ASSALTO, Reparti di

    Enciclopedia Italiana - II Appendice (1948)

di L. De. - Al. Cas., An. Mi.

ASSALTO, Reparti di (IV, p. 980). - I reparti d'assalto che, nel corso della prima Guerra mondiale, furono espressi dalla necessità della rottura di fronti stabilizzate, mancarono nella seconda Guerra mondiale, all'inizio della quale il problema della rottura era stato già risolto con il particolare impiego delle truppe corazzate in unione all'aviazione d'assalto (Stuka). Le particolari caratteristiche dei reparti arditi si trasferirono così ad una minima aliquota di specializzati destinati a concorrere all'attacco contro fronti organizzate a sistemi di fortificazione permanente (guastatori), a sfruttare la cosiddetta terza dimensione (paracadutisti; v. aerotrasportate, truppe e paracadutisti, in questa App.) e ad agire, infine, sulle retrovie nemiche o addirittura nello stesso interno del territorio avversario con compiti d'informazione e di sabotaggio od esecuzione di colpi di mano (paracadutisti sabotatori, commandos, rangers. Vedi commandos e rangers, in questa App.).

La specialità guastatori sorse per la prima volta in Germania sotto la denominazione di Pionnieren. Elementi del genio artieri venivano addestrati in apposita scuola al particolare compito di avvicinarsi alle opere della fortificazione nemica, collocare cariche esplosive in aderenza alle linee di minor resistenza (feritoie, porte di accesso), attendere l'esplosione a pochi metri di distanza e quindi, con l'appoggio di armi d'assalto (moschetti automatici, fucili mitragliatori, lanciafiamme, bombe a mano), irrompere, attraverso la breccia, così aperta nell'opera di fortificazione.

All'azione dei guastatori (i quali agivano in stretta connessione con la fanteria, col concorso dell'artiglieria e spesso anche dell'aviazione) seguiva immediatamente quella dei reparti di fanteria normale che dovevano sfruttare il successo completando l'occupazione dell'opera ed allargando la breccia.

Condizioni indispensabili per la riuscita di un attacco erano ritenute: la sorpresa, che esigeva attacchi dimostrativi contemporanei di guastatori su largo fronte ed azioni risolutive nei punti maggiormente sensibili del sistema fortificato da superare; l'organizzazione preventiva, che comprendeva operazioni preliminari (esatta conoscenza dell'ostacolo e dell'opera da attaccare - settori poco difesi - angoli morti ravvicinati), e operazioni preparatorie (preparazione d'artiglieria - modalità d'avanzata ed attacco - cooperazione con la fanteria); la rapidità d'azione, che consisteva nella fulminea, terrorizzante rapidità dell'attacco, che culminava con l'occupazione dell'opera.

L'avanzata dei guastatori si iniziava a sbalzi secondo itinerarî prestabiliti, valendosi di appositi apparecchi radio-guida (per assicurare l'esatta direzione verso l'opera da attaccare) non appena, al termine della preparazione, l'artiglieria procedeva al tiro di annebbiamento. Nel contempo artiglierie leggere e mitragliere effettuavano tiri d'imbocco sulle feritoie dell'opera-obiettivo. I guastatori, raggiunto l'ostacolo, procedevano alla apertura del varco e all'impiego dei nebbiogeni. Aperto il varco, si sviluppava l'attacco mediante l'approccio all'opera, il raggiungimento degli angoli morti e settori indifesi, l'azione dei lanciafiamme, il collocamento e brillamento delle cariche. Occupata l'opera, reparti di fanteria, già avanzati negl'intervalli esistenti fra le opere attaccate, le sorpassavano per raggiungere il tergo della posizione difensiva.

I reparti guastatori furono largamente impiegati dai Tedeschi nelle operazioni contro la linea Alberto nel Belgio e la linea Maginot in Francia. Classico esempio: la conquista del fortino di Eben Emaels (Liegi). Le unità di guastatori italiani (v. appresso), addestrati in una speciale scuola dislocata a Civitavecchia, operarono con buon successo in Grecia, Africa settentrionale, Russia.

I reparti guastatori dell'esercito italiano furono ordinati in compagnie che successivamente vennero riunite in battaglioni. Elemento fondamentale il plotone, di struttura caratteristica, perché costituito da elementi diversi per armamento ed equipaggiamento che dovevano agire in strettissima cooperazione, cioè: 2 gruppi distruzione e 2 gruppi di sostegno. I primi erano muniti dell'armamento individuale e dotati di bombe a mano, candelotti fumogeni, cariche allungate per aprire varchi nei reticolati nemici, cariche speciali per la distruzione di feritoie e per il danneggiamento di cupole corazzate. Ciascun gruppo distruzione aveva anche un lanciafiamme per la neutralizzazione ravvicinata delle feritoie. I gruppi di sostegno seguivano il proprio gruppo distruzione con il compito di appoggiarlo e di impedire improvvisi assalti di elementi mobili della difesa; ogni gruppo disponeva per tale scopo di un fucile mitragliatore e di un mortaio da 45 mm. dotato di bombe fumogene. Il plotone guastatori si riteneva potesse attaccare con successo un'opera dotata di 3-4 postazioni attive.

Furono costituiti battaglioni speciali guastatori per divisioni paracadutisti e compagnie guastatori per divisioni alpine.

Altra specialità "di assalto" affermatasi nella seconda Guerra mondiale fu quella dei "cacciatori di carro". Tale specializzazione fu propria delle pattuglie controcarro dei reggimenti di fanteria tedeschi e italiani. Il personale veniva addestrato alla distruzione dei carri armati mediante il collocamento sulle piastre del carro in movimento di cariche di esplosivo plastico o di mine magnetiche e la messa in opera di mezzi incendiarî. L'Italia non ebbe formazioni tipiche di commandos. Fu però costituito nel 1942 il 10° reggimento arditi a Santa Severa (Civitavecchia) che, dopo aver addestrato il personale in particolari corsi di paracadutismo, sabotaggio, impiego di apparati radio, guida automezzi, paracadutava o sbarcava con mezzi d'assalto della marina nuclei di arditi destinati a missioni d'informazione e sabotaggio sulle retrovie nemiche. Un altro reparto del genere fu costituito dalla marina.

Mezzi d'assalto in marina.

Sono natanti di struttura e caratteristiche speciali, atti a portare offesa bellica ove l'avversario non è preparato ad attenderla e perciò prevalentemente contro le navi che si trovino alla fonda nei porti entro le difese fisse.

Per quanto mezzi d'assalto si siano costruiti e impiegati anche verso la fine della prima Guerra mondiale (v. XVII, p. 194), la locuzione è diventata comune in seguito al largo impiego che è stato fatto di essi nella seconda Guerra mondiale. L'azione dei mezzi d'assalto si compie in tre fasi distinte: avvicinamento, forzamento delle ostruzioni e attacco; la seconda costituisce il punto critico, delicatissimo, che può essere superato soltanto avendo a disposizione un mezzo genialmente concepito, di costruzione perfetta e condotto da uomini di qualità fisiche e di animo eccezionali. Il mezzo d'assalto è arma cui ricorre il contendente meno forte o che per natura è portato ad azioni individuali. Italiani e Giapponesi ne hanno fatto largo e proficuo impiego.

In Italia nella seconda Guerra mondiale sono stati impiegati: il barchino, canotto lungo circa m. 5 con motore da 100 CV e 33 nodi di velocità; può superare le ostruzioni in corsa, grazie alla sua leggerezza e a uno speciale dispositivo che consente il sollevamento per rotazione laterale del blocco propulsore; è guidato da un uomo il quale, dopo aver condotto il mezzo fino al punto in cui più nessun ostacolo si frappone fra esso e la nave vittima designata, e a una distanza da questa dell'ordine di alcune centinaia di metri, lo abbandona gettandosi in mare; il mezzo continua la corsa alla massima velocità con comandi bloccati; all'urto contro il bersaglio, un congegno elettrico-esplosivo provoca la distruzione della parte poppiera e il distacco della prora contenente la carica (oltre 300 kg. di esplosivo) che affonda ed esplode aprendo una falla nella carena della nave; il prototipo è stato realizzato nel 1936 e riprodotto in serie, con forme diverse (designate con sigle MT, MT/2, MTM, MTR) che si adattavano alle sempre nuove esigenze di impiego e alle difese che man mano venivano apprestate dall'avversario; fu impiegato a Suda (Creta) e a Malta per attacco a navi e, con appropriate modifiche, per rottura ostruzioni. Il barcbino silurante, motoscafo lungo circa 7 metri, velocità circa 32 nodi, dotato di un silurotto da kg. 300, ideato per entrare attraverso i varchi aperti nelle ostruzioni portuali dai barchini di rottura e operare con siluro a lancio invertito (fuoruscita con la poppa); anche questo tipo fu riprodotto in forme diverse (MTS, MTSM, SMA) e impiegato con buon successo anche in azioni di agguato, venendo depositato sulle rotte costiere delle navi di superficie (Corfù, Santi Quaranta, Malta, Mar Nero, Africa, Sicilia). Lo MTL, mezzo d'assalto ausiliario, rimorchiato ad alta velocità da unità leggere (mas o torpediniere) fino alla zona d'impiego, trasporta due mezzi d'assalto subacquei (SLC) nella fase di avvicinamento, li libera e poi si autoaffonda; caratteristico l'apparato di propulsione costituito da motore a benzina per la prima parte del tragitto e da motore elettrico (silenzioso) per l'azione in prossimità delle ostruzioni; velocità 4÷5 nodi; impiegato a Malta nel 1940. Lo SLC "siluro a lenta corsa", chiamato in gergo "maiale", lunghezza m. 6,70, diametro cm. 53, fornito di motore elettrico, 28 nodi di velocità, autonomia 6 ore, atto ad immergersi fino a 35 metri, dotato di organi di comando per la propulsione, il governo, l'assetto e la rapida immersione, nonché di dispositivi pneumatici per alzare o tagliare le reti da ostruzione; ha due uomini di equipaggio muniti di scafandro leggero e autorespiratore; lo SLC viene portato, mediante un altro mezzo d'assalto o un sommergibile, a qualche migliaio di metri davanti al porto da attaccare; con proprî mezzi si avvicina, supera le ostruzioni e si porta in immersione sotto la nave designata; gli operatori staccano la testa carica (kg. 300), la fissano mediante attacchi speciali al fondo della carena, armano il meccanismo di scoppio e si allontanano a cavalcioni del mezzo. Gli SLC sono stati impiegati in tutti gli attacchi portati negli anni 1940-43 alle basi di Alessandria, Gibilterra e Algeri, con affondamento di 2 corazzate e di circa 20 piroscafi. Gli operatori degli SLC portavano frequentemente anche i "bauli", cariche esplosive da kg. 10÷15, che applicavano per adesione alle carene. I sottomarini C (perfezionamento dei battelli A e B impiegati per difesa costiera nella prima Guerra mondiale), costruiti in pochi esemplari da 15 e 30 t. furono usati con scarso successo per azioni di agguato su rotte costiere.

In Giappone, a quanto si sa, sono stati costruiti per la guerra 1941-45 numerosi esemplari di un mezzo d'assalto denominato Kai ten (tempesta), affine allo SLC, ma con un solo uomo che si lanciava a quota periscopica con tutto l'apparecchio contro l'obiettivo. Sono stati impiegati con successo nell'attacco alla flotta americana a Pearl Harbour e in altri attacchi a navi in mare. Erano trasportati a coppie da comuni sommergibili.

In Germania e Inghilterra furono adottati scarsamente mezzi derivati da quelli italiani; gli Inglesi attaccarono con SLC il porto di Palermo nel marzo 1943, affondandovi un incrociatore. In altri paesi i mezzi d'assalto non hanno avuto sviluppo pratico di qualche rilievo.

Bibl.: A. Cappellini, Torpedini umane, Milano 1947.

Approfondimenti

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