DELLA TORRE DI REZZONICO, Carlo Gastone

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 37 (1989)

di Guido Fagioli Vercellone

DELLA TORRE DI REZZONICO, Carlo Gastone (Carlo Castone, Castone). - Nacque a Como nel palazzo di famiglia l'11 ag. 1742, unico figlio maschio del conte Antonio Giuseppe e di Giustina Guidobono Cavalchini di Tortona. I primi rudimenti d'istruzione li ricevette dalla madre e dagli zii e dall'ava paterni, essendo il padre assente dal 1745 per le vicende della guerra di successione austriaca.

Nel 1751, essendosi Antonio Giuseppe ormai stabilito a Parma, separato dalla moglie che andò a vivere a Milano, il D. lo raggiunse e nel 1752 entrò nel collegio dei nobili di Parma, dove resterà per cinque anni avendo come maestro S. Bettinelli, che lo ebbe subito caro e lasciò durevoli tracce di sé sulle sue scelte culturali. Nel 1758, dopo l'elezione a pontefice del cugino Carlo Rezzonico, venne precipitosamente condotto dal padre a Roma. Non essendo disposto ad abbracciare lo stato ecclesiastico (il che avrebbe reso possibile una rapida e brillante carriera curiale), tutto quello che riuscì ad ottenere dal papa furono commendatizie per la corte di Napoli.

Qui fu accolto nella scuola dei paggi e rimase alcuni anni. Gli studi napoletani non furono infruttuosi: il D. perfezionò la conoscenza del greco tanto da poter dare una traduzione in versi del poemetto di Museo Ero e Leandro, che fu considerata "di esattezza salviniana" (nel 1762, durante una vacanza a Como, tradurrà anche la Batracomiomachia). Nel 1760 accompagnò il padre a Madrid. Nei primi mesi del 1761 lasciò Napoli per raggiungere a Parma il padre che rientrava dalla Spagna, e prese servizio nel suo reggimento. Qui ebbe inizio un inasprimento dei rapporti tra i due che degenerò in schermaglie da commedia, fra l'ombrosa e possessiva pedanteria dei Padre da una parte e la leggerezza giovanile e provocatoria del figlio dall'altra, arrivando ad episodi che richiederanno l'intervento di G..., L. du Tillot per rappacificarli (Arch. di Stato di Parma, Carteggio Borbonico 875, 885, 890, lett. agosto-novembre 1764), e culminando con un non meglio precisato "affronto" del D. "alla porta ed anticamera" del ministro, una bravata che gli valse gli arresti nel castello di Compiano. Fu ben presto perdonato, per l'intercessione presso il ministro dell'amico Malaspina. Intanto però egli veniva legandosi strettamente a C. I. Frugoni, allora vegliardo allegro e indulgente, al sommo della sua fama ma dalla pessima reputazione, che divenne suo maestro di poesia ma anche confidente d'amore e d'avventure. Il padre tentò di fargli sposare Cornelia Lampugnani, ricca ereditiera, ma il matrimonio andò a monte per contrasti sulla dote: di nozze non si parlerà più, ed anche la galanteria non giocherà un gran ruolo nella vita del D., salvo qualche isolato e scialbo episodio.

Da quando a Roma era entrato in Arcadia col nome di Dorillo Dafneio, il D. aveva cominciato a comporre versi;'tutto il repertorio alla moda, per nozze, monacazioni, lo aveva trovato presente (vedi le Egloghe, in Le pastorelle d'Arcadia, Parma 1769); poi gli insegnamenti del Frugoni e l'approfondimento degli studi lo avevano arricchito, spingendolo ad una più seria ricerca di qualificazione. Intanto diveniva sempre più popolare a corte: bello, elegante, letterato, buon dilettante di violino e di disegno, danzava bene, parlava il francese e comprendeva l'inglese; fornito di non volgari nozioni di archeologia, matematiche, fisica, metafisica, accoppiava alle grazie delle muse le velleità filosofiche di moda; se il suo modello per la poesia fu il Frugoni, per la filosofia l'ab. de Condillac (a Parma dal 1758 al 1767 come precettore del principe ereditario) esercitò su di lui un'influenza determinante, che lo porterà ad adattare i principi del sensismo anche alle belle arti e alla letteratura, dando un certo sapore di novità alle sue tesi per altri versi tradizionali. Ma oltre questi modelli diretti, non bisogna dimenticare l'atmosfera generale della Parma del du Tillot. Espressione di questa società sarà il poemetto Agatodemone, Fasti parmensi (di questo periodo, anche se pubblicato a Parma solo nel 1782), in lode e celebrazione delle riforme dei du Tillot.

Nel 1768 morì il Frugoni, lasciando il D. erede delle sue carte e vacanti le sue cariche; così, in seguito al rifiuto della carica di segretario perpetuo dell'Accademia di belle arti da parte del marchese Manara che propose al suo posto il D., egli venne chiamato a tale incarico, divenendo la più prestigiosa figura ufficiale delle lettere locali. Ma quando, nel novembre 1771, la duchessa Maria Amalia costrinse il ministro du. Tillot a lasciare Parma, il O. cominciò a mostrare quel certo fastidio dell'impegno morale e quel distacco epicureo che saranno in qualche modo il suo limite. Continuò invece a dimostrarsi molto attivo nell'organizzazione artistica delle feste di corte: famose restano una "Festa d'Apollo", una "Fiera cinese" ed un grande torneo. Nel 1772 dette alle stampe presso il Bodoni i Discorsi accademici relativi alle belle arti pronunciati negli anni precedenti in varie occasioni, e dedicati al duca Ferdinando.

Ne fanno parte l'Elogio del Frugoni, l'Elogio del co. Giulio Scutellari, Del disegno parteprima, Del colorito, Dissertazione sull'origine delle stampe in legno e in rame. Quest'opera è di grande aiuto per definire l'estetica del D., perché, sul percorso di interventi pronunciati in tempi successivi, permette di osservare l'evoluzione dell'autore che, attratto dagli ideali neoclassici di Winckelmann (tentò perfino una trascrizione in versi, delle celebri pagine sull'Apollo del Belvedere), viene passando da posizioni genericamente classicistico-rococò ad un più preciso gusto neoclassico e greco, volto a rivestire la realtà con le forme di una solennità grandiosa. Tecnicamente, nella descrizione di opere pittoriche egli privilegiava l'eleiento luministico, con notazioni minute che richiamano lasua formazione sensistica. In questa impostazione estetica tuttavia talvolta sembrano apparire incrinature, apparenti contraddizioni, allorquando gli capita di soffermarsi su forme meno classicamente composte, foriere delle nuove poetiche nordiche, immagini "grandiose e sublimi" o "fantastiche e strane". Certo egli non giunge mai a svincolare i suoi giudizi dai rigidi canoni neoclassici, però talvolta arriva a prendere in considerazione artisti e stili respinti da essi (apprezzamento per Michelangelo, minore repulsione per Bernini, il gotico, ecc.), pervenendo ad una sia pur limitata loro giustificazione, con qualche accenno di dialettica rinnovatrice, che nasce, a dispetto delle pastoie culturali, proprio dalle sue eccezionali facoltà critiche istintive: ed in verità nelle arti figurative egli era molto preparato e competente, e più lo diverrà dopo i suoi viaggi.

Nel 1773 pubblicò a Parma un volume di poesie di vario metro e stile, dedicato a Ferdinando e Maria Amalia, che non raccoglieva però, per motivi d'opportunità politica, tutte quelle fino ad allora composte; di esse si può'dire che la filosofia vi soverchia la poesia, e che, nonostante l'arioso verseggiare frugoniano, risultano spesso troppo lussureggianti (il Frugoni gli aveva rimproverato la mancanza di lima). Queste opere dei D. dovettero molto piacere a Federico II, forse proprio in grazia delle sovrastrutture filosofiche, se in quello stesso anno il re lo nominò membro dell'Accademia di Berlino. Sempre nel 1773 venne promosso colonnello (ma senza soldo), e nominato gentiluomo di camera con esercizio.

Nel 1775 compose un poemetto, cui il p. P.M. Paciaudi trovò il titolo di Mnemosyne, per la raccolta per le nozze di Carlo Emanuele di Savoia con Maria Adelaide di Borbone, che si fece sontuosamente in un meraviglioso bodoniano (Epithalamia exoticis linguis reddito..., Parmae 1775). Nello stesso anno, superata una grave malattia, pubblicò a Parma il primo dei due famosi poemetti didascalici che, pur nel filone di certo illuminismo alla moda, rappresentano i suoi più ambiziosi esperimenti di versificatore: Il sistema dei cieli. Vi appaiono il filosofo Borusso (Copernico), che spazza con erculea clava il sistema tolemaico; poi Pitagora, che insegna al sole a starsi immoto; Filolao di Crotone, che avvia il moto terrestre con una spinta; infine Newton, che condanna il cartesianesimo e ragiona sulla gravitazione. Istanze estetiche ed ambizioni scientifiche s'intrecciano anche più strettamente nel secondo poemetto, dedicato al Condillac, L'origine delle idee, Parma 1778.

La fortuna di queste opere presso i contemporanei fu considerevole; in ogni caso la versificazione appare ancor più facile ed elegante che nel passato, più misurata, anche se con qualche affettazione, per il vezzo d'introdurre parole latine italianizzate e "dottrina anche soverchia". Appare evidente il desiderio di creare, esprimendo la sua formazione sensistica, una mitologia filosofica, cioè una poesia che esponga in immagini e metafore i nuovi veri scientifici.Nello stesso 1778 apparve il Ragionamento sulla filosofia del secolo XVIII, dedicato alla zarina Caterina II: un'opera modesta, volta a distinguere l'anelito al bene universale della filosofia settecentesca dalla sua realizzazione nel concreto, concludendo che "filosofico si è il secolo nelle teorie, ma non sofico nella pratica". Nel 1779 gli venne affidato dal duca di Parma un impegnativo compito letterario che, fra polemiche e gelosie, era quasi diventato un affare di Stato: la pubblicazione celebrativa in nove splendidi bodoniani di tutte le opere poetiche del Frugoni. Il D. vi lavorò con grande impegno ma con risultati mediocri, se è vero che alcuni componimenti rimasero fuori, mentre ne furono inclusi altri che del Frugoni non erano, o anche abbozzi che molti ritennero da scartarsi.

Di fatto questa pubblicazione suscitò violente reazioni. Emblematica quella del p. I. Affò che, dopo mille difficoltà dovute alle alte protezioni del D., riuscì a pubblicare a Firenze, incognito, la Lettera di messer Ludovico Ariosto al pubblicatore delle opere di C. I. Frugoni,, data dagli Elisi il 1° aprile 1780, in cui attaccava e ridicolizzava il D., accusandolo perfino di plagio. Questi reagì vivacemente, con l'Apologia dell'edizione Frugoniana e del Ragionamento sulla volgar poesia dove, chiamando l'ignoto avversario Vappelfango, incorse egli stesso in qualche scurrilità. Ma assai più dell'edizione frugoniana interessa lo studio che il D. premise ad essa: il Ragionamento sulla volgar poesia dalla fine del passato secolo ai nostri giorni, uno dei lavori più chiarificatori delle sue posizioni teoriche. In questo scritto egli considera la nuova poesia partendo, si, da tematiche che erano state del Gravina, del Muratori e del Conti, ma per raggiungere una definizione molto più rigorosamente intellettualistica, evidenziando il tracciato della letteratura secondo schemi meccanicistici anziché storici; in realtà, se le basi sono quelle di altri trattatisti, egli dà loro un particolare rigore grazie alle premesse filosofiche che aveva assunto dal Condillac, giungendo in pratica alle conclusioni che il genere didascalico è superiore ad ogni altro, e il verso sciolto è il solo legittimo e "logico", contro "l'errore" della rima (su questo punto fu in polemica col Baretti). Forse. questo rigore non fu però così stretto, se poterono insinuarvisi elementi, se non preromantici, fortemente sentimentali, che gli facevano accettare certo teatro e certa letteratura francesi e inglesi (idolatrava Eloise to Abelard del Pope).

Nello stesso 1779 il D. incappò in un'altra disavventura letterario-politica, con la presentazione all'Accademia di Mantova, che lo respinse con deplorazione, di un discorso (un opuscolo a firma Filantropo) nel quale con accenti fortemente pacifisti parlava di macello dei popoli per le ambizioni dei re. Invano egli cercò la protezione di una dedica a Caterina II, perché l'imperatrice la rifiutò. Comunque l'amicizia del duca Ferdinando gli evitò ogni conseguenza; nel 1782 vi è anzi una pioggia di promozioni e di nomine: brigadiere generale nel marzo, poco dopo diviene castellano di Parma per refuta del padre, e poi preside delle Belle Lettere e individuo del magistrato dell'Università. È il premio per l'assidua partecipazione alle noiosissime "Ducali Accademie di settimana", per le regie teatrali, per l'organizzazione dei carnevali, ma anche per la composizione della Passione per la Pasqua della corte, o delle Nenie per Natale. In questo contesto viene incaricato di scrivere un dramma per musica da rappresentarsi con fasto a corte in occasione della visita dei "conti del Nord", con preghiera di creare qualcosa di nuovo ed originale. Vede così la luce Alessandro e Timoteo, per le musiche di G. Sarti, che ottenne l'approvazione ducale, grandi lodi dal granduca Paolo, e dall'Arteaga la dichiarazione che "nessun dramma moderno e scritto con uguale vaghezza", mentre invece non e neppure originale, derivato com'è da Alexander's feast di J. Dryden: molto più interessanti appaiono le Osservazioni sul dramma in musica che vi allegò in seguito.

Nel 1783, col pretesto di una missione diplomatica, si recò a Vienna, dove frequentò la società, e specialmente la casa del ministro Kaunitz. Al ritorno la vita di Parma gli apparve meschina e insopportabile, anche se vi ricevette le chiavi d'oro di ciambellano. Così nel 1784 andò ospite dei cugini Giovio nel Comasco, nella villa di Verzago, e lì compose il Komoy Alosis, L'eccidio di Como (Parma 1784), un poemetto che rievoca un episodio della storia della sua città (27 luglio 1127).

La scelta, inusuale per i tempi, di un soggetto medioevale, è apparsa ad alcuni critici un elemento in più per intravvedere nel D. reali indizi di preromanticismo; si tratta comunque di una delle sue cose migliori, e alcune pagine (come quelle in cui compare Plinio) raggiungono un vigore notevole, molto al di là delle aspirazioni giovanili al sonettismo grandioso del Frugoni, ormai in forma mitico-storica, con un rilievo che potrebbe aver attirato l'attenzione del Foscolo per i Sepolcri.

Nel marzo 1785 gli era morto il padre: ormai libero dalla pesante tutela, si dette ai viaggi tanto sognati. Passò il luglio e l'agosto in Toscana, in settembre si recò a Como per l'ultima volta. All'inizio del 1786, chiesta la licenza del sovrano ed ottenutala a condizione che s'impegnasse a ragguagliarlo con frequenti lettere (manterrà l'impegno per quasi cinque anni), il D. partì per il grand tour. Presa dunque la via di Ginevra, giunse a Parigi proprio nel momento culminante dell'affaire du collier, per proseguire subito per l'Inghilterra, la sua vera meta. Per quasi due anni (1787-88) il D. andrà mettendo alla prova la sua preparazione di intellettuale aristocratico anglofilo, di lettore di teorici come J. Addison, Th. Blackwell, A. A. Cooper di Shaftesbury, di cantore di I. Newton, di traduttore de IlPenseroso di J. Milton; portato dalla sua cultura illuministica alla ricerca del "vero", non restò però insensibile alle sollecitazioni del pittoresco e del sentimentale. Di questo periodo ci resta il Giornale del viaggio in Inghilterra negli anni 1787-1788, ricco di fitte annotazioni, che rappresentano forse la summa della sua cultura migliore. Gli altri diari di viaggio, come il precedente pubblicati postumi (in Opere, voll. IV-VII), sono: Frammenti sulla città di Londra; Viaggio di Napoli negli anni 1789 e 1790, Viaggio da Napoli a Roma, giugno 1790; Viaggio della Sicilia e Malta negli anni 1793 e 1794; Antichità di Palermo; Delle vedute di Roma; Frammenti del viaggio per la Germania.

Sullo scorcio del 1788 il D. lasciò l'Inghilterra per visitare Olanda e Germania, rientrando per la via di Trento, carico, oltre che di 'appunti, di preziosi acquisti di libri, medaglie, mobili, orologi, incisioni. Il rientro a Parma gli riuscì sgradevole, il clima ormai ultrabigotto della corte gli sembrò invivibile. Pensò che Roma potesse offrirgli maggiore respiro e vi si recò nella primavera del 1789, ospite del senatore Rezzonico suo cugino, facendovi vita di società e forse (ma questa vicenda presenta ancora punti oscuri) incontrandovi qualche volta G. Balsamo alias Alessandro Cagliostro, che proprio nel dicembre di quell'anno venne arrestato ed inquisito. Per difendersi dai rigori del tribunale, dopo le confessioni della moglie, il Cagliostro tirò in ballo nomi d'illustri amici, veri o immaginari, e tra questi quello del D., che venne indicato come "illuminato". Questi non ebbe direttamente alcun fastidio dalle autorità romane (alcune fonti lo dicono erroneamente arrestato e processato), ma lo scandalo si sparse; il duca di Parma chiese chiarimenti, e Pio VI gli inviò copia delle dichiarazioni di Cagliostro (approfondite ricerche effettuate nel 1890 negli archivi parmensi dal prof. A. Rondoni per conto di E. Bertana hanno dimostrato la scomparsa del dossier). L'infante don Ferdinando, per il quale Cagliostro era l'anticristo, nonostante l'antica amicizia e la probabile mancanza di prove, spinto anche dal vescovo di Parma A. Turchi, fulminò il decreto 20 sett. 1790 con cui, "per motivi riservati alla Sovrana Cognizione" spogliava il D. di tutti i suoi molti titoli e cariche, e di ogni assegno ed emolumento. Questi, con pretesto di salute, si era frattanto messo al sicuro a Napoli già dalla primavera del 1790, da dove, tenuto informato dal ministro Acton e dall'ambasciatore di Spagna a Roma de Azara, tempestò di suppliche e di giustificazioni il duca, il papa e tutti i conoscenti. Da Pio VI pare che riuscisse ad ottenere nel luglio 1791, dopo mesi di tergiversazioni, una lunga lettera al duca (anch'essa scomparsa dagli archivi), in cui lo si giustificava, almeno in parte, e grazie alla quale egli sperava di riuscire ad ottenere il perdono. Ma l'infante non volle saperne.

Il D. da parte sua sostenne sempre con accenti di verità di aver conosciuto Cagliostro a Trento presso il principe-vescovo, e di non averlo in seguito incontrato che tre volte, solo per curiosità, senza avere mai frequentato la loggia massonica di Porta Pinciana (e questo è vero: l'elenco dei frequentatori è noto). Dalle confidenze dell'Acton venne a sapere di essere stato indicato come "uomo pieno di occulte relazioni per eccitare tumulti nei governi, segnatamente a Napoli e in Sicilia". Egli tanto se la prese da ammalarsi gravemente nell'autunno 1790; operato, guari; ma ormai non pensava più ad altro che alla riabilitazione, e tutti i suoi scritti sono rivolti solo ad ottenere ciò, patetici nel loro alternarsi di speranze e delusioni. S'illuse di rientrare in grazia arricchendo di versi e prose senza firma il Callimaco greco-italiano stampato dal Bodoni nel 1792 per le nozze di Carolina di Parma, o pubblicando nello stesso anno l'Ode per l'acclamazione in Arcadia del Duca di Sudermania, tutta vibrante di zelo legittimista, o il Venerdì santo (1793) "da buon suddito e buon cattolico". Nel 1793 pubblicò sul Giornale della letteratura italiana (III, 1, p.312) l'erudita Lettera sui monumenti Indici del Museo Borgiano, illustrati da p. Paolino di S. Bartolomeo. La sua ultima fatica fu occasionata da una piccola querelle di critica d'arte con T. Gargallo, il quale aveva attaccato una sua Lettera a Diodoro Deffico [ilBettinelli] sul gruppo di Adone e Venere opera di A. Canova, e che egli rintuzzò vivacemente sotto il nome di Filotete Nemesiano.

Nel 1794 decise, in un estremo tentativo di rendersi di nuovo rispettabile, di farsi ricevere nell'Ordine di Malta. Così, nel 1795, dopo una escursione in Sicilia, giunse a Malta. Il gran maestro de Rohan, che già lo conosceva, lo esaminò, trovandolo "di sanissimi principi", e lo accolse nella venerabile lingua d'Italia come cavaliere milite per giustizia. Rientrato a Napoli, condusse una vita tranquilla, confortata dall'amicizia dell'Acton, dalle conversazioni in casa Hamilton, dove incontrò il fiore della società napoletana e la colonia inglese, e dalle feste dell'Arcadia; cercherà di trovare nella religione un antidoto alle sue inquietudini, ma questo suona poco convincente: una fede senza spontaneità, senza forza ideale, senza calore. Pensava di ritirarsi nella patria Como, ma il 30 ag. 1795 venne colto da emiplegia a teatro, rimanendo paralizzato dal lato sinistro, pur conservando le facoltà: vivrà così quasi un anno. Morì a Napoli il 23 giugno 1796.

La vastissima corrispondenza, solo una parte della quale fu pubblicata nell'epistolario contenuto nel vol. X delle Opere, e i manoscritti del D. andarono in parte dispersi, "come avviene a chi manca in terra straniera"; alcuni passarono al suo cameriere e legatario P. Nessi (lord Bristol gli offrì 300 scudi per l'originale del Viaggio in Inghilterra);la maggior parte furono "avventurosamente conservati", e riportati a Como presso la famiglia dei marchesi Cigalini, nella quale era entrata la sorella ed erede Clelia. In parte si trovano ora in Milano, presso i discendenti di lei, marchesi Ordofio de Rosales Cigalini della Torre di Rezzonico.

Opere: il D. pubblicò in vita una piccola parte della vasta produzione. Tutte le opere vennero raccolte e pubblicate in Como, in 10 volumi, dal 1815 al 1830, a cura di F. Mocchetti, col titolo Opere del cavaliere Carlo Castone conte della Torre di Rezzonico, patrizio comasco. Nel vol. I, da pag. V a pag. XXXVII, vi è una Prefazione critica di I. Martignoni; e alle pp. XLI-CXIX si trova l'articolo Della vita e degli scritti del cav. C. Castone conte D. di R., patr. com., Memorie del cav. e conte Giambattista Giovio;ogni volume è corredato da indice. I diari di viaggio, i poemetti e molte poesie furono successivamente ristampati in varie edizioni, anche recenti.

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