Repertorio linguistico

Enciclopedia dell'Italiano (2011)

di Gabriele Iannàccaro

repertorio linguistico

1. Definizione e caratteristiche

Intendiamo con repertorio linguistico l’insieme delle risorse linguistiche a disposizione di una comunità linguistica o di un parlante; nel primo caso si parla di repertorio comunitario, nel secondo di repertorio individuale.

Il repertorio linguistico di un parlante comprende una o più lingue o dialetti, ciascuno dei quali costituito da un insieme di ➔ varietà diastratiche e diafasiche, il cui uso è regolato dalla comunità linguistica. Il repertorio linguistico individuale è di norma un sottoinsieme di quello comunitario, che è una sorta di minimo comune multiplo di quelli degli individui che compongono la comunità: non sono compresi nel novero comunitario quei codici che possono essere appannaggio solo di un parlante o di pochissimi, come avviene nel caso dei bilingui isolati (Francescato 1981), e che dunque non sono normalmente utilizzati per lo scambio di informazioni fra i membri. Così, difficilmente un parlante avrà accesso a tutte le varietà e a tutti i registri del repertorio linguistico (➔ registro); gli appartenenti a una comunità linguistica condividono però le stesse informazioni su quali risorse sono a disposizione della comunità. Il repertorio linguistico non può essere definito come la semplice somma delle varietà a disposizione dei membri di una comunità. La nozione deve comprendere anche la condivisione del modo in cui queste si ripartiscono lo spazio comunicativo; le comunità scelgono quali codici isolare nel continuum delle varietà del repertorio – ossia a quali varietà dare un nome esplicito – e a quali di questi assegnare le diverse funzioni comunicative. Le varietà linguistiche si dispongono di norma secondo una struttura gerarchica, all’interno di un repertorio linguistico: è molto improbabile (perché sostanzialmente antieconomico) che più lingue o dialetti si trovino in condizioni di parità, e che fra di loro non si crei alcuna specializzazione funzionale, anche basata sul diverso grado di standardizzazione che le caratterizza (➔ bilinguismo e diglossia).

Si riconoscono due estremi di specializzazione funzionale: un polo alto (o H[igh] o acroletto), destinato allo scritto e ai contesti formali (la scuola e l’università, l’amministrazione della giustizia, la liturgia, la maggior parte dei mezzi di comunicazione), che conta quindi le varietà di maggior prestigio e più standardizzate; un polo basso (o L[ow] o basiletto), che comprende le varietà che la comunità riserva alla conversazione familiare e ordinaria, spesso apprese dai bambini come lingua di prima socializzazione. Vi possono anche essere una o più varietà che occupano uno spazio intermedio.

È la competenza comunicativa del parlante (Hymes 1979) a regolare l’adeguatezza della varietà utilizzata rispetto all’atto linguistico in corso: questa variabile detta le norme per le ‘istruzioni per l’uso’ dei codici all’interno del repertorio. Bisogna perciò considerare i valori sociali e identitari dei diversi codici e varietà che compongono il repertorio linguistico: alcune di esse possono essere considerate proprie della comunità (i cosiddetti we code), altre possono essere sentite come esterne, ancorché in uso (they code; Gumperz 1982: 66); il loro status percepito ne determina uso e collocazione all’interno del repertorio linguistico. Dove è ammessa dalla comunità e viene sentita come pratica ‘interna’, anche la ➔ commutazione di codice deve essere considerata una modalità di comunicazione che fa parte del repertorio linguistico (Winford 2003: 103-105). In casi particolari, possono essere considerati facenti parte del repertorio linguistico codici che di fatto non sono usati dalla comunità nella loro funzione comunicativa, ma che sono considerati ideologicamente importanti dai parlanti: possono comparire nel polo alto, come modelli di evoluzione tendenziale, o costituire la fonte per prestiti o calchi (Dal Negro & Iannàccaro 2003: 437).

I repertori sono soggetti a variazione nel tempo: i singoli parlanti possono incrementare il numero di codici del loro repertorio (diventando per esempio bilingui con altre varietà) o diminuirlo (come nei casi di obsolescenza linguistica dovuti, per es., a emigrazione permanente); allo stesso modo i repertori linguistici comunitari possono cambiare, o per l’effetto di esplicite operazioni di ➔ pianificazione linguistica, o per mutate condizioni sociopolitiche che comportano l’introduzione di nuove varietà nel repertorio (per es., lingue di colonizzazione; ➔ italiano come pidgin) o, al contrario, l’abbandono di specifici codici non ritenuti più utili o appetibili dalla comunità (nei casi di declino e morte della lingua).

2. Tipi di repertorio nello spazio linguistico italiano

Lo spazio linguistico della Repubblica Italiana è particolarmente complesso, difficile da sistematizzare nella sua interezza: la ➔ variazione diatopica, molto elevata, determina la formazione di repertori diversi a seconda, anzitutto, del luogo in cui avviene lo scambio linguistico; alle varietà dell’italiano si assommano inoltre diversi dialetti territoriali e talora lingue di minoranza (➔ minoranze linguistiche).

Un repertorio linguistico medio sarà così composto da varietà di italiano e varietà di dialetto (con entrambi i codici differenziati su base geografica) disposto in un continuum pluridimensionale. È così possibile trovare in Italia comunità – e parlanti – di fatto monolingui (tipicamente in Toscana e nelle grandi città del nord-ovest), il cui repertorio linguistico è in ogni caso composto da diverse varietà dell’italiano, e comunità fortemente plurilingui – fino a 5-6 codici presenti, con le loro varietà. Il repertorio linguistico passivo è generalmente più ampio di quello attivo: di solito il parlante medio capisce, per es., gli italiani regionali (➔ italiano regionale) diversi dal suo e forse forme italianizzate di dialetto, ma non necessariamente ne ha una competenza attiva.

Datano dai primi anni Sessanta le proposte di descrizione del repertorio italiano (un’ampia disamina si trova in Bruni 1984; Berruto 1993). Fra le questioni principali sta anzitutto la presenza del dialetto. Non tutte le sistematizzazioni si occupano della sua collocazione nel repertorio linguistico; quando questo è presente nel novero delle varietà menzionate, generalmente se ne riconoscono almeno due varietà, una locale e una koinè di più larga affermazione nel territorio. Il repertorio propriamente italiano è poi descritto come articolato in una serie di varietà (fino a una decina) che si dispongono sugli assi diastratico e diafasico – alcuni aggiungono la ➔ variazione diamesica; argomento di dibattito è la presenza o no di un italiano parlato unitario, al polo alto degli assi di variazione, accanto alle varietà di italiano regionale. Al polo basso è generalmente posto il cosiddetto ➔ italiano popolare, mentre una delle questioni più controverse è rappresentata dalla nozione e dalla collocazione di una varietà standard d’uso, che non coincida (come in effetti non coincide, nel panorama attuale) con lo standard letterario o scolastico e che però sia marcata in diastratia o in diafasia: l’italiano «colloquiale» (Sanga 1981: 102-105), o «dell’uso medio» (Sabatini 1985: 171-177) o «neostandard» (Berruto 1987: 23-24). Queste e altre proposte cercano di rendere ragione delle tendenze di ristandardizzazione in atto nell’italiano attuale, divenuto lingua d’uso e normalmente parlata, e che si riflettono in una certa mobilità delle varietà all’interno del repertorio linguistico, accentuata dalla ristrutturazione dell’intera società di questi ultimi anni. Il quadro deve anche tener conto di una serie di registri e livelli intermedi e di un ampio numero di sottocodici, da quello burocratico a quello tecnico-scientifico, e dell’eventuale presenza di gerghi.

Nella tab. 1 si trova qualche esempio di repertorio reale (schematico e molto semplificato) di comunità in Italia, in ordine crescente di numero di codici compresenti.

In una pluralità di situazioni gli stessi codici possono essere utilizzati sia per funzioni alte sia per funzioni basse; in pochi casi compare un codice intermedio, che può essere utilizzato per i rapporti con i vicini sul territorio. In alcune di queste situazioni, complesse, tali codici possono essere parte marginale del repertorio: così è, per es., per il sudtirolese in Val Badia (➔ ladina, comunità).

La terza colonna indica il numero dei codici riconosciuto dai parlanti: in Toscana, per es., le variazioni linguistiche sono comprese dai membri della comunità nella sola categoria ‘italiano’. Alcune comunità di minoranza presentano repertori molto articolati (altrimenti detti ‘sovraccarichi’), mal riconducibili alle categorizzazioni tipologiche classiche: da qui la necessità di analisi più fini del repertorio linguistico, che tengano conto di più parametri intersecantisi, della considerazione dei contatti reali fra i codici e le varietà in compresenza, ecc. (Dal Negro & Iannàccaro 2003). La presenza di koinè dialettali sul territorio aumenta di un’unità il numero dei codici nel repertorio linguistico, ma ciò non è necessariamente avvertito dai parlanti: lo è in Veneto, per es., mentre è dubbio che il cosiddetto torinese illustre sia contato autonomamente dai parlanti piemontesi come distinto dal ‘dialetto’ in generale (➔ Torino, italiano di).

Studi

Berruto, Gaetano (1987), Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, La Nuova Italia Scientifica.

Berruto, Gaetano (1993), Le varietà del repertorio, in Introduzione all’italiano contemporaneo, a cura di A.A. Sobrero, Roma - Bari, Laterza, 2 voll., vol. 2° (La variazione e gli usi), pp. 3-36.

Bruni, Francesco (1984), L’italiano. Elementi di storia della lingua e della cultura, Torino, UTET.

Dal Negro, Silvia & Iannàccaro, Gabriele (2003), “Qui parliamo tutti uguale, ma diverso”. Repertori complessi e interventi sulle lingue, in Ecologia linguistica. Atti del XXXVI congresso internazionale della Società di Linguistica Italiana (Bergamo, 26-28 settembre 2002), a cura di A. Valentini et al., Roma, Bulzoni, pp. 431-450.

Francescato, Giuseppe (1981), Il bilingue isolato. Studi sul bilinguismo infantile, Bergamo, Minerva Italica.

Gumperz, John (1982), Discourse strategies, Cambridge, Cambridge University Press.

Hymes, Dell (1979), La competenza comunicativa, in Universali linguistici, a cura di F. Ravazzoli, Milano, Feltrinelli, pp. 212-243 (ed. orig. On communicative competence, in Sociolinguistics, edited by J.B. Pride & J. Holmes, Harmonsdworth, Penguin Books, 1972, pp. 269-293).

Sabatini Francesco (1985), “L’italiano dell’uso medio”: una realtà tra le var ietà linguistiche italiane, in Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, hrsg. von G. Holtus & E. Radtke, Tübingen, Narr, pp. 154-184.

Sanga, Glauco (1981), Les dynamiques linguistiques de la société italienne (1861-1980): de la naissance de l’italien populaire à la diffusion des ethnicismes linguistiques, «Langages» 61, pp. 93-115.

Winford, Donald (2003), An introduction to contact linguistics, Oxford, Blackwell.

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