BRANCACCIO (de Brancaciis), Rinaldo

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 13 (1971)

di Dieter Girgensohn

BRANCACCIO (de Brancaciis), Rinaldo. - Appartenente a famiglia nobile napoletana imparentata con Urbano VI e con Bonifacio IX, secondo una tarda tradizione era figlio di Paolo e di Mariella Pignatello o di Filippa Seripando. Era abate (forse secolare) e accolito pontificio quando papa Urbano VI, il 17 dic. 1384 a Nocera, lo elevò al cardinalato. Il 16 ott. 1385, insieme con altri tre cardinali di recente creazione, s'imbarcava a Napoli alla volta di Genova dove si trovava il pontefice. Ivi Urbano VI pubblicò le nomine e conferì al B. la diaconia di S. Vito in Macello.

Dopo la sua partecipazione al conclave da cui, il 2 nov. 1389, uscì quale papa di obbedienza romana Bonifacio IX, la prima attività che del B. si conosce è l'inchiesta, affidatagli il 16 febbr. 1391, sulla vita e sui miracoli del priore di Bridlington John Twenge, la cui canonizzazione era stata promossa dal re Riccardo II d'Inghilterra. Cinque anni più tardi, nel luglio 1396, Fernando Pérez de Calvillo, che in qualità d'inviato di papa Benedetto XIII voleva avviare trattative dirette con Bonifacio IX al fine di comporre lo scisma, da Marino entrò in rapporto epistolare col B. che soggiornava allora in Curia a Roma, per ottenere il salvacondotto necessario a continuare il suo viaggio nel territorio papale; così era stato concordato con il milite Filippo Brancaccio, un fratello del B., che Bonifacio IX aveva inviato nel marzo ad Avignone come suo messaggero all'antipapa. Il B. ebbe altresì una parte negli sforzi per la ricostituzione dell'unità della Chiesa nel luglio 1407, quando fu incaricato da Gregorio XII di condurre, insieme con altri due cardinali, le trattative con le ambascerie inviate a Roma da Benedetto XIII, dal re Carlo VI di Francia e dall'università di Parigi. Precedentemente nell'aprile 1399, gli era stato affidato il processo contro il conte di Fondi, Onorato Caetani.

All'elezione di Innocenzo VII, il 17 ott. 1404, il B. era il priore dei cardinali diaconi, per cui fu certamente lui, l'11 novembre, a imporre la tiara al nuovo papa sui gradini di S. Pietro, come sarà poi espressamente testimoniato per l'incoronazione di Gregorio XII del 19 dic. 1406. Quando questo papa, il 9 maggio 1408, contro la volontà del suo collegio nominò nuovi cardinali, creando così un nuovo ostacolo agli sforzi di unione, il B. in concistoro fu il più deciso nell'opposizione. Conseguentemente, egli fu tra i nove cardinali che l'11 maggio, lasciando papa Gregorio contro il suo divieto, si recarono da Lucca a Pisa per condurre, senza di lui, trattative con i cardinali dell'obbedienza avignonese ai fini della composizione dello scisma. A fine maggio-inizio di giugno era nel numero dei quattro delegati dal collegio romano che s'incontrarono a Livorno con rappresentanti della controparte e decisero di tentare l'unione mediante un concilio generale. Dopo un altro soggiorno in Pisa, il 29 giugno sottoscrisse in Livorno l'accordo stretto da cardinali di ambedue le obbedienze, tendente a sollecitare i papi alla rinuncia: in caso di rifiuto, un concilio doveva pronunziarsi su di loro. Dopo che Gregorio XII ebbe chiamato in Curia, con la minaccia della deposizione, i cardinali che lo avevano abbandonato ed ebbe altresì lasciato Lucca, il B. con un suo collega vi giunse il 16 luglio per guadagnare alla loro causa Paolo Guinigi, signore di Lucca, e per indurre all'adesione i due cardinali ivi rimasti.

La deposizione e la scomunica da parte di Gregorio XII, definitivamente pronunciata il 14 genn. 1409, fu annullata nello stesso anno dal concilio di Pisa. Mentre questo era riunito, il B. nel processo contro i due papi rivali rese il 18 maggio la sua testimonianza sull'ostruzionismo alle trattative di unione da parte di Innocenzo VII e soprattutto di Gregorio XII. Egli fu quindi fra coloro che il 26 giugno al concilio elessero Alessandro V quale papa dell'unione.

Sotto il successore Giovanni XXIII, che il B. incoronò a Bologna il 25 maggio 1410, la quantità delle sue prebende, sorprendente anche per quel tempo, sembra aver raggiunto il massimo. Nei registri papali - giudicando da quella parte del loro contenuto che è già pubblicato - ricorrono quasi anno per anno, dalla sua elevazione al cardinalato, concessioni in suo favore: numerosi canonicati in Inghilterra, nelle diocesi di Utrecht e Liegi, in Germania e Polonia, certamente anche altrove. Ma accanto a ciò egli non disprezzava per nulla le rendite di semplici chiese parrocchiali e persino di singoli altari; a tutto questo si aggiungevano la "preceptoria" dell'ospedale di S. Antonio in Maastricht e il priorato cluniacense di Bertrée presso Liegi. Inoltre ricevette in commenda da Innocenzo VII la chiesa titolare di S. Maria in Trastevere; da Giovanni XXIII, rispettivamente nel 1410 e nel 1412, l'amministrazione dell'arcidiocesi di Palermo, le cui entrate tuttavia egli non poté probabilmente mai conseguire, e dell'arcidiocesi di Taranto, che tenne fino al 1421; e infine da Martino V nel 1418 il vescovato di Aversa, che tenne fino alla sua morte: ancora il 14 maggio 1427 egli viene nominato quale amministratore della Chiesa di Aversa.

Il risultato più importante da lui conseguito per la Chiesa romana fu la conclusione della pace con il re Ladislao di Napoli: su incarico di Giovanni XXIII, il 24 maggio 1412 egli effettuava un viaggio di una settimana nella Campagna, provincia meridionale dello Stato della Chiesa, verosimilmente per le trattative; lasciò quindi Roma nuovamente il 12 giugno e, in qualità di commissario pontificio, il 17 giugno, ai piedi del monte Circeo presso San Felice, strinse l'accordo con cui Ladislao lasciava l'obbedienza di Gregorio XII e riconosceva quella di Giovanni XXIII. Il B. ricevette per questo il vicariato di Sezze. Nei mesi seguenti egli rimase probabilmente presso il re; era presente, in ogni caso, quando questi il 16 ottobre a Napoli annunciò la pace conclusa e promise fedeltà al papa nelle sue mani.

Al concilio di Costanza, dove giunse il 28 ott. 1414 al seguito di Giovanni XXIII, il B. fece parte nei primi mesi di una commissione composta di quattro cardinali fidati del papa, che trattarono in sua rappresentanza con i prelati e le ambascerie già presenti, e, fra le altre attività in suo appoggio, gli presentarono nel novembre un memoriale sul modo in cui egli doveva vivere decorosamente durante il concilio.

Alla fine del 1414 egli apparteneva inoltre alla commissione insediata dal papa che doveva interrogare Jan Hus, citato per eresia; già negli anni 1410, e poi nuovamente nel 1411-12 si era occupato dell'esame dei casi sospetti di eresia in Boemia. Quando Giovanni XXIII il 21 marzo 1415 fuggì da Costanza, il B. lo seguì il 24 marzo a Sciaffusa, come la maggioranza dei cardinali, senza però seguire il papa ulteriormente; tuttavia solo il 4 maggio egli tornava di nuovo al concilio. Non sembra però che continuasse a prendere parte attiva ai suoi lavori, sebbene fosse spesso presente alle sedute fino all'ultima del 22 apr. 1418, come pure prese parte all'elezione di Martino V (11 nov. 1417) che compì l'unione nella Chiesa.

Al seguito del nuovo papa il B. ripassò le Alpi. Nel corso degli anni seguenti appare occupato in varie faccende politiche d'Italia, soprattutto come persona di fiducia della Repubblica di Firenze. Come tale ebbe più volte a interessarsi delle trattative di pace nel corso degli anni 1424 e 1425. Nel novembre 1425, nel corso di un suo soggiorno fuori Roma, il papa lo fece persino ritornare espressamente, quando inviati di Venezia giunsero alla Curia.

Negli ultimi anni della sua vita il B. si dedicò alla creazione di un monumento che conserva ancor oggi vivo il suo ricordo. Dopo aver già nel 1406 e nel 1425 compiuto donazioni per la salute della sua anima al convento di S. Domenico Maggiore della sua città natale, ottenne da Martino V, il 24 apr. 1426, il permesso di restaurare il cadente ospedale dei poveri di S. Andrea a Napoli, situato presso piazza di Nilo accanto a un quattrocentesco palazzo - che ancora si conserva - della famiglia Brancaccio. Il nuovo ospedale, provvisto di una cappella e della necessaria attrezzatura, come pure delle entrate occorrenti al mantenimento di dodici poveri e di un rettore, fu dal B. affidato, l'11 marzo 1427, alla nobiltà del sedile di Nilo in Napoli. Contemporaneamente egli regolava i particolari dell'amministrazione e stabiliva che fra i governatori da designare annualmente uno dovesse di volta in volta appartenere alla famiglia Brancaccio. All'integrazione delle donazioni precedenti, il testamento del 27 marzo 1427, di cui solo una parte sembra essersi conservata, dovette provvedere ancora rilevanti somme per il compimento degli edifici. La cappella di S. Angelo a Nilo, essenzialmente compiuta nel 1428, rimane ancora; in essa le altre tombe della famiglia Brancaccio sono ampiamente superate in qualità da quella del fondatore, per la quale lavorarono Donatello e Michelozzo.

L'iscrizione tombale dà erroneamente come data di morte del B. il giorno della stesura del testamento. Dopo più di quarant'anni di cardinalato, morì il 5 giugno 1427 a Roma (cod. Vat. lat. 12123, c. 284') in Curia, là dove aveva trascorso la maggior parte della sua vita.

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