Presente storico

    Enciclopedia dell'Italiano (2011)

di Carlo Enrico Roggia

presente storico

1. Definizione e funzioni

È detto presente storico il ➔ presente indicativo usato per fare riferimento a eventi anteriori al momento dell’enunciazione. Si tratta di un uso traslato, o metaforico, del presente (Bertinetto 1997), che viene impiegato al di fuori della sua funzione primaria e centrale di esprimere la contemporaneità o la prossimità all’enunciazione. L’effetto è quello di un avvicinamento prospettico e di un’attualizzazione degli eventi narrati, che pur appartenendo al passato vengono presentati come se fossero appunto contemporanei o prossimi all’enunciazione.

Il presente storico è diffuso in tutte le principali lingue europee e nelle lingue classiche; svolge importanti funzioni nella narrazione scritta, in particolare saggistica e letteraria, ma appartiene in primo luogo alla narrazione spontanea:

(1) Quando s’arrivò a Montebuoni / alla chiesa / per salire / c’è le rampe // allora / gli sposi / guardano / fanno venire con la macchina / ma le altre macchine no / non salivano // sicché / allora / facean salire noi // la Ginetta / a battere piedi / aveva diciotto mesi // io zia mia // io zia mia // mi vedea andar via // a gridare / tutto il paese // insomma / ci toccò a metterla ni’ mezzo / a noi // (Cresti & Moneglia 2005)

Caratteristica del presente storico, legata alla sua natura di metafora temporale, è quella di essere un tempo pluriprospettico (Sorella 1983), capace cioè di cumulare effetti di profondità temporale e di vicinanza. Anche a livello aspettuale (➔ aspetto), il presente storico è un tempo fondamentalmente ambiguo, potendo essere usato con valore sia perfettivo che imperfettivo. Ad es., in (2):

(2) quindi s’arriva su al [/] al villaggio / tutti insieme / stravolti // e in quel momento sorge la luna / ecco / e allora la luna illumina questo piazzale / che è a duemila metri / quasi / siamo lì // sicché era / un’aria fine / era &be // questa luna / queste cose / era anche suggestivo // e poi c’era questo posto / in fin de’ conti / Isaia dice / eeé / dormite qui // da me / dice / nel mio albergo // vado a vede’ le stanze // stamberga // (Cresti & Moneglia 2005)

hanno valore perfettivo i verbi s’arriva, dice e vado, che potrebbero essere sostituiti con dei perfetti semplici; hanno invece valore imperfettivo i verbi sorge e illumina, sostituibili con un imperfetto (ma il primo anche, e forse meglio, con una perifrasi progressiva: stava sorgendo). Analogamente, in (1) hanno valore perfettivo i verbi guardano e fanno, mentre ha valore imperfettivo c’è.

2. Nel testo

L’uso del presente storico può accompagnarsi a quello del perfetto semplice (equivalente a un piuccheperfetto) a esprimere l’anteriorità, e del futuro (equivalente a un condizionale composto) a esprimere il futuro nel passato, formando un vero e proprio piano temporale autonomo:

(3) Stavamo aspettando il treno. All’improvviso giunge trafelato Enrico. Ha appena parlato con il capostazione e dice che il rapido arriverà con molto ritardo. Fu così che decidemmo di prendere l’espresso (da Bertinetto 2001: 68)

Spesso, però, questi rapporti sono espressi con tempi che appartengono al piano del passato: ad es., in (1) l’anteriorità è espressa da un perfetto semplice («Quando s’arrivò […] c’è le rampe»). Più in generale, il fatto di presentarsi in combinazione e spesso in alternanza coi tempi della narrazione al passato rappresenta una delle caratteristiche più tipiche dell’uso del presente storico.

Da questo punto di vista, si può distinguere tra un impiego puntuale, per lo più con valore perfettivo e focalizzante (si parla allora di presente drammatico), e un impiego prolungato, con funzioni più articolate e varie (si parla allora di presente narrativo). Tra gli esempi precedenti, appartengono al primo tipo (1) e (3), mentre (2) è estratto da un testo in cui il presente storico è il tempo dominante: si danno anche esempi (come nel caso di alcune fiabe) di testi interamente al presente storico narrativo.

In generale, queste commutazioni di tempo al presente storico non sono affatto irrazionali, ma rispondono a funzioni ben precise, valutabili: (a) a livello espressivo, relativamente al modo di rappresentazione degli eventi narrati; (b) a livello discorsivo, relativamente alla costruzione del testo.

Le funzioni del primo tipo sono quelle più tradizionalmente sottolineate nelle descrizioni del presente storico, visto essenzialmente come procedimento stilistico: esse si legano alla sua caratteristica capacità di attualizzare gli eventi narrati. In questo senso, uno degli impieghi più tipici consiste nel sottolineare singoli eventi o gruppi di eventi, mettendone in luce il carattere inatteso, drammatico, incalzante:

(4) E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: «è l’Adda!» Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore (Manzoni 1971: 393)

In (4) il presente serve a isolare nella catena narrativa una serie di eventi che costituiscono il culmine di una climax: l’effetto è quello di una messa in rilievo e di una sorta di ravvicinamento improvviso (quasi uno zoom). Nell’esempio appena visto, e in generale, all’effetto di sottolineatura drammatica concorre anche la caratteristica ‘apertura’ del presente, ossia il fatto che a differenza del perfetto esso non visualizza il punto terminale dell’evento descritto dal verbo: l’uso del presente può così servire a ottenere effetti di sospensione. Questo è evidente in (5):

(5) A qualche distanza giungemmo a una barriera, ove mi domandano una piccola somma pel mio passaggio. Metto la mano in tasca, e qual fu la mia sorpresa quando non trovai un soldo nel borsellino dov’io posi la mattina cinquanta zecchini, che l’impresario di Praga, Guardassoni, pagato m’avea per quell’opera! (Da Ponte 1918: 1°, p. 134)

dove il presente introduce appunto azioni dall’esito aperto, mentre per esprimere gli eventi immediatamente successivi, che pongono fine alla sospensione, si passa al perfetto.

Questi impieghi drammatici del presente storico (per una casistica, cfr. Herczeg 1972) sono probabilmente i più diffusi sia nelle narrazioni spontanee che nella narrativa tradizionale: essi non esauriscono tuttavia le possibilità espressive del presente storico, che sono varie e non sempre riconducibili a schemi.

Soprattutto negli usi estesi, le stesse caratteristiche semantiche viste finora possono, ad es., essere piegate a funzioni del tutto diverse, di tipo descrittivo, o perfino straniante, come nel seguente esempio di prosa memorialistica (Bertinetto 2003):

(6) Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscìo dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c’è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l’acqua è inquinata […]. Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi di stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia (Levi 1997: 16)

In questo caso, l’adozione compatta del piano temporale del presente storico (che si estende poi a buona parte del libro) non ha valore di sottolineatura drammatica nel senso visto sopra: serve piuttosto a mantenere una prospettiva ravvicinata sugli eventi, fino a una sorta di annullamento della percezione della durata temporale analogo a quello sperimentato dal protagonista e dai suoi compagni.

Dal punto di vista della costruzione testuale, invece, le funzioni del presente storico si legano al fatto che ogni commutazione di tempo verbale costituisce un segnale di discontinuità nella narrazione, e come tale può servire a marcare l’articolazione del testo in unità funzionali (➔ testi narrativi). Questa funzione è stata riconosciuta sia nella narrazione spontanea (Centineo 1991) sia in quella letteraria (Bertinetto 2003), dove si è mostrato come l’adozione di un tempo verbale all’interno di una porzione di testo possa servire a isolare una sequenza funzionalmente omogenea. Anche l’uso puntuale, drammatico, del presente storico può d’altronde svolgere funzioni demarcative, nel senso di sottolineare dei punti di svolta della narrazione, che possono introdurre nuove sezioni testualmente individuate. Ad es., i presenti storici che in (1) interrompono la catena dei perfetti e degli imperfetti introducono la situazione iniziale di una breve sequenza narrativa sostanzialmente completa.

Il presente storico compare presto nella tradizione scritta dell’italiano (Squartini 2010). Lo troviamo, ad es., già largamente usato sia in testi in prosa come il Tristano Riccardiano (fine XIII secolo), sia in testi poetici come la Commedia (Brambilla Ageno 1978):

(7) Allora sì gli mostroe la damigiella lo suo palafreno, e lo cavaliere si andoe e ssì menoe lo cavallo e mise la damigiella a ccavallo; e ppoi sì tornoe lo cavaliere per lo suo cavallo e ccavalca cola damigiella, ed or la dimanda in che parte ella vuole andare. E la damigiella sì gli dicie ch’egli sì la debia menare a uno monisterio, impercioe ch’ella sì vuole servire Iddio e la sua madre (Tristano Riccardiano 1991: 163)

(8) La sesta compagnia in due si scema:

per altra via mi mena il savio duca,

fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca (Dante, Inf. IV, 148-151)

A determinare questa comparsa precoce del presente storico concorrono sia la sua natura di espediente spontaneo della narrazione, sia la continuità col latino, in cui il presente storico, largamente attestato, costituisce anzi una risorsa grammaticalmente e retoricamente ben codificata, tale quindi da fornire una legittimazione e uno stimolo anche per la scrittura linguisticamente più consapevole.

Fonti

Cresti, Emanuela & Moneglia, Massimo (edited by) (2005). C-Oral-Rom. Interpreted reference corpora for spoken languages, Amsterdam - Philadelphia, John Benjamins.

Da Ponte, Luigi (1918), Memorie, a cura di G. Gambarin & F. Nicolini, Bari, Laterza.

Levi, Primo (1997), Se questo è un uomo, in Id., Opere, a cura di M. Belpoliti, Torino, Einaudi, vol. 1°.

Manzoni, Alessandro (1971), I promessi sposi, a cura di L. Caretti, Torino, Einaudi.

Tristano Riccardiano (1991), testo critico di E.S. Parodi, a cura di M.-J.-Heijkant, Parma, Pratiche.

Studi

Bertinetto, Pier Marco (1997), Metafore tempo-aspettuali, in Id., Il dominio tempo-aspettuale. Demarcazioni, intersezioni, contrasti, Torino, Rosenberg & Sellier, pp. 135-155.

Bertinetto, Pier Marco (2001), Il verbo, in Grande grammatica italiana di consultazione, nuova ed. a cura di L. Renzi, G. Salvi & A. Cardinaletti, Bologna, il Mulino, 3 voll., vol. 2º (I sintagmi verbale, aggettivale, avverbiale. La subordinazione), pp. 13-161.

Bertinetto, Pier Marco (2003), Due tipi di presente “narrativo” nella prosa letteraria, in Id., Tempi verbali e narrativa italiana dell’Otto-Novecento. Quattro esercizi di stilistica della lingua, Alessandria, Edizioni dell’Orso, pp. 65-87.

Brambilla Ageno, Franca (1978), Sintassi. Tempi dell’indicativo, in Enciclopedia dantesca. Appendice. Biografia, lingua e stile, opere, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, pp. 222-233.

Centineo, Giulia (1991), Tense switching in Italian: the alternation between “passato prossimo” and “passato remoto” in oral narratives, in Discourse-pragmatics and the verb. The evidence from Romance, edited by S. Fleischman & L.R. Waugh, London - New York, Routledge, pp. 55-85.

Herczeg, Giulio (1972), Valore stilistico del presente storico in italiano, in Id., Saggi linguistici e stilistici, Firenze, Olschki, pp. 553-567.

Sorella, Antonio (1983), Per un consuntivo degli studi recenti sul presente storico, «Studi di grammatica italiana» 12, pp. 307-319.

Squartini, Mario (2010), Il verbo, in Grammatica dell’italiano antico, a cura di G. Salvi & L. Renzi, Bologna, il Mulino, 2 voll., vol. 1º, pp. 511-545.

Approfondimenti

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