Primavera araba

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Primavera araba Espressione generica con la quale si fa riferimento alle rivoluzioni e all’ondata di proteste che hanno attraversato i regimi arabi nel corso del 2011.

TUNISIA

L’inizio della rivolta viene simbolicamente fatto coincidere con il clamoroso gesto di protesta di Mohamed Bouazizi, un giovane venditore ambulante tunisino che il 17 dicembre 2010 si è dato fuoco nella cittadina di Sidi Bouzid per protestare contro le continue vessazioni da parte delle forze locali di polizia. L’episodio ha innescato numerose manifestazioni di piazza contro il dispotismo e la corruzione del regime del presidente Ben ‛Alī, al potere dal 1987. Di fronte ai manifestanti che chiedevano a gran voce la democratizzazione del sistema politico, denunciando al contempo lo stato di crisi generale dell’economia tunisina (aumento della disoccupazione, inflazione), il regime crollava con una velocità straordinaria e il 14 gennaio 2011 Ben ‛Alī fuggiva in Arabia Saudita con tutta la sua famiglia. Nel giro di pochi giorni si formava un nuovo governo provvisorio di coalizione che annunciava l’amnistia per i prigionieri politici e il riconoscimento di tutti i partiti politici al bando, mentre la rinnovata protesta nelle piazze per la presenza nell’esecutivo di numerosi esponenti del vecchio regime, membri del Rassemblement constitutionnel démocratique, il partito di Ben ‛Alī,  portava al loro progressivo allontanamento e allo scioglimento del partito nel mese di marzo. In quelle stesse settimane veniva legalizzato Ennahda(Rinascita), il movimento islamista moderato legato ai Fratelli musulmani messo al bando nei primi anni Novanta, i cui leader tornavano nel paese dopo un lungo esilio. Capo dello Stato provvisorio veniva nominato il presidente della Camera  Foued Mebazaa. Si apriva così un delicato processo di transizione democratica e costituzionale in cui un ruolo decisivo era ricoperto dall’Alta autorità per il raggiungimento degli obiettivi della Rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica, un comitato costituito il 18 febbraio e composto da rappresentanti delle forze politiche e sindacali, esponenti della società civile e organizzazioni e associazioni di carattere nazionale. L’Alta Autorità, la cui nascita scaturiva dalla volontà di non sminuire il portato delle giornate rivoluzionarie ma anzi valorizzare il grande dibattito politico nel paese,  assisteva il governo nella transizione costituzionale in vista delle elezioni per l’Assemblea costituente previste inizialmente per il mese di luglio e poi rinviate al 23 ottobre, rinvio che nel mese di maggio provocava l’abbandono del comitato da parte di Ennhada e le critiche dei partiti di sinistra all’esecutivo, accusato di voler rallentare il processo di transizione. Sempre a maggio, inoltre, per le strade di Tunisi tornavano a protestare i giovani e i cittadini delusi dalla lentezza del processo democratico e dal pericolo di una deriva autoritaria. Intanto nel paese veniva approvata la nuova legislazione elettorale che prevedeva un sistema proporzionale con liste bloccate con una presenza alternata e paritaria di un candidato di sesso maschile e uno di sesso femminile. Le elezioni del 23 ottobre facevano registrare una grande affluenza: oltre il 90% degli elettori si recava alle urne e queste sancivano il successo di Ennahda, ma anche l’importante affermazione dei partiti laici tra cui il Congresso per la Repubblica, guidato da uno dei leader storici dell’opposizione, Moncef Marzouki, presidente della Lega tunisina per i diritti umani.

EGITTO

A una settimana dalla caduta di Ben ‛Alī, anche le piazze delle città egiziane si riempivano di manifestanti che chiedevano la fine dello stato d’emergenza e le dimissioni del presidente Hosni Mubārak, al potere da trent’anni. Ad animare la protesta erano i giovani che si erano politicizzati al di fuori dei partiti tradizionali, la sinistra più radicale pronta ad unirsi al movimento, i segmenti democratici della classe media, ma  anche gli operai e i piccoli agricoltori. La richiesta di democratizzazione della vita politica si sposava alla centralità della questione sociale, in un paese dove cresceva la disoccupazione e la povertà e dove la corruzione aveva premiato la grande borghesia cittadina alleata del regime. Il 25 gennaio, ‘giornata della collera’ indetta e propagandata sul web, vedeva manifestare nelle piazze del Cairo decine di migliaia di cittadini e pochi giorni più tardi, il 28, imponenti manifestazioni paralizzavano il centro della capitale, dove piazza Tahir diventava l’epicentro delle contestazioni. Un ruolo decisivo, in Tunisia, in Egitto e negli altri paesi arabi in rivolta, assumevano i bloggers che promuovevano e coordinavano la rivolta informando in tempo reale il mondo di quanto avveniva nei loro paesi. Attivisti in piazza e sul web, i bloggers egiziani, tunisini, siriani, yemeniti sono stati perseguitati, arrestati e uccisi, ma con la loro azione hanno mostrato la potenza inarrestabile della rete e gli usi molteplici cui questa si presta: nei loro paesi, infatti, la rete è stato il medium che ha consentito la formazione di un’opinione pubblica non controllata dai regimi, lo strumento che ha alimentato un dibattito politico sempre più libero e vivace. Non va dimenticato, tuttavia, che è stata la presenza di milioni di persone nelle strade a decretare il successo della rivoluzione in Tunisia e in Egitto: quando nella notte del 27 gennaio, con un’azione senza precedenti, il presidente Mubarak ordinava il blackout di Internet nel paese, riducendo quasi al silenzio la realtà virtuale della protesta, questa ha continuato a dilagare nelle strade e nei primi giorni di febbraio ancora una volta piazza Tahrir è diventata il centro di grandi manifestazioni. Mentre la rivolta appariva ormai inarrestabile e la repressione si faceva sempre più violenta, tornava a far sentire la sua voce tra i manifestanti  l’organizzazione fondamentalista dei Fratelli musulmani nel tentativo di incanalare la contestazione per assumerne a tempo debito le redini. Tra la fine di gennaio e il mese di febbraio la rivolta nel mondo arabo viveva, sull’onda della spinta popolare, il suo massimo momento di trionfo, prima di franare nel dramma della guerra civile libica. Cresceva l’attenzione e la simpatia della comunità internazionale per gli avvenimenti egiziani che di lì a poco vedevano Mubarak rinunciare al potere (11 febbraio) lasciando le redini del paese nelle mani del Consiglio supremo delle Forze armate guidato da Mohammed Hussein Tantawi, la cui lunga carriera militare ai vertici dell’esercito durante il regime rappresentava un segno di continuità con il passato. Nel mese di agosto, intanto, si apriva il dibattimento a carico di Mubarak, agli arresti da aprile, accusato della morte di circa 800 manifestanti durante le contestazioni che avevano portato alla sua deposizione; l’ex presidente doveva rispondere anche di arricchimento illecito e corruzione. Nel corso dell’anno emergevano in Egitto alcuni preoccupanti segnali di una involuzione della vita politica e di un innalzamento delle tensioni interreligiose: a settembre l’assalto con morti e feriti all’ambasciata d’Israele al Cairo, a ottobre il massacro di cristiani copti negli scontri con la polizia. Questi avvenimenti gettavano più di un’ombra sulle elezioni parlamentari di novembre, vero banco di prova per la costruzione della democrazia. Emergevano a più riprese anche le frustrazioni dei giovani attivisti protagonisti della rivoluzione che tornavano a scendere nelle piazze accusando i vertici militari di non voler abbandonare il controllo del paese, mentre sempre più espliciti si facevano i rapporti tra i Fratelli musulmani e lo stesso esercito, un’alleanza strategica per determinare le scelte future dell’Egitto e tentare di mettere la sordina alle aspirazioni di libertà e democrazia del popolo.

MAROCCO, GIORDANIA e LE MONARCHIE DEL GOLFO

Tra gennaio e febbraio anche in Marocco e in Giordania si registravano alcuni episodi di protesta nelle piazze e cresceva la richiesta di democrazia in entrambi i paesi.  Per scongiurare il pericolo del dilagare della rivolta, re Muḥammad VI del Marocco decideva di accelerare il processo interno di democratizzazione, peraltro già cautamente avviato nel corso del decennio appena concluso. Nonostante le rinnovate minacce e gli attentati del terrorismo islamista, la monarchia aveva infatti avviato una lenta ma costante apertura verso le opposizioni e un significativo se pur limitato rinnovamento della classe dirigente; importante, in questo quadro, anche l’introduzione del nuovo codice di famiglia, nel 2004, che aboliva il ripudio della moglie e la sottomissione di questa al marito. Mentre nel paese continuavano le proteste, represse dalla polizia, nel mese di marzo si avviava il processo di revisione costituzionale che contemplava in primo luogo una limitazione dei poteri assoluti del sovrano e un riconoscimento delle funzioni del Parlamento e del Primo ministro. Il primo luglio 2011 il 73% dell’elettorato approvava a schiacciante maggioranza, con un referendum, le variazioni introdotte alla costituzione, mentre una parte dell’opposizione (islamisti radicali, sinistra e liberali indipendenti) boicottava il voto ritenendo di poco conto le limitazioni introdotte. In Giordania le manifestazioni di protesta, partite da alcuni villaggi poverissimi del paese, si diffusero in seguito ad Amman e ad altri centri cittadini, ma non conobbero una forte partecipazione popolare. Il regno giordano, uno dei regimi più stabili della regione, fedele alleato dell’Occidente, appariva da tempo frenato lungo la strada della modernizzazione invocata da re ‛Abdallāh II dall’atteggiamento tradizionalista delle sfere religiose e delle strutture tribali e claniche della società. Stroncati sul nascere i tentativi di rivolta in Bahrein grazie all’intervento militare deciso dal Consiglio di cooperazione del Golfo su ispirazione del suo membro più influente, l’Arabia Saudita, la monarchia petrolifera governata dall’ultraottantenne re Abdullah Bin Abdulaziz al Saud, da tempo autoproclamatasi gendarme della tradizione sunnita, della stabilità e della conservazione nella penisola araba  e in tutta la regione. La ribellione pacifica a Manama, capitale del Bahrein, aveva assunto dal suo esordio una notevole forza d’impatto anche attraverso l’occupazione di una piazza centrale della città, assurta a simbolo della rivolta, e fu contrastata armi in pugno dalla polizia del regime facendo molte vittime. A protestare nelle piazze erano gli sciiti, che costituivano la grande maggioranza della popolazione in un piccolo paese governato da una minoranza sunnita, e proprio questa caratteristica della rivolta metteva in allarme la dinastia saudita timorosa che le rivendicazioni degli sciiti del Bahrein potessero attecchire anche tra gli sciiti sauditi che costituivano la maggioranza nelle province orientali del paese, ricche di petrolio. Il 14 marzo un contingente militare di circa 1500 effettivi, in prevalenza sauditi, veniva così inviato nell’arcipelago del Bahrein dove contestualmente si applicava la legge marziale. Nel corso dell’anno si scongiurava il pericolo di un contagio rivoluzionario in Arabia Saudita, ma la dinastia saudita, che ha elargito dollari in gran quantità per ingraziarsi i suoi sudditi, sa di non poter rinviare oltre la questione della rappresentanza politica. Sul fronte dei diritti civili, la questione femminile ha assunto una certa rilevanza in un paese dove alle donne non è permesso ancora votare, non è consentito guidare l’automobile e fino al 2001 veniva imposta la registrazione sui documenti dei padri o dei mariti. Nel mese di giugno in segno di protesta diverse donne si mettevano al volante e alcune di loro venivano fermate dalla polizia. Ai confini meridionali dell’Arabia Saudita, nel sultanato dell’Oman, il movimento di protesta non ha rinnegato la sua fedeltà al regime, ma si è battuto per ottenere aumenti salariali, riforme politiche e l’allontanamento di ufficiali e funzionari corrotti, richieste cui il regime è andato incontro con la creazione di nuovi posti di lavoro, lo stanziamento di sussidi di disoccupazione e la promessa di riforme.

LIBIA

La protesta in Libia scoppiava il 15 febbraio nella città costiera di Bengasi in Cirenaica, la regione da sempre ostile al controllo politico di Tripoli. Mentre la ribellione nelle piazze si allargava, pur non facendo mai registrare una partecipazione imponente e pacifica, in Cirenaica iniziavano a sventolare i primi tricolori rossi, neri e verdi, simbolo del Paese prima del rovesciamento della monarchia nel 1969. La ribellione si trasformava ben presto in insurrezione armata con l’adesione di ufficiali dell’esercito e di molti reparti militari. All’inizio di marzo i ribelli avanzavano verso sud e conquistavano Brega, sul golfo della Sirte, la città sede di uno dei principali impianti petroliferi del paese intorno alla quale nel corso dei mesi successivi si riaccendeva più volte la battaglia tra gli insorti e le forze governative fedeli al colonnello Gheddafi; negli stessi giorni la Francia era il primo paese a riconosce l’autorità del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), l’organismo politico che controllava i territori in mano ai ribelli, autoproclamandosi unico legittimo rappresentante della repubblica libica. Le pressioni francesi erano determinanti nel giungere, il 17 marzo, all’approvazione della risoluzione 1973 da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu con la quale si autorizzavano gli stati membri a prendere qualsiasi iniziativa necessaria per proteggere i civili, si disponeva la creazione di una no-fly zone e si rafforzava l’embargo sulle armi. Dopo i primi bombardamenti aerei contro le forze governative che cercavano di riconquistare Bengasi, il 31 marzo la Nato assumeva il comando delle operazioni contribuendo al successo dell’avanzata degli insorti in Tripolitania. Nel mese di aprile anche l’Italia entrava in guerra mentre iniziava il drammatico conteggio delle vittime collaterali dei bombardamenti e i ribelli conquistavano Misurata (maggio). Una lunga fase di stallo caratterizzava le operazioni di guerra tra giugno e luglio ma nel mese di agosto, sostenuti dalle tribù berbere, i ribelli entravano a Tripoli mentre le truppe lealiste e Gheddafi, ricorso a più riprese all’impiego di mercenari centrafricani, ripiegavano a Bani Walid e Sirte. Tra settembre e ottobre entrambe le città erano teatro di bombardamenti e di un lungo assedio che mettevano a dura prova la capacità di sopravvivenza della popolazione, come più volte sottolineato da alcune  organizzazioni umanitarie internazionali. Il 20 ottobre Sirte veniva liberata e Gheddafi catturato dai ribelli, dopo che il convoglio con il quale era in fuga era stato colpito dagli elicotteri della Nato. Lo scempio della sua persona negli ultimi momenti di vita prima della sua esecuzione, ripreso da un telefono cellulare, ha fatto il giro del mondo, mandato in onda da tutte le televisioni. Con la morte di Gheddafi si apriva una fase delicatissima per il paese: antagonismi e debolezze del Cnt, già emersi durante il conflitto, e l’incognita delle forze islamiste, la cui presenza determinate nel campo degli insorti è stata spesso taciuta, sono solo alcuni dei problemi da affrontare. L’assenza di una società civile, dei partiti, di un’amministrazione centralizzata e l’enfatizzazione della tribù come unica istituzione ufficiale e riconosciuta della società durante la dittatura di Gheddafi, hanno fatto della Libia un paese senza stato dove sarà difficile avviare la ricostruzione sotto la minaccia delle ingerenze dei paesi confinanti e degli interessi economici e geopolitici di Francia e Gran Bretagna.

SIRIA, YEMEN

In Siria, dopo alcuni isolati accenni di protesta nel mese di febbraio, le manifestazioni di piazza sono iniziate all’inizio di marzo a Daraa, una città al confine meridionale con la Giordania. Il 18 marzo, dopo la preghiera del venerdì, diverse migliaia di persone sono scese nelle strade per chiedere la liberazione di alcuni ragazzi arrestati nei giorni precedenti per aver inneggiato sui muri della città alle rivolte in Tunisia e in Egitto. Per tutto il mese di marzo Daraa ha continuato ad essere il centro nevralgico della protesta che progressivamente andava espandendosi ad altre città: Hasakeh, Latakia, Homs, Hama. L’immediata azione repressiva della polizia e dell’esercito provocava sin dai primissimi giorni della rivolta un elevato numero di morti: le stime dell’Onu parlano di circa 2600 vittime, in maggioranza civili, da marzo a settembre. Le parole d’ordine della protesta, inizialmente improntate a un più generico anelito di libertà, si sono via via delineate: fine degli arresti arbitrari, liberazione dei detenuti politici, libertà di stampa e d’informazione, abolizione dell’articolo 8 della Costituzione che definisce il partito Baath “guida dello Stato e della società”, di fatto uno strumento capillare per assicurare lealtà al regime e controllare tutte le leve del potere. Forte il peso anche delle ragioni economiche e sociali della rivolta in un paese dove un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Particolarmente sanguinosa è stata la repressione nel mese di agosto: il 1° agosto furono oltre cento i morti tra la folla presa a cannonate nelle strade di Hama, mentre anche a Damasco i manifestanti venivano attaccati con le armi. Ma nel pieno della crisi la violenza dell’esercito, insieme all’azione intimidatoria e repressiva dei servizi segreti (Mukhabarat), la vera colonna portante del regime di Damasco, hanno costituito un’impenetrabile linea di difesa della dittatura siriana che da sempre ha saputo alimentare le divisioni sociali, tribali e religiose interne per mantenere lo status quo e impedire un’eventuale coalizione tra gli oppositori al regime. A differenza che nel caso libico, l’Occidente ha mostrato di fronte alla repressione siriana, forse la più sanguinosa insieme a quella yemenita, molte cautele e reticenze; l’Unione europea ha votato a più riprese diverse sanzioni economiche contro la Siria ma nessuna condanna effettiva è arrivata dalle Nazioni unite. Un eventuale altro fronte di instabilità in Medio Oriente spaventa tutti, sia i vicini regionali amici e nemici, come Iran e Israele, sia la comunità internazionale che fa finta di non vedere i crimini della dittatura di Bashar Assad. Regime fortemente in bilico appare  quello yemenita, dove le prime contestazioni al regime si sono verificate nel mese di gennaio con la richiesta di dimissioni del presidente ‛Abdallāh Ṣāliḥ. Ferito il 3 giugno nell’esplosione che distruggeva parte della sua residenza nella capitale Sana, Ṣāliḥ è rientrato in patria nel mese di settembre dopo tre mesi di cure e convalescenza in Arabia Saudita. Pur abbandonato dalla Casa Bianca, che lo ritiene ormai non all’altezza del difficile compito di contenere la crescita di Al-Qaida e delle numerose sigle del terrorismo islamico, e fortemente indebolito dalle defezioni di una parte consistente dell’esercito e del suo entourage politico che hanno aderito alla rivolta ormai degenerata in guerra civile,  Ṣāliḥ non sembra disposto a cedere al diktat saudita che prevede una sua uscita di scena per risolvere la crisi e avviare nel paese, già devastato da decenni di endemici conflitti tra sud e nord, una fase di transizione democratica. A una giornalista yemenita, Tawakol Karman, leader della rivolta contro il regime,  e impegnata da tempo nella battaglia per i diritti umani e i diritti delle donne, è stato conferito in ottobre il premio Nobel per la pace, attribuito anche alle liberiane Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee. 

RIVOLUZIONI-CONTRORIVOLUZIONI

A distanza di diversi mesi dallo scoppio della cosiddetta primavera araba, lo scenario appare radicalmente mutato. La spontaneità della ribellione, la grande partecipazione giovanile, l’imponenza delle manifestazioni di piazza e la non violenza del movimento, che avevano segnato tra gennaio e febbraio  il momento più alto di questa ondata rivoluzionaria, appaiono ormai irrimediabilmente respinte sullo sfondo.  Dopo la vittoria nelle piazze in Tunisia e in Egitto, la rivolta si è trasformata in guerra civile in Libia o si è arenata di fronte alla capacità di resistenza dei regimi (Siria, Yemen).  Se in origine prevalevano i tratti comuni (tra la rivoluzione tunisina, quella egiziana e le prime manifestazioni di rivolta in Siria e nello Yemen), con il passar dei mesi sono emerse radicali differenze tra paese e paese e sono entrati in gioco, prima assenti, molti altri attori: le forze della Nato, l’Europa e da ultimi, e più defilati,  gli Stati Uniti. Hanno ripreso vigore i tradizionali partiti all’opposizione,  presi alla sprovvista dall’irruenza della protesta giovanile e spontanea, e un ruolo da protagonista, come era prevedibile, hanno conservato o riguadagnato i militari, pur fautori di scelte antitetiche da paese a paese: in Egitto i vertici dell’esercito hanno saputo cavalcare l’ondata delle proteste senza farsi travolgere e appaiono  tuttora  in una posizione di forza e di privilegio; in Libia e nello Yemen  l’esercito si è diviso tra la fedeltà al regime e l’adesione alla rivolta; in Siria, infine, tutte le forze militari e di polizia hanno fatto quadrato intorno ad Assad, apparentemente impenetrabili a qualsiasi ondata di cambiamento. Tornano alla ribalta le forze islamiste, fra tutte i Fratelli Musulmani in Egitto, che un’oculata strategia di partecipazione al movimento, ma  senza eccessivi clamori e protagonismi, potrebbe attribuirgli in molti stati la funzione di ago della bilancia, con il ruolo di fautori dell’ordine e di catalizzatori e controllori del disagio sociale. La spinta al cambiamento e le aspirazioni di libertà appaiono frustrate, dunque, non solo in quei paesi dove la rivolta è in fase di stallo ma anche lì dove il crollo dei regimi non ha trascinato con sé tutti i vecchi centri di potere, rivelando ancora una volta l’intrinseca debolezza e fragilità delle istituzioni statali e il peso imprescindibile dei clan tribali, delle oligarchie militari e soprattutto della religione, l’islam, in tutte le sue sfaccettature sociali e politiche.  La Libia, dopo la morte del colonnello Gheddafi, rappresenta un’incognita: la drammatica fine del rais potrebbe aiutare il processo di pace ricomponendo le diverse, e antagoniste, anime della guerra civile o potrebbe piuttosto precipitare il paese nel caos esacerbando le divisioni e lasciando sempre più spazio alle manovre di Francia e Gran Bretagna e alla stretta reazionaria dell’Arabia Saudita, preoccupata di mantenere lo status quo e soprattutto di attraversare indenne questa stagione di rivolte. Il progetto di ricostruzione della Libia non può poggiare su alcuna preesistente struttura statuale e nazionale, minacciato piuttosto dalla forza centripeta delle divisioni regionali interne (Cirenaica contro Tripolitania) e da un possibile protagonismo delle forze islamiste. L’Arabia Saudita, nel suo anacronistico connubio tra zelo religioso e petrodollari, modernità tecnologica e struttura statuale arcaica fondata su clan e famiglie principesche, vuole mantenere il suo ruolo di arbitro regionale, pronta a rinsaldare la sua alleanza strategica con gli Stati Uniti nel caso l’Iran volesse approfittare della debolezza del fronte arabo sunnita. Da ultimo la crisi economica, che nella congiuntura rivoluzionaria ha conosciuto un ulteriore peggioramento e porta con sé il rischio di esasperare gli antagonismi sociali e generare nuove derive autoritarie.  Nel caso dell’Egitto, per esempio, uno dei più colpiti dalla crisi economica, un grande pericolo risiede nella debolezza dell’economia locale, dipendente dalle importazioni di prodotti alimentari e di beni di prima necessità.   A parziale conclusione si può dire che appaiono ancora fortemente incerti gli esiti della crisi nello Yemen e in Siria e non meno preoccupante, come dicevamo, è la situazione libica. Inoltre un Egitto fortemente indebolito, quasi in ginocchio, costituisce altresì un pericolo, come teme Israele e gli Stati Uniti e come forse si auspica invece l’Arabia Saudita, che potrebbe così recuperare sempre più la sua funzione di interlocutore imprescindibile sul piano internazionale. Tunisia ed Egitto si preparano a vivere, tra molti ostacoli, lentezze e segnali di pericolo,  la stagione più importante della loro rivoluzione, quella della nascita della democrazia.

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