculté de droit canonique (1895-1975), ibid., pp. 285-303; H. Leroy, L'Institut catholique de Paris et les premières années de l'enseignement du droit canonique, ibid., pp. 325-352; J. Santiago Castillo-Illingworth, La misión diplomática de mons. P. G. en el Ecuador. Las Conferencias de Santa Elena (1901), in Ius Ecclesiae, IX (1997), pp. 509-544; Lettere di E. Buonaiuti ad A.C. Jemolo (1921-1941), a cura di C. Fantappiè, Roma 1997, ad indicem; G. Amato - F. Margiotta Broglio - A. Silvestrini, Spadolini: la questione romana dal card. G. alla revisione del Concordato, in Nuova Antologia, luglio-settembre 1998, pp. 5-25; C. Fantappiè, Introduz. storica al diritto canonico, Bologna 1999, pp. 261, 264-275; Catholicisme hier aujourd'hui demain, IV, coll. 1765-1769; Dictionnaire d'histoire et de géographie ecclésiastiques, cit., coll. 1365-1375; Enc. cattolica, V, coll 1953-1955; Nuovo Digesto italiano, VI, col. 211; Staatslexikon Recht Wirtschaft Gesellschaft, III, Freiburg 1959, coll. 647-649; R. Ritzler - P. Sefrin, Hierarchia catholica, III, Patavii 1979, p. 167.

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