Rappresentazione

    Dizionario di filosofia (2009)

rappresentazione Il processo mediante il quale un contenuto di percezioni, immaginazioni, giudizi e concetti, si presenta alla coscienza, e quanto viene così rappresentato. Per quanto se ne possano trovare dei corrispondenti nel pensiero antico, in partic. nell’accezione platonica e aristotelica della φαντασία («fantasma», immagine rassomigliante alla sensazione, ma priva della sua materia), l’uso dell’espressione rimonta alla filosofia medievale. Si deve infatti a Tommaso d’Aquino la prima, compiuta definizione della repraesentatio come facoltà propria dell’intelletto di contenere al proprio interno, per similitudine, l’immagine di una cosa qualsiasi, assente o presente alla mente, esistente al di fuori di essa o solamente al suo interno, immagine che si realizza compiutamente attraverso l’assimilazione della specie intellegibile espressa, cioè del concetto della cosa. Variamente ripreso dal pensiero medievale, tale significato si conserva anche nelle correnti nominalistiche, che tendono però a svincolarlo dal riferimento alla specie, e a intendere quindi la r. come equivalente del segno, o simbolo. La fortuna filosofica del termine è tuttavia legata al largo uso che ne ha fatto il pensiero moderno, a partire da Descartes, il quale, identificando le idee con le r. insite nell’animo umano, pose, senza risolverla, la problematica del rapporto tra r. e realtà. A tale significato si rifaranno sia gli esponenti della tradizione empiristica, da Locke a Hume, i quali rimarcheranno il rapporto di dipendenza della r. dalle impressioni sensibili, sia gli interpreti della corrente razionalista, che tenderanno invece a porre in rilievo l’indipendenza della r. dal momento empirico. Così Leibniz considera la répresentation come l’attività propria della monade, in quanto riflette soggettivamente l’intero Universo, distinguendo dalle r. oscure e confuse che sono le sensazioni, le r. chiare e confuse che sono le immagini, e quelle chiare e distinte che sono i concetti. In un’accezione più generica, il termine (Vorstellung) ritorna nella filosofia di Kant, che lo usa per riferirsi alla classe suprema sotto cui vengono a riassumersi i tipi gnoseologici dell’intuizione, del concetto e dell’idea, aprendo la strada alle interpretazioni speculari del rappresentazionalismo, da un lato, e dell’idealismo postkantiano, dall’altro. Così, se Schopenhauer, sulla scia di Reinhold, arriva a risolvere l’intera realtà empirica del mondo nella r., Fichte (specialmente nei suoi ultimi scritti) inizia a concepire la r. come una forma dell’attività razionale. La seconda linea interpretativa culminerà nella sistemazione di Hegel, il quale farà della r. uno stadio dello Spirito soggettivo (intermedio tra l’intuizione e il pensiero), e più precisamente l’attività mediante la quale esso rielabora ed estrinseca (attraverso il linguaggio) il mondo delle immagini che l’intelligenza racchiude dentro di sé (come un «pozzo notturno»). Di contro, la prima linea interpretativa troverà sviluppo in Herbart, e successivamente in Nietzsche, e riaffiorerà perfino nella teorizzazione del primo Wittgenstein, sia pure all’interno di una teoria logicistica del linguaggio (la r. come raffigurazione dei fatti, fondata sulla struttura logica del linguaggio). Nel Novecento, mentre la r. diviene oggetto di studio privilegiato della psicologia sperimentale, si assiste, in partic. con Bolzano, Brentano, Herbart, Cassirer, Frege e Husserl, a diversi tentativi di ridefinirne il contenuto in senso antispicologistico, in chiave ora logica, ora fenomenologica, ora neocriticistica. Tra le rielaborazioni più influenti del 20° sec., vanno soprattutto ricordate quelle elaborate da Heidegger dopo la cosiddetta Kehre, e da Wittgenstein nell’ultima fase della sua ricerca. Il primo, ricollegandosi alla linea Schopenhauer-Nietzsche, scorge infatti nel concetto di Vor-stellung – che nei suoi scritti è spesso trascritto con l’evidenziazione del trattino, a sottolinearne l’imparentamento etimologico con termini quali Fest-stellung, «accertamento, osservazione, dimostrazione», e Auf-stellung, «installazione, presentazione» – la chiave di lettura privilegiata dell’ultima fase della metafisica occidentale (quella che comincia con Descartes), ossia della concezione che riduce l’Essere alla presenza e che culmina nel dominio della tecnica; il secondo tenta invece di risolvere la r. in un particolare gioco linguistico, conformemente alla sua nozione di significato come uso e alla sua concezione terapeutica dell’attività filosofica.

Approfondimenti

Rappresentazione > Universo del Corpo (2000)

Rappresentazione Per rappresentazione si intende l'attività e l'operazione di rappresentare con figure, segni e simboli sensibili o con processi vari, anche non materiali, oggetti o aspetti della realtà. In psicologia il termine si riferisce al proce... Leggi

Rappresentazione > Dizionario delle Scienze Fisiche (2012)

rappresentazióne [Der. del lat. repraesentatio -onis, dal part. pass. repraesentatus del lat. repraesentare "rappresentare", comp. di re- "di nuovo" e praesentare "presentare"] La corrispondenza che si stabilisce tra due insiemi allo scopo di s... Leggi

RAPPRESENTAZIONE > Enciclopedia Italiana (1935)

RAPPRESENTAZIONE. - Termine filosofico, la cui fortuna è stata principalmente determinata dal largo uso che il Leibniz fece del termine représentation. Per il Leibniz, l'attività "rappresentativa" è quella della monade, in quanto riflette soggettivam... Leggi

RAPPRESENTAZIONE > Enciclopedia Italiana - II Appendice (1949)

RAPPRESENTAZIONE, Contratto di (XXVIII, p. 845). - La nuova legge sul diritto di autore, 22 aprile 1941, n. 633, ha regolato, in una particolare sezione (articoli 136-141), il contratto di rappresentazione e di esecuzione pubblica. La disciplina del ... Leggi

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