Risma

Enciclopedia Dantesca (1970)

di Maurizio Dardano

risma. - Arabismo, per " folla ", " schiera " (non è certo che abbia l'accentuazione spregiativa presente nell'italiano di oggi), che appare una sola volta, in rima (ed è l'unico esempio di rima in -isma): Un diavolo è qua dietro che n'accisma / sì crudelmente, al taglio de la spada / rimettendo ciascun di questa risma (If XXVIII 39).

L'arabo ritma, " vesti legate e involte in un pacco "; " pacco di cose inviluppate "; " fascio, balla di qualunque cosa "; " balla, risma di carta ", è passato nelle lingue romanze per il fatto che l'uso della carta fu portato in Europa dai musulmani attraverso la Spagna. In italiano, oltre a r., si ritrovano anticamente le forme rìsima, lisma, lisima, resma (particolari esiti si ebbero nei dialetti); cfr. poi spagnolo e portoghese resma, catalano raima, francese rame. La polisemia originaria tende a conservarsi e a riprodursi nelle lingue romanze: accanto al duplice significato di r. in italiano, cfr. il francese rame, " risma ", ma anche " convoglio di battelli " (e quindi " convoglio del metrò ").

Alcuni commentatori vedono nel passo di D. una similitudine implicita tra l'unità di misura della carta e la schiera dei dannati: " di questa risma, idest istius ordinis; quia unus sequitur post alium, sicut folia cartarum in rismate " (Benvenuto). Questa interpretazione dipende anche dal significato che si attribuisce al verbo che precede: " ‛ Rimettere ', riferito a risma, vorrà dire riassettare o riaggiustare, anche tagliando, i fogli in modo da far compatto libro o volume: l'esatto contrario, ben s'intende, per i poveri dannati " (Mattalia); ma altri intendono ‛ rimettere ' nel senso di " sottoporre di nuovo " (Barbi).

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