pragmatica

pragmatica

Enciclopedia dell'Italiano (2011)
di Marina Sbisà

pragmatica

1. Definizione

La pragmatica è il settore degli studi linguistici e semiotici che si occupa del rapporto fra i segni e i loro utenti, ovvero dell’uso dei segni, che ha sempre luogo in un contesto. Preannunciata dal filosofo americano Charles Morris negli anni Trenta del Novecento come necessario completamento della sintassi (studio delle relazioni fra segni) e della semantica (studio delle relazioni fra segno e designato), ha avuto un rapido sviluppo a partire dagli anni Sessanta sotto lo stimolo di filosofi del linguaggio quali John L. Austin, John R. Searle e Paul Grice. I campi principali della pragmatica sono lo studio della deissi (➔ deittici), dell’azione linguistica e del senso implicito (➔ illocutivi, tipi). Le ricerche di pragmatica si sono diramate in molte direzioni anche grazie ai contatti fra linguistica, sociologia, psicologia e antropologia. Recentemente ha avuto grande sviluppo il settore della pragmatica cognitiva, che si occupa dei modi in cui la mente elabora enunciati e testi.

2. Dimensioni principali

Nella definizione data da Morris nel 1938, la pragmatica si differenzia dalla sintassi e dalla semantica perché prende in considerazione l’utente di un sistema di segni: il soggetto che usa un linguaggio per esprimersi e comunicare. Dell’utente contano, in pragmatica, la collocazione spazio-temporale e sociale, ma anche le intenzioni, le credenze e altri stati mentali, l’agire e il recepire l’agire altrui. Ma parlare di utente, oltre a introdurre la nozione di soggetto, richiama il fatto che i sistemi di segni, i linguaggi, vengono usati. La pragmatica si caratterizza quindi per il fatto che studia i linguaggi non nella loro struttura, non per i rapporti segno-significato che instaurano, ma nel loro uso. Non è un caso se l’impulso determinante per lo sviluppo della pragmatica come campo di studi interdisciplinare venne proprio dalla filosofia del linguaggio ordinario (movimento degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, in Inghilterra) che tanto fortemente si è richiamata all’uso del linguaggio. La nozione di uso, poi, richiama anche il contesto in cui l’attività verbale ha luogo.

Ogni uso di segni, ogni produzione di senso avviene in un ➔ contesto situazionale, cioè in determinate coordinate spazio-temporali, da parte di un certo individuo dotato di certe proprietà sociali e interazionali, per certi destinatari, nel corso di una certa attività, nell’ambito di una certa scena sociale. Contemporaneamente, ogni uso di segni si contestualizza nel contesto cognitivo del soggetto: ciò che questi sa o crede del mondo e in particolare del contesto situazionale, ciò che desidera o intende fare, ciò che dà per scontato, ciò che ritiene di condividere con il suo uditorio. Il contesto insomma, come contesto situazionale, contesto cognitivo, o la combinazione di ambedue, decide sul riferimento, sul significato, sull’appropriatezza e la validità degli atti linguistici, sulla presenza e l’esplicitabilità del senso implicito. Secondo recenti approcci che si definiscono contestualisti, decide addirittura sul senso (sul contenuto, o pensiero espresso) di ogni enunciato, perché nel momento in cui un enunciato è usato in un contesto si determina l’esigenza di precisarne e arricchirne il senso, a scanso di interpretazioni fuorvianti.

Poiché l’uso di una lingua tipicamente si oppone al linguaggio stesso come sistema, nel suo studio si sono formati approcci che prestano attenzione a modi di produzione di senso non dipendenti dal (solo) sistema, non basati (solo) su un codice. Alcune linee di ricerca pragmatica hanno quindi sottolineato il ruolo delle inferenze nella comunicazione: là dove il significato non è codificato, si è sostenuto che viene ricostruito per inferenza. Il largo spazio dato alla nozione di inferenza nella pragmatica contemporanea, soprattutto nella pragmatica cognitiva, può richiamare alla mente il pragmatismo di Charles Peirce, per cui la conoscenza è sempre mediata e con ciò inerentemente inferenziale, il pensiero stesso è mediazione, e la nozione di segno è fondata su rapporti di carattere inferenziale. Nel contrapporre codice e inferenza si è ipotizzato che il senso fondato inferenzialmente possa essere primario rispetto a quello codificato e che la semantica lessicale di una lingua incorpori via via codificazioni di sensi dapprima prodotti solo inferenzialmente. Al di là di questo rapporto privilegiato con la nozione di inferenza è carattere distintivo delle ricerche di pragmatica l’attenzione per l’adattabilità dei sistemi linguistici (Verschueren & Brisard 2009).

3. Momenti salienti nello sviluppo della pragmatica

Nello sviluppo della pragmatica da metà Novecento a oggi si sono impegnati numerosi studiosi di campi disciplinari diversi, dalla filosofia alla linguistica, dall’antropologia alla sociologia e alle scienze psicologiche e cognitive. Fra i filosofi che si sono occupati di tematiche pertinenti alla dimensione pragmatica del linguaggio e hanno così contribuito alla formazione e al consolidamento della pragmatica si devono ricordare, oltre a Morris, anche Rudolf Carnap e Richard Montague, che hanno sviluppato l’analisi formale del significato, Ludwig Wittgenstein, che per primo ha presentato il linguaggio come un insieme di attività a loro volta radicate nelle forme di vita delle culture umane, e i già citati filosofi del linguaggio ordinario Austin e Grice. A quest’ultimi si devono rispettivamente la nozione di atto linguistico e quella di cooperazione conversazionale (➔ conversazione), che hanno avuto in pragmatica un’influenza particolarmente ampia e duratura.

Mentre linguisti e sociolinguisti si familiarizzavano con la teoria degli atti linguistici abbozzata da Austin (1962) e sviluppata da Searle (1969), tale impostazione si è incontrata e in parte scontrata con i nuovi approcci sociologici al linguaggio orale e alla conversazione. L’analisi della conversazione e l’etnometodologia hanno rivendicato la ricerca sul campo, con rigorosi metodi osservativi, in opposizione agli esempi costruiti a tavolino da filosofi e linguisti teorici. La ricerca interdisciplinare sull’interazione verbale ha conquistato uno spazio assai ampio nell’universo della pragmatica, ora in alternativa alla teoria degli atti linguistici, ora in dialogo con essa.

Dalla teoria della cooperazione conversazionale di Grice ha invece preso ispirazione la corrente di studi detta «teoria della pertinenza» (Sperber & Wilson 1986), che ha dato luogo negli anni a un paradigma di ricerca molto duttile e fortunato. Ad essa principalmente si deve la nascita della pragmatica cognitiva, settore delle scienze cognitive che si occupa dei processi contestualizzati e inferenziali della comprensione linguistica.

3.1 La filosofia del linguaggio ordinario

La filosofia del linguaggio ordinario è un movimento filosofico attivo soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta nelle università inglesi di Oxford e Cambridge, che reagiva al neopositivismo logico e alla sua riduzione del linguaggio dotato di senso a discorso assertivo, scientificamente verificabile. Forte fu l’influenza esercitata da Wittgenstein, che insegnò a Cambridge a partire dal 1929 allontanandosi progressivamente dalla sua precedente teoria filosofica (che era stata una delle fonti d’ispirazione del neopositivismo). Wittgenstein insisteva sulla molteplicità degli usi del linguaggio, sull’idea che il significato di un’espressione è il modo stesso in cui la usiamo, e sulla necessità di comprendere bene il funzionamento del nostro linguaggio ordinario al fine di evitare il sorgere di problemi filosofici privi di soluzione. Sempre a partire dagli anni Trenta, a Oxford Gilbert Ryle avviò un’analisi degli usi ordinari di espressioni filosoficamente interessanti e potenzialmente fuorvianti, in ampia sintonia con il lavoro di Wittgenstein.

Austin, attivo a Oxford dalla fine degli anni Trenta e nell’immediato secondo dopoguerra, fu un personaggio centrale della corrente oxoniense. Quando morì, nel 1960, la filosofia del linguaggio ordinario era ormai vicina a concludere la sua parabola. Grice la continuò a modo suo rivisitandone e ridefinendone alcune tematiche e dando così un impulso determinante alla pragmatica.

Austin già nel 1946 aveva proposto la nozione di enunciato performativo, sostenendo che l’uso di io prometto in un enunciato come io prometto di comportarmi meglio non ha carattere descrittivo (non descrive, cioè, un atto interiore di promessa), ma è parte integrante dell’esecuzione della promessa. In Come fare cose con le parole, corso tenuto a Harvard nel 1955 e pubblicato postumo (Austin 1962), egli considera l’enunciato performativo come caso esemplare in cui il linguaggio si rivela come azione, ed estende la proposta di considerare il linguaggio come azione a tutti gli altri suoi usi, inclusi quelli di carattere descrittivo e assertivo. Nasce così la teoria degli atti linguistici.

Austin riteneva che ogni enunciato sottostia, in quanto atto linguistico, a due livelli di valutazione: il primo riguarda la sua felicità o buona riuscita (il suo riuscire a costituire un’azione appropriata di un certo tipo); il secondo riguarda la sua corrispondenza ai fatti, se cioè date le circostanze, gli scopi della conversazione e lo stato del mondo, ciò che è stato detto/fatto fosse la cosa giusta da dire/fare (Austin 1962; trad. it. 1987: 106; per gli atti linguistici di carattere assertivo, questa seconda valutazione è la valutazione secondo verità/falsità). La priorità della felicità sulla correttezza (o verità) comporta il riconoscimento di lacune di valore di verità, e più in generale il carattere non automatico di quella corrispondenza fra circostanze di valutazione e valore di verità che, secondo la visione prevalente nella filosofia analitica del linguaggio, è costitutiva del senso (o intensione o contenuto) dell’enunciato. Austin così entra in conflitto con la definizione del significato in termini di condizioni di verità che, iniziata con Gottlob Frege e il Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus, è rimasta una costante delle molteplici versioni della filosofia analitica del linguaggio successive al 1960.

Da questa scomoda posizione si scostò Grice, a cui si deve anzitutto un’analisi del significato in termini di intenzioni del parlante (Grice 1989; trad. it. 1993: 219-231). Fra gli usi del verbo inglese to mean c’è il «voler dire» di un parlante, quello che Grice chiama «significato non-naturale» e che non è basato su una relazione ‘naturale’ di rinvio fra il segno e qualche cosa nel mondo, bensì sul fatto che un soggetto produce il segno con un’intenzione complessa, che comprende l’intenzione che la propria intenzione venga riconosciuta e che venga soddisfatta proprio perché viene riconosciuta. Il significato – che per definizione appartiene alla dimensione semantica – in quanto significato non-naturale viene a dipendere dalle intenzioni di un soggetto, che appartengono alla dimensione pragmatica del rapporto del segno con il suo utente. In secondo luogo, nelle lezioni su Logica e conversazione tenute a Harvard nel 1967 (apparse postume in forma completa nel 1989), Grice ridefinisce l’uso ordinario del linguaggio come uso nell’ambito di uno scambio conversazionale diretto a uno scopo, in cui ciascun partecipante si attende dall’altro contributi cooperativi. In questa prospettiva ciò che un parlante ‘dice’ può nuovamente identificarsi con le condizioni di verità del suo enunciato, mentre rimane possibile che ciò che il parlante ‘vuole dire’ vada al di là del significato in termini di condizioni di verità e sfrutti le aspettative del ricevente nell’ambito della cooperatività conversazionale per comunicargli implicitamente, facendoglieli inferire, ulteriori o diversi contenuti.

Si delinea così un compromesso fra le esigenze dell’uso ordinario del linguaggio e quelle della semantica vero-condizionale, che ha reso possibile una divisione di compiti fra diversi approcci al linguaggio. Per Grice ogni enunciato assertivo può essere detto o vero o falso in base a ciò che ‘dice’, indipendentemente da considerazioni di appropriatezza: lo studioso di pragmatica può così lasciare il logico al suo mestiere, pur non rinunciando a occuparsi del senso complessivo che l’enunciato viene ad avere per il fatto di essere proferito nel corso di una conversazione presunta come cooperativa.

3.2 Il movimento conversazionalista

Se la filosofia si era preoccupata (con Austin e Searle) di elaborare una prospettiva sul linguaggio come attività e persino come azione e (con Grice) di render conto del ruolo del soggetto nei confronti della produzione di senso, aveva fatto questo in modo astratto e discutendo quasi esclusivamente esempi immaginari. Nulla garantisce che il linguaggio funzioni davvero come il filosofo sostiene, fin tanto che non si dimostra che le persone parlano effettivamente così.

La prospettiva sociologica sulla conversazione è l’esatto inverso di quella filosofica. Da sociologi come Harvey Sacks e Emmanuel Schegloff, la conversazione è vista come un’attività sociale, che ha regole tacite che possono essere identificate e studiate osservando, registrando, analizzando il comportamento dei partecipanti. Con tale osservazione sul campo, minuziosa e documentata, si scoprono le regole dell’alternanza dei turni, i principi e le aspettative che governano le sequenze di turni conversazionali (coppie, terne, coppie incassate l’una nell’altra, ecc.), le regole che consentono ai parlanti di scambiarsi il turno tempestivamente senza però interrompersi o sovrapporsi. Si studiano le violazioni delle regole, per es. i vari tipi di interruzione e sovrapposizione, e se ne valutano le implicazioni per l’interazione conversazionale. Si notano e analizzano le piccole anomalie, le esitazioni, le pause, la loro collocazione nel turno o nella sequenza di turni. Si studiano le ripetizioni, le riformulazioni, i chiarimenti che vengono a volte richiesti, a volte direttamente offerti dal parlante quando gli sembri di essere stato frainteso, identificando in questi meccanismi di auto- o etero-correzione un metodo per raggiungere quel coordinamento intersoggettivo che costituisce la reciproca comprensione.

Altri sociologi, sociolinguisti, antropologi hanno reso via via più complesso e sfumato il panorama delle metodologie adatte ad affrontare sul campo il linguaggio orale e la pratica della conversazione: da ricordare, oltre al precedente costituito dalle analisi microsociologiche proposte da Erving Goffman, perlomeno l’etnometodologia di Harold Garfinkel, l’approccio sociolinguistico alla conversazione e alla sua contestualizzazione di John Gumperz, le analisi di Charles Goodwin volte a sottolineare la co-costruzione delle interazioni verbali, e il trasferimento di metodologie conversazionaliste ed etnometodologiche a contesti di ricerca antropologica (si veda Duranti 2000).

Attraverso questa complessa rete di ricerche l’attenzione degli studiosi interessati alla dimensione pragmatica del linguaggio si è estesa in pochi decenni a ricoprire una gamma sempre più vasta di generi discorsivi e testuali, modalità comunicative, tipi di eventi linguistici, contesti sociali e culturali.

3.3 La svolta inferenziale

Grice aveva delineato percorsi inferenziali per la derivazione di sensi impliciti. Cogliendo il suo suggerimento, ma criticando serratamente il dettaglio delle sue proposte, Dan Sperber e Deirdre Wilson (1986) hanno elaborato una teoria ostensivo-inferenziale della comprensione linguistica, che individua come principio motore di ogni interpretazione il principio di pertinenza, secondo cui ogni fatto percepito come espressione della volontà di un soggetto di rendere qualcosa manifesto viene elaborato in modo da renderlo pertinente in modo ottimale. La pertinenza ottimale consiste, secondo questi autori, nel miglior equilibrio fra quantità di conseguenze che si possono derivare dalle premesse già disponibili (incluso l’enunciato da interpretare) e lo sforzo di elaborazione richiesto. Mentre per Grice si poteva entrare o uscire da una situazione di cooperatività, per Sperber e Wilson ogni comunicazione o funziona secondo il principio di pertinenza o non funziona affatto. Con questo principio e le sue innumerevoli possibili applicazioni, la teoria della pertinenza è riuscita a rendere conto di una gran quantità di fenomeni riguardanti il senso implicito di testi, enunciati, o elementi lessicali.

Tale approccio inferenziale alla comprensione linguistica è stato esteso anche al campo degli atti linguistici, che vengono quindi visti più sotto il profilo dell’intenzione comunicativa che sotto quello dell’azione, e del ‘detto’, cioè delle condizioni di verità dell’enunciato ovvero della proposizione da esso espressa. Si è infatti notato che a volte il valore di verità di contenuti proposizionali che vengono compresi inferenzialmente grazie al principio di pertinenza contribuisce a stabilire il valore di verità degli enunciati in cui questi ricorrono. Sperber e Wilson introdussero perciò la nozione di esplicatura: ciò che un enunciato ‘dice’ (le sue condizioni di verità), ma che può essere compreso solo grazie a inferenze basate sulla pertinenza. Ne è seguita una vasta esplorazione delle potenzialità e delle conseguenze di questa nozione, che puntano nella direzione del contestualismo semantico, in quanto la proposizione espressa da un qualsiasi enunciato si trova a essere determinata non solo dall’enunciato stesso e dalle regole della lingua, ma anche dal contesto in cui esso è proferito e dalla sua elaborazione contestuale secondo pertinenza.

Mentre Grice offriva una ricostruzione razionale del senso implicito che non aveva la pretesa di cogliere le modalità effettive della sua elaborazione mentale e men che mai cerebrale, la teoria della pertinenza ha proprio questa pretesa. È sua ambizione proporre un modello della mente umana che spieghi in dettaglio il funzionamento del linguaggio e della comunicazione e che magari possa essere confrontato con le sue basi neurofisiologiche. La teoria della pertinenza ha così aperto la strada alla pragmatica cognitiva (per cui si veda Bianchi 2009), campo in cui si discutono la struttura modulare della mente, il ruolo della cosiddetta teoria della mente, cioè quello specifico settore delle nostre competenze cognitive che ci serve per riconoscere gli altri come soggetti e attribuire loro stati mentali indipendenti dai nostri (è questo settore che funziona male in caso di condizioni patologiche come l’autismo), l’esistenza e la precisa forma dei percorsi che ci rendono possibile risolvere rapidamente anche se spesso in modo approssimato i nostri problemi di comprensione. I problemi della pragmatica cognitiva vengono affrontati anche con metodo sperimentale (Noveck & Sperber 2004).

Da Grice e sempre nella direzione di un approfondimento sia linguistico che cognitivo dell’apparato inferenziale da lui delineato hanno preso le mosse anche gli studi di autori che si sono detti neo-griciani, quali Larry Horn e Stephen Levinson. I neo-griciani non pongono alla base della comunicazione linguistica un unico principio, ma un gruppo di regole di carattere euristico che possono essere anche in tensione fra loro. Levinson (2000) ha sostenuto che in queste regole si esprimono esigenze di economia della comunicazione linguistica in quanto la produzione di enunciati, costretta alla linearità, crea un ‘collo di bottiglia’ fra i molteplici bisogni comunicativi del soggetto e le parole che effettivamente può, una per volta, pronunciare. Mentre la teoria della pertinenza rende contestuali e ad hoc tutte le inferenze che servono alla comprensione, secondo Levinson l’applicazione di certe strategie euristiche è trasversale ai contesti, e quindi a mezza via fra la produzione di senso contestualizzata e la standardizzazione o addirittura la cristallizzazione di inferenze divenute abituali all’interno del codice della lingua. La sua teoria ha così l’ambizione di cogliere direzioni di evoluzione diacronica.

4. Fenomeni studiati dalla pragmatica

Tradizionalmente si considerano come afferenti alla pragmatica tre tipi principali di fenomeni linguistici: la deissi, gli atti linguistici e gli impliciti (Levinson 1983).

Si intende per deissi l’insieme dei fenomeni linguistici che implicano un ricorso al contesto sia richiedendo la conoscenza di aspetti del contesto ai fini della loro interpretazione, sia riflettendo, nella propria struttura, aspetti del contesto (➔ deittici). Lo studio degli atti linguistici si occupa della considerazione delle produzioni linguistiche effettive sotto il profilo delle attività e azioni che nel produrle vengono eseguite. Infine, lo studio degli impliciti comprende l’esplorazione dei modi in cui un enunciato o un testo possono comunicare senso implicito, cioè non facente parte del contenuto esplicitamente ‘detto’. Il confine fra ‘detto’ e ‘implicito’ non è fissato univocamente da tutti gli approcci teorici che hanno affrontato la questione; ma anche in assenza di una delimitazione precisa del campo, le molte forme di implicito che sono state individuate risultano riconoscibili nei testi naturali orali e scritti, confermando la diffusione e l’importanza del fenomeno degli impliciti per lo studio del linguaggio e della comunicazione.

4.1 La deissi

I fenomeni linguistici della deissi dipendono dalla più generale dimensione indicale dei segni. Un segno è un indice, secondo una definizione che risale a Peirce, quando le informazioni che dà dipendono dal suo essere in relazione naturale con un qualche aspetto della situazione in cui viene prodotto. Così, nella lingua, troviamo espressioni le cui occorrenze possono essere interpretate e comprese solo grazie al loro collegamento con certi aspetti del contesto, diversi per espressioni diverse, che il ricevente dovrà notare e tenere presenti. Ci sono espressioni (deissi personale: io, tu, noi, voi; ➔ personali, pronomi) che possono essere interpretate, quanto al loro riferimento, solo tenendo conto di chi è che parla e a chi si rivolge, ed espressioni (deissi spaziale: qui, là, questo, quello) che possono essere interpretate solo conoscendo il luogo del proferimento, ovvero (deissi temporale: ora, ieri, oggi, domani) il momento del proferimento. Il campo di tali espressioni può essere diversamente articolato in lingue diverse, facendo parte del lessico, ma può svolgere funzione deittica anche la morfologia: ad es., in italiano, le marche flessionali dei tempi verbali possono costituire deissi temporale.

Nei campi della deissi personale, spaziale e temporale la filosofia del linguaggio (con il contributo determinante di David Kaplan) ha distinto l’indicalità pura dalla dimostratività. Le espressioni indicali pure possono essere interpretate esclusivamente in relazione ai valori di certi parametri contestuali. Le espressioni dimostrative, invece, richiedono l’accompagnamento di un gesto dimostrativo o di qualche aspetto del testo o del contesto che consentano di identificare a che cosa precisamente è rivolta l’intenzione dimostrativa del parlante. Così, mentre io è un indicale puro, lui (anche quando usato in modo deittico) va considerato un dimostrativo.

L’apparato della deissi spaziale e temporale (e della deissi di persona, limitatamente alle terze persone) può avere usi anaforici anziché deittici, quando un elemento rimanda a un referente indirettamente, tramite il rinvio a un’espressione referenziale altrove utilizzata nel testo (➔ anafora). Questo stesso apparato può servire alla deissi del discorso, quando viene usato per far riferimento a parti precedenti e seguenti dello stesso testo (come abbiamo detto qui sopra; a questa obiezione si può rispondere che ...; Levinson 1983).

I fenomeni della deissi possono esser visti anche come riflesso nella lingua di strutture proprie del contesto. In effetti, ad es., i deittici spaziali riflettono la segmentazione, ritenuta socialmente rilevante, dell’ambiente di una conversazione (nell’italiano contemporaneo, la sfera d’azione del parlante in contrapposizione a quanto escluso).

Quest’aspetto dei fenomeni deittici è particolarmente rilevante nella deissi sociale, che è l’insieme dei fenomeni deittici connessi allo status sociale dei partecipanti a un incontro e riflette le differenze sociali ritenute pertinenti ai fini dell’appropriatezza della conversazione. Se altre lingue (ad es., il giapponese) hanno sistemi complessi di espressioni onorifiche, nell’italiano contemporaneo si tratta della scelta fra Lei e tu (➔ allocutivi, pronomi; ➔ saluto, formule di) e di poche alternative riguardanti le espressioni da usare nei vocativi (cfr. Bazzanella 2005: 143-146).

4.2 L’atto linguistico

Vari autori del Novecento, fra i quali K. Bühler, Wittgenstein, E. Benveniste, R. Jakobson, hanno considerato il parlare come un’attività. Sulla pragmatica, come detto sopra (§ 3.1), ha avuto particolare influenza la nozione di atto linguistico elaborata da Austin (1962). Nella risultante teoria degli atti linguistici, il proferimento di qualsiasi enunciato viene considerato come un’azione del parlante, e si distingue fra il significato che l’enunciato esprime e il modo in cui l’enunciato è usato, cioè la sua forza. È compito della teoria degli atti linguistici spiegare in quali sensi e sotto quali condizioni proferire delle parole è fare qualcosa, e fornire il quadro concettuale per descrivere e comprendere i vari tipi di attività o azione linguistica.

Lo studio dell’atto linguistico in senso lato comprende anche aspetti applicativi e interdisciplinari riguardanti l’analisi del discorso e dell’interazione verbale.

4.2.1 La teoria degli atti linguistici. Austin (1962; trad. it. 1987: 42) dette inizio alla sua analisi dell’«atto linguistico totale nella situazione linguistica totale» tracciando distinzioni fra i diversi sensi in cui dire qualcosa è fare qualcosa. Possiamo descrivere un atto linguistico in qualità di atto locutorio (o locutivo; locutionary act), cioè come atto di dire qualcosa, un dire. Oppure come atto illocutorio (o illocutivo; illocutionary act): un fare nel dire. O infine come atto perlocutorio (o perlocutivo; perlocutionary act): un fare realizzato per mezzo del dire.

Per Austin, l’atto locutivo ha a sua volta vari aspetti: l’atto fonetico, che consiste nell’emettere certi suoni; l’atto fàtico, cioè l’atto di pronunciare suoni di certi tipi, conformi a certe regole (certe parole in una certa costruzione, con una certa intonazione); l’atto rètico, cioè l’atto di usare le parole con un certo senso e un certo riferimento. Quando riferiamo un atto locutivo, possiamo concentrarci sull’atto fàtico e semplicemente citare le parole pronunciate (nella forma del ➔ discorso diretto), oppure concentrarci sull’atto rètico e usare il ➔ discorso indiretto che riferisce senso e riferimento e non è tenuto a riportare le medesime parole pronunciate (disse «Sono stanco» rispetto a disse che era stanco). Ecco alcuni esempi:

(1) – Dicevo ..., – mugolò il burattino a mezza voce, – che oramai per andare a scuola mi pare un po’ tardi (Collodi 1973: 100; è riferita la particolare qualità dell’atto fonetico)

(2) – Dove l’avete preso? – esclamò indicando i resti del cartello pubblicitario che, essendo di legno compensato, era bruciato molto in fretta (Calvino 1969: 48; è riferito l’atto fàtico, sottolineandone l’intonazione)

(3) Mi disse che gli pareva io volessi recidere anche quel tenue filo di speranza che vi era ancora (Svevo 1988: 47; è riferito l’atto rètico)

Ci riferiamo all’atto illocutivo (➔ illocutivi, tipi) quando descriviamo un atto linguistico usando verbi come ordinare, consigliare, promettere, affermare, chiedere, ringraziare, protestare, che concentrano l’attenzione sul modo in cui il parlante ha usato il suo enunciato o, più precisamente, sulla forza illocutiva del suo atto linguistico: l’atto illocutivo che, nel dire ciò che dice, ha eseguito. Gli atti illocutivi sono compiuti conformemente a convenzioni e devono perciò soddisfare un certo numero di ‘condizioni di felicità’ o di successo: secondo Austin (1962), dev’esserci una procedura convenzionale accettata per compiere l’atto, i partecipanti e le circostanze devono essere appropriati, la procedura deve essere eseguita in modo corretto e completo, e ci si aspetta che i partecipanti abbiano stati interiori appropriati e tengano successivamente un comportamento coerente. La procedura per eseguire l’atto è in alcuni casi completamente linguistica (affermare, richiedere, consigliare, promettere), in altri casi (protestare, giurare, votare, nominare a una carica) può includere comportamenti extralinguistici.

Nei seguenti esempi viene riferita l’esecuzione di atti illocutivi:

(4) – O il Pescecane dov’è? – domandò voltandosi ai compagni.

– Sarà andato a far colazione, – rispose uno di loro ridendo.

– O si sarà buttato sul letto per fare un sonnellino, – soggiunse un altro ridendo più forte che mai (Collodi 1973: 107)

(5) – Possiamo farti navigare per il fiume tirando il barcone da riva con la fune, – propose Filippetto, e già aveva mezzo slegato l’ormeggio (Calvino 1969: 38)

(6) Mi raccomandò d’indurre l’ammalato a restar coricato più a lungo che fosse possibile (Svevo 1988: 52)

Austin, nel descrivere l’atto illocutivo, ne specifica tre tipi di effetti: l’assicurarsi la ricezione, cioè far sì che il significato e la forza dell’atto linguistico vengano compresi; l’entrata in vigore, cioè la produzione di uno stato di cose convenzionale; la sollecitazione di una risposta o seguito, cioè il fatto che l’atto invita a un certo tipo di comportamento successivo da parte di almeno uno dei partecipanti. L’effetto di ricezione è condizione necessaria per l’ottenimento degli altri due e in particolare dell’effetto convenzionale, che in quanto tale è fondato sull’accordo intersoggettivo (Sbisà 1989). La ricezione ha una funzione determinante nel rendere effettivo l’impegno preso dal parlante-narratore:

(7) – Quando ritorna? –

– Domani o forse più tardi! – risposi io già incerto. Poi più deciso: – Certamente vengo domani! – Quindi, in seguito al desiderio di non compromettermi troppo, aggiunsi: – Continueremo la lettura del Garcia. –

Ella non mutò di espressione in quel breve tempo: assentì alla prima malsicura promessa, assentì riconoscente alla seconda e assentì anche al mio terzo proposito, sempre sorridendo (Svevo 1988: 179-180)

La ricezione dell’atto illocutivo è resa possibile dalle forme linguistiche che segnalano la forza illocutiva dell’enunciato, ossia dal tipo di atto illocutivo che viene eseguito: gli indicatori illocutivi. Sono indicatori illocutivi il modo del verbo (➔ imperativo invece che ➔ indicativo o ➔ condizionale; ➔ modi del verbo), il tempo (➔ futuro invece che ➔ presente o passato), la struttura sintattica della frase (interrogativa piuttosto che dichiarativa), la presenza di verbi modali (potere, dovere, volere; ➔ modali, verbi), la presenza di certi ➔ avverbi o ➔ congiunzioni (sicuramente, infatti, tuttavia; ➔ modalità), l’➔intonazione o, nello scritto, l’interpunzione.

L’atto illocutivo può anche essere eseguito, quando sorga il bisogno di renderne esplicita la forza, mediante un enunciato ‘performativo’ che contiene un verbo illocutivo alla prima persona del presente indicativo attivo (io ti prometto che ..., io ti ordino di ...). Un atto illocutivo formulato mediante indicatori può essere riformulato come enunciato performativo:

(8) – Da oggi in poi voglio mutar vita.

– Me lo prometti?

– Lo prometto (Collodi 1973: 100)

Le forme linguistiche caratteristiche di un certo tipo di atto illocutivo sono a volte usate per eseguire un atto illocutivo di tipo diverso. Si tratta di atti illocutivi indiretti (Searle 1975), formulati per ragioni di cortesia (➔ cortesia, linguaggio della) prendendo a prestito indicatori propri di atti illocutivi dal carattere meno impositivo o privi di sottintesi potenzialmente imbarazzanti (➔ mitigazione). La comprensione della forza illocutiva indiretta può essere lasciata a inferenze dell’ascoltatore, oppure avvalersi di routines standardizzate, le cui motivazioni comunque risiedono nelle implicazioni che le forme linguistiche usate hanno per la ‘faccia’ degli interlocutori. Ad es., non sempre per formulare richieste, preghiere, comandi, ordini si usano enunciati di tipo imperativo, anzi spesso si utilizzano, con l’eventuale aiuto di verbi modali o del modo condizionale, le forme linguistiche della domanda o dell’affermazione. Ecco alcuni esempi (da Benincà et al. 1977) in ordine di crescente cortesia:

(9)

a. c’è da telefonare alla libreria

b. ci sarebbe da telefonare alla libreria

c. telefoneresti alla libreria?

d. ti dispiacerebbe telefonare alla libreria?

e. puoi telefonare alla libreria?

f. potresti telefonare alla libreria?

g. ti sarei grato se telefonassi alla libreria

Searle (1969) e Bach & Harnish (1979) hanno messo in primo piano l’aspetto intenzionale dell’atto illocutivo, facendo riferimento alla nozione di significato come intenzione del parlante proposta da Grice (cfr. sopra § 3.1). L’intenzione illocutiva, per questi autori, viene soddisfatta mediante il proprio stesso riconoscimento e la comprensione del significato e della forza è l’unico tipo di effetto proprio dell’atto illocutivo (Searle 1975: 77). Altri autori (fra cui Sbisà 1989) hanno invece ritenuto costitutivo dell’atto illocutivo anche il suo effetto convenzionale. Questo è definibile in termini di trasformazioni nella competenza degli interlocutori (ad es., riguardo a ciò che possono o devono fare o non fare) che l’atto linguistico produce per il solo fatto di essere capito e accettato come atto illocutivo, ben riuscito, di un certo tipo.

Infine, il dire qualcosa ha conseguenze sui sentimenti, pensieri o azioni dei partecipanti. Quando riferiamo queste conseguenze attribuendone la responsabilità al parlante parliamo del suo atto perlocutivo, ad es. un atto di convincere o persuadere, allarmare, dissuadere, far fare. L’esecuzione di un atto perlocutivo non dipende dalla soddisfazione di condizioni convenzionali, ma dall’effettiva produzione di certe conseguenze psicologiche o comportamentali. Austin (1962) distingue gli obiettivi perlocutivi, conseguenze sollecitate dall’atto illocutivo in virtù della sua forza (ad es., mettere all’erta, come conseguenza dell’avvertire; far fare, come conseguenza dell’ordinare), dai seguiti perlocutivi, conseguenze che vengono suscitate dall’atto linguistico senza che vi sia una connessione regolare con il tipo di forza illocutiva che esso ha (qualunque atto illocutivo in circostanze appropriate può, ad es., allarmare o sorprendere).

I verbi e altre espressioni che descrivono atti o effetti perlocutivi non sono usati per introdurre il discorso riportato ma possono comunque comparire nelle descrizioni di eventi linguistici:

(10) – Se gli è grosso! ... – replicò il Delfino. – Perché tu possa fartene un’idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani ...

– Mamma mia! – gridò spaventato il burattino (Collodi 1973: 94)

(11) Con mezze parole e allusioni, promettendo a ciascuno d’informarlo, appena ne fosse stato ben sicuro, d’un posto pieno di tinche conosciuto da lui solo, riuscì a farsi prestare un po’ dall’uno un po’ dall’altro un arsenale da pescatore il più completo che si fosse mai visto (Calvino 1969: 81)

Va notato che l’atto perlocutivo non è un gesto in più da parte del parlante e non richiede neppure che il parlante abbia un’intenzione in più (un effetto perlocutivo può essere ottenuto senza volere).

4.2.2Atti linguistici e interazione verbale. Come si è accennato, sociolinguisti e antropologi hanno trovato ispirazione nell’idea che parlare sia un’attività e che nel parlare si eseguano azioni di rilevanza sociale. Molte ricerche di tipo sociologico hanno studiato la conversazione come attività in cui si svolgono continue operazioni di coordinamento fra gli interlocutori o addirittura una co-costruzione dell’evento interazionale. La linguistica antropologica ha studiato in culture diverse i modi in cui avvengono sia conversazioni informali che eventi interazionali maggiormente strutturati.

Il metodo dell’analisi conversazionale (per cui cfr. Fele 2007; ➔ conversazione) richiede la registrazione (possibilmente con mezzi sia audio che video) di eventi interazionali e la trascrizione delle parole pronunciate dai partecipanti effettuata tenendo conto di aspetti di volume, intonazione, enfasi, ritmo, di suoni non linguistici e pause, e delle sovrapposizioni fra un parlante e l’altro. Il coordinamento fra i partecipanti si esprime nell’alternanza dei turni, che risponde a regole ben identificabili, la cui violazione risulta significativa. Le interruzioni di un parlante da parte di un altro o le sovrapposizioni fra parlanti presentano una ricca fenomenologia, il cui studio consente di identificare punti di rilevanza transizionale all’interno dei turni conversazionali (i punti in cui è possibile considerare un turno conversazionale come completo e attivare il meccanismo dell’alternanza), problemi relazionali fra i parlanti espressi attraverso la competizione per avere la parola, e diversi valori che il rispetto o il mancato rispetto del principio per cui si parla uno per volta possono assumere a seconda del contesto sociale e culturale.

Nelle sequenze conversazionali si sono identificate coppie in cui a una prima parte (ad es., una domanda, un invito) ci si attende che segua un’altra corrispondente (ad es., una risposta, un’accettazione / rifiuto) oppure terne in cui a una mossa di apertura segue una reazione e a questa un commento. Un turno può contenere più atti linguistici: ad es., il secondo turno di (12). Un atto linguistico può essere eseguito in più turni, come la seguente richiesta:

(12) Cliente [della Penguin]: volevo sapere se aveva due testi dello Stuart Mill.

Commesso: + Dica pure.

Cliente: Eh uno è Representative government, - e l’altro The subjection of woman (Gavioli & Mansfield 1990: 191-192)

L’analisi della conversazione, specialmente se in prospettiva etnometodologica, vale a dire senza applicare alle attività dei partecipanti categorie che non provengano in qualche modo dai partecipanti stessi, permette di seguire da vicino il gioco di parziali fraintendimenti, richieste di correzione, riformulazioni, gioco che consente la negoziazione di versioni condivise dell’argomento della conversazione e dello stesso evento interazionale in corso.

Le ricerche sull’interazione verbale non fanno necessariamente riferimento a tipologie di atti illocutivi e ai loro indicatori; tuttavia è possibile combinare l’attenzione per le modalità di realizzazione di turni e sequenze con quella per le trasformazioni della relazione fra parlante e interlocutore che vengono indotte, per tacito accordo a volte soggetto a implicito negoziato, dall’esecuzione di atti illocutivi. Nella prosecuzione dell’es. (12), è mediante un implicito negoziato, che comprende momenti polemici e mosse di riparazione, che il commesso vede riconosciuta la propria competenza (messa in dubbio dalla domanda del cliente: «Sicuro?») e il cliente la propria ansia di trovare i libri richiesti:

(13) Commesso: No e no.

Cliente: Sicuro? - Eh neanche uno?

Commesso: Vuole che glielo giuri?

Cliente: Hh. - Hh, no, perché la mia ultima speranza è qui.

Commesso: = No, son da richiedere fuori, da importare, due mesi per ottenerli.

Cliente: Ho capito (Gavioli & Mansfield 1990: 192)

Negli esempi (12) e (13) la virgola indica intonazione sostenuta, il punto intonazione discendente, il punto interrogativo intonazione ascendente, la lineetta ‘-’ una breve pausa, il simbolo ‘=’ un cambio di turno senza pausa.

Un altro aspetto delle relazioni interpersonali che si studia mediante l’analisi di interazioni verbali reali è la dimensione della cortesia. La scelta di essere più o meno cortesi influenza la scelta di eseguire certi atti illocutivi piuttosto che altri, il modo in cui gli atti illocutivi vengono formulati (esplicito, implicito, diretto, indiretto) e la precisa strategia impiegata, come pure la messa in atto di operazioni di mitigazione (o intensificazione) dell’atto linguistico.

4.2.3Segnali discorsivi. Nel parlare, e più ancora nello scrivere, ci dedichiamo costantemente anche a dare una strutturazione alla nostra attività linguistica. Quest’opera si avvale di ➔ segnali discorsivi (Bazzanella 1994: 145-174), elementi linguistici che indicano quale funzione svolge una parte di un testo o di un turno conversazionale nell’ambito del testo o conversazione cui appartiene. I segnali discorsivi hanno funzioni metatestuali, cioè rivolte primariamente alla strutturazione del testo o del turno conversazionale, quali quelle di connettivi, demarcativi, focalizzatori, indicatori di riformulazione o parafrasi, ma anche funzioni interazionali, cioè rivolte al coordinamento con l’interlocutore. Queste ultime possono riguardare la presa di turno, il monitoraggio dell’attenzione, il controllo della ricezione, la manifestazione di accordo o disaccordo fra interlocutori.

Alcuni segnali discorsivi con funzione di ➔ connettivi sono al tempo stesso indicatori illocutivi per atti quali la spiegazione (infatti, cioè), l’esemplificazione (ad esempio), l’obiezione (ma, però, tuttavia), il trarre una conclusione (dunque, allora, quindi). Ciò però non esaurisce il loro contributo alla strutturazione dell’attività linguistica: è tipico dei segnali discorsivi essere polifunzionali. Ad es., ma e allora possono fungere da segnali di presa di turno (come anche e ed ecco), o da meccanismi d’interruzione, e in queste funzioni possono alternarsi o assommarsi a svariati altri segnali discorsivi dalle forme linguistiche eterogenee (pronto, un momento, scusa, insomma).

4.3 Il senso implicito

Non tutto ciò che un atto linguistico comunica è detto esplicitamente dalle parole usate. Ciò si può vedere facilmente provando a dare una parafrasi di un qualsiasi breve testo. Nel tentativo di rendere un testo con altre parole, si fanno emergere aspetti del suo senso che le parole originali lasciavano impliciti, e aspetti espliciti diventano impliciti. La corretta ed esauriente comprensione di un testo perciò comprende sia quanto esso dice esplicitamente, sia il suo senso implicito. E possiamo a pieno titolo dire che comprendiamo il senso implicito di un testo, quando siamo in grado di formularlo, al bisogno, anche esplicitamente. Ci sono impliciti che dipendono dai contenuti dell’enunciato o del discorso e dal contesto situazionale o cognitivo, e altri, più legati alla struttura della lingua, che sono attivati da caratteristiche linguistiche dell’enunciato o del testo.

Gli impliciti nel loro complesso si possono suddividere in presupposizioni e implicature. Le presupposizioni sono enunciati la cui verità viene data per scontata, in quanto fungono da precondizioni dell’evento comunicativo o da sfondo comune su cui esso può essere compreso; le implicature sono enunciati che possono essere inferiti dal fatto che l’evento comunicativo si sta svolgendo in un certo modo e forniscono informazioni aggiuntive o correttive nei confronti del senso esplicitamente formulato nel testo.

Le implicature a loro volta comprendono impliciti che dipendono dalle precise parole usate dal parlante oppure dal contenuto espresso e dalle caratteristiche dell’evento comunicativo o del suo contesto.

4.3.1Presupposizioni. Le presupposizioni sono enunciati di cui deve essere assunta la verità affinché l’enunciato che le attiva possa risultare appropriato, ossia costitutivo di un atto linguistico felice; e il cui contenuto perciò, in uno scambio comunicativo, conta come informazione data per scontata. Se un enunciato dichiarativo ha una presupposizione, solitamente anche l’enunciato dichiarativo che lo nega ha la medesima presupposizione, e se una presupposizione di un enunciato dichiarativo risulta falsa, l’inappropriatezza risultante può rendere questo enunciato non valutabile dal punto di vista della verità o falsità (Levinson 1983; Sbisà 2007). Ad es., un enunciato come:

(14) Dopo la seconda guerra mondiale, la Venezia Giulia perse le province di Pola e di Fiume (da un manuale scolastico; Sbisà 2007: 60)

presuppone che (a) c’è stata la seconda guerra mondiale: se non ci fosse stata, la questione della perdita delle province di Pola e di Fiume non si porrebbe. Inoltre presuppone che prima della seconda guerra mondiale le province di Pola e di Fiume (b) esistevano e (c) appartenevano alla Venezia Giulia. Se l’enunciato dicesse (falsamente dal punto di vista storico, ma qui non importa):

(15) Dopo la seconda guerra mondiale, la Venezia Giulia non perse le province di Pola e di Fiume

la situazione affermata come attuale sarebbe diversa (Pola e Fiume sarebbero rappresentate come tuttora appartenenti alla Venezia Giulia) ma le informazioni presupposte (a), (b) e (c) rimarrebbero le stesse.

La nozione di presupposizione è stata allargata a comprendere tutte le assunzioni che un parlante fa assumendo che siano condivise dall’uditorio (Stalnaker 1973). In questa concezione, i parlanti possono avere presupposizioni che non si rispecchiano in alcun modo nella forma linguistica dei loro enunciati e che non sono da essi recuperabili. Si tratta di presupposizioni che rientrano nel non detto più che nell’implicito.

Ma per il linguista e ai fini dell’analisi del discorso, le presupposizioni più interessanti, che costituiscono autentico senso implicito, sono quelle che si rispecchiano nella forma linguistica. Gli attivatori di presupposizione, da cui dipende la riconoscibilità delle presupposizioni da associare a un enunciato, comprendono elementi lessicali (verbi fattivi come sapere, verbi di cambiamento di stato come smettere, espressioni iterative come di nuovo) e fenomeni morfosintattici (la descrizione definita, cioè il sintagma nominale con l’articolo definito, come la seconda guerra mondiale; le frasi scisse, come fu dopo la seconda guerra mondiale che ...; i pronomi interrogativi; le relative non restrittive: le province di Pola e di Fiume, che ora appartengono alla Croazia ...; frasi concessive e temporali; gerundi e participi aggiunti) e formano un vasto insieme dalle proprietà non sempre omogenee.

Un esempio con più presupposizioni:

(16) I tribuni della plebe avevano smesso di difendere i diritti del popolo (da un manuale di storia; Sbisà 2007: 59)

Questo enunciato presuppone: (a) che esistevano i tribuni della plebe (attivatore: i tribuni della plebe); (b) che il popolo di cui si parla [il popolo romano] aveva dei diritti (attivatore: i diritti del popolo); (c) che i diritti del popolo venivano o potevano venir attaccati (attivatore: difendere); (d) che in tempi precedenti, i tribuni della plebe avevano difeso i diritti del popolo (attivatore: avevano smesso).

Anche i focalizzatori come anche, persino, addirittura sono attivatori di presupposizione, per es. l’enunciato:

(17) Merita apprezzamento anche l’opinione pubblica italiana (da un quotidiano; Sbisà 2007: 67)

presuppone che qualcun altro [in questo caso, il governo] oltre all’opinione pubblica italiana merita apprezzamento.

Le presupposizioni linguisticamente segnalate possono veicolare informazione nuova, che risulta particolarmente persuasiva in quanto riceve lo statuto privilegiato di informazione la cui verità è data per scontata.

4.3.2Implicature convenzionali. Le implicature sono inferenze che vengono derivate non dal contenuto di un enunciato in virtù di relazioni di conseguenza logica, ma dal fatto che un certo enunciato è stato effettivamente prodotto. Alcune implicature, quelle convenzionali, dipendono dal significato convenzionale di singole parole usate nell’enunciato. Le implicature convenzionali si differenziano dalle presupposizioni linguisticamente segnalate in quanto non sono precondizioni della felicità dell’atto linguistico eseguito; quando sono false, non dobbiamo aspettarci alcuna ricaduta sulla verità / falsità dell’enunciato che le attiva. Inoltre, a differenza delle presupposizioni, quando viene introdotta una negazione tali implicature generalmente cambiano di contenuto. Secondo la teoria della pertinenza, le implicature convenzionali equivalgono a un significato procedurale, cioè a istruzioni su come elaborare e mettere in relazione le altre informazioni fornite dall’enunciato.

Suscitano implicature convenzionali connettivi come ma, quindi, insomma, infatti, cioè e altri ancora. In

(18) Ha vinto “American Beauty”, come da copione. Ma è un copione scritto solo negli ultimi mesi (da un quotidiano, cit. in Sbisà 2007: 132)

si implica che il fatto che la vittoria di American Beauty sia diventata prevedibile solo negli ultimi mesi è in contrasto con l’idea che fosse scontata e, di conseguenza, che non era una vittoria tanto scontata.

Sono considerati come attivatori di implicature convenzionali anche quegli elementi lessicali che sono dotati di tono affettivo positivo o negativo, fra cui le espressioni spregiative o discriminatorie:

(19) Sentirsi anziano e non vecchio (titolo da un periodico)

(20) «avete veduto quella bella baggiana che c’è venuta?». L’epiteto faceva passare il sostantivo (Alessandro Manzoni 1988: 1275).

4.3.3Implicature conversazionali. Le implicature conversazionali sono inferenze che deriviamo dal fatto che un certo enunciato è stato prodotto, nell’ambito di una conversazione avente un certo scopo, da un parlante che è ragionevole ritenere cooperativo. La cooperatività conversazionale consiste, secondo la definizione di Grice, nel fornire un contributo conversazionale tale quale è richiesto, allo stadio in cui avviene, dallo scopo o orientamento accettato dello scambio linguistico in cui si è impegnati (Grice 1989; trad. it. 1993: 60). I requisiti a cui un contributo conversazionale deve rispondere per risultare cooperativo (detti massime di Grice) riguardano la quantità d’informazione effettivamente utile, la buona qualità dell’informazione (sincerità del parlante e fondatezza della sua affermazione), la pertinenza dell’informazione, e il modo d’espressione (che deve rendere l’informazione comprensibile).

I percorsi per l’elaborazione di implicature delineati da Grice sono razionalizzazioni a posteriori della nostra comprensione, che potrebbe anche essere semplicemente intuitiva. La teoria della pertinenza (Sperber & Wilson 1986) ha semplificato la nozione griceana di cooperatività riducendola alla sola pertinenza, ma ha anche posto la propria nozione di pertinenza (equilibrio ottimale fra il numero di conseguenze che l’ascoltatore trae dall’enunciato e sforzo di elaborazione) alla base della pragmatica cognitiva, in quanto la tendenza a elaborare gli stimoli cui attribuiamo valore comunicativo in modo da conferire loro pertinenza ottimale sarebbe una costante della cognizione umana. Si ritiene oggi probabile che nell’elaborazione di enunciati giochino un ruolo importante dei percorsi inferenziali abbreviati e standardizzati (le euristiche) che consentono di identificare una possibile implicatura in tempo reale, già durante la ricezione dell’enunciato (Levinson 2000). Un esempio:

(21) Sette bambini e un impero come quello pilotato dal marito Steven Spielberg, che la rende partecipe di ogni decisione, non impediscono a Kate Capshaw, 46 anni, di avere una vita autonoma (da un quotidiano, cit. in Sbisà 2007: 140).

Le implicature sono in questo caso: (a) ci si aspetterebbe che sette bambini e l’impero del marito impedissero a Kate di avere una vita autonoma (perché sia pertinente smentire l’ipotesi che sette bambini e un impero le impediscano di avere una vita autonoma, deve esserci l’aspettativa che lo facciano); (b) Kate ha una vita autonoma (l’informazione negativa non impediscono non dice nulla su come le cose stanno davvero e può essere considerata quantitativamente adeguata solo in quanto si può inferire da essa che Kate ha una vita autonoma).

Fra le implicature hanno un posto particolare le implicature conversazionali generalizzate che, facendo riferimento alle massime, richiedono un contesto in cui ci sia conversazione, ma non necessitano, per essere comprese, di informazioni sul contesto specifico in cui l’enunciato è emesso. Attivano implicature conversazionali generalizzate, ad es., i termini scalari, che fanno parte cioè di scale rette da rapporti di conseguenza logica, come la scala tutti > alcuni (➔ quantificatori). Mentre da tutti sono andati via si può dedurre come conseguenza logica alcuni sono andati via, dal meno informativo alcuni sono andati via, se si assume che sia stato pronunciato in una conversazione cooperativa, si può inferire per implicatura non tutti sono andati via. Le implicature scalari (cfr. Noveck & Sperber 2004: 283-300) hanno la proprietà (non spiegabile con criteri griceani) di poter essere colte dal ricevente già prima del completamento dell’enunciato.

Grice ha considerato come basata sull’implicatura conversazionale anche la produzione e comprensione di figure retoriche (➔ retorica): l’interpretazione letterale di un enunciato ironico o metaforico, infatti, renderebbe il parlante non cooperativo. Studi successivi continuano a dare un’analisi inferenziale delle figure retoriche, ma ritengono che il suo risultato riguardi ciò che l’enunciato dice e non ciò che implica. In

(22) l’asimmetria è presente anche nelle particelle elementari [...] tanto che Chien Shiung Wu, un fisico di notevole valore che lavora alla Columbia University, ha commentato che Dio dev’essere mancino (Sbisà 2007: 142)

per es., non possiamo attribuire a Chien Shiung Wu la credenza che Dio abbia mani; dobbiamo dedurre che ciò che intende dire è che l’asimmetria nel mondo naturale ha origini profonde e di carattere fondamentale.

4.3.4L’arricchimento contestuale. Alcuni impliciti che si colgono inferenzialmente sulla base di un principio di cooperazione, ovvero del principio di pertinenza, sembrano contribuire alle condizioni di verità degli enunciati dal cui proferimento vengono ricavati. Come si è detto, le inferenze che hanno queste caratteristiche sono state chiamate (da Sperber & Wilson 1986) esplicature. Studi successivi (ad es., quelli di R. Carston nell’ambito della teoria della pertinenza e di F. Recanati in quello del contestualismo semantico; cfr. Bianchi 2009: 180-213) hanno evidenziato l’ampiezza della gamma di sottintesi che vengono in ultima analisi a far parte delle condizioni di verità dell’enunciato proferito e quindi della proposizione espressa dall’atto linguistico.

Quanto al modo in cui tali sottintesi vengono attivati, si distingue fra saturazione e libero arricchimento. La saturazione completa il senso degli elementi lessicali il cui uso deve essere contestualizzato prima di poter contribuire alle condizioni di verità dell’enunciato: ad es., Paolo è alto può significare, per saturazione, «Paolo è alto per essere un bambino di sette anni» oppure «Paolo è alto per essere un giocatore di basket». L’arricchimento libero adatta al contesto il contenuto dell’enunciato nel suo insieme, permettendo così di comprenderlo secondo le intenzioni comunicative del parlante: ad es., c’è latte nel frigo può significare, per libero arricchimento, «ci sono macchie di latte nel frigo» (se stiamo parlando dello stato di pulizia del frigo) oppure «c’è un cartone di latte, non scaduto, nel frigo» (se stiamo cercando del latte da bere).

5. Il ruolo della pragmatica

Al punto in cui si è nelle ricerche, la pragmatica sembra inglobare la semantica vero-condizionale e al tempo stesso esserne condizionata (poiché la finalità di tanti processi pragmatici risulta proprio quella di determinare le condizioni di verità degli enunciati): insomma, diventata scienza cognitiva, essa ci promette di spiegare come il linguaggio funzioni nella mente.

È bene ricordare che questa trasformazione non riassorbe in sé l’intero ruolo della pragmatica nelle scienze linguistiche, sociali e umanistiche. Sotto il profilo della conoscenza della lingua, la pragmatica ci fa comprendere la ragion d’essere di parole e di forme sintattiche o testuali nei confronti delle nostre attività e azioni, e a partire da sensi contestualizzati può permettere di ipotizzare percorsi di formazione e trasformazione di aspetti del sistema linguistico. È inoltre retaggio indispensabile della pragmatica il rapporto diretto con il mondo della vita, l’impatto chiarificatore e eventualmente critico nei confronti di discorsi, incontri, pratiche linguistiche e sociali.

Fonti

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