CAPOCCI, Raniero (Raynerius de Viterbio, Rainerius, Ranerius, Reinerius)

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 18 (1975)

di Norbert Kamp

CAPOCCI, Raniero (Raynerius de Viterbio, Rainerius, Ranerius, Reinerius). - Discendeva da una nobile famiglia viterbese che assunse il cognome "de Cardinale" con il nipote del C. Pandolfo (1250-1297) e (intorno al 1300) con i figli di Pandolfo, quello di Capocci.

L'attribuzione al C. di questo cognome, che, né lui né i suoi fratelli usarono mai, costituisce in un certo senso un anacronismo, ma si giustifica con la considerazione che altre famiglie nobili di Viterbo trovarono solo alla fine del sec. XIII un cognome comune come espressione della loro unità, mentre già prima esisteva la continuità della consorteria famigliare e dei possedimenti. I Capocci di Viterbo non erano imparentati con la omonima famiglia romana. Possedevano estese terre nei dintorni di Viterbo e una serie di case in città, soprattutto nelle contrade di S. Biagio e di S. Bartolomeo. Il C. stesso costruì a Viterbo un sontuoso palazzo che ospitò nel 1236 Gregorio IX e nel 1240 Federico II, prima di essere distrutto nel 1247. Con Pandolfo, il nipote del C., la famiglia entrò a far parte della cerchia dei nobili che detenevano castelli nel contado di Viterbo. I loro diritti signorili si concentravano nella parte nord-ovest (Valentano) e nord-est (Montecasuli e Torena presso Bolsena) del contado. Anche se non assursero mai al rango delle quattro più preminenti famiglie nobili della città poste in evidenza - seppure in senso negativo - dagli statuti del 1356, tuttavia già alla metà del secolo XIII erano imparentati per via di matrimoni, con due di esse, i Gatti e gli Alessandri.

Il C. nacque probabilmente intorno al 1180-90, ma non conosciamo i suoi genitori, né le prime tappe della sua carriera. A partire dal primo volume dell'Italiasacra di F. Ughelli (1644), il quale era abate di Tre Fontane, viene affermato costantemente che il C. entrò ancora giovane di età nel monastero cisterciense dei SS. Vincenzo ed Anastasio, situato presso Roma (Tre Fontane), e di questo monastero diventò molto presto abate.

Oggi - tuttavia - non è più possibile verificare sulle fonti quest'affermazione, che servì anche ad alcuni studiosi moderni come il Signorelli per tentare di identificare il C. con altri monaci cisterciensi del tempo di Innocenzo III, dato che nella tradizione del monastero dei SS. Vincenzo ed Anastasio non sono tramandati i nomi degli abati per i decenni intorno al 1200. D'altra parte il C. e il cisterciense Giacomo da Pecoraria furono effettivamente i due cardinali che rappresentavano gli interessi del capitolo generale di Cîteaux presso la Curia e si preoccupavano costantemente della riforma e dell'espansione dell'Ordine, presentando le proprie richieste al capitolo generale. Tutti e due furono accolti nella preghiera anniversaria di tutto l'Ordine con due delibere del capitolo generale del 1238 e del 1239. Queste osservazioni non costituiscono certamente una prova inconfutabile, ma se si considera che l'Ughelli forse poté servirsi a Tre Fontane di tradizioni oggi perdute, l'appartenenza del C. all'Ordine cisterciense attribuitagli appare molto probabile. La circostanza tuttavia che egli divenisse cardinale diacono e rimanesse tale fino alla morte lascia pensare che non avesse ancora ricevuto gli ordini e in conseguenza non potesse essere stato abate.Ci si muove comunque su un terreno sicuro solo a partire dal suo ingresso nella cancelleria della Curia come notaio pontificio. La qualifica di magister, con la quale ricorre in una serie di documenti, ancora al tempo del suo cardinalato, lascia supporre che prima di entrare nella cancelleria avesse studiato la retorica e l'arsdictandi, una preparazione ritenuta indispensabile per i notai pontifici, particolarmente al tempo di Innocenzo III, il quale nello stesso periodo aveva acquisito alla Curia uno dei maestri più insigni dell'ars dictandi, Tommaso da Capua. I suoi inni, ma soprattutto la forza espressiva del suo linguaggio e il modo di argomentare delle sue lettere e dei suoi libelli e dei manifesti di Gregorio IX da lui dettati o influenzati dimostrano che il C. stesso fu un maestro nell'arsdictandi. Negli anni della maturità poi formò una scuola di giovani dettatori che raggiunse una discreta influenza in Curia negli precedenti la morte di Gregorio IX. Il C. tuttavia dimostrò interesse anche per altre scienze. Il matematico pisano Leonardo Fibonacci infatti trasmise varie volte al C., quando era cardinale, soluzioni di problemi algebrici che gli erano state richieste da certi filosofi della corte di Federico II. Non è noto in quale anno il C. divenisse notaio pontificio. È ricordato per la prima volta in tale veste nel giugno 1215 a Ferentino, come testimone nello strumento di Innocenzo III che dettava le condizioni per la sottomissione di Narni. Ma doveva essere stato attivo nella cancelleria da parecchio tempo: più tardi infatti ricorderà al re Enrico III d'Inghilterra di aver reso grandi servizi come notaio già a suo padre re Giovanni (1199-1216), ottenendo da lui una rendita annua di 20 marchi d'argento. Da Ferentino Innocenzo III lo inviò nell'agosto del 1215 a Montecassino insieme con il cappellano pontificio Niccolò da Chiaromonte per indagare sulla condotta dell'abate e la situazione del monastero. La loro relazione indusse il papa a destituire e fare arrestare, ancora nello stesso anno, l'abate Adenolfo da Caserta.

Tra il marzo e l'aprile del 1216 Innocenzo III lo ammise nel Collegio cardinalizio conferendogli il titolo diaconale di S. Maria in Cosmedin che conservò fino alla morte. Poco tempo dopo la sua promozione il papa lo inviò, nel maggio del 1216, insieme al cardinale Leone Brancaleone, come legato in Lombardia, con l'incarico di far rispettare la pace decretata dal concilio lateranense anche a Milano e Piacenza che continuavano a schierarsi dalla parte di Ottone IV. Dopo aver lanciato la scomunica e l'interdetto contro le due città, il C. ritornò in Curia nell'estate dello stesso anno.

Negli anni successivi, durante il pontificato di Onorio III, il C. svolse le funzioni di cardinale di Curia, ma dedicò la sua attenzione anche al Viterbese, dove il papa gli aveva concesso, nell'aprile del 1217, le entrate del castello di Petrognano. Munito dei pieni poteri dal pontefice conferì nel 1217 al vescovo Pietro Ismaeli di Sutri la carica di coadiutore del vescovo Ranieri di Viterbo, contro il governo del quale erano state mosse gravi accuse. Più tardi, durante le sedi vacanti del 1231 circa e del 1243, amministrò personalmente la Chiesa viterbese. Nella sua qualità di auditore si occupò della lite per il diritto di eleggere il preposito di Soest nell'arcivescovato di Colonia (1218), e delle rivendicazioni dell'arcivescovo Peregrino di Brindisi nei confronti del monastero di S. Andrea dell'Isola di cui esigeva l'ubbidienza (1219), ma anche di altre questioni portate davanti alla Curia.

Continuò ad intrattenere rapporti con la corte inglese anche al tempo del suo cardinalato, scambiando frequentemente lettere e messi con alti prelati della corte, in favore dei quali si adoperò presso la Curia. Nel 1217 offrì al re Enrico III il suo personale intervento presso il papa, ma nel 1222 dovette ricordargli che sin dal 1216 non gli era stata più pagata la rendita che gli spettava. Gli ambasciatori inglesi in Curia solevano visitarlo regolarmente e gli chiedevano consiglio, anche quando si trovava nella sua città natale. I consiglieri del re di Francia commettevano un grave errore quando in questi anni annoveravano il C. tra i cardinali "speciales regis Francie". In quasi tutti i conflitti tra l'Inghilterra e la Francia portati davanti a Onorio III, il C. appoggiò gli ambasciatori inglesi come "amicus regis Anglie".

Nel 1220 Onorio III assegnò al giovane cardinale un nuovo campo di attività, nominandolo, il 3 agosto, primo rettore del ducato di Spoleto, delle contee di Nocera e di Assisi, e più tardi anche di Gubbio, che dopo i disordini del 1218-19, grazie all'opera di mediazione svolta dal notaio pontificio Pandolfo, erano stati riconquistati all'immediato dominio della Chiesa. Anche se la carica di rettore non era ancora ben definita istituzionalmente, tanto che il C., a quanto pare, poteva svolgere le sue funzioni anche risiedendo temporaneamente in Curia, egli sembra tuttavia essere riuscito, fino alla sua sostituzione con il cardinale Giovanni Colonna avvenuta probabilmente nel 1224 (è ricordato l'ultima volta come rettore l'8 dic. 1223), ad affermare e addirittura a rafforzare i diritti della Chiesa romana nei confronti dei Comuni e della nobiltà locale. A Foligno esplose un conflitto con il podestà, il romano Andrea di Parenzo, a quanto pare anche per motivi personali. Andrea si lasciò trascinare a compiere - probabilmente all'inizio del 1222 - un attentato al quale il C. sfuggì solo per poco, mentre furono ferite alcune persone del suo seguito. Probabilmente il rancore di Andrea era anche motivato dall'elezione per l'anno 1222 a podestà di Foligno del fratello del C., Benencasa, che contrastava forse i suoi progetti personali. Nella lite insorta tra il vescovo Benedetto e i chierici della cattedrale di Spoleto per la definizione delle entrate il C., chiamato nel luglio del 1222 come arbitro, nel febbraio 1223 emise un lodo che si basava sui risultati dell'interrogatorio di numerosi testi.

Pur non essendo competente per il Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, il C. intervenne tuttavia nel 1222 presso il papa Onorio III, quando per l'intervento di truppe imperiali comandate dallo scalco Gunzelin di Wolfenbüttel nel conflitto armato tra Romani e Viterbesi per il possesso di Centocelle minacciò di danneggiare i diritti pontifici. Tuttavia non riuscì ad ottenere migliori condizioni per la sua città natale negli accordi di pace dettati dai Romani vittoriosi nell'aprile del 1223. Quando in quello stesso anno 1222 Gunzelin, contravvenendo alle disposizioni di Federico II, chiese e ottenne da un serie di Comuni come Foligno, Gubbio e Nocera il giuramento di fedeltà e cacciò i balivi insediati dal C. - tutto per sollecitazione di Bertoldo di Spoleto il quale, come il fratello Rainaldo, sperava ancora di riconquistare il ducato paterno - egli vi si oppose subito lanciando la scomunica contro Gunzelin e i suoi complici. Perciò Federico II si vide costretto, in una serie di lettere indirizzate al papa e ai cardinali, nel novembre del 1222 a prendere le distanze dall'iniziativa di Gunzelin e a riconoscere nuovamente i diritti pontifici nel ducato.

Durante gli anni del suo rettorato il C. strinse con il cardinale vescovo Ugolino di Ostia stretti legami che si sarebbero rivelati decisivi per la sua evoluzione spirituale e politica. Nel marzo del 1222 presenziò ad Anagni all'atto con cui Ugolino diede la città di Ostia in pegno al conte Riccardo Conti, dopo aver addirittura rappresentato lo stesso Ugolino ad Assisi in occasione del primo capitolo dei minoriti che vi era stato celebrato il giorno di Pentecoste del 1221. Manifestò la sua venerazione per s. Francesco con due inni composti per la raccolta di Ugolino, ormai papa col nome di Gregorio IX, e dopo la canonizzazione del santo, il 16 giugno 1228, tenne una predica in sua memoria che commosse profondamente gli intervenuti. Tuttavia dimostrò maggiore interesse per gli Ordini monastici, e in particolare per i cisterciensi e i domenicani, della cui importanza si rese ben conto, come del resto anche il pontefice.

Innocenzo III aveva dato nuova vita all'abbazia cisterciense di S. Martino al Cimino affidandola ai monaci dell'abbazia borgognona di Pontigny; ma furono anche gli aiuti costanti del C. che permisero ai monaci, nei decenni successivi, di ricostruire l'abbazia in stile gotico e di conquistare la stima generale per la loro comunità monastica. Grazie agli interventi del C. furono riformate dai cisterciensi anche le abbazie di S. Galgano nella diocesi di Volterra e di S. Salvatore di Settimo presso Firenze. Nel 1237 il C. affidò ai cisterciensi di Casanova in Abruzzo il monastero di Tremiti. L'anno precedente aveva proposto al capitolo generale di Citeaux di riformare S. Antimo e S. Croce in Fonte Avellana, ma senza esito. Non è sicuro se fosse stato l'incontro del C. con s. Domenico, avvenuto nel 1219, a dare lo spunto per la fondazione del convento domenicano di S. Maria in Gradi presso Viterbo. È certo tuttavia che il C., che nei suoi scritti mette in risalto la santità e i miracoli di s. Domenico, dopo il 1227 impiegò i suoi mezzi e i suoi beni per la costruzione del convento, terminato solo al tempo di Alessandro IV. Ad esso donò anche una parte della sua biblioteca e nel 1243 ne fece consacrare il cimitero dal vescovo Guglielmo di Modena. Più tardi, negli anni 1247 e 1248, nella sua veste di legato, assegnò nuove sedi ai domenicani di Lucca e di Spoleto e li aiutò - come anche quelli di Iesi - con la concessione di indulgenze.

Lo scambio di idee con i monaci da lui tanto apprezzati lo indusse ad aprirsi sempre più al pensiero escatologico, il quale - sotto l'immediata influenza di Gioacchino da Fiore - aveva incontrato grande favore e fatto proseliti proprio in questi ambienti. L'influenza dello spiritualismo escatologico significò per il C. da un lato un irrigidimento della sua posizione nelle grandi questioni della politica ecclesiastica del tempo, che si può cogliere più chiaramente soltanto durante il pontificato di Gregorio IX. Dall'altro però portò ad una nuova maturazione del suo stile nel quale si fusero gli antichi elementi retorici dello "stilus supremus" della sua giovinezza e il mondo delle idee escatologiche carico di allusioni bibliche per dare nuovo vigore all'argomentazione politica giunta al suo apice nei libelli dell'ultimo decennio della sua vita.

A partire dal 1227, durante il pontificato di Gregorio IX, il C. svolse la sua attività in Curia e nel 1229 partecipò personalmente a Perugia al processo contro gli eretici fiorentini. Svolse funzioni di auditore in numerose questioni, come per esempio nella lite tra l'arcivescovo Marino Filangieri e il capitolo di S. Nicola di Bari restio a sottomettersi al presule, che fu condotta con molto accanimento da ambedue le parti, ma anche in conflitti sorti per lo più a causa di elezioni contestate nell'Italia centrale e settentrionale e nella maggior parte dei paesi della Cristianità latina, dove l'autorità del C. in Curia era generalmente ben nota. Non prese però posizione aperta nel conflitto tra Gregorio IX e Federico II esploso nel 1227 e il suo nome non è ricordato in occasione delle trattative di pace del 1229-30. Nell'aprile del 1230 ricevette a Roma la sottomissione di un barone di Tolfa; si occupava dunque anche ora della nativa Tuscia. Il C., che nel 1223 si era opposto insieme con altri cardinali alla conclusione della pace tra il papa e i Romani, perché Viterbo ne avrebbe dovuto sopportare l'onere maggiore, riappare sulla scena politica soltanto nel 1234, quando le rivendicazioni dei Romani sul Patrimonio e sulla Campagna indussero Gregorio IX ad allearsi con Federico II. Il 10 ag. 1234 il papa gli affidò la "defensio patrimomi beati Petri". Insieme con l'imperatore, il C. si portò da Rieti a Montefiascone ed assediò i Romani per due mesi davanti a Respampani. Federico II abbandonò il campo già nel settembre 1234, ma le sue truppe aiutarono i Viterbesi a infliggere ai Romani che attaccavano la loro città una così grave sconfitta da costringerli nel marzo 1235 ad accettare una pace tale da corrispondere sicuramente anche alle intenzioni del C. (ritornato in Curia a Perugia già nel novembre 1234). Viterbo fu liberata dal legame vassallatico con Roma, il C. stesso dal bando inflittogli dal senatore di Roma. Considerato questo risultato, non sembra molto verosimile che la partenza prematura dell'imperatore abbia causato quella rottura con il C., manifestatasi apertamente pochi anni più tardi.

È molto probabile che il C. nella questione lombarda abbia condiviso il punto di vista di Gregorio IX; questa circostanza spiega il rifiuto opposto a Enrico III d'Inghilterra che nel 1236 cercò inutilmente di ottenere la sua mediazione nel conflitto tra il pontefice e Federico II suo cognato. Il C. sembra aver sostenuto sempre più decisamente il papa Gregorio IX nel suo atteggiamento di intransigenza nei confronti dell'imperatore che culminò nella scomunica comminatagli nel 1239: egli prestò la sua penna per difendere questa decisione davanti all'opinione pubblica europea. Fornì l'abbozzo del famoso manifesto contro l'imperatore che inizia con le parole "Ascendit de mare", e fissa le linee generali di tutta la polemica futura. Persone della più stretta "familia" del C. come Zoen Tencararii, più tardi vescovo di Avignone, e il cappellano Tommaso, appaiono ora in primo piano tra i collaboratori politici del pontefice.

Dopo la morte di Gregorio IX, nell'autunno del 1241 fu uno degli elettori di Celestino IV. Alla morte del nuovo papa pochi giorni dopo l'elezione, si rifugiò, con la maggioranza dei cardinali, ad Anagni, dove partecipò alle trattative con Federico II per la liberazione dei cardinali prigionieri dell'imperatore e lo svolgimento indisturbato del conclave. Dopo l'elezione di Innocenzo IV, egli si mostrò decisamente contrario ad una pace di compromesso con l'imperatore, certamente nella consapevolezza che il nuovo pontefice non avrebbe continuato con la stessa durezza la linea politica proseguita dal suo predecessore. Quando si accorse che le forze disposte al compromesso sembravano prendere il sopravvento, prese l'iniziativa - senza averne avuto l'incarico da Innocenzo IV ma neanche all'insaputa di questo - di riconquistare con la forza lo Stato della Chiesa, dando il segnale con la liberazione della città di Viterbo.

Nonostante un primo rovescio, causato da tradimento, il C., in virtù dei poteri conferitigli dal papa, procedette contro i ribelli nel Patrimonio; dopo aver rinfocolato da Sutri il malcontento dei Viterbesi nei confronti del vicario generale imperiale, il conte Simone di Chieti, riuscì ad impadronirsi, il 9 nov. 1243, con un colpo di mano della città, elevata al rango di capitale di provincia, con l'aiuto del conte palatino Guglielmo di Tuscia e di cavalieri orvietani e tuderti. Il vicario generale, il suo presidio e i seguaci viterbesi dell'imperatore furono rinchiusi nel castello di S. Lorenzo. Il C. liberò la città dall'interdetto e insediò un podestà fedele alla Chiesa. Federico II, ben consapevole che gli avvenimenti viterbesi costituivano un grave pericolo per la sua politica volta a trovare un accomodamento pacifico con il papa, tentò di riprendere il controllo della situazione, mandando immediatamente un esercito contro Viterbo. Ma l'assalto delle truppe imperiali fu respinto due volte, nell'ottobre e nel novembre del 1243, dai Viterbesi i quali, spinti dall'esempio del C., difesero eroicamente la loro città. Innocenzo IV conferì al C., dopo i successi dell'ottobre del 1243, i poteri di legato negatigli fino ad allora (li revocò però nel marzo circa del 1244) e lo aiutò anche finanziariamente. Ma contemporaneamente mandò a Viterbo il cardinale diacono Otto di S. Nicola in Carcere Tulliano, sostenitore della pace con l'imperatore, il quale negoziò nel novembre del 1243 l'armistizio desiderato anche dal papa. I Viterbesi - sicuramente daccordo con il C. se non addirittura spinti da lui - non rispettarono tuttavia gli accordi ed assalirono ed imprigionarono i partigiani dell'imperatore che stavano lasciando la città. Il conflitto viterbese provocato dal C. rimase anche in seguito come una grave ipoteca sulle trattative di pace tra l'imperatore e il pontefice. Fu sicuramente anche colpa sua se la pace giurata il 31 marzo 1244 fallì già nella prima fase dell'esecuzione, inducendo il papa Innocenzo IV a sottrarsi ad altre trattative con la fuga a Lione avvenuta nel giugno del 1244.

Il C., sicuramente a conoscenza del progetto sin dai primi momenti, il 28 giugno 1244 fu nominato da Innocenzo IV, che ancora si trovava a Sutri, luogotenente ("vices domini pape gerens") nel Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, nel ducato di Spoleto e nella Marca d'Ancona, e nello stesso tempo legato in Toscana. Rimanendo in Italia egli perdeva la possibilità di influire direttamente sul papa, il quale, d'altra parte, da giurista non concordava più con il C., la cui combattiva religiosità era tramutata in odio spietato e violento. Egli tuttavia si adoperò con tutte le sue forze per adempiere al suo incarico di conservare alla Chiesa le sue posizioni nell'Italia centrale ponendo così le basi per l'offensiva politica che doveva partire da Lione. Inizialmente privo di mezzi, dovette chiedere prestiti ingenti per mantenere le sue truppe e si rivolse in un primo momento ai monasteri del Patrimonio, fra i quali S. Martino al Cimino. Gli unici capisaldi sicuri negli anni 1244-46 furono Viterbo, Perugia e Roma, le sole località dove troviamo attestata la sua presenza.

Nella primavera del 1245 persone di sua fiducia a Lione riferirono al C. che Innocenzo IV dopo la convocazione del concilio si era lasciata aperta la strada per un accordo con Federico II. In questa situazione il C., che rispetto all'atteggiamento del papa e degli altri cardinali si considerava sempre più l'erede politico di Gregorio IX, tentò di costringere il papa e il concilio ad agire in conformità con le sue concezioni. Nella primavera del 1245 diffuse un libello, Aspidis nova, ispirato e forse in gran parte redatto da lui stesso, che attaccava l'imperatore, anche questa volta con la sua caratteristica passionalità che sdegnava l'impiego di argomenti giuridici e ricorreva prevalentemente alla polemica escatologica; rinfacciandogli tutta la lista dei peccati canonici commessi da quando era diventato re dei Romani, in un linguaggio intriso di metafore bibliche, il libello colpì nel segno. Le accuse, deliberatamente false e diffamatorie, bollavano Federico II come eretico; esse si ritrovano nella sostanza della sentenza di deposizione pronunciata dal concilio.

In un primo momento però il C. dovette subire un contraccolpo alle sue aspettative, quando il patriarca Alberto di Antiochia, dopo difficili trattative, ricevette dal papa i pieni poteri, il 6 maggio 1245, per sciogliere Federico II dalla scomunica dopo che avesse dato soddisfazioni. Il C. cercò di sabotare quest'ultimo tentativo di pace con un nuovo libello Iuxta vaticinium Ysaie, nel quale dette libero corso al suo odio contro l'imperatore, definito nuovo anticristo ed eretico manifesto, rovesciandogli addosso tutte le possibili profezie, vaticini e idee pseudogioachimitiche a portata di mano. In tal modo il C. riuscì a creare un'atmosfera talmente ostile all'imperatore da rendere impossibile il compromesso. Già nel luglio del 1245 ebbe da Lione la notizia della deposizione dell'imperatore deliberata dal concilio (e che egli divulgò subito nello Stato della Chiesa), trasmessagli da persone di sua fiducia, che poco tempo dopo cercarono di giustificarne teoreticamente la sentenza con un proprio libello Eger cui lenia. La politica del C., di inasprire al massimo fino alla soluzione la lotta, contro Federico II, aveva vinto a Lione.

Alla sentenza di deposizione del concilio seguì, nella primavera del 1246, congiura di alti funzionari e nobili del Regno contro Federico II, della quale era a conoscenza, oltre al papa, pare anche il C. che - forse in attesa dell'attentato contro l'imperatore - si era recato a Perugia, da dove puntò su Foligno (marzo 1246) per riconquistare le terre occupate del ducato di Spoleto. Le sue truppe vennero però sconfitte presso Spello dal vicario generale imperiale Marino da Eboli e caddero in gran parte prigioniere. Il pontefice Innocenzo IV nell'aprile di quello stesso anno estese i poteri legatizi conferiti al C. - seppure con evidenti limitazioni - al Regno di Sicilia, ma questa misura venne in ritardo, dato che Federico II in quel momento aveva già domato la rivolta. Una parte dei congiurati, come Pandolfo di Fasanella e Giacomo da Morra, riuscì però a salvarsi con la fuga e sostenne d'ora in poi il C. nelle sue operazioni nello Stato della Chiesa.

Nel maggio del 1247 il C., che dopo la sconfitta subita in Umbria, trascorse la primavera e l'estate del 1247 prevalentemente a Roma, fu colpito da un evento per lui particolarmente doloroso: Viterbo, assediata dal capitano imperiale nel Patrimonio di Tuscia, Vitale da Aversa, e alla quale egli non aveva potuto dare aiuto se non con lettere verbose, si arrese nuovamente all'imperatore.

Nella seconda metà del 1247 il C. trasferì perciò il centro della sua attività nelle due province orientali dello Stato della Chiesa. Quivi, malgrado gli insuccessi militari, alla fine poté conseguire risultati politici. Da Narni, dove troviamo il C. per la prima volta nell'ottobre del 1247, gli riuscì un colpo maestro con la conquista di Spoleto (nov. 1247). Certo, dovette fare concessioni al Comune per quel che riguardava la sua autonomia amministrativa e nella giurisdizionale, garantendogli tra l'altro anche il possesso di alcuni castelli come Collestatte e Cerreto e della Terra Arnolfa. Ma con Perugia, Spoleto e la maggior parte delle piccole località del ducato aveva in mano una base solida per le sue ulteriori operazioni.

Già nell'inverno del 1247-48 il C. puntò i suoi sforzi politici sulla Marca d'Ancona, nella parte settentrionale della quale sin dal 1243 aveva potuto mantenere le proprie posizioni, appoggiandosi sul Comune di Ancona, il rettore pontificio Marcellino Pete vescovo di Arezzo, che nell'agosto del 1247 era stato accolto per un certo tempo addirittura a Iesi fedelissima dell'imperatore. Nel dicembre del 1247 un attacco contemporaneo da nord e da ovest fallì, perché il vescovo Marcellino subì una gravissima sconfitta davanti a Osimo da parte del vicario generale imperiale Roberto di Castiglione e le truppe umbre del C. comandate da Ugo Novello furono sbaragliate presso Terni dal figlio dell'imperatore, il conte Riccardo di Chieti.

Tuttavia, nonostante questi insuccessi, il C. dall'inizio del 1248 in poi non si lasciò più strappare l'iniziativa politica. Approfittò dell'ordine imperiale di giustiziare come traditore il vescovo Marcellino per scatenare ancora una volta la propaganda contro l'imperatore, iniziativa dimostratasi efficace persino in Germania, e, quello che contava ancora di più, nel gennaio del 1248 si stabilì definitivamente nella Marca d'Ancona. Da Tolentino, dove già l'8 gennaio concesse un privilegio al Comune di Sanginesio, riconquistò per la Chiesa nel corso di pochi mesi la maggior parte delle città, avvantaggiato certamente anche dall'impressione suscitata nella popolazione dalla disfatta subita da Federico II davanti a Parma. Si assicurò la fedeltà dei Comuni e il loro aiuto finanziario, necessario per il mantenimento delle truppe, con larghe promesse per la loro autonomia comunale e i loro diritti sui rispettivi contadi, per lo più piccoli, e non senza giocare sulle loro rivalità. Fece particolare effetto la lega stretta con Iesi, la città natale di Federico II, che Innocenzo IV aveva cercato di tirare dalla sua parte sin dal 1246. Nel febbr. 1248 il C. confermò ai cittadini di Iesi, che nel gennaio avevano manifestato il cambiamento dei loro sentimenti politici con l'elezione di un podestà bolognese e sostenevano attivamente il legato con aiuti finanziari e prestiti, il privilegio di re Enzo che garantiva al Comune la signoria sul contado. Vi aggiunse anche alcuni preziosi privilegi commerciali. I più stretti collaboratori del C. si impegnarono a convincere il papa a confermare le concessioni considerate già allora insolitamente generose. Sortì un effetto particolarmente vantaggioso la lega antimperiale conclusa per sollecitazione del C. il 27 marzo 1248 tra i Comuni e i castelli di Camerino, Matelica, Tolentino, Cingoli, Sanginesio, Montemilone (Pollenza) e Montecchio (Treia), alla quale doveva aderire anche Osimo. Verso il maggio del 1248, Riccardo di Chieti, alla testa delle truppe di Civitanova, gli inflisse ancora una volta una sconfitta militare, ma senza impedire al cardinale, che ora si muoveva liberamente nelle Marche, di conquistare al suo partito, nel settembre, anche Fermo con un ampio privilegio che restaurò la signoria del Comune sulla costa tra il Tronto e il Potenza. Le grandi concessioni elargite dal C. dovevano rivelarsi a lungo andare una grave ipoteca per il dominio, pontificio nello Stato della Chiesa; ma per il momento contava soltanto il successo immediato: il potere dell'imperatore nella Marca d'Ancona e nel ducato di Spoleto aveva subito un colpo decisivo; ormai egli controllava solo poche città. Nel corso di meno di un anno la situazione politica si era completamente rovesciata.

Nonostante questi indubbi successi, Innocenzo IV non era più disposto a lasciarsi condizionare ulteriormente dalle iniziative del C. per quello che riguardava la sua politica nell'Italia centrale. Confermò nel maggio del 1248 il grande privilegio a favore di Spoleto, ma rifiutò nel novembre di ratificare le concessioni con cui aveva conquistato Iesi, facendo breccia nel dominio imperiale nelle Marche. Il papa correva dunque in tutta consapevolezza il rischio di minare l'autorità del proprio luogotenente, perché pensava già allora di poter fare a meno di lui.

Quando Innocenzo IV all'inizio del 1249 cominciò a progettare concretamente l'invasione del Regno, decise di affidare la direzione dell'impresa a un cardinale più giovane e di sua fiducia, cioè al romano Pietro Capocci che si era acquistato meriti durante la sua missione in Germania. Richiamò perciò in Curia il C. e nominò il 7 apr. 1249 Pietro luogotenente e legato nello Stato della Chiesa e contemporaneamente legato nel Regno di Sicilia. Il C., che troviamo nell'esercizio delle sue funzioni nel febbraio e nel marzo del 1249 a Fermo e ancora nel giugno a Sanginesio, senza peraltro prendere iniziative di rilievo, rimase in carica fino all'arrivo di Pietro nell'estate o nell'autunno dell'anno 1249. Quindi lasciò l'Italia e si trasferì a Lione, allora sede della Curia, dove è ricordato per la prima volta nel gennaio del 1250. È falsa la notizia fornita da Matteo di Parigi che Innocenzo IV lo abbia nominato camerlengo pontificio, visto che questa carica fu esercitata da un lontano parente del papa, Niccolò Leccario, preposito di Genova e dall'ottobre del 1250 arcivescovo di Tiro, ininterrottamente dal novembre del 1243 fino al gennaio del 1251.

Il C. morì a Lione tra il marzo e il giugno del 1250, molto probabilmente il 27 maggio, data tramandata nel monastero cisterciense di S. Cerbonio presso Lucca. I due Ordini, ai quali restò particolarmente legato per tutta la vita, si contesero l'onore di dargli sepoltura. Alla fine il suo corpo fu sepolto a Cîteaux, ma più tardi gli fu eretto un monumento anche nella chiesa dei domenicani di S. Maria in Gradi a Viterbo.

Tra i cardinali che nella prima metà del secolo XIII esercitarono la loro influenza sulla politica pontificia, il C. fu indubbiamente una delle personalità più forti. Quando si acuì il conflitto tra l'Impero e il Papato egli riuscì a bloccare, per ben due volte, le alternative della politica pontificia ancora aperte - nel 1243 con l'occupazione di Viterbo e nel 1245 con la pressione pubblicistica esercitata sul concilio di Lione - provocando decisioni di grande portata storica. La sua posizione nella politica ecclesiastica maturata pienamente soltanto negli ultimi dodici anni della sua vita, lo portò, per influenza dello spiritualismo escatologico risuscitato a nuova vita da certi ambienti monastici, al fanatismo religioso e a un odio che non riconosceva limiti nel diritto e nel potere, che però si rivelò senza prospettive dopo la morte dell'imperatore e la rovina della dinastia sveva. Si era dimostrato ben presto che la polemica escatologica usata come strumento della politica ecclesiastica si poteva rivolgere contro la Chiesa stessa.

Fra gli scritti del C. rientrano due inni in onore di s. Francesco. Una parte della sua corrispondenza relativa agli anni della lotta per Viterbo e alla preparazione pubblicistica della deposizione dell'imperatore è conservata in una raccolta di lettere predisposta per iniziativa del C. stesso o dei suoi collaboratori, nel cod. Palat. lat. 953 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Altre lettere fortemente influenzate dal C. e dalla sua scuola si conservano in una raccolta padovana (Bibl. Antoniana, ms. 79).

Della famiglia del C., il fratello Pietro nel 1218-19 ottenne un canonicato a Roucy. Un altro fratello, Benencasa, ricordato a Viterbo fino al 1237, fu podestà di Foligno nel 1222. Figlio di Benencasa era probabilmente Raniero da Viterbo, cappellano pontificio e canonico di Reims (morto nel 1300), che nel 1254 e nel 1260-61 fu rettore del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia. Ad un altro nipote del C., Pandolfo (1250-1297), capostipite di tutti i Capocci di Viterbo, furono concessi con tutta probabilità dal C. stesso i diritti della Chiesa a Valentano, Montalto e Canino contro un prestito di 1.000 marchi, ponendo così le basi per l'acquisto di diritti signorili nel contado di Viterbo.

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Lucca, Diplomatico,S. Romano, 1246 sett. 25; Arch. di Stato di Siena, Diplomatico,Riformagioni, 1245 febbr. 26; S. Salvatore di M. Amiata, 1238 ag. 24, 1239 genn. 10-18, 1247 ag. 22; Ibid., Spedale S. Maria della Scala, 1239 ag. 19-sett. 22, 1239 sett. 3, 1239 sett. 12, 1239 dic. 30, 1240 giugno 27, 1240 nov 28, 1240 dic. 1, 1240 dic. 20, 1241 maggio 22, 1241 giugno 26, 1245 febbr. 26, 1247 ag. 13; Spoleto, Archivio del duomo, Perg. 417-18, 441; Biblioteca Apostolica Vaticana, Arch. del Capitolo di S. Pietro in Vaticano, fasc. XLIX, 71 (1236 luglio 2); Viterbo, Archivio comunale, Perg. 1101, 1126, 1154, 1241, 2717, 2724, 2727, 2741; Liber IV Clavium, f. 73; Documenti per la storia della città di Arezzo nel Medio Evo,Codice diplom., a cura di U. Pasqui, II, Firenze 1916-20, p. 215; G. Grimaldi, Le pergamene di Matelica: Regesto, I, Ancona 1915, pp. 95-103 nn. 87, 89 s., 93, 107 s., n. 100; Documenta ad conventus Ameliensis O. E. S. Augustini fundationem spectantia, in Analecta Augustiniana, VII (1917-18), p. 240; Statuta capitulorum generalium Ordinis Cisterciensis, a cura di J. M. Canivez, II, Louvain 1934, pp. 133, 143, 153-156, 171, 187, 205, 220; E. Winkelmann, Kaiser Friedrichs II. Kampf um Viterbo, in Historische Aufsätze dem Andenken an Georg Waitz gewidmet, Hannover 1896, pp. 277-305; C. Pinzi, Storia della città di Viterbo, I, Roma 1887, pp. 331-34, 382-429, 436, 443 s., 454 s., 461 s., 472 s., 495 s.; II, ibid. 1889, pp. 10-16; C. Rodenberg, Innocenz IV. und das Königreich Sizilien 1245-1254, Halle 1892, pp. 41-50, 64 s., 68-72; G. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, I, Viterbo 1907, pp. 167, 172-182, 188-193, 203-212; P. Egidi, L'abbazia di S. Martino al Cimino, in Riv. stor. benedettina, II (1907), pp. 184 s., 188-90, 498 s.; K. Hampe, Über die Flugschriften zum Lyoner Konzil von 1245, in Historische Vierteljahrsschrift, XI (1908), pp. 297-313; F. Graefe, Die Publizistik in der letzten Epoche Kaiser Friedrichs II., Heidelberg 1909, pp. 104 s., 124-155, 163-179; E. von Westenholz, Kardinal Rainer von Viterbo, Heidelberg 1912 (riassume criticamente tutta la bibliografia precedente e le fonti pubblicate fino ad allora); M. Faloci-Pulignani, Ipriori della cattedrale di Foligno, in Bull. della R. Deput. di storia patria per l'Umbria, XX (1914), pp. 264-266; B. Sütterlin, Die Politik Kaiser Friedrichs II. und die römischen Kardinäle in den Jahren 1239, 1250, Heidelberg 1929, pp. 7, 20, 71-75, 87, 103 s., 112, 117 s.; P. Vogel, Nicolaus von Calvi und seine Lebensbeschreibung des Papstes Innozenz IV., Münster 1939, pp. 56 s., 64-68; E. Kartusch, Das Kardinalskollegium in der Zeit von 1181-1227, Diss. phil., univ. di Vienna, 1948, pp. 360-373; G. Meersseman, Etudes sur les anciennes confréries domin., III, Les congrégations de la Vierge, in Archivum fratrum praedicatorum, XXII (1952), pp. 88 s., n. 2; W. Holtzmann, Eine Appellation des Klosters Tremiti an Alexander III., in Bullettino dell'Istuto storico italiano per il Medio Evo, LXVI (1954), pp. 27, 39; F. Bartoloni, Suppliche pontif. dei secc. XIII e XIV,ibid., LXVII (1955), pp. 32-40; G. Abate, Lettere "secretae" di Innocenzo IV e altri documenti, in Miscellanea francescana, LV (1955), pp. 340 n. 103, 344 n. 131, 346 nn. 140, 144, 351 n. 174; P. Sambin, Problemi polit. attraverso lettere inedite di Innocenzo IV, in Mem. d. Istit. veneto di scienze,lettere ed arti, XXXI, (1955), 3 pp. 25-29, 46-58 nn. 14, 16 s., 22, 24, 28, 31; W. Hagemann, Jesi im Zeitalter Friedrichs II., in Quellen und Forsch. aus ital. Arch. und Bibl., XXXVI (1957), pp. 169 s., 174-182; Id., Studien und Dokumente zur Geschichte der Marken im Zeitalter der Staufer,ibid., XXXVII (1957), pp. 116 s., 122-125; XLI (1961), p. 91; XLIV (1964), pp. 108 s., 128 s., 220-224, 277 s.; Lett. ined. di Innocenzo IV, a cura di P. Sambin, Padova 1961, pp. 9 s., 61 s., 81 s., 86 s., 89, 101, 103 s ; D. Waley, The Papal State in the Thirteenth century, London 1961, ad Indicem; D. Pacini, Il cod. 1030 dell'Arch. diplom. di Fermo, Milano 1963, p. 217; P. Chaplais, Diplom. Documents Preserved in the Public Record Office, I, London 1964, pp. 31, 445, 83, 98 s., 124 s.; P. Herde, Ein Pamphlet der Papstl. Kurie gegen Kaiser Friedrich II., in Deutsches Archiv, XXIII (1967), pp. 494-508; G. Arrighi La fortuna di Leonardo Pisano alla corte di Federico II. Dante e la cultura sveva..., in Atti del convegno di studi tenuto a Melfi... 2-5 nov. 1969, Firenze 1970, pp. 21, 24 s., 28, 30; H. M. Schaller, Endzeit-Erwartung und Antichristvorstellungen in der Politik des 13.Jahrhunderts, in Festschrift für Hermann Heimpel, II, Göttingen 1971, pp. 935-939; A. Paravicini Bagliani, Cardinali di Curia e "familiae" cardinalizie dal 1227 al 1254, I, Padova 1972, pp. 15, 165-167, 230 s.; II, pp. 393, 407-429, 451, 513 s.; J. Raspi Serra, La Tuscia romana, Roma 1972, ad Indicem.

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