ROMA

    Enciclopedia dell' Arte Antica (1971)

di N. Terrenato, P. Carafa, Ε. La Rocca, F. De Caprariis, P. L. Tucci, M. Castelli, D. Palombi, C. Cecamore, R. Meneghini, R. Santangeli Valenzani, C. Pavolini, G. Azzena, P. Liverani, A. Augenti, L. Quilici, P. G. Monti, M. G. Nini, C. Calci - G. Messineo

ROMA (v. vol. VI, p. 764 e S 1970, p. 660). -

Sommario:

AREA URBANA

L'ambiente.

Preistoria e Protostoria. - i)le età della pietra e la prima età dei metalli. - 2) l'età pre-urbana (XVII-prima metà del IX sec. a.C.): a) Dall'Età del Bronzo Medio all'Età del Bronzo Recente; (c.a 1600- 1150 a.C.); b) L'Età del Bronzo Finale (c.a 1150-900 a.C.) e la prima fase dell'Età del Ferro iniziale (fasi laziali IIA1 e IIA2, c.a 900-850 a.C.). - 3) l'età protourbana (seconda metà del IX-prima metà dell'VIII sec. a.C.): a) Caratteri generali; b) Dalla seconda fase dell'Età del Ferro iniziale alla prima fase dell'Età del Ferro avanzata (fasi laziali IIB1, IIB2 e IIIA, 850-750 a.C.).

L'età regia e alto-repubblicana. - 1) la nascita della città, la prima età regia (seconda metà VIII-fine VII sec. a.C.): a) Caratteri generali, b) Complessi monumentali: a) Campidoglio; b) Quirinale e Viminale; c) La valle del Foro; d) Campo Marzio; e) Foro Boario; f) Palatino e Germalo; g) Valle Murcia e Aventino; h) Valle del Colosseo e Celio; i) Velia ed Esquilino; k) Trastevere e Gianicolo. - 2) l'interramento delle valli e la monumentalizzazione della città, la seconda età regia (fine VII-fine VI sec. a.C.): a) Caratteri generali; b) Complessi monumentali: a) Campidoglio; b) Quirinale e Viminale;c) Foro Romano; d) Campo Marzio; e) Foro Boario; f) Palatino e Germalo; g) Valle Murcia e Aventino; h) Valle del Colosseo e Celio; i) Velia e Esquilino. - 3) l'età alto-repubblicana (fine del VI-inizio IV sec. a.C.): a) Caratteri generali; b) Complessi monumentali di R. nel V sec. a.C.

Dalla media età repubblicana alla tetrarchia (IV sec. a.C.-III sec. d.C). - a) Caratteri generali: a) Dall'incendio gallico alla battaglia di Azio; b) Da Augusto a Nerone; c) Dai Flavi agli Antonini; d) Dai Severi a Massenzio; b) Complessi monumentali: a) Campidoglio; b) Quirinale e Viminale; c) Foro Romano e Via Sacra; d) Fori imperiali; e) Campo Marzio; f) Campo Marzio Occidentale e Circo Flaminio; g) Foro Boario e Ve- labro; h) Palatino; i) Circo Massimo'; k) Aventino (Maggiore e Minore); l) Zona «extra Portam Trigeminam» e Testacelo; m) Oppio e Valle del Colosseo; n) Celio; o) Velia, Carine e Fagutale; p) Esquilino; q) Pincio; r) Trastevere; s) Gia- nicolo; t) Vaticano.

V)L'età tardoantica - a) Caratteri generali: a) Il IV secolo; b) Il V secolo; c) Il VI secolo;b) Complessi monumentali: a) Mura Aureliane; b) Campidoglio; c) Quirinale e Via Lata; d) Viminale; e) Foro Romano; f) Fori imperiali; g) Circo Flaminio, Campo Marzio, Isola Tiberina; h) Foro Olitorio, Foro Boario, Circo Massimo; i) Velabro; k) Palatino; l) Aventino, Piccolo Aventino, Terme di Caracolla'; m) Testaccio; n) Colle Oppio e Valle del Colosseo; o) Celio e Laterano; p) Esquilino e Cispio; q) Pincio; r) Trastevere; s) Gianicolo e Vaticano.

SUBURBIO

a) Via Appia; b) Via Latina; c) Via Labicana; d) Via Praenestina; e) Via Collatina·, f) Via Tiburtina; g) Via Nomentana; h) Via Salaria; i) Via Flaminia; k) Via Cassia; l) Via Aurelia; m) Via Portuensis; n) Via Campana; o) Via Ostiensis; p) Via Laurentina; q) Via Ardeatina.

AREA URBANA

I) L’Ambiente . - La topografia di R. è stata condizionata in ogni epoca dallo scenario naturale in cui le trasformazioni urbane hanno avuto luogo: una considerazione della forma dei rilievi montuosi, del regime idrologico dei movimenti franosi è pertanto indispensabile per comprendere il significato delle trasformazioni stesse. L'influenza dell'ambiente sulle forme dell'insediamento e della viabilità si fa sentire maggiormente in epoche più antiche, mentre in seguito il rapporto finisce per invertirsi: i Romani lasciano una traccia sempre più profonda sul suolo che abitano, in un processo che culmina con i grandi sbancamenti di epoca imperiale. I continui ampliamenti dell'abitato implicano interventi radicali (bonifica di paludi, regolarizzazione o eliminazione di colline, incanalamento di corsi d'acqua) e in tale prospettiva la storia di R. può essere letta come un processo di alterazione che gradualmente snatura le condizioni originarie, finendo per creare un paesaggio artificiale. I fenomeni naturali di erosione e di interro sono accelerati dall'impatto umano e il paesaggio urbano ha finito per allontanarsi da quello naturale tanto che per poterlo oggi ricostruire sono necessarie ricerche specifiche e pazienti ricomposizioni.

Le prime osservazioni sui caratteri geologici dell'area di R. risalgono al secolo scorso (Brocchi) e presero spesso spunto da lavori archeologici, come p.es. quelli condotti dal Valadier presso l'Arco di Tito. A partire dalla fine del secolo la collaborazione fra archeologi e geologi, assolutamente pioneristica per l'epoca, intese, nello spirito positivistico del tempo, documentare i risultati dei grandi lavori di archeologia urbana (dapprima di scavo, poi, sempre più, sterro) intrapresi da R. Lanciani e da G. Boni e proseguiti fino agli anni '30. I grandi cantieri venivano seguiti, per gli aspetti ambientali, da figure come Gioacchino De Angelis D'Ossat, i cui studi hanno gettato le fondamenta della conoscenza dell'ambiente romano e la cui intensissima attività produsse una messe di osservazioni e risultati rimasta a lungo insuperata. I decenni successivi registrano infatti un certo declino, interrotto dall'ampia monografia dedicata da U. Ventriglia all'inquadramento geologico della città. Sul piano delle scienze naturali in senso stretto si pongono recenti studi e cartografie che non sempre tuttavia risultano utili alla ricerca archeologica (Conato e altri, 1989; Funicello e altri, in stampa). Per supplire a questa carenza si è recentemente sviluppato un settore di ricerche interdisciplinari particolarmente necessarie data la forte eterogeneità geologica, idrografica e morfologica che caratterizza il tratto romano della valle del Tevere, alla quale si aggiunge una mole di interventi umani con pochi confronti nel mondo antico. Alcuni studi innovativi sono necessariamente concentrati su aree più ristrette, poiché applicano metodi molto più analitici. Su questa base i resti archeologici più antichi possono essere efficacemente riconsiderati giungendo a conclusioni che ne rivoluzionano l'interpretazione (v. p.es. le cruciali questioni circa l'abitato forense: Ammerman, 1992).

Più in generale possono delinearsi tematiche specifiche in cui l'approccio interdisciplinare fra scienze ambientali e topografia urbana sembra offrire maggiori risultati e potenzialità. Senza cadere in una sorta di determinismo ambientale, va riconosciuto un ruolo comprimario ad alcune caratteristiche del paesaggio naturale, in primo luogo la morfologia, il cui ruolo nell'influenzare la viabilità e l'insediamento può difficilmente essere sopravvalutato. In epoca arcaica, p.es., il percorso delle strade è vincolato dalle pendenze e solo dal tardo VI sec. a.C. in poi si interviene con tagli e colmate per varcare zone altrimenti impervie. Gli aspetti idrologici hanno maggiore rilevanza nelle aree di bassura, come il Velabro, il Foro Boario o alcune zone del Campo Marzio. Al pari di molti fiumi di area mediterranea il Tevere aveva in origine un regime con forti variazioni e irregolarità stagionali, con magre estive e piene prevalentemente autunnali. Le non infrequenti alluvioni, talvolta disastrose, potevano raggiungere quote fra i 10 e i 15 m s.l.m. (Segre, 1986). Questi fenomeni rendevano inospitali e poco adatte all'insediamento stabile le ampie fasce pianeggianti intorno al fiume e fra le colline. Si deve dunque immaginare un paesaggio con rilievi circondati da corsi d'acqua, stagni e paludi, che davano origine a un complesso sistema di approdi, adattato nel corso dell'anno ai livelli fluviali. Per i primi abitati si dovette tener conto anche della disposizione delle varie unità geologiche; le fasce di argille fluviolacustri lungo i pendii, p.es., non erano adatte all'occupazione e al passaggio di percorsi, mentre offrivano opportunità migliori gli affioramenti ghiaiosi e sabbiosi in basso e, più in alto, quelli tufacei ai quali è connessa l'estrazione dei più antichi materiali da costruzione (tufo lionato e litoide).

Lo sviluppo di una metodologia specifica in questo settore tiene conto delle peculiari problematiche di ciascun centro: nel caso di R. agli strumenti classici della geologia (carotaggi meccanici e studio delle sezioni esposte) si aggiungono tecniche specifiche quali l'uso di leggeri carotieri manuali e le osservazioni effettuate su scavi archeologici. Si rende necessaria una combinazione di questi elementi con una sufficiente estensione nel tempo (Ammerman, in stampa), sfruttando occasioni diverse (scavi in corso, lavori di consolidamento, ecc.) in un paziente accumulo di dati che necessariamente dipende dal ritmo degli interventi.

Dato l'alto costo delle perforazioni meccaniche che raggiungono profondità di decine di metri, sono stati in genere sfruttati i risultati di lavori condotti per altre ragioni (p.es. indagini sulla stabilità del sottofondo geologico in occasione di costruzioni o restauri). A partire dagli anni '50 l'intensificarsi delle prospezioni ha consentito di impiegare i dati ricavati per una ricostruzione su grandi linee della stratificazione geologica (Ventriglia, 1971), con specifiche applicazioni archeologiche come la campionatura dei livelli al di sotto della falda acquifera innalzatasi di varí metri dopo la costruzione degli argini del Tevere. In molti punti, infatti, gli strati più antichi si trovano sotto l'acqua e non sono raggiungibili con i metodi ordinari di scavo.

Negli ultimi anni i carotaggi manuali si sono rivelati un agile strumento per integrare e infittire i punti noti grazie alle grandi perforazioni. Essi raramente superano i 5 m di profondità, ma hanno restituito informazioni basilari per la comprensione della morfologia, l'elemento ambientale forse più rilevante per l'occupazione umana del sito romano. È infatti sufficiente, a tale scopo, raggiungere il punto di contatto fra i più antichi strati antropici e la superficie naturale senza dover penetrare profondamente nel sottofondo sterile. I carotaggi manuali sono un complemento indispensabile dell'indagine sul campo perché forniscono anche dati sulla stratificazione archeologica, preziosi per una programmazione di scavi e altre indagini, ma da riconsiderare, poi, nel contesto di altre informazioni.

Dati sulla morfologia utilizzabili per una ricostruzione ambientale sono forniti da scavi recenti, in cui le quote, l'andamento e l'aspetto del sottofondo geologico sono documentati in dettaglio. Su vasta area possono infatti risultare evidenti anche interventi di asportazione difficilmente riconoscibili per mezzo di carotaggi. Ciò è particolarmente chiaro nel caso dei grandi monumenti di epoca tardorepubblicana e imperiale per la cui costruzione sono stati effettuati imponenti spostamenti di terreno naturale (p.es. gli Horrea Agrippiana o la Basilica di Massenzio). In genere venivano sbancate e regolarizzate le pendici tufacee o argillose dei colli romani, il cui aspetto scosceso è, almeno in parte, artificiale. Indizi come l'altezza dei muri di terrazzamento, la situazione nelle zone adiacenti e alcuni indicatori geologici consentono una ricostruzione plausibile degli andamenti originari. Per le zone meno note o nel caso di vecchi scavi poi ricoperti è anche possibile far ricorso a elementi indiretti. Le quote dei livelli pavimentali arcaici o mediorepubblicani, p.es., raramente sono distanti da quelle naturali, con alcune eccezioni, come le grandi bonifiche per la colmata delle valli intorno al Palatino.

Una traccia della morfologia originaria è infine conservata, in alcune zone di R., anche dalle pendenze attuali: stimando approssimativamente gli interri delle bassure e la decapitazione delle sommità, si può oggi tentare un'ipotesi ricostruttiva preliminare della morfologia della città; essa contiene certamente errori e semplificazioni e vuole solo offrire un quadro di partenza per successive e più esaurienti ricerche.

Le conoscenze relative alla zona del Foro Romano permettono di tratteggiare l'evoluzione delle condizioni ambientali in rapporto agli interventi umani. Le fonti di informazione sono gli scavi del c.d. Equus Domitiani e soprattutto una serie di oltre cento carotaggi meccanici e manuali eseguiti fra il 1987 e il 1990. Il Foro Romano fu realizzato bonificando l'imbocco di una profonda valle che separava Palatino e Campidoglio e si estendeva dalla zona poi occupata dalla Basilica Emilia fino al fiume. Un'ampia depressione, il cui fondo si trovava intorno ai 6 m s.l.m., raccoglieva le acque provenienti dai versanti circostanti, ma anche quelle convogliate dalla valle dell'Argileto, uno dei principali bacini idrologici di Roma. La scarsa pendenza rilevata nei sondaggi suggerisce che l'acqua dovesse defluire con notevole lentezza creando condizioni di impaludamento. A questo inconveniente si somma anche l'esposizione della valle alle piene del Tevere, il cui regime irregolare non era stato ancora modificato da interventi umani (p.es. la diversione delle acque del Chiana). Per varî mesi all'anno il fiume poteva avere livelli intorno ai 9-10 m e non erano infrequenti piene fino a 13-15 m, con invasione della maggior parte del bacino forense, reso pertanto assolutamente inabitabile. La ricostruzione della situazione ambientale ha consentito di reinterpretare radicalmente le sequenze più antiche del Foro escludendo la presenza di abitazioni in favore di colmate funzionali a portare il livello di calpestìo a una quota sufficiente per rimanere all'asciutto la maggior parte del tempo. Nelle aree prossime al Foro le ricerche sono meno avanzate. Il Palatino, p. es., malgrado alcuni tentativi di ricostruzione della sua morfologia, attende ancora un'adeguata campagna di raccolta dei dati. Passando in rassegna le curve di livello finora proposte si rilevano differenze tali da richiedere studi più organici. La presenza di una o due sommità sul monte Palatino è stata a lungo dibattuta (cfr. Marazzi, Mocchegiani Carpano, 1978). Sembra ormai assodato che il vertice fosse unico e si trovasse al di sotto del c.d. Atrio della Domus Flavia, dove sono state rilevate quote del vergine intorno ai 45-46 m s.l.m. Da questo punto, circa al centro del monte, si dipartiva un ampio plateau pianeggiante idoneo a ospitare un insediamento. Una vallecola si apriva da qui verso N, in direzione del corso d'acqua fra Palatino e Velia; a E di questa linea di drenaggio il pianoro proseguiva fino alla valle che separava il monte dal Celio. Sul lato S, a quote intorno ai 40 m s.l.m., si trovava una sorta di ripiano tufaceo, anch'esso piuttosto adatto all'insediamento umano, che va identificato con il Germalo. Su tre lati il Palatino era delimitato da vallate ampie e profonde, che formavano pendici molto scoscese e davano al rilievo una forma complessivamente quadrangolare. Presso il vertice SO si trovava il Lupercale, dove la tradizione collocava una sorgente naturale.

L'unico collegamento naturale fra il Palatino e i rilievi circostanti era costituito dalla sella che, sul lato Ν (dove poi sorgerà l'Arco di Tito), congiungeva il monte con la Velia. Da qui si dipartivano due valli opposte in direzione del bacino del Colosseo e in direzione del Foro. Sul versante meridionale di quest'ultima siamo piuttosto ben informati grazie agli scavi della Regia (Brown, 1974-75; Scott, 1993), della Casa delle Vestali, delle pendici settentrionali del Palatino e grazie alle ricerche ambientali ivi condotte (Ammerman, 1992). Si tratta di una vallata piuttosto ripida e con il fondo arrotondato che incide in alto livelli argillosi e poi sabbiosi (nella zona della Regia e del Tempio di Vesta). Questo margine naturale venne reso ancor più ripido con il taglio del fossato antistante alle fortificazioni palatine (Carandini e altri, 1992). Per quanto riguarda il versante veliense della valle, carotaggi e sondaggi hanno un'utilità limitata. Una serie di grandi sbancamenti (relativi a due horrea, al Foro della Pace, al Tempio di Venere e Roma, alla Basilica di Massenzio) ha modificato profondamente la morfologia della Velia. La sua eliminazione è stata poi completata con lo sventramento di Via dell'Impero (cfr. Terrenato, 1992). Su questa base è possibile ricostruire per la sommità del monte una quota intorno ai 40 m s.l.m. alle spalle dell'abside Ν della Basilica di Massenzio. La sua estensione doveva essere piuttosto limitata e le pendici digradavano dolcemente solo in direzione delle selle che la collegavano al Palatino e all'Esquilino. Altrove il pendio era tanto ripido e inaccessibile da far assomigliare la collina a una rocca imprendibile, come ricordano alcune fonti.

Una vallata percorribile, da identificare con le Carinae, si incuneava, partendo dall'Argileto, fra la Velia e l'altura di S. Pietro in Vincoli. Quest'ultima raggiungeva probabilmente (mancano ricerche specifiche) i 45 m s.l.m. e costituiva l'estrema propaggine meridionale del monte Oppio: la sua identificazione con il Fagutal è tuttora controversa. L'Oppio si sviluppava in direzione NE e la sua sommità doveva trovarsi nella zona delle Sette Sale, a una quota intorno ai 55 m s.l.m. Per tutta questa zona ci si può basare solo sui livelli delle sepolture più antiche e sulla conformazione attuale.

La Velia e l'Oppio terminavano a O con la grande depressione dell'Argileto, il bacino principale che raccoglieva le acque dei monti e dei colli e le incanalava verso il fiume, attraversando il Foro e il Velabro. Questa zona, identificata in parte con la Subura (cfr. Tortorici, 1989), dopo la canalizzazione delle acque verrà attraversata da un sistema di assi stradali fondamentali, corrispondenti ai fondovalle. La valle corrispondente al Clivus Suburanus separava l'Oppio dal Cispio; quest'ultimo aveva una forma tozza e saliva regolarmente in direzione dell'area della Stazione Termini e del Castro Pretorio, probabilmente fino a raggiungere quote dell'ordine dei 50-60 m s.l.m., formando una sorta di altopiano. Su questo lato non esisteva una delimitazione naturale e nelle varie epoche fu necessario, a scopi difensivi, sbarrare il pianoro con fossati e fortificazioni.

A O il Cispio è delimitato da una valle, in cui correrà poi il Vicus Patricius, che va a confluire nell'Argileto e di lì giunge al Foro. Al di là si trova il Viminale, una collina di forma allungata con un promontorio meridionale, in corrispondenza dell'area oggi occupata dal Ministero degli Interni, che oltrepassava i m 40 s.l.m. Procedendo verso NE, in direzione dell'attuale Piazza della Repubblica, il Viminale finiva per avvicinarsi molto al Quirinale con quote oltre i 60 m s.l.m. Da questo punto il Quirinale si dipartiva con un andamento sinuoso frastagliato da valli che si affacciavano sulla pianura del Campo Marzio. Oltre al Quirinale la tradizione conosce altre tre sommità, il Salutare, il Muciale e il Laziare; esse possono essere identificate in quest'ordine nella serie di rilievi che descrivono una sorta di arco da Ν a S, fino al Laziare, in posizione dominante sulla valle dei Fori imperiali e sull'Argileto (Carafa, 1993). Dal Quirinale si allungava in direzione NO il promontorio terminante con l'altura del Pincio, l'antico Collis Hortulorum, che raggiungeva i 50 m s.l.m.

Procedendo ancora verso S si incontrava la sella fra Quirinale e Campidoglio. Attualmente, fra i due colli, vi è la profonda depressione occupata in età imperiale dalla grande piazza del Foro di Traiano. L'epigrafe sulla Colonna Traiana, la cui interpretazione è peraltro controversa, sembra comunque connessa con un grande sbancamento che potrebbe aver avuto lo scopo di far spazio per il nuovo foro abbattendo la sella che separava la bassura dell'odierna Piazza Venezia da quella dell'Argileto (Anderson, 1984; Tortorici, 1993). Per la presenza di un collegamento originario fra Quirinale e Campidoglio esistono varî indizî ulteriori, fra cui l'avvio della fortificazione serviana troncato dal muro di terrazzamento traianeo, ma per quanto riguarda la sua altezza e forma originaria mancano dati sufficienti per una ricostruzione dettagliata.

Sull'altro lato della depressione del Foro, il Campidoglio ha subito nella sua pendice orientale una serie di massicci interventi umani, dai lavori per la costruzione del Tabularium, fino a quelli di isolamento del colle effettuati negli anni '30. Per motivi geotecnici la collina è stata recentemente coperta da una fitta rete di carotaggi meccanici, poi integrati da sondaggi manuali; su questa base è possibile proporre una ricostruzione della morfologia originaria della zona. La collina si sviluppava su due alture principali, Capitolium e Arx, separate da una sella denominata Asylum. Al di sotto di quest'ultima aveva origine una paleofrana che proseguiva fino all'area del Comizio. La pendice era quindi disseminata di materiali scivolati fra cui frammenti di tufo lionato e cappellaccio. Grandi massi di cappellaccio grigio sono ancora visibili nell'area del Tempio di Saturno e da uno di questi potrebbe aver avuto origine la denominazione di Lapis Niger (Ammerman, 1995). Una piccola collinetta si staccava dalla pendice dell'Arx, forse dove poi sarebbe sorta la prima Curia (Carafa, 1994). Di qui si dominava infatti il ripiano, che nel VII sec. a.C. verrà adattato con uno sbancamento a ospitare il Comizio.

Procedendo verso il fiume la pendice capitolina doveva avere una sorta di spalla ghiaiosa (analoga a quella del Palatino), percorsa poi dal Vicus Iugarius. Più a monte la collina presentava una serie di balze tufacee sulle quali si inerpicava il Clivo Capitolino. La sommità era invece argillosa e piuttosto instabile, tanto che si renderanno necessari grandi lavori di livellamento, consolidamento e terrazzamento per la sua monumentalizzazione, a partire da quelli relativi alla costruzione del Tempio di Giove Ottimo Massimo. L'altezza massima del Capitolium doveva aggirarsi sui 45 m s.l.m. e quote analoghe doveva raggiungere l'Arx, che si presentava come uno sperone roccioso, da cui si dipartiva verso Ν la sella poi sbancata.

La pendice occidentale era molto scoscesa e quasi interamente composta da ripide pareti di tufo lionato, il cui spessore era molto maggiore su questo lato rispetto alla pendice verso il Foro (Alvarez e altri, 1995). Essa era solcata, in corrispondenza dell'Asylum, da una valle che costituiva l'unica via di accesso al Campidoglio dal Campo Marzio. Molto regolarizzata e sbancata si presenta la pendice meridionale che digradava in direzione del Foro Boario fino a raggiungere i 7 m s.l.m. dei livelli più profondi dei sondaggi di S. Omobono. Quote così basse pongono naturalmente dei problemi per l'interpretazione delle fasi più antiche, visto che l'area doveva essere inondata per parecchie settimane all'anno.

A E del Campidoglio si trovava il Velabro, che costituiva la naturale prosecuzione della depressione corrispondente al Foro Romano. Si tratta di una zona assai poco nota sia archeologicamente sia morfologicamente, che in origine doveva essere occupata da un'ampia valle dal fondo molto basso, ma con scarsa pendenza da Ν a S. Le acque provenienti dall'Argileto e dalle altre convalli forensi potevano quindi defluire solo molto lentamente, formando probabilmente un acquitrino, forse navigabile nei periodi di piena: a questo fenomeno potrebbe forse riferirsi la notizia di un antichissimo approdo presso l'infima Nova Via. Proseguendo verso S, all'altezza dell'Ara Massima di Ercole vi era la confluenza del Velabro con la Valle Murcia, che separava Palatino e Aventino. Questi due grandi bacini, colmati e bonificati solo dopo la costruzione della Cloaca Maxima e della Cloaca Circi, erano entrambi esposti alle inondazioni e rappresentavano in origine difese naturali della pendice germalense e palatina. L'ampiezza della Valle Murcia era analoga a quella del Velabro e il suo fondo doveva raggiungere quote forse intorno ai 5 m s.l.m. Carotaggi meccanici effettuati nella parte orientale del Circo Massimo, presso la spina, hanno raggiunto il terreno vergine anche al di sotto di questa quota (Ciancio Rossetto, 1985).

Al di là della Valle Murcia si incontra il massiccio dell'Aventino, un ampio rilievo che domina il corso del Tevere, dalle proporzioni simili a quelle del Palatino. La sua pendice settentrionale, su cui risalirà il Clivus Publicius, era solcata al centro da una valle che si insinuava fin quasi alla sommità. Quest'ultima era costituita da una cresta allungata in senso N-S e molto spostata verso il fiume, sull'asse Chiesa di S. Sabina-Parco Savello. Da questa altura che oltrepassava i 40 m s.l.m. si sviluppava verso E un pianoro in lieve declivio che terminava con la valle dove poi correrà il Vicus Piscinae Publicae. Al di là di questa depressione si trovava l'Aventino piccolo, un rilievo di forma allungata, dal quale, verso E, aveva inizio la vallata poi percorsa dalla Via Appia. In corrispondenza della Porta Capena si trovava la confluenza di varî bacini nella Valle Murcia, fra cui quelli provenienti dalla direttrice della Via Appia e del Vicus Piscinae Publicae. Il principale era comunque quello che separava il Palatino dal Celio, attualmente percorso dalla Via di S. Gregorio; esso prendeva origine dal bacino del Colosseo ed era probabilmente ancora esposto alle esondazioni tiberine, fino all'epoca della sua colmata e dell'incanalamento del corso d'acqua che lo aveva scavato.

A E della valle di Via di S. Gregorio si trova il Celio, il più orientale dei montes. Si tratta di un rilievo articolato in tre alture separate da vallecole, come quella che al centro del lato O sarà risalita dal Vicus Capitis Africae. Recenti carotaggi sulla sommità, connessi con gli ampi scavi ivi intrapresi, consentono di stabilire l'altezza del monte (intorno ai 35 m. s.l.m.) e alcuni elementi del suo aspetto generale. Sul versante N, presso i SS. Quattro Coronati, vi era un piccolo promontorio, forse identificabile con il Celiolo. Ancora a E del monte, dopo una stretta valle, si trovava un angusto costone che raggiungeva forse i 45 m s.l.m.

Fra Celio, Palatino, Velia e Oppio si estendeva la Valle del Colosseo, un ampio e profondo bacino, che forse raggiungeva i 5 m s.l.m., alimentato dalla lunga valle poi percorsa dalla Via Labicana, oltre che da quelle fra Palatino e Velia e fra Velia e Oppio. La strettoia, probabilmente anche rialzata, che si trovava all'imbocco della valle di S. Gregorio rallentava il deflusso delle acque, trasformando la valle in un acquitrino o in un vero e proprio stagno a seconda delle stagioni. Un'attenta ricostruzione della morfologia della zona, basata su recenti carotaggi e altri elementi, costituisce un ottimo esempio di archeologia ambientale a R. (Panella, in corso di stampa). Ne risulta chiaramente che la bassura del Colosseo potè assumere il suo ruolo di crocevia fondamentale del complesso montano solo dopo la canalizzazione e la bonifica per colmata del profondo bacino. Di conseguenza la stratificazione antropica in questo punto raggiunge uno spessore complessivo di oltre 10 m, fra i maggiori di tutta l'area urbana. Un destino analogo dovette avere la valle fra Oppio e Celio, per la quale mancano ancora studi mirati.

Su entrambi i lati del Tevere era un'ampia pianura alluvionale, con quote in genere entro i 10 m s.l.m., fortemente soggetta a inondazioni. Sulla sponda sinistra, entro una grande ansa, si estendeva il Campo Marzio (inteso qui nel senso più ampio), mentre su quella destra la terrazza fluviale è rappresentata dal Trastevere. Anche se è possibile farsi un'idea complessiva dell'area, solo per poche zone (p.es. quella della Crypta Balbi: cfr. Ammerman, in stampa) sono disponibili dati sufficienti a una ricostruzione dettagliata. È assai probabile che la morfologia del Campo Marzio comprendesse bacini, ruscelli e modesti rilievi. Le fonti ricordano l'esistenza della Palus Caprae, un'ampia depressione acquitrinosa di cui un ricordo è forse conservato nei toponimi moderni Valle e Vallicella. Essa doveva essere alimentata dai corsi d'acqua che scendevano lungo le pendici Occidentali del Pincio, del Quirinale e del Campidoglio. Nella pianura così solcata le uniche eminenze erano costituite da basse sporgenze che a mala pena si avvicinavano ai 10 m s.l.m., come il Monte de' Cenci. Questo paesaggio è stato quasi completamente cancellato dal progressivo interro del Campo Marzio che certamente ha avuto inizio già in epoca antica, man mano che venivano realizzati i grandi complessi monumentali. Certamente in massima parte artificiale è il Testacelo, grande scarico di rifiuti, sempre sulla sponda sinistra del fiume.

Sull'altro lato del Tevere la pianura fluviale occupava una fascia più stretta con caratteristiche verosimilmente analoghe al Campo Marzio, ma non si dispone di dati utili per una ricostruzione di dettaglio. Su di essa incombeva il massiccio del Gianicolo, di gran lunga il più alto rilievo dell'area romana, con i suoi oltre 80 m s.l.m. raggiunti dalla vetta presso Porta S. Pancrazio. Il Gianicolo si allungava con un andamento N-S piuttosto frastagliato e solcato da ruscelli che dovevano alimentare il bacino della piana di Trastevere. Le pendici erano spesso molto scoscese, come nel caso dei versanti meridionali, e solo in alcuni punti esse si facevano tanto digradanti da consentire l'inerpicarsi di tortuosi percorsi. Alle spalle della cresta principale si trovava una profonda valle (oggi percorsa da Via delle Fornaci) che scendeva verso Ν a confluire nella depressione fra Gianicolo e Vaticano. Quest'ultimo si ergeva a O dell'ansa e raggiungeva un'altezza minore di quella del Gianicolo.

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(N. Terrenato)

II) Preistoria e Protostoria. - Il sito di R. è stato frequentato ancor prima dei mutamenti climatici e geologici che modellarono la morfologia della zona e separarono definitivamente le sette alture sulla riva sinistra del Tevere. Si trattava inizialmente di villaggi sparsi in un territorio, più vasto dell'area occupata dalla città di età storica, compreso tra il basso corso dell'Amene e la Via Laurentina. Il lunghissimo arco di tempo che intercorre tra questi primi insediamenti e la definizione dell'area urbana destinata a rimanere immutata per molti secoli, può essere suddiviso in due grandi periodi. Il più antico abbraccia tutta la preistoria fino all'Età del Bronzo Medio: si tratta di un periodo assai lungo con variazioni climatiche e geologiche che risultarono determinanti per il tipo di insediamento. Segue una fase molto più breve, tra l'Età del Bronzo Medio e l'inizio dell'Età del Ferro. I due periodi sono divisi da una cesura fondamentale: l'inizio del primo abitato stabile e della c.d. età preurbana che segna il nascere di una storia interamente nuova, di cui rimangono le tracce archeologiche e il ricordo nella tradizione antica.

Uno dei problemi principali della ricerca sulle fasi più antiche della città di R. è rappresentato dalla cronologia assoluta delle culture preistoriche e protostoriche dell'Italia, attualmente sottoposta a una profonda revisione. Le cronologie «storiche», basate cioè sulla possibilità di riconoscere archeologicamente avvenimenti datati dalla tradizione storiografica, sembrerebbero dover subire un drastico riassetto in confronto con quelle ricavate mediante le scienze naturali (radio-carbonio e dendrocronologia). Si tratta di oscillazioni notevoli, tutte tendenti a datare più in alto le scansioni delle fasi archeologiche attualmente accettate, con differenze comprese tra i cinquanta e i cinquecento anni. Nei successivi paragrafi saranno indicate le cronologie storiche generalmente accettate indicando, quando necessario, le nuove datazioni calibrate con le serie dendrocronologiche. 1) LE ETÀ DELLA PIETRA E LA PRIMA ETÀ DEI METALLI. - Le tracce più antiche di insediamento e di attività umane nel territorio di R. sono databili al Paleolitico Inferiore, in un periodo compreso in cronologia assoluta tra c.a 700.000 e 200.000 anni fa. Si tratta della fase che più delle altre sfugge a un tentativo di ricostruire un quadro complessivo del territorio di R. a causa dell'eterogeneità e della scarsità della documentazione disponibile. Circa una decina di siti, distribuiti in un lunghissimo arco cronologico, sono rivelati dalla presenza di ciottoli e selci lavorate rinvenuti lungo la Via Aurelia (Malagrotta e Castel di Guido), a Monte Mario (Via Cortina D'Ampezzo), nell'alveo del Tevere presso Ponte Milvio e lungo la bassa valle dell'Aniene (sulla riva sinistra: Sedia del Diavolo, Saccopastore, Batteria Nomentana, Valchetta Cartoni; sulla riva destra: Monte delle Gioie, Ripa Mammea, Casale dei Pazzi, Ponte Mammolo). Nel Paleolitico Medio (c.a tra 200.000 e 40.000 anni fa) i rinvenimenti si concentrano lungo la bassa valle dell'Aniene (Ponte Mammolo, Casale dei Pazzi, Ripa Mammea e Monte delle Gioie sulla riva destra; Sedia del Diavolo e Saccopastore sulla riva sinistra), tranne poche selci provenienti dal Palatino (pendici Ν e Germalo) e, nell'immediato suburbio, da Tor Vergata. Con il Paleolitico Superiore (c.a tra 40.000 e 10.000 anni fa) resti della presenza umana appaiono di nuovo in diverse zone del territorio di Roma. La grotta di Monte delle Gioie e l'altura di Tor Vergata sono ancora occupate; rinvenimenti di strumenti litici e resti faunistici si segnalano ai Prati Fiscali sulla Via Salaria e alle Tre Fontane sulla Via Laurentina. Durante il Mesolitico, (tra 10.000 anni fa e il VI millennio a.C.) e il Neolitico (tra il V e il III millennio a.C.) la presenza umana sembra rarefarsi nell'area romana, dove non si conoscono al momento reperti del Mesolitico mentre scarsi siti neolitici sono concentrati nel suburbio sud-orientale (Casale del Pescatore sulla Via Prenestina, Tor Vergata, tra Casilina e Tuscolana, Piscina di Torre Spaccata sulla Tuscolana, Cecchignola sulla Laurentina). A questi siti, caratterizzati da una sostanziale continuità di occupazione dal Tardo Neolitico fino alla prima Età del Bronzo, si aggiungono nelle fasi successive i rinvenimenti nell'area della città storica. Pochi frammenti ceramici databili all'Età Eneolitica (tra il 3500 e il 3000 a.C.) sono stati rinvenuti sulle pendici settentrionali del Palatino mentre due asce databili all'Età del Bronzo Antico provengono dall'Esquilino (area tra le piazze S. Antonio e Vittorio Emanuele). Tra la seconda metà del III e la prima metà del II millennio a.C. il comprensorio romano sembra essere caratterizzato da un tipo di insediamento concentrato principalmente sulla riva sinistra del Tevere, in particolare nel settore sud-orientale dell'area compresa tra la bassa valle dell'Aniene e il corso del Tevere.

I dati acquisiti non consentono di ricostruire l'aspetto di queste aree abitate: si rileva che le sedi scelte per l'insediamento, inizialmente situate sui terrazzi fluviali (bacino dell'Aniene) o sulle propaggini dei Colli Albani, tendono, con il passare dei secoli e con il mutare delle condizioni climatiche, a distribuirsi su terreni sempre più vari. Al contrario rimane stabile, a partire dal Neolitico, il rapporto tra gli insediamenti e le principali vie d'acqua: la quasi totalità dei siti segnalati si trova a distanze considerevoli dal Tevere e dall'Aniene che non sembrerebbero aver influenzato direttamente le scelte insediative fino alla metà c.a del II millennio a.C.

Queste frequentazioni non devono essere considerate la premessa storica della formazione della città: si tratta di insediamenti topograficamente distinti e caratterizzati da forme di vita semi-nomade, quando non stagionale, come è stato ipotizzato per le presenze eneolitiche nell'area di Torre Spaccata. Per quanto riguarda l'area centrale di R. la distribuzione dei ritrovamenti sembrerebbe privilegiare i montes della futura città, da considerarsi al momento la zona di più antica frequentazione.

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(P. Carafa)

2) l'età pre-urbana (sec. XVII-prima metà del IX a.c.). - Con questo termine si indica generalmente il periodo che vede la nascita del primo abitato stabile sul sito di R. e lo sviluppo di questa comunità verso una più complessa organizzazione politica. In questa importante fase l'abitato ha mutato più volte i suoi limiti, contraendosi ed espandendosi, fino a occupare alla metà circa del IX sec. a.C. praticamente tutta la superficie che sarà racchiusa nel VI sec. a.C. dalle Mura Serviane. I Romani avevano un'idea precisa delle linee generali della storia di R. nei periodi pre-romulei: grazie a una coerente tradizione storiografica, ricordavano una serie di regni e regnanti, divini o umani, che si erano avvicendati da un periodo anteriore alla guerra di Troia fino all'inaugurazione del Palatino.

a) Dall'Età del Bronzo Medio all'Età del Bronzo Recente (c.a 1600-1150 a.C.). - Il Campidoglio fu l'unico colle, tra quelli a sinistra del Tevere, a ospitare un abitato della Media Età del Bronzo (c.a 1700-1300 a.C.). Doveva essere occupata sia la sommità del colle (insediamento presso l’Asylum), sia la bassa pendice meridionale (frammenti dall'area di S. Omobono). Il fatto che i rinvenimenti di S. Omobono fossero in giacitura secondaria e alla base di una collina ha fatto pensare che l'insediamento fosse da localizzare nella pendice alta o addirittura sulla sommità del colle capitolino. La parete del colle, però, è qui piuttosto ripida ed era cinta in antico da imponenti opere di sostruzione; inoltre è preferibile immaginare la presenza di un nucleo abitato di quest'epoca sulla riva di un corso d'acqua.

Se è possibile ricostruire l'estensione dell'abitato nei secoli a cavallo della metà del II millennio a.C., è più difficile stabilire quale fosse il territorio effettivamente controllato da questo insediamento. I centri abitati coevi o di poco più antichi, più vicini al colle Capitolino - Acquafredda sulla Via Aurelia, Chiavichetta sulla Portuense, Ficana sull'Ostiense, Tenuta di Valleranello tra Appia e Pontina, Valle di Castiglione sulla Prenestina, Tenuta di Case Nuove/Capobianco sulla Nomentana, Villa della Marcigliana e Fosso di Tor S. Giovanni tra Nomentana e Salaria, Villa Spada/Fidene e Fosso di Settebagni sulla Salaria - sono distribuiti in un raggio variabile tra c.a 10 e 20 km. Si tratta di un territorio comunque immenso (c.a 310 km2), soprattutto se paragonato ai possibili territori riconoscibili per insediamenti di quest'epoca che difficilmente riescono a superare la decina di km2. Solo molto più tardi la comunità romana riuscirà a impadronirsi di questo vasto comprensorio: possiamo immaginare, in via del tutto ipotetica, che, per soddisfare le esigenze della popolazione, in questa fase fosse coltivata almeno la pianura del Campo Marzio e che le paludi che la chiudevano verso Ν costituissero il limite del territorio. Potremmo infine aggiungere la pianura del Trastevere, poiché in età così antica il Tevere non segnava ancora il confine tra entità etniche politicamente distinte, quali saranno Etruschi e Latini.

Con l'Età del Bronzo Recente (in cronologia assoluta c.a 1300-1150 a. C.) la distribuzione dei rinvenimenti si estende alla valle del Foro e al Palatino. Materiali databili a questa fase sono stati rinvenuti, oltre che sul Campidoglio, nell'area della Regia, sul Germalo, nell'area del Tempio della Vittoria, in una fogna della Sacra Via; sulla estrema pendice NO del Palatino, nell'area dell'Arco di Augusto, per la prima volta troviamo materiali in giacitura primaria. Tutti i rinvenimenti sono frammenti ceramici riconducibili a un abitato e solo un reperto dalla Sacra Via - parte di una fibula di bronzo - potrebbe essere messo in relazione con una sepoltura. Nonostante la loro frammentarietà questi dati, che sono indizio di un'espansione dell'abitato anche in senso demografico, non vanno sottovalutati. È possibile che in questa fase l'abitato pre-urbano di R. abbia avuto una notevole espansione. In alternativa si ipotizzano due abitati distinti, sul Campidoglio e sulla pendice palatina, ma questa distinzione è percepibile solo a partire dalle fasi più recenti. Raggiungendo la pendice palatina, l'abitato si distese probabilmente sulla riva Ν della palude del Velabro e forse in questo momento dobbiamo immaginare la creazione di percorsi che consentissero la comunicazione tra le due colline.

È impossibile verificare una corrispondente espansione del territorio controllato dalla comunità, ma si è in grado di cogliere altri fenomeni a conferma del quadro offerto da Roma. Nel suburbio il numero dei siti lungo la riva sinistra del Tevere aumenta sensibilmente, inaugurando una tendenza che diventerà ancor più evidente nella fase successiva. In generale, l'intera regione si apre ai contatti con il mondo egeo confermando l'immagine di un periodo estremamente favorevole allo sviluppo dell'antica civiltà laziale.

b) L'Età del Bronzo Finale (c.a 1150-900 a.C.) e la prima fase dell'Età del Ferro iniziale (fasi Laziale IIA1 e IIA2, c.a 900-850 a.C.). - L'Età del Bronzo Finale viene generalmente suddivisa in tre fasi (Bronzo Finale 1, 2 e 3). A R. sono rappresentate, al momento, soltanto la prima (c.a 1150-1100 a.C.) e l'ultima (c.d. fase Laziale I, c.a 1000-900 a.C.). Lo strato dell'Età del Bronzo Medio individuato presso l'Arco di Augusto viene ricoperto da uno spesso strato databile al Bronzo Finale 1 nel quale sono inserite due tombe a incinerazione con corredo tipico del Bronzo Finale 3 (fase Laziale I). Nel corredo, i vasi, gli oggetti di ornamento personale e le armi, sono miniaturizzati, secondo una tendenza caratteristica anche della fase successiva, recentemente interpretata, in modo assai convincente, come un tentativo di compensare la distruzione dell'individuo incinerato con la riduzione simbolica di tutti gli aspetti della sua vita. Un altro frammento ceramico databile alla fase Laziale I è stato raccolto sulla bassa pendice della Velia, verso la valle del Colosseo. Reperti coevi sono stati rinvenuti anche nell'area del Comizio, un settore della bassa pendice capitolina apparentemente non frequentato nelle fasi precedenti. Tali reperti, ora dispersi, sono pubblicati sommariamente e ne risulta impossibile un'attribuzione precisa nell'ambito del Bronzo Finale. Una tazza dall'area delle capanne del Germalo, inizialmente datata al Bronzo Finale, fase 3, si è rivelata, a un esame più accurato, del periodo orientalizzante. Escluso questo reperto, non sono note sulle cime dei montes e dei colles, a eccezione del Campidoglio, tracce sicure di abitato databili a un periodo anteriore all'inizio dell'Età del Ferro.

L'interpretazione di questi dati, in particolare della scomparsa dell'insediamento alle falde del Palatino, è tuttora oggetto di discussione: a una lettura di carattere climatológico (cambiamenti che segnarono la fine dei sistemi insediativi perilacustri nella nostra penisola) si oppone un'interpretazione basata sul mutamento della situazione demografica, sociale ed economica. Diventa rilevante, in questo contesto, il problema dell'interpretazione topografica delle due sepolture impiantate nell'area abitativa del Bronzo Recente: le tombe sono state messe in relazione con il Campidoglio, ma, per la presenza di materiale coevo nell'area del Palatino-Velia, è probabile riferirle agli abitanti del Palatium. È possibile che gli abitanti del Campidoglio, piuttosto che servirsi dello stesso sepolcreto, utilizzassero una propria necropoli sulla pendice del loro colle. Anche se mancano ai piedi del Campidoglio resti attribuibili a necropoli di questa fase, nella tradizione letteraria è riconoscibile la memoria di un originario sepolcreto capitolino: la localizzazione delle tombe di Oreste, Faustolo e Osto Ostilio o l'attestazione di toponimi come Busta Gallica tra il Comizio, l'area sacra a Saturno e la parte bassa del Clivo Capitolino, sono connesse al ricordo o addirittura alla scoperta, in età antica, di una necropoli protostorica.

Nel valutare le due ipotesi bisogna tener presente che il quadro archeologico risulta assai simile a quello di altri coevi insediamenti laziali, siti sempre caratterizzati da piccole concentrazioni di materiali riferibili a nuclei di abitazioni o di tombe, separati tra loro da poche centinaia di metri. L'esistenza di due differenti necropoli e la distribuzione, piuttosto rarefatta, delle presenze su uno stesso sito potrebbe indicare l'esistenza di comunità autonome e distinte fin dalla fase 3 dell'Età del Bronzo Finale piuttosto che di un solo abitato, ristrutturato al momento di passaggio tra le Età del Bronzo Recente e Finale.

Un indizio importante a favore dell'originaria presenza sul sito di R. di due comunità politicamente distinte in una fase precedente all'inaugurazione romulea, ci è offerto dalla distribuzione delle aedes publicae nelle regioni della città di epoca storica. È stato osservato come i culti pubblici dello stato romano siano tutti rappresentati da due santuarî, uno nell'area dei montes e l'altro nell'area dei colles, quasi a creare due sistemi funzionalmente autonomi. La loro data di origine e di sviluppo potrebbe oscillare tra la fase 3 del Bronzo Finale (tombe dell'Arco di Augusto) e la fase iniziale dell'Età del Ferro (fase Laziale IIA: sepolcreti distinti sotto il Palatino e sotto il Quirinale). La seconda fase della prima Età del Ferro (fase Laziale IIB) dovrebbe essere considerata, in ogni caso, un terminus ante quem per la creazione di tale dualismo, giacché in questo momento l'abitato sul sito di R. assume distinte caratteristiche protourbane. Un contributo fondamentale potrebbe venire dalla pubblicazione del deposito votivo di S. Maria della Vittoria sul Quirinale. Sulla base dei reperti ceramici più antichi è stato proposto di datare l'inizio del culto alla I fase Laziale, ipotesi respinta da chi ritiene i frammenti più antichi non pertinenti al deposito votivo e in giacitura secondaria. Indipendentemente dalla caratterizzazione votiva, una conferma della presenza sul Quirinale di materiale databile alla fase 3 del Bronzo Finale comproverebbe l'occupazione di una parte consistente della regione collina fin da età molto antica. Questo dato potrebbe giustificare l'ipotesi di un'originaria differenziazione politica nei confronti della comunità palatino-veliense. Tuttavia sembrerebbe indubbio che, in questa fase, l'organizzazione degli insediamenti nel territorio compreso tra Tevere e Aniene riveli l'apparire di alcuni centri maggiori che tendono ad attrarre i centri più piccoli nonché la prima evidente differenziazione tra le due sponde del Tevere coincidente, non a caso, con la prima manifestazione della c.d. facies archeologica di R.-Colli Albani. I nuovi siti tendono ad addensarsi attorno a quelle che saranno le future aree dei centri protourbani di R. e Gabii, ma nel Lazio è possibile cogliere lo stesso fenomeno anche per Tivoli e per i Colli Albani. Inoltre nel distretto compreso tra Tevere e Aniene vengono rioccupate le località abbandonate nella media Età del Bronzo e solo i centri principali sulla riva sinistra del Tevere - Ficana, R., Antemnae, Fidenae, Crustumerium - si pongono in diretta relazione con il fiume, a differenza di quanto avviene sulla riva opposta dove Veio, principale polo di addensamento nell'organizzazione del territorio, è situata a notevole distanza dalla riva.

Con l'inizio dell'Età del Ferro (IX sec. a.C.) la documentazione archeologica di R. mostra il primo evidente incremento. Nel primo quarto del secolo (fase Laziale IIA1) hanno inizio la necropoli tra la Regia e il Tempio di Antonino e Faustina (tombe a incinerazione GG, R, S, T, V, X; tombe a inumazione B, E, HH, II, KK, P, PP) e la necropoli del Foro di Augusto; la cima del Palatino è stabilmente occupata, come testimoniano i materiali raccolti presso il Tempio della Vittoria e quelli provenienti dall'area di S. Sebastiano. Le tombe del Foro di Augusto rivelano l'occupazione del Collis Latiaris, immediatamente soprastante, se non di tutto il Quirinale, come potrebbero indicare i reperti databili a questa fase antica della prima Età del Ferro rinvenuti a Piazza della Pilotta, nell'area del Ministero dell'Agricoltura e della Chiesa di S. Maria della Vittoria. Con l'aumento delle tracce archeologiche nell'area dei colles, viene generalmente riconosciuta la definitiva differenziazione politica tra un abitato montano (Palatino e Velia) e un abitato collino (Campidoglio e Quirinale). Con il secondo quarto del IX sec. a.C. (fase Laziale IIA2), mentre la necropoli del Foro continua a essere utilizzata (tombe a incinerazione), viene impiantata la necropoli sul fondo della valle tra Viminale ed Esquilino, segnata dall'attuale Via Giovanni Lanza; alla stessa fase è databile la tomba rinvenuta sotto la Casa di Livia. Dai corredi di queste tombe (attribuibili sia alla fase IIA1 sia alla IIA2) si rilevano alcuni cambiamenti nel rituale funerario e, probabilmente, nella strutttura della comunità: lentamente viene meno l'uso di miniaturizzare il corredo e l'incinerazione è progressivamente sostituita dall'inumazione. Il livello qualitativo e quantitativo dei corredi appare generalmente omogeneo, ma gli ornamenti personali non rappresentano certo una costante ed è addirittura possibile notare una piccola concentrazione di elementi diversi, tra cui una spiralina d'oro, in tombe di bambini.

Le cronologie calibrate con le serie dendrocronologiche dell'area svizzera ed egea farebbero datare l'inizio del Bronzo Medio al 1700 a.C. (invece che al 1600 a.C.) e quello del Bronzo Recente al 1365 a.C. (invece che al 1300), rialzando di circa un secolo l'estensione dell'abitato capitolino sulle rive della palude del Velabro. Il Bronzo Finale, fase 1, sarebbe compreso tra il 1200 e il 1150 a.C. con una variazione di cinquanta anni rispetto alle precedenti cronologie. Anche in questo caso però si tratterebbe di datare con precisione un avvenimento di grande importanza per la storia dell'insediamento. Il Bronzo Finale fase 3 (= fase Laziale I) dovrebbe datarsi tra il 1080 e il 1020 a.C. (invece che al 1000-900 a.C.) e la prima Età del Ferro (= fase Laziale IIA) tra il 1020 e il 950 (invece che al 900-850 a.C.) con la possibilità di un notevolissimo rialzamento della datazione relativa alla prima ipotizzabile distinzione tra montani e collini sul sito di Roma. Da questo momento, fino alla costruzione di una fortificazione attorno al Palatino nel terzo quarto dell'VIII sec. a.C., lo sviluppo dell'abitato nel sito di R. non conoscerà più soluzioni di continuità paragonabili alla riorganizzazione dell'insediamento tra Bronzo Recente e Bronzo Finale fase 1.

Le indicazioni sulla topografia di R. contenute nella letteratura antica formano un vasto corpus, assai ricco di informazioni, da cui si può attingere per una ricostruzione, sia pur parziale, della topografia della fase preurbana. Si possono attribuire a questo lontanissimo passato alcune informazioni contenute nelle fonti, grazie ai collegamenti stabiliti dagli autori antichi tra alcuni luoghi o monumenti e i personaggi che avevano agito nel sito di R. a partire da un'epoca anteriore alla guerra di Troia.

Secondo la tradizione, sul sito di R. regnò per primo Giano con la sua compagna Camese che aveva la sua arce sul Gianicolo, che infatti veniva anche chiamato Regio Camesene. L'insediamento si estendeva su tutte e due le rive del Tevere a comprendere il Campidoglio, altra rocca che Giano avrebbe in seguito ceduto a Saturno, giunto nel Lazio perché cacciato da suo figlio. La rocca di Giano aveva il nome di Antipolis, quella di Saturno si chiamava Saturnia. Durante il regno di Saturno R. sarebbe stata abitata da Siculi e questi verranno più tardi scacciati dagli Aborigeni e dai loro alleati Pelasgi. Gli Aborigeni che conquistarono il Palatino si sarebbero da allora in poi chiamati Sacrani mentre i Pelasgi fondarono sul Campidoglio i culti di Saturno e di Dis Pater. Secondo una versione alternativa i Sacrani avrebbero cacciato Liguri e Siculi dal Settimonzio.

Il primo re degli Aborigeni è Pico che avrebbe sposato Canes, una figlia di Giano, e, a differenza dei precedenti sovrani, non risiede più a R. ma sposta la sua reggia a Laurento. Successore o discendente di Pico è Fauno, il sovrano che accoglierà gli Arcadi di Evandro sul Palatino e il gruppo di genti del Peloponneso e della Troade condotto da Ercole a fondare una nuova arce sul Monte Saturnio. In questa stessa fase a R. risiede Caco, figlio di Vulcano e, secondo alcuni autori, servo di Evandro, essere mostruoso che verrà ucciso secondo gran parte della tradizione da Ercole.

La residenza di Caco viene localizzata sul Germalo, ai piedi dell'Aventino presso le Saline o nel Foro Boario. Che originariamente questo essere mostruoso, metà brigante metà pastore, fosse collegato al Germalo sembrerebbe più probabile data la presenza sul Palatino delle Scalae Caci, probabilmente del Sacello di Caca, sua sorella, e di un Atrium Caci ricordato dai Cataloghi Regionari tra i monumenti della Regione VIII (Forum Romanum). Ercole fonda a R. un luogo di culto a Iuppiter Inventor ai piedi dell'Aventino presso il luogo che sarà occupato dalla Porta Trigemina, mentre Evandro inaugura i culti di Ercole all'Ara Massima e di Pan Liceo - il corrispettivo greco di Fauno? - nella grotta del Lupercale ai piedi del Palatino, tra il Velabro e la Valle Murcia. Dopo Evandro non sono più ricordati sovrani o capi sul sito di R. fino all'arrivo di Romolo. A Fauno succede infatti Latino, generato secondo alcuni autori da Ercole, secondo altri dallo stesso Fauno, che resterà comunque a Laurento, come i suoi predecessori.

Volendo tentare di fissare nel tempo «storico» i racconti della tradizione ci si dovrebbe basare sulla cronologia della guerra di Troia, compresa per Eratostene tra gli anni 1193 e 1183 a.C. Si potrebbe fissare un terminus ante quem per i regni di Saturno e di Giano perché sappiamo che i Siculi, cacciati dagli Aborigeni, attraversarono lo stretto per passare in Sicilia ottanta anni prima (nel 1274 o 1273 a.C.) e che due generazioni prima (c.a 1250 a.C.) i Pelasgi furono decimati da una carestia. Sappiamo inoltre che Evandro arrivo a R. sessanta anni prima della guerra di Troia (nel 1244 o nel 1243) e che Ercole vi giunse pochi anni dopo. Infine Enea arriva nel Lazio e fonda Lavinio due anni dopo la distruzione di Ilio (1181 o il80) e lo accoglie Latino, re eponimo del nomen latinum. Gli antichi datavano questi avvenimenti tra i nostri Bronzo Medio e Bronzo Recente (cronologia storica tradizionale) o tra i nostri Bronzo Medio e Bronzo Finale, fase 1 (cronologia scientifica calibrata). Il dibattito della moderna critica sulla possibilità che i miti si siano sviluppati secondo un preciso schema temporale è assai complesso: basti qui ricordare la già segnalata incongruenza tra le due cronologie possibili per la formazione del nomen latinum. Infatti la tradizione letteraria fissa il regno di Latino nel XII sec. a.C. grazie al sincronismo con l'arrivo di Enea, mentre le prime manifestazioni della cultura tipicamente laziale, detta R.-Colli Albani (fase Laziale I), sono datate archeologicamente solo a partire dal X sec. a.C., o al massimo dall'XI, secondo le nuove cronologie calibrate.

Il paesaggio in cui queste figure agiscono è appena caratterizzato nella tradizione letteraria, in cui si individuano soltanto luoghi di culto, boschi - anch'essi per lo più sedi di divinità - e elementi naturali come corsi d'acqua, grotte, fonti o paludi. L'ara di Saturno e il culto di Dis Pater e Proserpina furono fondati dai Pelasgi sulla pendice orientale del Campidoglio; dei santuarî noti dalla tradizione come dedicati a Giano, primo sovrano del sito di R., i più antichi sono quello di Ianus Geminus tra la Via Sacra e l'Argileto, presso la fonte di acque calde chiamata Lautolae, sicuramente precedente alla fondazione romulea, e quello di Ianus Curiatius presso il Tigillo Sororio sulla Velia. I due luoghi sacri, posti ai limiti Ν e O dell'area in cui si concentrano i rinvenimenti relativi a questa fase, sembrano fissare in qualche modo i confini dell'abitato. Dei tre sovrani che regnarono sul Lazio dopo Giano e Saturno, troviamo a R. solo Fauno ma in diversi punti dell'abitato. Oltre che nella grotta del Lupercale e alla pendice palatina verso il Velabro un culto di Fauno era, se si accetta la sua identificazione con Silvano, sul Campidoglio, sulla pendice E dell'Aventino (presso il Santuario di Bona Dea sotto il Saxum Remorium) e nel Campo Marzio (presso il Tarentum). Un culto tributato a Evandro e a Carmenta, sua madre, era testimoniato da due are rispettivamente presso le porte Trigemina e Carmentale. Carmenta era venerata con gli epiteti di Postverta e Prorsa, ma è difficile stabilire se a questi corrispondessero differenti luoghi di culto.

Le più antiche sepolture ai piedi del Palatino si datano alla I fase Laziale e forse in questo periodo poteva già essersi formata la caratterizzazione infera della palude del Velabro. Ciò potrebbe far risalire all'età preurbana i culti ctoni presenti in quest'area: Angerona, la ninfa Tacita Muta/Acca Larentia/Larunda e sua sorella Giuturna, forse collegata a una sorgente. Un indizio per l'altissima antichità del finitimo culto di Aius Locutius potrebbe scorgersi nello stretto rapporto tra la capacità divinatoria di questo dio dei boschi e quella di Fauno, sovrano che accoglie a R. gli stranieri e dio silvestre per eccellenza. Possiamo infine considerare ancora interni all'abitato l'area sacra di Fontus, in Trastevere, e il Lucus Corniscarum, generalmente detto in Trastevere, ma da localizzare, per la presenza di due iscrizioni votive, sull'estrema pendice settentrionale del Gianicolo, subito a valle della Chiesa di S. Pietro in Montorio. Fontus era il figlio di Giano e il culto alle cornacchie del Lucus Corniscarum potrebbe essere collegato a Canens, altra figlia del mitico sovrano e moglie di Pico, scomparsa sulle rive del Tevere. Un Tempio di Fons è ricordato dai Cataloghi Regionari tra i monumenti della Regione IX, ma nulla di più si conosce al riguardo. Nelle immediate vicinanze dell'abitato si trovavano alcuni boschi, sacri a divinità quasi tutte femminili e legate al mondo vegetale o alle acque, che, dato il collegamento con manifestazioni della natura, potrebbero risalire alle prime fasi dell'insediamento. Alle Camene e a Egeria erano dedicati due luci ai piedi del Gianicolo, sul versante meridionale del colle. In questa stessa area un'altra ninfa, Furrina, era venerata presso una fonte e un lucus·. i santuarî di Furrina e di Fontus si trovavano ai limiti SO e Ν della Naumachia di Augusto. La presenza di culti così antichi collegati alle acque potrebbe far pensare che la Naumachia fosse stata costruita sul luogo di un antico stagno o palude, in seguito bonificata. Stimula, dea delle passioni violente a volte confusa dai Romani con Semele, era venerata in un lucus ai piedi dell'Aventino, le Albionae, dee legate alla fertilità dei campi, in un lucus sulla riva destra del Tevere e Feronia in un lucus del Campo Marzio. Sempre nel Campo Marzio si trovava probabilmente un altro antichissimo culto, presso uno degli immissari della Palus Caprae, collegato forse in età storica all'Aedicula Capraria e alla figura di Iuno Caprotina. A queste potremmo aggiungere la divinità, probabilmente maschile, a cui era tributato il culto, legato al faggio del Fagutale e al salice del Viminale, assimilati poi entrambi a Giove.

La tradizione ci ha conservato il ricordo di una antica federazione di trenta populi, detti Albenses, che si riunivano intorno al santuario federale del Monte Albano per celebrare il culto a Giove Laziare e per consumare un pasto comune di carne bovina. Le fonti letterarie attribuiscono a Latino la creazione del culto sul Monte Albano e indicano i partecipanti alla festa con etnici per lo più oscuri, senza mai utilizzare i nomi delle città storiche. Per questi motivi, a cui si potrebbe aggiungere il fatto che i più antichi reperti provenienti dal Santuario di Iuppiter Latiaris sono databili alla fase laziale I, la critica moderna che ritiene autentica la lista dei populi è concorde nel datare questa lega alla fase preurbana. Sembrerebbe invece più difficile riconoscere le località a cui fanno riferimento i nomi che compongono la lista e, in particolare, quali tra questi nomi possono aver rappresentato la comunità nel territorio di Roma.

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(P. Carafa)

3) l'età protourbana (seconda metà del sec. ix-prima metà dell'VIII a.C.): a) Caratteri generali. - A partire dalla metà del IX sec. a.C., la documentazione archeologica rivela una profonda trasformazione nell'organizzazione dell'insediamento. La distribuzione e la natura dei ritrovamenti indicano, assieme ai dati della tradizione, che quasi tutta la superficie interna all'area poi circoscritta dalle Mura Serviane è occupata da un unico abitato caratterizzato da un forte incremento demografico e da una forma di organizzazione politica più elaborata. In questa fase viene meno la centralità dei Colli Albani e l'asse di comunicazione tra le regioni a Ν e a S del Tevere si sposta lungo la linea costiera e attraversa R., ora al centro del flusso commerciale tra Etruria, Lazio e Campania.

Se la definizione di fase protourbana è oggi generalmente accettata, minore è l'accordo circa il suo significato nel quadro dell'evoluzione politica dei centri protostorici laziali. Secondo alcuni, i cambiamenti, evidenti a livello archeologico, indicano un salto definitivo verso una stratificazione sociale complessa, in cui sono già presenti tutti gli agenti in grado di creare la forma urbana. Altri, al contrario, accentuano le differenze tra questa e la fase successiva, piuttosto che tra questa e la precedente. Alla metà del IX sec. a.C. R., come altre comunità laziali, sarebbe caratterizzata da una stratificazione sociale ancora piuttosto elementare, rimasta tale fino all'emergere delle tensioni tra i principali gruppi familiari (decenni centrali dell'VIII sec. a.C.) che porteranno alla formazione di vere e proprie aristocrazie, a loro volta promotrici della forma urbana. Appare evidente che queste due ipotesi restano alternative una all'altra. Va pertanto ancora chiarito se la tradizione storiografica antica abbia conservato una serie verosimile di avvenimenti, almeno nel suo complesso e nella dinamica generale, o se abbia condensato in un solo momento, identificato con il regno del primo re e mitico fondatore della città, una serie di processi formativi che non sarebbe stata in grado di cogliere. J. Ch. Meyer (1983), p.es., propone di rialzare la nascita della città al secondo quarto del IX sec. a.C. basandosi principalmente sull'incremento demografico registrato all'inizio della fase Laziale IIB (che egli data in cronologia assoluta a partire dall'875 a.C.) e sull'affermarsi di un modello economico a base agraria. Questa ipotesi, rimasta fino a oggi del tutto isolata, ha il merito, nonostante i suoi aspetti problematici, di riportare l'attenzione sulle prime fasi dell'Età del Ferro le quali, come hanno dimostrato studi più recenti, lasciano intravedere i segni di una avvenuta trasformazione delle comunità laziali in senso protourbano.

b) Dalla seconda fase dell'Età del Ferro iniziale alla prima fase dell'Età del Ferro avanzata (fasi Laziale IIB1, IIB2 e IIIA, 850-750 a.C.). - Il passaggio tra la fase antica e quella più recente (fase Laziale IIB, in cronologia assoluta c.a 850-770 a.C.) della prima Età del Ferro è segnato dall'abbandono della necropoli del Foro e degli altri nuclei del IIA del Foro di Augusto e della cima del Palatino e dalla nascita di un nuovo sepolcreto nella valle tra Viminale e Esquilino, già in parte utilizzata come necropoli (dalla comunità dei montani?) nella fase precedente. Le quarantacinque tombe scoperte sull'Esquilino rappresentano una delle necropoli protostoriche labiali quantitativamente più rilevanti (fase IIB1: tombe 9, 11, 34, 37, 40, 55, 63, 78, 90; fase IIB2: tombe 1, 12, 17, 20, 22, 24, 26, 27, 28, 30, 31, 32, 36, 42, 49, 51, 56, 62, 65, 71; fase IIIA: tombe 3, 7, 10, 15, 18, 19, 21, 25, 33, 35, 39, 43, 45, 89, 94). Il rito prevalente è ora quello inumatorio e gli oggetti che compongono il corredo non vengono più miniaturizzati. Inoltre, a partire dalla fase Laziale IIIA, nei corredi funerarî fanno la loro comparsa, per la prima volta, armi di dimensioni standard e contenitori in argilla figulina. Sebbene la necropoli esquilina sia attualmente quella meglio conosciuta, altri due sepolcreti erano utilizzati a R. a partire dalla metà del IX sec. a.C.: uno sul Quirinale, già frequentato (dalla comunità collina?) dalla fase Laziale IIA2, e uno probabilmente nell'area dell'Anfiteatro Castrense, ma di cui sono noti attualmente soltanto materiali databili all'VIII sec. a.C. Da questo momento in poi nell'antica necropoli presso il Velabro verranno seppelliti soltanto bambini di età inferiore ai quattordici anni mentre le nuove necropoli, di cui non si conosce l'estensione originaria, si sviluppano lungo le strade dirette verso Gabii/Praeneste, verso il Reatino e verso Labici.

Oltre ai corredi delle tombe, materiale databile alle fasi Laziale IIB e IIIA è stato rinvenuto in varî punti: sulla cima del Palatino nell'area del Santuario della Magna Mater, sotto l'atrio e sotto la c.d. Aula Regia della Domus Augustana; sulla pendice settentrionale dello stesso colle, presso la Meta Sudans, di fronte alla Basilica di Massenzio e al di sotto della Regia; sul Campidoglio, presso il Tabularium e nell'area della Protomoteca; alla base del Quirinale, in Piazza della Pilotta. Frammenti sono presenti nelle stratigrafie del santuario arcaico presso la Chiesa di S. Omobono, del Comizio, del Foro Romano (presso il c.d. Equus Domitiani), dell'Arco di Augusto, delle abitazioni arcaiche presso il Tempio di Antonino e Faustina. Sono, questi, reperti residui all'interno di strati più recenti, ma per la prima volta in questa fase è possibile riconoscere anche resti di strutture. Fondi di capanne sono infatti documentati sul Germalo presso le Scalae Caci, nell'area della Regia e sulla pendice Ν del Palatino, associati, in quest'ultimo caso, a un forno per ceramica del tipo più semplice, con pianta circolare e privo di copertura. Nessuna struttura è ricostruibile con sufficiente sicurezza. In particolare per i resti nell'area della Regia si è incerti se si tratti di un numero imprecisato di capanne (circa undici come proposto dagli scavatori) o di un unico edificio di pianta rettangolare con partizioni interne. La distribuzione dei ritrovamenti indica che nella seconda metà del IX sec. a.C. su tutta la superficie inclusa nelle Mura Serviane, eccetto la parte più settentrionale del Quirinale, utilizzata per sepolture, erano presenti insediamenti. La densità dei ritrovamenti sconsiglierebbe di attribuire i diversi contesti ad abitati distinti, mentre è assai più probabile che sul sito di R. si debba riconoscere un unico centro abitato, della ragguardevole estensione di c.a 150 ha. Un problema a parte è rappresentato dall'Aventino, di cui nulla sappiamo per tutte le fasi più antiche fino all'età repubblicana, e dai colli, come la Velia e forse il Viminale, che non hanno restituito materiale attribuibile alla fase Laziale IIB o III, ma che erano sicuramente occupati nelle fasi precedenti. Sull'Aventino le indagini nell'area tra S. Prisca e S. Sabina non hanno restituito materiale databile all'Età del Ferro: la presenza di culti antichissimi, a Fauno o a Evandro, non può, di per sé, far escludere una collocazione ancora liminare rispetto al nucleo centrale dell'abitato. Diverso è il caso degli altri colli, per cui è difficile pensare a una momentanea esclusione dall'insediamento.

Anche per questa fase si presenta il problema di calibrare le cronologie assolute attualmente accettate. La fase Laziale IIB1 si daterebbe, secondo le serie dendrocronologiche, all'incirca tra il 950 e l'880 a.C. (invece di 850- 800 a.C.), mentre le fasi IIB2 e IIIA sarebbero comprese tra l’880 a.C. e l’820 a.C. (invece di 800-775 a.C., per la fase IIB2, e 775-750 a.C., per la fase IIIA). La fase IIIA vede l'apparire delle prime evidenti differenziazioni nella composizione dei corredi funerarî e l'importazione dalla Grecia di oggetti in argilla figulina.

Attribuire all'età protourbana luoghi o monumenti ricordati dalle fonti è più difficile di quanto non sia stato possibile fare per l'età precedente: la tradizione non ha conservato nomi di capi o di. sovrani che avrebbero agito a R. in questa fase e il paesaggio in cui si muovono Romolo e Remo prima dell'inaugurazione palatina è appena tratteggiato. Possiamo così riferire con una certa sicurezza all'abitato protourbano soltanto i luoghi di culto che abbiamo proposto di far risalire all'età preurbana, e che possiamo ritenere frequentati anche nelle età seguenti. L'età protourbana vede la nascita di un grado più complesso di organizzazione sociale con il superamento della originaria dualità politica tra le comunità montana e collina. Il nuovo sistema non è ancora quello di uno stato rappresentato da un'autorità politica centrale; nasce piuttosto una federazione di gruppi con un'attività politica comunitaria e comuni divinità, struttura cristallizzatasi nello spazio - come nel tempo e nelle istituzioni - della città storica, grazie a una serie di edifici e luoghi di culto noti, al momento, solo dalla tradizione letteraria.

Le gentes di R. erano suddivise in curiae, che si riunivano in assemblee. Tutto quello che sappiamo sull'ordinamento curiato (Varro, Ling. lat., V, 155 e VI, 46; Dion. Hal., II, 21-23 e 47, 4; Gell., XV, 27; Fest., 142 L) risale a epoche più tarde e la funzione di questi organismi, con la riforma serviana della metà del VI sec. a.C., venne definitivamente subordinata ad altre procedure politiche.

La discussione sull'origine e sul significato del termine curia, sul numero originario di queste e soprattutto sulla possibilità di datare questo tipo di organizzazione sociale, politica e religiosa ha ben pochi punti fermi. Il termine curia doveva in origine indicare un'associazione di uomini uniti da un legame più esteso di quello parentelare e a ciascuna curia doveva corrispondere un territorio. Sulla cronologia le opinioni sono discordanti. Si ritiene da più parti attendibile la tradizione antica che vedeva nelle curie una creazione romulea e, in alcune delle feste tipiche di questi organismi, una creazione numana, ma permangono forti indizî a favore di una maggiore antichità dell'istituzione: innanzitutto il dualismo, inspiegabile in età monarchica, tra la figura del Rex e quella del Curio Maximus, capo comune eletto dalle curie; poi l'incompatibilità con la carriera militare delle cariche dell'ordinamento curiato; la festa per eccellenza delle curie, i Fornacalia, non era organizzata dai pontefici e nell'occasione si ricordava la torrefazione del farro, cereale sostituito da specie più resistenti già nel corso dell'Età del Ferro. Poiché almeno una delle curie di cui resta il ricordo si trovava nella regione collina, si presume che l'ordinamento curiato avesse riunito in un'unica comunità politica tutto l'abitato, evento datato, su base archeologica, a partire dalla fase Laziale IIB. Sembra pertanto che nella seconda metà del IX sec. a.C. la comunità di R. fosse suddivisa in curie. A livello topografico l'area dell'abitato protourbano di R. sarebbe stata composta da un numero di distretti corrispondenti al territorio di ciascuna curia. Secondo la tradizione le curie erano trenta, ma è evidente che tale numero sia connesso a un sistema decimale attribuito a Romolo e legato alla originaria divisione del popolo in tre tribù. In età protourbana il numero delle curie doveva essere inferiore, come suggerisce il rapporto tra l'ordinamento curiato e la festa degli Argei che aveva luogo due volte l'anno. Gli antichi stessi non riuscivano più a spiegarsi il vero significato di queste cerimonie che si svolgevano rispettivamente il 16-17 marzo e il 15 maggio.

Il legame tra gli Argei e le curie è stato più volte sostenuto, anche recentemente, soprattutto per la possibilità di far risalire questa festa, come l'ordinamento curiato, a un'epoca più antica della costituzione della monarchia romulea. A favore dell'antichità degli Argei sta il fatto che le due feste non sono annotate nei calendari. Un rapporto tra curie e Argei sarebbe suggerito per due altri motivi: chi non apparteneva a una qualche curia era escluso sia dai Fornacalia sia dai riti degli Argei di maggio; tanto i sacrifici pro curiis quanto quelli pro sacellis erano annoverati tra i sacra publica dello Stato romano, ma di un genere diverso da quelli pro populo. Se si accetta la correlazione, per l'abitato protourbano di R. si potrebbe ipotizzare l'esistenza di ventisette distretti territoriali, quanti si ritiene fossero i sacraria visitati nella processione di marzo. La processione partiva dal Celio, nella Regione I, e toccava poi tutte le altre tre. Una preziosa indicazione si sarebbe conservata in un brano di Festo (142 L), dove il sacrario della Velia è ricordato come il ventiseiesimo della serie. La processione poteva quindi concludersi o sulla Velia stessa o nei dintorni del Foro. Naturalmente non tutti i sacelli sono localizzabili con esattezza, ma quelli identificabili ci consentono di disegnare l'estensione del territorio interessato dalla i processione, ancorché le proposte di localizzazione siano diverse.

Il primo dato che possiamo rilevare, nonostante tali differenze, è che la processione attraversava sia la zona montana sia quella collinare, ma non toccava le pianure lungo il Tevere e l'Aventino, forse considerate aree ancora limitrofe all'abitato, e il Quirinale (già diventato proto-arce dell'insediamento?). In ultima analisi, le varie ipotesi differiscono solo nella eventualità che alcuni sacrari si trovassero all'esterno dell'area delle Mura Serviane o all'interno delle necropoli che segnavano il limite dell'abitato tra il IX e la prima metà dell'VIII sec. a.C. Non esistendo indizî decisivi a favore di nessuna di esse, si può solo affermare che, se si accetta la possibilità che la festa degli Argei rifletta uno stadio così antico dell'organizzazione topografica di R., una meno dilatata disposizione dei sacrari non contrasterebbe con la distribuzione generale dei rinvenimenti archeologici databili alle fasi Laziale IIB e IIIA.

Come nel caso degli Argei, esistevano per gli antiquari romani diverse interpretazioni anche per il Septimontium, cerimonia riferibile allo stadio non ancora urbano della città. Un filone della tradizione, probabilmente il più antico e il più autorevole, forse derivato addirittura da una fonte pontificale, considerava il Septimontium una festa religiosa, in particolare la festa degli abitanti dei montes (Palatino, Velia, Fagutale, Subura, Germalo, Oppio, Celio, Cispio). È probabile che solo sul Palatino e sulla Velia si compisse un particolare sacrificio, a sottolineare la loro preminenza sugli altri. A questa festa gli antichi attribuivano un carattere sinecistico: l'informazione viene generalmente sottovalutata, ma sarebbe molto importante esaminare più attentamente tale possibilità, soprattutto perché il Septimontium era considerato anche un toponimo. Per una parte della tradizione Septimontium, come indicherebbe l'etimologia, era il nome delle sette alture incluse nelle Mura Serviane prima che si affermasse il nome di Roma. L'evidente differenza è stata fino a oggi risolta ritenendo tutte le relazioni del Septimontium con lo sviluppo topografico di R. stabilite dagli autori antichi una versione normalizzatrice e più tarda di un'originaria tradizione pontificale che conservava il ricordo di una antichissima festa.

Comunque si voglia considerare il Septimontium, resta indubitabile il suo rapporto, esplicitamente affermato dalle fonti, con un'altra festa, anch'essa non annoverata nei sacra pro populo e non inserita nel calendario: i Paganalia, ossia la festa dei pagi, una particolare realtà topografica che potremmo riferire all'abitato protourbano di R., se tutte le relazioni ipotizzate si rivelassero fondate. Le notizie relative a questa organizzazione territoriale e ai riti connessi sono assai scarse: secondo la tradizione, i pagi, distretti rurali che controllavano e curavano propri agri, sarebbero stati creati da Servio Tullio e non inseriti nelle sue quattro tribù urbane. La data sembrerebbe però male accordarsi con l'esclusione della festa dal calendario della città. Esiste tuttavia nelle fonti anche il ricordo di un'origine numana dei pagi. Questa indicazione potrebbe valutarsi come un'errata interpretazione di un intervento serviano volto a modificare una delle più antiche strutture territoriali e sociali della comunità, in occasione della riforma dell'ordinamento curiato. A questo proposito, la notizia di Varrone conservata da Dionigi di Alicarnasso (II, 47, 4) e Plutarco (Rom., 20, 3), che Romolo avrebbe chiamato alcune curiae con il nome di altrettanti pagi, potrebbe rappresentare un'indicazione preziosa ai fini della «cronologia relativa» tra questi ultimi e le curie romulee. I pagi erano in tutto ventisei ma noi ne conosciamo soltanto sette. Dall'età di Augusto, con l'avvenuta riorganizzazione dello spazio urbano, i pagi non lasciarono più traccia, così come la loro antica festa.

Trattandosi di circoscrizioni rurali, i pagi sono stati sempre ritenuti qualcosa di opposto alla città ed è stata più volte sottolineata la particolare caratteristica della struttura topografica e amministrativa di R. che ha conservato per lungo tempo al suo interno elementi rurali ed elementi urbani. Si è accennato alla possibilità che la tradizione abbia conservato un quadro semplificato riguardo all'origine dei pagi, ma il problema deve considerarsi ancora irrisolto. A conferma dell'alta antichità dell'organizzazione paganica, viene generalmente accettata dalla critica una linea di sviluppo del sistema territoriale di R. che ha nei pagi la sua origine e culmina nella costituzione delle tribù territoriali, vale a dire con l'inaugurazione della città. A parte il riconoscimento di un generico legame tra il sistema curiato e questa organizzazione territoriale, forse già connessa con le nascenti entità gentilizie, non è stato finora possibile formulare ipotesi o teorie più particolareggiate: sulla base dei dati attualmente disponibili i pagi non dovrebbero aver oltrepassato il limite delle Mura Serviane.

Resta da ricordare l'ultima festa di R., attribuita, anche se non unanimemente, a un'età precedente alla formazione urbana. Alle Idi di ottobre si svolgeva una corsa di bighe nel Campo Marzio. Il cavallo aggiogato a destra della biga vincitrice veniva sacrificato a Marte e la sua coda (o più probabilmente il fallo) doveva essere portata (o portato) all'interno della Regia per far cadere le ultime gocce di sangue sul focolare di Marte. La testa del cavallo era invece oggetto di una non levis contentio tra gli abitanti di due «rioni»: i Sacravienses (gli abitanti dell'estrema pendice palatina compresa tra la valle del Foro e la pendice della Velia) e i Suburanenses (gli abitanti della Subura). Nel caso di vittoria dei primi, la testa del cavallo sarebbe stata affissa su una parete della Regia, se avessero vinto invece i secondi, la testa sarebbe stata affissa alla non altrimenti nota e non precisamente localizzabile Turris Mamilia. Nonostante i numerosi elementi che ricollegano questa festa all'ambito urbano - il Campo Marzio, la Regia - la forte caratterizzazione rionale farebbe pensare, per la sua origine, a una cronologia più alta.

BIBL.: Caratteri generali: M. Torelli, Roma arcaica. Archeologia e storia, in Roma arcaica e le recenti scoperte archeologiche. Giornata di studio in onore di U. Coli, Firenze 1979, Milano 1980, pp. 1-17; A. Guidi, Sulle prime fasi dell'urbanizzazione nel Lazio protostorico, in Opus, I, 1982, pp. 279-288 (si vedano inoltre gli interventi di F. Coarelli e altri, pp. 431-456); J. Ch. Meyer, Pre-Republican Rome. An Analysis of the Cultural and Chronological Relations 1000-500 B.C. (AnalRom, Suppl. XI), Odense 1983. - Quadro archeologico: AA.VV., Roma, in Civiltà del Lazio primitivo (cat.), Roma 1976, pp. 99-146; A. M. Bietti Sestieri, La formazione della città nel Lazio. Periodo IIB, in DArch, n.s., Il, 1980, I, pp. 79-92; A. Bedini, F. Cordano, Periodo III, ibid., pp. 97- 124; A.M. Bietti Sestieri, Roma e il Lazio antico nell'8° sec. a.C., in Roma e il Lazio dall'età della pietra alla formazione della città, Roma 1985, pp. 177- 194; G. Colonna, La produzione artigianale, in Storia di Roma, I, Torino 1988, pp. 296-303; id., I Latini e gli altri popoli del Lazio, in G. Pugliese Carratelli (ed.), Italia. Omnium terrarum alumna, Milano 1989, pp. 448-467; M. Bettelli, Le evidenze protostoriche, in MemAccLinc, s. IX, I, 4, 1990-91, pp. 97-100; id., La cronologia della prima età del ferro laziale attraverso i dati delle sepolture, in BSR, in corso di stampa; id., in A. Carandini (ed.), La valle fra il Palatium e la Velia, I, in BA, in corso di stampa. - Tradizione letteraria: R. E. A. Palmer, The Archaic Community of the Romans, Cambridge 1970, pp. 84-97; J. P. Poe, The Septimontium and the Subura, in TransactAmPhilAss, CVIII, 19785 pp. 147-154; E. Gjerstad, Innenpolitische und militärische Organisation in frührömischer Zeit, in ANRW, I, I, 1982, pp. 147-153; F. Coarelli, Il Foro Romano. I. Periodo arcaico, Roma 1983, pp. 72-77; C. Ampolo, La nascita della città, in Storia di Roma, I, cit., pp. 165-169; L. Capogrossi Colognesi, La città e la sua terra, ibid., pp. 275-278; D. Sabbatucci, Il calendario romano, Roma 1988, pp. 329-331; A. Carandini, Il Palatino e il suo sistema di Montes, in M. Cristofani (ed.), La Grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, p. 79 s.; L. Cordischi, L'area sacra (il IV santuario degli Argei sull'Oppio?), in BA, 1-2, 1990, pp. 181-183; A. Fraschetti, Roma e il principe, Roma-Bari 1990, pp. 134-180; Ν. Terrenato, Velia and Carinae. Some Observations on an Area of Archaic Rome, in E. Herring, R. Whitehouse, J. Wilkins (ed.), New Developments in Italian Archaeology. Papers of the Fourth Conference of Italian Archaeology, 3-4, II, Londra 1992, pp. 31-47; L. Richardson jr., A New Topographical Dictionary of Ancient Rome, Baltimora 1992, pp. 105 s., 249 s.; J. Aronen, in LTUR, I, 1993, p. 329 s., s.v. Curia Acculeia; F. Coarelli, ibid., pp. 120-125, s.v. Argeia Sacra·, id., ibid., p. 330 s., s.v. Curia Calabra; M. Torelli, ibid., p. 336 s., s.v. Curiae Novae·, id., ibid., p. 337, s.v. Curiae Veteres; P. Carafa, Il Tempio di Quirino. Considerazioni sulla topografia arcaica del Quirinale, in ArchCl, XLV, 1993, pp. 119-143; F. Coarelli, Topografia del Ianiculum, in Ianiculum-Gianicolo. Storia, topografia, monumenti e leggende del Gianicolo dall'antichità fino al Rinascimento. Atti del Seminario di Studio, in corso di stampa.

(P. Carafa)

III) L'età regia e alto-repubblicana.

1) la nascita della città. la prima età regia (seconda metà VIII-fine VII sec. a.C.): a) Caratteri generali. - La tradizione letteraria riconosce unanimemente una cesura nello sviluppo dell'insediamento a R.: la fondazione della città a opera di Romolo e la creazione di una monarchia. Alla fondazione si accompagna la sistemazione di un territorio da essa controllato. La cronologia più accreditata per questo avvenimento è la metà dell'VIII sec. a.C. Una delle maggiori conquiste nello studio della topografia di R. è stata il recupero, in anni recenti, del valore della tradizione. Parallelamente, la seconda metà dell'VIII sec. a.C. si è arricchita di una serie di dati (nuovi o frutto di revisioni e controlli), che consentono di verificare su base archeologica la consistenza dell'abitato negli anni in cui la tradizione ha fissato l'età romulea. La tradizione storiografica circa la primissima età monarchica - e quella romulea in particolare - è da taluni considerata frutto di un'elaborazione più tarda, che ha riassunto una serie di processi evolutivi, troppo complessi per essere colti dagli autori antichi, ma la soluzione di continuità verificabile intorno al 750 a.C. nello sviluppo del centro di R. è talmente evidente da non permettere di trattare unitariamente il periodo che, stando alle cronologie tradizionali, va dalla metà del IX alla fine dell'VIII sec. a.C. Questa ricostruzione non è sostenuta solo da dati archeologici. Basti pensare, p. es., alla struttura del calendario romano: si è osservato che l'organizzazione del tempo nello stato cittadino non volle includere le feste tipiche dell'ordinamento pre-cittadino, e che rimase sostanzialmente quella dell'originario calendario di dieci mesi, attribuito concordemente a Romolo dalla tradizione. Lo dimostra il fatto che settembre e novembre, mesi aggiunti in seguito (probabilmente già nell'età dei Tarquinî), restarono quasi del tutto privi di festività. Ciò sembrerebbe inconcepibile, a meno di non riconoscere che il calendario romuleo fosse considerato l'atto costitutivo e immutabile di un tempo nuovo, il tempo della neonata città.

Per «prima età regia» si intende il periodo compreso nei regni dei primi quattro re - Romolo, Numa Pompilo, Tullo Ostilio, Anco Marcio - posti dalla tradizione tra il 753 e il 615 a.C. Questo periodo corrisponde grosso modo alle fasi Laziale HIB, IVA e, in parte IVB. Secondo la cronologia tradizionale queste fasi sono datate rispettivamente: fase HIB, c.a 750-730/720 a. C.; fase IVA, c.a 730/720-630 a.C.; fase IVB, c.a 630-590 a.C. Secondo le nuove cronologie calibrate anche queste datazioni subirebbero alcune variazioni, che tendono però progressivamente ad annullarsi nel corso dell'VIII sec. a.C. La fase HIB sarebbe compresa tra 820 e 750 a.C., la fase IVA c.a tra 750 e 625 a.C.

La nascita della città comporta necessariamente la definizione di un territorio da essa controllato. La tradizione ancora una volta ci ha conservato il ricordo di un'antichissima delimitazione che formava un anello intorno alla città e attraversava tutte le strade che ne uscivano tra il IV e il VI miglio dalle Mura Serviane. Questo confine era segnato da santuarî o luoghi di culto e veniva percorso una volta ogni anno da una processione durante la festa di maggio chiamata Ambarvalia. La gran parte degli studiosi accetta ormai la tradizione che attribuisce a Romolo l'organizzazione di un ager che potrebbe identificarsi con la parte di territorio finitimo a R., racchiusa da questo circuito. A Romolo inoltre non era soltanto attribuita la conquista di una parte del territorio di Veio sulla riva destra del Tevere (i c.d. Septempagi), ma anche la fondazione di colonie e la conquista di città, in gran parte situate oltre i limiti di questo ager: Cenina (Castel Giubileo o La Rustica), Antemnae, Fidenae, Crustumerium, Cameria (presso Fidenae), Medullia (La Rustica).

All'interno dell'agro così definito esistevano anche ulteriori suddivisioni, che delimitavano una parte di territorio intermedio tra l’urbs vera e propria e il suo ager. Recentemente, infatti, è stata riconsiderata l'esistenza di una serie di santuarî situati alla distanza di un miglio dalle porte della cinta serviana, su quasi tutte le strade che escono da Roma. Si tratta di luoghi di culto databili a epoca certamente arcaica, ma che in alcuni casi potrebbero farsi risalire fino alla prima età regia. Resterebbero «prive» di questi santuarî le vie Nomentana e Aurelia, anche se il vuoto potrebbe essere in parte colmato riconsiderando la scoperta del c.d. Efebo Sciarra, rinvenuto lungo l’Aurelia presso Porta S. Pancrazio, che potrebbe essere interpretato come una statua di culto. Questo limite, coincidente con l'estensione dei poteri dei magistrati curuli e con l'area degli auspicia urbana, segnava forse l'area del territorio non solo pertinente alla città, ma direttamente controllato dalle sue autorità. È significativa la parziale coincidenza tra questi santuarî e alcune porte delle Mura Aureliane (sulle vie Appia, Latina, Labicana, Flaminia e Aurelia), che potrebbero aver seguito non solo un linea daziaria di poco più antica, ma forse questo originario limite.

BIBL.: Caratteri generali: G. Bartoloni, M. Cataldi Dini, La formazione della città nel Lazio. Periodo IV A, in DArch, n.s., II, i, 1980, pp. 125-164 (si veda anche la discussione pp. 193-226); A. M. Bietti Sestieri, Roma e il Lazio antico tra la fine dell'8° e gli inizî del 6° sec. a.C.: il periodo orientalizzante, in Roma e il Lazio dall'età della pietra alla formazione della città, Roma 1985, pp. 195- 224; G. Colonna, La produzione artigianale, in Storia dì Roma, I, Torino 1988, pp. 303-311; id., I Latini e gli altri popoli del Lazio, in G. Pugliese Carratelli (ed.), Italia. Omnium terrarum alumna, Milano 1989, pp. 467-490; G. Bartoloni, I depositi votivi di Roma arcaica: alcune considerazioni, in SciAnt, III-IV, 1989-1990, pp. 747-759; A. Grandazzi, La fondation de Rome. Réflexion sur l'histoire, Parigi 1991; M. Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, Roma 1993, pp. 174-195; P. Carafa, Produzione di ceramica di impasto a Roma dalla fine dell'VIII alla fine del VI secolo a.C., Roma 1995; A. Carandini, Le mura del Palatino, nuova fonte sulla Roma di età regia, in BA, 17, 1995, PP· A. Magdelain, De la royauté et du droit, de Romulus à Sabinus, Roma 1995; P. Carafa, La «Grande Roma dei Tarquinî» e la città romuleo-numana, in Bull- Com, XCVI, 1994, in corso di stampa. - Il territorio della città: G. Bartoloni, I Latini e il Tevere, in S. Quilici Gigli (ed.), Il Tevere e le altre vie d'acqua del Lazio antico (QuadAEI, 12), Roma 1986, pp. 98-107; G. Colonna, Acqua Acetosa Laurentina. L'Ager Romanus Antiquus e i santuarîdel I miglio, in SciAnt, V, 1991, pp. 209-232; P. Carafa, La “Grande Roma dei Tarquinî”, cit., in corso di stampa.

(P. Carafa)

B) Complessi monumentali: a) Campidoglio. - Fin dal momento della fondazione, la città di Romolo aveva la sua arce, religiosa e militare, sul Campidoglio. Tra i colles il Campidoglio è quello per cui disponiamo della documentazione più abbondante, sia archeologica sia letteraria. Alle sue pendici si trovavano culti antichissimi, inaugurati addirittura nell'età preurbana. Per gli autori antichi il colle era originariamente anche munito di una propria fortificazione, pure se non ne viene fissata in alcun modo la cronologia: è fatta menzione di una porta che non doveva mai essere chiusa, detta Saturnia e poi Pandana, e di un murus, da considerare di fortificazione. Questa tradizione viene generalmente ritenuta priva di fondamento e la Porta Pandana è stata riferita al circuito serviano, ma il nome Saturnia, il richiamo delle fonti a Romolo e Tito Tazio e il tabù collegato alla porta potrebbero indicare, per questa, una maggiore antichità. Un confronto potrebbe segnalarsi sulla Velia dove, in base a ricordi conservati dall'antiquaria, è stata ipotizzata una fortificazione indipendente da quella Palatina. La porta viene generalmente localizzata sulla pendice orientale del colle e da questo lato gli accessi alla cima, escludendo il Clivo Capitolino, sono solo due: i Centum Gradus presso il Tempio di Fides e le Scalae Gemoniae, presso il Carcer. La porta andrebbe collegata a uno di questi accessi e poiché viene confusa da Dionigi (X, 14) con la Porta Carmentale è più probabile che si trovasse all'estremità meridionale del colle. Una seconda porta è ricordata presso il Clivo Capitolino: si chiamava Stercoraria perché attraverso di essa passavano le Vestali per andare a gettare nel Tevere i purgamina di Vesta e si apriva su un angiportus. È difficile non riconoscere in essa il ricordo di un antico limite tra l'esterno e l'interno dell'abitato.

La sommità del colle era suddivisa nelle due cime del Capitolium e dell'Arx dalla valle detta inter duos lucos, dove Romolo stabilì l’Asylum per i fuggiaschi che avessero voluto diventare cittadini romani. Sui due pianori sono ricordati per questa fase solo luoghi di culto e tutti collegati ai primi due re. Il più importante doveva essere certamente quello di Giove Feretrio, a cui Romolo votò le spoglie del suo primo trionfo sul re di Cenina. Questo luogo di culto è definito templum dalle fonti e fu costruito per ospitare le spoglie offerte. Dovremmo quindi immaginare una piccola struttura simile, p.es., alla grande capanna di Satrico, probabilmente con un piccolo àdyton interno riservato alla conservazione delle spoglie, e non soltanto un semplice altare. A proposito di questo antichissimo luogo di culto va riconsiderata anche la documentazione relativa al santuario collegato alla stipe capitolina della Protomoteca, scoperta negli anni '20. Le offerte erano contenute in una fossa rivestita da lastre di cappellaccio a cui in seguito (probabilmente fine VI o inizî V sec. a.C.) venne sovrapposta una struttura in opera quadrata di cappellaccio. Le obiezioni opposte alle connessioni con il santuario romuleo di Giove Feretrio non sembrerebbero aver sminuito la validità dell'ipotesi. La questione verte sul fatto che tutti i luoghi di culto posti nell'area del Tempio di Giove Ottimo Massimo furono rimossi per la sua costruzione, mentre il Tempio di Giove Feretrio è ricordato fino al regno di Augusto che lo restaurò. La stipe non si trovava però nell'area Capitolina e non può quindi riferirsi a uno dei santuarî rimossi. Questa lettura acquista interesse con la individuazione, tra gli oggetti del deposito, di materiali databili alla metà dell'VIII sec. a.C., momento in cui la tradizione pone l'inizio della centralità cultuale del Campidoglio rispetto agli altri colli.

Dei culti che occupavano l’Area Capitolina prima della costruzione del Tempio di Giove Ottimo Massimo conosciamo soltanto quelli di Iuventas e Terminus, conservati rispettivamente nelle celle del tempio dedicate a Minerva e a Giove. La connessione con Giove sottolinea l'importanza del culto di Terminus e la sua supremazia su tutti quelli situati nella stessa area, anche se rimangono poco chiari i motivi per cui il dio dei confini fosse venerato sulla rocca della città. Il dio era rappresentato da una pietra, un «termine» appunto, in corrispondenza della quale si dovette lasciare un'apertura nel tetto della cella. Ancora sul Capitolium si trovavano il Sacrario di Fides, dedicato da Numa, e un luogo di culto a Felicitas. Del primo possiamo ragionevolmente supporre che fosse posto in cima ai Centum Gradus, nel luogo in cui nel III sec. a.C. verrà dedicato un tempio alla stessa divinità. Del secondo invece nulla sappiamo, se non che era inserito nel feriale arcaico - e quindi tra le feste della prima città - il giorno 9 di ottobre.

Un filone della tradizione localizzava sul Campidoglio una Casa Romuli. Il monumento era ben noto agli antichi se veniva menzionato nei diplomi militari di honesta missio affissi nei pressi e ricordato fino al V sec. d.C. La dimora capitolina del primo re era vicinissima al Tempio di Giove Ottimo Massimo e prossima alla Curia Calabra: per questa ragione è stata recentemente localizzata presso il Tempio della Fides. Anche questa tradizione è stata ritenuta creazione tardiva o interpretazione erudita di una struttura arcaica la cui reale funzione non era più compresa. Ma Romolo, in quanto re, assumeva anche le funzioni pontificali e a ciò potrebbe collegarsi la presenza di una sua residenza sul colle che ospitava il culto poliade.

Sull'Arx troviamo in questa fase soltanto l’Auguraculum, un'area aperta, inaugurata (templum), da cui un augure realizza una spectio del territorio circostante e prende gli auspici per Numa, prima di proclamarlo secondo re di Roma. Nulla sappiamo del templum, verosimilmente uno spazio aperto limitato da alberi, ma la sua localizzazione nell'area dei giardini dell'Ara Coeli è ormai accertata tra il Portico del Vignola e la pendice verso il Foro. Sull'Arx: la tradizione annalistica poneva una casa di Tullo Ostilio, ma la coincidenza tra questa e la casa di M. Manlio Capitolino ha fatto pensare che la tradizione sia nata, come per Valerio Publicola, a dimostrazione della pericolosità della sua adfectatio regni.

La città aveva sul Campidoglio anche il suo centro politico, oltre che religioso. Come mostrano recenti ricerche i più antichi pavimenti nell'area del Comizio, dove gli strati più profondi si datano alla seconda metà dell'VIII e alla prima metà del VII sec. a.C., risalirebbero alla prima età monarchica. Alla luce di questa nuova cronologia è forse possibile rivalutare gli episodi relativi ai predecessori di Tullo Ostilio, considerato «fondatore» del Comizio, che sembrano presupporre in questo luogo la presenza di un'area dedicata a Vulcano-Quirino, funzionale alle riunioni del popolo e alla soluzione di controversie tra privati. È possibile che, prima della costruzione della Curia, altra opera attribuita a Tullo Ostilio, non solo le assemblee curiate, ma forse anche quelle dei patres si svolgessero in questa area.

L'originario luogo di riunione doveva comunque avere occupato l'area boscosa presso la sorgente del Tullianum che ci viene descritta dalle fonti con la storia di Tarpea, la cui tomba era in cima alla rupe dominante questo versante del colle. Qui si distaccava un piccolo poggio proteso con pareti piuttosto ripide verso la valle del Foro. Tra questo e la parete del colle correva la piccola valle, forse fin da quest'epoca percorsa da una strada, occupata poi dal Clivus Argentarius. Il primo Comizio doveva essere un'area non monumentalizzata e in qualche modo recinta, che sfruttava la naturale conformazione della pendice come tribuna e auditorio. Sul limite meridionale dell'area era stato scavato un bacino circolare. Secondo un'interpretazione si tratterebbe del letto di un corso d'acqua che scendeva dal Campidoglio verso la valle del Foro, ma la forma assai regolare del bacino e tracce di interventi sicuramente non naturali rendono problematico accettare questa ipotesi; mancano soddisfacenti proposte circa la funzione del bacino che sarebbe suggestivo collegare con le vasche attestate in età storica nei templi di Vulcano. Un noto passo di Festo (274 L), in cui si è voluto vedere la prova dell'esistenza di sacrifici animali sostitutivi di sacrifici umani, ci informa che a Vulcano si offrivano piccoli pesci. Più tardi questo settore della pendice capitolina venne modificato e reso più adatto ad accogliere le assemblee comuni: una parte rilevante della pendice argillosa dell'altura che sovrastava il Comizio venne scavata in modo da realizzare una vasta depressione dal contorno trapezoidale, assai simile alla Pnice di Atene, in cui raccogliere i comizî. La cronologia di questo importante intervento è fissata dalla prima pavimentazione allestita all'interno di questa depressione e datata c.a alla metà del VII sec. a.C.

I culti di Hora Quirini e di Vulcano erano collegati al Comizio, dove si ricordavano anche le mitiche tombe di Oreste, Osto Ostilio e Faustolo. La connessione di recente proposta della stipe rinvenuta all'inizio del secolo presso il Lapis Niger con il Volcanal, santuario di Vulcano votato da Tito Tazio, viene generalmente accettata, ma bisogna ricordare che i reperti più antichi sono databili non al secondo quarto del VI sec. a.C., bensì nel corso del secolo precedente. Nonostante la caratterizzazione bellica di Vulcano, è forse possibile collegare il Comizio anche con uno specifico culto di Marte. Sappiamo infatti che in due occasioni i Salii erano presenti in questo luogo: durante il sacrificio che precedeva il Regifugium del 24 febbraio e il 19 marzo in occasione del Quinquatrus. Il dio della guerra, nella funzione di protettore armato della comunità e del suo territorio, almeno dalla fine dell'VIII sec. a.C. (istituzione del collegio dei Salii), potrebbe essere così presente nel cuore religioso e politico della città.

Secondo la tradizione antiquaria, prima di inaugurare il Palatino, Romolo fondò, presso il Comizio, il Mundus, descritto come una fossa in cui furono gettate le primizie dei raccolti e alcune zolle di terra, che segnerebbe in qualche modo il centro dell'insediamento. Si tende oggi a riconoscere in questo luogo un centro cultuale di carattere ctonio collegato alle figure di Saturno, Dite e Proserpina venerate nelle vicinanze. La sua posizione sarebbe indicata dal monòpteros tardo-repubblicano presso il fornice meridionale dell'Arco di Settimio Severo.

Secondo la tradizione annalistica sulla stessa pendice del Comizio, Anco Marcio costruì il Carcer e Tullo Ostilio edificò la prima Curia, situandola sulla piccola altura che sovrastava il luogo delle assemblee. Alla base del Clivo Capitolino restavano gli antichissimi culti di Dis Pater, Proserpina e Saturno a cui Tito Tazio dedicò un'ara (Ara Saturni) recentemente identificata con l'altare, in parte costruito in blocchi di tufo, in parte scolpito direttamente nella pendice rocciosa del colle, tradizionalmente interpretato come Volcanal. Allo stesso culto di Saturno è stato riferito anche un deposito votivo rinvenuto presso le fondamenta del Tempio della Concordia. Si potrebbe tuttavia proporre una diversa identificazione per il santuario connesso alla stipe poiché è forse possibile far risalire a età regia anche il culto di Concordia. Concordia è infatti presente nel feriale arcaico (22 luglio) e la sua inclusione nel primo calendario «cittadino» potrebbe provare la sua antichità. Proprio nel Comizio avvenne la riconciliazione tra Romolo e Tito Tazio (Plut., Rom., 19, 10) e, data l'importanza degli accordi presi e le conseguenze di questa pace (l'urbs geminata romano-sabina), si potrebbe supporre una conservazione anche a livello religioso della memoria dell'evento.

BIBL.: F. Cassola, Livio, il tempio di Giove Feretrio e l'inaccessibilità dei santuarî di Roma, in Rivista Storica Italiana, LXXXII, 1970, pp. 5-31; F. Coarelli, Il Foro Romano. I. Periodo arcaico, Roma 1983, pp. 199-226; Β. Weiden Boyde, Tarpeia's Tomb: a Note on Propertius 4.4, in AJPh, CV, 1984, p. 85 s.; A. Balland, La Casa Romuli au Palatin et au Capitole, in REL, LXII, 1985, ΡΡ- 57-80; C. Ampolo, M. Manfredini (ed.), Plutarco. Le vite di Teseo e dì Romolo, Vicenza 1988, pp. 298-300; P. Pensabene, Casa Romuli sul Palatino, in RendPontAcc, LXIII, 1989-90/1990-91, p. 157 s.; M. Albertoni, Materiale dal Campidoglio e dalle sue pendici, in M. Cristofani (ed.), La Grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, pp. 68-75; I-L. Sciortino, E. Segala, Il deposito votivo presso il Clivo Capitolino, ibid., pp. 63-68; L. Richardson jr., New Topographical Dictionary of Ancient Rome, Baltimora 1992, p. 74; F. Coarelli, in LTUR, I, 1993, p. 241, s.v. Casa Romuli·, G. Tagliamonte, ibid., pp. 226- 231, s.v. Capitolium·, P. Carafa, La «Grande Roma dei Tarquinî» e la città romuleo-numana, in BullCom, XCVI, 1, 1994, in corso di stampa; id., Il Comizio di Roma dalle origini all'età di Augusto, in corso di stampa.

(P. Carafa)

b) Quirinale e Viminale. - Sul Viminale, per questa prima fase urbana, non disponiamo né di dati archeologici né di indicazioni delle fonti. Per il Quirinale possediamo invece dati che consentono la ricostruzione di un quadro topografico generale, seppure approssimativo. La viabilità del colle aveva il suo asse principale nel tratto urbano della Via Salaria-Campana che, provenendo dalla Sabina, attraversava tutto il colle con un percorso sostanzialmente coincidente con quello dell'attuale Via XX Settembre e ne ridiscendeva lungo l'asse di Via XXIV Maggio. Alla Salaria si univa la Via Nomentana o Ficolensis, che scendeva verso R. da questo antico abitato. È probabile che non si debba ipotizzare l'esistenza di una Via Salaria Vetus nella valle, peraltro percorsa da un fiume, tra Quirinale e Pincio, detta in seguito Sallustiana, e che la Via Salaria non uscisse dall'abitato se non dopo aver raggiunto il Foro Boario, dove attraversava il Tevere e procedeva per le Saline lungo la riva destra del fiume. Altri accessi al colle si trovavano sul lato O in corrispondenza di Via Quattro Fontane, della valle presso il Traforo, di Via della Dataria e di Largo Magnanapoli. Sul lato E troviamo invece altre tre strade in corrispondenza della Chiesa di S. Susanna, della Chiesa di S. Vitale e del lato Ν del Palazzo della Consulta. Nel clivo presso l'odierna Chiesa di S. Vitale, possiamo riconoscere il Clivus Mamuri, la «salita di Mamurio», l'artefice che per ordine di Numa eseguì le copie dell'ancile di Marte, ricordato da un signum situato presso la parte bassa di questa strada.

Gli altri elementi della topografia arcaica del Quirinale ricordati dalle fonti sono quasi esclusivamente santuari. Sul Collis Quirinalis, la prima altura venendo da N, localizzata a S delle Quattro Fontane ovvero nell'area di S. Maria della Vittoria, si trovava l'Ara di Quirino dedicata da Tito Tazio. Dopo la morte di Romolo e, secondo alcune testimonianze, per suo espresso volere, un tale Iulio Proculo o il re Numa fondarono un sacello dedicato a Quirino presso la Porta Quirinalis, sull'omonimo colle. Questo sacello doveva trovarsi all'interno di un lucus. Altri monumenti di carattere sacro si trovavano nelle vicinanze del tempio: un sacrario degli Argei e forse un sacello dedicato a Semo Sancus. Non lontano doveva trovarsi anche un altare dedicato da Tito Tazio a Flora su cui sorse poi, in data imprecisabile, un tempio. Dal rapporto con il Tempio di Flora, consegue quello con un altro antichissimo santuario di R.: il Capitolium Vetus.

Forti dubbi sull'arcaicità del culto del Capitolium Vetus o addirittura sull'ipotesi di individuarvi un luogo di culto sono stati avanzati in passato, ma più recentemente si è andata affermando l'ipotesi che si debba riconoscervi un originario santuario poliade. Anche le celebrazioni che si svolgevano in età repubblicana e imperiale sul Quirinale in onore di Hora Quirini dovevano essere collegate a un luogo di culto non lontano, che possiamo immaginare risalente a epoca più antica. Più a S, sul Collis Sanqualis, si trovava un'altra area sacra inaugurata da Tito Tazio: il Santuario di Semo Sancus Deus Fidius, divinità sabina per eccellenza, localizzabile con precisione nell'area della Chiesa di S. Silvestro a Monte Cavallo. Sull'ultima delle alture del Quirinale, il Collis Latiaris, troviamo infine un piccolo templum simile a quello dell'Arx- un Auguraculum - localizzato presso l'attuale Via Mazzarino o nell'area del Convento Angelicum. A questa lista di luoghi sacri possiamo aggiungere che, presso l'area poi occupata dalla Porta Collina, si trovava il Campus Sceleratus, luogo deputato all'esecuzione di Vestali condannate a morte.

Non possediamo testimonianze archeologiche che possano datare con precisione l'origine di questi santuari, ma le fonti sono concordi nell'attribuirli alle primissime fasi urbane. Tutti potrebbero essere localizzati nel settore a S delle Quattro Fontane e sembrerebbe ragionevole supporre che l'area abitata alla fine dell'VIII sec. a.C. non dovesse estendersi molto più a N. Questo limite coinciderebbe con quello dell'abitato protourbano. Le scoperte effettuate lungo l'asse dell'attuale Via XX Settembre consentono di attribuire alla prima età regia solo tre tombe a inumazione e una parte del materiale dalla favissa di S. Maria della Vittoria. Due delle tombe, rinvenute sotto il terrapieno che sosteneva un tratto delle mura di fortificazione nell'area dell'isolato delimitato dalle odierne vie Servio Tullio, Flavia, Quintino Sella e Sallustiana, hanno restituito i famosi sarcofagi fittili databili, con il corredo che racchiudevano, alla III fase Laziale. L'area si trova più a Ν rispetto al luogo (Largo S. Susanna) dei rinvenimenti funerarî di IX sec. a.C. Sembra probabile riferire i due nuclei a un'unica necropoli ampliatasi lungo una direttrice S-N, verso il pianoro di Termini. Entro tale area sepolcrale si trova il deposito votivo di S. Maria della Vittoria, recentemente connesso al culto di Quirino, anche se è problematico collocare il culto del fondatore - e del dio delle curie - in un contesto funerario.

Nell'ambito di tale ricostruzione resta difficile fissare con sicurezza il limite settentrionale dell'abitato. Un particolare problema è rappresentato dalla probabile esistenza sul Quirinale di altri santuarî arcaici, tutti concentrati nell'area della Porta Collina. Cicerone (Leg., II, 58) ricorda che il Tempio di Honos, votato probabilmente nel corso del III sec. a.C. «extra Portam Collinam», sorgeva sul luogo di un'antica ara, e proxime alla stessa porta Vitruvio (III, 2, 2) ricordava tre templi dedicati a Fortuna. Queste Tres Fortunae sono state identificate con le divinità ricordate nei calendari il 5 aprile (Fortuna Publica), il 25 maggio (Fortuna Populi Romani Quiritum) e il 13 novembre (Fortuna Primigenia). Le festività sono inserite nel feriale arcaico che sembrerebbe avere congelato il tempo al momento della fondazione della città. Pur escludendo la festa di novembre, perché in uno dei mesi sicuramente aggiunti in età successiva, sarebbe difficile pensare che un culto importante come quello di Fortuna Publica si trovasse all'esterno dell'area abitata.

BIBL.: A. Ziolkowski, The Temples of Mid-Republican Rome and Their Historical and Topographical Context, Roma 1992, pp. 40-45; P. Carafa, II Tempio di Quirino. Considerazioni sulla topografia arcaica del Quirinale, ίn ArchCl, XLV, 1993, pp. 119-143.

(P. Carafa)

c) La valle del Foro. - Uno dei problemi principali affrontati in anni recenti è stato quello di stabilire quando la valle tra Campidoglio e Palatino, lambita dal Velabro, sia stata trasformata nel foro della città e quali avvenimenti precedettero la definizione urbanistica della piazza. La questione è resa particolarmente problematica dalla esiguità dei dati archeologici: l'area del Foro è stata scavata fino al terreno vergine su una superficie pari a meno dello 0,5% del totale. Solo la sequenza stratigrafica presso il basamento del c.d. Equus Domitiani è edita in maniera esaustiva. Qui, dopo una successione di ventotto strati, furono scoperti quattro scheletri (due uomini, una donna e un feto tra le gambe della donna) deposti a contatto con l'argilla vergine seppure a quote differenti. Uno dei due uomini era collocato entro una cassa lignea e con lui era stato deposto un vaso, non meglio identificabile sulla base della documentazione esistente. È noto che la realizzazione della prima pavimentazione del Foro Romano (strato 22a del saggio presso il c.d. Equus Domitiani), non può essere posta oltre il 650 a.C. circa e questa data costituisce naturalmente il terminus ante quem per la formazione degli strati inferiori (22b-28). La tradizione ricorda che la piazza dovrebbe essere il risultato di una gigantesca opera di bonifica, ma questi strati furono interpretati come resti di un abitato sviluppatosi ai margini della palude del Velabro. Dopo le scoperte di strutture lignee nei centri del Lazio protostorico e a R. stessa, tale interpretazione sembrerebbe ormai problematica. Anche la cronologia di questi strati è stata riconsiderata e i limiti cronologici proposti oscillano tra la seconda metà del VII sec. a.C., la prima metà del VII sec. a.C. e il terzo venticinquennio dell'VIII; I materiali ceramici più recenti, contenuti negli strati fra il terreno vergine e la prima pavimentazione del Foro inclusa, sono databili tra il 700 e il 650 a.C., datazione probabilmente da restringersi al secondo venticinquennio del VII sec. a.C. Tutto l'accumulo sottostante al primo pavimento del Foro sarebbe stato creato simultaneamente, probabilmente per interrare l'estremità Ν del Velabro, in un periodo più antico di quello attribuito dalle fonti alla monarchia dei Tarquinî.

Anche quando tutti gli strati più profondi siano stati simultaneamente e intenzionalmente accumulati nella palude per bonificarla, resterebbe da tracciare la storia del sito prima di questo intervento. L'elemento più importante è rappresentato dai quattro scheletri sul fondo argilloso della valle, poco adatto all'insediamento e inondato dalle acque del fiume per buona parte dell'anno. Oltre a questi, la presenza di una quinta sepoltura ê segnalata nell'area del Lacus Curtius. La bassa pendice palatina verso il Velabro fu utilizzata come necropoli a partire dall'Età del Bronzo Finale e sembrerebbe ora probabile, considerando la presenza di questi scheletri nell'area del Foro, che anche il centro della palude sia stato da allora riservato a usi funerarî, nonostante la successiva dilatazione dell'abitato protourbano e l'inaugurazione della città. Tutte queste sepolture sono databili in qualsiasi momento anteriore alla prima metà del VII sec. a.C. senza poter precisare ulteriormente questa cronologia. Resta indubbio che, prima della creazione del Foro, non si sentì il bisogno di eliminare la zona paludosa e l'annessa necropoli.

Intorno al Foro, ai limiti di un'area non interamente bonificata, la tradizione annalistica e antiquaria ricorda alcuni monumenti. Su un lato del Foro abitava il flamen Quirinalis e presso la sua abitazione si trovava un luogo di culto attribuito a Numa, detto Doliola. Ci viene descritto come un sacello entro il quale erano interrati dei piccoli vasi - i doliola per l'appunto - in cui si credeva che fossero contenute ossa umane o effetti personali del re Numa. Presso il sacello non si poteva sputare a terra, e questo tabù testimonia inequivocabilmente il carattere ctonio del culto. Si è proposto recentemente di identificare i Doliola con il basamento del c.d. Equus Domitiani, entro il quale era stato accuratamente conservato in una teca di travertino un deposito di vasi databili all'età medio-orientalizzante (675-650 a.C.). Questa identificazione comporterebbe la possibilità di localizzare la casa del Flamen Quirinalis presso la pendice del Palatino. Sul lato Ν della palude, su terreno verosimilmente al riparo dalle piene stagionali, correva la Sacra Via, probabile erede del percorso che doveva unire Campidoglio e Palatino all'epoca della prima espansione dell'abitato preurbano. Lungo questa strada si trovavano l'antichissimo Ianus, limite dell'abitato preurbano, il Sacello di Venere Cloacina dedicato da Tito Tazio, e i Pila Horatia, le spoliae vinte dall'Orazio ai tre Curiazi e accumulate presso la Via Sacra a memoria dell'impresa vittoriosa.

BIBL.: F. Coarelli, Il Foro Romano. I. Periodo arcaico, Roma 1983, pp. 282- 298; R. Peroni, Protostoria dell'Italia continentale. La penisola italiana nelle età del bronzo e del ferro, in Popoli e civiltà dell'Italia antica, IX, Roma 1989, p. 444 s.; M. Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, Roma 1993, pp. 174-195; A. J. Ammerman, On the Origins of the Roman Forum, in AJA, XCIV, 1994, pp. 627-645; P. Carafa, La «Grande Roma dei Tarquinî» e la città romuleo-numana, in BullCom, XCVI, 1, 1994, in corso di stampa.

(P. Carafa)

d) Campo Marzio. - Le valli e le zone pianeggianti tra le pendici dei colli erano occupate da corsi d'acqua o da ampie paludi: in questi luoghi si svilupparono necropoli o furono inaugurati santuarî fin dalla fondazione della città ma, tranne per la valle Murcia e forse la valle del Foro, essi furono interessati da una compiuta urbanizzazione soltanto più tardi, con i Tarquinî.

Era indicata con il nome di Campus Martius la vasta pianura tra la riva sinistra del Tevere, il Campidoglio, il Quirinale e il Pincio. Tale denominazione non aveva però obliterato i nomi di alcuni settori minori della pianura. Una parte, probabilmente adiacente alla riva del fiume, donata allo stato da una vestale (Gaia Taracia o Fufetia), si chiamava Campus Tiberinus. Con questo campus si è proposto di identificare il non meglio noto Ager Tarax per l'evidente rapporto con il nome della vestale, ma nulla sappiamo di più preciso. Secondo la tradizione antiquaria il Circo Flaminio prese il nome dall'area in cui fu costruito, detta Campus Flaminius o Prata Flaminia, dalla gens che possedeva i terreni. L'area entro l'ansa del Tevere era chiamata Tarentum, ma non conosciamo l'esatta origine del nome. Queste notizie, oltre a rivelarci la possibile recenziorità della denominazione Martius, farebbero pensare che nel Campo Marzio fossero in origine concentrate alcune proprietà fondiarie gentilizie, tra cui potremmo includere anche le terre del re (qui si trovavano le proprietà dei Tarquinî razziate alla fine della monarchia). Seconda un'altra ipotesi il Campo Marzio sarebbe da considerare interamente un possedimento regio, almeno nell'età dei Tarquinî. Ciò si accorderebbe con il carattere pubblico di questa pianura, ma non spiegherebbe la possibile presenza di altri agri gentilizi.

Al centro del Campo Marzio si trovava la Palus Caprae dove, secondo un filone della tradizione, Romolo fu assunto in cielo per essere divinizzato. L'acqua doveva occupare una vasta zona dai contorni irregolari, compresa tra Largo della Chiesa Nuova, Corso Vittorio Emanuele, Via di Torre Argentina, Via della Rotonda, Salita dei Crescenzi, Corso Rinascimento, Piazza Pasquino, Via del Governo Vecchio. Lo specchio d'acqua era alimentato da un fiume, l’Amnis Petronia, che scendeva dal Quirinale lungo la Valle Sallustiana. Secondo una recente ipotesi all'imbocco del fiume nella Palus Caprae si dovrebbe localizzare l’Aedicula Capraria, un luogo di culto non altrimenti noto, probabilmente dedicato a Iuno Caprotina, le cui origini potevano essere molto antiche. L'Amnis Petronia andava poi a gettarsi nel Tevere all'altezza del Campus Flaminius.

Due santuarî segnavano il limite del Campo Marzio verso l'Etruria e la Sabina: l'ara sotterranea di Dis Pater e Proserpina al Tarentum e il nemus di Anna Perenna. Essi indicavano il limite del primo miglio intorno all'Urbs e si trovavano sulle due arterie principali che attraversavano il Campo Marzio: lungo la Via Triumphalis l'ara e lungo la via poi continuata dalla Flaminia il nemus. Dell'ara conosciamo l'esatta localizzazione grazie all'altare di età imperiale scoperto presso Palazzo Cesarini nel secolo scorso. Il bosco sacro ad Anna Perenna andrà invece posto presso il Tevere, all'altezza di Piazzale Flaminio. Al limite meridionale invece, lungo il tratto terminale dell’Amnis Petronia, si trovava un altro antichissimo luogo di culto, attribuito dalla tradizione a Romolo, l’Aedes Vulcani, già localizzato presso Palazzo Mattei o all'interno dell'isolato della Crypta Balbi, e secondo una recente ipotesi riconosciuto in un frammento della Forma Urbis corrispondente all'area di Largo Arenula. Sulla lastra in questione, presso il tempio che potrebbe essere quello di Vulcano, sono rappresentati altri due templi e la proposta di identificarli con i santuarî di Iuppiter Fulgur e di Iuno Curitis è assai suggestiva. Non abbiamo indizî diretti per una datazione precisa di questi culti, generalmente considerati di età repubblicana, ma di divinità molto antiche, legate a manifestazioni della natura o addirittura a simboli totemici. La contiguità a un luogo di culto antico come quello di Vulcano potrebbe risalire anche a un periodo anteriore alla fondazione della repubblica. Si pensi alle relazioni tra queste due divinità e il complesso cultuale del Comizio, la figura di Vulcano/Summano, il cui culto è attribuito dalla tradizione a Romolo e a Tito Tazio, e il ciclo festivo di Giunone conservato nel feriale arcaico.

Tra i culti arcaici localizzabili in Campo il più importante era tributato a Marte: la dedica dell'ara Martis sarebbe da datare almeno al regno di Numa, per la menzione in una legge fatta risalire da Festo (189 L) a questo re, anche se esiste una tradizione alternativa che fissa in epoca più recente l'inaugurazione del culto.

La notizia che la più antica corsa di carri, gli Equirria, sarebbe stata istituita da Romolo nel Campo Marzio in onore del padre Marte, sembrerebbe comunque compatibile con una cronologia alta per l'inaugurazione dell'ara. La corsa doveva svolgersi nel luogo chiamato più tardi Trigarium, terreno adibito alla corsa dei carri lungo la riva del Tevere, presso il Tarentum. In caso di piene o alluvioni la corsa si svolgeva nella valle tra Celio e Piccolo Aventino, all'esterno di Porta Capena, in un'area chiamata Campus Martialis. Non è possibile stabilire l'esatta localizzazione dell'Ara di Marte, ma sappiamo che essa fu collegata con un portico alla Porta Fontinale nel 193 a.C. Questa porta viene identificata o con i resti di Largo Magnanapoli sul Quirinale o con i resti presso il Museo del Risorgimento sul Campidoglio. L'altare doveva comunque trovarsi nel settore più orientale del Campo Marzio presso la pendice di uno dei due colli, nell'area di Piazza Venezia. Si è proposto di identificare il sito dell'altare con un basamento visto in Via del Plebiscito.

BIBL.: F. Coarelli, Roma (Guide archeologiche Laterza, 6), Roma-Bari 1980, pp. 266-268; id., Il Foro Romano. i. Periodo arcaico, Roma 1983, pp. 73-76; M. Torelli, Lavinio e Roma. Riti iniziatici e matrimonio, tra archeologia e storia, Roma 1984, pp. 50-71; E. La Rocca, La riva a mezzaluna. Culti, agoni, monumenti funerarî presso il Tevere nel Campo Marzio occidentale, Roma 1984, pp. 3-42; D. Manacorda, Il tempio di Vulcano in Campo Marzio, in DArch, n.s., VIII, 1990, I, pp. 35-51; F. Coarelli, in LTUR, I, 1993, p. 17 s., s.v. Aedicula Capraria.

(P. Carafa)

e) Foro Boario. - Nella prima età regia l'antico approdo ai piedi del Campidoglio presso cui si era sviluppato l'abitato dell'età del Bronzo Medio sembrerebbe essere diventato un fiorente mercato. Dal Foro Boario i traffici marittimi erano indirizzati verso Veio e la media valle tiberina. Le funzioni emporiche sono accentuate dalla convergenza, fino a epoca tardo-repubblicana, in questa ristretta pianura sulla riva del fiume di tutte le strade che giungono a R. dall'Etruria, dalla Sabina e dal Lazio. Gran parte della critica nega la possibilità della fondazione di un empòrion sulla sponda del Tevere e si ipotizza che i prodotti giunti nel Lazio siano l'esito di un commercio mediato dai centri della Sicilia o della Campania, seppure in età pre-coloniale. Tuttavia la presenza dell'antichissimo culto di Ercole, di cui sono state recentemente messe in luce le caratterizzazioni emporiche, e le precise corrispondenze tra i santuarî del Foro Boario e quelli emporici di Pyrgi, non escludono una precoce e ben organizzata attività commerciale incentrata sullo scalo tiberino.

Una tradizione attribuisce ad Anco Marcio una serie di interventi miranti ad affermare, o a rafforzare, il controllo di R. sui traffici provenienti dalla foce del fiume. Una volta accettata la sostanziale affidabilità di questa tradizione si deve ammettere che queste notizie non avrebbero senso in assenza di strutture capaci di gestire questi traffici. Più difficile sembra una ricostruzione delle originarie presenze cultuali collegate allo scalo. Mancano notizie di fondazioni di santuarî in questa zona dopo quella dell'Ara Massima fino agli interventi serviani, ma non va trascurata l'ipotesi che i più antichi frammenti di ceramica greca geometrica raccolti nello scavo di S. Omobono, databili al terzo venticinquennio dell'VIII sec. a.C., siano da considerare offerte votive. Nel santuario arcaico sono segnalati livelli anteriori alla costruzione del primo tempio e databili nella prima metà del VII sec. a.C., mentre il materiale più antico dalle stipi del santuario non sembrerebbe oltrepassare gli anni finali del secolo. Una recentissima ipotesi ha sottolineato il forte nesso funzionale che potrebbe collegare i tre culti di Fortuna conosciuti lungo la Via Salaria/Campana a partire dal Foro Boario. Il primo, tradizionalmente attribuito a Servio Tullio, si trova presso un vertice dell'antico pomerio palatino. Il secondo, localizzabile presso Porta Portese, segnava il limite del I miglio sulla Via Campana. Il terzo, al VI miglio della stessa via e attribuito a Numa, segnava il limite dell'ager romanus antiquus. Sarebbe suggestivo considerare, sia pure in via ipotetica, questi santuarî come elementi di un sistema nato con la città e con il suo territorio.

BIBL.: AA.VV., Il viver quotidiano in Roma arcaica. Materiali dagli scavi del Tempio Arcaico nell'area sacra di S. Omobono (cat.), Roma 1989, p. 29 s.; F. Coarelli, Aedes Fortis Fortunae, Naumachia Augusti, Castra Ravennatium, la via Campana Portuensis e alcuni edifici adiacenti nella pianta marmorea severiana, in Ostraka, I, 1992, p. 44 s.; M. Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, Roma 1993, p. 156; P. Carafa, La «Grande Roma dei Tarquinî» e la città romuleo-numana, in BullCom, XCVI, 1, 1994, in corso di stampa.

(P. Carafa)

f) Palatino e Germalo. - Il Palatino, già dotato di uno status particolare ai tempi del Septimontium, acquista in epoca romulea un'importanza eccezionale. L'insieme di Palatino e Germalo sembra costituire una parte speciale dell'abitato, dotata di uno specifico statuto religioso, come dimostrerebbero sia lo stretto collegamento della figura del re fondatore con la pendice del Germalo, sia la realizzazione di una cinta muraria che doveva separare il monte dal resto di Roma.

Esterna alle fortificazioni, ma sempre pertinente al Palatino, era la zona della Regia e di Vesta, uno spazio triangolare caratterizzato dall'affioramento di sabbie sufficientemente al riparo dalle piene del fiume. La sua frequentazione nella seconda metà dell'VIII sec. a.C. appare sporadica (alcuni frammenti da un pozzo presso il Tempio di Vesta e qualche altro residuo), mentre materiali più abbondanti, da depositi votivi, sono attestati per il VII sec. nell'area della Casa delle Vestali, benché manchino chiari resti di strutture. Più complessa la situazione alla Regia: i buchi di palo rinvenuti sono stati interpretati dagli scavatori inizialmente come resti di capanne, poi come ripari di importanza minore (Brown, 1974-75). Una recente proposta ipotizza un'unica grande struttura (Peroni, 1989), anche se sono stati avanzati forti dubbi sulla reale consistenza dei resti attribuiti a capanne in tutte le zone basse del bacino forense (Ammerman, 1990). Le fonti collocano nella zona la residenza dei re Numa Pompilio e Anco Marcio e il bosco sacro di Vesta, con il culto connesso di Aius Locutius (Coarelli, 1983).

A valle di questi resti si trovava il letto del corso d'acqua che separava il Palatino dalla Velia e sfociava nella depressione forense. Il margine di questa vallata viene regolarizzato, almeno a partire dal VII sec. a.C., per realizzare un fossato rettilineo che taglia la pendice bassa del monte e piega poi verso la sella dell'Arco di Tito.

Alle sue spalle sono stati rinvenuti tratti verosimilmente pertinenti alla fortificazione palatina (Carandini e altri, 1992). Si tratta di un muraglione in terra e scheggioni di tufo lionato, con un bastione di c.a 4 m di spessore e un deposito di fondazione che suggerisce per la costruzione una data intorno al terzo venticinquennio dell'VIII sec. a.C. Il bastione sembra costituire lo stipite di una porta nelle mura, fatto avvalorato anche dalla presenza di una piccola struttura lignea addossata al bastione, quasi a sorvegliare il passaggio che attraversava le mura. Queste ultime vengono completamente ristrutturate agli inizî del VII sec., con la costruzione di un nuovo muro a doppia cortina in blocchetti e scheggioni e nucleo di terra argillosa. L'apertura viene mantenuta e affiancata da una sorta di postierla; il più antico allestimento del fossato che si è rinvenuto, profondo c.a 5 m e con pareti quasi verticali, viene anch'esso realizzato in questo momento. La fortificazione contiene una sepoltura infantile e, al suo interno, troviamo tracce di un'intensa frequentazione e di strutture lignee, con funzioni verosimilmente analoghe a quelle della fase precedente. La lunghezza complessiva del tratto portato alla luce è di c.a 40 m. La fortificazione, che durerà fino alla costruzione della Mura Serviane, ha un tracciato compatibile con le notizie relative al pomerio romuleo. Secondo la tradizione si aprivano sul lato settentrionale della cinta due porteria Mugonia e la Romanula, che sopravviveranno alla sua scomparsa.

La fascia argillosa alle spalle delle fortificazioni, di cui ampî tratti sono stati messi in luce dagli scavi, rimane invece del tutto sgombra da edifici o sepolture fino al tardo VI sec.; essa sembrerebbe costituire una zona di rispetto all'interno delle mura (che potrebbe essere interpretata come uno spazio pomeriale: Carandini, 1992) per realizzare la quale vengono addirittura eliminate precedenti strutture lignee presenti sulla pendice palatina. Sulla sella fra Palatino e Velia, occupata poi dall'Arco di Tito, sono state rinvenute iscrizioni che potrebbero avere rapporti con una memoria di Remo, connessa con la cinta romulea (Tassini, 1993). Ancora più a monte si trovano resti interpretati come riferibili alla Porta Mugonia e quindi alla cerchia palatina (Morganti, Tornei, 1991). Si tratta di muri in blocchetti, comprendenti anche un arco in conci, scoperti alla fine del secolo scorso e mai più riesaminati, la cui posizione è tuttavia incompatibile con le mura rinvenute più a valle. Anche se non è esclusa la possibilità di una fortificazione più alta del colle, solo ulteriori ricerche potranno chiarire il problema. Oggetto di ampia discussione, malgrado le nuove scoperte, è il nucleo topografico costituito dalla Porta Mugonia, dal Tempio di Giove Statore e dalla Nova Via. Sempre a fortificazioni palatine sono stati attribuiti alcuni tratti in opera quadrata di cappellaccio presso il Germalo, da interpretare piuttosto come terrazzamenti (Pensabene, 1990-91).

Minori informazioni si hanno per quanto riguarda la sommità del monte, attualmente sotto la Domus Flavia, dove, a partire dagli scavi di G. Boni, sono stati indagati e poi ricoperti resti al di sotto dell'Atrio e dell'Aula Regia (cfr. Guidi, 1982). Si tratta di una serie di livelli di insediamento con focolari e buchi di palo, ai quali sono associati alcuni suggrundaria, di cui almeno uno sembra databile nel corso del VII sec. a.C. Malgrado la carente documentazione, questi resti lasciano intravedere la presenza di un abitato che doveva occupare, oltre alla cima, parte delle pendici tufacee; queste ultime costituivano un ripiano solido e ben drenato, che terminava con pendii molto ripidi in fondo ai quali correvano le fortificazioni.

Sul Germalo, nell'area del Tempio della Magna Mater, è venuto alla luce, a più riprese, un complesso meglio leggibile (Colonna, 1988). Si riconoscono le tracce, tagliate sul fondo tufaceo, di una capanna ovale con piccolo portico; altri buchi di palo e canalette, relativi a strutture circostanti meno facilmente; interpretabili, denotano la presenza di un abitato di una certa estensione. A Ν di questo complesso è stato recentemente scoperto un ampio pozzo circolare rivestito da un muro di scheggioni tufacei legati da argilla, la cui funzione sembra collegata all'immagazzinamento di granaglie, anche se non si esclude una valenza cultuale. I rinvenimenti collocano la maggior parte di queste evidenze nel corso del VII sec. a.C. Sul Germalo le fonti collocavano la Casa Romuli e altre memorie del primo re (Pensabene, 1990-91). Da questo pianoro tufaceo si scendeva, attraverso le Scalae Caci, all'area del Lupercal dove una grotta e una fonte segnavano il luogo di culti molto antichi.

Bibl.: F. Brown, La protostoria della Regia, in RendPontAcc, XL VII, 1974- 75, pp. 15-36; A. Guidi, Sulle prime fasi dell'urbanizzazione del Lazio protostorico, in Opus, I, 1982, pp. 279-289; F. Coarelli, Il Foro Romano. I. Periodo arcaico, Roma 1983; G. Colonna, I Latini e gli altri popoli del Lazio, in G. Pugliese Carratelli (ed.), Italia. Omnium terrarum alumna, Milano 1988, pp. 411-528; R. Peroni, Protostoria dell'Italia continentale. La penisola italiana nelle età del Bronzo e del Ferro, Roma 1989; A. J. Ammerman, On the Origins of the Forum Romanum, in AJA, XCIV, 1990, pp. 627-645; P. Pensabene, Casa Romuli sul Palatino, in RendPontAcc, LXIII, 1990-91, pp. 115-162; G. Morganti, M. A. Tornei, Ancora sulla Via Nova, in MEFRA, CHI, 1991, pp. 551-574; A. Carandini e altri, Palatino, pendici settentrionali. Lo scavo delle mura, in BA, 16-18, 1992, pp. 111-139; A. Grandazzi, La Roma Quadrata: mythe ou réalité?, in MEFRA, CV, 1993, pp. 493-545; P. Tassini, Una memoria di Remo alle pendici del Palatino, in ArchCl, XLV, 1993, pp. 333-350; A. Carandini (ed.), La valle fra Palatium e Velia, I, in BA, in corso di stampa.

(N. Terrenato)

g) Valle Murcia e Aventino. - A eccezione di poche informazioni fornite dai carotaggi, mancano dati archeologici relativi alla Valle Murcia prima delle grandi colmate su cui venne costruito il Circo Massimo (Ciancio Rossetto, 1987). La maggior parte della depressione doveva trovarsi a una quota soggetta a inondazioni e impaludamenti e quindi poco adatta a insediamenti. Al centro della valle si troverebbe solo il culto sotterraneo di Conso, connesso nella tradizione al pomerio romuleo, che prima delle colmate era verosimilmente esposto all'azione del fiume.

Verso S, sull'Aventino, a parte alcuni residui, gli scavi non hanno portato alla luce resti precedenti al VI sec. a.C. Le fonti conoscono una serie di memorie di Remo per la parte più alta del monte, forse anche la sua tomba; un saxum remorium si trovava sull'Aventino minore. È stato anche proposto che la spectio fatta risalire dalle fonti a Romolo avvenisse dall'Aventino verso il Germalo, lungo un asse, rappresentato dal lancio del corniolo, che definiva un allineamento fondamentale della città regia (Carandini, 1990).

Bibl.: P. Ciancio Rossetto, Circo Massimo. Il circo cesariano e l'Arco di Tito, in Archeologia Laziale Vili (QuadAEI, 14), Roma 1987, pp. 39-46; A. Carandini, Il Palatino e il suo sistema di montes, in M. Cristofani (ed.), La grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, pp. 79-85; P. Ciancio Rossetto, m LTUR, I, 1993, PP· 272-277, s.v. Circus Maximus.

(N. Terrenato)

h) Valle del Colosseo e Celio. - Per motivi analoghi a quelli della Valle Murcia, anche per la Valle del Colosseo mancano evidenze archeologiche dirette. I recenti scavi hanno messo in luce resti mediorepubblicani possibilmente riferibili alle Curiae Veteres (Panella, 1990), la sede delle sette curie che non era stato possibile spostare in seguito alla riorganizzazione romulea dell'ordinamento curiato. Secondo la tradizione essa avrebbe costituito anche l'angolo NE della cinta palatina.

Per quanto riguarda il Celio, a parte la menzione dei tre sacrari degli Argei, l'antiquaria ricorda solo una residenza di Tullio Ostilio. Nei pressi del versante meridionale si doveva trovare la Fons Camenarum, con il relativo lucus.

Bibl.: C. Panella, La valle del Colosseo nell'antichità, in BA, 1-2, 1990, pp. 225-239; C. Pavolini (ed.), Caput Africae, I, Roma 1993; C. Panella (ed.), Meta Sudans, I. La valle del Colosseo prima e dopo Nerone, in corso di stampa.

(N. Terrenato)

i) Velia ed Esquilino. - La valle fra Palatino e Velia era probabilmente impercorribile nella parte bassa, dove poi correrà la Sacra Via. L'uso del termine via sembrerebbe indicare un percorso extraurbano, quindi precedente alla riorganizzazione serviana della città. Se davvero questo tracciato esisteva prima delle grandi bonifiche, esso doveva svolgersi sul versante veliense (Coarelli, 1983; Terrenato, 1992). Più a monte i grandi sbancamenti hanno asportato interamente la parte centrale della Velia e gli unici dati superstiti sono reperibili nelle osservazioni effettuate durante queste operazioni. Si ha notizia di una serie di pozzi, prevalentemente situati di fronte alla attuale fontana di Via dei Fori Imperiali, la cui prima utilizzazione sembra risalire all'VIII sec. a.C. (Magagnini, 1990). Al secolo successivo dovrebbe assegnarsi una sepoltura infantile di incerta posizione, che sembrerebbe suggerire la presenza di un abitato sul monte. Le fonti vi collocano la residenza di Tullo Ostilio e il connesso Tempio dei Penati (Zevi, 1981). L'esistenza di una cinta veliense preserviana, indipendente quindi da quella palatina, è stata ipotizzata sulla base delle notizie relative al Muro Terreo delle Carine e al Muro Mustellino (Terrenato, 1992). Sempre a epoca romulea risalirebbe il culto, connesso alla fortificazione, di Mutunus Tutunus. La cinta avrebbe potuto originariamente comprendere anche il Tigillo Sororio, un monumento legato alla leggenda degli Orazî e Curiazî e quindi allo scontro con Alba.

Procedendo verso l'Oppio la documentazione diviene ancora più scarsa, forse in connessione con il diradarsi dell'abitato in una zona, le Exquiliae, che solo dopo Servio Tullio appaiono pienamente integrate nel tessuto urbano. Nella parte meridionale del monte doveva trovarsi il bosco sacro a Giove Fagutale, anche se la sua esatta posizione è tuttora assai controversa (Terrenato, 1992; Palombi, in stampa). Più in generale, la regione appare caratterizzata da una serie di luci (come risulta anche dalla particolare frequenza dei dendronimi). A essi sono spesso associati varî santuarî degli Argei, che costituiscono anche le uniche presenze note sul Cispio. Nella necropoli esquilina prosegue in questo periodo la deposizione di inumazioni attestate da alcune tombe, delle quali la maggior parte ancora all'interno della futura cerchia serviana.

Bibl.: F. Zevi, Note sulla leggenda di Enea in Italia, in Gli Etruschi e Roma. Atti dell'Incontro di studio in onore di M. Pallottino, Roma 1979, Roma 1981, pp. 145-158; F. Coarelli, Il Foro Romano, I. Periodo arcaico, Roma 1983; A. Carandini, Il Palatino e il suo sistema di montes, in M. Cristofani (ed.), La grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, pp. 79-85; A. Magagnini, Materiale dai pozzi della Velia, ibid., pp. 105-107; Ν. Terrenato, Velia and Carinae: Some Observations on an Area of Archaic Rome, in E. Herring, R. Whitehouse, J. Wilkins (ed.), New Developments in Italian Archaeology Papers of the Fourth Conference on Italian Archaeology, 3-4, II, Londra 1992, pp. 31-47.

(N. Terrenato)

k) Trastevere e Gianicolo. - In questa fase l'antica sede di Giano sembrerebbe essere considerata ancora un'area limitrofa non solo all'urbs inaugurata da Romolo, la parte di R. entro il pomerio, ma anche all'intero abitato. Il Gianicolo è sostanzialmente ignorato dalla tradizione relativa ai primi re di R. ed è assai poco noto anche a livello archeologico. La città controllava parte del territorio tra il Palatino e il mare anche sulla riva destra del Tevere, ma le comunicazioni tra le due rive non erano ancora assicurate dal Ponte Sublicio, fatto costruire secondo la tradizione da Anco Marcio. Parte del Trastevere era occupata da una seconda, vasta zona paludosa corrispondente, grosso modo, alla Naumachia di Augusto. Sul Gianicolo si ricordava la presenza di tombe regali. Ai suoi piedi, presso l'antichissimo Santuario di Fontus, sarebbe stata rinvenuta l'arca contenente i resti di Numa. L'alta antichità, se non l'affidabilità, di tradizioni relative a tombe regali è stata recentemente ribadita e la localizzazione periferica delle sepolture è stata interpretata con la volontà da parte della comunità di «sbarazzarsi» di personaggi sgraditi o comunque privi del favore generale del corpo sociale. Andrebbe invece sottolineato un altro particolare: Numa, come Tito Tazio sull'Aventino, sarebbe stato sepolto presso un santuario connesso con i primi, mitici re del Lazio. Bona Dea, venerata presso la tomba di Tito Tazio, era infatti chiamata Fauna e solo più tardi venne identificata con la divinità greca Damia, e anche il culto di Silvano, a essa collegato, nasconde la figura di Fauno. Fontus infine è addirittura il figlio di Giano, primo signore sulle rive del Tevere. Sembrerebbe che l'antica regalità di questi luoghi, conservata soltanto a livello sacrale, sia stata in qualche modo collegata anche ai sovrani della prima città.

Nella tradizione letteraria il regno di Anco Marcio sembra segnare la definitiva acquisizione del Gianicolo alla città. Solo recentemente sono state rivalutate le notizie che attribuiscono al quarto re di R. un coerente disegno di espansione territoriale verso la costa su entrambe le rive del Tevere. Con il Ponte Sublicio Anco Marcio avrebbe collegato per primo le due sponde romane del Tevere, cinto di mura il Gianicolo, inaugurato il culto di Fors Fortuna sul confine dell'aver romuleo al VI miglio della Via Campana e fondato il Castrum di Ostia a protezione della foce del Tevere e del campus salinarum sulla riva destra del fiume.

Bibl.: F. Coarelli, I santuari, il fiume, gli empori, in Storia di Roma, I, Torino 1988, pp. 127-151; R. Turchetti, in Archeologia a Roma nelle fotografie di Thomas Ashby (cat.), Napoli 1989, pp. 59-64; F. Coarelli, Aedes Fortis Fortunae, Naumachia Augusti, Castra Ravennatium, la via Campana Portuensis e alcuni edifici adiacenti nella pianta marmorea severiana, in Ostraka, I, 1992, pp. 39-54; id., Topografia del Ianiculum, in Ianiculum-Gianicolo. Storia, topografia, monumenti e leggende del Gianicolo dall'antichità fino al Rinascimento. Atti del Seminario di Studio, in corso di stampa.

(P. Carafa)

2) l'interramento delle valli e la monumentalizzazione della città. la seconda età regia (fine VII- fine VI sec. a.C.): A) Caratteri generali. - Per seconda età regia si intende il periodo in cui regnarono gli ultimi tre re di R., Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. La tradizione annalistica colloca questi avvenimenti tra il 615 e il 509 a.C., il periodo della c.d. monarchia etrusca, che segnerà una radicale trasformazione della città e del suo corpo sociale. La «storicità» della tradizione relativa a questi re è accettata da tempo, anche se molto si è dibattuto sul vero significato della presenza di Etruschi a R. in un periodo segnato in tutta l'area centro-italica da profondi mutamenti politici. Tramontata l'idea di un'egemonia politica degli Etruschi su R., è stata ribadita l'ipotesi che vede nel racconto annalistico la spia di diretti interessi commerciali nell'area laziale da parte di grandi città dell'Etruria meridionale. Veio, la storica nemica di R., ne sarebbe naturalmente stata esclusa.

Tra la fine del VII e la fine del VI sec. a.C. è comunque fuori di dubbio che R. venne compiutamente strutturata a livello urbanistico. I dati archeologici e il racconto annalistico attestano la realizzazione di un organico progetto, finalizzato anche a modificare l'originario assetto idrogeologico della città romulea. La nuova realtà era contenuta in nuce, e in qualche modo anticipata, nei programmi attribuiti ad Anco Marcio, ma ciò non sminuisce la portata dell'azione dei Tarquinî. Dopo un consistente allargamento del circuito pomeriale, R. viene cinta da una fortificazione unitaria e una serie di necropoli si sviluppano tutt'intorno al circuito delle mura, in corrispondenza delle principali vie di comunicazione. I fondovalle paludosi vengono interrati e bonificati, lastricate le strade principali, realizzato un imponente sistema fognario. Infine tutti gli edifici più importanti della città romulea vengono restaurati, ricostruiti o monumentalizzati. Le opere più rappresentative di questa attività edilizia (il tempio del culto cittadino, il primo circo e il condotto fognario principale) vennero significativamente indicate con l'aggettivo maximus. Se è stato ribadito che i progressi nell'architettura e nell'artigianato artistico in Etruria sono da considerare la premessa alla realizzazione della nuova R. dei Tarquinî, recenti osservazioni riconoscono nelle esperienze edilizie sperimentate in area ionica nell'età alto-arcaica il bagaglio tecnico che permise la realizzazione di opere così complesse. R. in questa fase assume l'aspetto di una città-stato assai simile alle pòleis elleniche, e come tale sarà considerata da una parte della più antica storiografia greca.

Il significato di questo profondo e improvviso cambiamento nella struttura dell'abitato è ancora molto discusso. Per quanti non riconoscono validità storica alla tradizione romulea e ai nuovi dati archeologici, la «grande R. dei Tarquinî» non rappresenta soltanto un momento di particolare e inaspettato sviluppo della città, ma la nascita della civitas romana. Indipendentemente dalle interpretazioni, l'importanza di questi eventi è dimostrata dalla lunga durata della struttura urbanistica creata dai Tarquinî. Solo con Augusto avverrà una «nuova fondazione» della città.

Bibl.: C. Ampolo, Roma e Latium Vetus nel VI e V sec. a.C., in Popoli e Civiltà dell'Italia antica, Vili, Roma 1986, pp. 393-467; G. Bartoloni, Esibizione di ricchezza a Roma nel VI e nel V sec. a.C., in SciAnt, I, 1988, pp. 143-159; M. Torelli, P. Gros, Storia dell'urbanistica. Il mondo romano, Roma- Bari 1988, pp. 69-82; G. Colonna, La produzione artigianale, in Storia di Roma, I, Torino 1988, pp. 311-316; id., I Latini e gli altri popoli del Lazio, in G. Pugliese Carratelli (ed.), Italia. Omnium terrarum alumna, Milano 1989, pp. 490-515; M. Cristofani (ed.), La grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, passim; F. Coarelli, Gli emissari dei laghi laziali: tra mito e storia, in M. Bergamini (ed.), Gli Etruschi maestri di idraulica, Perugia 1991, pp. 35-41; M. Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, Roma 1993, pp. 196-298; P. Carafa, Produzione di ceramica d'impasto a Roma dalla fine dell'VIII alla fine del VI secolo a.C., Roma 1995; id., La «Grande Roma dei Tarquinî» e la città romuleo- numana, in BullCom, XCVI, 1, 1994, in corso di stampa; G. Colonna, La Via Appia e la più antica via tra Roma e Alba, in Alba Longa. Atti del Convegno di studi, in corso di stampa.

(P. CARAFA)

B) Complessi monumentali: a) Campidoglio. - Con la costruzione della cinta serviana si accedeva al Campidoglio dal Foro Boario e dal Campo Marzio. All'estremità meridionale del colle terminava la Via Triumphalis, proveniente dall'Etruria; a quella settentrionale il tracciato più tardi ripercorso dalla Via Flaminia, che scendeva a R. lungo la riva destra del Tevere dall'area falisca. Dalla parte del Tevere erano due ingressi: la Porta Carmentalis e quella che doveva aprirsi in coincidenza con la fine dei Centum Gradus, identificata da alcuni con la Pandana, da altri con la Catularia. Dal Campo Marzio l'ingresso era unico, ma il nome da assegnare alla porta è ancora in dubbio tra Ratumena o Fontinalis. La Porta Ratumena andrebbe però identificata con la Carmentalis, poiché la tradizione antiquaria, che tenta di spiegare il nome Ratumena collegandolo al miracoloso arrivo di fronte al Tempio di Giove Ottimo Massimo dell'omonimo auriga di Veio, spingerebbe a localizzare questo ingresso alla fine della Via Triumphalis, il più antico percorso che collegava le due città. La fortificazione doveva correre lungo la scoscesa parete occidentale della collina, per poi piegare bruscamente verso E, assumendo un percorso grosso modo parallelo alla riva del fiume. Fatta eccezione per la porta vista nel secolo scorso nelle vicinanze dell'ingresso del Museo del Risorgimento, nulla si è conservato di questo tratto delle mura. Tutti i resti tradizionalmente attribuiti a esso si sono infatti rivelati o più tardi o relativi ad altri monumenti.

In perfetta continuità con le tradizioni stabilite dai primi re, i Tarquinî conservarono per il Campidoglio il ruolo di arce, centro religioso e cuore politico della città. Al centro del Capitolium iniziarono i lavori per sistemare l'irregolare superficie del colle e creare lo spazio adatto alla costruzione del grande tempio del culto cittadino. Il Tempio di Giove è forse il monumento su cui le opinioni raggiungono i risultati più divergenti. La discussione è incentrata sulla cronologia dell'imponente struttura scoperta sotto Palazzo Caffarelli, mentre circa l'identificazione dei resti con il Tempo di Giove, dovuta a Lanciani, non sembrano sussistere dubbi. Le proposte sono sostanzialmente due: secondo un'ipotesi che registra al momento il consenso della maggior parte degli studiosi, i dati archeologici relativi al monumento potrebbero confermare una cronologia compresa tra la fine del VII e l'ultimo quarto del VI sec. a.C.; secondo altri il complesso non poteva essere concepito e realizzato in un'epoca così antica per le limitate possibilità e per le esperienze non ancora pienamente evolute degli artigiani arcaici.

Per l'operazione si dovette esaugurare l'Area Capitolina da un buon numero di culti precedenti, tranne quelli di Terminus e Iuventas ospitati nelle celle di Giove e di Minerva. Sappiamo che presso il tempio si trovava il Thensarium Vetus, una rimessa per i carri usati nelle processioni, probabilmente entrata in funzione dal momento in cui venne costruito il tempio o, almeno, da quando invalse l'uso di portare in processione le statue delle divinità. Non è possibile identificare con precisione il Santuario della Fortuna Primigenia, annoverato da Plutarco tra le Fortune serviane, anche se una vecchia ipotesi lo poneva all'interno dell'Area Capitolina. Un indizio in questo senso potrebbe essere offerto dalla distribuzione sul Campidoglio delle terrecotte architettoniche arcaiche. Se escludiamo i frammenti dal Comizio e quelli dall'ine, i rinvenimenti databili tra il secondo e il terzo venticinquennio del VI sec. a.C. sono tutti concentrati nel settore occidentale del Capitolium.

Sull'altra cima del colle, l'Arx, è forse possibile identificare, nell'area immediatamente soprastante all’Auguraculum, un culto arcaico più antico del tempio che verrà votato a Iuno Moneta agli inizî del IV sec. a.C. La tradizione antiquaria ha conservato il ricordo di un culto preesistente a tale fondazione localizzato nell'area della Chiesa dell'Ara Coeli. Il sito del tempio può essere precisato grazie alla recente riconsiderazione dei resti di edificio visibili nei giardini dell'Ara Coeli, sotto al Portico del Vignola. In questa zona sono stati rinvenuti frammenti di terrecotte architettoniche della metà c.a del VI sec. a.C. in via ipotetica collegabili al tempio. Sulla terrazza sottostante alla cima occupata dal tempio doveva trovarsi VAuguraculum: se si accetta l'attribuzione a questo templum dei resti in opera quadrata di cappellaccio ancora visibili nella zona, ne consegue che i Tarquinî restaurarono e abbellirono anche questo luogo sacro.

Dall'ara si scendeva alla pendice NE del colle per le Scalae Gemoniae. Anche qui gli interventi dei Tarquinî non mutarono il quadro stabilito dai primi re, limitandosi a migliorare la situazione urbanistica della pendice. Alla fine del VII sec. a.C. si datano le più antiche strutture scoperte nell'area del Comizio. Si tratta di due brevi tratti di muratura in grandi scaglie di tufo rosso, con andamento perpendicolare alla pendice del colle, ai quali è associata una nuova pavimentazione databile negli stessi anni. Nel corso del VI sec. a.C. si susseguono nell'area altre due pavimentazioni: sulla prima poggia il famoso cippo iscritto, mentre la seconda segue la costruzione di una piccola fogna che limita a Ν l'area in cui si trovano il bacino e l'iscrizione. Questi interventi, generalmente riferiti all'età serviana (568-533 a.C.), dopo un più completo esame dei materiali datanti, si sono rivelati non anteriori all'ultimo trentennio del VI sec. a.C. In questa fase nel Comizio si trovavano i Tria Fata, tre statue fatte collocare sul lato Ν da Tarquinio Prisco; qui ebbe luogo anche la contesa tra questo re e l'augure Atto Navio. In quell'occasione l'augure avrebbe provocato il miracoloso spostamento del Fico Ruminale dal Lupercale al Comizio.

Il Comizio non era soltanto il luogo deputato alle riunioni pubbliche, ma anche all'amministrazione della giustizia nei casi di delitti capitali. In stretta relazione topografica e funzionale troviamo il Career, le cave di tufo capitolino (latumiae) utilizzate a R. come a Siracusa per la custodia di prigionieri, e la sede dei Triumviri Capitales. La costruzione del Career era attribuita ad Anco Marcio dall'annalistica. Servio Tullio aggiunse un nuovo settore, detto appunto Tullianum, celebre per il suo aspetto spaventoso, identificato con la struttura in opera quadrata di cappellaccio sotto la Chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami. Sempre a Servio Tullio fonti tarde attribuiscono l'inizio dell'uso delle latumiae come luogo di detenzione. Presso queste cave correva il Clivus Latumiarum, il cui percorso potrebbe essere indicato dal grande collettore visto a più riprese sotto Via del Foro Romano. La rupe che incombeva su questi luoghi, il Saxum Tarpeium, veniva utilizzato per le esecuzioni capitali: da qui venivano fatti precipitare i condannati a morte.

Bibl.: G. Giannelli, La leggenda dei Mirabilia e l'antica topografia dell'Arce capitolina, in StRom, XXVI, 1978, pp. 60-71; F. Coarelli, Il Foro Romano. I. Periodo arcaico, Roma 1983, pp. 199-226; id., Il Foro Romano. II. Perìodo repubblicano e augusteo, Roma 1985, pp. 59-87; M. Cristofani, I santuari: tradizioni decorative, in M. Cristofani (ed.), Etruria e Lazio arcaico. Atti dell'Incontro di studio (QuadAEI, 15), Roma 1986, pp. 95-120, in part. p. 117; F. Coarelli, Il Foro Boario. Dalle orìgini alla fine della Repubblica, Roma 1988, pp. 41 s., 156-158, 411-414; P. Carafa, Il tempio di Quirino. Considerazioni sulla topografia arcaica del Quirinale, in ArchCl, XLV, 1993, p. 131; G. Pisani Sartorio, in LTUR, I, 1993, p. 17, s.v. Aedes thensarum, Thensarium vetus; P. Carafa, La «Grande Roma dei Tarquinî» e la città romuleo-numana, in BullCom, XCVI, i, 1994, in corso di stampa; id., Il Comizio di Roma dalle origini all'età di Augusto, in corso di stampa.

(P. Carafa)

b) Quirinale e Viminale. - Il Viminale continua a essere sostanzialmente ignoto anche in questa fase. Unica traccia di occupazione arcaica resta il deposito votivo recuperato presso il Ministero dell'Interno. Le mura serviane attraversavano, come per l'Esquilino e il Quirinale, il pianoro settentrionale del colle e qui si apriva una porta chiamata Viminalis, localizzabile nell'area di Termini, ma non si conosce il nome della strada che attraverso essa entrava a Roma.

Sul Quirinale i resti archeologici databili in questa fase sono altrettanto scarsi. Un cospicuo contesto di materiali orientalizzanti attesta che l'antichissimo luogo di culto presso S. Maria della Vittoria era ancora frequentato, mentre la stipe rinvenuta presso il villino Hüffer, di cui resta soltanto il famosissimo vaso «di Duenos», potrebbe indicare il luogo dell'altare della Fortuna Euelpìs attribuito a Servio Tullio da Plutarco.

Il percorso delle fortificazioni sul Quirinale è ben noto. Dall'estremità dell'aggere di Termini il muro piegava verso S percorrendo tutto il fianco occidentale del colle e collegandosi al Campidoglio. Grazie alle fonti è possibile attribuire a questo settore quattro porte: Collina, Quirinalis, Salutaris e Sanqualis. I dati archeologici consentono di individuarne altrettante nel circuito. Due si trovano rispettivamente sotto l'ex Ministero delle Finanze e a Largo Magnanapoli; altri due ingressi sono suggeriti dalla viabilità antica in coincidenza con Via della Dataria e in Via delle Quattro Fontane. Nelle strutture scoperte nell'area del Ministero delle Finanze si riconosce la Porta Collina, l'ingresso a R. per chi proveniva dalle vie Salaria e Nomentana. Nei resti di Via delle Quattro Fontane (scalinata in opera quadrata di cappellaccio) generalmente si riconosce la Porta Quirinalis, nonostante alcune obiezioni. In Via della Dataria è stata identificata la Porta Salutaris, dato che i resti di Largo Magnanapoli sono stati interpretati da una parte degli studiosi come la Porta Sanqualis, per ovvi motivi di contiguità topografica con il Santuario di Semo Sancus.

Considerando l'originaria orografia del colle si potrebbe ipotizzare un ulteriore varco nelle mura nel punto in cui la valle del Traforo raggiungeva la cima del Quirinale. In tal caso le altre localizzazioni vanno riconsiderate: la possibile porta del Traforo dovrebbe essere la Porta Salutaris, perché segue immediatamente la Quirinalis, e l'ingresso di Via della Dataria la Porta Sanqualis; i resti di Largo Magnanapoli potrebbero assegnarsi alla Porta Fontinalis localizzata da alcuni studiosi all'estremità settentrionale del Campidoglio. In realtà l'unica vera difficoltà nell'accettare la presenza della Porta Fontinalis sul Quirinale è la mancanza di spazio per localizzare tutte le altre porte attestate dalle fonti.

Il circuito difensivo sembrerebbe aver incluso all'interno della città tutto il pianoro settentrionale del colle, utilizzato come necropoli fino a buona parte dell'Vili sec. a.C. La tradizione annalistica e antiquaria ricorda soltanto la costruzione promossa da Tarquinio Prisco di un tempio, al posto dell'antica ara votata a Semo Sancus da Tito Tazio, nel quale il re fece collocare un statua della moglie e uno scudo di pelle bovina su cui era inciso il trattato tra R. e Gabii. In via del tutto ipotetica potremmo far risalire a questa fase anche la dedica del Tempio della Fortuna Primigenia presso la Porta Collina, inserito nel feriale arcaico ma in un mese, novembre, sicuramente aggiunto in epoca successiva alla prima età monarchica.

Bibl.: F. Coarelli, II Foro Boario. Dalle origini alla fine della Repubblica, Roma 1988, pp. 285-293; M. Cristofani, Vaso di Dueños, in M. Cristofani (ed.), La grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, p. 20 s.; A. Ziolkowski, The Temples of Mid-Republican Rome and Their Historical and Topographical Context, Roma 1992, pp. 57 s., 40-45; P. Carafa, Il tempio di Quirino. Considerazioni sulla topografia arcaica del Quirinale, in ArchCl, XLV, 1993, pp. 128-131.

(P. Carafa)

c) Foro Romano. - La piazza creata con la bonifica promossa probabilmente da Anco Marcio venne ripavimentata sullo scorcio del VII sec. a.C. con terra battuta mista a ciottoli, circondata da imponenti edifici e dotata della Cloaca Maxima, il collettore che scendeva dalla Subura e attraversava il Foro favorendo lo smaltimento delle acque verso il fiume. L'impianto, realizzato secondo la tradizione da Tarquinio Prisco o da Tarquinio il Superbo, a quanto afferma Plinio (Nat. hist., XXXVI, 104) era coperto e largo abbastanza da permettere il passaggio di un carro o da essere ispezionato in barca da Agrippa nell'anno della sua edilità. Forti dubbi sono stati avanzati sulla verosimiglianza di queste notizie, poiché la grande fogna in cui viene riconosciuta la Cloaca Maxima è il risultato di almeno due rifacimenti di un precedente collettore, databile al più presto alla media età repubblicana. L'antichità della Cloaca è stata negata dal momento che si tratterebbe di una struttura troppo complessa per essere così antica: in particolare è parso inverosimile che il canale arcaico avesse una copertura con volta a botte, anche perché in Plauto (Curc., 476) è chiamata ancora canalis, termine comunemente inteso come «canale scoperto». Varie testimonianze attestano però l'uso di canalis per indicare condotti coperti (p.es. gli acquedotti) e recenti indagini archeologiche hanno accertato l'uso della copertura a volta in opere idrauliche a R. e nel Lazio a partire almeno dalla metà del VI sec. a.C.

Al primo Tarquinio è attribuita la costruzione di una serie di tabernae, dette in seguito veteres, sul lato S del Foro, di una porticus (da considerare antistante alla schiera di tabernae) e l'assegnazione ai membri dell'aristocrazia di aree edificabili in zone circostanti al Foro. Alcune strutture in opera quadrata di cappellaccio individuate sotto alla Basilica Giulia (parte di una domus con il suo impluvio) e sotto alla Basilica Emilia (cisterna a pianta circolare e piccole fogne) vengono generalmente datate all'età repubblicana, ma ora che l'uso del cappellaccio è stabilmente attestato nell'edilizia privata di età arcaica potrebbero essere considerate come resti delle ricche dimore costruite su invito di Tarquinio Prisco. Altre strutture sono state recentemente individuate nell'area del Tempio dei Castori, ma la limitata estensione dei sondaggi non consente ulteriori approfondimenti.

In prossimità dell'angolo SO della piazza, presso l'imbocco del Vicus Tuscus, fu scoperta parte di una struttura in opera quadrata di tufo rosso, con orientamento E-O e pareti direttamente impiantate sulla nuova pavimentazione del Foro. Un recente tentativo di interpretazione la considera parte del muro che doveva circondare la piazza, ma è forse possibile proporre un'ipotesi alternativa. Il muro si trova esattamente sotto la fondazione del sacello, fino a qualche tempo fa ritenuto il basamento dell’Equus Domitiani, nei cui pressi è stato proposto di localizzare i Doliola, il santuario di carattere ctonio fondato da Numa, che le fonti definiscono sacellum. Sarebbe suggestivo riconoscere nella struttura il lato di un piccolo edificio, simile nelle dimensioni ai più antichi oìkoi riportati alla luce nelle città latine ed etrusche.

Bibl.: F. Zevi, II Foro, in M. Cristofani (ed.), La grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, pp. 47-52; P. Carafa, La «Grande Roma dei Tarquinî» e la città romuleo-numana, in BullCom, XCVI, 1, 1994, in corso di stampa.

(P. Carafa)

d) Campo Marzio. - L'intervento più importante realizzato nel Campo Marzio fu la costruzione dell' Ovile, il recinto più tardi chiamato Saepta riservato alle riunioni dei comizî centuriati e per le conseguenti operazioni di voto. La tradizione attribuisce a Servio Tullio la riforma dell'ordinamento curiato a favore di quello centuriato e l'utilizzazione del Campo Marzio per i comizî va fatta risalire al suo regno. Una tradizione erudita fa derivare il nome dal fatto che qui Romolo portava a pascolare le sue greggi, ma, al di là dell'ingenua etimologia, non è semplice stabilire se la tradizione possa nascondere un rapporto tra questo spazio inaugurato e il primo re di Roma. Si trattava di un'area rettangolare dalle notevolissime dimensioni, ben più ampie di quelle del più antico Comizio, che in età tardo-repubblicana occupava tutta l'area compresa tra Piazza del Gesù, Largo di Torre Argentina, Piazza della Rotonda e Piazza San Macuto. Nella sua parte meridionale l'Ovile era attraversato dall'Amnis Petronia che divideva lo spazio in cui sostavano i rappresentanti delle centurie dallo spazio, più piccolo, riservato alle sole operazioni di voto. Data la sua posizione l’Ovile/Saepta formava un complesso funzionale con l'Auguraculum del Collis Latiaris, così come il Comizio era in strettissimo rapporto, topografico e ideale, con l'Auguraculum dell'Arx. Le mutate esigenze del corpo civico derivate dalla riforma serviana spinsero gli ultimi re a dilatare lo spazio della città, ma senza modificare la sua struttura originaria.

Livio (III, 63) ci informa che il Tempio di Apollo dedicato nei Praia Flaminia sorse sul luogo di un più antico Apollinar, non altrimenti conosciuto. Ci troviamo in una zona esterna al pomerio che ben si adatta ad accogliere divinità allogene. Non esistono elementi che possano fare luce sull'origine di questo culto, ma appare suggestiva l'ipotesi che attribuisce la sua introduzione a Tarquinio il Superbo, il re a cui vennero offerti da una vecchia donna i Libri Sibyllini. Ai Tarquinî potrebbe attribuirsi la sistemazione del terreno riservato alla corsa dei carri presso il Tarentum dove venne costruito il Trigarium, in data imprecisabile, ma in maniera simile a quanto aveva fatto Tarquinio Prisco nella Valle Murcia con il Circo Massimo.

Bibl.: F. Coarelli, Roma (Guide archeologiche Laterza, 6), Roma-Bari 1980, p. 268; id., La doppia tradizione sulla morte di Romolo e gli Auguracula dell'Arx e del Quirinale, in Gli Etruschi e Roma. Atti dell'Incontro di studio in onore di M. Pallottino, Roma 1981, pp. 173-188; E. La Rocca, Amazzonomachia. Le sculture frontonali del tempio di Apollo Sostano (cat.), Roma 1985, pp. 15-20.

(P. Carafa)

e) Foro Boario. - Uno dei luoghi dove la caratterizzazione tirannica della più tarda monarchia romana è evidente con estrema chiarezza è il Foro Boario. Qui infatti un complesso sistema di valori religiosi, politici ed economici viene rappresentato dalle opere pubbliche fatte realizzare dal re. La zona non perse la sua connotazione commerciale, anzi migliorò la sua funzione, se coglie nel vero l'ipotesi che propone di far risalire a età arcaica la costruzione del primo porto sulla riva sinistra del fiume. Poteva trattarsi di un semplice bacino semicircolare il cui diametro è segnato verso il Campidoglio dalla fronte del Tempio di S. Omobono e verso l'Aventino da quella del Tempio di Portunus, il c.d. «Tempio della Fortuna Virile». Il fatto che sia la Cloaca Massima sia la c.d. Cloaca Circi, la fogna che percorre la Valle Murcia, furono fatte entrambe sfociare nel fiume più a valle del Tempio di Portunus, potrebbe spiegarsi con la volontà di preservare il porto dal pericolo di insabbiamenti, che sarebbero stati favoriti dallo scarico dei collettori.

Il santuario più importante presso il porto era quello di Fortuna e Mater Matuta dedicato da Servio Tullio. Dei due culti quello di Mater Matuta è probabilmente il più antico e forse si collega alla figura di Carmenta, venerata da tempi antichissimi sull'ara che si trovava presso il tempio. Per questa divinità della luce e delle nascite, da collegare ad Aurora, è stata recentemente avanzata la possibilità che si tratti di un culto peregrino evocato a R. da Satrico all'epoca di Servio Tullio. Più complessa appare la definizione della figura di Fortuna venerata in questo santuario. A Servio Tullio la tradizione antiquaria attribuisce la fondazione di ben dieci santuarî dedicati alla Fortuna, localizzati su tutti i colli di R., ma solo di recente l'indicazione è stata considerata affidabile. Si è riconosciuto nella Fortuna del Foro Boario la Fortuna Redux, epiclesi della dea connessa con le operazioni militari dell'adventus e del trionfo. Un'altra tradizione antiquaria, rifiutata dalla normalizzazione annalistica, localizza nel santuario del Foro Boario la ierogamia tra il re e la dea, riproponendo uno schema dal chiaro sapore tirannico, ben noto in area orientale, che probabilmente nasconde la prostituzione sacra praticata nel santuario. Questa tradizione non sorprende, giacché il rapporto tra Servio e Fortuna era ben noto agli antichi, tanto da divenire proverbiale. La figura di questa divinità rivelerebbe dunque una caratterizzazione erotica e guerriera che la oppone alla figura solare e materna di Mater Matuta.

Fin dal '700 si è proposto di confrontare il sistema cultuale del Foro Boario con quello di Pyrgi, il porto di Caere, dove era venerata Uni nel duplice aspetto di Thesan/Aurora e Astarte/Afrodite. Questa ipotesi è stata recentemente ripresa e ulteriormente articolata. Le due dee di Pyrgi ripropongono puntualmente le caratteristiche della coppia romana e sono venerate in un santuario che racchiude due edifici, situato presso un importantissimo scalo commerciale all'esterno della città, dove si praticava la ierodulia. A Pyrgi come a R. l'intervento del re, determinante per la fondazione del santuario, consiste nella monumentalizzazione di un culto più antico, ma soprattutto si configura come un atto dovuto verso la dea con cui il re/tiranno ha un particolare rapporto. Inoltre, considerando la presenza di un culto ad Apollo collegato alle due figure femminili a Pyrgi come a R. (l’Apollinar dei Prata Flaminia), le analogie si farebbero ancora più stringenti.

Lo scavo, condotto a partire dagli anni '30 presso la Chiesa di S. Omobono, ha permesso di individuare l'esatta localizzazione di questo santuario. L'area non è stata interamente scavata, ma oltre una decina di sondaggi hanno contribuito a individuare, al di sotto dei pavimenti di età repubblicana: 1) i livelli che precedono la costruzione di un edificio templare di tipo tuscanico a tre celle o, più probabilmente, a cella singola tra alae; 2) due fasi differenti nella realizzazione della struttura; 3) parte della decorazione architettonica dell'edificio sacro; 4) una spessa colmata che riporta notevolmente più in alto il livello dell'area dopo la definitiva distruzione del tempio.

È opinione comune che la tradizione venga pienamente confermata da queste scoperte. La cronologia proposta nel corso degli anni sessanta per questa successione di eventi si è dimostrata troppo bassa. Secondo le nuove datazioni, dopo una frequentazione nell'ultima età orientalizzante, la costruzione del tempio sarebbe avvenuta negli anni attorno al 580 a.C., in accordo con le fonti. Il fatto che sia stato individuato un solo edificio, in cui si vuole riconoscere il Tempio di Mater Matuta, non costituisce di per sé un elemento sufficiente per negare l'esistenza anche di un secondo edificio dedicato a Fortuna. Una conferma alla descrizione del santuario conservata nelle fonti si è voluta vedere anche nella presenza tra i due templi di età repubblicana di un ambiente sotterraneo a pianta rettangolare allungata e nella sua soglia monumentale. L'ambiente è stato infatti interpretato come il thàlamos in cui aveva luogo l'unione tra il re e la dea, mentre la soglia rappresenterebbe la Porta Fenestella, il passaggio utilizzato dalla dea per recarsi dal re.

La decorazione fittile e l'impianto della struttura sarebbero stati rinnovati negli anni attorno al 530 a.C., prima di venire definitivamente distrutti verso il 500 a.C. A questa fase va attribuito il famosissimo gruppo fittile, che riproduce l'introduzione di Ercole all'Olimpo da parte di Minerva. Non è possibile stabilire con sicurezza se questo gruppo fosse un donario o parte della decorazione acroteriale. Si tratta comunque di un'immagine emblematica, sia per la caratterizzazione del culto sia per l'ambiente da cui probabilmente il modello iconografico è stato mutuato. Gli attributi dell'Ercole di S. Omobono lo rendono simile all'Ercole cipriota e dobbiamo ricordare che buona parte del patrimonio mitologico della città arcaica dimostra chiaramente come la cultura della classe dirigente romana, tra la seconda metà del VII e il VI sec. a.C., fosse influenzata da modelli greco-orientali. Inoltre, se lo strettissimo legame tra il culto del Foro Boario e il re dovesse essere ancora sottolineato, basti pensare che la stessa immagine venne usata da Pisistrato ad Atene per legittimare la sua tirannide.

Per la fase successiva non è stato ancora stabilito un indiscusso termine di datazione. Due sono le ipotesi: 1) il grande riporto di terreno viene realizzato immediatamente dopo la distruzione del tempio arcaico; 2) concordemente a quanto affermato dalle fonti l'edificazione del nuovo santuario viene datata agli anni successivi alla caduta di Veio.

Recentemente anche la cronologia delle fasi più antiche è stata rimessa in discussione, negando l'esistenza di due distinte fasi edilizie e proponendo per la costruzione del primo tempio una data vicina al 540/530 a.C. Per stabilire la cronologia delle fasi che segnarono la vita del santuario, tutte queste ricostruzioni si sono avvalse di volta in volta dell'analisi stilistica della decorazione del tempio, del materiale contenuto nei depositi votivi o di altro materiale decontestualizzato recuperato negli anni 1937-1938. L'analisi delle stratigrafie documentate nell'area sacra consente di stabilire alcuni punti fermi nella discussione, che sono stati assai poco considerati fino a oggi. È possibile così riconoscere sei diverse fasi, comprese tra la metà del VII e la metà del V sec. a.C.: 1) c.a metà del VII sec. a.C.: prima pavimentazione dell'area in terra battuta a una quota di c.a m 6,40 s.l.m.; 2) 630-590 a.C.: realizzazione di una seconda pavimentazione simile alla precedente; 3) 590-550 a.C.: nuova sistemazione dell'area e terza pavimentazione in terra mista a ciottoli; 4) 550/540-530/520 a.C.: costruzione del tempio con scalinata di accesso sul fronte del podio; 5) 530/520-inizî del V sec. a.C.: modifiche nella struttura esterna e continuità di uso dell'edificio; 6) inizî del V sec. a.C.-c.a metà del V sec. a.C.: distruzione e definitiva obliterazione dell'edificio.

Nel valutare questi risultati va tenuto conto del fatto che, tra tutti i sondaggi realizzati nell'area del santuario, solo due hanno raggiunto il basamento del tempio arcaico e, di questi, uno soltanto ha intaccato i livelli precedenti alla costruzione dell'edificio e i riempimenti interni del podio. Quindi, a tutt'oggi, è possibile fare riferimento a pochissimi elementi datanti in chiara connessione stratigrafica con la struttura.

Bibl.: F. Coarelli, II Foro Boario. Dalle origini alla fine della Repubblica, Roma 1988, pp. 205-437; G. Pisani/Sartorio, I culti e gli scambi, in M. Cristofani (ed.), La grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, pp. 111-114; A. M. Sommella Mura, Il tempio arcaico e la sua decorazione, ibid., pp. 115-118; F. P. Arata, Terrecotte architettoniche, ibid., pp. 119-129; P. Virgili, Il deposito votivo, ibid., p. 130; M. Cristofani, Osservazioni sulle decorazioni fittili arcaiche del santuario di S. Omobono, in Stips Votiva. Papers Presented to C. M. Stibbe, Amsterdam 1991, pp. 51-59; P. Carafa, Culti e templi del porto di Roma. Ancora sul santuario arcaico di S. Omobono, in corso di stampa.

(P. Carafa)

f) Palatino e Germalo. - La profonda trasformazione che caratterizza il VI sec. a.C. ha uno dei suoi epicentri nel Foro Romano e di qui si estende progressivamente risalendo la valle fra Palatino e Velia. Fra le prime zone interessate è il triangolo della Regia, dove già dalla fine del VII sec. a.C. viene impiantato un edificio costituito da tre ambienti che si aprono su un cortile scoperto. Successivi interventi di modifica, anche radicali, si concludono verso la fine del VI sec. con la definizione di una pianta trapezoidale, che verrà mantenuta per gran parte del periodo repubblicano. In essa due ambienti laterali, identificati come santuarî di Marte e Ops Consiva, si aprono su un vano centrale da cui si accede a un cortile (Brown, 1974-75; Coarelli, 1983). A Ν della Regia correva un tracciato stradale glareato che la separava dalla zona del Santuario di Vesta (Scott, 1993). Qui la presenza del culto è attestata da depositi votivi (fra cui un frammento iscritto: Colonna, 1980), ma solo pochi spezzoni di muro di cappellaccio sono riconducibili agli edifici di culto e di residenza delle Vestali. Fra le strutture più leggibili è un lastricato di cappellaccio con crepidine che sembra costituire il limite settentrionale dell'isolato (Carettoni, 1978-80; Scott, 1991). Secondo le fonti, nell'isolato fra Sacra Via e Nova Via, dovevano trovare spazio la residenza di Tarquinio Prisco, con i culti di Orbona e dei Lari (Coarelli, 1983; Carafa, in stampa). Un sacello in blocchi di cappellaccio con canaletta e resti di offerte è stato in effetti scoperto quasi all'estremità occidentale dell'isolato (Carettoni, 1978-80). Altri resti in cappellaccio sono stati rinvenuti sul lato opposto, nell'area del Lacus Iuturnae (Steinby, 1985); essi comprendono un altro tratto lastricato che farebbe pensare a uno spazio aperto. A monte di quest'area si doveva trovare la Porta Romanula, con i culti di Acca Larenzia-Mater Larum, che contrassegnavano il limite fra l'abitato palatino e le bassure del Velabro (Coarelli, 1983). Insieme alla Porta Mugonia con il culto connesso di Giove Statore, le due porte (che continuano a essere ricordate in fonti molto più tarde) dovevano essere sopravvissute all'abbandono della cinta palatina conseguente all'espansione del pomerio dovuta a Servio Tullio. Anche il fossato difensivo viene colmato intorno alla metà del VI sec. a.C., nel quadro del livellamento del fondovalle che rinnova completamente l'aspetto della fascia pomeriale delle fortificazioni. Queste vengono simbolicamente mantenute ancora per qualche decennio con grandi blocchi di tufo lionato, ma senza alcuna valenza militare, finché rimane solo una traccia della posizione della porta (Carandini e altri, 1992 e in corso di stampa). Verso la fine del secolo la trasformazione è completa; nuove colmate vengono deposte fino a livellare il fondovalle, ottenendo un'ampia zona perfettamente edificabile. Il ruscello che aveva scavato la valle fra il Palatino e la Velia scorre ormai incanalato all'interno di un'ampia fogna costruita in lastre e blocchi di cappellaccio. Al di sopra di questa si trova un lastricato viario sempre di cappellaccio, da identificare con la Sacra Via che doveva seguire l'andamento dell'antico corso d'acqua, salendo dal lato settentrionale della Regia lungo una linea curva che raggiunge la sella dove poi sorgerà l'Arco di Tito. Qui doveva trovarsi un incrocio con la via che saliva verso S in direzione della sommità del Palatino (Carafa, in stampa). Questi due tracciati delimitano anche un quartiere residenziale, di cui sono stati rinvenuti imponenti resti in opera quadrata di cappellaccio. Si tratta di profonde fondazioni di blocchi, costruite contestualmente alla deposizione dei livellamenti, sulle quali dovevano svilupparsi alzati di mattoni crudi o argilla pressata (pisé). Questo grande complesso, con tabernae che fronteggiavano le strade, sembra riconducibile ad abitazioni di altissimo livello, come suggerisce la posizione molto vantaggiosa e prossima ai grandi spazî pubblici della Regia e di Vesta. Il quartiere viene rifinito con la costruzione di canalette che vanno a scaricare nella fogna stradale principale e di pozzi circolari foderati con cinque o sei lastre curve in cappellaccio. Al centro dell'area viene realizzata una grande cisterna rettangolare in opera quadrata, con volta a botte e partizione interna, che rappresenta uno dei più antichi esempî di arco a conci a Roma. Un ricordo delle fortificazioni viene conservato a O del quartiere: qui un tratto di muro in cappellaccio è connesso a due bastioni che mantengono probabilmente la funzione dell'antica porta. Fra i bastioni corre una strada lastricata che si diparte dalla Sacra Via; oltrepassata la porta, essa prosegue in una rampa gradonata che ascende obliquamente la pendice palatina. Da questo asse si diparte verso O un altro lastricato, con relativa fogna, che avrebbe potuto passare ancora più a monte dell'isolato di Vesta, comprendendone forse il lucus (Carafa, in stampa).

A monte della fascia di isolati che si affacciavano sulla Sacra Via il Palatino doveva essere costellato di nuovi edifici realizzati con la tecnica caratteristica del periodo, l'opera quadrata di cappellaccio. Resti di questo genere sono stati rinvenuti nei pressi della Nova Via post-neroniana (Santangeli Valenzani, Volpe, 1989-90), anche se su un'estensione troppo ridotta per poter avanzare un'interpretazione. Maggiore rilievo hanno i resti presenti sotto la Domus Flavia; si tratta infatti di una cisterna a thòlos in blocchi, assai ben conservata, e di un pozzo in lastre collegati da cunicoli in epoche più tarde. La destinazione idraulica di queste strutture, che si trovano in corrispondenza dell'Atrio, sembra molto probabile. Al di sotto della c.d. Aula Regia fu rinvenuta una platea in blocchi di cappellaccio che potrebbe far pensare a strutture cultuali. Una notevole quantità di materiali votivi arcaici proviene dai cunicoli sotto il c.d. Larario (Colonna, 1980). Fra i culti ricordati dalle fonti sul Palatino potrebbero essere di epoca arcaica quelli della Fortuna Respiciens e di Fe- bris (Coarelli, 1983; Carandini, 1990). Ancora altre strutture in cappellaccio, fra cui un pavimento in lastre, sono venute alla luce al di sotto del grande terrazzamento del Palatino orientale, nella zona della Vigna Barberini.

Uno sviluppo del tutto analogo sembra avere anche il nucleo insediativo concentrato sulla pendice del Germalo. Eccezionale qui è la conservazione di opere idrauliche. Almeno tre grandi cisterne ì circolari vengono realizzate in opera quadrata di cappellaccio, con coperture a falsa volta nella zona della Casa di Livia. Altre cisterne rettangolari sono venute in luce presso il c.d. Auguratorium (Pensabene, 1993) e in cima alle Scalae Caci, mentre una cisterna anulare si trova sulle pendici. Questi interventi sembrano da inserire in una complessiva ristrutturazione dell'area che comprende anche la realizzazione di un terrazzamento e la riorganizzazione della rete viaria. Resti di lastricato indicano la presenza di due fondamentali assi N-S che collegavano la zona con il Palatino e si raccordavano fra loro e con le Scalae Caci tramite due segmenti ortogonali. Le scale collegavano il Germalo con la Valle Murcia e presso la loro base doveva ancora essere visibile il Lupercale. I resti murari che si sostituiscono alle capanne ormai abbandonate sono costituiti da un podio e da un grande muro in blocchi che potrebbero appartenere a un unico complesso templare. Terrecotte architettoniche e antefisse arcaiche rinvenute nell'area hanno fatto pensare al culto di Iuno Sospita (Carandini, 1990; Pensabene, 1990; Pensabene e altri, 1993). Strutture mediorepubblicane nella zona delle capanne sono state riferite alla Casa Romuli, una sorta di heròon del primo re che potrebbe avere origini arcaiche (Pensabene, 1990-91).

Bibl.: F. Brown, La protostoria della Regia, in RendPontAcc, XLVII, 1974- 75, pp. 15-36; F. Castagnoli, Germalo, in RivFil, CV, 1977, pp. 15-19; G. Carettoni, La Domus Virginum Vestalium e la Domus Publica del periodo repubblicano, in RendPontAcc, LI-LII, 1978-1980, pp. 111-128; G. Colonna, Le iscrizioni strumentali latine del VI e V secolo a. Cr., in Lapis Satricanus, Roma 1980, pp. 55-56; F. Coarelli, Il Poro Romano. I. Periodo arcaico, Roma 1983; E. M. Steinby, Lacus Juturnae 1982-1983, in Roma. Archeologia nel centro, I, Roma 1985, pp. 73-92; F. Castagnoli, «Ibam forte Via Sacra» (Hor., Sat. I, 9, 1), in Topografia romana. Ricerche e discussioni (QuadTopAnt, X), Firenze 1988, pp. 99- 114; P. Pensabene, Scavi nell'area del Tempio della Vittoria e del santuario della Magna Mater sul Palatino, in Archeologia Laziale IX (QuadAEI, 16), Roma 1988, pp. 54-67; R. T. Scott, Regia-Vesta 1987, ibid., pp. 18-23; Α. Ziolkowski, The Sacra Via and the Temple of Juppiter Stator, in OpRom, XVII, 1989, pp. 225-239; R. Santangeli Valenzani, R. Volpe, Nova Via, in BullCom, XCIII, 1, 1989-90, pp. 23-29; A. Carandini, Il Palatino e il suo sistema di Montes, in M. Cristofani (ed.), La grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, pp. 79-85; id., Le pendici settentrionali del Palatino. Campagne di scavo 1985-1988, in BA, 1-2, 1990, pp. 159-165; P. Pensabene, L'area Sud-Ovest del Palatino, in M. Cristofani (ed.), La grande Roma..., cit., pp. 86-90; L. Quilici, Forma e urbanistica di Roma arcaica, ibid., pp. 29-44; P. Pensabene, Casa Romuli sul Palatino, in RendPontAcc, LXIII, 1990-91, pp. 115-162; R. T. Scott, Rome. The Area Sacra of Vesta 1990, in Rivista di Topografia antica, I, 1991, pp. 163-165; A. Carandini e altri, Palatino, pendici settentrionali. Lo scavo delle mura, in BA, 16-18,1992, pp. 111-139; A. Grandazzi, Contribution à la topographie du Palatin, in REL, LXX, 1992, pp. 28-34; J. Aronen, in LTUR, I, 1993, p. 29, s.v. Aius Locutius; A. Grandazzi, La Roma Quadrata: mythe ou réalité?, in MEFRA, CV, 1993, pp. 493-545; M. A. Tornei, Sul Tempio di Giove Statore sul Palatino, ibid., pp. 621-659; P. Pensabene e altri, Campagne di scavo 1988-1991 nell'area sud-ovest del Palatino, in Archeologia Laziale XI (QuadAEI, 21), Roma 1993, pp. 19-37; R· T. Scott, Lavori e ricerche nell'area sacra di Vesta 1990-1991, ibid., pp. 11-17; id., Excavations in the Area Sacra of Vesta, 1987-1989, in Eius Virtutis Studiosi. Classical and Postclassical Studies in Memory of F. E. Brown, Washington 1993, pp. 161-181; id., in LTUR, I, 1993) pp. 138-142, s.v. Atrium Vestae; M. J. Strazzulla, ibid., II, 1995, pp. 276- 278, s.v. Fortuna Respiciens·, P. Carafa, I resti archeologici di Roma arcaica. La «Grande Roma dei Tarquinî» e la città di Romolo e Numa, in BullCom, XCVI, 1994, corso di stampa; A. Carandini (ed.), La valle fra Palatium e Velia, I, in BA, in corso di stampa.

(N. Terrenato)

g) Valle Murcia e Aventino. - Ai piedi del Palatino la grande depressione della Valle Murcia segue probabilmente la stessa sorte del Foro. Essa appare infatti colmata e riconquistata per usi civici, anche in seguito all'incanalamento del corso d'acqua che l'attraversava. La Cloaca Circi svolge infatti la stessa funzione della Maxima, anche se non si hanno prove archeologiche della sua antichità. Sulla nuova superficie viene realizzato il Circo Massimo, che utilizza come spina l'antichissimo luogo di culto di Conso. Altri culti arcaici della zona, sempre di carattere agricolo, sono probabilmente quelli di Seia, Segesta e Tutilina. I limitati scavi nella zona non hanno portato alla scoperta di resti arcaici, distrutti con ogni probabilità dalle enormi fondazioni successive (Ciancio Rossetto, 1987). La notizia che ricorda l'assegnazione di lotti a privati durante il regno di Tarquinio Prisco è resa ora molto più verosimile dalle scoperte concernenti la Valle del Foro. Parallelamente al Circo Massimo corre, con ogni probabilità, il pomerio serviano, che esclude l'antistante Aventino. Si tratta probabilmente dell'unico tratto del pomerio romuleo che viene mantenuto nel nuovo ordinamento.

Il monte Aventino costituisce un'entità separata nel sistema dei montes; esso rimane infatti fuori del pomerio fino all'epoca di Claudio ed è caratterizzato in senso militare e agricolo. Sulla sua sommità, presso S. Sabina, si doveva trovare l’Armilustrium, un monumento collegato alla purificazione delle armi. Nelle vicinanze va ricercato anche il Loreto minore dove si poteva trovare una sorta di heròon di Tito Tazio, che la tradizione vuole sepolto sull'Aventino. Un altro boschetto di allori, il Loreto maggiore, era situato forse verso l'angolo NO. Il culto principale è rappresentato dal Tempio di Diana, attribuito dalla tradizione a Servio Tullio. La sua posizione rimane tuttora incerta e le ipotesi oscillano fra la sommità e le pendici settentrionali (Vendittelli, 1988; Colonna, 1994). Forse di fondazione arcaica è anche il culto di Luna. L'Aventino, pur esterno al pomerio, è incluso nelle Mura Serviane, che dovevano comprendere anche una parte dell'Aventino minore; varî tratti in blocchi di cappellaccio sono stati infatti visti presso S. Sabina e presso S. Saba. La cinta avrebbe così compreso l'Aventino quasi completamente, passando poi sul crinale dell'Aventino piccolo in direzione della Porta Capena. Altre tre porte sono ricordate in questa cinta: la Lavernalis, sull'Aventino (dove vi sarebbe stato un culto di Laverna), la Naevia sull'Aventino piccolo e la Raudusculana nella valle fra le due colline.

Bibl.: P. Ciancio Rossetto, Circo Massimo. Il circo cesariano e l'Arco di Tito, in Archeologia Laziale Vili (QuadAEI, 14), Roma 1987, pp. 39-46; F. Coarelli, Il Foro Boario. Dalle origini alla fine della Repubblica, Roma 1988; L. Vendittelli, Prosecuzione delle indagini topografiche sull'Aventino: la localizzazione del Tempio di Diana, in Archeologia Laziale IX (QuadAEI, 16), Roma 1988, pp. 105-110; B. Liou-Gille, Une tentative de reconstitution historique: les cultes fédéraux latines de Diane Aventine et de Diarie Nemorensis, in PP, XLVII, 1992, pp. 411-438; P. Ciancio Rossetto, in LTUR, 1,1993, pp. 272-277, s.v. Circus Maximus·, G. Colonna, Winckelmann, i «vasi etruschi» dall'Aventino e il Tempio di Diana, in PP, XLIX, 1994, pp. 286-304; L. Vendittelli, in LTUR, II, 1995, pp. 11-13, s.v. Diana Aventino, Aedes.

(N. Terrenato)

h) Valle del Colosseo e Celio. - Come molte altre bassure la Valle del Colosseo viene probabilmente colmata e bonificata nel corso del VI sec. a.C., anche se mancano ancora termini cronologici precisi. I grandi riporti, finiti oggi al di sotto della falda acquifera, sono stati indagati solo per mezzo di carotaggi. Una grande fogna in blocchi di cappellaccio, con volta a botte, è stata appena intravista nei recenti scavi: ha caratteristiche strutturali assai simili a quelle della cisterna rinvenuta nel quartiere alle pendici settentrionali del Palatino (Panella, 1990; in stampa). Questo condotto raccoglieva il corso d'acqua che scorreva originariamente attraverso la Valle del Colosseo e fungeva anche da fogna stradale per una via lastricata di cui sono stati visti alcuni tratti. Quest'ultima proveniva dalla valle fra Palatino e Celio e proseguiva verso l'Esquilino. Nella zona, che rimarrà uno snodo viario cruciale fino all'epoca imperiale, dovevano convergere anche una strada che scendeva dalla sella dell'Arco di Tito e forse un tracciato che correva nella valle fra Celio ed Esquilino (Carandini, 1990).

Recenti rinvenimenti sul Celio hanno mostrato anche su questo monte l'espansione urbana del VI sec. a.C. Caratteristici resti in opera quadrata di cappellaccio sono stati portati alla luce nel complesso dell'Ospedale Militare. Sono riconoscibili una canaletta e un muro, poi tagliati da strutture posteriori (Carignani e altri, 1990). Già noto, invece, è il percorso della Mura Serviane che, partendo da Porta Capena, attraversano la dorsale per proseguire poi nell'aggere esquilino. Sul Celio dovevano trovare posto, secondo le fonti, anche due culti di Fortuna (Coarelli, 1988) e quello di Carna.

Bibl.: F. Coarelli, Il Foro Boario. Dalle origini alla fine della Repubblica, Roma 1988; A. Carandini, Il Palatino e il suo sistema di montes, in M. Cristofani (ed.), La grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, pp. 79-85; A. Carignani e altri, Nuovi dati sulla topografia del Celio: le ricerche nell'area dell'Ospedale Militare, in Archeologia Laziale X (QuadAEI, 19), 2, Roma 1990, pp. 72-80; C. Panella, La valle del Colosseo nell'antichità, in BA, 1-2,1990, pp. 225-239; C. Pavolini (ed.), Caput Africae, I, Roma 1993; C. Panella (ed.), Meta Sudans, I. La valle del Colosseo prima e dopo Nerone, in corso di stampa. (N. Terrenato)

i) Velia ed Esquilino. - Con la colmata del fondovalle fra Palatino e Velia si determinano le condizioni per la creazione della Sacra Via arcaica. I resti recentemente rinvenuti in varî punti avvalorano l'ipotesi di una via che saliva fino alla sella dell'Arco di Tito e aggirava poi la Velia, dirigendosi in quota verso il Tigillo Sororio (Coarelli, 1983; Cassatella, 1985; Panella, 1985; Terrenato, 1992). Strutture di cappellaccio sono state rinvenute negli scavi del c.d. Vicus ad Carinas e vanno presumibilmente attribuite ad abitazioni del versante veliense che si affacciavano sulla Sacra Via con tabernae (Capodiferro, Piranomonte, 1988). La parte più alta della Velia sembra meno investita dalle grandi trasformazioni del secolo rispetto ad altre zone del centro. Vengono verosimilmente mantenuti tratti delle fortificazioni, ancora visibili in età repubblicana, insieme al culto di Mutunus Tutunus, che finirà per trovarsi sul retro della Casa di Domizio Calvino. Alle case dei Domizî sarebbe connesso anche il culto di Fortuna Barbata, ritenuto di fondazione serviana (Torelli, 1984; Coarelli, 1988). La sommità del monte, nei pressi del Tempio dei Penati, rimane un luogo di residenza assai ambito, come attestano il moltiplicarsi di pozzi, ora foderati in cappellaccio, e la stessa vicenda relativa alla Casa di P. Valerio Poplicola. Sul versante orientale sopravvive il Tigillo Sororio, con i culti di Giano Curiazio e Giunone Sororia. Nei pressi sono stati visti ruderi di muri in cappellaccio ai quali è associata una stipe; i resti furono rinvenuti all'interno di un basamento interpretato da alcuni come Tempio della Tellus (Coarelli, 1983). Sempre nei dintorni del Tigillo Sororio è da collocare il Vicus Cuprius percorso, secondo la tradizione, dal carro di Tullia che proseguendo nel Clivus Urbius avrebbe travolto il corpo del re Servio. Con questa narrazione sembrano collegati i ricordi relativi alle dimore di Tarquinio il Superbo e dello stesso Servio Tullio. Il primo avrebbe abitato nel Fagutal, presso un luogo di culto di Diana, in posizione non facilmente identificabile, vista la controversa localizzazione del lucus di Giove Fagutale. Sull'Oppio viene invece localizzata la Casa di Servio Tullio, forse da collegare con il culto di Fortuna Virgo e da localizzare sull'acropoli delle Sette Sale (Coarelli, 1988; Carandini, 1990). Recenti scavi in Via del Colle Oppio hanno portato alla scoperta di un deposito votivo databile al VI sec. a.C. contenente, fra l'altro, un kouros bronzeo. A questo sarebbe collegato un edificio circolare in blocchi di cappellaccio, interpretato come sacrario o heròon (Astolfi, Cordischi, Attilia, 1990; Cordischi, 1993).

Sul Cispio si registra la probabile fondazione del culto di Giunone Lucina, al cui edificio appare collegato un sacrario degli Argei. Tutte le Esquiliae, del resto, dovevano aver mantenuto alcuni caratteri extraurbani, attestati dalla presenza di luci e alberi sacri (Carandini, 1990). Con la costruzione delle Mura Serviane un limite quasi rettilineo viene tracciato sul pianoro e sottolineato da un possente aggere. La necropoli esquilina si sposta, naturalmente, al di là del nuovo pomerio.

Bibl.: E. La Rocca, Due tombe dall'Esquilino, in DArch, VIII, 1974-75, PP· 86-103; F. Castagnoli, Aedes Deum Penatium in Velia, in RivFil, CX, 1982, pp. 495-499; M. Albertoni, La necropoli esquilina arcaica e repubblicana, in AA. VV., L'archeologia a Roma fra sterro e scavo, Venezia 1983, pp. 140-156; F. Coarelli, Il Foro Romano. I. Periodo arcaico, Roma 1983; M. Torelli, Lavinio e Roma. Riti iniziatici e matrimonio, tra archeologia e storia, Roma 1984; A. Cassatella, Il tratto orientale della Sacra Via, in Roma. Archeologia nel centro, I, Roma 1985, pp. 99-105; S. Panella, Scavo nella platea del Tempio di Venere e Roma, ibid., pp. 106-112; A. Capodiferro, M. Piranomonte, Indagini intorno al Vicus ad Carinas, in Archeologia Laziale IX (QuadAEI, 16), Roma 1988, pp. 82-89; F. Castagnoli, «Ibam forte Via Sacra» (Hor., Sat. I, 9, 1), in Topografia romana. Ricerche e discussioni (QuadTopAnt, X), Firenze 1988, pp. 99-114; F. Coarelli, Il Foro Boario. Dalle origini alla fine della Repubblica, Roma 1988; E. Tortorici, Argiletum, Roma 1989; F. Astolfi, L. Cordischi, L. Attilia, Colle Oppio: Via del Monte Oppio. Via delle Terme di Traiano, in BA, 1-2, 1990, pp. 176-184; A. Carandini, Il Palatino e il suo sistema di montes, in M. Cristofani (ed.), La grande Roma dei Tarquinî(cat.), Roma 1990, pp. 79-85; L. Quilici, Forma e urbanistica di Roma arcaica, ibid., pp. 29-44; Ν. Terrenato, Velia and Carinae: Some Observations on an Area of Archaic Rome, in E. Herring, R. Whitehouse, J. Wilkins (ed.), New Developments in Italian Archaeology. Papers of the Fourth Conference of Italian Archaeology, 3-4, II, Londra 1992, pp. 31-47; L. Cordischi, Nuove acquisizioni su un'area di culto al colle Oppio, in Archeologia Laziale XI (QuadAEI, 21), Roma 1993, pp. 39-44; M. A. Tornei, A proposito della Velia, in RM, CI, 1994, pp. 309-338; A. Carandini (ed.), La valle fra Palatium e Velia, I, in BA, in corso di stampa.

(N. Terrenato)

3) l'età alto-repubblicana (fine VI- inizio IV sec. a.c.): A) Caratteri generali. - La tradizione fissa all'anno 509 a.C. la cacciata del secondo re Tarquinio, detto il Superbo, a opera di alcuni membri dell'aristocrazia romana e la nascita dello stato repubblicano. Per la prima volta nella storia urbanistica della città possediamo una serie precisa di date che consentono di ripercorrere i momenti fondamentali del suo sviluppo topografico. Se da un lato è stato facile stabilire la successione degli eventi più importanti che continuarono e, in qualche caso, completarono l'opera intrapresa dai Tarquinî, dall'altro non esiste ancora un accordo tra gli studiosi riguardo al valore «politico» di questi avvenimenti. A chi rifiuta l'immagine di un'improvvisa cesura tra la monarchia e lo stato repubblicano si oppone chi vede negli interventi urbanistici che si susseguono dagli ultimissimi anni del VI sec. a.C. un chiaro segno delle mutate condizioni politiche. La seconda interpretazione è attualmente quella prevalente, anche se assai di recente è stata ribadita l'idea di una sostanziale continuità all'interno della classe dirigente, almeno fino alla «serrata del patriziato» del 485 a.C.

b) Complessi monumentali di R. nel V sec. a.C. - Il primo intervento monumentale attribuito alla neonata repubblica è la dedica del Tempio di Giove Ottimo Massimo. Nel 501 a.C. i consoli inaugurano l'edificio votato dai Tarquinî, la cui realizzazione era stata probabilmente rallentata dalle opere di sostruzione necessarie per adattare alla sua colossale mole l'irregolare superficie del Capitolium. Intorno al 500 a.C., o forse nel corso del primo venticinquennio del V sec. a.C., venne ridecorato anche un ignoto tempio presso l'aggere esquilino, generalmente identificato con il Santuario di Venere Lybitina. Di questa decorazione faceva parte il famoso torso di guerriero, di altissimo livello qualitativo e stilisticamente affine a tutte le produzioni tardoarcaiche etrusche e laziali, più volte collegato all'attività di artisti greci a Roma.

Il primo decennio del secolo successivo è caratterizzato da un'attività quasi frenetica nel campo dell'edilizia pubblica, in particolare in quello dell'architettura templare: nel 498 alla base del Clivo Capitolino, nel luogo di un antichissimo culto forse preurbano, viene dedicato il Tempio di Saturno; nel 499, o più probabilmente nel 496, viene votato il Tempio dei Castori, che verrà costruito nel 484 allo sbocco del Vicus Tuscus sulla piazza del Foro; nel 496 viene votato il Tempio di Cerere, Libero e Libera, che verrà dedicato tre anni più tardi all'interno delle mura, presso la Porta Trigemina; nello stesso anno viene votato anche un tempio a Semo Sancus sul Quirinale, che verrà costruito solo trent'anni più tardi, nel 466, sul luogo del tempio dei Tarquinî; nel 495, nel vivo della secessione plebea, viene votato il Tempio di Mercurio all'estremità orientale della Valle Murcia. In questi anni, inoltre, dobbiamo ritenere ancora in uso i templi di Fortuna e Mater Matuta, che non sembrerebbero essere stati distrutti anteriormente alla prima metà del V sec. a.C., e il tempio sull’Arx, come dimostrano i frammenti di terrecotte architettoniche databili agli inizî del V sec. a.C., rinvenuti nell'area del Vittoriano e della Chiesa dell'Ara Coeli. A questo elenco potremmo aggiungere il santuario esquilino della Spes Vetus, sicuramente già esistente nel 477 a.C., perché ricordato da Livio (II, 51, 2) e da Dionigi (IX, 24) in occasione delle gesta di Orazio Coclite. Una menzione particolare merita infine il culto di Iuppiter Iurarius sull'Isola Tiberina, attestato da un'iscrizione pavimentale di età repubblicana. Come è noto, l'isola sarebbe stata creata gettando nel fiume il raccolto espropriato a Tarquinio il Superbo. Indipendentemente dalla evidente improbabilità del racconto, l'inizio della repubblica dovrebbe comunque essere considerato il terminus post quem per la presenza di culti sull'isola.

La costruzione di questi edifici sacri è carica di significato per la storia della città. Innanzitutto il centro urbanistico si è dilatato dal nucleo Foro/Foro Boario fino a comprendere la Valle Murcia. Inoltre, contrariamente alle fondazioni di età regia - si pensi p.es. al Tempio di Giove Capitolino o a quello di Diana sull'Aventino -, i nuovi templi si dispongono tutti in pianura e nessuno di essi ospita più divinità panlatine. La nuova classe dirigente vuole definire urbanisticamente i nuovi spazi, che proprio le bonifiche promosse dagli ultimi re avevano fatto acquisire alla città, ma non intende più identificarsi nella politica inaugurata dai Tarquinî nei confronti delle altre popolazioni del Lazio. Alla costruzione di questi templi è legato l'arrivo, per la prima volta documentato, di artisti greci a R.: a Damophilos e Gorgasos, artisti probabilmente di origine dorica (magnogreca?), viene commissionata .la decorazione fittile del Santuario di Cerere, Libero e Libera.

La nascita del nuovo stato non poteva essere meglio simboleggiata dalla creazione di una res publica rappresentata dall'erario, sistemato nel Tempio di Saturno e posto sotto la protezione del dio. In questo primo erario confluirono probabilmente i bona Tarquiniorum e i bona Porsennae, espropriati dopo il «colpo di stato» repubblicano. Il nuovo stato nasce però tra la lotta delle diverse fazioni sociali. Il culto di Saturno, a cui Valerio Poplicola volle che fosse affidata la cassa dello stato, e il culto dei Castori, gemelli divini rappresentanti dell'ideologia cavalleresca dell'aristocrazia, si contrappongono fin troppo chiaramente ai culti di Mercurio, il dio della merx, e a quello di Cerere, Libero e Libera, legato alla nascita del tribunato minore, dell'edilità plebea e luogo di riunione dei concilia plebis. Si è voluto riconoscere nella disposizione topografica di queste due coppie di santuarî una perfetta simmetria urbanistica. I culti aristocratici dell'area centrale sono anche stati interpretati come segnali di separazione tra l'area forense e l'area emporica, dove si erano tanto concentrate le attenzioni degli ultimi re. L'eredità della funzione empórica sarebbe stata allora raccolta dal santuario poco distante, significativamente legato alla plebe, di Cerere, Libero e Libera, ma, poiché la costruzione del tempio arcaico di S. Omobono non sembra più coincidere con la fine della monarchia, questa ipotesi potrebbe perdere parte della sua credibilità.

Oltre a promuovere nuove imprese edilizie, i magistrati della repubblica restaurarono i vecchi luoghi dell'azione politica, rinnovando naturalmente il loro significato istituzionale. La piazza del Comizio, dove esistevano, fino alla fine del VI sec. a.C., solo strutture di carattere incerto, viene cinta da una serie di gradinate e suggesti che ne delimitano lo spazio in forma monumentale. Si accetta generalmente una ricostruzione di questa piazza come un quadrato dal lato di c.a 40 m. L'orografia della pendice collinare di questo settore non consente però di ipotizzare uno spazio tanto vasto, ed è stata così recentemente rivalutata l'ipotesi che vede nel Comizio uno spazio dal contorno molto vicino a quello di una cavea teatrale, simile a quella della più antica Pnice ad Atene. Anche la Regia viene interamente ricostruita in questo periodo, con una pianta sostanzialmente modificata rispetto a tutte quelle che l'avevano preceduta e che rimarrà immutata d'ora in avanti.

La costruzione del Tempio dei Castori segna l'inizio di una lunga pausa nell'edilizia pubblica a R., che riprenderà soltanto dopo la metà del secolo, fatta naturalmente eccezione per il già ricordato Tempio di Semo Sancus sul Quirinale, relativo a un voto di molti anni precedente. La stasi nell'attività monumentale non sembra comunque essere il portato di una fase critica per l'economia della città. Come dimostra la ceramica greca di questo periodo, rinvenuta principalmente nell'area forense e palatina, il mercato di R. era ben vivo.

Nel 445 i consoli fanno costruire un recinto attorno all'area del Lacus Curtius, per decreto del senato, poiché vi era caduto un fulmine. Nel 435 a.C., dopo l'istituzione della censura (433), viene eretta la Villa Publica nel Campo Marzio, presso l'Ovile e l'Ara di Marte. È probabile che a questi anni si debba far risalire anche la costruzione dell’Atrium Publicum, un archivio dello stato e quindi collegato alle operazioni dei censori, che si trovava nell'area dell'Argiletum più vicina alla pendice capitolina. Un indizio a favore dell'antichità di questo edificio potrebbe essere considerato il fatto che lì erano conservati i trattati tra R. e Cartagine, consultati da Polibio. Nel 433 viene costruito il Tempio di Apollo Medico nei Prata Flaminia, a seguito di un voto fatto al dio guaritore in occasione di una disastrosa pestilenza che ricorda la quasi contemporanea epidemia ateniese.

La rassegna delle costruzioni di questo periodo, caratterizzato da forti tensioni politiche sia verso l'esterno, sia all'interno del corpo civico, potrebbe idealmente concludersi con la dedica, nel 390 a.C. da parte di Furio Camillo, di un Tempio della Concordia, la cui costruzione (forse su un luogo di culto più antico) segue di pochi anni la presa di Veio, che offrì a R. la disponibilità di nuove terre con cui ammortizzare le tensioni sociali del secolo precedente, e sarà a sua volta seguita dalle leges Liciniae Sextiae, a sancire le prime conquiste della plebe.

Nel corso del V sec. a.C. si inaugura anche l'uso di dedicare statue onorarie a personaggi che si erano distinti nella loro azione a favore dello stato, elemento di grande rilievo anche per l'urbanistica cittadina in grado di qualificare alcuni spazî pubblici. Già nel 485 a.C. era stata dedicata una statua bronzea, grazie al ricavato ottenuto con la vendita dei beni di Sp. Cassio, ma era stata posta nel Tempio di Cerere, Libero e Libera. Nel 439, invece, una statua dedicata a L. Minucio Augurino, prefetto dell'annona e fermo avversario dei progetti tirannici di Sp. Melio, è posta su una colonna presso la Porta Trigemina. L'anno seguente, nel Comizio (terminus ante quem per la costruzione delle pedane intorno alla piazza) vengono sistemate le statue dei quattro ambasciatori inviati a Fidene e uccisi in spregio alla loro missione diplomatica.

Oltre a queste notizie e alle poche conferme archeologiche, il quadro generale della struttura urbanistica di R. resta oscuro. Le necropoli mostrano un chiaro mutamento nelle pratiche funerarie, ormai ritenuto conseguenza di rigide norme antisuntuarie, come mostra la recente individuazione di sepolcri databili nel corso del V sec. a.C., a colmare una lacuna che aveva a lungo rappresentato un'aporia per la ricostruzione della storia più antica della città.

Nel quartiere residenziale creato nel terzo venticinquennio del VI sec. a.C. non si registrano modifiche sostanziali all'impianto dell’insula con le lussuose case ad atrio, che conservano sostanzialmente intatto il loro impianto originario fino alla fine del III sec. a.C. Proiettando questo dato sull'intera area urbana, si può ipotizzare una sostanziale continuità della struttura urbanistica voluta dai Tarquinî. Tuttavia la città doveva conservare sia all'interno delle mura, sia in aree immediatamente periferiche, ampî spazî edificabili od occupati da proprietà fondiarie private. Si pensi alla tradizione che ricorda le gentes accolte dal Lazio meridionale (i Veturî alla fine del VI sec.) e dalla Sabina (i Claudî, nel 495 a.C.), agli agri gentilicii nel Trastevere (Prata Quinctia e Prata Muda), e al fatto che solo nel 456 a.C. venne concessa la distribuzione di lotti di terreno sull'Aventino con un'apposita legge, la lex Icilia de Aventino publicando.

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(P. Carafa)

IV) Dalla media età repubblicana alla Tetrarchia (IV sec. a.C.-III sec. d.C.). -

A) Caratteri generali: a) Dall'incendio gallico alla battaglia di Azio. - All'indomani dell'incendio gallico, R. dovette affrontare il problema della ricostruzione. A prescindere dalla reale entità dell'incendio, sulla quale sono anche stati espressi dubbi (Coarelli, 1985, non ne trova traccia nella pavimentazione forense), è interessante che Livio (VI, 4, б) attribuisca il volto irregolare di R. capitale dell'impero alla fretta con cui la città era stata ricostruita: una critica basata sulla conoscenza delle colonie romane fondate secondo il principio della castramentatio, e, almeno indiretta, delle grandi città ellenistiche, ormai entrate nell'orbita romana. È lo stesso Livio (V, 55) che ricorda l'emanazione di una legge per facilitare la ricostruzione: assoluta libertà di costruire, purché non si intaccassero le aree degli edifici sacri (il cui restauro fu, in effetti, lentissimo) e purché gli edifici fossero terminati entro l'anno; le tegole sarebbero state a spese dello Stato.

L'imposizione di un tributo per la realizzazione di una nuova cinta di mura, avvenuta nel 378 a.C. (Liv., VI, 32, 1), deve essere considerata l'inizio dell'attività pubblica di ricostruzione. Le nuove mura saxo quadrato (le c.d. Mura Serviane) furono costruite con blocchi di tufo di Grotta Oscura, le cui cave erano entrate in possesso dei Romani dopo la presa di Veio (396 a.C.), disposti di testa e di taglio; è attestata la presenza di torri (Liv., VII, 20, 9; XXII, 8, 6-7; XXVI, 55, 8) in cui, da età sillana, furono dislocate macchine da guerra (App., Bell. civ., I, 66, 303). Da Porta Collina fino a Porta Esquilina il muro era rinforzato dal c.d. agger (per la cui struttura v. Dion. Hal., IX, 68, 3-4, 14 e Strab., V, 3, 7); con un perimetro di circa 11 km, le mura comprendevano Palatino, Campidoglio, Quirinale, Viminale, buona parte dell'Esquilino, il Celio e l'Aventino, per una superficie di c.a 426 ha, presto abitata per la quasi totalità: la città più grande della penisola italica. Il circuito ne è abbastanza ben conosciuto, salvo il settore tra l'Aventino e il Campidoglio, che è tuttora oggetto di discussione. L'Arx aveva naturalmente un sistema di difesa apposito, ed è possibile che anche il Capitolium avesse un suo sistema difensivo, che traeva partito dalle substructiones con cui sin da età molto antica si cercava di ampliarne la superficie; ma non è chiaro come si coordinassero tra di loro, e al circuito delle mura urbiche.

Le mura furono più volte restaurate fino a età sillana, dopodiché caddero progressivamente in disuso, come prova l'addossarsi di edifici civili tanto all'esterno che all'interno, nonché la deliberata obliterazione di ampî tratti in età augustea, quando, viceversa, almeno le porte vennero restaurate con valenze ideologiche completamente nuove. A partire dalla metà del IV sec. a.C. abbiamo le prime notizie di restauri o della costruzione ex novo di edifici templari; primi fra tutti il Tempio di Apollo Medicus (ridedicato nel 353 a.C.: Liv., VII, 20, 9) e il Tempio di Giunone Moneta, costruito tra il 345 e il 344 a.C., sul luogo occupato dalla Casa di Manlio Capitolino (per il fenomeno dei templi costruiti nell'area già occupata dalle case di uomini politici accusati di adfectatio regni: La Rocca, 1990).

In corrispondenza con una nuova pavimentazione del Comizio (la quarta, come è stato ipotizzato) si scagliona una serie di interventi che completano una trasformazione del Foro iniziata già alla fine del V sec., quando, con il probabile allontanamento delle Tabemae Lanienae, si avviò lo spostamento delle attività del mercato nell'attiguo Forum Piscarium (La Rocca, 1990). Contemporaneamente, un analogo fenomeno trasformava il volto dell'Agorà di Atene. La trasformazione d'uso delle tabernae, da macellerie a banche, segno della progressiva importanza che assume il denaro in R., può leggersi come una volontà di un ripensamento delle funzioni della piazza pubblica in una nuova impostazione urbanistica. Già Varrone (apud Non., p. 853 Lindsay) aveva capito l'importanza dell'innovazione. L'impostazione di uno spazio regolare vuole individuare anche, in corrispondenza con analoghe trasformazioni nelle agorài greche, il preminente valore civile e politico della piazza. Sigillo di questo processo fu l'attività edilizia di Gaio Menio nel Foro, la cui invenzione dei maeniana rientra perfettamente in questo quadro: un ballatoio superiore può avere importanza solo in quanto permette di vedere con maggiore comodità le grandi manifestazioni cittadine, le processioni religiose e trionfali e gli spettacoli che si svolgevano nel Foro. Infatti, nella particolare impostazione dei fori italici, non escluso il Foro Romano, Vitruvio (V, 1, 1-2) vedeva una differenza, soprattutto funzionale, con le agorài greche: «Questo tipo di disposizione (scil. dell'agorà greca) non è però adatto alle città d'Italia, nel cui foro, per antica tradizione, si svolgono gli spettacoli gladiatori. Da noi perciò bisogna distribuire tutto intorno al luogo dello spettacolo dei portici dagli intercolumni più larghi; sotto i portici troveranno posto le botteghe dei banchieri e al piano superiore dei terrazzini opportunamente disposti per l'uso e per facilitare le contribuzioni pubbliche».

La successiva nobilitazione delle tabernae, sulla cui fronte furono apposti gli scudi dorati del bottino della guerra sannitica, è stata letta come una testimonianza precisa dell'uso delle spoglie di guerra in chiave autorappresentativa; gli scudi non furono infatti deposti in un tempio, o fusi per ricavarne metallo pregiato, ma entrarono nell'apparato decorativo del Foro, quindi di uno spazio civile. E ben noto che l'uso di appendere scudi dinanzi ai templi e alle stoài era largamente diffuso in ambiente greco: l'ispirazione dal mondo greco comincia dunque a dare i suoi frutti. Importante, inoltre, il fenomeno della nascita degli atria, vani di uso pubblico le cui funzioni determineranno in seguito l'origine della tipologia delle basiliche.

Con la censura di Appio Claudio Cieco si fa comunemente coincidere l'inizio delle grandi opere destinate a migliorare la qualità della vita a R.: l'apertura della Via Appia, inizialmente limitata a Capua, e l'adduzione a R. dell'Acquedotto Appio (che giungendo sull'Aventino è indizio della densità abitativa già urbana dell'abitato sul colle). Probabilmente è lo stesso Appio Claudio che per primo comprende in tutta la sua portata la funzione politica della carica come strumento di propaganda, oltre che come temibile arma contro la corruzione senatoria.

Nel III sec. a.C. cresce dunque l'importanza della funzione della censura nell'ambito dei pubblici appalti di strutture destinate a servizio pubblico di primaria necessità: strade, acquedotti e cloache, porticati e tabernae, mercati e circhi. Gli acquedotti sono forse l'acquisizione più rilevante, visti nell'ottica dei rinnovati sistemi igienici, sebbene fossero destinati principalmente a fornire acqua per fontane e bagni pubblici: d'altronde la loro tecnologia, ancora primitiva, non permetteva di far giungere l'acqua ai piani alti delle case.

L'uso della censura in chiave di propaganda personale rientra nella mentalità romana, che non era aliena da queste forme di autorappresentazione, sebbene il senato, come istituzione, tentasse in tutti i modi di salvaguardare un certo equilibrio politico tra i suoi membri, contrastando vivacemente quei personaggi che scalavano il potere con l'appoggio del popolo. L'attività edilizia romana è anche frutto di accordi e conflitti, di rappacificazioni e di scontri tra le gentes senatorie che si spartivano il primato della politica. Il sistema che prese più largamente piede per ovviare a queste limitazioni fu quello di votare, in un momento di pericolo, bellico o civile, un tempio a una divinità, e realizzarlo quanto più fastosamente possibile, spesso con denaro pubblico, alla prima occasione favorevole, che il più delle volte coincideva con l'accesso alla censura.

In tal senso si spiega la frenetica attività di edilizia religiosa che caratterizzerà tutto il III sec. a.C. L'elenco degli edifici eretti a R. è vistosamente marcato dall'affermarsi di forme di autorappresentazione da parte dei triumphatores. Significativo in tal senso è il comportamento di M. Fulvio Fiacco, trionfatore nel 264 a.C. sugli Etruschi di Volsinii, e delle sue dediche collocate tra il Foro Boario e l'Aventino. La scelta dei luoghi (templi di Fortuna e Mater Matuta nel Foro Boario, Tempio di Vortumnus nell'area plebea dell'Aventino, dove emergeva il Tempio di Giunone Regina) lascia supporre un non velato tentativo di emulazione delle gesta di Camillo, il glorioso vincitore della grande città etrusca di Veio. E poiché fino a questa data il momento più straordinario e scenografico della processione trionfale era costituito dal passaggio attraverso il Circo Massimo, è proprio su questo versante dell'Aventino che Fulvio Fiacco erige il tempio del dio di Volsinii evocato a R., Vortumnus, affinché fosse ben visibile dagli spettatori, mentre un suo donario volsiniense (che non doveva essere l'unico, visto che dal saccheggio della città etrusca aveva tratto tra l'altro duemila statue bronzee alte poco meno di un metro) è stato rinvenuto davanti ai templi di Fortuna e Mater Matuta, sempre lungo il percorso dei trionfi.

Un altro esempio è offerto dai templi di Venere Ericina e di Mens sul Campidoglio, affiancati, e forse gemelli, in quanto dedicati nella stessa occasione, a seguito della consultazione dei Libri Sibillini. Le dediche sono opera di due differenti personaggi politici, Fabio Massimo e C. Otacilio; ma i Fabî erano legati anche agli Otacilî, a seguito del matrimonio del figlio di M. Fabio Buteone con una Otacilia di Benevento: si intravede quindi una linea politica dei Fabî intesa a favorire l'ingresso nella classe senatoria romana di gentes italiche.

Risultano interessanti anche le dediche di edifici sacri a personificazioni di virtù con forte valenza politica. Da Concordia a Salus, a Spes e Fides giungendo a Libertas, Honos, Mens e Virtus, si tratta di concetti ben noti anche in ambiente greco, ma che non avevano mai ottenuto l'onore di un vero culto. Contemporaneamente la città conosce un primo arredo urbano, fatto di monumenti (Columna, Maenia, Rostra) e di statue anche colossali, come il Giove bronzeo eretto in Campidoglio da Sp. Carvilio e visibile dal Santuario di Iuppiter Latiaris su Monte Cavo. Spesso questi monumenti sono costituiti o arricchiti da prede di guerra: la scelta del santuario deputato ad accogliere il bottino, come quella del luogo ove erigere il tempio votato durante i momenti più aspri di una battaglia, risponde invariabilmente all'esigenza di occupare strategicamente un luogo quanto più vicino al percorso dei trionfi.

Varî indizî, come la meridiana proveniente da Catania inserita nel Comizio nel 263 a.C., di cui era stata probabilmente completata la ricostruzione secondo la pianta a cavea circolare entro un quadrilatero, nota da strutture analoghe in colonie romane (Cosa e Paestum, fondate nel 274 a.C.), farebbero ipotizzare forti afflussi di cultura magnogreca, forse proprio siciliana. Ciononostante, l'edilizia templare, estremamente florida (tra il 260 e il 231 a.C. è accertata la fondazione o la ricostruzione di almeno nove templi), sembra seguire ancora gli schemi consueti della tradizione italica e «tuscanica».

Nel 221 a.C. il censore C. Flaminio Nepote appalta i lavori di costruzione del Circo Flaminio nel settore meridionale del Campo Marzio. Già dalla fine del secolo il nuovo circo, forse un'area attrezzata più che una costruzione vera e propria, acquisisce una valenza trionfale pari a quella del Circo Massimo, e le aree ai suoi bordi divengono il luogo deputato per gli edifici pubblici, sempre più monumentali, dedicati dai triumphatores.

Anche durante la seconda guerra punica l'attività edilizia continua senza forti cesure. Oltre alle fondazioni ex novo, per lo più di templi, assume sempre maggiore importanza l'attività di ricostruzione post-incendio. Nel 213 a.C., infatti, un incendio interessa le pendici del Campidoglio verso il Tevere e un settore del Foro Boario. Restano distrutti i templi di Fortuna e Mater Matuta, e di Spes, che vengono ricostruiti l'anno seguente. Nel 209 a.C., a seguito di un altro disastroso incendio nel Foro, i censori reimpostano in un più coerente impianto urbanistico gli edifici del Forum Piscarium. Nasce così il Macellum, una struttura a pianta quadrilatera con peristilio e botteghe sotto i porticati, e grande fontana centrale. Anche in questo caso, la scoperta di strutture simili in Sicilia (il primo esempio noto è a Morgantina, e risale ai primi decenni del II sec. a.C.) fa ritenere che il modello sarebbe stato desunto dall'ambiente siculo-punico di età ellenistica.

Anche l'ultimo decennio del secolo, che vede le fasi più critiche della seconda guerra punica, è caratterizzato da una forte attività di edilizia sacrale: nel 208 a.C. M. Claudio Marcello dedicava i templi di Honos e Virtus presso Porta Capena; durante la battaglia del Metauro (207 a.C.) M. Livio Salinatore votava un tempio a Iuventas presso il Circo Massimo dal lato dell'Aventino, la cui costruzione si protraeva dal 205 al 193 a.C. Al 204 a.C., anno in cui cessano le vicende belliche su suolo italico, risale il Tempio di Fortuna Primigenia al Quirinale, votato da P. Sempronio Tuditano, e il voto di un tempio a Magna Mater, la cui costruzione, però, sembra avesse luogo nel nuovo secolo.

A giudicare dai pochissimi elementi a nostra disposizione, l'iniziale indifferenza per l'armonico coordinamento delle proporzioni elaborato dall'architettura greca persiste ancora a R., complice la particolare struttura del tempio di tradizione italica, fatta di parti giustapposte. Anche un'urna funeraria da Palestrina, apparentemente elaborata tenendo conto di modelli greci del IV sec. a.C., mostra il totale disinteresse dell'artigiano per la costruzione di una trabeazione proporzionata, come misura, al colonnato, e capace di sostenere il tetto. Gli interventi sul Tempio di Giove Capitolino (scudi dorati sul fastigio a opera di due Emilî edili nel 193 a.C.: Liv., XXXV, 10; stuccatura e ridipintura di colonne e pareti voluta nel 179 a.C. dai censori M. Emilio Lepido e M. Fulvio Nobiliore) interessano solo alcune membrature dell'edificio, sintomo di una struttura pensata come non unitaria, composta da parti affiancate e sovrapposte, non intimamente connesse tra loro. Induce a pensare in tal modo anche la credenza, riferita da Tacito (Hist., III, 71, 4), che voleva il tetto del Capitolium repubblicano non costruito dagli uomini, ma collocato al suo posto dalle aquile: indizio di una separazione precisa dei singoli elementi strutturali, non coordinati come nella tradizione architettonica greca. Il fenomeno, riscontrabile anche nelle tombe rupestri meglio conservate di Norchia e di Castel d'Asso, è rispecchiato a R. nei templi C, A e D di Largo Argentina, databili tra il III e il II sec. a.C., la cui struttura era interamente lignea al di sopra dei colonnati, con i columina a vista. Qualche significativa variante alla regola è osservabile negli edifici sacri eretti nelle colonie poste in territorio magno-greco, ove il Capitolium di Paestum, p.es., presenta già, nel III sec. a.C., la pianta del tipo periptero sine postico, con capitelli figurati secondo una tipologia nota in altri centri dell'Italia meridionale (Canosa, tempio di San Leucio). A R., il Tempio di Vittoria era periptero sine postico, secondo i risultati delle più recenti indagini, già nella sua prima fase di vita. E se la decorazione fittile del Tempio C di Largo Argentina pare essere ancora di copertura dei mutuli, secondo la tradizione tuscanica, è possibile che le teste rinvenute durante lo scavo del Tempio di Magna Mater fossero frontonali, con le stesse problematiche delle terrecotte dello Scasato a Falerii. Bisogna dunque supporre che a R., prima dell'arrivo delle maestranze greche che modificarono la struttura architettonica ellenistico- italica in funzione romana, fossero comunque presenti modelli templari differenziati, anche se variamente contaminati tra loro.

Nel 182 a.C. alla corte macedone, secondo la testimonianza di Livio (XL, 5, 7), si riteneva che R. avesse «l'aspetto di una città non ancora resa adorna né con edifici pubblici né con edifici privati». L'affermazione è sorprendente, ma non del tutto immotivata secondo l'ottica greco-ellenistica. Tuttavia, malgrado gli sforzi compiuti dai Romani stessi per connettere le proprie radici al mondo greco (solo in tal modo può essere pienamente comprensibile la richiesta della pietra nera di Magna Mater agli Attalidi, come pegno della comune matrice troiana) e malgrado gli sforzi di alcuni Greci, i più acuti e lungimiranti, di rendere comprensibile il valore e il significato della virtus romana, si deve supporre che R. fosse vista, secondo l'opinione corrente in Grecia, ancora come una città barbarica.

Con la fine della seconda guerra punica, però, prende l'avvio un'attività edilizia senza pari, che durerà per tutto il II sec. a.C. Per meglio valutare questo fenomeno, oltre agli edifici eretti a R. stessa, dovrebbero essere considerati i monumenti pubblici delle colonie romane (in alcuni casi capaci di colmare le lacune conoscitive dell'architettura urbana) e naturalmente infrastrutture come strade e acquedotti, in cui R. non aveva rivali. Nell'Urbe, la lotta per immagini tra gli ottimati porta a un continuo superamento dei risultati già acquisiti a livello monumentale. L'ufficio della censura ne subisce gli inevitabili contraccolpi; restando costante il precipuo interesse dei censori verso costruzioni di pubblica utilità, essi devono talvolta ostacolare il sistema, invalso tra i triumphatores, di erigere edifici templari con lussuosi porticati, che nel tempo sarebbero stati composti in impianto organico come autentiche piazze monumentali, ma sempre secondo la logica della lotta politica tra potentati, tra gentes accomunate per interessi specifici.

La grande novità del II sec. a.C. in campo tecnologico è l'affermarsi dell'uso dell'opera cementizia per la costruzione di muri e di volte. La spinta innovativa della nuova tecnica, che era stata perfezionata probabilmente in Campania con la realizzazione della malta con la pozzolana (i primi esempi noti, appena posteriori alla guerra annibalica, sono probabilmente alcune strutture nelle Terme Stabiane a Pompei e nelle Terme Centrali a Cuma), permise in breve tempo di procedere alla costruzione di strutture imponenti: a R. stessa la tecnica si sarebbe affermata già nel 174 a.C., con la realizzazione della Porticus Aemilia.

La Campania è, in questo periodo, una vera fucina di innovazioni dove si impongono e si elaborano, forse prima che a R. (in virtù degli impianti portuali e dei commerci a Pozzuoli e a Napoli?), strutture edilizie basilari per il futuro sviluppo dell'architettura romana. Un esempio è offerto dalle terme: il primo bagno pubblico di cui si abbia una menzione precisa,. in chiave cronologica, è attestato a Capua nel 216 a.C. (Liv., XXIII, 7). Ma è tra l'età graccana e quella sillana che si realizzano le terme di Teano, e poi le terme di Cales e le Terme del Foro di Pompei, nelle quali sono già presenti quegli elementi che entrano nella descrizione vitruviana come basilari: il la- conicum e il destrictarium.

A fronte di sporadiche costruzioni templari (Magna Mater in Palatio, 204-191 a.C.; Veiove sull'Asylum, 200-196 a.C., forse già a cella trasversale; Iuno Sospita al Foro Olitorio, 197-194 a.C.; l’aedicula di Victoria Virgo sul Palatino, 195- 193 a.C.; Pietas e Venus Erycina, entrambi dedicati nel 181 a.C., ma votati rispettivamente nel 191 e nel 184 a.C.), il II sec. a.C. vede in R. un intensificarsi delle grandi opere pubbliche a carattere civile. Nel 196 a.C. Lucio Stertinio, in luogo del trionfo che non gli è accordato dal senato, erige due fornices davanti ai templi di Fortuna e Mater Matuta, e un terzo al centro della curva del Circo Massimo. Sui fornices erano statue dorate. Il significato di queste opere è chiaro, visto che siamo lungo la strada della processione trionfale; per la prima volta, inoltre, è attestata la valenza onoraria dei fornices, che sembra documentata ad Atene verso la fine del IV sec. a.C. L'esempio di Stertinio è seguito nel 190 a.C. da Scipione Africano che erige un fornix decorato con sette statue dorate, due cavalli e due bacini di marmo sul Clivo Capitolino, «adversus viam» (Liv., XXXVII, 3, 7), probabilmente allo sbocco del percorso trionfale sulla piazza del Tempio di Giove.

A partire dal 194 a.C., quindi ancora prima del completamento del Tempio della Magna Mater, cominciarono a svolgersi i ludi me- galenses in onore della dea. Stante la proibizione senatoria di costruire nell'Urbe teatri in muratura, è verosimile che durante gli spettacoli gli spettatori trovassero posto sulla gradinata posta davanti al tempio (ed eventualmente su quella del limitrofo Tempio della Vittoria), nonché sull'ampia platea antistante.

Nel 193 a.C. cade l'edilità di M. Emilio Lepido e di L. Emilio Paolo, membri di una famiglia tra le più eminenti di Roma. Come i censori, gli edili sono incaricati dell'appalto di opere pubbliche; e in quest'anno cominciano i lavori di ampliamento del Portus Tiberinus, il porto fluviale sul Tevere, all'altezza del Foro Boario. I lavori interessano l'area fuori Porta Trigemina, che venne detta Emporium, con la realizzazione di cordonate di accesso al Tevere. Per ovviare ai problemi del deposito delle derrate alimentari, che giungevano sempre più numerose lungo la via fluviale dal Tirreno, inizia la costruzione di imponenti horrea, a partire dalla celeberrima Porticus Aemilia, completata o restaurata dai censori del 174 a.C., Q. Fulvio Flacco e A. Postumio Albino. La Porticus Aemilia, composta da cinquanta navate, coperta da volte a botte aggettanti l'una sull'altra e posate su duecentonovantaquattro pilastri, aveva una superficie coperta di circa 30.000 m2. Eseguita in opera incerta, cioè in opera cementizia rivestita con tufelli di forma irregolare, è il primo esempio a R. della nuova tecnica di costruzione, che fino ad allora era stata adoperata in modo sperimentale esclusivamente per edifici della Campania.

Seguiranno gli Horrea Galbana nel 108 a.C. e gli Horrea Lolliana intorno alla metà del I sec. a.C., più altri magazzini che trasformano l'area nel più importante deposito di derrate della città. Si fa comunque risalire a questo momento l'inizio della reimpostazione urbanistica di tutta l'area portuale.

La censura di M. Porcio Catone e di L. Valerio Flacco nel· 184 a.C. si distingue per la benemerita attività in favore delle strutture di pubblica utilità, a partire dal restauro della Cloaca Massima, che scorreva ancora nel Foro Romano a cielo scoperto, come informa Plauto (Curc., 476). Il lavoro eseguito dovette essere imponente, perché furono spesi 2.000 talenti,/pari a 24 milioni di sesterzi, una cifra resa possibile solo dalle entrate nell'erario in seguito alle grandi vittorie orientali. Poi, a prescindere dall'ingegnosa trovata di lastricare il foro con pietre aguzze per allontanare gli sfaccendati (Plin., Nat. hist., XIX, 23), Catone diede l'avvio alla costruzione della prima basilica romana, la Basilica Porcia, eretta, malgrado una forte opposizione senatoria, non lontano dalla Curia. Destinata a ospitare l'attività giudiziaria, dagli atria che costeggiavano il Foro traeva la sua funzione, ma non la forma: è stato di recente proposto di riconoscere l'origine del modello in ambiente alessandrino, e precisamente in quel tipo di salone detto oecus aegyptius, uno spazio quadrangolare con peristilio interno coperto e navate laterali più basse del settore centrale. Uno dei primi esempi conosciuti è offerto dalla basilica di Cosa, una struttura quadrilatera con corte centrale a doppio ordine coperto da un tetto a doppio spiovente e quattro portici con tetto a terrazza, dalla funzione simile ai maeniana sulle botteghe del Foro Romano. Fino a questo momento, le attività economiche o quelle giudiziarie si erano svolte in tutta una serie di atria che costeggiavano l'area del Foro lungo le pendici del Campidoglio e presso il Carcer. Un solo atrium, detto Regium, era posto verso SE, in un'area retrostante a quella dove fu poi eretto il Tempio del divo Giulio. E possibile che l'Atrium Regium fungesse da vestibolo del complesso delle case del rex sacrorum, di cui faceva parte anche la Regia. La sua funzione può essere ricondotta a quelle delle aulài basilikài, veri e propri atrî d'accesso ai palazzi dei sovrani ellenistici, dove i re procedevano al disbrigo di affari pubblici. È certo che dopo l'incendio del 210 a.C. l'Atrium Regium fu ricostruito, e sempre da Plauto viene chiamato basilica. Di qui forse l'origine del nome, se non della tipologia, della struttura, che non ha confronti neppure con le stoài a noi note nel mondo greco. Ai censori del 179 a.C., M. Emilio Lepido e M. Fulvio Nobiliore, fu accordata per il quinquennio della loro carica una somma quasi uguale alle entrate di un anno dello stato (Liv., XL, 46, 16; LI, 2-7). Nonostante i problemi interpretativi presenti nei passi liviani, sembra di poter distinguere un diverso atteggiamento tra i censori: mentre Fulvio Nobiliore si dedica alla realizzazione di importanti opere di pubblica utilità, Emilio Lepido bada più all'accrescimento della propria immagine. Difatti quest'ultimo ottiene una sovvenzione statale di 20.000 assi per la realizzazione dei templi di Giunone Regina e di Diana, votati durante la guerra da lui vinta contro i Liguri, e dedica il Tempio dei Lari Permarini in Porticu Minucia (di qui l'ipotesi di riconoscerlo nel tempio D di Largo Argentina, la cui prima fase, per l'uso dell'opera cementizia nel podio, potrebbe benissimo risalire al 179 a.C); su questi tre templi appone dediche celebrative delle sue imprese e di quelle dei suoi avi. Erige poi a Terracina un molo frangiflutti, causa di grandi polemiche in quanto Lepido aveva terre nella zona e il molo lo avvantaggiava. Procede quindi alla stuccatura e all'imbiancatura delle colonne e delle pareti del Tempio di Giove Capitolino, evidentemente per ammodernarlo, e contemporaneamente sgombra la piazza antistante dal numero ritenuto ormai eccessivo di statue votive od onorarie (anche in questo caso la motivazione andrà vista nel tentativo di trasformare la piazza in un monumento a gloria della sua gens e di quelle alleate). Costruisce inoltre una scaena dinanzi al Tempio di Apollo Medico, e ci si chiede se non sia lui, piuttosto che non L. Emilio Paolo, censore nel 164 a.C., il costruttore di una basilica i cui resti sono stati recentemente riconosciuti in alcune fondazioni nell'area del Tempio del divo Giulio, sul lato meridionale del Foro Romano.

Sul lato orientale del Foro, Fulvio Nobiliore procede contemporaneamente alla costruzione della Basilica Fulvia, assai più grande di quella Porcia, dietro le Tabernae Argentariae, e alla risistemazione del Macellum alle sue spalle, evidentemente costruito senza troppa cura nel 210 a.C. a causa della guerra annibalica. Altri appalti importanti di Nobiliore riguardano i pilastri in pietra di un ponte («pilas pontis in Tiberi»: Liv., XL, 51, 4) sul quale i censori del 142 a.C., P. Scipione Emiliano e L. Minucio, porranno gli archi del Ponte Emilio; poi, secondo un'attendibile ipotesi, un portico fuori Porta Trigemina che collegava la porta stessa con l’Emporium; un altro portico che, partendo dalle spalle del Tempio di Spes nel Foro Olitorio arrivava al Tevere, infine un terzo portico che dai Navalia giungeva fino al Tempio di Ercole Custode, posto all'altro capo del Circo Flaminio. In tal caso lo stesso Nobiliore sarebbe l'autore del rifacimento del Tempio di Apollo Medico che, in base ai dati archeologici, ha luogo in questo periodo. Nello stesso anno egli dedicava in Circo Flaminio il Tempio di Hercules Musarum, votato nel 189 a.C. durante la guerra contro gli Etoli ad Ambracia. Per quanto spettacolare fosse stato il trionfo del 187 a.C., perché Nobiliore aveva saccheggiato la capitale e la reggia di Pirro, pare che il senato lo rimproverasse di aver riportato a R. un bottino inferiore a quanto sarebbe stato possibile (Liv., XXXVIII, 42, 11) e l'orazione catoniana Uti praedas in publico referantur spiega perché. Così viene interpretata la consacrazione in templi e luoghi pubblici, comprovata dal ritrovamento, nell'area del tempio in Circo, della celebre base con dedica M.FOLVIOS M.F./ SER.N.NOBILIOR/COS AMBRACIA/CEPIT.

Tra le opere pubbliche che caratterizzano la censura del 174 a.C. di Q. Fulvio Flacco e A. Postumio Albino, possono essere ricordate la pavimentazione del Clivo Capitolino e la costruzione di portici lungo il lato settentrionale del Foro Romano. Ma si annoverano anche interventi diretti nelle colonie, a Pisaurum, a Sinuessa, a Potentia. L'unica concessione al lusso, fatta nella costruzione del Tempio di Fortuna Equestre, solleva aspre polemiche: per la copertura del tempio, infatti, viene smontato il tetto marmoreo del Tempio di Hera Lacinia presso Crotone, divenuta colonia romana nel 194 a.C. È probabile che il santuario magno-greco fosse ormai in rovina, ma l'opinione pubblica fu indignata perché il materiale era stato sottratto non in un bellum iustum, ma profittando dei poteri magistratuali. Quando le tegole vengono riconsegnate ai Crotoniati per ordine del senato, non si trova più nessun artigiano in grado di rimontarle correttamente. Quando Flacco muore suicida nel 172 a.C., molti pensano a una vendetta divina per la sua empietà. Va comunque rilevato che si tratta della prima testimonianza dell'uso del marmo nella costruzione di un edificio templare; indice di una struttura pensata in forme greche, e quindi non più «tuscanica». Inoltre il tempio, come testimonia Vitruvio (III, 3, 2), era un edificio sistilo, cioè con la misura degli intercolumni doppia rispetto al diametro delle colonne, il che comporta l'uso, non attestato precedentemente, delle trabeazioni in pietra (tufo o peperino): solo in tal modo si può interpretare la ristrettezza degli intercolumni e l'uso di tegole in marmo.

Al contrario, il tempio votato nel 173 a.C. a Giunone Moneta sul monte Albano è ancora di tradizionale impianto tuscanico, forse in tufo e legno (Dio Cass., XXXIX, 20, 1).

L'attività censoria del 169 a.C. viene finanziata con la metà delle entrate dell'anno (che pare fossero di gran lunga superiori a quelle di dieci anni prima: Liv., XLIV, 16, 9-11); sono nominati censori C. Claudio Pulcro e Ti. Sempronio Gracco, marito della figlia di Scipione Africano e padre di Ti. e C. Gracchi. A Sempronio si deve, previo l'acquisto della casa del suocero e di un certo numero di botteghe lungo il lato occidentale del Foro Romano, la costruzione della Basilica Sempronia, demolita nel 54 a.C. per la realizzazione della Basilica Giulia.

Nel 168 a.C. il pretore navale Cn. Ottavio per commemorare degnamente la sua vittoria navale su Perseo, re di Macedonia, erige la Porticus Octavia. In base a Plinio, che la definisce duplex e corinthia, si è suggerito che fosse a due navate, con un colonnato centrale, e capitelli rivestiti di bronzo.

Nel 164 a.C. cade la censura di L. Emilio Paolo, il vincitore su Perseo a Pidna, e di Q. Marcio Filippo. Si tratta di due magistrati benemeriti nei confronti del popolo romano. Emilio Paolo, dopo la vittoria macedone del 168 a.C., versò all'erario ben 300 milioni di sesterzi dal bottino di guerra; da allora il popolo non fu più costretto a pagare il tributum, l'imposta diretta individuale destinata a coprire le spese belliche. Ben poco è conosciuto circa la loro attività censoria, ma in base a nuovi rinvenimenti archeologici è possibile avanzare qualche proposta. Oltre al rifacimento del Lacus Curtius, a Emilio Paolo si deve forse anche la costruzione della già citata basilica, che sarebbe quindi la Basilica Emilia, ipotizzata in base a strutture orientate secondo il Tempio dei Castori, individuate sotto il Tempio del divo Giulio. La Basilica Emilia, infatti, sorge sull'area dell’Atrium Regium, che si doveva trovare presso la Regia. Nella basilica finora detta Emilia si dovrà allora riconoscere la Basilica Fulvia, edificata, come si è visto, dal censore del 179 a.C., M. Fulvio Nobiliore dietro le Argentariae Novae (Liv., XL, 51, 5). Le due basiliche sarebbero poi state raccordate nel 121 a.C. con l'erezione di un arco trionfale, il Fornix Fabianus, in onore di Q. Fabio Allobrogico.

La censura del 154 a.C. di C. Cassio Longino e di M. Valerio Messalla è significativa per un avvenimento che rientra perfettamente nella sorda lotta tra le fazioni politiche a Roma. I censori diedero l'avvio alla costruzione di un teatro in muratura sulle pendici del Palatino, ma il console P. Cornelio Scipione Nasica Corculo indusse il senato a distruggere l'opera appena avviata sulla base delle solite accuse di corruzione dei costumi. Evidentemente la vicenda era stata montata ad arte contro Cassio Longino, un homo novus ostile al vecchio Catone. Per la censura del 154 a.C. non è testimoniato un aumento di volume di danaro. Lo stesso fenomeno è documentato per le censure del 147, 102 e 89 a.C., cadute in pieno periodo bellico.

Con il bottino delle campagne spagnole del 151 a.C. contro i Celtiberi, tra il 145 ed il 142 a.C. viene costruito nel Velabro il tempio votato a Felicitas dal console L. Licinio Lucullo. Il tempio era un autentico museo pubblico: L. Mummio vi depositò alcune delle opere d'arte che aveva sottratto come preda bellica a Corinto, segno di un buon rapporto personale tra i due homines novi.

Nel 148 a.C., durante la lotta allo Pseudo Andrisco che aveva sollevato la Macedonia contro il dominio romano, il pretore Q. Cecilio Metello, poi detto Macedonico, vota due templi a Giove Statore e a Giunone Regina. I templi, iniziati dopo il trionfo di Metello, celebrato nel 146 a.C., sembra che non vengano completati prima della sua censura, che cade nel 131 a.C. Essi risultano inseriti nel complesso della Porticus Metelli, ricostruita come una sorta di tèmenos chiuso all'esterno, forse con esedre, al cui interno quattro bracci di portico, in peperino stuccato, racchiudevano il piazzale con i templi e splendide opere d'arte (valga per tutte la citazione del gruppo lisippeo di Alessandro alla battaglia del Granico). Il Tempio di Giove, invece, è il primo tempio romano costruito in marmo, che fino all'apertura delle cave di Luni sarà il pentelico, e progettato da Hermodoros, lo stesso architetto di Salamina di Cipro che contemporaneamente progetta il Tempio di Marte in Circo per Bruto Callaico (Prisc., Inst., VIII, 4, 17). Non ne sono stati finora identificati i resti, ma alcune descrizioni del suo impianto permettono di ricostruirne almeno lo schema. Era un periptero esastilo con undici colonne sui lati lunghi; i colonnati sui lati erano disposti in modo che la loro distanza dalla cella fosse pari a un intercolumnio (Vitr., III, 2, 5). Il Tempio di Giunone Regina ci è pervenuto, invece, in un rifacimento severiano: si suppone che a sua volta Metello abbia restaurato o ricostruito il tempio già dedicato nel 179 a.C. da M. Emilio Lepido.

Nel 146 a.C. L. Mummio, durante la guerra acaica, vota un tempio a Ercole Vincitore, che viene dedicato in un momento in cui Mummio riveste ancora l’imperium (forse prima della celebrazione del trionfo, e comunque prima della censura del 142 a.C.). In passato ipotizzato sul Celio in base al rinvenimento di un'iscrizione (CIL, VI, 331), secondo una recente ipotesi il tempio andrebbe riconosciuto nel c.d. Tempio di Vesta nel Foro Boario, un edificio rotondo in marmo pentelico, già identificato con il Tempio di Ercole Custode, che il mercator tiburtino Octavius Hersennius (o Herennus, o Herrenus) aveva eretto con la decima della sua attività mercantile, dopo aver ottenuto dai magistrati l'uso di suolo pubblico (Macr., Sat., I, 7, 10 ss.; III, 12, 7). Le stesse forme architettoniche, d'altronde, non osterebbero a una tale datazione: l'edificio, uno dei meglio conservati di età repubblicana a R., è a pianta circolare con venti colonne corinzie poggianti su un crepidoma a gradini marmorei, su una fondazione in tufo di Grotta Oscura. Alcune anomalie nella pianta, che pure risponde ai precetti vitruviani sugli edifici circolari (Vitr., IV, 8), fanno supporre l'intervento di maestranze locali; puramente greci sono invece i capitelli, eseguiti su modelli ellenistici della seconda metà del II sec. a.C.

Nel 138 a.C. il console D. Giunio Bruto Callaico vota un tempio a Marte durante la lotta contro i Lusitani. L'edificio, realizzato in forme greche da Ermodoro (Prisc., Inst., vin, 4, 17), eretto nel Campo Marzio, al limite SO del Circo Flaminio, è stato identificato con i resti scoperti sotto la Chiesa di S. Salvatore in Campo: sei colonne in marmo pentelico, di cui cinque allineate, su base costituita da un listello e da un toro poggiante direttamente sul plinto. L'interpretazione offertane dal Vespignani (periptero, esastilo, con crepidoma composto da quattro gradini intorno alla peristasi) è stata recentemente messa in dubbio in base a una revisione dei dati monumentali superstiti. Tale ricostruzione, alla base del dibattito critico sullo stile e la personalità di Hermodoros, è ora da ritenersi solo una delle possibili interpretazioni degli avanzi visibili. I materiali superstiti, in particolare le basi, la cui sagoma è indizio di una fase in cui non si era ancora diffusa la base di tipo attico, il frammento di architrave composto da due fasce e da un alto kymàtion ionico, infine il cassettonato della peristasi, sono di tradizione ionica.

Il fenomeno più significativo della metà del II sec. a.C. è quindi l'uso del marmo come materiale da costruzione. Il che non vuol dire, naturalmente, che in precedenza questo materiale non fosse adoperato, ma che per la prima volta interi edifici furono ideati e realizzati in marmo. Il motivo di tale scelta, che rompe con la tradizione, può essere letto secondo più angolazioni. Il prestigio e l'autoaffermazione della nuova classe aristocratica, già indotta a imitare le imprese dei sovrani ellenistici, possono essere le motivazioni iniziali. Ma c'è un secondo elemento da tenere nella dovuta considerazione: il marmo proveniva da cave della Grecia, dal paese da poco conquistato e ridotto a provincia. L'uso del marmo è un'altra forma di imposizione del dominio nel bacino orientale del Mediterraneo, è preda bellica, dimostrazione del potere romano in un mare pacificato, prima che le vicende mitridatiche e il pericolo dei pirati riducessero di nuovo, e drasticamente, l'arrivo di marmo greco a Roma.

Altro dato significativo del periodo è la diffusione dell'ordine corinzio, destinato a diventare il più importante nell'architettura romana. Il capitello corinzio normale appare in Italia già nel II sec. a.C. con i magnifici esemplari d'importazione, in marmo pentelico, del Tempio rotondo del Foro Boario. Una rielaborazione dei capitelli del Tempio del Foro Boario si incontra, verso la fine del secolo, nel tempio Β di Largo Argentina; sono conservate le metà inferiori di tre capitelli che presentano l'interessante variante di un doppio caolicolo. Questi esemplari mostrano in comune la lavorazione delle foglie con il contorno a punta acuta e occhielli rotondi. Il modello è recepito anche fuori R., p.es. nel Tempio dei Dioscuri a Cori e nel Tempio di Giove a Pompei, la cui cronologia è fissata ormai, verso la fine del II sec. a.C., comunque prima della deduzione della colonia sillana. Malgrado ciò, l'ordine corinzio tarda a imporsi. Non mancano nello stesso periodo capitelli del tipo detto corinzio-italico, di derivazione siciliana, con foglie carnose a bordi arrotondati, adoperati per edifici di grandi dimensioni già nel III sec. a.C. (i capitelli figurati del Capitolium di Paestum), e poi, in età più recente, nel Tempio rotondo di Tivoli (il Tempio di Albunea?) e nel Tempio di Apollo a Pompei. Né mancano, naturalmente, gli ordini tuscanico e ionico, p.es. nel Tempio di Portuno nel Foro Boario o nei templi del Foro Olitorio. La grande maggioranza degli edifici dell'epoca era in pietra stuccata e la perdita della stuccatura, come nei templi del Foro Olitorio, li riduce spesso a una nuda ossatura (p.es., nel caso del Tempio di Spes) non comprensibile nei dettagli decorativi.

Non si hanno dati certi sul tempio dedicato a Virtus da Scipione Emiliano dopo la conquista di Numanzia nel 133 a.C. (Plut., Mor., 318 D-Ε); mentre, in base ai dati archeologici, si può datare tra il 140 e il 130 a.C. il tempio quadrangolare del Foro Boario, nel quale si riconosce con certezza il Tempio di Portuno. Ricostruito su un edificio del IV sec. a.C., esso mostra una pianta pseudoperiptera su podio, con fronte ionica tetrastila.

Nel 142 a.C., come già segnalato, viene ricostruito in pietra il Ponte Emilio, crollato nel 156 a.C., dai censori P. Cornelio Scipione Africano Emiliano (Emilio per nascita, in quanto figlio di L. Emilio Paolo, il vincitore di Perseo) e L. Mummio. In tal modo l'Emiliano si collegava ai suoi avi paterni nelle opere di migliorìa del Portus Tiberinus. Un altro intervento ricordato dalle fonti riguarda il Campidoglio, dove L. Mummio fa dorare i soffitti del Tempio di Giove (Plin., Nat. hist., XXXIII, 57).

Tra il 144 e il 140 a.C. è realizzata l’Aqua Marcia che costò 180 milioni di sesterzi, pari a 45 milioni di denari (Frontin., Aq., I, 7), una somma enorme che non fu regolata, sembra, se non nel 136 a.C., come testimonierebbe l'aumento di volume delle emissioni monetali dell'anno.

Negli anni seguenti una statistica, basata sull'aumento di volume delle coniazioni monetali, permette di postulare l'appalto di grandi opere pubbliche. L'aumento è stato osservato a scadenze quinquennali negli ultimi tre decenni del secolo, in cui però è possibile datare con certezza solo la costruzione dell'importante Acquedotto Tepulo (124-119 a.C.).

Nel 121 a.C., dopo la morte di G. Gracco e dopo un bagno di sangue senza precedenti nella storia politica di R., il senato ordina a L. Opimio di ricostruire il Tempio di Concordia alle pendici del Campidoglio. In questa fase il tempio è corinzio, octastilo, sine postico, con l'alzato in travertino (il cui uso per un edificio pubblico a R. è qui documentato per la prima volta). Nello stesso periodo Opimio costruisce, a fianco del Tempio di Concordia, una nuova basilica che da lui prende il nome, distrutta da Tiberio al momento della ricostruzione del vicino tempio.

Nel 117 a.C. L. Cecilio Metello Dalmatico (console del 119 a.C.) ricostruisce in forme analoghe il Tempio dei Castori nel Foro Romano. L'edificio originario, a tre celle e ad alae con imponente pronao a triplice fila di colonne, è completamente rifatto: del nuovo edificio sono state avanzate due ricostruzioni, entrambe octastile e periptere, una sine postico. È stato possibile ricostruire l'articolazione interna della cella, di cui si conservano anche tratti del mosaico pavimentale in bianco e nero, con disegni a losanghe. Allo stesso Metello si deve il restauro del Tempio di Ops sul Campidoglio, di cui non abbiamo alcuna documentazione architettonica. È probabilmente nel 115 a.C. che il console M. Emilio Scauro, in contemporanea col suo trionfo sui Galli Carnici, vota i templi di Fides e Mens sul Campidoglio, proseguendo in tal modo la tradizione edilizia della gens Aemilia sul colle. Sempre in via ipotetica si può pensare che la dedica cada durante la sua censura, a partire dal 109 a.C. In questi anni, infatti, si restaurano o si ricostruiscono i templi dedicati a personificazioni. L'edificio era su podio in cementizio rivestito con lastre di tufo di Grotta Oscura e dell'Aniene; i muri della cella erano rivestiti con lastre di peperino, mentre colonne e architravi erano in travertino stuccato. La misura piuttosto consistente dei frammenti di colonne rinvenuti permette di avanzare l'ipotesi che il tempio fosse corinzio esastilo, con basi di tipo attico, probabilmente sine postico.

Bruciato nel III a.C., nel 11o viene ricostruito il Tempio di Magna Mater a opera di Cecilio Metello Caprario: rifatte le fondazioni del podio in opera cementizia, l'edificio fu ricostruito prostilo esastilo (o forse pseudoperiptero) con quattro colonne sui fianchi e pronao poco meno profondo della cella; la cella era decorata,, più che scandita, da tre ali di colonnato interno a doppio ordine, affiancato quasi alle pareti; il Capitolium di Pompei, realizzato più o meno nello stesso periodo, presenta una pianta simile. In questa fase il tempio prospettava su una platea lastricata in tufo di Monteverde, ove si svolgevano i riti della dea e i ludi megalenses. La presenza di una fontana in fase con il lastricato attesta che anche la sommità del Palatino era stata nel frattempo raggiunta dalla rete idrica.

Nel 107 a.C. M. Minucio Rufo (console del 110 a.C.) costruisce la Porticus Minucia, e in seguito una seconda porticus che, per distinguerla dalla prima, fu designata come Minucia Frumentaria: sembra che fossero destinate entrambe alla distribuzione gratuita di grano ai cittadini romani.

Nel 101 a.C., in occasione della battaglia di Vercelli, il console Q. Lutazio Catulo vota un tempio a Fortuna Huiusce Diei, una divinità in qualche modo affine al Kairos greco, e di cui alcuni elementi del culto sono collegati all'astrologia. Varrone, descrivendo il suo aviarium a Cassino, di forma circolare, propone un'analogia di forme con una non meglio definita Aedes Catuli, nella quale va probabilmente riconosciuto proprio il Tempio di Fortuna Huiusce Diei. Di qui l'identificazione, praticamente sicura, con il tempio Β di Largo Argentina, significativamente posto nel Campo Marzio presso il Tempio di Giuturna (il tempio A), dedicato dal suo avo. Nella sua redazione originaria l'edificio era una thòlos su alto podio con diciotto colonne e capitelli corinzî. La scalinata d'accesso, però, anziché contornarlo come nel caso del Tempio del Foro Boario, si appoggia al podio solo in corrispondenza della porta di ingresso. Nella cella giganteggiava la statua di culto, un aerolito con testa, braccia e piedi eseguiti in marmo pentelico da uno scultore di tendenza classicistica, forse ateniese. Le colonne erano in tufo stuccato; i capitelli in travertino, con foglie carnose e doppio caolicolo; la trabeazione, invece, aveva probabilmente un fregio con girali di acanto uscenti da un cespo, eseguito in marmo pentelico. Lo scarso uso di marmo è, secondo alcuni, un segno preciso della difficoltà di approvvigionamento del materiale (a causa della presenza dei pirati che infestavano i mari del bacino orientale del Mediterraneo) in un momento in cui a R., come si è visto, erano già stati eretti da qualche tempo i templi in marmo di Giove Statore, di Marte in Circo, nonché la thòlos del Foro Boario.

Più o meno nello stesso periodo in cui è realizzato il Tempio di Fortuna Huiusce Diei, l'area sacra di Largo Argentina è riunificata da un unico lastricato di tufo. I templi A, C e D sono contemporaneamente restaurati: il podio del tempio A è rivestito con un nuovo podio in tufo di Monteverde, ma l'edificio sembra conservare la sua pianta tetrastila, forse con capitelli corinzio-italici in travertino. Anche il tempio C dovrebbe aver conservato la pianta di un periptero sine postico, forse tetrastilo areostilo. Il tempio D, infine, viene ricostruito nella sua originaria forma di prostilo esastilo.

Intorno al 102 a.C. va ascritta la costruzione dei Navalia nel Campo Marzio, lungo la sponda del Tevere all'altezza dell'odierno Ponte Garibaldi. La struttura, composta da una serie di vani con volte a botte destinati a ospitare le navi da guerra, è costruita dallo stesso Hermodoros di Salamina autore del Tempio di Giove Statore (Cic., Orat., I, 14, 62).

Nel 101 a.C. Gaio Mario, durante la guerra contro Cimbri e Teutoni, vota un tempio a Honos e Virtus. L'incarico della costruzione è affidato a C. Mucius (v.), uno dei pochissimi architetti di cui ci sia giunto il nome. L'edificio, un periptero sine postico, è magnificato da Vitruvio, malgrado fosse stato costruito con materiale povero, per la perfezione delle sue proporzioni, per l'elegante gioco di simmetrie nella cella, nelle colonne, negli architravi, e per la grande finezza artistica (Vitr., III, 2, 5, 7; praef., 17). Di C. Mucius, un architetto dal nome romano, non abbiamo purtroppo ulteriori informazioni, ma il fatto che egli abbia operato sulla scia della progettazione di Hermodoros è indicativo di una avanzata diffusione della cultura architettonica greca.

Nel 90 a.C. il console L. Giulio restaura il Tempio di Giunone Sospita, probabilmente il tempio centrale dei tre del Foro Olitorio. L'edificio è in peperino stuccato, ionico, periptero esastilo, probabilmente con tre file di colonne nel pronao, due sul postico e gradinata anteriore in travertino. Allo stesso periodo risale la ricostruzione degli altri due templi, quello più settentrionale di Giano, e quello a meridione, attribuito a Spes. Il primo ha un podio in opera cementizia rivestito in travertino; è un periptero sine postico ionico esastilo, con doppia fila di colonne in facciata. Colonne, basi e capitelli sono in peperino stuccato, mentre l'architrave con il fregio è in travertino. Il tempio meridionale, più piccolo, risulta essere un periptero dorico esastilo, in travertino stuccato.

Nell'82 a.C., con la conquista del potere da parte di Siila, e il conseguente giro di vite senatoriale e aristocratico, si entra in una nuova fase dell'edilizia monumentale romana, che nel corso del secolo sarà quasi sempre controllata da un solo uomo in grado di dettarne le regole. Ed è con Siila che si ripropone l'esigenza di ridisegnare una nuova città che fosse anche a dimensione politica, degna cioè della capitale di un impero. Gli interventi di Siila interessano prevalentemente il Foro Romano, la cui area centrale è ripavimentata a cura del console del 75 a.C., C. Aurelio Cotta, che come pretore nell'81 a.C. aveva costruito il nuovo tribunal pretorio, l'Aurelium, in forma di gradinata a sezione di cerchio allargato, davanti al Tempio dei Castori. Il foro tende lentamente ad assumere la forma che manterrà ancora in epoca imperiale, con uno slittamento di importanti costruzioni nel settore meridionale, controbilanciate da una nuova Curia, resasi necessaria per l'aumento a seicento del numero dei senatori. La nuova struttura reseca il vecchio Comizio che, ridotto a un settore semicircolare, resta sede della Grecostasi (luogo di attesa degli ambasciatori prima di essere ricevuti dal senato), cui sono applicati i Rostra, ormai ridotti a puro simbolo.

Nel 79 a.C. inizia la ricostruzione del Tempio di Giove Capitolino, che non risulta completato fino al 69 a.C., quando è consacrato da Q. Lutazio Catulo (che vi appone la sua dedica), scelto a sorte tra i senatori, ma a prezzo di violente polemiche. Per la nuova struttura sono portate a R. alcune colonne dell'Olympièion di Atene, la cui costruzione, voluta da Antioco IV, era rimasta interrotta (Plin., Nat. hist., XXXVI, 45).

Lo stesso Q. Lutazio Catulo erige, nel 78 a.C., il Tabularium, sede dell'archivio di stato, una delle imprese più significative dell'epoca (è interessante notare che in concomitanza con le attività edilizie capitoline, di enorme mole, è stato accertato un forte aumento di volume delle coniazioni). Il progetto è ambizioso: collegare in un complesso unitario le due cime del Campidoglio, ancora divise da una sella, e creare un raccordo coperto tra Campidoglio e Foro Romano che funga anche da solida quinta architettonica per i templi di Saturno e di Concordia. L'edificio, che risulta uno dei frutti più maturi delle decennali esperienze laziali nel campo delle strutture a porticati e terrazze sulle pendici di colli, è alto 70 m, ed è costruito in pietra gabina. A tutt'oggi viene ritenuto il più antico esempio attestato in R. dell'uso degli ordini architettonici sovrapposti a inquadrare differenti registri di arcate; notevole, a questo proposito, l'uso dell'ordine dorico, in luogo del più ordinario tuscanico. Dietro le arcate, il sapiente uso delle volte a padiglione è indizio di una sofisticata tecnica costruttiva. Anche planimetricamente, il progetto presenta notevoli accortezze: il Tempio di Veiove, a esso adiacente, non viene distrutto, ma inglobato in un angolo della costruzione. Così l'intero Capitolium parla ormai a nome del dittatore Siila e del suo erede designato Lutazio Catulo (la cui fortuna politica, invece, declinò fino alla abdicazione durante la sua censura nel 65 a.C.).

Altre vicende edilizie di Q. Lutazio Catulo sono paradigmatiche della lotta per immagini che squassa R. in un periodo di guerre civili. Dopo la battaglia di Vercelli, Catulo costruisce in Palatio un portico destinato a esporre parte del bottino sottratto ai Cimbri, edificato sui ruderi della casa di M. Fulvio Flacco, il tribuno della plebe del 121 a.C. filograccano, prima assassinato e poi oggetto di una sorta di damnatio memoriae, che la costruzione della porticus di Catulo, uomo di tendenza aristocratica e filosenatoria, suggellava anche monumentalmente. Il portico era pensato infatti come ingresso monumentale e fastoso alla domus di Lutazio Catulo (posta a ridosso del Foro Romano), e come tale svolgeva una funzione rappresentativa che era ambiguamente a metà strada tra il pubblico e il privato. Nel 58 a.C. i populares guidati da Clodio, come a rivendicare il ruolo giocato da Mario nella vittoria sui Cimbri, incendiano con la casa di Cicerone anche l'annessa Porticus Catuli.

Nel 78 a.C. il console M. Emilio Lepido procede al rifacimento della Basilica Emilia. Un'emissione del figlio omonimo databile nel 61 a.C. raffigura l'edificio a due ordini, con colonne doppie e clipei sull'architrave del primo ordine (Plin., Nat. hist., XXXV, 13). Non può dunque essere identificata nella basilica sul lato orientale del Foro, la cui facciata principale era chiusa verso la piazza dal fronte delle tabernae, e per cui si è già ricordata l'identificazione con la Basilica Fulvia.

Nel 62 a.C., con la vittoria e il trionfo asiatico di Pompeo, l'attività edilizia a R. assume sempre più i connotati di un evergetismo senza limiti. Le spese sono, nella maggioranza dei casi, private anche dove non v'è un immediato ritorno d'immagine; ma esse sono utilissime ai fini della creazione di un consenso allargato e di una folta clientela, fondamentali per l'ascesa politica, e ne approfitteranno gli esponenti della classe senatoria più in vista del periodo: M. Emilio Scauro (Plin., Nat. hist., XXXVI, 113-116), Cesare con la cura della Via Appia (Plut., Caes., 5, 8-9), Minucio Termo con i lavori della Via Flaminia (Cic., Att., I, 1, 2), Curione (Cic., Fam., VIII, 6, 5). Crasso, invece, con l'aiuto della sua familia composta da cinquemila schiavi pompieri e muratori, speculava sugli incidenti (crolli e incendi, da sempre all'ordine del giorno a R.) comprando a basso prezzo e costruendo rapidamente nuove case (Plut., Crass., 2).

Tra il 62 e il 55 a.C. si costruiscono il teatro e il portico di Pompeo, con il Tempio di Venere Vincitrice posto alla sommità della cavea tanto che si suppose, non si sa fino a che punto giustamente, che Pompeo, per vincere gli ostacoli frapposti dal senato per la realizzazione di un teatro di pietra, ideasse il teatro stesso come gradinata d'accesso monumentale al tempio. Il complesso pompeiano, oltre a una fastosa e aggiornatissima decorazione scultorea, opera del contemporaneo Coponio, presenta, anche dal punto di vista struttivo, delle novità: si tratta infatti del primo esempio in R. dell'uso su vasta scala dell'opus reticulatum.

In occasione di uno dei suoi trionfi, Pompeo dedica un tempio a Ercole presso l'Ara Massima nel Foro Boario; la statua di culto era opera di Mirone. Vitruvio (III, 3, 4) dice che l'edificio era areostilo, con un intercolumnio spropositatamente ampio, secondo la vecchia tradizione etrusca basata su strutture in legno. Doveva trattarsi, evidentemente, di un voluto arcaismo.

Il grosso dell'attività di Pompeo si dispiega dunque fuori del centro civile, nel Campo Marzio, dove egli può erigere il suo enorme complesso edilizio composto da settori pubblici e settori privati, con una sapiente mescolanza che ricorda la struttura dei basìleia tolemaici ad Alessandria. Fulcro della nuova sistemazione è il grandioso teatro in muratura, il primo di R.: la cavea del teatro funge da magnificente gradinata d'accesso al Tempio di Venere Vincitrice; nella colossale porticus post scaenam, un quadriportico che racchiudeva giardini, decorazioni scultoree e splendidi arazzi, sul lato opposto al Tempio di Venere era la Curia, una sala quadrangolare destinata alle riunioni del senato. Qui era la statua di Pompeo raffigurato in trionfo, come novus Neptunus, forse con la corona aurea offertagli come summa delle sue benemerenze nei confronti dello Stato. La Curia fungeva da raccordo tra il quadriportico e la Porticus Minucia dove già si svolgevano e frumentationes, la distribuzione gratuita di grano ai cittadini romani. Il fatto non è casuale, in quanto Pompeo ebbe l'incarico di curator annonae che rese funzionale, a livello propagandistico, il rapporto tra le due porticus. Infine, non lontano dal teatro era anche la villa di Pompeo, di cui purtroppo non abbiamo testimonianze. Ma è chiaro che, da un punto di vista urbanistico, Pompeo aveva tentato e in parte ottenuto di creare un centro pompeiano, in analogia ai palazzi reali ellenistici. Tempio, teatro e portico, collegati con la sua villa e con i centri della vita civile (Porticus Minucia) e politica (gli adiacenti Saepta), con la nuova Curia come centro ideale, componevano un insieme ideologicamente nella direttiva delle dinastie greco-ellenistiche, cui Pompeo intendeva collegarsi.

Dopo Farsalo, è Cesare l'arbitro dell'edilizia monumentale romana. I suoi primi interventi sono per il Foro Romano: con le manubiae della guerra gallica iniziava la ricostruzione della Basilica Sempronia, che diverrà la Basilica Giulia, e più o meno contemporaneamente finanzia il rifacimento della Basilica Fulvia ricostruita nel 55 a.C. da L. Emilio (Lepido) Paolo e destinata a diventare una delle meraviglie di R.; è a questo punto che la basilica muta nome e diventa Basilica Paulli (Cic., Att., IV, 16, 8, parla dell'intervento di Paullo a proposito di una basilica «magnificentissima» e di un'altra «in medio foro»·, quest'ultima è evidentemente la Basilica Emilia). Ricostruisce poi il Tribunal Aurelium e i Rostra in senso assiale alla piazza, verso N, usufruendo per questi ultimi dei vecchi rostri di bronzo, inseriti entro uno spazio semicircolare che imitava i Navalia, cioè con i rostri sporgenti da arcate cieche che ripetevano lo schema degli arsenali delle navi da guerra. Giulio Cesare riprende alcune formule simboliche già adottate da Siila a fini propagandistici. Fondandosi sul suo nome patrizio, il dittatore persegue lo scopo di ridare impulso al Foro, con interventi tesi a una trasformazione dell'impianto preesistente: il rinnovamento delle basiliche, con lo spostamento in asse dei Rostra (dove Cesare si può permettere, in virtù della sua declamata clementia, di risistemare le statue equestri non solo di Siila, ma anche dello stesso Pompeo) e del Tribunal Aurelium, e la ricostruzione della Curia. La piazza del Foro venne così modificata nell'ottica dei monumenti dinastici della tradizione greco-ellenistica, che in seguito Augusto riprenderà in grande stile. La carica di Pontifex Maximus permette infine a Cesare di abitare sul lato meridionale della piazza, presso il Tempio di Vesta, cosicché l'area stessa veniva a essere una sorta di vestibolo alla sua domus ammantata di una suprema sacralità. Ambiguo, invece, il senso del collegamento del vecchio Foro Romano con un nuovo foro, tramite la cerniera architettonica di una nuova Curia. Dal 54 a.C., infatti, Cesare, con l'aiuto di intermediari, tra i quali lo stesso Cicerone, inizia l'acquisto, alle spalle della Curia Cornelia, di terreni edificati per la cifra sbalorditiva di 60 milioni di sesterzi. Qui viene eretto il Foro di Cesare. A metà tra l’agorà e il tèmenos, cinta su tre lati da porticati che nascondevano anche redditizie tabernae, la piazza stretta e allungata aveva il suo fuoco nel Tempio di Venere Genitrice, capostipite della sua famiglia, e orgogliosa risposta alla Venere Vincitrice di Pompeo. Davanti al tempio era una fontana monumentale e al centro della piazza una statua equestre del dittatore, raffigurato simile ad Alessandro in groppa a Bucefalo. Significativo del nuovo ordine anche l'abbattimento della Curia Cornelia, che aveva il vecchio orientamento del Comitium ed era stata appena ricostruita dal figlio di Siila nel 52 a.C.

Nello stesso tempo si avvia anche la costruzione di un altro teatro in muratura davanti al Tempio di Apollo, sacrificando alcuni templi che si trovavano nell'area, nonché la monumentalizzazione dei Saepta, fino allora restati sotto la forma di un semplice spiazzo recintato in legno. Nei paraggi dovevano trovare posto uno stadio e una naumachia.

La morte impedì a Cesare di completare questi lavori, e di compiere l'impresa forse più sbalorditiva: deviare il corso del Tevere al Ponte Milvio fino all'ansa del Vaticano, per trasformare il colle Vaticano in un nuovo centro monumentale, e ampliare invece la ormai popolosissima città verso il Campo Marzio. Gli anni intercorsi tra la morte di Giulio Cesare e la vittoria di Azio furono probabilmente tra i più cruciali della storia e della storia dell'architettura romana. Poiché la lotta per il potere non si era ancora ristretta a un duello fra Antonio e Ottaviano, molti personaggi di spicco nella vita politica o militare tentarono di fare impressione sull'opinione pubblica, con gli atteggiamenti, con la munificenza, con le costruzioni.

Il periodo del c.d. secondo triumvirato vide la ricostruzione di un buon numero di edifici sacri, di cui in qualche modo ci sono pervenuti: il Tempio di Saturno che Munazio Planco iniziò nel 42 a.C., ma che fu terminato solo dopo Azio; la Regia, restaurata a partire dal 36 ad opera di Cn. Domizio Calvino; il Tempio del divo Giulio, che Ottaviano dedicò nel 29; il Tempio di Apollo Palatino, votato da Ottaviano nel 36 e dedicato nel 28; tra il 37 e il 34 deve inoltre essere inquadrata la fase sosiana del rifacimento del Tempio di Apollo Medico.

Dopo l'incendio della Regia, che nel 34 a.C. costringe a una ennesima riparazione della Basilica Paulli, viene ricostruito per la terza volta il Fornix Fabianus, già rifatto nel 57 a.C. durante l'edilità di un nipote dell'Allobrogico, che tra l'altro era anche nipote di L. Emilio Paolo. L'arco quadrifronte disegnato da Pirro Ligorio, nel quale erano inseriti i celeberrimi Fasti, sembra poter essere identificato con questa ricostruzione. Nel frattempo, la vera Basilica Emilia sul lato meridionale del Foro deve essere già stata abbattuta per la costruzione del Tempio del divo Giulio. Sulla qualifica di divi filius, infatti, puntava Ottaviano nella sfida che si era andata radicalizzando tra lui e Antonio. La costruzione del colossale mausoleo voleva essere una dichiarazione di fedeltà ultraterrena al suolo di R., grandiosa almeno quanto la trovata di propalare la diceria che Antonio stesse preparandosi un sepolcro in Egitto. Il tempio del divus, dalla lunghissima gestazione e dai fondamentali pentimenti (come l'obliterazione dell'ara consecrationis di Cesare, murata in una nuova redazione della fronte del tempio), suggella la forma definitiva del Foro Romano, in cui d'ora in poi si interverrà per restauri, ma mai più per creazioni.

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(Ε. La Rocca)

b) Da Augusto a Nerone,. - Negli ultimi anni numerose analisi storiche, topografiche e artistiche hanno contribuito a inquadrare nella giusta prospettiva la storia urbana della città augustea, mettendo in rilievo la portata e la complessità dei «messaggi» contenuti nelle singole realizzazioni monumentali, secondo l'evolversi delle situazioni e delle necessità politiche e dinastiche. Nell'assenza di un progetto organico, è possibile distinguere almeno quattro tappe, corrispondenti a momenti cruciali della complessa storia di questo periodo: l'età triumvirale, fino alla vittoria su Sesto Pompeo; gli anni che separano la vittoria di Nauloco da quella di Azio (36-31); il fondamentale decennio che segue la vittoria su Antonio e il triplice trionfo del 29; la fase finale, a partire dal 12 (pontificato massimo) e dall'8 a.C, (censura), che vede l'attuazione della divisione amministrativa di R. in quattordici regioni.

I primi anni del periodo triumvirale, fino al 36 c.a, non sembrano segnare una cesura con gli anni precedenti: l'attività monumentale nei cantieri dei grandi lavori cesariani (nel Foro, con il progetto dell'Aedes Divi Iulii, il Forum Iulium, i Saepta) è controllata e spartita in modo più o meno equo dai triumviri. A singoli generali vittoriosi, schierati con l'uno o l'altro dei due triumviri di maggior peso politico, vengono affidati nuovi lavori (restauro del Tempio di Saturno a Munazio Planco, nel 43 a.C.; Atrium Libertatis ad Asinio Pollione, c.a nel 39; lavori nella Regia a Domizio Calvino, nel 36).

La vittoria su Sesto Pompeo e, soprattutto, l'assenza di Antonio consentono a Ottaviano di assicurarsi il controllo dell'attività edilizia nel corso del quinquennio successivo. Oltre a diversi grandi lavori nel Campo Marzio (inizio dei lavori per l'Anfiteatro di Tauro, verso il 34 a.C.), nel Circo Flaminio (Porticus Octavia, Porticus Philippi e Tempio di Hercules Musarum, nel 33 c.a, a cui va probabilmente aggiunto il Tempio di Nettuno) e nel Foro, vengono poste in questi anni le basi per gli interventi urbanistici più radicali e necessari alla città. Nel 33 a.C., con la grande edilità di Agrippa, si avvia il programma di risanamento delle infrastrutture urbane: rete viaria, fognaria, approvvigionamento idrico (Aqua Iulia, restauro di Aqua Appia, Marcia e Anio Vetus). La capacità della rete idrica venne in tal modo raddoppiata (calcolando anche l’Aqua Virgo, del 19); si è recentemente ipotizzato che il programma fosse soprattutto finalizzato a servire il settore orientale della città, dove si era espanso l'abitato (Evans, 1982) e dove, negli stessi anni '30, erano cominciati gli imponenti lavori di bonifica e risanamento del Campus Esquilinus.

Il periodo che segue la vittoria di Azio è il più ricco di interventi edilizî. L'enorme disponibilità economica derivante dalla vittoria su Antonio e Cleopatra consente di completare i lavori programmati negli anni precedenti (Aedes divi Iulii, circondata dai monumenti trionfali di Augusto, Curia, Tempio di Apollo Palatino) e di avviare un programma senza precedenti di restauro degli edifici templari nella città. Nello stesso decennio Agrippa realizza il suo progetto di totale trasformazione del Campo Marzio.

A questi anni risale la maggior parte dei monumenti menzionati nel cap. 19 delle Res Gestae, che enumera le nuove costruzioni realizzate su suolo pubblico ed è il più dettagliato dei tre che Augusto aveva dedicato all'attività edilizia (il cap. 20 ai restauri; il 21 a opere realizzate su suolo privato). Tuttora oggetto di studio è la logica interna da ricercare nell'ordine in cui i monumenti sono elencati: non sono infatti soddisfacenti né l'ordine topografico né quello cronologico (e neppure una commistione dei due); di recente si è avanzata l'ipotesi che nella scelta e nell'ordine dei monumenti sia da ricercare un più sottile significato simbolico (Sableyrolles, 1981), ma la questione rimane ancora aperta (Gros, 1976; La Rocca, 1985).

Dopo aver elencato i monumenti costruiti ex novo, Augusto si sofferma sui restauri compiuti; tra questi è impressionante il dato relativo a ottantadue edifici templari. Lo sforzo edilizio ovviava probabilmente al generale stato di incuria provocato da mezzo secolo di guerre civili e da diverse catastrofi naturali. Il tempio costituisce comunque l'elemento principale del paesaggio urbano di età augustea, per la quantità e per la qualità delle soluzioni architettoniche e decorative (Gros, 1976). Questa intensa attività è da porre in relazione con la politica religiosa di Augusto, «restauratore» della Repubblica: parte integrante di tale politica (con conseguenze sugli spazî urbani e sul loro uso) fu anche il ripristino di pratiche religiose cadute in disuso (Suet., Aug., 31, 5): augurium salutis, flamonio di Giove, Lupercalia, ludi saeculares.

È tuttora oggetto di discussione se Augusto abbia o meno ampliato il pomerio. La spiegazione più ragionevole dei dati contraddittori delle fonti (testimonianze di Tac., Ann., XII, 23, 2-4 e Dio Cass., LV, 6, di fronte al silenzio delle Res Gestae e della lex de imperio Vespasiani; cfr. Ober, 1982; Taliaferro Boatwright, 1984 e 1986; Torelli, 1992), è stata vista nella possibile confusione con la divisione della città in quattordici regioni e la parallela organizzazione dei vici già esistenti (Coarelli, 1988). L'operazione fu certamente organizzata in modo capillare a partire dall'8/7 a.C.; ma si ipotizzano precedenti significativi nel 12 e nel 9 a.C. (Fraschetti, 1990). Nello stesso contesto va inserito il rifacimento, a partire dall'8 a.C., anno della censura di Augusto, delle porte urbiche della cinta serviana, altra operazione che poté essere confusa con l'ampliamento del pomerio (Coarelli, 1988). Viene anche portato a termine il complesso dinastico del Campo Marzio settentrionale (Ara Pacis e Horologium), nell'area del Mausoleo (iniziato verso il 28 a.C.). Si è osservato che il voto dell'Ara Pacis (13 a.C.) rappresenta l'apice della fortuna di Augusto (Polacco, 1993), che comincerà a declinare negli anni successivi, quando la morte di diversi principi della Domus Augusta (sepolti nel Mausoleo) costringerà Augusto a rivedere i piani per la successione.

Con l'inaugurazione del Tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto (2 a.C.), si conclude la serie dei grandi monumenti augustei; alla dedica dell'aedes partecipano anche Gaio e Lucio Cesari (Alföldy, 1992). La città ha finalmente acquisito la dignità monumentale della capitale di un impero, ma con l'impronta indelebile del princeps nei luoghi-chiave della vita pubblica romana: Foro e Circo Flaminio sono ormai dei palcoscenici dinastici della gens Iulia; il Campo Marzio presenta un nuovo aspetto di grande effetto monumentale, ma scompare uno degli spazî più importanti della vita istituzionale repubblicana, la Villa Publica, mentre i Saepta perdono totalmente ogni relazione con la funzione primaria di luogo adibito al voto. Il volto della città corrisponde, si è osservato, a quello della stessa repubblica romana, allo stesso tempo «restituita» e sovvertita.

Non è ben chiaro quale relazione sia da cercare tra le opere augustee e i progetti cesariani, in particolare la c.d. lex de urbe augenda (Yavetz, 1983). Per il Campo Marzio si è avanzata l'ipotesi che Agrippa abbia applicato, almeno in alcuni punti, l'originario progetto cesariano adattandolo a una diversa situazione politica (Tortorici, 1990). Un consapevole distacco da Cesare è percepibile nel costante riferirsi ad acquisti di terra e redenzioni da privati ricorrente nelle Res Gestae, fatto noto per un ampio settore del Campo Marzio coinvolto negli interventi di Agrippa e percepibile anche in numerose testimonianze epigrafiche. Questa condotta è una delle costanti della politica edilizia augustea; da un lato viene sottolineata la differenza con la disinvoltura di Cesare nell'espropriare terreni (Gros, 1976), dall'altro si dà soprattutto la misura, insieme alla cura per le infrastrutture, di un ritorno, dopo le guerre civili, alla normalità e alla buona amministrazione.

Dopo il 2 d.C. si assiste al calo improvviso dell'attività edilizia (Kienast, 1982), che coincide con la stessa difficile congiuntura economica alla quale è attribuibile la scarsa attività monumentale di Tiberio, peraltro esagerata dalle fonti (Tac., Ann., VI, 45; Suet., Tib., 47). La politica edilizia tiberiana si inserisce nel solco creato da Augusto: opere di pubblica utilità (i castra ai confini orientali dell'abitato, l'istituzione della cura riparum Tiberis) e restauri di grandi monumenti (portico pompeiano). Nuovi dati confermano lo sforzo di sviluppare la politica di propaganda dinastica attraverso l'edilizia religiosa e onoraria. L'opera più importante è il Tempio del divo Augusto, terminato solo sotto Caligola (Suet., Tib., 47; Cal., 21). Gli altri sono prevalentemente monumenti di dimensioni contenute, altari monumentali e archi, inseriti senza cesure nel tessuto monumentale augusteo. In entrambi i casi si tratta di tipi monumentali già efficacemente utilizzati da Augusto: la propaganda gentilizia attraverso gli archi onorarî non costituiva certamente una novità; è notevole tuttavia lo sviluppo, nella portata e nella complessità dei messaggi, che l'arco ebbe nel corso di tutta l'età giulio-claudia (Kleiner, 1989). Grazie alla Tabula Siarensis è oggi noto l'apparato decorativo dell'Arco di Germanico nel Circo Flaminio. Anche l'altare monumentale, che celebra le «virtù» dell'imperatore, ha grande fortuna in età tiberiana e Claudia: oltre all'ara Providentiae presso l’Ara Pacis, sono note, sotto Tiberio, un'ara Amicitiae e un'Ara Clementiae (28 d.C.).

È tuttora difficile valutare l'opera di Caligola, per la quale sono noti solo i particolari di progetti grandiosi e megalomani (Barrett, 1989). In alcuni casi (collegamento tra Campidoglio e Palatino, Tempio dei Castori trasformato in «vestibolo» della dimora palatina) appare evidente il tentativo di affrontare il tema, di fatto parte integrante della politica dinastica, della residenza imperiale. Altri ingenti lavori furono eseguiti nel Vaticano (Gaianum, Circo) e nell'area centrale del Campo Marzio, dove non è chiaro quali fossero i progetti di Caligola (anfiteatro presso i Saepta: Suet., Cal., 21; Dio Cass., LIX, 10, 5; Iseo?). Nella stessa area si concentreranno in seguito analoghi interventi neroniani: anfiteatro ligneo e terme in Campo Marzio (a queste probabilmente appartiene il gymnasium attestato nel 62: Suet., Nero, 12; Tac., Ann., XIV, 47), il secondo impianto pubblico della città, e il circo in Vaticano, noto come Circus Gai et Neronis.

L'attività di Claudio si richiama direttamente ad Augusto e rappresenta un ritorno alla politica dei servizi nel campo dell'approvvigionamento idrico (restauro dell’Aqua Virgo e completamento di Aqua Claudia e Anio Novus) e, soprattutto, nell'organizzazione del trasporto di grano a R. (Rickman, 1980). Continua, con Claudio, anche la «mania archeologica» che aveva caratterizzato la politica religiosa di Augusto: oltre alla nuova celebrazione dei ludi secolari, è notevole l'ampliamento del pomerio (incerto, invece, per quanto riguarda Augusto), compiuto nel 49, che incluse nella città l'Aventino e un settore del Campo Marzio (di individuazione controversa). Si intensifica e si organizza definitivamente, in forma compiuta, l'esaltazione della dinastia, attraverso il culto di Augusto e le dediche a personaggi definiti di «cerniera» tra le due gentes (in particolare Livia e Germanico), nei luoghi e nelle forme già sapientemente organizzati da Tiberio (e, in parte, da Augusto stesso); esemplare in tal senso è l’Ara Gentis Iuliae sul Campidoglio (La Rocca, 1987 e 1992). Il ruolo fondamentale di Claudio in questo senso è ricostruibile non solo dalle testimonianze urbane, ma anche dalle numerosissime dediche note in ambiente municipale (Cogitore, 1992).

Gli aspetti fondamentali della storia urbana durante il regno di Nerone sono ben noti: la creazione, nel cuore della città, di una reggia che superava in dimensioni e fasto le più grandi ville extra-urbane; il catastrofico incendio del 64 e la successiva ricostruzione. L'attività di Nerone rappresenta, per la prima volta in modo evidente, una totale rottura con quella che era stata la politica edilizia augustea: la residenza imperiale venne realizzata attraverso una serie di impopolari confische ed espropri. Di fatto, a partire dall'età di Tiberio, i più importanti horti privati, nell'area del Vaticano, del Pincio e, specialmente, dell'Esquilino, erano gradualmente stati annessi al demanio imperiale. L'impatto urbanistico della Domus Transitoria, prima, e della Domus Aurea, dopo il 64, dovette certamente essere notevole; le recenti ricerche archeologiche (Cassatella e altri, 1995) tendono a confermare l'estensione abnorme della Domus Aurea (Palatino, Velia, Oppio, Celio) e molti particolari della divisione interna degli spazi, ricordati dalle fonti (p.es. Suet., Nero, 31).

L'entità dei danni provocati alla città dall'incendio del 64 è ancora in discussione, ma, anche se sono forse da ridimensionare (Newbold, 1974) i dati forniti dalle fonti letterarie (Tac., Ann., XV, 38, 3, 41; Dio Cass., LXII, 18, 2), non vi è dubbio che il disastro fosse di proporzioni immani, paragonabile all'incendio gallico. È infatti costante, nelle fonti, il parallelo tra le due calamità, tra la ricostruzione disordinata che seguì l'incendio gallico e quella, regolamentata e razionale, prescritta da Nerone. È difficile oggi trovare tracce archeologiche della nova urbs neroniana, se non in alcune zone (p.es. l'area della Sacra Via). Gli effetti dei princìpi urbanistici neroniani, una serie di norme e leggi che scaturivano più da considerazioni di ordine pratico che da speculazioni teoriche (Bailand, 1965), sono però evidenti nelle grandi pianificazioni di interi quartieri, a R. e altrove, messe in atto nei decenni successivi.

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(F. De Caprariis)

c) Dai Flavi agli Antonini. - L'attività degli imperatori della dinastia flavia fu inizialmente caratterizzata da una serie di opere destinate a trasformare l'aspetto che Nerone aveva dato al centro della città. Vespasiano (69- 79 d.C.) smantellò la Domus Aurea restituendone gli spazî al godimento pubblico: le aree occupate non saranno più parte del «palazzo» e, destinate a funzioni pubbliche, non torneranno più in proprietà privata. La rivoluzione che il parco urbano, a disposizione del princeps secondo la moda dei dinasti orientali, aveva portato all'impianto e all'immagine della città non rimase priva di conseguenze. Si creò infatti un polo, separato anche dal punto di vista orografico dal centro storico, che venne a costituire un richiamo alternativo ai Fori, anche se gli interventi degli imperatori successivi torneranno a indicare nello spazio compreso tra Velia e Campidoglio il centro direzionale della città, negando la svolta neroniana che aveva tentato lo spostamento verso E del baricentro rappresentativo.

L'area occupata dallo stagno venne destinata alla costruzione di un anfiteatro, il Colosseo, tanto più che nell'incendio neroniano era andato distrutto l'Anfiteatro di Statilio Tauro. Seguendo un'indicazione di Augusto, l'edificio fu costruito urbe media, quando di norma gli anfiteatri erano collocati in zone periferiche. Le terme private furono riadattate e trasformate nelle Terme di Tito, che avevano lo stesso orientamento della Domus Aurea. Il Colosso di Nerone fu dedicato al Sole e venne effettuato il rifacimento del Tempio del divo Claudio.

Vicino ai fori di Cesare e di Augusto fu costruito, per volere di Vespasiano, il complesso del Templum Pacis, dedicato nel 75 d.C. (il nome di Forum Pacis compare solo dal IV sec. d.C., ma doveva essere entrato fin dall'origine nell'uso popolare vista la somiglianza tra il recinto e i primi due fori imperiali). L'edificio, nel quale furono trasferite le numerose opere d'arte sottratte da Nerone ai santuarî della Grecia per uso privato, era destinato a esaltare la Pax Romana che Vespasiano, come Augusto, aveva restaurato dopo una guerra civile, e soprattutto a celebrare la vittoria sui Giudei: vi erano infatti esibiti i pezzi più belli del bottino di Gerusalemme. Al suo interno dovevano essere conservate le piante catastali della città: la Forma Urbis, esposta su una parete del complesso dopo la ricostruzione severiana, potrebbe essere la nuova edizione di un'originaria pianta marmorea di Vespasiano distrutta da un incendio all'epoca di Commodo. Il rinnovamento dell'amministrazione urbana e le operazioni catastali effettuate da Vespasiano e Tito sono testimoniate anche dalla contemporanea estensione del pomerio (Castagnoli, 1979).

Domiziano (81-96 d.C.) proseguì e intensificò l'opera dei predecessori, in primo luogo per la necessità di ricostruire, a seguito dell'incendio dell'8o d.C., buona parte del Campidoglio e soprattutto del Campo Marzio: qui sorsero ex novo lo Stadio (nell'area di Piazza Navona), destinato ad agoni di tipo greco e l'Odeon (a S dello Stadio). Una Porticus Divorum fu eretta nel luogo in cui Vespasiano e Tito avevano trascorso la notte precedente al trionfo giudaico del 71 d.C.; i due templi dedicati ai divi della gens Flavia erano disposti lateralmente all'ingresso, con un arco di trionfo e un altare in posizione assiale, insieme a un tempio rotondo dedicato a Minerva, divinità tutelare di Domiziano. Altri santuarî consacrati al culto dèlia dinastia flavia erano il Tempio di Vespasiano alle pendici del Campidoglio e soprattutto il Tempio della gens Flavia, dedicato verso il 96 d.C. ed eretto sul Quirinale (Torelli, 1987; Paris, 1994).

Tra il Foro di Augusto e il Templum Pacis fu costruito il Forum Transitorium, terminato dall'imperatore Nerva (96-98 d.C.), da cui prese anche il nome. Il complesso servì a monumentalizzare il tratto inferiore dell'Argiletum, stabilendo un collegamento tra l'area dei fori e una parte dei quartieri residenziali della città.

Domiziano affrontò in maniera definitiva i problemi della capitale con la realizzazione della dimora imperiale e della sede di rappresentanza che diventerà, persino nel nome, il modello di palazzo dinastico. Il grandioso edificio, opera dell'architetto Rabirio, salvo limitate trasformazioni, resterà la principale residenza degli imperatori; al suo interno si distinguevano la Domus Flavia, il settore pubblico, e la Domus Augustana, quello privato. Il collegamento con il percorso trionfale fu rilevato e evidenziato da archi, monumenti destinati all'imperatore o a membri della sua gens da quando il trionfo era divenuto, in età augustea, prerogativa del princeps: si pensi all'Arco di Tito in Circo Maximo o all'Arco di Tito tra Palatium e Velia che, oltre al trionfo sui Giudei, celebrava la divinizzazione dell'imperatore. Il programma edilizio domizianeo, volto a esaltare il nomen Flavium, diede quindi a questa zona un nuovo significato ideologico (Torelli, 1987).

Traiano (98-117 d.C.) edificò l'ultimo complesso forense, il più imponente, già progettato da Domiziano (Tortorici, 1993), la cui realizzazione comportò l'eliminazione della sella che collegava il Campidoglio con il Quirinale, visto che lo spazio dei fori era ormai costretto entro precisi limiti orografici. Progettato da Apollodoro di Damasco, il foro fu costruito come un ideale accampamento di legionari e celebrava le vittorie di Traiano sui Daci. I meriti urbanistici di Apollodoro, la creazione di un ampio passaggio tra la zona dei fori e il Campo Marzio per unificare le due principali zone monumentali della città, sono stati ridimensionati. Certe dissonanze tra i Mercati Traianei e il foro hanno anche fatto supporre una progettazione dei primi da parte di un altro architetto (Giuliani, 1987). Apollodoro di Damasco realizzò sicuramente un altro complesso particolarmente significativo, le Terme di Traiano (edificate sulla Domus Aurea neroniana), che saranno modello delle successive terme di Caracalla e di Diocleziano.

Adriano (117-138 d.C.), avendo abbandonato i progetti espansionistici di Traiano, fu costretto a rinunciare alle ricchezze di cui aveva beneficiato il suo predecessore e non intraprese operazioni edilizie spettacolari.

Tra le realizzazioni pubbliche va comunque ricordato, in primo luogo, il Pantheon che, nonostante l'iscrizione, fu realizzato tra il 118 e il 125 d.C. Il Tempio di Venere e Roma, progettato dallo stesso imperatore giunto fino a noi nel rifacimento di Massenzio, era di tipo greco e offriva una fronte monumentale all'accesso al Foro Romano dal lato del Colosseo. Adriano, come i Flavi e Traiano, intervenne sui caposaldi monumentali fissati da Nerone senza cancellarli, travestendoli (Manieri Elia, 1987).

Tra le altre opere vanno menzionati il Tempio di Traiano con il quale fu ampliato l'omonimo foro (l'unico su cui Adriano fece iscrivere il proprio nome: SHA, Hadr., 19, 9); il Tempio di Matidia, dedicato alla madre della moglie Sabina e localizzato nei pressi di Piazza Capranica, affiancato da due edifici simili a portici, le basiliche di Matidia e di Marciana, complesso che sarà completato verso E, nei pressi della Via Lata, con il tempio a lui dedicato nel 145 d.C.; il Mausoleo, al di là del Tevere, di fronte al Campo Marzio al quale era congiunto con un nuovo ponte. Va inoltre ricordata la realizzazione di interi quartieri con insulae a più piani, come quello lungo la Via Lata.

Gli Antonini (138-192 d.C.) crearono nel Campo Marzio settentrionale, a Ν della Via Recta e a O della Via Lata, un vero e proprio centro monumentale dove la nuova dinastia ebbe gli onori del culto divino, anche se probabilmente l'avvio di questo programma edilizio si deve ad Adriano. Vi sono localizzate le c.d. ustrinae: quella di Antonino Pio, scoperta nel 1703 insieme alla colonna omonima, e quella di M. Aurelio, scoperta tra il 1907 e il 1910. Orientate come la Via Lata, queste strutture erano recinti sacri creati nell'area in cui era avvenuta la cremazione degli imperatori o di membri della famiglia imperiale (La Rocca, 1984): ustrina, infatti, è il luogo dove è stato cremato il corpo di un defunto le cui ceneri sono conservate altrove (gli Antonini furono sepolti nel Mausoleo di Adriano).

Antonino Pio, a parte il tempio fatto erigere nei pressi del Foro per la moglie Faustina e per se stesso, scelse la zona del Campo Marzio centrale per il grande tempio in onore di Adriano, di cui è visibile il fianco destro in Piazza di Pietra, circondato da una piazza porticata che sul lato verso la Via Lata si apriva con un arco monumentale. Va anche ricordato un tempio eretto da Commodo a M. Aurelio divinizzato vicino alla colonna coclide dello stesso M. Aurelio realizzata tra il 180 e il 196 d.C. sul modello di quello di Traiano.

Un nuovo incendio sotto Commodo, nel 191 d.C., diede il via a una lunga serie di lavori di ricostruzione che caratterizzeranno l'età severiana.

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(P. L. Tucci)

d) Dai Severi a Massenzio. - Con l'ausilio dei nuovi spunti storiografici, gli archeologi hanno potuto talora integrare la documentazione di scavo e rivedere opinioni precedentemente espresse in relazione all'intreccio tra quadro socio-politico e situazione urbanistica nella R. del III sec. d.C.

L'esordio del regno dei Severi appare fortemente segnato dalla preoccupazione di legittimare la nuova dinastia, mettendo in luce i caratteri di continuità con gli Antonini.

Settimio Severo volle lasciare la propria forte impronta nel Foro, cuore politico-istituzionale della città. Il suo arco, se si discosta dalla tradizione nella sensibilità nuova del proprio apparato decorativo, la conferma nella scelta dell'ubicazione, a cavallo della biforcazione della Via Sacra verso le due cime del Campidoglio, e in stretta relazione visiva con il Tempio del divo Giulio e degli archi augustei, il partico e l'aziaco.

La vicinanza del monumento, cui era affiancata la statua equestre dell'imperatore, con il Mundus - o Umbilicus Urbis - allora restaurato, centro della città romulea, contribuiva a sottolineare la collocazione centrale che Settimio Severo intendeva dare al proprio regno, nel solco della maggiore tradizione romana.

Altrettanto significativi furono i suoi interventi sul Palatino, peraltro oggetto di nuove indagini archeologiche. L'ampliamento artificiale dello spazio a disposizione per completare la Domus domizianea e la sistemazione dell'angolo SE con un prospetto-ninfeo di forte sapore orientale, il Septizodium (o Septizonium o Septisolium, con riferimento alle vasche che ornavano il monumento), contribuirono a ridurre lo spazio interposto tra Palazzo e Circo Massimo, trasformando una contiguità topografica accidentale in una unità funzionale consapevolmente perseguita, che precorreva i complessi palaziali chiusi di età tardo-imperiale.

In questi ultimi anni sono stati indagati settori periferici delle Terme di Caracalla, opera che si inseriva in un'area segnata dalla presenza della dinastia (la Via Nova, realizzata allora per convogliare la folla verso le terme su un tracciato parallelo all’Appia, inquadrava sullo sfondo il Settizodio), ma in precedenza occupata da lussuose dimore aristocratiche circondate dal verde. Ciò è stato letto come una scelta urbanistica antioligarchica da parte di Caracalla, tendente a conquistare alla sua politica il consenso di soggetti sociali antagonisti del senato, primi fra tutti i militari provinciali (che Severo aveva acquartierato in città in funzione antipretoriana), e quindi la plebe urbana.

Relativamente al regno di Eliogabalo, gli scavi condotti in anni recenti nella Vigna Barberini sul Palatino a cura dell'École Française di Roma stanno facendo luce sulle fasi di vita della vasta spianata artificiale, nella quale si è ipotizzato il recinto del tempio eretto da Eliogabalo per Ba'al. Esso sarebbe stato preceduto da giardini domizianei dedicati ad Adone forse ampliati e monumentalizzati da Adriano, che ne fece la tomba-tempio di Antinoo divinizzato. Tale atto sarebbe poi stato censurato dagli Antonini ai quali si deve la restituzione del sito alla sua originaria funzione di giardino porticato dedicato ad Adone. Di questa fase rimane traccia nella didascalia adonaea sulla Forma Urbis Severiana.

Severo Alessandro, tornato a una politica più tradizionale, avrebbe ridedicato il tempio al culto di Iuppiter Ultor; rispedito il sacro meteorite, simbolo del dio, a Emesa, e ripristinato a R. in forme sontuose il culto arcaico della Dea Dia sulla Via Campana. La politica urbanistica dell'ultimo dei Severi, fortemente condizionata dal senato, mirava a recuperare all'oligarchia il sostegno pieno della plebe urbana. Nella lunga lista delle opere realizzate o ripristinate da Severo Alessandro hanno un posto di rilievo gli acquedotti (in particolare, il Nymphaeum Alexandria ninfeo-mostra dell'Aqua Iulia sull'Esquilino, noto nel Medio Evo col nome di Templum Marti o Trofei di Mario), le terme e i bagni pubblici, i teatri, i circhi e gli stadi, nonché i luoghi di culto più popolari, come l'Iseo Campense.

La massiccia costruzione di horrea publica in ciascuna delle quattordici regioni era funzionale al riordino delle frumentationes ideato da Ulpiano, allora prefetto dell'Annona. Alla distribuzione mensile di grano nella Porticus Minucia Frumentaria si sostituì, probabilmente in quell'occasione, l'assegnazione giornaliera di pane, carne suina e vino, circostanza che fece cadere in disuso la vecchia Porticus Minucia. Più tardi, il tratto transtiberino delle Mura Aureliane e il Ponte di Probo furono forse realizzati in funzione dei mulini statali che, ai piedi del Gianicolo, erano stati approntati per macinare il grano destinato alle frumentationes.

Alla morte di Severo Alessandro seguì un lungo periodo di instabilità che vide irrompere sulla scena gli imperatori-soldati illirici, portatori di esigenze improcrastinabili per la sopravvivenza dell'impero. A R., abbandonata dagli imperatori impegnati a combattere alle frontiere, languiva ogni attività edilizia di rilievo. Con Aureliano il processo di accentramento del potere nella figura dell'imperatore ricevette un forte impulso dall'istituzione del culto unico ufficiale di Sol Invictus, cui fu dedicato dall'imperatore il grandioso tempio sulla Via Lata, collegandolo significativamente con i vicini luoghi di culto augustei (l'Ara Pacis Augustae, l'Horologium e il Mausoleo), e dunque con la più ortodossa tradizione romana. La scelta del dies natalis del tempio (il 25 dicembre), l'istituzione di un collegio di pontifices Solis di rango senatorio e di un agon Solis quadriennale tendevano pure a inserire profondamente e senza traumi nell'alveo della tradizione religiosa romana il nuovo culto, per evitare gli errori che erano stati fatali a Eliogabalo mezzo secolo prima. Assai vicino al Tempio del Sole era l'arco detto di Portogallo, variamente datato (dall'età adriano-antonina a quella di Gallieno e oltre), che alcuni vorrebbero collegare funzionalmente al tempio e assegnare all'iniziativa di Aureliano.

Il processo di riorganizzazione dell'impero su nuove basi conobbe un'ulteriore fase di perfezionamento, ma anche di notevole irrigidimento, con le riforme di Diocleziano. A R., non più sede imperiale, fu possibile ripristinare un'intensa attività edilizia, che durante il regno di Diocleziano fu appannaggio esclusivo delle fabbriche imperiali, come attestano i bolli, di nuovo impressi sui laterizi. Il nuovo secolo si apriva con il temporaneo fallimento della formula tetrarchica, messa in crisi dalle aspirazioni dinastiche di ciascuno dei suoi membri, dopo la volontaria abdicazione di Diocleziano. Il settore orientale dell'impero si assestò ulteriormente, organizzandosi intorno a un potere centrale fortissimo, dai tratti assolutistici sempre più marcati. A R., divenuta oramai eccentrica rispetto al nuovo assetto del potere, Massenzio tentò un estremo recupero della tradizione di stampo senatorio per legittimare la propria autorità e per esaltare le peculiarità della parte dell'impero che gli era toccata in sorte. Per questo rispolverò per sé il titolo di princeps, rifiutando quello di dominus che era entrato nell'uso a partire da Aureliano. Dette di nuovo lustro al Palazzo, completando il settore termale iniziato dai Severi; ristrutturò profondamente la zona della Velia e del Foro, distrutta dall'incendio di Carino del 283. Lo studio della sua monetazione dedicata all'edificio rotondo noto come «Tempio del divo Romolo» ha riaperto il dibattito sulla reale destinazione di questo monumento. Variamente identificato (Tempio dei Penati, o Tempio di Giove Statore), esso va probabilmente considerato un elemento di raccordo (funzione che ne giustificherebbe la pianta mossa) tra la Sacra Via e il retrostante Foro della Pace, diversamente orientati: dopo la distruzione degli Horrea Piperataria nell'incendio del 283 il differente allineamento spaziale dei due importanti settori risultava evidente e fu necessario superarlo con la costruzione dell'edificio rotondo massenziano.

Di gusto pienamente tetrarchico è la residenza imperiale di Massenzio sulla Via Appia: il complesso, chiuso in se stesso e separato dall'ambiente circostante mediante mura continue, ruotava intorno ai tre poli costituiti dalla villa, dal circo e dal mausoleo dinastico dedicato al figlio Romolo, configurandosi sia come sede dell'imperatore vivente, sia come luogo di culto della sua memoria dopo la divinizzazione. Esso riuniva la villa e il circo, già accostati nel Sessorium severiano, con il mausoleo, che per la prima volta era stato associato alla residenza imperiale nel palazzo dioclezianeo di Spalato.

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(M. Castelli)

B) Complessi monumentali: a) Campidoglio. - Dal rinnovato esame dei resti archeologici da tempo noti, ma soprattutto dalla puntuale rilettura delle fonti antiche, sono risultate mutate l'identificazione e la localizzazione di alcuni monumenti e toponimi, nonché la ricostruzione del sistema degli accessi e della viabilità della zona, oggi praticamente illeggibili per lo sviluppo urbanistico e monumentale e per la notevole erosione naturale (ma pure antropica: vedi p.es. le cave di tufo sul versante SE) subita dalle pendici del colle in età post-classica. Invero i caratteri orografici e geomorfologici del Capitolium (sulla denominazione, ugualmente adottata per indicare l'intero colle, solo l'altura occupata dal Tempio della Triade Capitolina, o il Tempio stesso, v. G. Tagliamonte, in LTUR, I, 1993, p. 226 ss., s.v. Capitolium), subirono pesanti trasformazioni già in antico, con la colmatura dei principali avvallamenti e la costruzione a più riprese di mura di terrazzamento che ne ampliarono la superficie, regolarizzandone il profilo. Ciò non modificò il carattere bicipite del colle, articolato nelle due alture dell'Arx a Ν (Museo Capitolino e Chiesa dell'Aracoeli) e del Capitolium propriamente detto a S (Palazzo dei Conservatori e Villa Caffarelli), divise da un ampio e profondo avvallamento detto «inter duos lucos» (Vitr., IV, 8, 4; Liv., I, 8, 5; Dion. Hal., II, 15, 4; cfr. Giannelli, 1980-81), approssimativamente corrispondente all'attuale Piazza del Campidoglio (il piano stradale di età imperiale si trova a 3,5 m sotto quello moderno; il sistema fognario repubblicano fu visto a oltre 10 m di profondità: Colini, 1965). Inter duos lucos si trovava l’Asylum (definito pure «ante duos lucos»: Ovid., Fast., III, 430), più probabilmente verso l’Area Capitolina (Wel- lesley, 1974; cfr. T. P. Wiseman, in LTUR, I, 1993, p. 130, s.v. Asylum) o in corrispondenza della nicchia sul lato meridionale del Tabularium (Sommella Mura, 1984), il rifugio tradizionalmente istituito da Romolo per i transfughi stranieri: il luogo testimonia, insieme ad altri, l'esistenza anche a R. di questa arcaica istituzione (Dumont, 1987; Freyburger, 1992). Doveva trattarsi di un boschetto recintato (cfr. Liv., I, 8, 5), consacrato all'oscuro dio Lucoris (Piso, in Serv., Aen., II, 761), o forse a Veiove, venerato nel vicino santuario (Ovid., Fast., III, 429-448: Freyburger, 1992) oppure in relazione con l'antico Saturni fanum in faucibus, se a questo luogo è da riferire Varrone (Ling. lat., V, 42: Guittard, 1980). La recente rilettura delle fonti in merito a due tragici capitoli della storia di R. che ebbero come scenario il Capitolium, ha rivelato spunti significativi per il riconoscimento del sistema di accesso del colle, e per la localizzazione della Rupes Tarpeia. La versione vulgata della narrazione dell'assedio gallico del Campidoglio, durante il sacco di Roma del 390 a.C. (Torelli, 1978), nella quale la sostenuta inviolabilità del colle rappresentava garanzia della perpetuitas di R., si è dimostrata solo una delle versioni dei fatti (Skutsch, 1968 e 1978; Wiseman, 1979; Horsfall, 1980-81), probabilmente introdotta da Fabio Pittore alla metà del II sec. a.C. (Sordi, 1984) e presto divenuta canonica, in netto contrasto con l'assai più verosimile saccheggio del colle espugnato. A questo riguardo parrebbe di poter identificare i cuniculi Gallorum, attraverso i quali un'ulteriore versione (Cic., Caecin., 88; Phil., III, 20) faceva penetrare gli assedianti sul Campidoglio, con i numerosi cunicoli scavati nel sottosuolo del colle (Sommella Mura, 1978) e forse con le favisae Capitolinae che Gellio (II, 10) identifica con i depositi sotterranei del Tempio di Giove Ottimo Massimo e Festo (88 L) assimila alle cisterne sotterranee (cfr. Cassatella, 1984). Inoltre, il riesame della tradizione vulgata sulla fine di M. Manlio Capitolino (Jaeger, 1993), accusato di aspirare al regno dopo aver sventato l'assalto dei Galli, ha consentito di proporre una differente e più soddisfacente localizzazione della Rupe Tarpea.

Il Saxum Tarpeium, luogo delle esecuzioni dei rei di crimini contro lo stato (riesame del mito eziologico narrato da Prop., 4, 4: Sullivan, 1976; cfr. Stahl, 1985; Weiden Boyd, 1984), tradizionalmente identificato con lo sperone roccioso meridionale del colle sopra il Vicus Iugarius (circa in corrispondenza dell'attuale Via della Consolazione), sembra piuttosto da localizzare all'angolo NE, sopra il Foro (così Dion. Hal., VII, 35,5; VIII, 78, 5; cfr. Wiseman, 1979), in rapporto ideale e funzionale con la sede dei triumviri capitales presso il Comizio e i luoghi del supplizio, Carcer, Scalae Gemoniae (David, 1984; Hinard, 1987) e soprattutto con il Robur, la macchina lignea per le esecuzioni (Coarelli, 1985). Ugualmente, la narrazione tacitiana (Hist., III, 69-71) dell'attacco portato, il 18 dicembre del 69 d.C., dai sostenitori dell'imperatore Vitellio contro il fratello del futuro imperatore Vespasiano, Flavio Sabino, asserragliato sul Campidoglio, ha consentito di ricostruire, pur con soluzioni differenti, la localizzazione e l'articolazione di quattro, o forse cinque, punti di accesso al colle (Wiseman, 1978; Wellesley, 1981; Barzanò, 1984; Coarelli, 1985; Reusser, 1993). Il Clivus Capitolinus (di cui è tornato in luce un tratto nei recenti scavi in Via del Foro Romano: Valle, 1985; Maetzke, 1986 e 1991; T. P. Wiseman, in LTUR, I, 1993, p. 280 s., s.v. Clivus Capitolinus) dalla piazza del Foro, girando sul fianco del Tempio di Saturno, saliva con ampia curva e notevole pendenza sino all'Area Capitolina (Claridge, Cozza, Ioppolo, 1985). Esso era forse l'unico percorso carrozzabile (era usato dai cortei trionfali: Cic., Verr., II, 5, 77; cfr. Plin., Nat. hist., XIX, 23) e da esso si staccavano altri percorsi lungo il lato S del Tabularlo e verso il Tempio di Veiove e l’Asylum (in parte individuabili nei resti rinvenuti: Sydow, 1973, fig. 34; Sommella Mura, 1978). Uno di questi era certamente sbarrato dalla Porta Stercoraria (Varro, Ling. lat., VI, 32 e Fest., 466 L) ove le Vestali deponevano ritualmente i rifiuti del Tempio di Vesta. Inter duos lucos, all'incrocio di più strade per l'Arx e l'Area Capitolina, giungeva un'altra via da O, salendo al colle circa nel sito dell'attuale Cordonata Capitolina e della Via delle Tre Pile. Questa via metteva in comunicazione diretta Foro e Campo Marzio scavalcando il Campidoglio e sembra la stessa citata da Livio (I, 8, 5) accanto e in relazione all'Asylum, e da Cicerone (Att., IV, 3, 3) nelle vicende elettorali che coinvolsero Milone e Metello Nepote nel 57 a.C. (Wellesley, 1974). Da S era possibile salire direttamente all'Area Capitolina dalla zona del Foro Olitorio e della Porta Carmentale, tramite una doppia rampa di scale e superando un arco di accesso al colle, come è chiaramente visibile in un frammento della Forma Urbis marmorea: in questo, finora, si era inclini a riconoscere i Centum gradus oppure i «gradus qui sunt super Calpurnium fornicem» (Oros., Hist., V, 9, 2; Coarelli, 1969). Grazie all'accostamento di un nuovo frammento della pianta marmorea, si è potuta proporre una più articolata ricostruzione di questo settore del circuito difensivo del Campidoglio, da cui verosimilmente uscivano due indipendenti rampe di scale dirette rispettivamente al Foro Olitorio e al Vico Iugario. È parso inoltre lecito identificare l'arco rappresentato nella Forma Urbis con una delle due uscite della Porta Carmentalis di età arcaica (lo ianus dexterior di Liv., II, 49, 7-8) prima che l'ampliamento delle mura urbane includesse la zona del porto tiberino (Rodríguez Almeida, 1991 e 1993). L'ipotesi rimane tuttavia dubbia: il nome di Centum gradus (Tac., Hist., III, 71) parrebbe più idoneo alla lunga gradinata che dal Foro saliva direttamente all’Arx tra il Carcere e il Tempio della Concordia, lungo il lato Ν del Tabularlo (circa in corrispondenza delle attuali Scala e Via di S. Pietro in Carcere); la stessa gradinata era altrimenti detta Gradus Monetae (Ovid., Fast., I, 637-640), poiché giungeva in prossimità dell'omonimo Tempio di Giunone, mentre la sezione di essa più vicina al carcere, ove si esponevano i corpi dei giustiziati, si denominava pure Scalae Gemoniae (Dio Cass., LVIII, 5; Tac., Hist., III, 71, 3). La scalinata costituiva di fatto, secondo le indicazioni delle fonti (Varro, Ling. lat., V, 47; Fest., 372 L), il prolungamento dell'asse della Sacra Via fino all'Arce (Richardson jr., 1978). Improbabile l'esistenza in questo punto di un altro clivus sempre in direzione dell'Arx, ma un'ulteriore rampa si trovava verosimilmente sul versante Ν del colle (attuale Scala dell'Arce capitolina) alla quale si è pure proposto di attribuire il nome di Centum gradus (Wiseman, 1978). La riorganizzazione monumentale e topografica del colle successiva all'invasione gallica (nel 387 a.C. vennero realizzate, saxo quadrato, le più antiche substructiones di cui si abbia notizia: Liv., VI, 4, 12; cfr. Torelli, Gros, 1988), determinò una drastica selezione in funzione strategica, monumentale, ma soprattutto religiosa delle nuove realizzazioni edilizie (rassegna di importanti materiali architettonici fittili, attribuibili a edifici templari tra il VI sec. a.C. e l'età augustea in Di Mino, 1981; a quest'epoca potrebbe risalire la definizione dell'area recinta intorno al Tempio di Giove Ottimo Massimo: C. Reusser, in LTUR, I, 1993, p. 114 ss., s.v. Area Capitolina). L'indagine onomastica condotta sull'adozione e successiva scomparsa del cognome Capitolinus (da mettere in relazione all'originario luogo di residenza della famiglia) da parte di numerosi membri delle gentes dei Manlii, dei Quinctii, dei Maelii e forse pure dei Tarpeii e dei Sestii, tra l'inizio del V e la metà del IV sec. a.C., parrebbe dimostrare un effettivo allontanamento delle residenze aristocratiche da questo settore della città, come viene esplicitamente tramandato tra le misure prese durante il processo di Marco Manlio (Liv., VI, 20, 13; cfr. Valvo, 1984). Per i successivi due secoli e mezzo si ha notizia soltanto della fondazione di edifici sacri e monumenti pubblici e onorari, mentre il prolungamento dell'acquedotto Marcio nel 144-140 a.C. fino al Campidoglio, dovette superare ostacoli non solo tecnici (cfr. Pace, 1983), ma pure fòrti resistenze politiche sostenute dall'autorità religiosa dei Libri Sibillini (Frontin., Aq., 7; cfr. Hainzmann, 1977). Le abitazioni private sul colle e lungo le sue pendici, torneranno a comparire soltanto nel I sec. a.C., probabilmente a seguito delle disposizioni di necessità emanate nel'89 a.C. per la ricostituzione del tesoro pubblico, impoverito dalla guerra sociale. Si decise allora di porre in vendita i loca publica del Campidoglio in possesso di varî collegi sacerdotali (Oros., Hist., V, 18, 27). A quest'epoca deve datarsi la realizzazione delle importanti domus attestate lungo le pendici del colle tra la tarda repubblica e il primo impero. Oltre alla già nota casa di T. Annio Milone Papiniano sul Clivo Capitolino, devastata e incendiata dai sostenitori di Clodio nel 57 a.C. (Cic., Mil., 64; cfr. Maslowski, 1976) e ad altre case private testimoniate sul colle (Cic., Div., II, 40; Prop., IV, 8, 31; Ovid., Trist., I, 3, 30), è ora possibile localizzare, sul declivio settentrionale dell'in;, pure la casa di Cn. Calpurnio Pisone, console del 7 a.C., che Tacito (Ann., III, 9, 3) indica «imminens Foro» e che l'esemplare completo del senatus consultum de Cn. Pisone patre del 20 d.C., di recente rinvenuto, consente di ricostruire estesa fino alla Porta Fontinale (W. Eck, in LTUR, II, 1995, p. 76, s.v. Domus: Cn. Calpurnius Piso). Al clima di riconciliazione sociale (Johner, 1990) e alla decisiva ripresa della politica espansionistica romana dopo la crisi del pericolo gallico si deve attribuire l'erezione nel 344 a.C. «in summa Arce» (Ovid., Fast., VI, 183-185), in connessione con due boschetti sacri (Cic., Dom., 38, 101), e nell'area già occupata dalla casa di M. Manlio Capitolino rasa al suolo quaranta anni prima (una diversa tradizione attribuiva l'area alla casa del re Tito Tazio: Solin., I, 21; cfr. Plut., Rom., 20, 5), del Tempio di Giunone Moneta, votato l'anno precedente da L. Furio Camillo nella guerra contro gli Ausoni (Liv., VII, 28, 3-4). All'edificio, rappresentato in un rilievo dalla basilica di Ostia (Maier, 1985), si attribuiscono ora alcune strutture da tempo in luce nel giardino pubblico tra l'Aracoeli e il Palazzo Senatorio, realizzate in tufo di Fidene (con successive aggiunte in opera cementizia), precedentemente ascritte al circuito difensivo del colle, e che invece consentirebbero di ricostruire un podio templare di m 23 X 29,60 (Giannelli, 1978; 1980-81). La divinità qui venerata avrebbe avuto caratteri oracolari (l'epiclesi sarebbe da ricondurre alla sfera semantica del verbo moneo; la funzione di «ammonitrice» e protettrice della rocca, già esercitata nel celebre episodio delle oche capitoline, la accomuna ad analoghi culti di area volsca e aurunca: Coarelli, 1973 e 1983), forse anche connessi con le funzioni svolte dal vicino Auguraculum (Serv., Aen., IV, 45: Giannelli, 1980-81; contra Ziolkowski, 1992 e 1993). Inoltre, sulla base del rinvenimento nella zona dell'arce di terrecotte architettoniche databili tra l'ultimo quarto del VI e la prima metà del V sec. a.C., si è sostenuta una preesistenza del santuario rispetto al tempio mediorepubblicano (Sommella Mura, 1977; De Lucia, 1978-79; Giannelli, 1980-81; Coarelli, 1983; contra Ziolkowski, 1993). Presso il tempio ebbe sede, sin dal 269 a.C., la zecca di R., che dal nome dell'adiacente santuario, si chiamò Officina Monetae (Zehnacher, 1973; Pedroni, 1993; contro recenti tentativi di rimuovere l'officina dal contesto capitolino: Coarelli, 1994). Quasi a cento anni di distanza dall'erezione del Tempio di Giunone e per tutta la seconda metà del III sec. a.C., una nutrita serie di fondazioni templari, tutte connesse con lo scontro militare con Cartagine, contribuisce fortemente all'esaltazione dei valori politici e religiosi del Campidoglio. Nel corso della prima guerra punica, un nuovo santuario venne eretto sull'altura meridionale del Campidoglio, nell'area Capitolina, ove esistevano già i culti arcaici di Iuppiter Feretrius (Cassola, 1970; appartiene forse/al santuario il deposito votivo nell'area della Tesoreria Comunale: Colonna, 1984), di Terminus e Iuventas (le uniche, tra le divinità preesistenti al culto di Giove Ottimo Massimo, che si rifiutarono di abbandonare il Campidoglio per fare spazio al nuovo dio: cfr. Piccaluga, 1974). Nel sito di un antichissimo santuario, tradizionalmente attribuito a Numa (Liv., I, 21, 4; Dion. Hal., II, 75; Plut., Num., 16), A. Atilio Caiatino, personaggio chiave della conquista romana della Sicilia, eresse intorno al 250 a.C. un tempio dedicato alla Fides Publica populi Romani (Cic., Nat. deor., II, 61), la personificazione tutelare dei patti e dei trattati (Pietilä-Castrén, 1987; Reusser, 1993). Il fatto che Plauto (Aulul., 581-681) citi frequentemente il fanum e il lucus della dea e mai la aedes, non autorizza l'ipotesi di una più tarda realizzazione del tempio (Piccaluga, 1981; Freyburger, 1986). La localizzazione della «aedes, vicina Iovis Optimi Maximi» (Cato, in Cic., Off, III, 104), è stata da tempo precisata lungo il versante meridionale dell'area capitolina. Un frammento della Forma Urbis che rappresenta la topografia del settore meridionale del colle conserva parzialmente la pianta di un grande tempio orientato a Ν e quasi addossato al muro di recinzione dell'area capitolina. L'edificio è ricostruibile come periptero sine postico con sei colonne sulla fronte e dodici sul lato ed è stato identificato proprio con il Tempio di Fides (Rodriguez Almeida, 1991 e 1993). Il santuario accolse l'assemblea senatoria il giorno dell'assassinio al Campidoglio di Ti. Gracco (Bonnefond-Coudry, 1989): nelle sue vicinanze si ritiene che fosse stata collocata, su iniziativa della parte ottimate, una replica del celebre Gruppo dei Tirannicidi (Coarelli, 1969); la scultura è stata anche messa in relazione con l'uccisione di Cesare nel 44 a.C. (Landwehr, 1985) o con la politica monumentale di Siila (Reusser, 1993). H complesso venne successivamente restaurato e ridedicato da M. Emilio Scauro (Cic., Nat. deor., II, 23, 61), forse nel 109 a. C., anno della sua censura (Freyburger, 1986). Alla ricostruzione di Scauro si attribuiscono ora i frammenti architettonici e statuari (Reusser, 1993) e i resti del podio precipitati dal colle nell'area sacra di S. Omobono, da tempo noti e già attribuiti al Tempio di Ops (Coarelli, 1969; Reusser, 1993). Non lontano dal tempio doveva trovarsi un monumento (c.a m 20 di lato in una risistemazione di età sillana: Mellor, 1987; oppure più antico e a questo uso destinato: Lintott, 1978) che accoglieva le dediche bilingui poste nel II e I sec. a.C. a Giove Ottimo Massimo, come atto di fedeltà a R. da parte delle città e dei re dell'Asia Minore (Reusser, 1993).

Allo stesso orizzonte cronologico e allo stesso dedicante del Tempio di Fides, è stata recentemente attribuita anche l'erezione del vicino Santuario di Ops, la personificazione divina dell'abbondanza (Pouthier, 1981). Il tempio, probabilmente restaurato da L. Cecilio Metello Dalmatico nell'ultimo ventennio del II sec. a.C., accolse poi il tesoro di 700 milioni di sesterzi depositato da Cesare per costituire l'erario militare e razziato da Antonio all'indomani delle Idi di Marzo (Ürögdi, 1980). Allo scoppiare della seconda guerra punica corrisponde la dedica dei due adiacenti templi di Mens e Venus Erucina, eretti, probabilmente nell'area capitolina, tra il 217 e il 215 a.C. su indicazione dei Libri Sibillini dopo la disfatta romana al lago Trasimeno (Liv., XXII, 9, 10; XXXIII, 30, 13 e 31, 9). Il Tempio della Concordia in Arce, fu dedicato nel 216 a.C. da L. Manlio Vulso, e a esso si attribuiscono alcuni resti in opera quadrata di tufo rinvenuti sotto il transetto della chiesa dell'Aracoeli (G. Giannelli, in LTUR, I, 1993, p. 321, s.v. Concordia in Arce, Aedes) e forse alcune terre- cotte architettoniche rinvenute però in altra zona del colle (Vacano, 1971). Inter duos lucos, venne eretto il Tempio di Veiove (Gjerstad, 1973), votato da L. Furio Porpureo nel 200 e dedicato da Q. Marcio Ralla nel 192 a.C. (Pietilä-Castrén, 1987). L'edificio, in parte conservato all'interno del Palazzo Senatorio, mostra la caratteristica planimetria con la cella quadrangolare posta trasversalmente rispetto al pronao, frutto dell'elaborazione architettonica ellenistica di ambiente laziale (Gros, 1976). Nella prima metà del II sec. a.C. è possibile individuare una serie di interventi censori, di adeguamento strutturale, e privati, di accrescimento dell'apparato monumentale del Campidoglio, che trova ampio confronto in altre zone della città (cfr. Guittard, 1983). Nel 190 a.C., alla vigilia della partenza quale legato del fratello, per le campagne militari contro Antioco III di Siria, P. Cornelio Scipione Africano già vincitore di Annibale a Zama, eresse quale dono votivo (Kleiner, 1985), un «fornix in Capitolio adversum viam qua in Capitolium escenditur» (Liv., XXXVII, 3, 7). L'arco costituiva probabilmente uno degli accessi monumentali dell'area capitolina, e al suo ricco apparato decorativo (sette statue dorate, due equestri, due fontane) si è generalmente inclini ad attribuire significati autocelebrativi della gens (Scullard, 1970; cfr. De Maria, 1988, n. 52; il numero delle statue ha pure alimentato interpretazioni di carattere simbolico-astrologico: discussione in Calabi Limentani, 1982). Di poco posteriore parrebbe il Fornix Calpurnius, eretto forse dal trionfatore del 186 a.C.: nei suoi pressi venne assassinato Ti. Gracco nel 133 a.C. (Oros., Hist., V, 9, 2). L'arco veniva generalmente identificato con quello visibile in una lastra della Forma Urbis sulla rampa meridionale di accesso all'area capitolina (Coarelli, 1988; cfr. De Maria, 1988, n. 53). Eppure, come è stato di recente ribadito (Kleiner, 1985; Rodríguez Almeida, 1991), la dinamica dei fatti riferiti da una coerente tradizione storica induce a localizzare l'aggressione subita dal tribuno sul lato orientale dell'area «dinanzi alle statue dei re presso le porte» (App., Bell. civ., 1,16; cfr. Dio Cass., XLIII, 45; Plin., Nat. hist., XXXIV, 22) evidentemente quelle del Clivo Capitolino (cfr. La Rocca, 1992). Ai censori del 174 a.C., Q. Fulvio Flacco e A. Postumio Albino, che restaurarono pure il Tempio di Giove, si deve il primo pavimento in selce del Clivo Capitolino, che in quella occasione venne anche bordato da un portico (Liv., XLI, 27, 7). Si è al contrario ipotizzato che tale portico si estendesse sul lato O del Foro, tra il Tempio di Saturno e la Curia Ostilia (Richardson, 1980; Coarelli, 1983). Anche l'Area Capitolina, forse ampliata da nuove substructiones nel 189 a.C. (Liv., XXXVIII, 28, 3), venne circondata con portici nel 159 a.C. da P. Cornelio Scipione Nasica (Vell., II, 1, 2, e 3.1): il particolare legame tra gli Scipioni e il Campidoglio sembra pertanto assumere una sempre maggiore consistenza (Scullard, 1970; Mastrocinque, 1982). L'intera area andò progressivamente affollandosi di altari, piccoli santuari, trofei militari, monumenti votivi e monumenti onorari. Tra questi spicca un monumento dedicato a tre membri della famiglia dei Domizî Enobarbi (verosimilmente i consoli del 162, 122 e 96 a.C.) alla cui realizzazione partecipò forse lo scultore neoattico Skopas: del monumento, demolito probabilmente durante le proscrizioni del 42 a.C., sopravvive solo parte del basamento iscritto, riutilizzato nell'area sacra di S. Omobono (Coarelli, 1991). Nei pressi della stessa area erano precipitati i resti dello zoccolo in marmo grigio decorati con rilievi (ora al Palazzo dei Conservatori e al Kunsthistorisches Museum di Vienna), appartenenti a un monumento identificato con quello eretto nel 91 a.C. sul Campidoglio da Bocco re di Mauretania per commemorare la cattura di Giugurta e la consegna di questi a Silla (Plut., Mar., 32; Sull., 6; cfr. Hölscher, 1988; Reusser, 1993). La datazione del monumento è stata anche riportata all'inizio del II sec. a.C. in collegamento agli Scipioni e alle loro imprese africane e asiatiche (Hafner, 1989; Meyer, 1991-92). Alla definitiva vittoria su Cartagine nel 146 a.C. è probabilmente da attribuire la costruzione di un tempio alla Dea Caelestis (la Tanit punica), protettrice della città distrutta, evocata a R. da P. Cornelio Scipione Emiliano forse contemporaneamente al suo paredro Iuppiter Africus (Serv., Aen., XII, 841; Macr., Sat., III, 9, 7 ss.; Coarelli, 1982; Halsberghe, 1984; per le vicende del santuario in età imperiale: Zecchini, 1983). Un nutrito nucleo di materiali essenzialmente epigrafici ha consentito di localizzarne il santuario nell'area Capitolina soprastante al Vico Iugario, in relazione al percorso trionfale (Coarelli, 1988) o, con uguale verosimiglianza, sull'ara; (Cordischi, 1989- 90). Ai decenni finali del II sec. a.C. va probabilmente assegnata l'introduzione sul Campidoglio del culto di Iside, testimoniato dal rinvenimento di materiali epigrafici dalla zona dell'Aracoeli (appartiene a un sacerdote della dea l'epigrafe funeraria CIL, VI, 2247: Paci, 1976). Il culto, forse connesso con il Collegium Capitolinorum, la corporazione originariamente istituita per la celebrazione dei ludi Capitolini, forse addetta alla vendita degli schiavi di guerra sul Campidoglio e che in questo preciso ambito cronologico parrebbe mostrare forti interessi in tale commercio, venne probabilmente introdotto dall'Oriente tramite la comunità mercantile italica e romana di Delo (Coarelli, 1984 e 1987; diversamente Fraschetti, 1980). La sua ufficializzazione nella prima metà del I sec. a.C. sembrerebbe sostenuta da membri della famiglia dei Calpurni Pisoni (i quali abitavano proprio sulla pendice dell'Arce), nell'ambito della politica religiosa di Clodio, tesa a sfruttare a fini rivoluzionari le organizzazioni cultuali dei ceti subalterni (Takacs, 1995).

Della poco nota attività monumentale di Mario sono scarse le testimonianze capitoline: certamente qui venne eretto uno dei trofei per le vittorie sui Cimbri e sui Teutoni nel 102-101 a.C. (Prop., III, 1, 45-46): il monumento, distrutto da Siila, fu ripristinato da Cesare nel 65 (Vell., II, 43, 4; Suet., lul., II, 2; Plut., Caes., 6, 1-2). La tradizionale localizzazione sull’Arx (riproposta da Hesberg, 1995), nei pressi dell’Auguraculum, dell'Aedes Honoris et Virtutis mariana dovrà essere accantonata.

Durante la guerra civile, il 6 luglio dell'83 a.C., forse per incuria dei servi (ma erano già state pronunciate profezie catastrofiche), il fuoco distrusse il Tempio di Giove Ottimo Massimo Capitolino, eretto al tempo degli ultimi re, e rimasto, nella forma, sostanzialmente immutato per oltre quattrocento anni. Al suo interno, tra i molti tesori, bruciarono i Libri Sibillini e la celebre statua di Iuppiter Imperator: l'avvenimento dovette prestarsi a interpretazioni di ordine politico se, come sappiamo da Livio (VI, 29, 8), il simulacro era stato preso nel 380 a.C. da T. Quinzio Cincinnato a Praeneste, la città ora roccaforte dei Mariani (al contrario, stando a Cic., Verr., IV, 128- 129, la statua sarebbe stata portata a R., dalla Macedonia, da T. Quinzio Flaminino nel 197 a.C.; cfr. Champeaux, 1982b e Riemann, 1983). Nel vastissimo programma di riorganizzazione urbanistica inaugurato da Siila, rimasto unico signore di R. dalla fine dell'82 a.C., i restauri e le nuove costruzioni sul colle capitolino assunsero un particolare significato ideologico e politico (Torelli, Gros, 1988; Gros, 1990; cfr. Martin, 1983). All'iniziativa personale del dittatore si deve probabilmente la fondazione capitolina del Santuario di Felicitas (non lontano dal Tempio di Giove Ottimo Massimo: Aug., Civ. dei, IV, 23), forse lo stesso altrimenti detto, con epiclesi trasparente, di Fausta Felicitas (Flory, 1992: per un restauro e una nuova dedica da parte di Ottaviano; cfr. D. Palombi, in LTUR, II, 1995, p. 242 s., s.v. Fausta Felicitas). I restauri e le nuove costruzioni vennero in larga parte affidate a Q. Lutazio Catulo (cfr. Sauron, 1994), tra i fedelissimi di Silla, «curator reficiendi Capitolii» (Cic., Verr., IV, 69; Gell., II, 10, 2), poi console nel 78 e censore dimissionario nel 65 a.C. tra le pressioni di quanti, non ultimo Cesare, avrebbero voluto raccogliere i frutti di tale ufficio. Catulo si servì probabilmente dell'opera dell'architetto L. Cornelio, suo praefectus fabrum, del quale conosciamo l'epigrafe sepolcrale (Molisani, 1971). Per la ricostruzione del Tempio di Giove Ottimo Massimo, inaugurato solo nel 69 a.C., si portarono a R. le colonne dell'Olympièion di Atene, ma, nonostante lo sfarzo della decorazione, l'edificio mantenne sostanzialmente inalterato l'impianto arcaico che pareva inadeguato già a Vitruvio (III, 3, 5; cfr. Gros, 1976; le trasformazioni dell'edificio sono documentate dalle figurazioni monetali sui denari del 79 e del 41 a.C.: Schiavi, 1971; Hill, 1989). Al genio dell'architetto L. Cornelio si attribuisce la concezione dell'immenso edificio comunemente detto Tabularium, nel quale si riconosce l'archivio centrale dello Stato, che Lutazio Catulo faciundum coeravit, eidemque probavit (CIL, VI, 1314, ora perduta, e VI, 1313). Esso venne costruito sulla pendice capitolina verso il Foro con il triplice scopo di terrazzare e regolarizzare questo versante del colle, costituire un'imponente quinta scenografica sul lato occidentale della rinnovata piazza forense e ospitare un vasto insieme di uffici pubblici (Coarelli, 1980; cfr. Sommella Mura, 1978; 1981; 1984 e 1994). L'identificazione dell'edificio è rimasta incontestata per circa cinquecento anni; eppure una ricerca recentissima ha riconsiderato il problema con sorprendenti risultati. Sulla base della puntuale rilettura di Cicerone (Att., IV, 16, del luglio del 54 a.C.) in cui l'Arpinate informa l'amico dei programmi monumentali all'epoca perseguiti da Cesare, è stato identificato nell'edificio capitolino l’Atrium Libertatis, la sede ufficiale dei censori, della quale il Tabularium di Catulo avrebbe costituito solo l'archivio (Purcell, 1993). Al contrario, l’Atrium Libertatis di età repubblicana (un precedente topografico e funzionale potrebbe essere l’«atrium publicum in Capitolio», ricordato da Liv., XXIV, 10: cfr. D. Palombi, in LTUR, I, 1993, p. 136 s., s.v. Atrium publicum in Capitolio), veniva concordemente localizzato alle spalle del Tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare, sul versante capitolino della sella poi asportata tra Campidoglio e Quirinale (da ultimi Bonnefond, 1979; Tortorici, 1991; F. Coarelli, in LTUR, I, 1993, p. 133 s., s.v. Atrium Libertatis). L'edificio, nel cui archivio si conservavano le liste dei cittadini, i testi legislativi e le mappe dell'agro pubblico, fu poi al centro delle iniziative edilizie di Cesare, che qui volle allestita la prima biblioteca pubblica. Ne fu affidata la direzione a M. Terenzio Varrone (Suet., lul., 44; una Bibliotheca Capitolina è ancora attestata nel 188 d.C.: cfr. D. Palombi, in LTUR, I, 1993, p. 196, s.v. Bibliotheca Capitolina), ma il progetto fu completato con grande sfarzo (un'eccezionale collezione di sculture è ricordata da Plin., Nat. hist., XXXVI, 33- 34: cfr. Isager, 1991), per volere di Augusto, da C. Asinio Pollione dopo il 39 a.C. (Suet., Aug., 29; Plin., Nat. hist., VII, 115; Isid., Orig., VI, 5, 2). Al monumento si attribuiscono ora le lastre di terracotta a rilievo, trovate nel secolo scorso durante i lavori per la costruzione del Museo del Risorgimento, provenienti dalle stesse matrici utilizzate per la decorazione del Tempio di Apollo Palatino e forse prodotte dalle stesse figlinae di Asinio Pollione (Coarelli, 1984a).

L'interesse di Cesare per il complesso monumentale capitolino si manifestò precocemente nell'ostruzionismo ai piani di Catulo e nell'allestimento di un porticato provvisorio per l'esposizione di opere d'arte, già nel 65 a.C., anno della sua edilità (Suet., lul., 10, 1; e nello stesso contesto si pone la polemica ricostruzione dei trofei mariani già ricordati). La piena rivincita venne però nel 46 a.C. (Dio Cass., XLIII, 14, 6 e 21, 2), durante le celebrazioni del quadruplice trionfo: il Senato decretò la sostituzione del nome di Catulo con quello del dittatore sulla fronte del Tempio di Giove Capitolino e, presso lo stesso tempio, l'erezione di un monumento raffigurante Cesare in trionfo sulla personificazione dell'Ecumene. In questo modo il dittatore faceva propri i valori di quell'ideologia cosmocratica già espressi da Pompeo nel complesso del Campo Marzio (Picard, 1973; cfr. Arnoud, 1984). Ancora in questo senso, un passo di Svetonio (lul., 44, 2) e la nuova localizzazione della Rupe Tarpea sul versante orientale dell’Arx, potrebbero meglio spiegare il significato di uno dei progetti incompiuti; di Cesare: la costruzione di un grande teatro addossato a questo lato del colle e in stretta relazione architettonica con il sottostante Forum Iulium, sembrerebbe rivelare, nelle componenti monumentali - piazza, Curia, teatro e tempio - strette assonanze col complesso pompeiano (Wiseman, 1989 e 1994, n. 152).

L'impegno monumentale di Augusto sul Campidoglio fu certamente di vasta portata, ma a esso si affiancò di fatto una riduzione delle funzioni politico-religiose del complesso cultuale, con il progressivo allontanamento dal colle delle cerimonie connesse alla vita militare e civile dell'impero, in favore del Foro di Augusto, eletto a centro civico-simbolico del nuovo regime (Suet., Aug., 29,2; Dio Cass., LV, 10, 2-5; Bonnefond, 1987). Accanto all'erezione di nuovi santuarî e alla riorganizzazione dell’Area Capitolina con la selezione delle presenze monumentali (Suet., Cal., 34), Augusto curò il restauro di antichi edifici. Nel 31 a.C., intervenne sul santuario romuleo di Giove Feretrio (Res gestae, 19), un tetrastilo, forse ionico, come viene raffigurato in monete degli anni 50 a.C. (Hill, 1989; cfr. Lahusen, 1985), mentre nel 9 a.C., forse dopo i danni provocati da un fulmine, restaurò il Tempio di Giove Ottimo Massimo (Res gestae, 20; Suet., Aug., 30, 4; Dio Cass.,LV, 1) riprodotto, in questa fase, in rare monete vitelliane, precedenti alla distruzione del dicembre del 69 d.C. (Bas- tien, 1978). Miracolosamente salvato dalla caduta di un fulmine durante la campagna cantabrica del 26, Augusto votò il Tempio di Iuppiter Tonans (Suet., Aug., 29), dedicato il 1 settembre del 22 a.C. (II, XIII, 2, 504; per l'origine e il significato della divinità cfr. Landucci Gattinoni, 1989; Bretzigheimer, 1993). L'edificio, celebre per la sua magnificenza (era realizzato totalmente in marmo: Plin., Nat. hist., XXXVI, 50), doveva trovarsi presso uno degli accessi all'area Capitolina (è definito «ianitor» di Giove Ottimo Massimo in Suet., Aug., 91), e viene rappresentato esastilo corinzio su aurei e denari coniati in Spagna nel 19 a.C. (Hill, 1989; problematica l'identificazione del tempio sul rilievo degli Haterii: von Hesberg, 1981; Maier, 1985). Al podio del tempio si attribuiva tradizionalmente la platea cementizia tagliata e parzialmente visibile in Via del Tempio di Giove, ma si è pure proposto di identificare il santuario con il maggiore dei templi visibili in una lastra della Forma Urbis marmorea presso la rampa d'accesso sul lato meridionale dell'area (Gros, 1976); l'edificio minore absidato visibile, nella lastra, accostato al primo, potrebbe essere il santuario serviano della Fortuna Primigenia (Champeaux, 1982a) che sappiamo vicinissimo (CIL, XIV, 2852; Gros, 1976; ma cfr. Torelli, 1989). In attesa che fosse terminato il grande tempio nel Foro di Augusto, nel 20 a.C., il Senato decretò per volere dello stesso imperatore, l'erezione sul Campidoglio, di un tempio a Marte Ultore, destinato a ricevere le insegne perdute da Crasso a Carre nel 53 e ora recuperate (Dio Cass., LIV, 8; Res gestae, 19, 3; cfr. Cassola, 1981; van der Vinn, 1981; Alföldy, 1992). L'esistenza del tempio è stata negata, sostenendo un riferimento di Dione al vicino Santuario di Iuppiter Feretrius (Simpson, 1993). Al contrario, pur non potendone precisare la localizzazione e ammettendo una sua rimozione dopo il trasferimento delle insegne nell'omonimo tempio del Foro augusteo, l'esistenza dell'edificio è assicurata dalle molte effigi monetali degli anni 19-18 a.C. che lo raffigurano come un piccolo monoptero di quattro o sei colonne corinzie su podio gradinato (Hill, 1989; contra Morawiecki, 1976). L'indicazione di Dione sulla somiglianza di questo tempio con quello di Giove Feretrio, andrà ovviamente riferita all'analoga funzione di custodia di trofei militari (Cassola, 1970). Precedentemente localizzato nel tempio forense di Concordia (CIL, VI, 90), dovrà al contrario essere ricercato entro l’Area Capitolina anche l'edificio che ospitò l’Aerarium militare istituito da Augusto nel 6 d.C. (Res gestae, 17; AE, 1978, p. 658; Corbier, 1984; contra Dušanić, 1978 che, sulla scorta dell'esempio cesariano, pensa al Tempio di Ops).

Agli imperatori della dinastia giulio-claudia si devono scarsi interventi monumentali sul Campidoglio. Forse agli anni 42-43 d.C., nell'ambito della politica dinastica di Claudio, sarebbe da porre la dedica dell'ara Gentis Iuliae (Torelli, 1982), localizzata con certezza in Capitolio (probabilmente entro il recinto dell’Area Capitolina) dai Fasti dei Fratelli Arvali e da alcuni diplomata militaria di poco posteriori. All'altare, che si è anche proposto di identificare con la problematica Ara Pietatis (se in questo senso è da intendere CIL, VI, 562, che l'Anonimo di Einsiedeln vide sul Campidoglio), sono stati attribuiti i rilievi Valle-Medici (con diverse motivazioni: Torelli, 1982; Rehak, 1990; cfr. però La Rocca, 1992a, con una nuova proposta di identificazione e la presentazione di altri frammenti dei rilievi provenienti dal Campidoglio; de Caprariis, 1993), e il nucleo quadrangolare in calcestruzzo di Via del Tempio di Giove (Torelli, 1982). Lo spessore di oltre 6 m della fondazione (già contesa tra i templi di Giove Tonante e Giove Custode), parrebbe comunque eccessivo per sostenere un altare immaginato simile, nelle forme e nelle dimensioni, all'ara Pacis. Vita piuttosto breve potrebbe invece aver avuto l'arco decretato dal senato nel 62 d.C. per Nerone, “medio Capitolini montis” (Tac., Ann., XV, 18, 1, cfr. XIII, 41, 4, per analoghe onorificenze nel 58 d.C. e che potrebbe riferirsi alla dedica dello stesso arco) in un momento delicato della guerra partica. L'arco, forse demolito dopo la morte dell'imperatore, compare su alcuni sesterzi coniati dalle zecche di R. e Lione tra il 64 e il 67 d.C., di proporzioni slanciate, a un solo fornice, e con un ricchissimo apparato decorativo (Kleiner, 1985; cfr. De Maria, 1988). Al monumento, forse localizzabile al sommo del Clivo Capitolino, di fronte al Tempio di Giove Ottimo Massimo, parrebbe ora di poter attribuire alcuni frammenti architettonici rinvenuti durante l'apertura della Via del Tempio di Giove e alcuni frammenti di rilievi dall'area del Palazzo del Parlamento (La Rocca, 1992b).

Nel dicembre del 69 d.C., nel corso degli scontri per la successione all'impero, l'attacco decisivo fu portato contro il Campidoglio (Tac., Hist., III, 71, 4). Vespasiano ricostruì il tempio nel 71, fastosamente, come testimoniano Tacito (Hist., IV, 53) e moltissime emissioni monetali (Bastien, 1978; Hill, 1989), ma l'intero colle, con molti altri quartieri della città, bruciò di nuovo nell'8o d.C. (Dio Cass., LXVI, 24). Domiziano ricostruì magnificamente il grande tempio, concedendo un maggiore sviluppo in altezza al tradizionale impianto arcaico. L'edificio, che ebbe una facciata con sei colonne di marmo pentelico, e porte e tetto dorati (Suet., Dom., 5; Plut., Publ., XV, Zosimus, v, 38, 4, e Procop., Bell. vand., 35; cfr. Jones, 1992), sopravvisse in queste forme fino alla fine dell'evo antico: si vede frequentemente rappresentato in monete posteriori, e assai fedelmente nel rilievo traiano-adrianeo dell’extispicium del Louvre (Tortorella, 1988); in forme semplificate è visibile anche nel pannello di Marco Aurelio sacrificante al Museo dei Conservatori (Cafiero, 1987). Lo stesso Domiziano, che nel 69 d.C., durante l'attacco dei Vitelliani al Campidoglio riuscì fortunosamente a mettersi in salvo nella casa del custode del tempio capitolino, volle prima dedicare in quel luogo un sacello e un altare a Iuppiter Conservator, e poi, divenuto imperatore, eresse lì un grande tempio a Iuppiter Custos (Tac., Hist., III, 74; Suet., Dom., 5). All'edificio si attribuisce (Gros, 1976) il nucleo cementizio di Via del Campidoglio (alias Tempio di Iuppiter Tonans o Ara gentis Iuliae).

L'intervento domizianeo sul Campidoglio si inserisce comunque nell'ambito di un vasto piano di riassetto urbanistico del centro di R., coerentemente perseguito anche dagli imperatori successivi. Il versante settentrionale del colle, lungo l'asse del Clivus Argentarius (diretto dal Foro al Campo Marzio passando per la Porta Fontinalis), venne definitivamente isolato con l'asportazione della sella che lo univa al Quirinale, nei lavori tradizionalmente attribuiti a Traiano, ma, secondo alcuni, iniziati da Domiziano (Anderson, 1984; Amici, 1991; Tortorici, 1993). A questo stesso progetto di risistemazione delle pendici Ν e NO del Campidoglio è da ascrivere la realizzazione della grande insula scoperta sotto la scalinata dell'Aracoeli: il complesso, della fine del I-inizî del II sec. d.C., si compone di numerosi appartamenti distribuiti su quattro piani e di botteghe intorno a una corte centrale, secondo un modello di edilizia intensiva popolare ampiamente attestato a Ostia (Packer, 1968-69; Blake, 1973). Agli interventi traianei nell'area del Campidoglio potrebbe fare riferimento la coniazione, tra il 104 e il in d.C., di alcune monete raffiguranti un fornice con la scritta iom: l'immagine potrebbe alludere al restauro dei fornici di ingresso all'Area Capitolina (Hill, 1989; Kleiner, 1992), tra i quali forse lo stesso Fornix Calpurnius (Coarelli, 1988, a questo attribuisce l'epigrafe traianea CIL, VI, 1275; v. però Badian, 1971).

Un contributo alla conoscenza della topografia del colle capitolino è venuto da una ricca serie di scoperte epigrafiche. Oltre ai nuovi frammenti degli Atti dei Fratelli Arvali del 38-39 d.C., che attestano l'esistenza di statuae consulares, vicinissime al Tempio di Giove Ottimo Massimo (forse dedicate a Caligola e Claudio: Scheid-Broise, 1980), particolare ricchezza di dati contengono i numerosissimi diplomi militari rinvenuti in più parti dell'impero, copie dei documenti ufficiali pubblicamente affissi in Capitolio, tra il 52 e l’88 d.C. (Dušanić, 1984; Corbier, 1984). Vengono in essi citati, oltre ai monumenti già noti, anche altri in larga parte ancora ignoti, come la Aedes Thensarum (rimessa per i carri delle processioni, forse prossima al Tempio di Giove Capitolino: G. Pisani Sartorio, in L TUR, I, 1993, p. 17, s.v. Aedes Thensarum), la Casa Romuli (Balland, 1984; F. Coarelli, in LTUR, I, 1993, p. 241, s.v. Casa Romuli), la Basis Claudiorum Marcellorum (un monumento di famiglia, talvolta confuso con quello citato da Ascon., Pis., II, presso Porta Capena), la Basis Q. Marci Regis (dedicata al costruttore dell'omonimo acquedotto: cfr. L. Chioffi, in LTUR, I, 1993, p. 190, s.v. Basis Q. Marci Regis), la Basis Pompilii Regis, i Tropaea Germanici, i Ligures, il Tribunal Deorum e il Tribunal Caesarum Vespasiani, Titi, Domitiani (per i quali si è dubitativamente pensato al Portico degli Dei Consenti e al Tempio di Vespasiano ai piedi del Colle: Corbier, 1984), due archi presso l'ingresso dell'area capitolina (forse i due fornices repubblicani precedentemente trattati), e il Signum Liberi (per altra via è stato anche ipotizzato sul colle un tempio di Liber: Montanari, 1984). Tali documenti testimoniano l'uso progressivo di affiggere i diplomi in un'area assai vasta (ben oltre la zona del Tempio di Fides, come abitualmente si riteneva), e forse anche fuori dell'Area Capitolina, prima che, a partire dagli anni 90 d.C., l'uso cessasse sul colle in favore del muro post templum divi Augusti ad Minervam, dietro la Basilica Giulia al Foro Romano.

A un arco trionfale eretto tra il 176 e il 180 d.C. in onore di Marco Aurelio si attribuiscono ora concordemente undici celebri pannelli figurati (otto reimpiegati nell'arco di Costantino, tre trovati presso SS. Luca e Martina e ora al Palazzo dei Conservatori, e forse un frammento nella Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen: Koeppel, 1986; Cafiero, 1987, con bibl.). L'arco viene abitualmente identificato con l’Arcus aureus o Arcus panis aurei in Capitolio ricordato da alcune fonti medievali sul Clivo Argentario e a esso si attribuisce anche una monumentale dedica a Marco Aurelio per il trionfo del 176 d.C. (CIL, VI, 1014; cfr. De Maria, 1988; M. Torelli, in LTUR, I, 1993, p. 96 s., s.v. Arcus Marci Aurelii). Una recente analisi dei rilievi, pur non risolvendo il problema della localizzazione, propone di ricostruire il monumento come un arco quadrifronte di circa m 14,22 di lato (Angelicoussis, 1984: non viene valorizzata la quasi perfetta corrispondenza dimensionale con la tanto contesa fondazione cementizia in Via del Tempio di Giove, particolarmente adatta a sostenere un arco quadrifronte e che misura proprio m 15 di lato).

L'accoglimento, anche sul Campidoglio, dei culti orientali a spiccata connotazione misterica, almeno a partire dal II sec. d.C., è testimoniato dai diversi materiali epigrafici e scultorei connessi al culto di Mitra e provenienti dall'area dell'Arx (Coarelli, 1979); a esso parrebbe di poter affiancare, sulla base di tarde tradizioni agiografiche, la pratica dei misteri di Ecate (Aronen, 1985). L'adesione di Costantino al Cristianesimo e la progressiva affermazione della nuova fede come religione ufficiale dell'impero, segnarono irrimediabilmente il progressivo abbandono dei luoghi di culto e delle cerimonie ufficiali celebrate sul colle (Fraschetti, 1986). L'instabilità religiosa di questo periodo parrebbe testimoniata anche nella ricca domus di III-IV sec. trovata alle falde del colle lungo il Vicus Iuga- rius, dove l'originario ninfeo fu adattato, già in periodo cristiano, a piccolo santuario di Roma Aeterna: Colini, 1980-82). Nella polemica tra le élites intellettuali cristiana e pagana della R. del IV sec. d.C., la differente percezione e considerazione dei valori tradizionali espressi dal complesso cultuale del Campidoglio, traspare con tutta evidenza nel contrasto tra la descrizione commossa del fastoso insieme dei monumenti affollati nell'Area Capitolina fornita da Claudiano (Carm., XXVIII, 44-52; cfr. Palombi, 1993), e quella, di tutt'altro segno, dell'epistolario di Gerolamo (Epist., CVII, 1): «Auratum squalet Capitolium, fuligine et aranearum telis omnia Romae templa coperta sunt».

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(D. Palombi)

b) Quirinale e Viminale. - Il radicale mutamento morfologico del Quirinale e del Viminale rende ancor oggi complessa una ricostruzione della topografia dei due colli. Date le scarse scoperte, relative, con poche rilevanti eccezioni, a resti di abitazioni private, il progresso degli studi è dovuto prevalentemente al riesame di temi già noti e alla revisione di vecchi documenti di scavo.

Separati dalla valle dove passava il Vicus Longus, i due colli, dalle pendici assai più scoscese di oggi, erano rispettivamente percorsi da due grandi arterie in direzione E-O, l'Alta Semita, che darà il nome alla Regione VI (proposte a modifica della prima parte del tracciato, Rodríguez Almeida, 1980-81) e il Vicus collis Viminalis (probabilmente menzionato in CIL, VI, 37043). Su queste tre arterie longitudinali si imposta la struttura dell'intéro settore dall'età repubblicana fino all'età imperiale avanzata, quando la costruzione di grandi complessi come le terme di Diocleziano e di Costantino ne modificheranno in parte il percorso. La complicata morfologia rende difficile ricostruire la viabilità trasversale, nota in diversi casi da testimonianze letterarie ed epigrafiche, spesso fondamentali per localizzare alcuni gràndi monumenti (Clivus Salutis: Symm., Ep., V, 54, 2; Vicus Salutis, o Salutaris: CIL, VI, 31270; Clivus proximus a Flora susus versus Capitolium Vetus: Varro, Ling. lat., V, 158).

Il Quirinale era costituito da quattro alture isolate, elencate tra i sacraria degli Argei per la regione Collina (Varro, Ling. lat., V, 52): Quirinalis, Salutaris, Mucialis e Latiaris. Su queste si trovavano rispettivamente i templi di Quirino, di Salus, di Semo Sancus Dius Fidius e l’Auguraculum del Quirinale. Ai tre templi è legata anche l'identificazione delle porte Sanqualis, Salutaris, Quirinalis della cinta c.d. serviana; per queste rimane ancora valida la proposta, dubitativa, del Säflund che le posiziona, procedendo verso O a partire dal Campidoglio, tra le porte Fontinalis e Collina.

Fuori dalle mura (e dal pomerio) doveva essere almeno parte del Collis Latiaris, dove si trovava l’Auguraculum, in vico insteiano summo. Per l’Auguraculum è stata proposta una localizzazione presso le pendici O del Quirinale, sul lato che domina il Campo Marzio e la zona dei comizi; dall'interpretazione di un episodio del 163 a.C. (Cic., Nat. deor., II, 3, 11; Gran. Lic., 28, 25) deriverebbe la posizione dell'Auguraculum nell'area poi occupata dagli Horti Scipionis (Coarelli, 1981 e 1993; Castagnoli, 1984).

Sul Viminale è conosciuto un sacello di Iuppiter Viminus (Varro, Ling. lat., V, 51) verosimilmente di età assai antica; gradualmente occupato da abitazioni private, il colle non ebbe il ruolo di primo piano nella vita pubblica e religiosa della città svolto invece dal Quirinale. Qui, oltre al Capitolium Vetus, un santuario più antico di quello capitolino, e al Tempio di Semo Sancus (dedicato nel 466 a.C. ma il culto sembra più antico - localizzabile nella zona della Chiesa di S. Silvestro al Quirinale) furono infatti dedicati, nel corso dell'età medio-repubblicana, numerosi edifici templari di grande importanza.

Se mancano in molti casi testimonianze monumentali, le attestazioni epigrafiche di età repubblicana sul Quirinale sono relativamente numerose; si riferiscono sia a importanti santuarî sia a sacelli o donari (Ercole: CIL, VI, 30899; Honos: CIL, I2, 31 = VI, 30915; Marte: CIL, VI, 475, riutilizzata con dedica a Iuppiter Victor: CIL, I2, 802 = CIL, VI, 30767; Quirino: CIL, I2, 803 = VI, 565; Salus (?): CIL, I2, 728 = VI, 20925-26). Recente è l'acquisizione, su basi epigrafiche, di un sacello a Diana (Planciana) presumibilmente di età tardo-repubblicana (Panciera, 1970-71). Nonostante le numerose lacune, sono facilmente individuabili tre zone nevralgiche nella vita religiosa del Quirinale in età repubblicana: si tratta della zona nord-occidentale, con i templi di Quirino e Salus, dell'area del Vicus Longus e della zona presso Porta Collina.

I due templi di Quirino e di Salus (303 a.C.), situati probabilmente in posizione elevata sui colles Quirinalis e Salutaris, hanno condizionato la toponomastica fino all'età imperiale avanzata e costituiscono il punto-chiave di riferimento topografico per la posizione di altri importanti edifici pubblici e privati, ma sono tuttora di difficile e controversa collocazione. Dedicato nel 293 a.C., verosimilmente su un luogo di culto più antico (Liv., IV, 21, 9; Plin., Nat. hist., XV, 29, 120), il Tempio di Quirino fu interamente ricostruito da Augusto; a questa fase è probabile si riferisca la menzione di Vitruvio (III, 2, 7) che lo indica come dorico, diptero, ottastilo in marmo pentelieo (Gros, 1976). È identificato con il Tempio di Quirino l'edificio templare presente sullo sfondo nel frammento di rilievo Hartwig con flamen: il frontone, con scene della fondazione di Roma, è tuttora oggetto di discussione (Maier, 1985; Simon, 1986; Paris, 1988; Dono Hartwig, 1994). Alla tradizionale collocazione del tempio presso il settore orientale dei Giardini del Quirinale (Hülsen e Lanciani), si contrappone una recente proposta (Manca Di Mores, 1982-83), che attribuisce all'apparato decorativo del tempio repubblicano diversi frammenti di terrecotte architettoniche rinvenuti nell'area del Ministero delle Finanze e posiziona il tempio presso la Chiesa di S. Susanna. Alla fase più antica sarebbe pertinente il deposito votivo di S. Maria della Vittoria (diversamente Coarelli, 1993).

Sul Vicus Longus si trovava uno dei più antichi luoghi di culto del colle, uno dei templi di Fortuna attribuito a Servio Tullio, il Sacello di Tyche Euelpìs (Plut., Mor., 281 E; 323) che sarebbe da localizzare presso l'attuale Palazzo delle Esposizioni e da collegare con il deposito votivo del Villino Hüffer, da cui proviene il c.d. vaso di Duenos (Palmer, 1974; Coarelli, 1988). La lettura del testo epigrafico del vaso alla luce della connessione tra deposito votivo e tempio serviano, ha portato a una nuova interpretazione dell'epiclesi Euelpìs come corrispondente a Tutela (Coarelli, 1988). A questo Tempio di Fortuna andrebbe riferita l'iscrizione che menziona un negotiator ... sub aede Fortunae, ad lacum Aretis (CIL, VI, 9664). Nelle vicinanze andrebbe collocato il Tempio di Pudicitia Plebeia, dedicato nel 296 a.C. (Liv., X, 23, 6-10), per il quale si presumono legami anche cultuali con il Tempio di Fortuna (Palmer, 1974). «In summa parte Vici Longi» era anche un tempio di Febris (Val. Max., II, 5, 6).

Altra zona-chiave della vita religiosa di R. nel III e II sec. a.C. è quella di Porta Collina. Fuori dalle mura serviane e dal pomerio è attestato il culto di Honos, di Quies, di Favor, di Venere Ericina; meno chiara è la posizione rispetto alle mura dei tre santuarî repubblicani di Fortuna. Non presso Porta Collina, ma sulla Tiburtina sarebbe invece da collocare, secondo una recente ipotesi (G. Colonna), il Tempio di Ercole (Liv., XXVI, 10,3). Il Tempio di Venere, dedicato nel 181 a.C., pochi decenni dopo la fondazione di un tempio alla stessa divinità sul Campidoglio, era una copia esatta del santuario di Erice (Strab., VI, 2, 5). Si continua a sostenere una sua identificazione con il Tempio di Venus Hortorum Sallustianorum, attestato a partire dalla prima età imperiale (Schilling, 1982). Da questo tempio proverrebbero il Trono e Y Aerolito Ludovisi, di cui si è recentemente provata un'origine locrese (Santuario di Marasà: Gullini, 1982; Guzzo, 1983-1984; Guarducci, 1985), ma resta impossibile determinare il momento della loro collocazione nel santuario romano.

Poco si sa dei tre templi di Fortuna presso Porta Collina; uno era in antis (Vitr., III, 2, 2) ed è certo un legame topografico con gli Horti Sallustiani (Dio Cass., XLII, 26, 3; Crinagora, in Anth. Pal., XVI, 40, 1 ss.). Un tempio a Fortuna Primigenia fu votato nel corso della guerra annibalica, ma dedicato solo nel 194 a.C. (Liv., XXIX, 36, 8; XXXIV, 53). Due altri templi di Fortuna in colle sono noti anche dai calendari; uno (anniversario 25 maggio), avrebbe il nome ufficiale di Fortuna Publica Populi Romani Quiritium (l'attributo di Primigenia per questo tempio andrebbe considerato errore dei Fasti Venusini·, da ultimo, Ziolkowski, 1992; diversamente Champeaux, 1987), l'altro (anniversario 5 aprile), dedicato sempre a Fortuna Publica ha l'appellativo citerior.

A partire dalla tarda età repubblicana i due colli furono occupati quasi esclusivamente da abitazioni private. La distribuzione delle necropoli e dei sepolcri monumentali testimonia che l'abitato in questo periodo corrisponde ancora grosso modo all'area interna alle Mura c.d. Serviane. L'espansione oltre le mura avverrà nel I sec. d.C. e comprenderà l'intero settore poi racchiuso dalla cinta di Aureliano: ai tempi di Plinio {Nat. hist., III, 5, 67) i limiti dell'abitato hanno già raggiunto i Castra Praetoria. Nel corso del I e del II sec. d.C. sarà gradualmente occupato da strutture di edilizia intensiva il settore delle pendici del Quirinale verso il Campo Marzio, precedentemente occupato da horti. Un intero quartiere è venuto in luce poco lontano da Via del Tritone (Lissi Caronna, 1985); in questa zona è stato recentemente collocato un gruppo di frammenti della Forma Urbis che completa il quadro della destinazione abitativa dell'area (Tucci, 1996).

La prima zona occupata da edilizia privata fu, a quanto sembra, quella della valle percorsa dal Vicus Longus e delle pendici e sommità del Viminale. Proprio sul Vicus Longus era nel III sec. a.C. una casa dei Volumni, dove fu realizzato il Sacello di Pudicitia Plebeia (Liv., X, 23, 6); ingenti sostruzioni in opera incerta, visibili ancora nel XIX sec., e resti di fondazioni di case sulla sommità del colle, nell'area dove oggi sorge il Ministero dell'Interno, testimoniano l'ininterrotta occupazione del Viminale. È possibile che le strutture più antiche siano da mettere in relazione con gli appalti per lavori pubblici citati in CIL, VI, 37403 = I2, 809. Sul versante meridionale del Viminale, sul Vicus Patricius, presso tre domus (probabilmente di età repubblicana) documentate dalla Forma Urbis severiana, un grande complesso indagato a più riprese nel passato (il c.d. Palazzo di Decio), è probabilmente da identificare con una ricca domus (forse la casa di Aquilio Gallo: Plin., Nat. hist., XVII, 1, 2). Altra casa di rilievo, sul Quirinale, era quella di Pomponio Attico (Cic., Att., IV, 1, 4; XII, 45, 3). Il carattere dell'occupazione edilizia sembra tuttavia misto; nel corso dell'età imperiale, accanto alle ricche domus (p.es. nell'area poi occupata dalle Terme di Costantino: Vilucchi, 1985), erano le insulae vividamente descritte da Marziale, che abitava sul Quirinale.

L'incendio neroniano colpì in particolare l'area del Quirinale, dove è ancora conservato uno degli altari celebrativi di Domiziano (da identificarsi con la pila tiburtina, secondo Rodríguez Almeida, 1993). L'ara, in travertino, sorgeva su un'area lastricata e delimitata da cippi, collegata con una gradinata al piano stradale più elevato dell’Alta Semita. È ben documentata nella zona l'ampia ricostruzione di età flavia, testimoniata da ricche domus, presso Via Genova, e presso Via XX Settembre, dove le strutture, con notevoli mosaici parietali, conservate nei piani sotterranei della caserma dei Corazzieri, sono state identificate con la casa di T. Flavio Sabino, già nota da documenti epigrafici (CIL, VI, 29788; XV, 7541), e in seguito trasformata nel Tempio della Gens Flavia (Coarelli, 1984; Torelli, 1987; Dono Hartwig, 1994). Nelle vicinanze è inoltre attestata la presenza della domus di altri personaggi imparentati con la gens (Gregori, 1986). Il Templum Gentis Flaviae sarebbe raffigurato nel sesterzio domizianeo (H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum, 11, Londra 1930, p. 406, tav. LXXXI, 3) databile al 95 d.C., prima interpretato diversamente, e andrebbe ricostruito come decastilo su imponente podio, articolato in due corpi distinti. Un'altra testimonianza del tempio sarebbe costituita da un rilievo con processione (Museo Gregoriano Profano e Museo Nazionale Romano) dall'area del Foro di Traiano, in cui appare sullo sfondo un grande tempio decastilo; il rilievo, già datato a età adriano-antonina, andrebbe collocato in età domizianea (Torelli, 1987; Dono Hartwig, 1994). All'apparato decorativo del Tempio della Gens Flavia apparterrebbe il complesso di materiali noti come «frammenti Hartwig», per i quali si è di recente proposto un tentativo di ricostruzione (Dono Hartwig, 1994, tavv. II-V). Il rilievo rappresenterebbe il sacrum di fondazione del tempio e il Tempio di Quirino, sullo sfondo, costituirebbe un chiaro punto di riferimento topografico.

Un altro complesso di chiara connotazione dinastica sembra sia stato il c.d. Tempio di Serapide, da identificarsi, secondo una recente proposta con il grandioso santuario (νεώς ύττερμεγέθης: Dio Cass., LXXXVI, 16,3), costruito da Settimio Severo e dedicato a Ercole e Dioniso (Santangeli Valenzani, 1991-92). Si tratta di uno dei più imponenti templi della città, edificato sulle pendici meridionali del Quirinale, articolato su due livelli, scalinata e tèmenos con il tempio vero e proprio; consistenti resti delle fondazioni, dell'alzato e della decorazione architettonica dell'edificio sono tuttora conservati nei Giardini Colonna, e presso le ex Scuderie Papali, in Via XXIV Maggio.

Le sole grandi opere pubbliche realizzate nella Regione VI, le terme di Diocleziano e di Costantino, testimoniano la grande densità abitativa di questo settore di R. nella tarda età imperiale. Le Terme di Diocleziano, oltre a modificare profondamente il tessuto del quartiere, causarono probabilmente anche la distruzione di qualche luogo di culto più antico. Resti della decorazione scultorea delle terme sono venuti in luce a più riprese nell'area circostante (Gasparri, 1983-1984). Delle Terme Costantiniane, la cui pianta era già nota da disegni e ricostruzioni rinascimentali, sono venuti nuovamente in luce parte del calidarium e diversi ambienti di servizio (Vilucchi, 1986). Il ricchissimo apparato decorativo delle terme, in particolare le statue del Sovrano ellenistico e del Pugilatore, è stato oggetto di numerosi studi; è stata inoltre chiarita la collocazione delle statue dei Dioscuri di Monte Cavallo nell'insieme monumentale (Lorenz, 1979).

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Edilizia privata: E. Lissi Caronna, Un complesso edilizio tra via in Arcione, via dei Maroniti e vìcolo dei Maroniti, in Roma. Archeologia nel centro, II, cit., pp. 360-365; S. Vilucchi, Le Terme di Costantino sul Quirinale, cit., pp. 350- 355; G.L. Gregori, Pedanti Flavii Salinatores?, in ZPE, LXII, 1986, pp. 185- 189; F. de Caprariis, Topografia archeologica dell'area del palazzo del Viminale, in BullCom, XCII, 1987-88, pp. 109-206; ead., Le pendici settentrionali del Quirinale ed il settore sud ovest del Viminale, in Topografia Romana. Ricerche e discussioni (QuadTopAnt, X), Roma 1988, pp. 17-44; S. Ferdinandi, Ambienti romani presso piazza della Pilotta, in Archeologia Laziale X (QuadAEI, 19), Roma 1990, pp. 88-94; M- Cima Di Puolo, Affreschi da via Genova, in BullCom, XCV, 1993, p. 263 ss.; P. L. Tucci, Il frammento ¡38 della Forma Urbis marmorea, in AnalRom, XXIII, 1996, in corso di stampa.

(F. de Caprariis)

c) Foro Romano e Via Sacra. - La grande stagione di scavi, che negli ultimi decenni del XIX e nei primi del XX sec. esplorò la vastissima superficie che oggi costituisce l'area archeologica del Foro Romano, lasciò praticamente inediti gran parte dei monumenti scoperti (breve rassegna delle esplorazioni in Carettoni, 1979; per gli scavi ottocenteschi: Ridley, 1989a; per quelli diretti da G. Boni: Wiseman, 1985-1986; Zucconi, 1993). Dopo una sostanziale battuta di arresto durata quasi mezzo secolo, le ricerche avviate dalla fine degli anni '70, hanno condotto a una radicale revisione delle problematiche storico- topografiche riguardanti l'articolazione e la storia del centro civile, politico ed economico della R. antica. Risultano pochissimi i luoghi del Foro non interessati da nuove indagini, e non appaiono neppure molti i toponimi e i monumenti che non abbiano subito un qualche tentativo di revisione in merito all'identificazione, alla localizzazione, e alla cronologia (valutazioni critiche circa questa «rivoluzione» metodologico-conoscitiva e rassegna di studi in Gros, 1986; Wiseman, 1986; Purcell, 1989; Patterson, 1992).

Nell'ampia vallata tra Campidoglio, Palatino e Velia, l'area del quartiere forense comprese originariamente uno spazio assai maggiore della piazza attualmente visibile: Varrone (Rust., I, 2, 9) parla di «septem iugera forensia» equivalenti a 17.626 m2 (uno spazio quasi cinque volte maggiore del lastricato attuale), forse comprendenti anche le aree, a Ν e a S della piazza, successivamente occupate dalle basiliche e dal mercato. Carattere di confine, ai margini orientale e occidentale dell'area, ebbero la zona della Casa delle Vestali e della Regia, ancora in Palatio (Serv., Aen., VIII, 363), e quella opposta dei templi di Saturno e di Concordia, sull'estrema pendice del Campidoglio e a quota maggiore rispetto alla piazza vera e propria (Fest., 470 L: cfr. N. Purcell, in LTUR, II, 1995, p. 325 s., s.v. Forum Romanum).

Nella definizione delle linee di sviluppo urbanistico di questa zona, situata alla convergenza di una complessa viabilità di antichissima origine, assunse un valore progressivamente vincolante (a partire almeno dalla prima età repubblicana, come testimoniano i templi dei Castori e di Saturno), l'asse della Via Sacra, che, giungendo dalla sella tra Palatino e Velia, attraversava l'area, diretta al Campidoglio. Nel Foro, l'orientamento SE-NO della via venne a competere con quello astronomico che invece parrebbe caratterizzare la fase urbanistica di età regia (con differente prospettiva storica cfr. Steinby, 1987; Zevi, 1990; ma v. anche Castagnoli, 1979).

Proprio la corretta identificazione del percorso della Sacra Via (come pure l'interpretazione delle sue funzioni e dei suoi significati sacrali e politici) ha suscitato, nell'ultimo ventennio, un vivace dibattito, dopo che, quasi unanimemente e per circa un secolo, si era ritenuto che fosse Via Sacra quella che, con andamento curvilineo, si vede ancor oggi salire dal Foro all'area dell'Arco di Tito: il basolato tuttora visibile si attribuiva alla fase repubblicana e primo-imperiale della via, successivamente innalzata e rettificata nella pianificazione urbanistica posteriore all'incendio del 64 d.C. (sul tracciato e i livelli stradali: Buranelli Le Pera, D'Elia, 1986; Palombi, 1988; Le Pera Buranelli, 1989; Palombi, 1990a). Si riteneva, altresì, che la Sacra Via terminasse all'ingresso del Foro, ovvero proseguisse identificandosi in uno dei due assi stradali che corrono lungo i lati maggiori della piazza (preferibilmente in quello meridionale). Con nuovà impostazione di metodo, F. Coarelli ha revocato in dubbio tale identificazione: superando il vincolo (almeno apparente) dell'evidenza archeologica, e valorizzando, entro l'eterogeneo e diacronico corpus delle fonti antiche in vario modo utili alla discussione del problema, le testimonianze degli antiquari di età cesariano-augustea, lo studioso ha elaborato una nuova e complessa ricostruzione del percorso e delle funzioni della Via Sacra, che ha pure coinvolto la localizzazione di altri cinque assi stradali ( Via Nova, Vico di Vesta, Vico delle Carine, Cometa, Vico della Fortuna del Giorno Presente), di tre templi (Giove Statore, Penati, Lari), due monumenti sacri (Tigillo Sororio e Sacello di Strenia), alcune domus di varia età (comprese quelle del rex sacrorum e dei re Anco Marcio e Tarquinio Prisco), alcuni monumenti (come la statua di Clelia), e l'identificazione e localizzazione di due importanti quartieri della città (Velia e Carine): Coarelli, 1981; 1983 e 1986, con lievi ma significative differenze. Seguendo Varrone (Ling. lat., V, 47) e Festo (372 L), che da Verrio Fiacco o da Varrone stesso deriva, Coarelli distingue, nel tracciato della Sacra Via, un'accezione ridotta e nota a tutti - che dal Foro, presso la Regia, giungeva alla Domus regis sacrorum, all'inizio della salita - da un'altra, più ampia e evidentemente nota solo a pochi eruditi - che, verso E, conduceva dalla casa del rex fino al Sacello di Strenia, e, in direzione O, andava dalla regia all’Arx. In base a Cassio Dione (LIV, 27, 3) e Servio Danielino (VIII, 363), Coarelli identifica la casa del rex sacrorum (o rex sacrificulus) con la Domus Publica. Poiché quest'ultima si riconosce abitualmente nei resti ancora visibili sul lato S della via, oltre la Casa delle Vestali (Carettoni, 1978-80), Coarelli identifica la Sacra Via «breve» e comunemente intesa, con il tratto di strada che dalla piazza, con un percorso rettilineo di un centinaio di metri, giunge all'altezza del c.d. Tempio di Romolo. In questo punto sarebbe la summa Sacra via, e qui si troverebbero l'antica Porta Mugonia (Varro, Ling. lat., V, 164; Liv., I, 1, 12 e I, 3, 9; Ovid., Trist., III, 3, I; la porta sarebbe Varcus in Sacra via summa rappresentato nel rilievo degli Haterii), le case dei re Anco Marcio e Tarquinio Prisco (Solin.,I, 23; Non., 852 L ss.; Liv., I, 41, 4), il Tempio dei Lari (Res gestae, 19) e il Tempio di Giove Statore (Liv., I, 12, 3-6; Ovid., Fast., VI, 794; la citazione del tempio entro la Regione IV da parte dei Cataloghi Regionari ne imporrebbe la localizzazione sul lato settentrionale della via e il santuario dovrebbe identificarsi, nella versione massenziana, con il c.d. Tempio di Romolo; Arce, 1994 valorizza Ovid., Trist., III, ι, 27 e localizza il santuario sul lato meridionale della via). Qui giungerebbe pure la summa Nova via (Varro, Ling. lat., V, 43 e VI, 59; Liv., I, 41, 4; Cic., Div., I, 101; Gell., XVI, 17, 2) in un percorso E-O, in seguito cancellato dall'ampliamento imperiale della Casa delle Vestali, che attende ancora conferme archeologiche. Da questo punto partirebbe infine il percorso della Sacra Via «lunga», diretta al Sacellum Streniae nel quartiere delle Carine (localizzate da Coarelli all'altezza dell'attuale Via dei Fori Imperiali) attraversando con orientamento E-O la collina della Velia. In direzione opposta, dalla Regia, presso la quale deve riconoscersi la infima Sacra via, la strada raggiungerebbe il Campidoglio seguendo il lato settentrionale della piazza del Foro.

Se quest'ultimo aspetto della ricostruzione di Coarelli pare ormai acquisizione certa e definitiva (dubbioso ancora Castagnoli, 1988), forti riserve sono state espresse riguardo alla riduzione e deviazione del percorso verso E, e alla conseguente localizzazione e identificazione dei toponimi, strade e monumenti già ricordati. Tenuto conto dell'intento essenzialmente etimologico delle fonti antiquarie, e della notevole recenziorità delle altre testimonianze considerate, rispetto al contesto storico- topografico che con esse si tenta di ricostruire, F. Castagnoli (1982; 1983 e 1988) ha più volte ribadito che parrebbe esistere qualche confusione nelle fonti circa le differenti (e non necessariamente contigue o coincidenti) parti di un complesso di edifici funzionalmente affini (residenze di alte cariche sacerdotali: Regia, Domus Publica, Domus regis sacrorum); fino ad Augusto il Pontefice Massimo abitò la Domus Publica e non quella del rex sacrorum (cfr. Cic., Dom., 39, 104; Har. resp., 3, 4); il percorso della Via Sacra è spesso connesso all'area del Tempio di Venere e Roma (Dio Cass., LXVI, 15, 1; LXIX, 4, 4; Prad., C. Symm., I, 218 s.); nella ricostruzione proposta si ignora l'unità topografica e la consistenza archeologica della via antica che realmente sale fino all'Arco di Tito, in favore di un percorso solo ipotizzabile. D'altra parte, si dovrà con Castagnoli convenire che una Sacra Via tanto breve (e il cui lato meridionale risulterebbe totalmente occupato da edifici pubblici) non potrebbe accogliere le grandi domus private (cfr. Carandini, 1986; Rojo, 1987) e le numerose attività commerciali (cfr. Panciera, 1970; Morel, 1987; Palombi, 1990b) ricordate dalle fonti antiche. Ugualmente, il percorso proposto non troverebbe corrispondenza nella viabilità circostante (per il percorso della Nova Via cfr. Santangeli Valenzani, Volpe, 1989-90), né parrebbe ancora soddisfare la localizzazione della Porta Mugonia e del Tempio di Giove Statore (Ziolkowski, 1989); anche la invocata relazione tra le domus di Anco Marcio e Tarquinio Prisco (Solin., I, 23 e Non., 852 L) è da revocare in dubbio (cfr. D. Palombi, in LTUR, II, 1995, p. 30 s., s.v. Domus: Ancus Marcius). Per quanto riguarda l'accezione «ampia» della via, e il suo prolungamento fino al Sacello di Strema, si dovrà tener conto della più appropriata localizzazione della Velia (che include l'intero colle alle spalle della Basilica di Massenzio: Castagnoli, 1983), e delle Carine (versante SO dell'Oppio). In definitiva parrebbe ancora di poter riconoscere la Sacra Via (vulgo nota), nell'asse stradale che dal Foro, presso la Regia, sale fino all'altezza dell'Arco di Tito (summa Sacra Via), potendosi definire il suo tratto più ripido Clivus Sacer (Hor., Carm., IV, 2, 35; Mart., I, 70, 5; IV, 68, 7). Il percorso noto agli eruditi dovrà identificarsi col tratto che, in direzione O, raggiunge l'Arce traversando il Foro lungo il lato settentrionale, e in direzione E giunge alle Carine, aggirando il versante orientale della Velia (Castagnoli, 1983; Cassatella, 1985; Castagnoli, 1988; resti forse in relazione con questo tratto della via: Panella, 1985).

Rimane ancora problematica la puntuale definizione topografica e cronologica della genesi e dello sviluppo della articolata maglia stradale gravitante nell'area del Foro: dalla piazza, il Clivus Capitolinus e le Scalae Gemoniae, salivano rispettivamente all'Area Capitolina e all'Arx in prosecuzione della Sacra Via·, a Ν il Clivus Argentarius (il nome è medievale; l'originaria denominazione derivava forse dalle vicine lautumiae: C. Buzzetti, G. Pisani Sartorio, in LTUR, I, 1993, pp. 280 e 282, s.vv. Clivus Argentarius e Clivus Lautumiarum), aggirava il versante settentrionale del Campidoglio, e superando la Porta Fontinale del circuito murario repubblicano, poneva in comunicazione il Foro con il Campo Marzio; verso NE, l'asse stradale dell'Argiletum (resti del lastricato di età augustea tra la Curia e la Basilica Emilia: Morselli, Tortorici, 1989; il toponimo è da riferire all'intero quartiere a Ν del Foro: Tortorici, 1989), conduceva alla Suburra, per poi proseguire, biforcandosi nei clivi Patricio e Suburano, verso il Viminale e l'Esquilino. Un'altra via lambiva la piazza presso la Regia (Cecchini, 1985; Carnabuci, 1991: si tratterebbe del Vicus Vestae noto da CIL, VI, 30960), e con direzione NE (poi tra la Basilica Emilia e il Tempio di Antonino e Faustina), attraversava la località detta Cometa, nell'area in seguito occupata dal Foro della Pace. Una lunga rampa permetteva inoltre l'accesso diretto all'angolo NO del Palatino passando alle spalle della Fonte di Giuturna (è raffigurata su un discusso frammento della Forma Urbis marmorea e potrebbe identificarsi con le Scalae Grae- cae in relazione alla casa del flamen dialis: Steinby, 1989 e 1993; contra Castagnoli, 1988). Verso S, in direzione del Foro Boario e dell'antico porto tiberino, si dirigevano il Vicus Iugarius, lungo la pendice capitolina (fasi del lastricato: Pensabene, 1984; Maetzke, 1991), e il Vicus Tuscus, ai piedi del Palatino (resti della via: Hurst, 1988). Ulteriori percorsi secondari raccordavano, intorno alla piazza, la viabilità principale: nel settore SE, un passaggio tra la Regia e l'Atrium Vestae collegava Vicus Tuscus, Sacra Via, Rampa Palatina e via per la Cometa (cfr. Carnabuci, 1991; R. T. Scott, in LTUR, I, 1993, p. 138 ss., s.v. Atrium Vestae), mentre a S della piazza, il Vicus Unguentarius (noto dal Catalogo Regionario) congiungeva probabilmente Vico Tusco e Vico Iugario (Rodríguez Almeida, 1985-86).

L'aspetto del Foro, nel lungo periodo compreso tra l'inizio del V e la gran parte del IV sec. a.C., sfugge in maniera pressoché totale a ogni tentativo di ricostruzione: il momento particolarmente delicato nella costituzione degli equilibri politici e strategici internazionali, e lo scontro tesissimo tra patrizi e plebei nella fase formativa dell'assetto politico-istituzionale repubblicano, non dovettero favorire le iniziative monumentali e urbanistiche (Torelli, Gros, 1988). Soltanto la «fossilizzazione» di alcune pratiche istituzionali, politiche e religiose ha conservato la memoria della più antica articolazione funzionale dello spazio civico (cfr. Coarelli, 1983), e permette di interpretare meglio i pochi resti monumentali attribuibili a questa fase. Al 445 a.C. risalirebbe la fondazione del Lacus Curtius (Varro, Ling. lat., V, 150), luogo forse connesso ad arcaicissime pratiche di sacrificio umano (Martini, 1979; Fraschetti, 1981). La monumentalizzazione del sito, nella forma di un'area trapezoidale recinta, con puteal e altari, non sembra comunque precedere l'inizio del II sec. a.C.; a essa si attribuisce il noto rilievo raffigurante il mito «regio» di fondazione (Giuliani, Verduchi, 1987; differente esegesi in Hafner, 1978).

La ripresa dell'attività edilizia, con la conseguente e definitiva strutturazione del Foro come centro della vita cittadina, appaiono avviate soltanto a partire dalla seconda metà del IV sec. a.C. Da questo momento, entro un sistema monumentale dai significati ideologici via via sempre più complessi e stratificati, nella piazza trovarono al contempo espressione i valori «democratici» della partecipazione politica e dell'integrazione del Romano nel corpo civico, e quelli dell'affermazione e dell'autocelebrazione aristocratica (Nicolet, 1982; Millar, 1986): recentemente N. Purcell (in LTUR, II, 1995, p. 326) ha richiamato l'attenzione sui frammenti di un'orazióne attribuita a C. Sempronio Gracco, ove si esprime lucidamente, in contrapposizione ad altri esempi di discriminazione timocratica, il carattere integrante, civile e politico, del Foro di R. (Val. Max., IX, 5, 4, ext. 4). A questo livello cronologico, la presenza della nuova aristocrazia patrizio-plebea nel contesto forense, si manifesta nelle molte realizzazioni monumentali (Torelli, Gros, 1988; Gros, 1990), e, in maniera per noi meno evidente, nell'uso stesso della piazza per le fastose cerimonie funebri dei membri dell'aristocrazia (alla metà del II sec. a.C. li descrive Pol., VI, 52, 53 s.: cfr. Nicolet, 1982; Wesch-Klein, 1993). Tali celebrazioni costituirono, insieme ad alcune feste religiose, la principale occasione per l'allestimento di rappresentazioni teatrali e spettacoli gladiatori (dalla seconda metà del IV sec. a.C., fino alla realizzazione dei primi anfiteatri: Ville, 1981). Si è tentato anche di ricostruire gli apprestamenti lignei allestiti per gli spettacoli nella piazza del Foro, dai quali si vorrebbe ora far derivare il tipo architettonico dell'anfiteatro (Golvin, 1988; Welch, 1994).

Assai prima dell'erezione dei monumentali archi imperiali, l'esaltazione dei valori militari si manifesta nella piazza in una fitta serie di monumenti che parrebbe integrare l'area del Foro nella topografia trionfale della città. In questo senso viene ora interpretata la progressiva localizzazione lungo la Via Sacra, tratto forense del corteo del trionfo, della Pila Horatia (il trofeo delle armi dei fratelli uccisi in duello nella guerra contro Alba, al tempo di Anco Marcio) che alla fine del I sec. a.C. si vedeva ancora presso l'angolo NO del Foro (Dion. Hal., III, 22, 9); della Columna Maenia e dei Rostra affissi alla tribuna degli oratori (Plin., Nat. hist., XXXIV, 20); degli scudi dorati sottratti ai Sanniti che decorarono le botteghe settentrionali nel 310 a.C. (Liv., IX, 40, 16); della Tabula Valeria, che dal 263 a.C. illustrava, accanto alla Curia, i trionfi siciliani di M. Valerio Massimo Messalla (Plin., Nat. hist., XXXV, 22); della Columna rostrata eretta presso il Comizio per il trionfo di C. Duilio sui Cartaginesi nel 260 a.C. (Liv., Perioch., XVII; Plin., Nat. hist., XXXIV, 11, 20); del Fornix Fabianus, all'inizio della Sacra Via, e infine degli scudi cimbrici affissi da Mario sulla facciata della Basilica Emilia nel 101 a.C. (cfr. Coarelli, 1985).

Il sacco gallico del 390 a.C., che nella tradizione antica avrebbe avuto conseguenze disastrose per la città, non pare aver lasciato evidenti tracce di distruzione nel Foro (Castagnoli, 1974; Torelli, 1978; ma v. Ampolo, 1983), mentre a esso la tradizione storica collega direttamente il culto oracolare di Aius Locutius, il dio che avvertì dell'attacco imminente (J. Aronen, in LTUR, I, 1993, p. 29, s.v. Aius Locutius), al margine SE dell'area, presso la infima Nova Via, nel Lucus Vestae (per una origine assai più antica del culto, posto a protezione di una delle porte della città palatina: Coarelli, 1983; Briquel, 1993; cfr. Aronen, 1989). Alle devastazioni seguì una generale rinascita urbana, sostenuta dalle recenti acquisizioni del territorio di Veio nel 396 a.C. e successivamente alimentata dalle continue conquiste, che intorno al 270 a.C. comprendevano ormai quasi l'intera penisola.

Per celebrare la riconciliazione delle parti sociali nel contesto della lotta di emancipazione plebea e l'approvazione delle leges Liciniae Sextiae che finalmente consentivano l'accesso dei plebei al consolato, M. Furio Camillo, conquistatore di Veio e vincitore dei Galli, votò nel 367 a.C. il Tempio della Concordia (Ovid., Fast., I, 641-644; Plut., Cam., 42, 4-6). Nonostante i dubbi frequentemente espressi sulla affidabilità di questa tradizione (cfr. la bibl. in Fears, 1981), recenti indagini archeologiche avrebbero individuato strutture di IV sec. a.C. nell'area del tempio (A. M. Ferroni, in LTUR, I, 1993, p. 316 ss., Concordia, Aedes). Dopo quelli di Saturno e dei Castori, il Tempio di Concordia rimase l'unico edificio sacro eretto nel Foro (a parte un problematico Santuario di Ops ad Forum di difficile localizzazione e cronologia: Morgan, 1973; Pouthier, 1981), tra gli oltre sessanta costruiti a R. dall'inizio della repubblica all'età augustea.

Nella seconda metà del IV sec. a.C., sostanziali innovazioni avvennero per la prima volta nell'area del Comitium: il nucleo politico- giudiziario del Foro, già strutturato nel corso del V sec., era destinato a conservare integralmente le sue funzioni sino alla metà del II sec. a.C., per essere smantellato soltanto tra le età di Siila e Cesare. Costituisce uno dei meriti fondamentali di F. Coarelli (1983 e 1985) aver compiutamente riesaminato il problema della cronologia e dell'articolazione di questo insieme monumentale. Il riconoscimento dei vincoli religiosi e rituali che condizionarono il complesso (Comizio, Curia e Rostri erano templa, cioè spazî inaugurati e orientati astronomicamente), la definizione delle differenti funzioni che, in relazione ai poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, si esercitavano tra Curia, Comitium e Carcer, il loro reciproco coordinamento (procedurale e di conseguenza spaziale), la considerazione della parallela evoluzione istituzionale e infrastrutturale del complesso (variazioni demografiche, nuove istituzioni magistratuali, definizioni delle procedure), e soprattutto la valorizzazione in termini topografici dell'uso da parte dell’accensus consolum di determinare le fasi del giorno stando sui gradini della Curia e traguardando il corso del sole rispetto ai monumenti circostanti (Varro, Ling. lat., VI, 9, 89 e VI, 2, 5; Plin., Nat. hist., VI, 60; Cens., XXIV, 3), hanno consentito al Coarelli di proporre una visione ricostruttiva articolata e diacronica (seppur largamente ideale per la scarsità dei resti conservati) del settore posto a Ν della piazza del Foro. Tale ricostruzione, che ha incontrato larghi consensi, ha pure suscitato autorevoli dubbi riguardo alla cronologia e all'interpretazione dei monumenti coperti dal Niger Lapis e l'identificazione di questi con il Volcanal inteso come santuario funzionale e parte integrante del Comizio (ciò coinvolgendo anche le problematiche relative a Mundus, Ara Saturni, Umbilicus urbis, Area Concordiae: Castagnoli, 1984; Romanelli, 1984; Richardson jr., 1992). Il Comitium, sede originaria dei comitia curiata e luogo della partecipazione popolare all'esercizio dei poteri elettorali, giudiziari e legislativi (cfr. Nicolet, 1982; Thommsen, 1995), era nell'area attualmente compresa tra l'Arco di Settimio Severo, la Curia Giulia, e il Foro di Cesare, ove in origine giungeva l'estrema pendice tufacea del Campidoglio (cfr. Colini, 1981). La struttura ebbe forma quadrangolare orientata astronomicamente, dominata a Ν dalla Curia Hostilia (Varro, Ling. lat., V, 155; Liv., I, 30; Cic., Rep., II, 17, 31; circa nel sito della Chiesa dei SS. Luca e Martina), e a S chiusa da due suggesti (una tribuna per gli oratori, poi detta Rostra, e un'altra piattaforma, in seguito destinata alle delegazioni straniere e chiamata Graecostasis: Varro, loc. cit.·, Plin., Nat. hist., VII, 212 e XXXIII, 16; Cic., Quinct., II, 1, 3), posti ai lati del santuario del Voleanal. In questo settore trovarono sede successivamente i tribuni della plebe (i subsellia tribunicia erano lungo il lato occidentale della Curia·. Plin., Nat. hist., XXXV, 22; Cic., Vatin., 9, 21; Coarelli, 1985), il pretore urbano (Liv., XXVII, 50, 9), e i triumviri capitales (Gell., XX, 1, 2 e 47; i relativi tribunali erano nel settore settentrionale del Comizio), la cui funzione si esplicava in relazione al vicino Career (Liv., I, 33, 8; Dio Cass., LVIII, 5 e 11; Val. Max., VI, 3, 3) e ai luoghi del supplizio (Rupe Tarpea e Scale Gemonie). A C. Menio, il console vincitore sui Latini nel 338 e censore nel 318 a. C., si fanno ora risalire le vaste realizzazioni che interessarono il Comizio e il Foro negli ultimi decenni del IV sec. a.C. (Coarelli, 1983 e 1985). L'opera di riqualificazione funzionale e monumentale della piazza perseguita in questa fase (Varro, apud Non., 532, 13), comportò l'allontanamento delle attività di mercato, connesse essenzialmente al commercio alimentare, e ospitate in quelle tabernae lanienae che la tradizione faceva risalire alla sistemazione forense dell'epoca dei re etruschi (Liv., I, 35; Dion. Hal., VI, 37). La vendita al dettaglio dei generi alimentari venne concentrata a Ν insieme ad altre infrastrutture commerciali specializzate (Forum piscatorium: Liv., XXVI, 27, 2-3; Plaut., Curc., 470 ss.; Forum cuppedinis, per le merci di lusso: Symm., Ep., VIII, 19; Amm. Marc., XXV, 2, 2; Varro, Ling. lat., V, 146), che condizionarono definitivamente la funzione di questo settore del quartiere (Morel, 1987). Nel Foro, sorsero allora le Tabernae argentariae (Liv., XXVI, 27, 2 e XXVII, 11, 16; Fest., 258 L), ultimate forse nel 310 a.C., quando vennero decorate con gli scudi sannitici (Andreau, 1987; cfr. Nadjo, 1989; contra Barlow, 1978; Maselli, 1980-81). Si dissero veteres quelle a S (Liv., XLIV, 16, 10), e novae quelle a Ν della piazza (Liv., III, 48, 5 e XL, 51, 5; distinzione successiva alle ricostruzioni seguite all'incendio del 210 a.C.), mentre a O, alle spalle del Comizio, erano quelle dette «septem» (qui postea quinque o plebeiae: Fest., 258 L). Tutti questi negozî furono probabilmente destinati ad attività economico-finanziarie, e su di essi si realizzarono balconate lignee, dette maeniana (Fest., 120 L; Vitr., V, I, 1-2; Cic., Acad. post., II, 22, 70-71; Isid., Orig., XV, 3, 11), donde assistere agli spettacoli gladiatori già ricordati (Gros, 1984; Coarelli, 1985; M. Torelli, in LTUR, I, 1993, p. 301 s., s.v. Columna Maenia, chiariscono la doppia e confusa tradizione relativa agli edifici forensi collegati al nome di C. Menio: colonna, atrio e balconate). È verosimile che già in questo periodo esistessero intorno alla piazza, quegli edifici detti atria, frequentemente privati come lascerebbe supporre il nome di alcuni (atria Licinia, Maenium, Titium), destinati ad attività commerciali, uffici amministrativi (atria Licinia e Libertatis), sedi civili (forse l’Atrium sutorium) e religiose (Atrium regium e Atrium Vestae). Tali edifici, che pur nella diversificazione funzionale si ispiravano tutti all'unico modello della domus privata, sono certamente precedenti agli ultimi decenni del III sec. a.C. (Liv., XXV, 7, 12: l’Atrium Libertatis·, XXVI, 37, 2-4: Atrium regium). Gli atria parrebbero prevalentemente concentrati in un ampio settore sul versante settentrionale della piazza, dietro la fronte delle tabernae, ove furono poi sostituiti funzionalmente, e talvolta anche topograficamente, dalle basiliche (Coarelli, 1985; Torelli, Gros, 1987; Gros, 1990). Nel Comizio i lavori che si attribuiscono a C. Menio, sul finire del IV sec. a.C., compresero la prima pavimentazione in lastre di tufo nota, la realizzazione nel santuario del Volcanal di un basamento a U addossato ad altro retrostante (Coarelli, 1983 pensa a un altare, ma è assai verosimile l'identificazione con il basamento delle statue dei leoni ricordato, con qualche contraddizione, da Dion. Hal., I, 87 e Ps. Acro, Epist., XVI, 13: cfr. Castagnoli, 1984; Romanelli, 1984), e la ristrutturazione delle tribune. Quella degli oratori fu decorata con i rostri sottratti alle navi anziati sconfitte, e denominata da allora Rostra: solo di recente si sono presi in esame l'origine greca del tipo monumentale e il contesto internazionale, storico e strategico-militare, della sua realizzazione (Zevi, 1994). Per il trionfo di Menio si eresse pure una columna onoraria di bronzo sul lato occidentale del Comizio (Plin., Nat. hist., VII, 60 e XXXIV, 20; Cic., Sest., 8, 18; M. Torelli, in LTUR, I, 1993, p. 301 s.) che significativamente venne ad affiancarsi a quella recante l'antico trattato di alleanza tra R. e i Latini (494 a.C.), ancora leggibile alla fine del I sec. a.C. (Cic., Balb., 23, 53; Liv., II, 33, 9; Dion. Hal., VI, 95; Fest., 276 L).

I monumenti eretti nel Foro e nel Comizio negli ultimi decenni del IV e nei primissimi anni del III sec. a.C., rivelano chiaramente i lineamenti dell'evoluzione politica e ideologica di quegli anni, rivestita di forme artistiche spesso innovative e ricche di rimandi all'ambiente culturale greco e magnogreco (Coarelli, 1985). Sui Rostri sorsero le statue equestri di C. Menio e Furio Camillo nel 338 a.C. (Liv., VIII, 13, 9; Eutrop., Il, 7), primi monumenti del genere realizzati a R., cui seguì quella di Q. Marcio Tremulo, il console del 306 a.C. vincitore degli Ernici (Liv.,IX, 43, 22 ss.; Lahusen, 1983; Hölscher, 1987; Bergemann, 1990). Poi le dediche si susseguirono nel settore occidentale del Comizio, a sancire i successi dell'affermazione plebea, ora concentrata essenzialmente sui versanti dell'emancipazione economica (la lex Genucia del 342 a.C. vietava l'usura, e la lex Poetelia del 326 aboliva la schiavitù per debiti), e della definitiva parificazione politico-istituzionale col patriziato (la lex Ogulnia del 300 a.C. consentì anche ai plebei l'accesso alle più alte cariche sacerdotali). Nel 303 a.C., nel contesto riformatore della censura di Appio Claudio di poco precedente, l'edile plebeo Cn. Flavio promosse una serie di iniziative di carattere normativo e laicizzante delle procedure tecnico-amministrative di ambito penale e pretorile (pubblicazione del civile ius e affissione nel Foro dei Fasti e della lista dei consoli: Liv., IXX, 46, 5-6; Val. Max., II, 5, 2; Cic., Att., VI, 1, 8; Loreto, 1991). Cn. Flavio non poté costruire un Tempio della Concordia in area Volcani (l'opposizione senatoria non concesse il necessario finanziamento), ma, in alternativa, eresse una «aedicula aerea in Graecostasi», con i proventi delle multe comminate agli usurai (Plin., Nat. hist., XXXIII, 19): valutata in questa prospettiva, la vicenda non potrebbe essere utilizzata per sostenere la contiguità, o la corrispondenza anche parziale, tra Area Volcani e Comitium (come deduce Coarelli, 1983 e 1985). Non parrebbe ugualmente accettabile l'ipotesi di una localizzazione dell'edicola a ridosso del Campidoglio, come sostituzione del Santuario di Camillo, immaginato ligneo (Hafner, 1984). Ancora con la pecunia multaticia dei feneratores, nel 296 a.C. gli edili curuli Cn. e Q. Ogulnî, sostenitori dell'omonima legge, eressero presso la Ficus ruminalis o Navia, miracolosamente traslata qui dall'augure Atto Navio ai tempi dei re (Torelli, 1982), la statua della Lupa che allatta i gemelli, trasparente simbolo della raggiunta parità tra i due ordini (Dulière, 1979). La ricerca recente ha rivelato i complessi significati simbolici di un altro monumento realizzato in questo periodo e sopravvissuto almeno fino al II sec. d.C., quando viene ancora rappresentato, tra gli edifici del Foro, sugli Anaglypha Traiani. Eretta probabilmente da C. Marcio Rutilo Censorino, console del 310 e primo tra i plebei a ricoprire l'augurato e il pontificato nel 300 a. C., la statua di Marsia venne a celebrare al contempo le glorie familiari del dedicante (con falsa etimologia la gens Marcia faceva risalire al Sileno il proprio nome; il legame tra il monumento e la famiglia è ribadito dai tipi monetali coniati negli anni 80 a.C. da L. Marcio Censorino: Crawford, 1974, p. 357 ss., n. 345, tav. 45), e la conquistata libertas plebea, soprattutto quella dal nexum, la schiavitù per debiti. La statua era davanti (meno probabilmente sopra) i Rostri (Torelli, 1982; Coarelli, 1985; cfr. Small, 1982 con interpretazioni talvolta differenti), ma forse non quelli repubblicani: a essa si potrebbe attribuire la traccia individuata sul lastricato subito a O dell'iscrizione di Surdino, di fronte alla tribuna augustea (Giuliani, Verduchi, 1987), mentre la Ficus ruminalis, che insieme al Sileno appare rappresentata sui già ricordati Plutei Traianei, potrebbe non essere l'antico albero, ma un suo simulacro bronzeo (Richardson jr., 1992, p. 151). Al contrario Torelli (1982), che ristabilisce il nesso tra Marsia e Ficus ruminalis in comitio, ritiene i due monumenti nell'originaria collocazione presso i Rostri repubblicani, e interpreta come recinzione della comune area del Marsia e della ficus, i Plutei di Traiano, successivamente spostati per la costruzione dell'Arco di Settimio Severo. La suggerita dipendenza del Marsia da precedenti modelli magnogreci (Denti, 1991), rappresenterebbe un ulteriore segno dell'acquisizione da parte dell'aristocrazia patrizio-plebea dell'avanzato IV sec., di contenuti ideologici e simboli politici direttamente attinti alla grecità, come quelli di ispirazione pitagorica, già chiaramente evidenziati per la dedica, su prescrizione dell'oracolo delfico, delle statue di Alcibiade e Pitagora, «in cornibus Comitii» (Plin., Nat. hist., XXXIV, 26: Zevi, 1970; i cornua del Comizio erano i settori più vicini alla Curia: Coarelli, 1985).

Una radicale trasformazione del Comizio parrebbe da riferire alla prima metà del III sec. a.C.: sull'esempio degli ekklesiastèria greci, come quelli ormai ben noti ad Agrigento, Metaponto e Poseidonia, la struttura assunse la forma a gradinate circolari, sebbene il rispetto delle antiche consuetudini sacrali imponesse la conservazione del perimetro esterno quadrangolare, inaugurato e orientato astronomicamente. Gli scarsi resti dell'edifìcio di R., si integrano grazie ai comitia delle colonie latine di Cosa, Paestum e Alba Fucente, evidentemente esemplati su quello della metropoli (Krause, 1976; Coarelli, 1985; contra Vaahtera, 1993). La nuova sistemazione del complesso ne inibì le tradizionali funzioni di «orologio solare» svolte fino ad allora in relazione all'attività giudiziaria, ma queste vennero espletate dalla prima meridiana portata da Catania a R. nel 263 a.C. per iniziativa di M. Valerio Massimo Messalla, nel trionfo su Ierone II di Siracusa e sui Cartaginesi. Proprio alla censura di Valerio del 252 a.C. si attribuiscono le radicali trasformazioni del Comizio di questo periodo (Coarelli, 1985).

Circa negli stessi anni, i successi militari conseguiti da R. su diversi fronti, vennero commemorati nell'area forense con l'erezione di due monumenti. Dopo la presa di Volsinii del 265 a. C., all'inizio del Vicus Tuscus, tradizionale quartiere degli Etruschi di R., venne eretto il simulacro di Vertumno, «deus Etruriae princeps» (Varro, Ling. lat., V, 47; Prop., IV, 2: cfr. Marquis, 1974), mentre per la stessa vittoria, il trionfatore M. Fulvio Flacco, dedicava al dio un tempio sull'Aventino (Cristofani, 1985; per una possibile origine del culto in età regia v. Colonna, 1987; Coarelli, 1988). Presso i Rostra (Serv., Georg., III, 29) una colonna rostrata venne eretta in onore di C. Duilio, personalità di primo piano nella guerra contro Cartagine e trionfatore a Milazzo nel 260 a.C. (Liv., Perioch., XVII; Plin., Nat. hist., XXXIV, 11, 20). Il significato ideologico e la dimensione internazionale di questo primo grande trionfo marittimo di R., emergono nella rilevata associazione con la figura di Giano Gemino (al dio lo stesso Duilio dedicò in quell'occasione un tempio nel Foro Olitorio) sulla serie monetale bronzea coniata proprio intorno a quegli anni (Zevi, 1994), e preservò a lungo nel Foro la Columna rostrata, che costituì un esempio monumentale particolarmente caro ad Augusto (a un restauro augusteo della colonna si attribuisce anche l'elogio di Duilio: Solin, 1981).

I caratteri di centro politico ed economico della capitale di un impero di dimensioni ormai mediterranee, si concretizzarono, sullo scorcio del III e soprattutto nel II sec. a. C., nelle realizzazioni architettoniche promosse dalla nobilitas romana, che, politicamente imperialista e intrisa di una ideologia «trionfale» e autocelebrativa, impegnò nella competizione politica, anche intorno al Foro, i propri cospicui patrimoni familiari (Clemente, 1981; Gabba, 1981), mentre ambiziosi programmi urbanistici e monumentali censori rinnovavano la piazza in maniera pressoché totale, secondo un piano di realizzazioni (sostanzialmente concentrate nel giro di trenta anni) che non si esiterebbe a definire progettualmente coerente. Le risorse finanziarie e la vasta disponibilità di manodopera schiavile acquisiti nella conquista dei regni ellenistici, l'ispirazione a tipologie architettonico-funzionali di origine greca (e non solo), e l'applicazione di nuove tecniche edilizie (è di questi anni l'impiego su vasta scala dall'opus caementicium con paramento in opera incerta), conferirono alla piazza i caratteri delle agorài delle contemporanee metropoli ellenistiche (Torelli, Gros, 1988; Morel, 1989; Gros, 1990). L'immagine del Foro, in questo momento epocale della storia di R., tra la decisiva affermazione su Cartagine e la conquista dell'Oriente, emerge in maniera vivace e pittoresca da alcune scene delle commedie plautine. Nella cosiddetta parabasi del Curculio, il choregus, rivolto al pubblico, indica dove poter trovare ogni genere di uomini (Plaut., Curc., 465 ss.: circa 193 a. C.): la successiva enumerazione, topograficamente coerente, dei luoghi compresi tra l'Argileto e il Velabro, guadagnerebbe concretezza se la commedia fosse stata rappresentata proprio nel Foro. Alla stessa creatività del commediografo sarsinate si attribuisce l'introduzione nell'uso corrente dei termini basilica e macellum, di diretta derivazione ellenica e semitica (Gaggiotti, 1990a).

I prodromi di questa fondamentale trasformazione si ebbero a seguito dell'incendio che nel 210 a.C. investì tutto il lato settentrionale della piazza (Zevi, 1991), spingendosi forse a lambire anche il Tempio di Vesta: baciarono le Septem tabernae ricostruite poi in numero di cinque, le Tabernae argentariae poi dette novae, i privata aedificia che allora occupavano il posto delle basiliche, la zona delle Lautumiae, il Forum piscatorium e l'Atrium regium (Liv., XXVI, 37, 2-4). Alla ricostruzione diedero inizio, pure tra le difficoltà della seconda guerra punica, i censori del 209 a.C., M. Cornelio Cetego e P. Sempronio Tuditano: tra gli edifici subito ricostruiti, Livio (XXVII, 17) ricorda espressamente le Septem tabernae, il Macellum e l’Atrium regium. La portata e le conseguenze urbanistiche di questi interventi, in relazione alla progressiva variazione degli orientamenti generali della piazza, sono stati a più riprese sottolineati (Coarelli, 1985; Steinby, 1987; Zevi, 1991). Il mercato sorto sul lato settentrionale dell'area forense (cfr. Varro, Ling. lat., V, 145-147), nel quartiere dell'Argileto (l'area poi in gran parte occupata dal Foro della Pace), prende ora forma definitiva e monumentale nella costruzione del Macellum, anche se forse non appartiene ancora a questa fase (Gros, 1990) la struttura ispirata a modelli ellenistici (area porticata circondata da tabernae) integrati da elementi punici (thòlos centrale: Gaggiotti, 1990b; cfr. Nabers, 1973), sopravvissuta fino a età imperiale (De Ruyt, 1983; Anderson, 1984; Tortorici, 1989). Indagini archeologiche recenti ne hanno probabilmente riportato alla luce resti della originaria pavimentazione in lastre di peperino, tracce dei restauri di età augustea, e due rifacimenti di età giulio-claudia e vespasianea (Morselli, Tortorici, 1989). Il fatto realmente rivoluzionario fu però la nascita tutto intorno alla piazza delle basiliche, che accolsero alcune delle attività civili, politiche e giudiziarie che fino ad allora si erano svolte all'aperto e negli atria (cfr. David, 1983; Gros, 1984). La costruzione di questi nuovi edifici, sancì inoltre, in maniera definitiva, il carattere pubblico del Foro, cancellando atria, domus, e tabernae privati ancora attestati intorno alla piazza.

Prevaleva in passato l'opinione, pur contraddetta dalle fonti letterarie antiche, che nel Foro fossero sorte tre basiliche tra il 184 e il 170 a.C. La ricerca recente ha al contrario ribadito che ne esisteva già una sul lato settentrionale della piazza, a contatto col Macellum (Plaut., Curc., 472 e Capt., 815: le due commedie si datano agli anni 195-191 a.C.), forse già alla fine del III sec. a.C., se essa è da identificare con l'edificio ricordato da Livio (XXVII, 11, 16) per l'incendio del 210 a.C., col nome di Atrium regium. Tale denominazione costituirebbe di fatto la traduzione latina dell'espressione (αυλή) βασιλική con la quale in greco si denominavano edifici funzionalmente affini, e per il cui tramite si giunse al corrente termine latino basilica (Gros, 1984; Gaggiotti, 1985 a-b; precedentemente si riteneva che Atrium regium indicasse tutto o parte del complesso Regia-Atrium Vestae-Domus Publica·, cfr., con intenti dimostrativi differenti, Coarelli, 1983; Steinby, 1987; Castagnoli, 1988). L'aggettivo regium, per il quale si era inizialmente fatto riferimento alla regalità romana arcaica (Gaggiotti, 1985 a-b), viene ora messo in relazione terminologica, architettonica e funzionale con la contemporanea regalità ellenistica (Zevi, 1991). A questa più antica basilica sarebbero da attribuire alcuni resti individuati al di sotto della Basilica Emilia (Gaggiotti, 1985a; Coarelli, 1985; con soluzioni diverse: Richardson jr., 1979). È probabile che lungo la piazza, l'edificio risultasse ancora schermato dalle antiche botteghe, e che, nell'articolazione interna, non presentasse ancora lo schema a navata centrale, ambulacri e coperture a differente livello, canonica per gli esempi di II sec. (Gros, 1990). Comunque, pochi anni dopo, durante la censura del 184 a.C., M. Porcio Catone, che pure più di ogni altro mostrava di conoscere il potenziale destabilizzante, per gli equilibri nel gruppo dirigente e tra le parti sociali, di tali prestigiose iniziative, promosse un importante programma edilizio che investì in maniera sostanziale anche il Foro (cfr. Astin, 1978). Oltre alla definitiva copertura della Cloaca Massima (se anche a questi lavori sono da riferire Liv., XXXIX, 44, 5 e Dion. Hal., III, 67, 5), e la conseguente generale ripavimentazione della piazza (Plin., Nat. hist., XIX, 24; si trattò probabilmente di una pavimentazione di ghiaia: Giuliani, Verduchi, 1987), Catone riorganizzò tutto il settore NO dell'area. Ricostruì in numero ridotto le tabernae cui si è già fatto cenno (Fest., 230 L ricorda un precedente restauro delle tabernae plebeiae nel 193 a. C.), e, acquistati e resi pubblici gli atria Maenium e Titium nella zona delle Lautomie, li sostituì con una basilica che da lui si chiamò Basilica Porcia (Liv., XXXIX, 44, 7; cfr. Vir. ill., 47; Plut., Cat. Ma., 19, 3). All'edificio, in una ricostruzione di età sillana, si attribuiscono ora due ambienti voltati in opera incerta poggianti su pilastri di travertino, forse pertinenti alle fondazioni di un edificio colonnato, da tempo noti lungo il Clivo Argentario, tra la Curia e la pendice Capitolina (Coarelli, 1985; ricostruzione e contestualizzazione topografica del monumento risultano problematiche: cfr. Purcell, 1989). Ancor più magnifica risultò la censura del 179 a.C., durante la quale M. Fulvio Nobiliore e M. Emilio Lepido intervennero nel settore settentrionale della piazza, con la ristrutturazione del complesso commerciale (si ricorda il restauro del Forum piscatorium: Tortorici, 1989; Zevi, 1991; cfr. Morel, 1989) e la costruzione di una nuova basilica, post argentarias novas, evidentemente nel sito di quella più antica testimoniata da Plauto (Liv., XL, 51, 1-4; cfr. Coarelli, 1985). Si era finora ritenuto che tale intervento costituisse l'atto di nascita della Basilica Fulvia et Aemilia (così denominata in Varro, Ling. lat., VI, 4, circa l'istallazione di un orologio ad acqua nel 159 a.C.), comunemente nota col nome di Basilica Aemilia, come viene chiamata in relazione ad abbellimenti realizzati nel 78 a.C. dal console M. Emilio Lepido (Plin., Nat. hist., XXV, 13), e al restauro promosso dall'omonimo figlio, console del 61 a.C. e futuro triumviro. Questi, in una moneta (Crawford, 1974, p. 444, n. 419.3 a-b, tav. LI) con la scritta Aimilia ref(ecta), rappresenta una porticus a doppia navata e a due piani ornata da scudi, che ora si interpreta come fronte dell'edificio nella fase sillana (Coarelli, 1985; per Richardson jr., 1979 si tratterebbe invece della Porticus Aemilia del Foro Boario). Si riteneva infine che lo stesso edificio fosse denominato Basilica Paulli, a seguito del restauro promosso da L. Emilio Paolo intorno al 55 a.C. (Plut., Caes., 29) e che tale nome avesse conservato anche dopo l'ulteriore restauro realizzato dal figlio di questi, per volontà di Augusto nel 14 a.C. (Dio Cass., LIV, 24; Tac., Ann., III, 72). Al contrario, una recente ipotesi, valorizzando alcune innegabili discordanze verificabili nelle fonti letterarie antiche, distingue la Basilica Fulvia eretta dal censore del 179 a.C. e poi divenuta Basilica Paulli, dalla Basilica Aemilia vera e propria che l'altro censore di quell'anno, M. Emilio Lepido, avrebbe eretto verosimilmente tra il 166 e il 159 a.C. A queste due basiliche (e non, come in genere si ripiene, alla Basilica Emilia-Fulvia e alla futura Basilica Giulia) farebbe riferimento Cicerone (Att., IV, 16, 8) che nel 50 a.C. ricorda l'attività edilizia di L. Emilio Paolo Lepido. La (singola) Basilica Aemilia avrebbe avuto la forma di doppia stoà come appare nelle monete già ricordate, e avrebbe occupato il lato orientale della piazza («in medio Foro», come dice Cicerone, nella lettera citata), potendosi a essa attribuire i resti di tre fondazioni, note da documenti di archivio, tra la Fonte di Giuturna e il Tempio del divo Giulio (Steinby, 1987 e 1988; cfr. Wiseman, 1992). Contro questa interpretazione, parrebbero tuttavia ancora vincolanti, il silenzio delle fonti antiche circa le distinte fondazioni delle due basiliche, e soprattutto la testimonianza di Varrone, che riferisce di un unico edificio detto Basilica Fulvia et Aemilia: tali elementi imporrebbero di riportare la (unica) Basilica Aemilia et Fulvia sul lato settentrionale della piazza (Tortorici, 1989; cfr. Zevi, 1991). D'altra parte i resti di murature a Ν del Lacus Iuturnae, pongono ancora seri problemi di interpretazione cronologica, topografica e strutturale e potrebbero anche appartenere alla Rampa Palatina (Carnabuci, 1991). È certo comunque che da questo momento la presenza nella piazza della gens Aemilia, famiglia di altissimo lignaggio della quale sono note le pretese origini e le singolari prerogative regali, divenne preminente e continuativa: come gli Scipioni per il Campidoglio, gli Emili segnarono permanentemente il Foro con interventi monumentali di altissimo prestigio e potente messaggio ideologico, tra i quali, il persistente patronato esercitato sulla basilica «di famiglia», rappresenta soltanto l'aspetto più evidente (Gaggiotti, 1985 a-b; Zevi, 1991; Wiseman, 1992).

Dopo la sistemazione praticamente definitiva del lato settentrionale, anche quello occidentale della piazza venne regolarizzato durante la censura del 174 a.C., a soli dieci anni di distanza dagli interventi catoniani. La controversa affermazione di Livio (LXI, 27, 7) circa i lavori di pavimentazione del Clivo Capitolino e costruzione di portici sul versante forense del colle, potrebbe trovare maggiore concretezza nel riconoscimento di due distinti porticati, uno lungo il clivo fin sul Campidoglio e l'altro dal Tempio di Saturno alla Curia. A quest'ultimo Coarelli (1983 e 1985) attribuisce i resti di una sostruzione in opera incerta (forse un viadotto ad arcate) che prosegue l'asse del Vicus Iuganus verso il sito della Curia Hostilia, tenendosi a quota maggiore rispetto alla piazza (cfr. Coarelli, 1977). Anche il lato meridionale della piazza ricevette una adeguata sistemazione nel volgere di pochissimi anni. Durante la censura del 169 a.C., Ti. Sempronio Gracco, padre dei futuri tribuni, acquistò e demolì una serie di edifici (oltre a numerose botteghe, anche la casa del suocero, Scipione Africano) nell'area alle spalle delle Tabernae veteres, presso la statua di Vertumno, ove fece costruire un'altra basilica che da lui prese il nome di Sempronia (Liv., XLIV, 16, 10), poi totalmente coperta dalla Basilica Giulia (Coarelli, 1985; per i resti attribuiti alla Basilica Sempronia cfr. I. Jacopi, LTUR, I, 1993, p. 187 s., s.v. Basilica Sempronia). La definizione con ampî volumi monumentali e prospetti porticati del perimetro della piazza, verosimilmente non ne interessò il lato orientale. Qui, al contrario, indagini archeologiche recenti hanno documentato una vasta e coerente opera di ristrutturazione che coinvolse la Rampa Palatina con il Lacus Iuturnae (Steinby, 1985; 1988 e 1993) e il Tempio dei Castori, con una significativa trasformazione non ricordata dalle fonti antiche (Nielsen, Zahle, 1985; Nielsen, Poulsen, 1992). Il tempio, pur mantenendo l'originaria divisione in tre celle, mutò l'articolazione della parte anteriore, con la creazione del pronao esastilo e della tribuna frontale. La monumentalizzazione del Lacus Iuturnae è probabilmente da mettere in relazione alla vittoria di Pidna del 168 a.C. e alla notizia della successiva collocazione in lacu delle statue dei Dioscuri (Min. Fel., Octav., VII, 3): i divini gemelli erano miracolosamente comparsi presso la fonte ad annunciare la vittoria, come era già avvenuto nel 496 a.C. durante la battaglia al Lago Regillo. Il gruppo statuario dei Dioscuri trovato frammentario in questa area all'inizio del secolo, ora viene datato proprio alla seconda metà del II sec. a.C. (da ultimo Harri, 1989). Risulta particolarmente convincente l'attribuzione di questi interventi allo stesso trionfatore di Pidna e censore del 164 a.C., L. Emilio Paolo (Steinby, 1993), mentre al suo collega Q. Marcio Filippo si deve la dedica di una statua di Concordia e di un orologio solare nel Comizio (Cic., Dom., 130; Plin., Nat. hist., VII, 214: Coarelli, 1985).

Alla metà del II sec. a.C. il quartiere forense appariva dunque profondamente rinnovato, mostrando già (seppure nelle linee generali e a esclusione del settore del Comizio) la struttura urbanistica sopravvissuta fino alla fine dell'evo antico: tale rinnovamento monumentale testimonia la sostanziale trasformazione dei contenuti politici, sociali e ideologici che nella piazza tradizionalmente trovavano espressione. L'invadenza autocelebrativa dell'aristocrazia romana in questa fase è testimoniata dalla misura adottata dai censori del 158 a.C., che ordinava la rimozione dalla piazza di tutte le statue onorarie dei magistrati romani non decretate dal Popolo o dal Senato (Plin., Nat. hist., XXXIV, 30; cfr. Lahusen, 1983).

Proprio a partire da questo periodo alcune delle attività politiche e giudiziarie che tradizionalmente avevano sede nel Comizio, vennero trasferite nella piazza del Foro: lo resero necessario alcune trasformazioni procedurali, la maggiore partecipazione comiziale, e anche la nuova organizzazione funzionale e spaziale derivata dalla nascita di tanti nuovi edifici pubblici (Coarelli, 1985; ma cfr. N. Purcell, in LTUR, II, 1995, pp. 327, 333). È certo che a partire dal 145 a.C., per iniziativa del tribuno della plebe C. Licinio Crasso, i comitia tributa, legislativi e giudiziari, si tennero nella piazza che a tale scopo venne forse inaugurata (Varro, Rust., I, 2, 9 ove Coarelli, 1985 corregge «septem iugera forensia» in «saepta iugera forensia»; ma v. Vaahtera, 1993; Nicolet, 1982 interpreta i «cancelli Fori» di Cic., Sest., 79 come recinzioni elettorali), mentre i comitia tributa elettorali passarono, almeno a partire dal 124 a.C., nei Saepta del Campo Marzio, più idonei ad accogliere l'accresciuto numero di votanti. La costruzione della tribuna della Aedes Castoris cui si è già accennato (Fest., 362 L) e la frequente utilizzazione dello stesso tempio per le sedute del Senato (almeno a partire dal 159 a. C.: Cic., Verr., II, 1, 129; Plut., Sull., 8, 3: Bonnefond-Coudry, 1989), crearono di fatto, all'angolo opposto del Foro, un organismo funzionale, politico e istituzionale, potenzialmente alternativo a quello tradizionale del Comizio. Allo stesso modo, e sempre dal Comizio, fu trasferito il tribunale del pretore urbano che trovò nuova sede nel settore SE del Foro (cfr. David, 1995). Anche l'istallazione dell'orologio ad acqua entro la Basilica Emilia nel 159 a.C. (Varro, Ling. lat., VI, 4; Plin., Nat. hist., VII, 60) potrebbe essere messo in relazione a una nuova sede per i iudicia (Torelli, 1982). Il nuovo tribunal fu costruito probabilmente da L. Scribonio Libone tribuno della plebe nel 149 a.C., contemporaneamente alla istituzione del tribunale permanente per i reati commessi nell'amministrazione provinciale (quaestio perpetua de repetundis). Lo stesso personaggio eresse il puteal, detto appunto Libonis o Scribonianum: il nesso topografico e sacrale tra il puteale (eretto nel luogo colpito da un fulmine, detto bidental) e il tribunale (il luogo reso sacro dal fulmine era indispensabile per il giuramento durante i processi), viene costantemente sottolineato dalle fonti antiche, e ripropone quello originario tra tribunale e Pozzo di Atto Navio nel Comizio (Coarelli, 1985; David, 1992 non rileva alcun nesso tra la costruzione di puteal-tribunal e l'istituzione della quaestio). Il Puteal Scribonianum è rappresentato come un altare circolare adorno di cetre e ghirlande e con varî attributi di Vulcano, su un denario coniato da un erede di Libone, intorno al 62 a.C. (Crawford, 1974, p. 441 s., n. 416, tav. LI). Sulla base della relazione espressamente indicata dalle fonti, con il tribunal, con il Fornix Fabianus, con una zona definita ante atria, e più problematicamente, con la Porticus Iulia, il puteal viene ora nuovamente identificato con un pozzo esistente entro il settore orientale del portico antistante la Basilica Emilia (Coarelli, 1985; Carnabuci, 1991; improbabile l'identificazione proposta da Richardson jr., 1973 con l'altare circolare del Tempio del divo Giulio). Riguardo questa identificazione è da notare però che il Puteal Libonis non fu mai un pozzo vero e proprio, come è invece quello della Basilica Emilia, mentre le fonti letterarie parrebbero orientarne la localizzazione nell'area compresa tra il Tempio di Vesta (Hor., Sat., Ι, 9, 35-36: Castagnoli, 1987-88; Palombi, 1996), quello dei Castori (Cic., Verr., II, 5, 186) e la regia (Cic., Caecin., 14).

Dopo il tragico epilogo della vicenda graccana, nella piazza, già teatro degli scontri feroci tra le avverse fazioni (App., Bell. civ., I, 107-120; Plut., C. Grac., 34-39), alcune iniziative rivelano in chiave monumentale, la reazione della nobilitas alla persistente occupazione del Foro da parte dei populares guidati dai tribuni. Infatti, dalla metà del II sec. a.C., principalmente in questo luogo si svolgevano i comizî tributi e i concilia plebis, il cui ruolo costituzionale per l'elezione dei magistrati plebei e di quelli straordinari, per la promulgazione delle leggi e per il pronunciamento dei giudizi, risultava oramai decisivo (Nicolet, 1982; Gabba, 1990). Nel 120 a.C., l'anno successivo all'assassinio di C. Gracco, mentre già si procedeva a smantellare il complesso legislativo promosso dal tribuno, i suoi più accaniti avversari vollero ribadire, con due monumenti eretti agli estremi della piazza, i valori ottimati del Foro. All'inizio della Via Sacra, Q. Fabio Massimo eresse un arco per celebrare il suo trionfo sulla popolazione celtica degli Allobrogi. Al monumento (primo vero arco trionfale di R.), totalmente ricostruito dall'omonimo nipote dell'Allobrogico, edile curale nel 57 a.C., sono da attribuire varî frammenti architettonici in travertino e alcuni testi epigrafici (elogia di L. Emilio Paolo e P. Cornelio Scipione e tre esemplari dell'epigrafe commemorante il restauro) trovati nei secoli scorsi tra il Tempio di Antonino e Faustina e la Regia, che ne consentono la ricostruzione come arco a un fornice, con fregio dorico e attico decorato dalle statue dei personaggi celebrati dalle iscrizioni (Kleiner, 1985; De Maria, 1988). L'arco divenne, nel corso del I sec. a.C., un vero e proprio monumento di culto gentilizio per le più importanti famiglie aristocratiche dell'epoca (le gentes Fabia, Cornelia e Aemilia), strette da vincoli di parentela e in esso celebrate (Gualandi, 1979; N. Purcell, in LTUR, II, 1995, p. 330). La posizione dell'arco, pur indicata con notevole precisione dalle fonti letterarie antiche (SHA, Gall., 19, 4; Ps. Ascon., in Verr., I, 7, 19), ha a lungo oscillato, ma viene ora fissata all'inizio della Via Sacra, a Ν della Regia (Coarelli, 1985), ovvero, circa nello stesso punto, sulla via tra la Regia e il Tempio del divo Giulio (Steinby, 1987; cfr. Carnabuci, 1991). Esattamente sul lato opposto della piazza, e nello stesso anno, L. Opinilo, il console che aveva approvato il senatoconsulto ultimo col quale C. Gracco era stato dichiarato nemico pubblico, si distinse per una impegnativa attività edilizia («monumentum celeberrumum»: Cic., Sest., 140) con l'erezione, accanto al Tempio di Concordia, ora totalmente restaurato, di una nuova basilica (Varro, Ling. lat., V, 156). La Basilica Opimia (ancora testimoniata all'inizio dell'età imperiale da epigrafi di servi pubblici addetti alla sua manutenzione: CIL, VI, 2338-2339), risulta di difficile identificazione, per l'affollatissimo contesto topografico in cui andrebbe localizzata. Si è proposta l'area in seguito occupata dal tempio tiberiano di Concordia (Gasparri, 1979), o lo spazio a SO di questo (Coarelli, 1985), ma si è pure proposto di attribuire funzione basilicale alla cella dello stesso tempio (Hafner, 1984), o di identificare l'edificio con la retrostante galleria porticata del Tabulano (Purcell, 1989). Resta ancora da considerare l'area del successivo Tempio di Vespasiano, ove purtroppo non aiuta un frammento (perduto) della Forma Urbis marmorea, tradizionalmente riferito alla zona in base alla scritta [...]cordia, ma che non trova alcuna corrispondenza con la topografia reale (cfr. Richardson jr., 1980; Steinby, 1989). Il restauro opimiano del Tempio della Concordia, per molti il vero atto di nascita dell'edificio (Levick, 1978; Richardson jr., 1978a; Gasparri, 1979; Hafner, 1984), volle ancora una volta simbolicamente sancire la ricomposizione dei contrasti sociali (App., Bell. civ., I, 26), e svolse, anche nel secolo successivo, una fondamentale funzione politica, ospitando di frequente le sedute del Senato (Bonnefond-Coudry, 1989). Recenti esplorazioni hanno individuato alcuni resti del Tempio di Opimio, inglobati nel podio della fase tiberiana: l'edificio era ottastilo, períptero sine postico, su alto podio (dim. mass, m 40,80 X 30, per m 4 di alt.), con colonne di travertino scanalate e capitelli corinzî rifiniti in stucco (Ferroni, Meucci, 1990; A. M. Ferroni, in LTUR, I, 1993, p. 316 ss.). Una totale ricostruzione del Tempio dei Castori (che aveva costituito il quartier generale di L. Opimio durante gli scontri del 121 a.C.: App., Bell. civ., I, 3, 25), si ebbe a seguito del trionfo celebrato nel 117 a.C. da L. Cecilio Metello Dalmatico. Intervenendo sul più rappresentativo dei monumenti patrizi, Metello legava all'edificio, in maniera duratura, il nome della propria gens, (cfr. Sihvola, 1989). Notevoli resti dell'edificio totalmente ricostruito da Metello (Cic., Verr., II, 1, 154) sono stati individuati entro il podio della fase augustea: era probabilmente ottastilo, periptero, forse sine postico, di dimensioni assai simili al suo successore imperiale, e sempre preceduto da una tribuna accessibile da scale laterali (Nielsen, Poulsen, 1992).

Dell'attività monumentale promossa da Mario nell'area del Foro Romano, sopravvisse assai poco dopo la marcia su R. dell'88 e la definitiva vittoria della fazione sillana alla Porta Collina nel novembre dell'82 a.C. La ricerca recente ha però tentato di ricostruire il complesso monumentale che Mario eresse, a partire dal 101 a.C., per celebrare i suoi trionfi su Giugurta, sui Teutoni e sui Cimbri (di nuovo erano comparsi nel Foro i Dioscuri ad annunciare la vittoria: ma v. Bessone, 1995). I Mariana monumenta, sorti ove un tempo si trovava la domuncula degli Aelii, compresero, accanto a un antico santuario di Febris (Val. Max., I, 7, 5; II, 5, 6; IV, 4, 8), i Tropaea Marii (diversi da quelli eretti sul Campidoglio: cfr. Val. Max., VI, 9, 14), la Aedes Honoris et Virtutis (Vitr., III, 2, 5; sulla corretta denominazione del santuario: Fridh, 1991), e forse la stessa casa che Mario si era fatta costruire vicino al Foro, nel 98 a.C. (Plut., Mar., XXXII, 1; Richardson jr., 1978b). Il riesame delle testimonianze vitraviane riguardo al Tempio di Honos et Virtus (Vitr., III, 2, 5; VII, praef., 17) ne ha ribadito l'eccezionale importanza nella sperimentazione architettonica romana (Gros, 1973 e 1990): l'edificio, opera dell'architetto C. Mucio, celebrato da Vitruvio, e particolarmente vicino a membri del partito mariano, era ionico, esastilo, peripteros sine postico, equiparabile, per magnificenza e perfezione, alle contemporanee opere di architetti greci, ma realizzato in materiali locali. Si riteneva in passato che il tempio fosse da localizzare sul Campidoglio, forse sul versante orientale del colle, e una conferma a questa ipotesi si è vista nell'identificazione tra la Basis Claudiorum Marcellorum citata in Capitolio da un diploma militare, e il monumento dei Claudî citato da Asconio (Pis., 44) presso la Aedes Honoris et Virtutis (Dušanić, 1978). In realtà, se la Basis capitolina rientra tra i monumenti onorarî noti sul colle, è assai probabile che Asconio alluda al monumento funerario dei Claudi Marcelli localizzabile probabilmente sull'Appia e quindi presso l'altro Tempio di Honos e Virtus ad portam Capenam (Coarelli, 1972). Al contrario Festo (466 L), ove si dice che il tempio mariano ebbe un'altezza ridotta per non interferire col campo visivo degli auguri, ne orienterebbe la localizzazione sull'asse della spectio augurale, quindi sulla direttrice della Via Sacra. Richardson (1978b), in base a Cicerone (Orat., Il, 266), propone l'area a E della Basilica Emilia, quella in seguito occupata dal Tempio di Antonino e Faustina e dal Tempio c.d. di Romolo, mentre Coarelli (1983 e 1985), più verosimilmente, propone un punto elevato della Via Sacra, forse nell'area del Tempio di Venere e Roma, con il quale l'edificio mariano condividerebbe il doppio culto e il nesso con la domus degli Aelii. Il complesso mariano venne in buona parte smantellato da Siila, mentre la Aedes Honoris et Virtutis, ancora testimoniata da Cicerone (Planc., 78; Div., I, 59; Sest., 116), scomparve forse nella ripianificazione del quartiere sacraviense successiva all'incendio del 64 d.C. o nelle realizzazioni adrianee al sommo della Via Sacra. Il significato monumentale e ideologico dei Mariana monumenta, pur totalmente cancellato dalla damnatio sillana, traspare dal contesto topografico e ideologico di riferimento: le virtù che avevano permesso l'affermazione dell'homo novus C. Mario (cfr. Sall., Bell, lug., LXXXV, 17), si contrapponevano polemicamente alla vicina Porticus Catuli, il monumento palatino di Q. Lutazio Catulo, collega nelle spedizioni galliche e antagonista politico di Mario, che per le stesse vittorie aveva votato il Tempio della Fortuna huiusce diei nel Campo Marzio (Hinard, 1987).

Il programma edilizio e monumentale perseguito da Siila negli anni della dittatura e in quelli che la seguirono, ebbe vaste conseguenze nell'assetto dell'area forense. Ai lavori si diede inizio dopo che le teste degli avversari politici condannati a morte, furono rimosse dai Rostri e dal Lacus Servilius (Sen., Prov., III, 7; la fontana era all'angolo occidentale delle piazza, presso l'imbocco del Vico Iu- gario), e dopo che le proscrizioni avevano ampiamente ridisegnato la mappa delle proprietà immobiliari dell'aristocrazia romana, anche nel quartiere della Via Sacra (Hinard, 1985; cfr. Palombi, 1995). Il programma sillano coinvolse il lastricato e le infrastrutture della piazza, ma soprattutto gli edifici politici e amministrativi più importanti, di pari passo con la riforma dell'apparato burocratico e degli organi e delle cariche politico-costituzionali dello stato (Senato, comizi, tribunali, magistrature) che egli si era proposto di realizzare. Nell'ambito di una politica di restaurazione dell'auctoritas senatoria, Siila penalizzò (anche a livello monumentale) le prerogative popolari, sostanzialmente espresse dai comizî e dai concilia plebis. Agli anni posteriori all'8o a.C., va attribuita la totale ripavimentazione della piazza, affidata al pretore C. Aurelio Cotta (Fest., 416 L). Il nuovo livello pavimentale obliterò il santuario arcaico del Comizio, che allora venne coperto e evidenziato con un lastricato di marmo nero, il Niger Lapis. Coarelli (1983 e 1985) attribuisce al pavimento di Cotta un lastricato in tufo trovato dietro la Curia Giulia (Lamboglia, 1980), mentre Giuliani (Giuliani, Verduchi, 1987) assegna ai lavori di Cotta il primo lastricato di travertino noto nella piazza (ritenuto cesariano da Coarelli, 1985). Di recente si è pure attribuita ai lavori di ripavimentazione sillana, la rete di gallerie (abitualmente ritenute cesariane) che corre sotto la piazza: non si tratterebbe, come abitualmente si sostiene, di apprestamenti per lo svolgimento dei giochi gladiatori (dubbioso già Ville, 1981), ma di un sofisticato sistema forse di carattere idraulico (Giuliani, Verduchi, 1987). Allo stesso Aurelio Cotta si deve la realizzazione di una nuova sede per i tribunali (forse nell'81 a.C., ma certamente prima del 74 a.C.: Cic., Cluent., 93), nell'ambito della riforma giudiziaria che Siila promosse, definendo le competenze e potenziando le corti permanenti, per lo più presiedute da membri dell'ordine senatorio, a danno delle funzioni giudiziarie svolte dai comizî popolari. Il tribunal e i gradus Aurelii accolsero le quaestiones riformate da Silla, o più probabilmente il tribunal del praetor urbanus, in uno spazio e in una struttura di difficile identificazione e ricostruzione (il praetor peregrinus aveva sede presso il Lacus Curtius e gli altri tribunali competenti per i diversi crimini, occupavano posti diversi nella piazza: David, 1992). Pare certo che essi si trovassero sul lato orientale della piazza, forse nell'area successivamente occupata dal Tempio del divo Giulio, ma all'edificio, costituito da un suggesto destinato ai giudici e una gradinata per il pubblico (Coarelli, 1985; due edifici distinti per Richardson jr., 1973), quasi a costituire un pendant architettonico e funzionale dell'analogo settore del Comizio (David, 1992), non appartengono certamente le strutture in tufo che un tempo gli si attribuivano (cfr. Cecchini, 1985; Steinby, 1987; Carnabuci, 1991). Tra gli interventi sillani, di particolare rilievo ideologico e politico, appare la ricostruzione, forse a partire dall'81 a.C., dell'antica Curia Hostilia. Il numero raddoppiato dei senatori, giunti a seicento con l'accoglimento nell'assemblea dei maggiorenti italici da poco ammessi alla cittadinanza (Cic., Fin., V, 2; Dio Cass., XL, 49), impose più ampie dimensioni all'edificio (Richardson jr., 1978c; Grassigli, 1991; Coarelli, 1983 e 1985; Morselli, Tortorici, 1989), che invase per buona parte l'area del Comizio. Scomparvero allora i settori del Comizio più vicini alla Curia regia, gli antichi tribunali e le statue di Pitagora e Alcibiade, erette più di due secoli prima: di fatto si decretava la mutilazione, insieme monumentale e costituzionale, dell'area tradizionalmente assegnata alle consultazioni popolari. A partire dal 78 a.C., mentre il console Q. Lutazio Catulo restaurava il Campidoglio devastato da un incendio nell'83 a.C. e costruiva l'immensa mole del Tabulano, realizzando al contempo un nuovo, vastissimo, complesso amministrativo, e una maestosa quinta monumentale verso il Foro, il suo collega e avversario politico, M. Emilio Lepido, ricostruiva totalmente il «monumento di famiglia» (per l'espressione monumentale della competizione politica tra i due personaggi: Sauron, 1994). La nuova Basilica Aemilia risultò magnifica grazie a un sontuoso apparato marmoreo (Cic., Att., IV, 17, 7), parzialmente reimpiegato anche nel successivo restauro del 55 a.C. di L. Emilio Paolo (Cic., Att., IV, 16, 18). Si è proposto di attribuire a questa fase (Bianchi Bandinelli, Torelli, 1976, n. 49; Coarelli, 1985) anche il celebre fregio in marmo pentelico con scene della storia mitica di R., pertinente all'architrave del primo ordine della navata centrale dell'edificio (sin dall'epoca della scoperta, l'attribuzione del fregio ha oscillatijo tra l'edificio originario del II sec. a.C., e una sua ricostruzione di età imperiale: rassegna bibliografica in Koeppel, 1982). Al fregio, conservato solo per un nono della originaria lunghezza (circa 85 m), recentemente si è proposto di attribuire un nuovo frammento raffigurante Enea, con il piccolo Ascanio e il padre Anchise, in fuga da Troia (Micheli, 1987). Non si è invece esaurito il dibattito circa la definizione cronogica dell'opera: oltre a un'isolata proposta di datazione al 179 a.C. (Hafner, 1972), particolare favore ha incontrato l'attribuzione al restauro cesariano (tra 55 e 34 a.C.: Bonanno, 1976; Dulière, 1979; Hölscher, 1988; Albertson, 1990; Cappelli, 1993), o a quello augusteo (post 14 a.C.: Micheli, 1987; Kampen, 1991), della basilica (cfr. Kränzle, 1994).

Nel ventennio seguente la morte di Siila (78 a.C.), tra l'urgenza degli interventi militari in ambito italico e provinciale e l'incertezza della situazione politica interna, non si registra nel Foro alcuna iniziativa monumentale. L'eredità politica di Siila, e soprattutto l'esempio autocratico della sua dittatura, aprirono un'ulteriore crisi negli equilibri interni alla nobilitas romana che, nella pur dichiarata avversione a quel modello, ne preparava la definitiva affermazione: ancora una volta il Foro costituì il terreno naturale del confronto politico e dello scontro armato tra i sostenitori delle diverse personalità allora emergenti. Le fonti letterarie antiche, e in special modo il corpus ciceroniano, testimoniano l'occupazione dello spazio e dei monumenti forensi da parte delle bande rivali (la fazione clodiana, nel Foro ebbe la propria base logistica e nel Tempio dei Castori il proprio quartier generale: cfr. Favory, 1976; Nippel, 1988; Kardos, 1993), e i significati politici, per l'organizzazione delle clientele e la promozione dell'immagine pubblica dei proprietari (cfr. Rawson, 1980; Wiseman, 1987; Wallace Hadrill, 1988; Coarelli, 1989; Romano, 1994, questi ultimi con particolare riferimento alla teorizzazione vitruviana) rivestiti dalle ricche domus poste lungo la Sacra Via, sul versante settentrionale del Palatino, ove è ormai certo abitassero la maggior parte di quei personaggi (Carandini, 1986; Rojo, 1989; Palombi, 1995). Il carattere esclusivo dello stesso quartiere sacraviense emerge, a questo livello cronologico, anche dalle numerose testimonianze epigrafiche riguardo i commerci di lusso (Panciera, 1970 e 1987; Morel, 1987; Guarducci, 1989-90), esercitati lungo la via, nelle tabernae e nel complesso commerciale ai piedi della Velia (Palombi, 1990b): non è escluso che a questi fosse direttamente interessata la stessa aristocrazia residente nel quartiere (sul problema cfr. Tassini, 1994).

La ripresa dell'attività monumentale nel Foro, dopo la formazione del «primo triumvirato» nel 60 a.C., risulta essenzialmente legata alla figura di Cesare, allora dominante insieme a quelle di Pompeo (che scelse un diverso contesto urbano e ideologico per la propria politica monumentale), e Crasso (che concluse la sua carriera politica a Carre nel 53 a.C.). Così, quando l'edile del 57 a.C., Q. Fabio Massimo, pose mano al totale restauro del Fornix Fabianus, eretto dall'omonimo avo all'inizio della Via Sacra, celebrando le proprie glorie familiari, si inseriva nella attualissima questione gallica, di cui Cesare era protagonista (58-51 a.C.).

Se Pompeo aveva proposto, nel Campo Marzio, un complesso monumentale potenzialmente alternativo ai luoghi tradizionali della vita civile e politica di R., Cesare scelse proprio il Foro come centro di quella operazione di rivalutazione e rifunzionalizzazione dei luoghi più tradizionali della città, che soltanto avviata dal dittatore, trovò pieno compimento nell'opera e nell'ideologia di Augusto (Dio Cass., XLIII, 22, 2, attribuisce ai lavori di Cesare l'origine dell'appellativo magnum dato al Foro Romano). Si è tentato di cogliere i lineamenti dei progetti cesariani nel Foro Romano, ora interpretandone la struttura architettonico-urbanistica (Cressedi, 1989 vorrebbe individuare modelli microasiatici), ora attraverso il riesame delle fonti letterarie antiche (Purcell, 1993 riferisce Cic., Att., IV, 16, 8, non alla costruzione del Foro Giulio, ma a interventi nell'estremo settore occidentale della stessa area forense); è certo, però, che essa dovrà essere valutata nell'ambito del colossale programma urbanistico che Cesare venne via via elaborando per R. e che, formalizzato nella lex de Urbe augenda del 45 a.C., avrebbe trasformato l'intero quadrante NO della città, dal Foro al Vaticano (Gros, 1990). Le differenti tappe della realizzazione di questo programma andranno considerate, anche nel Foro Romano, in relazione alla progressiva affermazione del dittatore: dalla fase competitiva triumvirale (fino alla guerra civile del 49 a.C.), alla conquista del potere assoluto (tra la vittoria di Farsalo nel 48, e le Idi del Marzo 44 a.C.).

I lavori nel Foro, sostenuti dal bottino gallico e affidati ad alcuni «amici», furono avviati nel 54 a.C. mentre Cesare si preparava alla seconda spedizione in Britannia: da allora, e nel giro di un decennio, si pose mano a tutti i monumenti della piazza, e per primi a quelli che, restaurati appena un trentennio prima, tramandavano la memoria di Siila. Cesare sostenne, anche economicamente, L. Emilio Paolo nel nuovo restauro della Basilica Emilia, che da quello in seguito si chiamò Basilica Paulli (Cic., Att., IV, 16, 4; App., Bell. civ., II, 26; Plut., Caes., 29; l'edificio fu inaugurato dal figlio di Emilio Paolo nel 34 a.C.; Coarelli, 1985). Sul lato opposto della piazza, lo stesso Emilio Paolo, sempre per volere di Cesare, appaltò la costruzione (sempre nel 54 a.C. come abitualmente si interpreta Cic., Att., I, 16, 8; contra Steinby, 1987; Purcell, 1993) della nuova Basilica Iulia, eretta nel sito della precedente Basilica Sempronia, tra i vici Iugario e Tusco: l'edificio fu inaugurato, ancora incompiuto, nel 46 a.C. e ultimato da Augusto (Coarelli, 1985). Il livello simbolico e ideologico delle realizzazioni di Cesare nell'area forense, mutò in maniera sostanziale negli anni successivi alla vittoria su Pompeo. Sul lato orientale della piazza si erano realizzate le condizioni per una totale riorganizzazione monumentale, dopo che l'incendio scoppiato durante i tumultuosi funerali di Clodio (52 a.C.), aveva distrutto la Curia (Dio Cass., XL, 49, 2, l, 2, 3), la parte del Comizio a essa più prossima (Plin., Nat. hist., XXXIV, 21) e la vicina Basilica Porcia (Ascon., Mil., II, 34). Eppure la possibilità di razionalizzare questo settore dell'area secondo l'orientamento ormai vincolante del Tabularlo e di coordinare l'angolo Ν della piazza al nuovo foro che da tempo Cesare veniva costruendo, dovette inizialmente confrontarsi con l'opposizione senatoria che, nel progetto di ricostruzione di una nuova Curia da parte di Cesare, vedeva cancellare la memoria di Siila dalle sede del Senato (Coarelli, 1985; Tortorici, 1989). La ricostruzione venne infatti affidata nel 52 a.C. a Fausto Siila (Dio Cass., l, 2-3), ma già nel 47 a.C. (o forse meglio nel 46) l'edificio veniva trasformato dal cesariano M. Emilio Lepido in Aedes Felicitatis (Dio Cass., XLIV, 5, 2; cfr. Tortorici, 1989; problematica rimane l'identificazione con il Tempio della Fausta Felicitas: cfr. D. Palombi, in LTUR, II, 1995, p. 242 s., s.v. Fausta Felicitas). Tornato definitivamente a R. nel 45 a.C., Cesare rimaneva unico arbitro delle sorti dell'impero: entro un articolato programma monumentale religioso e celebrativo (il Santuario di Concordia Nova votato in onore del dittatore (Dio Cass., XLIV, 5, 4) potrebbe testimoniare un progettato restauro del tempio forense di Concordia (Gros, 1976; cfr. Levick, 1978), e in relazione alle riforme politico-istituzionali in atto, il dittatore potè finalmente intervenire su ciò che rimaneva dell'antico complesso Curia-Comizio, con una operazione che un vecchio repubblicano non avrebbe esitato a definire eversiva. La Curia Iulia, la nuova e ampliata sede del Senato, venne, con trasparente simbologia, coordinata e annessa planimetricamente al Foro Giulio nel 44 a.C. (cfr. Dio Cass., XLIV, 5, 1-2). L'edificio rimase incompiuto alla morte del dittatore e, dopo alcuni tentativi senatori di tornare all'antico assetto repubblicano, i lavori furono ripresi e terminati da Augusto (Res gestae, 19, I; Dio Cass., LI, 22; cfr. Bonnefond-Coudry, 1995). Contrariamente a quanto si riteneva (Richardson jr., 1978c; Anderson, 1984), scavi recenti (Morselli, Tortorici, 1989) parrebbero dimostrare che l'edificio attualmente visibile e che risale al rifacimento dioclezianeo, ricalca in orientamento e dimensioni (m 23,5 X 29 c.a.) quello cesariano, mentre il chalcidicum (nel senso di vestibolo o portico di ingresso, secondo l'accezione di Vitr., V, 1, 4: Zevi, 1971) con il quale è posto in relazione dalle fonti letterarie, potrebbe identificarsi con il portico meridionale del Foro di Cesare (Tortorici, 1989; sul problema della identificazione eventuale con l'Αθήναιον di Dio Cass., II, 22 e l’Atrium Minervae dei Cataloghi Regionari cfr. F. Zevi, in LTUR, I, 1993, pp. 135 s., s.v. Atrium Minervae e 265 s., s.v. Chalcidicum). Parrebbe inoltre da abbandonare l'identificazione frequentemente proposta (Richardson jr., 1978; Coarelli, 1985; Hill, 1989) della Curia Iulia con l'edificio circondato da un portico riprodotto su coni monetali (H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum, I, Londra 1965, p. 103, n. 631, tav. XV, 12-13, del 28 a.C.; Morselli, Tortorici, 1989). Con lo spostamento della tribuna dei Rostra sul margine occidentale della piazza, scompariva definitivamente l'antico Comizio, e con esso l'ultima traccia del primitivo orientamento astronomico del complesso forense. I Rostri cesariani, inaugurati all'inizio del 44 a.C. da M. Antonio (Dio Cass., XLIII, 49, 1; Coarelli, 1985), appaiono rappresentati, prima di un probabile adeguamento augusteo non ricordato dalle fonti antiche, sui denari coniati da Lollio Palicano nel 45 a.C. (Crawford, 1974, p. 482 s., n. 473? Tav. LVI; Richardson jr., 1973; Mannsperger, 1974; Coarelli, 1985) nella forma di una tribuna semicircolare con prospetto ad arcatelle e pilastrini sui quali sono affissi i rostri. L'immagine dell'edificio parrebbe avere buona corrispondenza con i resti della tribuna ancora conservati sul lato O della piazza: alla fase cesariana apparterrebbe l'emiciclo retrostante la tribuna rettilinea (quest'ultima attribuita al restauro augusteo: Coarelli, 1985; analisi delle strutture in Verduchi, 1982-84 e 1985). Nei programmi di Cesare era certamente prevista anche una nuova pavimentazione della piazza (ai lavori cesariani si attribuisce in genere il primo pavimento in travertino dell'area: Coarelli, 1985), ma è probabile che, nell'incompletezza del programma edilizio, questa non sia mai stata realizzata (Giuliani, Verduchi, 1987).

Dopo il 15 marzo del 44 a.C., l'uso strumentale della memoria di Cesare divenne immediata materia di contesa fra coloro che aspiravano alla sua successione. In tale prospettiva appare oggi meglio comprensibile la vicenda del culto del dittatore (Fraschetti, 1990), sorto nel luogo ove la folla improvvisò la pira funebre, sul lato orientale della piazza (Suet., lul., 84; Liv., Perioch., 116; App., Bell. civ., II, 148). Il potenziale demagogico e eversivo del culto ne impose la immediata repressione da parte di Antonio e Dolabella (Cogrossi, 1980; Scardigli, 1980). I triumviri lo utilizzarono poi contro i sostenitori dei cesaricidi e presto venne valorizzato da Ottaviano nella personale lotta per la successione (cfr. Cic., Phil., XIII, 11, 24). Nel c.d. altare circolare conservato entro l'esedra sulla fronte del Tempio del divo Giulio si riconosce la base del monumento funerario subito eretto sul luogo della pira (Montagna Pasquinucci, 1974; cfr. Weinstock, 1971 e Coarelli, 1985).

Il diciannovenne erede di Cesare, cooptato in senato il 1 gennaio del 43 a.C., fu salutato, al suo ingresso sulla scena politica, con l'ereziond sui Rostri, di una statua equestre dorata, a più riprese effigiata sulle monete di quegli anni (Zanker, 1989). Simbolicamente affiancata a quelle di Siila, Pompeo e Cesare e provocatoriamente eretta sul monumento cesariano curato da Antonio, la statua conteneva il presagio degli avvenimenti futuri (Vell., II, 61). Sin dall'inizio del secondo triumvirato (43-32 a.C.), all'antagonismo edilizio espresso dai potenziali successori di Cesare nelle iniziative personali, si affiancò la gestione comune dei monumenti di particolare significato ideologico tra quelli lasciati incompiuti dal dittatore. Insieme, i triumviri continuarono i lavori alla Curia Iulia, e nel 42 a.C., mentre Antonio e Ottaviano si recavano in Oriente per vendicare Cesare, insieme votarono la Aedes divi Iulii (App., Bell. civ., I, 4; 11, 148 e 616; Dio Cass., XLVII, 18, 4). L'iniziativa avrebbe rappresentato, almeno formalmente, un segno di equilibrio politico, sebbene l'ufficializzazione del culto del dittatore, dava di fatto un grande vantaggio al suo giovane erede, divenuto ora divi filius (Zanker, 1989). Mentre Ottaviano completava la Basilica Iulia, ancora nel 42 a.C., il console L. Munazio Planeo, trionfatore in Gallia e all'epoca sostenitore di Antonio, votava il restauro dell'antico Tempio di Saturno, ai piedi del Campidoglio, l'antica sede dell'erario dello Stato (Corbier, 1974). L'apparato decorativo dell'edificio di Planeo (al quale appartiene il podio ancora visibile: Maetzke, 1991), che venne riutilizzato nel restauro della seconda metà del IV sec. d.C. (Macr., Sat., I, 8, 4: Fittschen, 1976; Pensabene, 1984), parrebbe meglio inserirsi nel programma monumentale augusteo successivo al trionfo aziaco, e potrebbe appartenere a un momento successivo alla defezione di Planeo in favore di Ottaviano (32 a.C.; il tempio è forse rappresentato in un rilievo di Villa Medici: Simon, 1979).

L'intensità e il livello dell'impegno edilizio di Ottaviano e dei suoi collaboratori nel Foro Romano, crebbe in maniera sostanziale a partire dal 36 a.C., dopo la vittoria su Sesto Pompeo a Nauloco, l'esclusione di fatto di Lepido dalla scena politica e la definitiva rottura con Antonio. Per il trionfo sul figlio del grande Pompeo, il Senato e il popolo decretarono l'erezione nel Foro di un arco e di una colonna rostrata recante la statua di Ottaviano e un'iscrizione inneggiante alla pace restaurata (Dio Cass., XLIX, 15, 1; App., Bell. civ., V, 130, 541; cfr. Zanker, 1989). La colonna, raffigurata su alcuni denari di discussa cronologia (H. Mattingly, Coins of the Roman Empire..., cit., I, p. 103, nn. 633-636, tav. XV, 15), venne probabilmente eretta presso i Rostri, accanto a quella di C. Duilio (Coarelli, 1985; contra Hill, 1980): se la propaganda successiva volle considerare pirateria l'azione politica e militare di Pompeo in Sicilia (Res gestae, 25; Hor., Carm., IV, 5, 19; Suet., Aug., 16), originariamente, l'accostamento e le ricercate analogie col monumento di Duilio, dovevano suggerire, a maggior gloria del vincitore, che la potenza navale di Sesto era stata, per R., pericolosa quanto quella di Cartagine. L'effettiva realizzazione e l'eventuale identificazione dell'arco «trionfale» di Nauloco, rientrano nella disperata questione degli archi forensi di Ottaviano Augusto: la ricerca archeologica non riesce ancora a conciliare le testimonianze antiche circa l'erezione di tre archi trionfali (quello citato di Nauloco, del 36 a.C.; quello aziaco eretto nel 29 a.C.: Dio Cass., II, 19, 1; quello partico innalzato nel 19 a.C.: Dio Cass. LIV, 8, 3; Schol. Veron. Aen., VII, 606); una ricca serie di raffigurazioni numismatiche degli anni 30-15 a.C. riferibili a uno, due o forse tre archi differenti; alcuni elementi epigrafici e architettonici di difficile attribuzione; documenti iconografici cinquecenteschi che testimoniano la presenza di uno o più archi nell'area tra i templi di Vesta e di Antonino e Faustina (materiali in Ritter, 1978; Coarelli, 1985; Steinby, 1987; De Maria, 1988; Hill, 1989); e infine l'unico arco (trifornice) augusteo, archeologicamente documentato nel Foro. Coarelli (1985) distingue e identifica i tre monumenti: all'Arco di Nauloco, raffigurato monofornice sulle monete, attribuisce due fondazioni rinvenute a S del Tempio del divo Giulio; a queste adiacente si trova la fondazione dell'arco a tre fornici che Coarelli identifica con l'Arco Aziaco; l'Arco Partico sarebbe invece da identificare con un giano trifornice ricostruibile a Ν del Tempio del divo Giulio, tra questo e la Basilica Aemilia-Paulli. In realtà, le fondazioni attribuite all'Arco di Nauloco sono successive a quelle dell'arco trifornice ritenuto Aziaco, mentre la soluzione architettonica per l'ipotizzato Arco Partico attende ancora conferme. In definitiva, nel Foro è riconoscibile un solo arco a tre fornici di età augustea, tra il Tempio del divo Giulio e il Tempio dei Castori: si ritiene che debba essere identificato con quello Partico del 19 a.C. (De Maria, 1988; Nedergaard, 1988a e 1988b; Kleiner, 1989; Carnabuci, 1991), sebbene anche l'esistenza di quest'ultimo sia stata recentemente negata (Simpson, 1992).

Agli anni di Nauloco, risale certamente la ripresa dei lavori al Tempio del divo Giulio: l'edificio, ionico, prostilo, esastilo, picnostilo nel ritmo del colonnato (Vitr., III, 3, 2; Gros, 1976), appare frequentemente rappresentato nella monetazione dell'epoca, e a esso appartengono alcuni frammenti architettonici rinvenuti nell'area (Montagna Pasquinucci, 1973). Il nuovo santuario (ove per breve tempo si esercitò il diritto di asylum: Dio Cass., XLVII, 19, 2-3; cfr. Coarelli, 1985) venne a chiudere il lato orientale della piazza riducendone di fatto l'originaria estensione fino alla Regia; anche quest'ultima, già danneggiata da un incendio, venne coinvolta nei lavori e fastosamente ricostruita in marmo da Cn. Domizio Calvino, tornato trionfatore dalla Spagna nel 36 a.C. (Dio Cass., XLVIII, 42; Simpson, 1993 ripropone l'ipotesi che all'edificio fossero affissi i Fasti Capitolini; i cui frammenti furono rinvenuti nell'area; cfr. Vagenheim, 1994). I lavori dovettero compiersi mentre si procedeva anche alla dedica della Basilica Paulli, il cui restauro (avviato venti anni prima: App., Bell. civ., II, 16) veniva completato nel 34 a.C. da parte di L. Emilio Lepido Paolo (Dio Cass., XLIX, 42).

Il valore fondante della vittoria di Azio (31 a.C.) nella mitologia del principato, emerge potentemente dalla capillare messa in scena dei simboli di quella impresa, e dalle numerose dediche monumentali che nel Foro salutarono il triplice trionfo celebrato da Ottaviano dal 13 al 15 agosto 29 a.C. (Suet., Aug., 22; Zanker, 1989). Nell'ambito dei festeggiamenti, la dedica da parte dell'imperator Caesar della Aedes divi Iulii e della nuova Curia Iulia (Res gestae, 19; Dio Cass., II, 22), dichiarava - nell'ambiguità della nuova situazione politico-costituzionale - la continuità nelle istituzioni e la «legittimità dinastica» assicurate dal nuovo signore. In onore di Ottaviano si votarono l'arco trionfale già citato (l'unico a ben vedere che abbia qualche possibilità di essere identificato nei resti conservati) e le colonne rostrate fuse col bronzo della flotta tolemaica (Verg., Georg., III, 28-29; Serv., ad loc.). Anche dell'esistenza di quest'ultimo monumento si è spesso dubitato (Castagnoli, 1988b), ma è probabile che a esso appartenga la fondazione (non più Equus Domitiani·. Giuliani, Verduchi, 1987) che marca il centro geometrico della piazza nell'assetto augusteo (Palombi, 1993). Mentre Ottaviano modificava sostanzialmente l'aspetto della tribuna dei Rostri cesariani inaugurati da Antonio aggiungendo alla struttura a emiciclo una tribuna rettangolare (Rostra Augusti: Pompon., in Dig., I, 2, 2, 47; Coarelli, 1985; ma v. N. Purcell, in LTUR, II, 1995, p. 336), i rostri sottratti alle navi di Antonio e Cleopatra, presto elevati a simbolo astratto di quella vittoria (Zanker, 1989), furono esibiti nel corteo trionfale (Prop., II, 1, 34), e affissi sul podio del Tempio del divo Giulio (Dio Cass., II, 19, 1). I «Rostra aedis divi Iulii» di Frontino (Aq., I, 129, 1) sono probabilmente la stessa tribuna del tempio (cfr. Ulrich, 1994), frequentemente rappresentata rostrata su monete dell'epoca e sui Plutei Traianei, sebbene Torelli (1982) e Coarelli (1985) preferiscano ipotizzare una struttura autonoma, antistante al tempio (al posto di quella sorta su questo lato della piazza in età tetrarchica). La diretta connessione con i fondamenti del culto dinastico, coinvolgerà di frequente la tribuna nelle celebrazioni dei funerali imperiali (compreso quello di Augusto: Suet., Aug., 100; cfr. Arce, 1988). La fine della guerra civile e la restaurazione della pace universale vennero celebrate con la chiusura delle porte del Tempio di Ianus Quirinus (l'avvenimento si ripetè tre volte durante il regno di Augusto: Res gestae, 13; cfr. Suet., Aug., 22; Kienast, 1990; per l'epiteto del dio, forse una innovazione di età augustea rispetto al tradizionale Geminus, v. Capdeville, 1973). L'edificio, quadrangolare, non grande, fornito di due porte e ricoperto di bronzo, nella perfetta corrispondenza tra le raffigurazioni su alcune monete neroniane (Hill, 1989) e la dettagliata descrizione di Procopio di Cesarea (Bell. Goth., I, 25), mostra di non aver mai cambiato sostanzialmente aspetto (per un tentativo di ricostruzione: Staccioli, 1980-82; 1982-84 e 1985; il caratteristico rivestimento metallico risale forse a questa epoca: Simon, 1986). In base alle indicazioni topografiche delle fonti letterarie (Liv., I, 19, 2; Sen., Apocol., 9; Ovid., Fast., I, 257 s.; Dio Cass., LXXIV, 13, 3), il santuario è stato localizzato a SO della Curia (Richardson jr., 1978c), o riconosciuto in alcune strutture a cavallo della Cloaca Massima lungo l'Argileto (Lamboglia, 1980) che appartengono invece al Foro Transitorio. Solo recentemente Coarelli (1983) ha proposto di identificarlo nell'avancorpo occidentale della Basilica Emilia. A questa soluzione è pure connessa la questione della natura, del numero e della localizzazione dei giani del Foro Romano (da uno a tre archi detti summus, medius, imus e posti in relazione alla Basilica Emilia, come in genere si ricava da Hor., Epist., I, 1, 53-56 e dai suoi commentatori), sede privilegiata delle attività finanziarie (Andreau, 1987a-b). Il problema è stato in tempi recenti variamente risolto (cfr. Coarelli, 1983; Steinby, 1987). Castagnoli (1987-88) ha invece posto in dubbio il significato di «giano» come arco quadrifronte, in favore di quello originario di fornice, arco, ingresso, e ha proposto di identificare i giani del Foro con i profondi passaggi tra le Tabernae argentariae del portico antistante alla Basilica Emilia. Diversamente, Cozza (1989), attribuisce alle testimonianze antiche un significato più ampio (nome di area o via), e propone di ricollocare di fronte alla Basilica Emilia un frammento della Forma Urbis marmorea, la cui iscrizione andrebbe integrata [I]ANVS.

La generale opera di restauro degli antichi edifici sacri, inaugurata da Ottaviano nel 28 a.C. (Suet., Aug., 30; Res gestae, 20) nell'ambito della riforma religiosa già auspicata da Varrone e Cicerone (Gros, 1987), coinvolse il Tempio dei Lares in summa Sacra Via e quello dei Penates in Velia (Res gestae, 19, 2). Il primo, noto almeno dalla fine del II sec. a.C. (Obseq., 4), connesso all'oscuro Fa- num Orbonae (Cic., Nat. deor., III, 63), e forse in relazione topografica, oltreché calendariale, col Tempio di Giove Statore (Ovid., Fast., VI, 791), scomparve probabilmente nella ripianificazione del quartiere sacraviense successiva all'incendio neroniano. Al contrario, la Aedes deum Penatium, che dall'epoca mediorepubblicana si fa ora risalire a età regia (Zevi, 1981), si provava sul versante occidentale della Velia, lungo la strada diretta alle Carine (Dion. Hal., I, 68, I). Coarelli (1983 e 1986) pensa che il tempio sia stato demolito per la costruzione della Basilica di Massenzio e che il culto dei Penati sia stato in seguito ospitato nelle aule laterali del c.d. Tempio di Romolo (di Giove Statore secondo lo studioso, ma v. Dubourdieu, 1989; Ziolkowski, 1992).

Le impegnative iniziative di adeguamento infrastnitturale della rete stradale italiana, avviate dallo stesso Augusto nel 27 a.C. (Res gestae, 20, 5) e in larga parte affidate a collaboratori (Suet., Aug., 30, 4), vennero commemorate nel Foro, in occasione dell'assunzione della cura viarum urbana nel 20 a.C., con l'erezione del miliarium aureum (Dio Cass., LIV, 8). Il monumentale cippo, recante la distanza dalle maggiori città dell'impero, venne collocato «in capite Romani Fori» (Plin., Nat. hist., III, 66), «sub Aede Saturni» (Suet., Oth., 6, 2), e volle significare, in una visione ecumenica ancorata ai luoghi più antichi e venerabili di R., che lì «finivano» tutte le vie dell'Italia (cfr. Plut., Galb., 24). Anche il successo diplomatico ottenuto nello stesso anno con la restituzione delle insegne che i Parti avevano sottratto a Crasso nel 53 a.C., venne celebrato come un trionfo militare, e al ritorno dalla Siria nel 19 a.C., tra i molti onori decretati ad Augusto (Res gestae, II), c'era pure un arco trionfale da erigere nel Foro. Forse per le stesse celebrazioni venne collocata nella Basilica Emilia una lista onoraria delle legioni dell'impero, di cui la c.d. Colonnetta Maffeiana costituirebbe una replica dell'età di Marco Aurelio (Cosme, 1994).

Circa in questi anni, Agrippa, nel contesto di quella politica edilizia di carattere funzionale e infrastrutturale che a lui il principe aveva riservato, poté intervenire nel quartiere commerciale del Vico Tusco, con la costruzione degli Horrea Agrippiana (Astolfi, Guidobaldi, Pronti, 1978; Bauer, 1978; Roddaz, 1984): l'ampio ed elegante mercato venne destinato alla vendita di articoli di lusso (Morel, 1987) in un'operazione di riqualificazione areale che parrebbe testimoniata anche da alcuni versi di Orazio (Sat., II, 3, 227-229; Epod., 2, I: Palombi, 1996).

Agli incendi che devastarono il Foro nel 14, nel 12 e nel 9 a.C. (Dio Cass., LIV, 24, 2 e 29, 8; LV, 1, 1) seguì un nuovo e generale restauro che coinvolse il Tempio di Vesta (Dio Cass., LIV, 14) proprio mentre Augusto, divenuto Pontefice Massimo (12 a.C.) donava alle Vestali la Domus Publica, sua residenza ufficiale (Dio Cass., LIV, 27, 3; cfr. R. T. Scott, in LTUR, II, 1995, p. 165 s., s.v. Domus Publica) e interessò forse anche la Fonte di Giuturna (Alföldy, 1992). Da questo momento, i lineamenti della politica dinastica perseguita da Augusto emergono in maniera evidente nel legame costantemente ribadito tra i monumenti della piazza e la famiglia imperiale: accanto alla rivalutazione del legame col Divino Cesare (tatticamente oscurato alla fine della guerra civile), si imposero le figure degli eredi designati (Zanker, 1989). Al nome dei principi C. e L. Cesari (la cui adozione, nel 17 a.C., avvenne probabilmente nel Foro come è espressamente testimoniato per Tiberio: Suet., Aug., 65, 1), dedicò la ricostruita Basilica Giulia (12 a.C.; fu detta per breve tempo Basilica Gai et Luci: Res gestae, 20, 3; cfr. Dio Cass., LIV, 27) che allora assunse la forma e le dimensioni definitive (cinque navate precedute da un portico aperto sulla piazza: C. F. Giuliani, P. Verduchi, in LTUR, I, 1993, p. 177 ss., s.v. Basilica Iulia; Lauter, 1982 pensa a un restauro mai completato, e, polemicamente, nemmeno da Tiberio). Nuovi vincoli con la casa imperiale (Dio Cass., LIV, 24; Syme, 1986) consentirono agli Emili di intervenire ancora una volta sulla basilica «di famiglia»: a questa fase appartengono le statue di orientali in pavonazzetto e giallo antico degli avancorpi del primo ordine (Schneider, 1986), che rappresentano il contributo della famiglia - unica tra le contemporanee gentes aristocratiche a poter intervenire nella piazza - alla celebrazione del successo partico. Eppure la fronte del nuovo edificio venne «mascherata» dalla Porticus Gai et Luci (Suet., Aug., 29, 4; lo stesso della στοά Ίούλια di Dio Cass., LVI, 27, 5, e della Porticus Iulia di Schol. in Pers. Sat., IV, 49: Coarelli, 1985; cfr. Carnabuci, 1991), il monumento che precedenti identificazioni connettevano al Tempio del divo Giulio, alla Regia o alla Basilica Giulia. All'avancorpo orientale del vasto portico appartengono le iscrizioni monumentali del 2 a.C. dedicate ad Augusto e ai principi che Frischer (1982-83) riferisce a un sacellum per i Cesari prematuramente scomparsi, e De Maria (1988) attribuisce a un arco onorario sulla Via Sacra a loro dedicato. L'aspetto della nuova Basilica Emilia in questa fase, è quello ancora documentato dai resti archeologici e in parte illustrato da un frammento della Forma Urbis marmorea (cfr. Bauer, 1988; gli elementi della decorazione sono probabilmente quelli disegnati da Antonio da Sangallo il Vecchio: Lehman, 1982). A questi stessi lavori di restauro generale appartiene certamente la nuova pavimentazione della piazza curata dal pretore L. Nevio Surdino (CIL, VI, 1468: 12 a.C.): per i più, il pavimento sarebbe da riconoscere nel lastricato attualmente visibile (Coarelli, 1985), ma un'indagine recente lo ha identificato in lacerti sotto il pavimento attuale, databile invece a età severiana (Giuliani, Verduchi, 1987). Circa nello stesso ambito cronologico, le crisi alimentari verificatesi a R. tra il 5 e il 9 d.C. (cfr. Res gestae, 5, 2) dettarono l'erezione delle Arae Cereris Matris et Opis Consivae nel Vico Iugario (cfr. D. Palombi, in LTUR, I, 1993, p. 261, s.v. Ceres Mater et Ops Augusta, arae).

Nel 7 a.C., per il trionfo sui Germani, Tiberio dedicò de manubiis il Tempio della Concordia e quello dei Castori (Suet., Tib., 20): il compimento dei restauri a molti anni di distanza (i due santuarîvennero rispettivamente dedicati nel 10 e nel 7 d.C.) si giustifica nel tardivo reinserimento di Tiberio nella linea dinastica. Al nuovo Tempio dei Dioscuri, il cui culto facilmente suggeriva assimilazioni con la coppia di principi (Ovid., Fast., I, 705-708; gli stessi contenuti suggeriva l'epigrafe dedicatoria: Alföldy, 1992), appartiene il podio ancora visibile, mentre in elevato il tempio era ottastilo, corinzio, periptero sine postico (Sande, Zahle, 1988; Sande, 1990; Nielsen, Poulsen, 1992). Alla fase tiberiana del Tempio della Concordia (un intervento di Livia nella dedica del tempio, Simpson, 1991, ricava da Ovid., Fast., I, 637 ss.; cfr. Dio Cass., LVI, 25, 1) appartengono i resti del podio tuttora esistente, il cui precario stato di conservazione impedisce di cogliere l'originale fortissimo impatto monumentale sulla piazza sottostante. L'edificio ebbe la caratteristica forma a cella trasversale visibile anche su alcuni coni del 34-37 d.C. (cfr. Cox, 1993), una ricchissima decorazione architettonica (Gaspard, 1979; Talamo, 1983 propone di attribuire al tempio le lesene Della Valle-Medici, ma v. de Caprariis, 1991- 92), e ospitò un'eccezionale collezione di opere d'arte (Becatti, 1973-74) Ia cui composizione parrebbe ispirata ai contenuti culturali e ideologici del principato (Kellum, 1987 e 1990).

La politica monumentale perseguita da Augusto durante il suo lungo regno, priva di un piano unitario e consequenziale, ma plasmata in relazione alle differenti situazioni politiche e all'evoluzione istituzionale e ideologica del principato, aveva sostanzialmente rinnovato la piazza: sul piano urbanistico, l'asse rostri-Colonne aziache-Tempio del divo Giulio conferiva un nuovo ordine alla viabilità e alla disposizione monumentale tradizionale circostante; le funzioni politiche e giuridico-amministrative risultavano sensibilmente ridimensionate in favore dei nuovi fori; l'omogeneità stilistica dell'apparato decorativo dei monumenti esprimeva un messaggio coerente, in cui i valori essenzialmente dinastici del principato sostituivano quelli repubblicani. Al decoro della nuova forensis dignitas, tutti dovevano adeguarsi, e agli abituali frequentatori fu fatto divieto di entrare nella piazza se non convenientemente abbigliati (Suet., Aug., 40); la sacralità del luogo in relazione alla figura del principe, veniva costantemente ribadita dalla solennità delle celebrazioni ufficiali, come quando, all'inizio dell'anno, i rappresentanti del popolo gettavano nel Lacus Curtius offerte per la salute dell'imperatore (Suet., Aug., 37).

La costituzione di un complesso architettonico, monumentale e simbolico rappresentativo del nuovo potere e del tutto funzionale al cerimoniale imperiale, nei suoi aspetti dinastici (adozioni, funerali, divinizzazioni: Zanker, 1989), politici (come per il ricevimento delle ambascerie straniere: cfr. Dio Cass., LVI, 34) o propagandistici (la liberalitas dell'imperatore verso il popolo si esercitava nei congiaria e nelle largitiones: cfr. Nicolet, 1985; Spinola, 1990; Virlouvet, 1995), sanciva la fondamentale fossilizzazione dell'assetto forense, sebbene il trasferimento dell'effettivo centro del potere sul vicino Palatino - che modificò sostanzialmente anche procedure, funzioni e ruolo del Senato (Talbert, 1984) - consentisse al contempo l'accoglimento progressivo nella piazza di alcune attività amministrative ordinarie: gli addetti alla segreteria degli edili curali, c.d. Schola Xanthi, di età tiberiana, sul lato occidentale della piazza (CIL, VI, 103 = 30692); il fiscus già dal I sec. d.C. presso il Tempio dei Castori (luv., XIV, 260-262); le rappresentanze dei municipî nell'area dell'Arco di Settimio Severo e lungo la Via Sacra (cfr. IGUR, I, 70 ss.); gli uffici dell'erario, forse dall'età flavia, nel Portico degli Dei Consenti (Pensabene, 1984); la Cura aquarum nel IV sec. d.C. presso la Fonte di Giuturna (ma v. Bruun, 1989).

Tale strutturazione si ritenne compiuta e definitiva per molti decenni dopo la morte di Augusto e lasciò scarso margine alle iniziative dei suoi successori: comunque, già all'inizio del II sec. d.C., l'area centrale della città aveva raggiunto un livello di totale saturazione edilizia (Gros, 1991). Anche per questa apparente cristallizzazione dell'assetto e della vita dell'antico centro cittadino, la ricerca recente ha sostanzialmente trascurato la storia medio e tardo imperiale del complesso monumentale del Foro (cfr. Zanker, 1972).

L'attività monumentale degli imperatori giulio-claudi intorno al Foro, rientra sostanzialmente nei piani per la progressiva costituzione del complesso del palazzo imperiale (Sommella, Migliorati, 1991). A parte un ulteriore, limitato restauro della Basilica Paulli (Tac., Ann., III, 72: 22 d.C.), durante il principato di Tiberio, soltanto l'arco dedicato dal Senato alla fine del 16 d.C. per il recupero delle insegne di Varo «ductu Germanici, auspiciis Tiberii» (Tac., Ann., II, 41, 1; CIL, VI, 31575 a-c) si aggiunse al panorama monumentale augusteo del Foro. L'arco, che nel motivo della dedica mostrava evidenti analogie con quello partico di Augusto, si identifica abitualmente con i due piloni esistenti a cavallo del Vico Iugario, tra l'angolo NO della Basilica Giulia e il Tempio di Saturno (Coarelli, 1983; Pensabene, 1984; De Maria, 1988), sebbene le strutture rivelino una funzione essenzialmente statica e siano cronologicamente posteriori (LTUR, I, 1993, p. 178).

A Caligola la tradizione letteraria attribuisce il primo ampliamento della residenza imperiale oltre i confini del Palatium (Suet., Cal, 22, 3 e 9). Recenti scavi nell'aula domizianea presso S. Maria Antiqua avrebbero individuato i resti di un vasto atrio (oltre m 26 X 22; le strutture circostanti potrebbero appartenere al tablino e a un peristilio con vasca centrale), orientato come i retrostanti Horrea Agrippiana, che potrebbe appartenere al palazzo di Caligola (Hurst, 1988 e in LTUR, II, 1995, p. 106 ss., s.v. Domus Gai). L'eventuale relazione con l'antistante Tempio dei Castori, che secondo Svetonio avrebbe costituito il vestibolo del palazzo, confermerebbe la notizia che l'imperatore in quel luogo era solito ricevere onori divini (Suet., Cal., 22, 3, cfr. Dio Cass., LIX, 28, 5), e potrebbe rivelare la ripresa di un analogo piano augusteo teso a integrare la stessa piazza del Foro nella residenza imperiale (Wiseman, 1987; cfr. Barrett, 1989). Un ulteriore, sporadico intervento edilizio intorno al Foro, è testimoniato per gli anni finali del regno di Caligola (tra 39 e 42 d.C.), quando i consoli suffetti C. Vibio Rufino e M. Cocceio Nerva (CIL, VI, 1539, 31674) intervennero sull'antico edificio del Carcere erigendo la facciata in blocchi di travertino tutt'ora visibile (cfr. Coarelli, 1985).

L'attività edilizia di Nerone dopo l'incendio del 64 d.C. appare essenzialmente rivolta ai grandi lavori per la realizzazione della Domus Aurea: il vestibolo del palazzo (contenente il celebre colosso: Suet., Ner., 31; Lega, 1989-90; Bergmann, 1993), che un tempo si identificava con i grandi edifici porticati ai lati della Via Sacra, si localizza ora concordemente nell'area del Tempio di Venere e Roma (Colini, 1983). L'inserimento tra Palatino ed Esquilino della nuova, immensa residenza imperiale, assunse i caratteri di una vera pianificazione urbanistica regolare, con l'ampliamento e la rettifica dell'intero sistema viario a E del Foro, e la cancellazione totale del quartiere residenziale aristocratico della Via Sacra. Le indagini archeologiche recenti parrebbero confermare l'appartenenza alla nova urbs neroniana (Tac., Ann., XV, 43; cfr. Hermansen, 1975) dell'impianto urbanistico al confine del Foro (Carandini e altri, 1986; Santangeli Valenzani, Volpe, 1986; Capodiferro, Piranomonte, 1988), già attribuito a Vespasiano (Castagnoli, 1981), e la cui estensione e articolazione possiamo ora meglio apprezzare in relazione ai complessi del Palatino, dell'Oppio e della valle dell'Anfiteatro.

Nella vasta opera urbanistica, edilizia e monumentale avviata intorno al Foro da Vespasiano, e portata coerentemente a termine dal figlio Tito, ricostruire e restituire R. al popolo, volle significare ricostruire e restaurare lo stato dopo la «tirannide» del ferus rex. L'esplicito richiamo all'opera di Augusto (cfr. Isager, 1976) e l'antitetica programmazione rispetto alle realizzazioni neroniane (Sommella, Migliorati, 1991; Torelli, Gros, 1987), si colgono nelle trasformazioni del vestibolo della Domus Aurea, ove la colossale immagine di Nerone venne mutata in quella del Sole (Plin., Nat. hist., XXXIV, 45), e nella destinazione commerciale assegnata agli edifici lungo la Sacra Via (si tratta certamente degli Horrea Piperataria et Vespasiani del Chronogr. a. 354: Castagnoli, 1981), che forse ora è possibile riconoscere in alcuni frammenti della Forma Urbis marmorea (Rodriguez Almeida, 1992).

Alla morte di Vespasiano nel 79 d.C., il fondatore della nuova dinastia venne divinizzato e onorato con un tempio nel Foro, posto quasi di fronte a quello di Cesare. Il Templum divi Vespasiani, iniziato da Tito e completato da Domiziano (Chronogr. a. 354 e Hier., Chron., p. 191), era prostilo, esastilo, corinzio, come viene pure raffigurato sui Plutei traianei (Torelli, 1982; Maier, 1985), su alto podio. Nelle parti conservate (divenute elemento caratteristico del paesaggio del Foro postantico: Nardi, 1987- 88), la decorazione allude alla virtus dell'imperatore divinizzato e alla pietas del costruttore del santuario (De Angeli, 1992); nell’urceus che decora, con altri strumenti sacrificali e attributi sacerdotali, un frammento del fregio del tempio, si è vista l'eco delle venationes celebrate nell'80 per l'inaugurazione del Colosseo descritte da Marziale (Rodríguez Almeida, 1994). Il nuovo tempio venne a occupare lo stretto spazio di risulta tra quelli di Saturno e Concordia, il Tabulano (del quale ostruì pure un accesso) e il Clivo Capitolino, nell'ambito di un unitario progetto di sistemazione di questo angolo della pendice del colle (forse toccato dall'incendio che nell'80 devastò pure il Campidoglio) che vide anche la costruzione del Portico degli dei Consenti, edificio ancora di difficile definizione funzionale (Nieddu, 1985 e 1986: ove si propone di individuare i resti del santuario repubblicano e un restauro adrianeo del portico).

La massiccia attività monumentale intrapresa da Domiziano a R., si esercita nell'area del Foro nei restauri alla Curia, alla Casa delle Vestali, al Tempio dei Castori, e agli Horrea Agrippiana (Chronogr. a. 354; Jones, 1992). Nel settore meridionale dell'area, nel sito già occupato dall'Atrio di Caligola, sorse la grande aula adiacente a S. Maria Antiqua (cfr. Hurst, 1988), certamente in relazione al Palazzo (cfr. la rampa e le tabernae intorno a Giuturna: Steinby, 1993), e per la quale si ripropone l'identificazione con l’Athenaeum, la scuola superiore istituita da Adriano (F. Coarelli, in LTUR, I, 1993, p. 131 s., s.v. Athenaeum), che potrebbe avere un precedente nel Templum Minervae domizianeo da molte fonti localizzano nella zona (al santuario si potrebbero riferire anche IGVR, I, 94-95: Aronen, 1983). Al centro della piazza, il monumento augusteo della vittoria di Azio (trasferito al Campidoglio) venne sostituito nel 91 d.C., dalla colossale statua equestre dell'imperatore: l'esatta posizione dell'Equus Domitiani, descritto dettagliatamente per forma e posizione da Stazio (Silv., I, 1) e rappresentato sulle monete del 95-96 d.C. (H. Mattingly, Coins of the Roman Empire..., cit., II, p. 406 N. 474 ss.), è stata recentemente determinata (Giuliani, Verduchi, 1987).

I lavori domizianei al sommo della Via Sacra, celebrati da Marziale (Spect., 2: Rodriguez Almeida, 1994; cfr. anche Mart., 12, 5), furono volti alla trasformazione del palazzo neroniano e alla monumentalizzazione dell'accesso alla residenza imperiale del Palatino. In questo contesto topografico e monumentale (che coinvolge pure il complesso problema dell'interpretazione dei monumenti raffigurati sul rilievo degli Haterii: Jensen, 1978; Wrede, 1981a; Maier, 1985; Kleiner, 1992; cfr. Kleiner, 1990), un coerente insieme celebrativo e cultuale dinastico sarebbe sorto al sommo della via (Torelli, 1987 che coinvolge nella ricostruzione anche l'arco domizianeo sul c.d. Clivo Palatino, i templi di Iuppiter Stator, Iuppiter Propugnator e Iuppiter Victor di controversa identificazione, e ipotizza l'esistenza di un Arcus divi Vespasiani in Sacra Via summa). Di questo, l'arco dedicato al fratello Tito divinizzato (Pfanner, 1983; cfr. Gjødesen, 1976; De Maria, 1988), costituirebbe uno dei pochi elementi superstiti. Il monumento (non trionfale, ma di consecratio: per l'eventuale funzione di locus sepulturae dell'imperatore prima del trasferimento nel Templum Gentis Flaviae del Quirinale cfr. Arce, 1988) venne innalzato dopo la morte di Tito, nell'81 d.C., per celebrare, accanto all'apoteosi dell'imperatore, anche il grande trionfo giudaico del 71 d.C., che costituisce il tema principale della decorazione (Yarden, 1991; cfr. Holloway, 1987), e, come è stato a più riprese sottolineato, venne considerato la Azio dei Flavi. Soltanto Magi (1982), in base a CIL, VI, 946, ritiene di poter attribuire a Traiano la costruzione dell'arco e al maestro dell'Arco di Benevento la realizzazione dei rilievi. In questo stesso contesto edilizio si inserisce probabilmente la costruzione del santuario di Bacco citato da Marziale (I, 70, 9) lungo la Sacra Via che forse è possibile identificare nei resti di un tempietto circolare lungo il lato meridionale della via, successivamente restaurato da Antonino Pio come testimoniano CIL, VI, 36920 e un medaglione bronzeo dello stesso imperatore (Palombi, 1988; contra Rodríguez Almeida, 1982-83 e 1987-88; cfr. Castagnoli, 1988; per Palmer, 1974 il santuario avrebbe sostituito l'arcaico culto veliense di Mutinus Titinus).

Se le grandiose realizzazioni monumentali di Traiano non trovarono spazio nel Foro, proprio agli anni del suo regno (o all'inizio di quello del suo successore: Taliaferro Boatwright, 1987; Kleiner, 1992) risalgono i Plutei più volte citati, che conservano l'immagine dettagliata del lato meridionale e di alcuni elementi centrali della piazza: ma l'esegesi di taluni aspetti della figurazione e la loro funzione monumentale rimangono ancora problematici (Torelli, 1982; Koeppel, 1986; Giuliani, Verduchi, 1987).

Adriano volle segnare il prospetto veliense della Sacra Via con un complesso maggiore per dimensioni dei fori di Cesare, di Augusto, di Nerva, più vasto dello stesso Foro Romano, costruito nel sito dell'atrio del palazzo neroniano dal quale fu necessario rimuovere il Colosso (SHA, Hadr., 19, 12; per eventuali tracce di questa operazione: Panella, 1985). L'immenso edificio, che racchiudeva al centro di un portico il tempio più grande della R. dell'epoca, concludeva il lungo processo di riconversione della reggia di Nerone, e indicava una nuova linea di sviluppo urbanistico e monumentale a ridosso del Foro successivamente ripresa da Massenzio (per l'interpretazione sim- bolico-urbanologica del sito e della bifrontalità del santuario: Manieri Elia, 1987). La ricerca recente ha saputo ricostruire, dietro le sostanziali modifiche del restauro massenziano, la struttura adrianea del Tempio di Venere e Roma, progettato, come vuole la tradizione antica, dallo stesso imperatore a dispetto delle critiche sollevate dall'architetto Apollodoro di Damasco (Dio Cass., LXIX, 4, 4: ma cfr. Ridley, 1989 anche per la cronologia, tra 120 e 140 d.C.). Il tempio, di aspetto sostanzialmente greco, era decastilo, anfiprostilo, diptero periptero (ventidue colonne sul lato), tetrastilo in antis, su crepidoma, ebbe la cella divisa da una parete rettilinea per accogliere il doppio culto, e un apparato decorativo eseguito da maestranze microasiatiche, forse afrodisiensi (Barattolo, 1973; 1974-75; 1978 e 1982; Cassatella, Panella, 1990). Nella scelta del doppio culto che associava l'idea politico-religiosa ancora recente di Roma Aeterna (la contemporanea istituzione della nuova festa del Natalis Urbis, trasformava le antiche Palilie del 21 aprile: Mellor, 1981), alla figura divina di Venere (già connessa nell'ideologia imperiale alle origini stesse del popolo romano e ora esaltata come Felix, dispensatrice di prosperità e fecondità), Adriano, per la prima e ultima volta, inseriva nel contesto monumentale forense, non un tempio dinastico, ma un vero santuario «nazionale» (cfr. Taliaferro Boatwright, 1987)

Il tempio che il senato decretò per Faustina, moglie di Antonino Pio, morta e divinizzata nel 141 d.C., e venti anni più tardi allo stesso imperatore (SHA, Pius, 6, 7; CIL, VI, 1005), fu tra gli ultimi monumenti che, cancellando un tratto dei portici neroniano-flavi, trovarono spazio a ridosso della piazza. Dopo i Giulio-Claudî e i Flavî, anche gli Antonini ebbero nel Foro il loro culto dinastico: così nel giro di due secoli la piazza aveva visto sorgere lo stesso numero di templi che si eressero nei cinque secoli della repubblica, ma tutti dedicati alla divinità imperiale (cfr. N. Purcell, in LTUR, II, 1995, p. 341). Il tempio, che ancor oggi spicca altissimo all'angolo NE del Foro e appare dettagliatamente rappresentato sulla monetazione dell'epoca (Hill, 1989), nell'architettura e nella decorazione rivela i caratteri classicistici tipici della cultura dell'età antonina (Pensabene, in stampa). Allo stesso Antonino Pio è attribuito il restauro del Graecosta- dium, danneggiato da un incendio (SHA, Pius, 8, 2), piazza o monumento di oscura origine e funzione, forse parzialmente rappresentato in un frammento della Forma Urbis marmorea, e che i Cataloghi Regionari consentono di localizzare a S del Foro, circa alle spalle della Basilica Giulia (cfr. F. Coarelli, in LTUR, II, 1995, p. 372, s.v. Graecostadium).

L'incendio che nel 191 d.C. devastò larga parte del centro cittadino, fu tra le ragioni del vasto impegno edilizio sostenuto da Settimio Severo (193-211). Nel Foro sono documentati i restauri al Tempio di Vesta e alla vicina Casa delle Vestali, nonché alla Tribuna dei Rostri (Verduchi, 1982-84), con strutture forse riferibili al Tempio del Genius Publicus Populi Romani (D. Palombi, in LTUR, II, p. 365 ss., s.v. Genius Publicus/Populi Romani); al santuario si sono attribuiti elementi architettonici del II sec. a.C. in base alla identificazione con il Mundus (Verzar, 1976-77; Coarelli, 1983). I lineamenti di una politica monumentale particolarmente attenta al modello augusteo, si colgono nella realizzazione, dopo circa due secoli, della nuova pavimentazione (Giuliani, Verduchi, 1987), nella collocazione al centro della piazza (meno probabilmente nella zona dell'antico Comizio: F. Coarelli, in LTUR, II, 1995, p. 231 s., s.v. Equus: Septimius Severus) della statua equestre dell'imperatore (l’Equus forse riutilizzò il basamento dell'analogo monumento domizianeo: Giuliani, Verduchi, 1987), e nell'erezione di un arco trionfale commemorante le vittorie partiche dell'imperatore. L'arco trifornice (per la probabile rappresentazione sulla Forma Urbis marmorea: Rodríguez Almeida, 1981), venne eretto nel 203 per Settimio Severo e i principi Geta e Caracalla, sul percorso del corteo trionfale diretto al Campidoglio, presso l'angolo NE della piazza: il monumento, che per posizione e volumetria avviava quel processo di schermatura del perimetro interno della piazza compiuto in età tetrarchica, associa, nel ricco apparato iconografico e nel corredo epigrafico, la celebrazione delle vittoriose campagne partiche (Rubin, 1975) e i motivi della politica dinastica severiana (Desnier, 1993; cfr. Chastagnol, 1984; De Maria, 1988; Koeppel, 1990). Recenti indagini finalizzate al restauro (Nardi, 1982-84 e 1985) hanno evidenziato le tracce della sistemazione della sommità (base della quadriga bronzea e altre statue di coronamento) e dei cornicioni (ringhiere o balaustre) dell'arco in età romana e pure le trasformazioni medievali (Claridge e altri, 1985).

La definitiva caratterizzazione urbanistica e architettonica del Foro deve molto agli interventi promossi da Diocleziano (284-305) dopo il rovinoso incendio che colpì il centro cittadino nel 283 d.C. (Chronogr. a. 354, 148 M). I lavori, che a R. inaugurarono una nuova e intensa stagione di iniziative monumentali in seguito proseguite da Massenzio e che stimolarono la ripresa delle grandi produzioni laterizie (Coarelli, 1986), riguardarono i restauri alla Curia (l'edificio venne totalmente ricostruito nella forma restituita dal ripristino moderno: Morselli, Tortorici, 1989), e alla Basilica Giulia. Indagini recenti hanno rivelato la totale reinvenzione da parte degli architetti dioclezianei, dei valori spaziali della piazza: l'orientamento augusteo (rispettato ancora dagli interventi severiani) venne coniugato all'asse dei fori imperiali, e il punto focale del nuovo equilibrio urbanistico venne materializzato dalla colonna monumentale dell'imperatore (poi di Foca). La piazza venne inoltre schermata e isolata dagli edifici e dalla viabilità circostante, a eccezione del lato rivolto verso la Via Sacra, con l'erezione di elementi colonnati: il margine meridionale venne scandito da una fila di sette colonne onorarie, mentre, sul lato orientale del lastricato, sorse una nuova tribuna per forma e dimensioni in tutto simile ai Rostri augustei, e come quelli coronata da cinque colonne (come si vede rappresentata nel rilievo dell'Arco di Costantino). Proprio sui Rostri augustei sorse il monumento tetrarchico detto dei Decennali, eretto nel 303 d. C., di cui sopravvive una sola base, e che generalmente (Wrede, 1981b) si riteneva monumento indipendente localizzato alle spalle della tribuna (Giuliani, 1983; Giuliani, Verduchi, 1987).

La qualità e il significato politico-ideologico del programma monumentale realizzato da Massenzio sulla Velia, è testimoniato non tanto da una tradizione storica lacunosa e manipolata, quanto dalla grandiosità dei resti ancora visibili. Il piano prevedeva la radicale ristrutturazione del settore orientale della Via Sacra, il restauro del Tempio di Venere e Roma e la costruzione di una immensa Basilica (Aur. Vict., Caes., XL, 6; Fiore, 1981 ha parlato di «Foro di Massenzio»; Coarelli, 1986; Cullhed, 1994). La Basilica Nova (meglio nota sotto il nome di Costantino, al quale generalmente si attribuiscono le aggiunte del nuovo ingresso dalla Via Sacra e dell'abside assiale), rappresenta un eccezionale esempio di architettura voltata (oltre 6000 m coperti, con una altezza massima di 35 m). L'edificio venne eretto nell'area dei domizianei Horrea Piperataria (Chronogr. a. 354, 146 M), asportando un'ulteriore porzione della Velia, forse dopo il 307 e sotto la cura del prefetto urbano Attio Insteio Tertullo (praepositus fabricae in CIL, VI, 1696). Alla basilica si propone di attribuire funzioni di aula giudiziaria del Prefetto Urbano, la cui sede, a partire dal IV sec. d.C., andrebbe localizzata poco lontano (Coarelli, 1986 e in F. Coarelli, in LTUR, I, 1993, p. 170 ss., s.v. Basilica Costantiniana, B. Nova). Anche l'edificio circolare noto come Tempio di Romolo (iniziato nel 310- 311 d.C.), appartiene a questo programma e ha rivelato, a uno studio analitico recente (Fiore, 1981), l'originaria struttura a fronte rettilinea, poi resa curva nell'adeguamento costantiniano (al quale apparteneva CIL, VI, 1147). Rimane di fatto irrisolto il problema dell'eventuale identificazione del monumento con quello rappresentato in quattro serie monetali datate 309-312 d.C. (Talamo, 1981), che per alcuni sarebbero da riferire al mausoleo di Romolo (il figlio di Massenzio morto nel 309) sull'Appia (Castagnoli, 1983), e per altri al monumento sulla Via Sacra, sebbene questo sia stato interpretato talvolta come ricostruzione mas- senziana del tempio di Giove Statore (Coarelli, 1983 e 1986), o come monumento dinastico della famiglia imperiale (Luschi, 1984 pensa a una sorta di Templum Gentis Valeriae).

La sostanziale riprogettazione, dopo i danni provocati dall'incendio del 307 d.C., del Tempio di Venere e Roma (ai lavori avrebbe preso parte l'architetto Pericle di Milasa di Caria: Burkert, 1992; contra Nollé, 1995), che allora ebbe le celle coperte a volta e terminate da absidi, e un apparato decorativo totalmente rinnovato, concluse questa breve ma intensissima stagione di rinascita monumentale del centro cittadino. I valori politici e ideologici espressi in questo monumento dall'imperatore che volle essere celebrato come conservator urbis suae (C. H. V. Sutherland, R. A. G. Carson, The Roman Imperial Coinage, vi, Londra 1967, p. 382, nn. 258-263, 278-280 e CIL, VI, 1223), non appartennero al suo vincitore e successore il quale già pensava a una nuova Roma.

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(D. Palombi)

d) Fori imperiali. - In età repubblicana la zona dei Fori imperiali era costituita da un quartiere delimitato a E dalla Velia, a O dalla sella che univa Campidoglio e Quirinale (su cui correvano le Mura Serviane) e a S dalle strutture pubbliche che contornavano la piazza del Foro; nessuna soluzione di continuità è attualmente nota verso i quartieri settentrionali. L'articolazione pre-imperiale della zona è stata solo recentemente oggetto di studi analitici: essa appare divisa a metà da un percorso certamente molto antico, ma a noi noto al massimo nella sua versione augustea. Secondo una recente ipotesi (Tortorici, 1989) il nome di Argiletum, che tradizionalmente individuava questa strada, non designa l'asse viario, ma l'intera zona da esso percorsa. È stato inoltre possibile mettere a fuoco una specializzazione funzionale del quartiere: nella sua metà orientale vanno certamente collocati i fora commerciali (Piscatorium, Cuppedinis, Coquinum), noti dalle fonti. In seguito all'incendio del 211 a.C. l'area venne ristrutturata (Liv., XXVIII, il, 16) e l'intero complesso sarebbe divenuto un macellum, pur mantenendo i diversi settori le antiche denominazioni. A questi edifìci commerciali sono stati attribuiti i resti di un'area aperta, con pavimentazione di peperino, verosimilmente circondata da colonne (si è rinvenuto un plinto), orientata come la Basilica Emilia e datata alla fine del III sec. a.C. o agli inizî del II (Morselli, Tortorici, 1989). All'estremità E del settore va posizionata la Cometa, probabilmente una località più che una strada, che prendeva il nome da un antico boschetto di cornioli e che fu poi obliterata dal Templum Pacis. A O della strada tradizionalmente designata come Argiletum dobbiamo invece ricostruire un quartiere residenziale: le fonti ci parlano di costosi espropri attuati da Cesare e da Augusto per la costruzione dei loro fori (Cic., Att., IV, 17, 7; Suet., Aug., 55). A una di queste case, fra le quali dobbiamo annoverare ancora una volta proprietà di Cicerone e di suo fratello Quinto, è stato recentemente attribuito un cortile con portico a pilastri situato sotto la sede dei Cavalieri di Malta; l'edificio, che sorge sull'ultimo resto della sella verso il Quirinale, è stato ipoteticamente identificato, sulla base delle fonti (Ovid., Pont., IV, 5, 9-10; 15, 15-20), come parte della casa di Sesto Pompeo, console del 14 d.C.

Altre testimonianze dell'antico quartiere sono venute in luce presso la Porticus Absidata adiacente al Foro Transitorio: si tratta di alcuni muri in laterizio da attribuire a un gruppo di tabernae orientate NE-SO. Il quartiere mostra peraltro un orientamento preciso e disposizione regolare: tutti i resti rinvenuti sono infatti uniformemente orientati NE-SO, a esclusione della fascia più direttamente legata alle sistemazioni della Basilica Emilia. Forse ancora in questo quartiere va posizionato l’Atrium Libertatis, la sede dei censori, la cui collocazione sulla sella fra Campidoglio e Quirinale, all'interno delle Mura Serviane, in rapporto con la Porta Fontinalis ipotizzata da Castagnoli, è stata recentemente messa in dubbio. L'inserimento del Foro di Cesare iniziò un processo di sconvolgimento nel quartiere dell’Argiletum che si concluse solo un secolo e mezzo più tardi, con il completo stravolgimento urbanistico, funzionale e altimetrico di tutta la zona.

Foro di Cesare. Se la planimetria generale del Foro di Cesare e del Tempio di Venere Genitrice sono noti fin dai grandi scavi degli anni '30, gli studi e gli scavi di epoca più recente hanno permesso di precisare le fasi costruttive del monumento. Uno degli aspetti più discussi negli ultimi tempi è la data di concepimento del progetto: è infatti opinione comune che vada riferita ai preliminari per la costruzione del foro una celebre lettera di Cicerone del 54 a.C. (Att., IV, 17, 7). L'oratore parla dell'acquisto di proprietà private per sessanta milioni di sesterzi, per allargare il Foro Romano fino all'Atrium Libertatis, in funzione di un certo monumento. Secondo l'opinione di alcuni studiosi (Purcell, 1993; Ulrich, 1993) questa fonte è troppo antica per essere riferibile al Foro di Cesare (il Tempio di Venere Genitrice fu votato nel 48 a.C.), e testimonia semplicemente un allargamento del Foro Romano.

L'attuale aspetto del foro è il frutto di cospicui restauri eseguiti con materiali pertinenti all'ultima fase del complesso. Alla sua inaugurazione, nel 46 a.C., il portico che circondava la piazza era costituito da colonne di diametro maggiore di quelle attualmente rimontate, che poggiavano su basi di tipo attico semplice, senza plinto. Secondo una recente ricostruzione (Amici, 1991), l'intero settore delle tabernae in peperino non era stato ancora realizzato al momento dell'inaugurazione: il portico era chiuso da un muro in blocchi di travertino (ora completamente scomparso, ma di cui resterebbero tracce in fondazione), al quale si addossò la fronte delle tabernae. Il colonnato interno del portico, sulla piazza, aveva un intercolumnio doppio di quello attualmente apprezzabile. Il tempio, periptero, esastilo, picnostilo, nelle proporzioni e nella planimetria non fu alterato dai successivi interventi, che invece ne ricostituirono completamente l'arredo architettonico, anche se una recente ipotesi (Ulrich, 1993), che attribuisce il tempio attuale solo a un ulteriore stadio dei lavori, ha voluto riconoscere una prima fase con planimetria molto simile al Tempio del divo Giulio nel Foro. Il lato orientale del foro intaccava le pendici della sella tra Campidoglio e Quirinale, al punto che l'abside del tempio venne costruita contro terra. Altre absidi furono realizzate in corrispondenza della testata orientale dei portici laterali e ai lati del podio del tempio, una scelta che, certamente dettata da necessità strutturali, fu adottata in seguito come motivo architettonico.

In concomitanza e dopo l'inaugurazione, i lavori nel complesso continuarono: tacitate le resistenze del senato manifestate subito dopo la morte di Cesare, fu possibile completare il progetto con l'inserimento della Curia Iulia nel nuovo foro. La nuova sede del senato, inaugurata nel 29 a.C., doveva occupare una posizione sostanzialmente non dissimile dall'edificio dioclezianeo attualmente visibile, ma di essa mancano indicazioni sull'articolazione architettonica. Con la Curia Iulia viene normalmente identificata la raffigurazione di una moneta augustea in cui è riprodotto un edificio con portico addossato sulla fronte e sui lati. Insieme con la Curia fu costruito anche il Chalcidicum, un vestibolo o atrio porticato, la cui localizzazione è stata oggetto di varie ipotesi: sul lato sinistro della Curia (Castagnoli, 1960; Bartoli, 1963); sulla sua fronte, identificando quindi l'edificio con il portico frontale (Zevi, 1971); sul retro di essa, ipotizzando che con Chalcidicum vada inteso il portico orientale del Foro di Cesare (Lamboglia, 1980; Morselli, Tortorici, 1989). Questo stesso edificio ospitò una statua di Minerva che gli valse la denominazione di Athènaion (Dio Cass., II, 22, 1) o Atrium Minervae, nota dai Cataloghi. Alla fase augustea dei lavori va probabilmente ascritta la costruzione del sistema di tabernae che collega il portico al c.d. Clivo Argentario; una recente ipotesi (Morselli, Tortorici, 1989) attribuisce a questa fase anche la sistemazione dell'intero lato O, con la fronte sull'Argileto, e la riduzione dell'intercolumnio sul lato interno del portico, variazione che altri inseriscono invece fra i restauri del foro posteriori all'incendio di Carino, del 283 d.C. (Amici, 1991). Del portico di affaccio sull'Argileto rimangono in situ, inglobate nel muro laterizio dioclezianeo, una base attica con plinto, e parte di una colonna rudentata.

Davanti al podio del tempio, presso gli angoli, due bacini marmorei di fontane, collegati da un muro in laterizio (che però potrebbe essere estraneo alla struttura della fontana) non appartengono alle prime fasi della sistemazione del foro, ma a un intervento più tardo, forse adrianeo. La cronologia impedisce una diretta identificazione di queste strutture con la fontana delle Appiadi ricordata da Ovidio (Ars, I, 81), ma non è escluso che esse possano sostituire un apprestamento più antico. Dell'arredo architettonico di queste prime due fasi del complesso rimangono poche testimonianze: oltre ai resti del portico sull'Argileto, inglobati nel muro dioclezianeo, sono stati trovati due capitelli di pilastro probabilmente da attribuire all'ordine decorativo dell'abside di chiusura del portico e i plinti in peperino della peristasi interna della cella del tempio. Ciò che conosciamo del tempio risale quasi totalmente alle ristrutturazioni traianee: fu ridedicato infatti, insieme con la Colonna Traiana, nel 113. In connessione con lo sbancamento della sella fra Campidoglio e Quirinale e con la costruzione del Foro di Traiano viene ridisegnato tutto il lato NO del foro, forse in continuità con un progetto di restauro già avviato da Domiziano. La liberazione del lato di fondo del tempio lasciava scoperta l'abside, originariamente addossata al terreno vergine: ne deriva l'adozione di un'inedita soluzione di copertura a timpano ridotto. Le pareti esterne della cella, rivestite di lastre di marmo a imitazione dell'opera quadrata, erano scandite all'esterno da lesene fra le quali vanno collocati pannelli con amorini. All'interno un colonnato si addossa alle pareti, con trabeazione continua al primo ordine e articolata al secondo. Ai lati dell'abside dovevano aprirsi nicchie sormontate da timpani. In corrispondenza dell'arco dell'abside e ai lati della porta d'ingresso dovevano essere collocate le decoratissime basi di lesena e di colonna, una delle quali fu riutilizzata in S. Giovanni in Laterano (Amici, 1991).

La c.d. Basilica Argentaria viene a costituire la continuazione del portico che prima si concludeva con un'abside sulla pendice della sella. Si tratta di un edificio a pilastri a due navate realizzáto in peperino e laterizio che si eleva per due piani nel tratto più vicino (con tabernae di affaccio al secondo piano sul c.d. Clivo Argentario) e che mostra una sistemazione a terrazza praticabile sul tetto delle navate del portico, nel tratto più vicino all'esedra del Foro di Traiano.

Gli ultimi interventi nel Foro di Cesare risalgono alle sistemazioni che seguirono l'incendio del 283. A questa fase - come si è visto - viene attribuito il dimezzamento dell'intercolumnio del colonnato interno del portico (Amici, 1991; diversamente Morselli, Tortorici,. 1989), ma anche una risistemazione dell'accesso dall'Argileto, in cui si ipotizzano, sulla base dei disegni del Sangallo, un passaggio architravato e uno arcuato. La Curia Iulia fu completamente ricostruita nelle forme in cui oggi - sia pure in un radicale restauro - la vediamo. L'intervento che mutò profondamente la fisionomia del foro fu la chiusura di tutto il fronte NO realizzata mediante un muro continuo che inglobò anche il pronao del tempio. Per i passaggi laterali, verso la strada che costeggia il Foro di Traiano, si ipotizzano due arconi: ne viene una facciata che ricorda inequivocabilmente il palazzo di Diocleziano a Spalato (Amici, 1991).

Foro di Augusto. In continuità con il Foro di Cesare si deve porre il progetto del Foro di Augusto, nato a seguito del voto del Tempio di Marte Ultore, formulato nel 42 a.C. per la battaglia di Filippi, con chiaro riferimento alla vendetta dell'assassinio di Cesare. Il foro fu inaugurato nel 2 a.C.; il giorno esatto della dedica, importante anche perché connesso con la celebrazione dei Ludi martiales, e oggetto di lunghe discussioni a causa di una contraddizione nelle fonti (12 maggio: Ovid., Fast., V, 545 ss. e numerosi calendari; 1 agosto: Dio Cass., LV, 10, 6-8), sembra ormai definitivamente risolto a favore del 12 maggio (Alföldy, 1992). L'architettura generale del complesso è venuta in luce a seguito della demolizione del quartiere alessandrino, avvenuta negli anni '30 per la costruzione di Via dei Fori Imperiali, ed è stata allora riassunta nel plastico ricostruttivo di I. Gismondi. L'analisi tecnica del monumento effettuata da studiosi tedeschi nel corso degli anni '80 ha consentito di apportare alcuni aggiornamenti a quella ricostruzione. È possibile precisare (Bauer, 1985) il sistema di copertura dei portici laterali che, pur sostenendo un tetto a capriata, avevano un soffitto a volta impostato sulla cornice del primo ordine; l'attico del portico, con le cariatidi alternate alle lastre con i medaglioni di Zeus Aminone, nascondeva l'intercapedine fra tetto e soffitto. La copertura delle esedre doveva essere con tetto a unica falda, mentre il soffitto, piano, si impostava sulle pareti con una sezione di volta a padiglione. Si è inoltre esaminato il complesso sistema di rivestimento marmoreo che, animando le pareti, assumeva talora un ruolo dominante, come nel caso dei due passaggi nel muro settentrionale ai lati del tempio, che - grazie ai rivestimenti - assumono l'aspetto di due veri e propri archi.

Del Tempio di Marte Ultore restano ancora in situ tre colonne della peristasi; lo studio dei frammenti marmorei rinvenuti nella zona ha permesso una ricostruzione grafica della decorazione architettonica dell'intero ordine. Osservando alcuni particolari si è supposto (Wesenberg, 1984) che il profilo delle basi attiche di queste colonne sia stato mutuato dai Propilei dell'Acropoli di Atene, secondo quel processo di emulazione classica che fece realizzare anche i calchi delle cariatidi dell'Eretteo per l'ordine superiore dei portici laterali. Con l'aiuto delle riproduzioni rinascimentali dei resti del tempio si è arrivati a comprendere anche l'articolazione interna della cella (Ganzert, 1985 e 1988): al ritmo delle colonne scanalate corrispondevano semipilastri addossati alla parete; gli elementi portanti, poggianti su basi ioniche doppie, sostenevano capitelli figurati in cui, al posto delle volute, comparivano cavalli alati. Non è ancora sicura la collocazione di alcune di queste basi, sia di colonna sia di pilastro, che presentano una ricchissima decorazione. Solo recentemente è stato riconosciuto un frammento dell'iscrizione dedicatoria del tempio, che va collocata sulla fronte, in uno spazio epigrafico liscio e inclinato verso il basso che interrompe l'articolazione in tre fasce dell'architrave (Alföldy, 1992). Incerta la collocazione di un fregio con peplophòroi che sostengono ghirlande, della cui iconografia si ha ora una corretta ricostruzione: si suppone possa appartenere alla cella del tempio (Colini, 1978), ma forse anche all'aula del Colosso (Rockel, 1985). Sull'alto podio situato nell'abside della cella si trovavano le statue di Marte e Venere la cui iconografia è stata riconosciuta in un rilievo ad Algeri; la presenza in questo rilievo di un terzo personaggio, identificato con il divo Giulio (Zanker, 1968), ma anche con Hesperus (Simon, 1981), ha fatto supporre che all'interno del tempio vi fosse, sul podio, una terza statua, di cui però le fonti non danno notizia. Una variante del Marte Ultore è conservata nel Museo Capitolino. Il penetralis (Res gestae, 29), dove erano conservate le insegne perdute da Crasso e restituite dai Parti nel 20 a.C., va probabilmente identificato con la cella o con l'abside stessa del tempio (Zanker, 1968; Gros, 1976; Ganzert, 1985), ma si è anche ritenuto, con minore probabilità, che potesse trattarsi di un ambiente di risulta adiacente all'abside (Colini, 1978). L'aspetto generale del tempio ci è noto grazie ai rilievi claudi della c.d. Ara Pietatis (v.), dai quali possiamo avere soprattutto un'idea del frontone: al centro compare la figura del dio, ai cui lati si è proposto di riconoscere - a destra - Venere, Romolo e la personificazione del Palatino, e - a sinistra - Fortuna, la Dea Roma e la personificazione del Tevere (Zanker, 1968).

Sulla base dei luoghi di rinvenimento delle iscrizioni e della descrizione ovidiana del foro (Fast., V, 545 ss.) si è proposto di localizzare nell'esedra occidentale il ciclo di Enea e i re di Alba, e in quella orientale Romolo con i summi viri della repubblica. Enea era raffigurato nella fuga da Troia, con il padre sulla spalla sinistra e il piccolo Ascanio per mano, alla sua destra; la descrizione virgiliana della fuga dell'eroe fa, verosimilmente, riferimento a questo gruppo marmoreo noto da varie repliche. Romolo era invece rappresentato mentre tiene gli spolia opima, raffigurati come vessilli, in diretto rapporto con le insegne conservate nel tempio. Da un passo di Velleio (II, 39, 2), recentemente messo in relar zione con una base iscritta rinvenuta presso l'angolo NE del foro che ricorda una statua d'oro offerta dalla provincia Baetica, possiamo ora evincere la presenza di un ciclo statuario che raffigurava i popoli sottomessi da Augusto, verosimilmente realizzato in oro (Alföldy, 1989 e 1992). La presenza di statue di personaggi storici anche lungo i portici e non solo nelle esedre è attestata da un'iscrizione che cita una statua di Gracco ad columnam quartam proxume gradus (Camodeca, 1986). Un importante gruppo di documenti, fra cui rientra l'iscrizione, attesta l'intensa attività giuridica svolta nel foro, in accordo con quanto ricordano le fonti circa le esigenze che determinarono la costruzione dei nuovi fori imperiali; all'interno del complesso dovevano trovare luogo verosimilmente anche i tribunalia dei pretori. Nell'aula che chiude a Ν il portico occidentale era alloggiata la statua colossale di Augusto. Un'interessante ipotesi (Menichetti, 1986) ha proposto di attribuire al Colosso una testa del principe conservata ai Musei Vaticani: alcuni particolari farebbero datare l'opera all'età di Claudio; nello stesso intervento si sarebbero rilavorate le teste di Alessandro nei due famosi quadri di Apelle, probabilmente conservati proprio nell'aula del Colosso, sostituendo i tratti del sovrano macedone con quelli di Augusto.

Il confronto fra il complesso del foro con il primo grande intervento monumentale del princeps, il santuario di Apollo Palatino, è significativo per l'analisi dell'evoluzione della politica d'immagine di Augusto. Nel santuario del 29 a.C. il princeps dichiara il suo programma politico attraverso un preciso insieme di richiami alla vittoria finale e alla pace che si è così inaugurata, legata alla sua persona e attraverso di lui proposta alla cittadinanza. Nel 2 a.C., al momento della inaugurazione del foro, il potere di Augusto è ormai ben saldo, e il programma verte fondamentalmente su due aspetti: quello trionfale da un lato, espresso con un sottile gioco di identificazioni fra il princeps e Marte, e quello dinastico dall'altro: il Tempio di Marte fu infatti consacrato da Augusto insieme con i due nipoti, Gaio e Lucio (Dio Cass., LV, 10, 68), che probabilmente ebbero in questa occasione la presentazione ufficiale come eredi del princeps (Alföldy, 1992). Ancora in questa logica dinastica e «familiare» si inquadrano i primi interventi post-augustei nel complesso: Tacito (Ann., II, 64) ricorda che il senato nel 19 d.C. decretò la costruzione di due archi in onore di Germanico e Druso Minore, l'uno adottato, l'altro figlio naturale di Tiberio, ai lati del Tempio di Marte Ultore. Dell'arco di Druso, sul lato E del tempio, rimangono importanti parti dell'iscrizione.

Templum Pacis . Con la costruzione dei primi due fori imperiali si determina una situazione topografica che resterà immutata per circa ottanta anni: i due grandi complessi monumentali hanno occupato la zona del quartiere residenziale repubblicano a O dell'Argileto (inteso come strada), mentre a E continuano a vivere i grandi complessi commerciali repubblicani. Non sappiamo nulla della sistemazione dell'asse viario in questo periodo, in particolare in rapporto all'accesso al Foro di Augusto.

Il Templum Pacis fu inaugurato da Vespasiano nel 75, nella zona precedentemente occupata in larga parte dalla Cometa. Sicuramente il grandioso complesso dovette distruggere anche parte delle strutture del quartiere commerciale, ma è piuttosto improbabile che la sua planimetria sia stata in qualche modo condizionata dalle preesistenze, visto che per la sua realizzazione si procedette addirittura alla rettifica delle pendici della Velia. Il complesso monumentale dedicato da Vespasiano alla Pace è certamente il meno conosciuto dei «Fori imperiali». La sua articolazione generale è nota, per l'età severiana, dalla Forma Urbis marmorea, nella quale si riconosce una piazza approssimativamente quadrata, circondata da portici su tre lati. Nell'area centrale la pianta mostra alcune serie di rettangoli allungati, interpretati unanimemente come aiuole. Al centro del lato orientale, affiancato da altri ambienti adiacenti a destra e sinistra, si trovava il tempio, un vero e proprio unicum architettonico: si tratta infatti di un'aula absidata aperta, mediante un colonnato, sul portico, che viene a costituire una sorta di pronao; la facciata aggetta dunque dal colonnato del portico senza che vi sia però una reale soluzione di continuità. Di fronte a questo singolare tempio la pianta marmorea colloca un altare. L'analisi degli scarsi resti rinvenuti nell'area del Templum Pacis ha permesso di ricostruire l'affaccio di esedre quadrate sui portici laterali; una di queste esedre è stata individuata nelle fondazioni della Torre dei Conti, mentre alcune parziali indagini condotte nell'area fra Templum Pacis e Basilica Emilia hanno suggerito una ricostruzione non di singole esedre quadrate, ma di gruppi di tre ambienti (Bauer, 1977). La pianta marmorea rappresenta il lato O del complesso come un muro continuo con colonne addossate sul lato interno. È questo uno degli errori certi nell'incisione della pianta: le colonne, le c.d. «Colonnacce», perfettamente conservate, si trovano sul lato occidentale del muro e costituiscono il «portico» del Foro Transitorio. Si è supposto (Anderson, 1984) che la mancanza di portico su questo lato del Templum Pacis sia il risultato dell'inserimento del Foro Transitorio: nella prima fase doveva esservi un portico anche sul quarto lato, e a esso vanno probabilmente attribuiti alcuni resti di fondazioni presso il Tempio di Minerva. La parte archeologicamente meglio conosciuta del complesso, ove erano raccolte numerose opere d'arte, è l'aula in seguito occupata dalla Basilica dei Ss. Cosma e Damiano, l'unica rimasta di quella serie di ambienti che, disponendosi accanto al tempio, occupavano l'intero lato occidentale del complesso. L'aula, nella quale si è proposto di identificare la biblioteca ricordata dalle fonti (Gell., V, 21, 9; XVI, 8, 2; SHA, Trig, tyr., 31, 10), mostra pesanti restauri effettuati a seguito dell'incendio del 192. Nel corso di questi interventi di restauro fu anche sistemata sulla parete (attualmente) esterna dell'ambiente, la grande pianta marmorea. Non è escluso che essa abbia sostituito una precedente forma, forse da attribuire proprio a Vespasiano, andata distrutta nell'incendio.

Foro Transitorio. Opera di Domiziano, si inserisce nello spazio rimasto fra il Templum Pacis e il Foro di Augusto, occupando in pratica la sede dell’Argiletum (inteso come strada). I lavori terminarono solo dopo la morte dell'imperatore e il complesso fu inaugurato dal suo successore, Nerva, nel 98.

L'architetto, verosimilmente il celebre Rabirio, mostra anche qui, come sul Palatino, una grande capacità di sfruttare situazioni condizionate dalle preesistenze: nella piazza stretta e lunga, priva di spazio per i portici laterali, si adotta la soluzione delle colonne accostate alle pareti; esse però, invece dell'usuale trabeazione continua, che avrebbe accentuato l'effetto «corridoio» provocato dalla forma della piazza, sostengono una trabeazione articolata, che rientra fino al muro di fondo in corrispondenza degli intercolumni: le linee prospettiche vengono così spezzate, rallentando il percorso ottico e «allargando» la piazza. È stato osservato (Bauer, 1976-77) che, nel tratto di colonnato attualmente in luce, gli intercolumni misurano larghezze diverse (m 6,80 e m 5,25); non è chiaro se l'accorgimento sia stato adottato per un'esigenza particolare in quel punto o continuasse su tutti i lati lunghi: in questo secondo caso la monotonia della successione degli elementi verticali era stemperata dall'alternanza di due diverse larghezze dell'intercolumnio. Un breve tratto di tale complessa articolazione laterale si conserva in alzato (le «Colonnacce»): il fregio figurato segue l'andamento spezzato dell'architrave, come anche l'attico, i cui avancorpi dovevano probabilmente sostenere statue di bronzo (ne rimangono gli incassi sul piano d'appoggio). Fra gli avancorpi dell'attico, al centro, erano pannelli con le raffigurazioni di divinità: nel tratto conservato compare Minerva elmata, ma senza egida e con una cintura teatrale; anche il fregio sottostante è in gran parte dedicato ai molteplici aspetti della dea, che vi appare come vendicatrice nella scena della punizione di Aracne e come patrona dei lavori femminili nelle scene di tessitura. Altre divinità femminili sono raffigurate nelle parti estreme del fregio conservato (si riconosce con sicurezza Venere), per le quali si è recentemente proposto un riferimento alle virtù imperiali (D'Ambra, 1993; v. per altre interpretazioni Picard- Schmitter, 1965; Schurmann, 1985).

Ancora in funzione dell'espansione laterale dello spazio dobbiamo porre la curvatura dei lati corti della piazza. Il Tempio di Minerva, esastilo, corinzio, con ordine di colonne addossato alla cella, occupa il centro del lato N, addossandosi all'esedra orientale del Foro di Augusto; le anomalie determinate da questo addossamento erano nascoste da un muro che chiudeva il tempio da entrambi i lati all'altezza della fronte della cella e costituiva il limite settentrionale della piazza. Si è supposto che questo muro inglobasse completamente il tempio, superando anche il tetto, per impedire la vista dei volumi retrostanti (Bauer, 1977). Della statua di culto rimane probabilmente una menzione del XII sec. che la ricorda armata e già acefala (Schurmann, 1985). Nel settore NO del foro sono venuti in luce alcuni resti anteriori all'impianto finale del complesso: si tratta di lastroni marmorei su fondazioni di travertino (all'interno del podio di Minerva), e fondazioni in cementizio curve, certamente mai utilizzate in alzato, che ripetono, poco più a S, l'andamento del muro di chiusura ai lati del tempio. I lastroni sono stati interpretati come resti del portico di affaccio del Templum Pacis sull'Argileto prima della costruzione del Foro Transitorio (Anderson, 1984), oppure come la testimonianza di un primo progetto del Tempio di Minerva, ipotizzato più stretto e più avanzato rispetto a quello finale. Le fondazioni curve rappresenterebbero una prima sistemazione di chiusura in relazione con questo tempio (Bauer, 1988).

Pulizie effettuate sul lato S del foro hanno portato in luce una grande fondazione cementizia di cui sono visibili attualmente solo tre lati. Si è ipotizzato (Bauer, 1976-77 e 1977) che questa potesse sostenere un Tempio di Giano, che alcune fonti sembrano localizzare nel Foro Transitorio (unico riferimento esplicito in Serv., Aen., VII, 607; più genericamente Mart., X, 28, 3; Stat., Silv., IV, 3, 9; attribuite a questo ipotetico tempio anche fonti tarde e medievali: Procop., Bell. Goth., I, 25; Ordo Benedicti, in R. Valentini, G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, III, Roma 1946, p. 219). Oltre a questi passi un'altra serie di fonti propone diverse localizzazioni del sacello: «ad infimum Argiletum» (Liv., I, 19, 2; lo stesso Serv., Aen., VII, 607), fra Foro Romano e Foro di Cesare (Ovid., Fast., I, 258), «in foro» (Sen., Apocol., 9), davanti alle porte della Curia (Dio Cass., LXXXVII, 13, 3; Procop., loc. cit.). Il Bauer ritiene che un primo arco-porta fondato da Numa (Liv., I, 19, 2; Plut., Num., 20; Varro, Ling. lat., V, 65), sarebbe stato in seguito sostituito dal tempio del Foro Transitorio. I recenti scavi hanno però escluso che la grande fondazione meridionale del Foro Transitorio sia vissuta oltre il V sec. d.C., e anzi è assai probabile che essa non sia mai stata utilizzata (Morselli, Tortorici, 1989): all'ipotetico tempio del Bauer non possono quindi essere attribuiti i passi di Procopio e le fonti medievali. Secondo un'altra ipotesi sostenuta da Coarelli, l'insieme delle fonti obbliga a ipotizzare due diversi luoghi di culto: il vetusto sacello fondato da Numa e riprodotto in alcune monete neroniane, che andrebbe individuato in un piccolo ambiente laterizio, evidentemente un rifacimento tardo, situato presso l'angolo SO della Basilica Emilia (a esso andrebbe quindi attribuito il passo di Procopio), e il sacello o tempio costruito nel Foro Transitorio. L'interpretazione della grande fondazione meridionale del Foro Transitorio resta dunque ancora aperta e con essa anche la valutazione finale del progetto architettonico del foro. Sarà compito degli scavi attualmente in corso appurare se non sia possibile attribuire la fondazione del lato meridionale (del presunto Tempio di Giano) e le fondazioni del lato curvo settentrionale, tutte apparentemente mai utilizzate, a un primitivo progetto che abbia previsto un foro leggermente più corto con il Tempio di Minerva al centro del lato meridionale. In questo cáso i lastroni marmorei rinvenuti nel podio del tempio effettivamente realizzato sarebbero verosimilmente lo stilobate del portico ipotizzato da Anderson (1984).

Connessa con il Foro Transitorio è anche la Porticus Absidata, menzionata dai Cataloghi Regionarî nella Regione IV, e riconosciuta nel portico a pilastri a forma di ferro di cavallo che risulta tangente al Tempio di Minerva: di essa è stata proposta una ricostruzione architettonica (Bauer, 1983) ad arcate su pilastri, decorati con lesene addossate. Un secondo piano è ipotizzato nel solo settore centrale dell'edificio, per nascondere, ancora una volta, le saldature tra i volumi del Tempio di Minerva e del Foro di Augusto. Sembra accertato che la porticus faccia parte del progetto originale del Foro Transitorio (Bauer, 1983); essa si rivela dunque come una geniale soluzione architettonica per sfruttare lo spazio di risulta lasciato dal Tempio di Minerva, che non poteva arretrare ulteriormente, e per creare una sorta di accesso monumentale in corrispondenza del lato Ν del foro.

Foro di Traiano. Negli ultimi quindici anni, attraverso pulizie dell'area, accurati rilievi, analisi delle raffigurazioni monetali, studio dei frammenti architettonici e limitati interventi di scavo si ê cercato di chiarire i numerosi problemi di ricostruzione, sia piano-volumetrica, sia decorativa, che il Foro di Traiano ancora presenta. Il foro è completamente isolato da una strada basolata che lo circonda interamente e che costituisce il diretto collegamento in pianura fra la zona dei fori e quella del Campo Marzio (Giuliani, 1987). Preliminare alla costruzione del foro, la cui realizzazione ha profondamente inciso sull'assetto urbanistico della zona, fu lo sbancamento della sella che collegava Campidoglio e Quirinale. L'opera fu verosimilmente completata già da Domiziano, come dimostrano sia il muro in laterizio che fodera il nuovo limite SO del Foro di Cesare (Amici, 1991), sia alcune importanti fondazioni presso la c.d. Terrazza domizianea (Tortorici, 1993). Quest'ultima inoltre, ulteriore testimonianza residua del progetto domizianeo, è stata riconosciuta come la fontana terminale dell’Aqua Marcia, il cui percorso verso il Campidoglio fu interrotto dal taglio della sella.

Il merito dell'opera di sbancamento fu tuttavia ascritto totalmente a Traiano, come si legge nel testo dell'iscrizione sul basamento della colonna coclide (CIL, VI, 960): una dedica del senato e del popolo romano all'imperatore, a ricordo dell'altezza del monte rimosso. Oggetto della dedica non può essere la colonna, dedicata dall'imperatore il 18 maggio del 113 (Fasti Ostiensi), ma verosimilmente la statua alla sua sommità raffigurata su alcune monete. L'integrazione di una piccola lacuna del testo è stata a lungo discussa: secondo l'ultima interpretazione proposta (Stucchi, 1989), vi si dovrebbe leggere una partecipazione dell'esercito al monumentale intervento urbanistico. Da un punto di vista planimetrico assai scarse sono le novità rispetto alla pianta proposta da I. Gismondi: oltre ad alcuni aggiustamenti nella zona delle biblioteche e all'importante individuazione di un quarto lato del portico a NE, precedente alla costruzione del tempio (Amici, 1982), recenti indagini hanno permesso di formulare l'ipotesi che un portico si trovasse anche sul lato curvo di entrata al complesso: le colonne addossate con trabeazione articolata, riprodotte da disegni del '500, normalmente riferite al lato interno del muro SE del foro, si sarebbero trovate invece all'esterno del muro di chiusura (Meneghini, 1993). L'accesso monumentale al foro è da identificare con un arco raffigurato sul retro di sesterzî e aurei datati fra il 112 e il 117 con leggenda forvm traiani (contra Plommer, 1974, che ritiene sia raffigurato in una «visione compressa» l'intero lato SE): vi si riconoscono sei colonne aggettanti fra le quali sono nicchie con statue e, sopra le nicchie, clipei; un unico passaggio arcuato si apre fra le colonne centrali. Sull'attico era una sestiga condotta dall'imperatore, con ai lati Vittorie e trofei. Alle estremità del muro si aprivano altri due passaggi minori. L'analisi dei numerosi marmi rinvenuti negli scavi degli anni '30 permette ora di ricostruire meglio l'arredo architettonico del complesso (Pensabene e altri, 1989; Bernardini e altri, 1993). L'ordine di tutti i colonnati del complesso (piazza, basilica, biblioteche) è corinzio; il fregio dei portici laterali presenta grifi affrontati, separati da candelabri; statue di Daci in marmo bianco erano sull'attico, sovrapposte alle colonne del portico (da qui probabilmente i Daci che decorano l'arco di Costantino); fra di esse erano inseriti pannelli marmorei in cui comparivano sia cumuli di armi, sia - secondo le più recenti ricostruzioni - le imagines clipeatae dei membri della famiglia imperiale. È infatti da qui che provengono probabilmente i ritratti di Agrippina Minore e di Nerva o Traianus pater (il padre naturale di Traiano) (Bernardini e altri, 1993), che avevano fatto ipotizzare in precedenza una galleria di statue di imperatori e congiunti nelle esedre del foro, in continuità con i temi celebrativi delle esedre del Foro di Augusto (Zanker, 1970). P. Zanker attribuiva a questo ciclo anche il Cesare Farnese e una testa di Vespasiano (ora a Napoli). Le esedre erano separate dal portico da una serie di pilastri alla cui trabeazione sono stati attribuiti frammenti di fregio con decorazione vegetale. La Basilica Ulpia chiude il quarto lato della piazza con una soluzione del tutto nuova di cui si è voluto vedere il modello nella struttura dei principia militari. È certo, in accordo con i resti in situ e con le raffigurazioni monetali, che la facciata della basilica, soprelevata di tre gradini rispetto alla piazza, si articolasse in tre avancorpi, tetrastilo il centrale, distili i laterali. Sopra le colonne erano anche qui statue di Daci, probabilmente in marmo bianco, che sorreggevano una trabeazione articolata; gruppi bronzei con quadrighe e bighe che, secondo Gellio (XIII, 25, 1), riportavano la scritta ex manubiis, sormontavano i tre avancorpi. Si discute invece sulla facciata della basilica fra gli avancorpi: di essa rimane solo la fossa di spoliazione della fondazione in blocchi di travertino e viene ricostruita con un colonnato aperto, di cui sarebbero visibili alcuni elementi in secondo piano nelle raffigurazioni monetali (Packer, 1981; Packer e altri, 1983), oppure con una parete continua (Amici, 1982). A seconda delle ricostruzioni cambia anche la possibile collocazione dell'iscrizione di cui rimangono pochi frustuli: sull'architrave degli avancorpi se la parete di fondo era chiusa, sull'architrave del colonnato fra gli avancorpi nell'altro caso. Sui gradini di accesso alla basilica si trovavano tre basi con la dedica a Traiano da parte del senato e del popolo romano per i suoi meriti domi forisque: si è ipotizzato che esse sostenessero statue dell'imperatore rappresentato nelle vesti proprie delle sue funzioni civili e militari (Zanker, 1970). L'interno era articolato su una duplice navata che circondava lo spazio rettangolare centrale (non esattamente una navata, anche se - per motivi di comodità - così converrà designare lo spazio centrale). La copertura era costituita da un sistema di capriate poggianti sul secondo ordine della navata centrale e di volte a botte ribassate, rinforzate con catene metalliche, nelle navate laterali. Il fregio del primo ordine della navata centrale era costituito da una sequenza di Nìkai tauroctone alternate a Vittorie che addobbano candelabri; il secondo ordine è ricostruito con colonne chiuse per metà da una balaustrata (Amici, 1982) o murate per metà nel cementizio delle volte (Packer, 1981; Packer e altri, 1983). Il sistema di copertura delle navate laterali permetteva l'esistenza di una terrazza scoperta sul lato settentrionale, in comunicazione con il portico del cortile della colonna, da cui se ne potessero osservare i rilievi, e di terrazze coperte sui lati corti, da cui si potesse seguire l'attività giuridica svolta nelle absidi (Plin., Epist., VI, 33, 4: cfr. Amici, 1982). Queste ultime erano ugualmente coperte mediante un sistema a unica capriata radiale, con appoggio sui pilastri di divisione fra abside e navata laterale (Amici, 1982). La Forma Urbis severiana documenta parte della Basilica Ulpia e riporta, nell'esedra occidentale, la scritta Libertatis. Ciò ha indotto a ipotizzare qui uno spostamento delle funzioni dell'Atrium Libertatis repubblicano. Altri elementi presenti nella pianta permettono di ricostruire una duplice fila di alberi che percorreva la piazza in senso perpendicolare alla basilica, partendo dall'avancorpo orientale (Packer e altri, 1983). Le biblioteche, in parte ancora visibili, sia pure molto restaurate, erano rettangolari, con fronte a pilastri aperta sul portico del cortile della colonna. All'interno le pareti erano articolate con nicchie rettangolari, dove venivano riposti i volumi, alle quali si accedeva con tre gradini; fra queste erano colonne su alti plinti. Al centro del lato di fondo, una nicchia più grande, preceduta da mia sorta di podio forse non apparteneva alla prima fase. È stato giustamente osservato che il tempio doveva essere previsto nel progetto originario (Zanker, 1970). Al momento dell'inaugurazione del foro (112 d.C.) o della colonna (113 d.C.) il complesso si chiudeva a Ν con il quarto lato del portico del cortile della colonna, che fu abbattuto alla morte di Traiano, per consentire l'apertura verso il nuovo tempio consacrato all'imperatore morto e divinizzato. Di questo edificio, dedicato da Adriano (SHA, Hadr., 19, 9) certamente dopo il 121, anno della morte di Plotina associata al culto del marito, rimane la notizia della scoperta di parte della fronte e della scalinata nel 1845 (Piazzesi, in Pensabene e altri, 1989). Al tempio viene attribuita un'iscrizione litteris maximis di cui rimangono curiosamente due esemplari (CIL, VI, 966; 31215).

Un problema a lungo dibattuto è la provenienza ed eventualmente la collocazione nel foro del grande fregio traianeo del quale quattro pannelli furono riutilizzati nell'Arco di Costantino, mentre altri frammenti, di varia provenienza, si trovano nell’Antiquarium del Foro Romano, nella Galleria Borghese e a Villa Medici (Leander Touati, 1984). Si discute sulla lunghezza del fregio, che varia - secondo i rilievi attribuitigli - da 28/32 m (Zanker, 1970; Stucchi, 1989) a più di 41 (Leander Touati, 1984). A favore dell'appartenenza al foro gioca la tematica del fregio; come argomento contrario (Gauer, 1973) si sostiene normalmente che la sua asportazione avrebbe seriamente danneggiato l'aspetto del foro, ancora ammirato da Costanzo II (Amm. Marc., XVI, 10, 15); anche una rassegna dei luoghi di rinvenimento sembra valere contro una provenienza dal foro. Possibili localizzazioni nel complesso traianeo sono state indicate nel muro di fondo dei portici del foro, nell'aula centrale della basilica (Leander Touati, 1984), nella crepidine sul lato Ν della basilica (Stucchi, 1989). È stato anche proposto che il fregio non sia traianeo, ma domizianeo (Gauer, 1973) e che provenga dal restauro domizianeo del Foro di Cesare.

È stato osservato che nel Foro di Traiano mancano accenni mitologici o religiosi: il programma decorativo è completamente mirato alla glorificazione dell'imperatore e del suo esercito (Zanker, 1970), visto non solo come organo di guerra, ma anche come strumento di realizzazione di opere civili (Stucchi, 1989). Il messaggio è esplicito, immediatamente espresso con statue, fregi e iscrizioni che ritraggono l'imperatore e le sue azioni, mentre la decorazione figurata delle trabeazioni diventa monotona e ripetitiva.

Sul versante del Quirinale viene inserito il grande complesso dei mercati che si coordinano alla planimetria del foro seguendone l'andamento su tutto il lato nord-orientale.

Bibl.: Fase repubblicana: E. Tortorici, Argiletum, Roma 1989 (con bibl. prec.). - Fase imperiale, in generale: P. Gros, Aurea Tempia. Recherches sur l'architecture religieuse de Rome à l'époque d'Auguste, Roma 1976; A. Linfert, Certamen Principum. Über den propagandistischen Zweck der Kaiserfora, in BJb, CLXXIX, 1979, pp. 177-186; P. Verduchi, Roma. Rileggiamo il complesso dei fori, in Antiqua, VI, 1981, pp. 4-5; J. C. Anderson jr., The Historical Topography of Imperial Fora, Bruxelles 1984; C. Morselli, E. Tortorici (ed.), Curia, Forum Iulium, Forum Transitorium, Roma 1989.

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(C. Cecamore)

Mercati di Traiano. - A NE del Foro di Traiano, lungo le pendici occidentali del Quirinale, si estende un complesso architettonico molto articolato, scoperto per la maggior parte durante i lavori effettuati dal Governatorato sotto la direzione di C. Ricci (1924-1934), al quale si deve anche la denominazione, del tutto convenzionale, del monumento (Ricci, 1929).

I Mercati di Traiano sono composti da diversi edifici, tutti in laterizio, distribuiti su sei piani (MacDonald, 1965) in modo da raccordare il livello del Foro di Traiano con quello del colle permettendo anche, attraverso l'abile impiego dei volumi e delle strutture, il graduale passaggio dalla curvatura dell'abside del portico orientale del foro stesso al più lineare reticolato topografico circostante.

L'elemento maggiormente noto del complesso è senza dubbio rappresentato dal grande emiciclo, parallelo a quello del foro e da esso separato mediante una via basolata inibita in antico al traffico veicolare. Nei secoli scorsi l'emiciclo era l'unica porzione visibile dei Mercati, conosciuta come Balnea Paulli (Bagni di Paolo Emilio); oltre a fungere da sostegno del fianco del Quirinale, esso contiene i tre piani più bassi del complesso: il primo di questi si apre al livello della strada divisoria con il foro in ambienti soppalcati e in due grandi aule semicircolari poste in corrispondenza delle testate; il secondo è costituito da vani aperti su una galleria illuminata da finestre arcuate; il terzo è formato da una fila semicircolare di stanze lungo il terrazzo. All'esterno le finestre del secondo piano sono inquadrate da lesene sormontate da timpani e semitimpani in laterizio, triangolari e semicircolari alternati, che formano un prospetto estremamente caratteristico ed elegante.

Un'altra via basolata, che dal toponimo medievale dell'area prende il nome di Via Biberatica, divide l'emiciclo da un corpo centrale in cui sono racchiusi i restanti livelli dei Mercati; la strada che termina attualmente sotto Via IV Novembre, doveva in antico proseguire verso N, secondo il percorso di Via della Pilotta (FUR, tav. XXII).

Il corpo centrale è composto da due blocchi principali dei quali quello settentrionale è articolato su tre piani con ambienti distribuiti ai lati di una grande aula, coperta mediante una teoria di volte a crociera in calcestruzzo poggianti sopra mensoloni di travertino; a questo fabbricato se ne aggiunge un altro verso S, anch'esso a tre piani, caratterizzato da una sala absidata affiancata da stanze disposte attorno a un pozzo di luce e decorate lungo le pareti da nicchie quadrangolari e semicircolari alternate, già identificate come sede del procurator che doveva essere a capo del Foro di Traiano (Lugli, 1946).

Ancora più a E, tra la grande aula e la seicentesca Chiesa di S. Caterina da Siena a Magnanapoli, sono stati scoperti (1931-32) i resti di un edificio traianeo con tracce di impianti idraulici e una cisterna, sul quale, nel XIII sec., sorse la Torre delle Milizie (Meneghini, 1990). Da questo lato il complesso era concluso da una strada che dalla sommità del Quirinale scendeva costeggiando il retro dei fori di Augusto e di Nerva, corrispondente all'odierna Salita del Grillo (FUR, tav. XXII); su di essa si affacciano resti di strutture databili dall'età arcaica al II sec. d.C., attualmente in corso di scavo, a ridosso delle quali sorse in epoca tardoantica una fila di ambienti porticati.

I principali problemi concernenti i Mercati di Traiano riguardano la datazione e l'identificazione delle funzioni del complesso. La prima questione, oltre alla vicenda puramente costruttiva, investe la sfera della progettazione e vede numerosi studiosi schierati a favore di una paternità domizianea nell'ideazione del complesso architettonico (Lugli, 1965; Anderson, 1984; Giuliani, 1987; Bianchini, 1991; Amici, 1991; Richardson jr., 1992) che altri invece attribuiscono totalmente a Traiano (MacDonald, 1965; Lancaster, 1995).

L'identificazione delle funzioni del complesso monumentale, mai esplicitamente menzionato dalle fonti letterarie antiche, è oggetto di una maggiore quantità di ipotesi; la più diffusa - che vi riconosce un edificio commerciale - sembra risalire ad alcune osservazioni del Nibby (1839), poi riprese e ampliate dal Ricci (1929) e da altri studiosi (Staccioli, 1965; Gullini, 1968) i quali considerarono i numerosi ambienti del monumento come tabemae pertinenti a un unico, grande mercato. Sempre in quest'ottica il Lugli, basandosi sull'analisi delle fonti tardoantiche, propose che nei Mercati fosse da riconoscere la sede degli arcarti caesariani, cassieri del fisco imperiale, che provvedevano, fra l'altro, alle grandi forniture alimentari per i congiaria attraverso le arcae (frumentaria, olearia e vinaria: Lugli, 1929-30; Boëthius, 1931; Lugli, 1946; De Ruyt, 1983; La Rocca, 1995). Una recente tendenza alla revisione dell'interpretazione mercantile dell'edificio ha portato a formulare ipotesi diverse riguardo alla presenza nel monumento di vigiles o di reparti militari (Borsi, 1985; Emiciclo dei Mercati Traianei, 1993; Ungaro, 1995) e anche di uffici afferenti a una prefettura (Bianchini, 1992). Infine il ritrovamento di nuovo materiale epigrafico, nel corso di scavi effettuati nel 1992, ha permesso di collegare in chiave amministrativa i Mercati al Foro di Traiano come edifici di servizio e di supporto (Meneghini, 1995; Pani, 1995; Pani, Rea, 1995).

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(R. Meneghini)

e) Campo Marzio. - In senso ampio è definibile Campo Marzio l'intera pianura tra Campidoglio, Tevere e Pincio, comprendente quindi anche il settore a O, dove venne edificato il Circo Flaminio. La vasta area pianeggiante era in origine occupata da zone paludose specialmente nell'area centrale (Muzzioli, 1992), dove si trovava la palus Caprae (circa in corrispondenza del Pantheon; Coarelli, 1981). A parte le eventuali bonifiche attuate nel corso del tempo, la vera sistemazione della pianura va attribuita ad Agrippa. I caratteri orografici dell'area paludosa devono avere in parte condizionato anche la struttura viaria della pianura in età repubblicana. Assai antica è la direttrice della via che dalla Porta Carmentale conduceva al Tarentum e oltre il Tevere, la quale condizionò l'orientamento del Campo Marzio sud-occidentale; ugualmente assai antico è l'asse N-S originato dai Saepta, su cui si imposteranno tutti i monumenti del Campo Marzio centrale. Con la censura di C. Flaminio (costruzione del circo e della Via Flaminia), il Campo Marzio assume l'assetto definitivo. Si è di recente ricostruita un'altra via repubblicana, con andamento N-S, che costeggiava l'area dei templi di Largo Argentina e dei Saepta, e il cui proseguimento verso Ν corrisponde all'odierna Via di Campo Marzio (de Caprariis, 1992). La scoperta della reale posizione del Circo Flaminio ha chiarito il senso della distinzione, ampiamente documentata nelle fonti antiche, tra una zona definita in Campo e una in Circo, rendendo così possibile affrontare il problema dell'identificazione di numerosi edifici templari, e ha escluso che tale distinzione avesse carattere rituale come presupposto nella teoria che vedeva nell'Amnis Petronia il limite tra le due zone (Muzzioli, 1992). E possibile individuare anche un'accezione limitata, riferita allo spazio libero per le esercitazioni, di Campo Marzio e valida solo per la tarda età imperiale, al termine di un lungo processo di sviluppo di cui non sempre si può cogliere la dinamica (Castagnoli, 1946). Un'altra definizione poco chiara è quella relativa all’ἂλλo πεδίον nella descrizione che Strabone (V, 3, 8, C 235) fa della pianura in età augustea (Wiseman, 1979). Non è invece da riferire al Campo Marzio, ma al Celio, il Campus minor menzionato da Catullo (55, 3: Wiseman, 1980 e 1993).

L'aspetto che differenzia il Campo Marzio dalle altre aree originariamente extra-urbane e che lo caratterizza fin da età assai antica è la sua connotazione di zona insieme pubblica (proprietà dei Tarquinì, publicata con l'avvento della Repubblica) e sacra (dedicata a Marte); è possibile che ciò non riguardasse tutta la pianura e che nel corso del tempo lo spazio pubblico sia andato progressivamente riducendosi. L'occupazione da parte di privati fu relativamente tarda e limitata ad alcune aree: la prima menzione di case private nell'area dei Saepta risale al 124 (Plut., C. Grac., 1); le testimonianze più sicure appartengono al secolo successivo: nella pianta severiana è delineato un quartiere abitativo poco distante dalla Crypta Balbi (Manacorda, 1987). La notizia di Orosio (Hist., V, 18, 27; ν. anche App., Mithr., 22) sulla vendita compiuta da Siila di proprietà pubbliche che si trovavano “in circuitu Capitoli» conferma l'esistenza di proprietà private in quest'area. Un problema ulteriore è costituito dalla presenza, sempre nel I sec. a.C., di grandi proprietà suburbane, come gli horti di Pompeo, che dovevano in parte trovarsi nel Campo Marzio. Altra caratteristica è la menzione di sepolture pubbliche di personaggi illustri (di «re», secondo App., Bell, CIV., 1, 106), carattere questo che risale all'età arcaica (Ara Ditis e Tarentum; La Rocca, 1984). Le principali testimonianze di funerali e sepolture risalgono all'età tardo-repubblicana; un uso che continuerà in età imperiale, fino a condizionare lo sviluppo monumentale di una vasta area della pianura. Qui furono sepolti Siila (Liv., Perioch., 90; Plut., Sull., 38, 4), i consoli caduti a Modena nel 43, Irzio e Pansa (Liv., Perioch., 119; Veli., 11, 62), Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo (Plut., Pomp., LIII, 4; Dio Cass., XXXIX, 64, 1). Appunto a Giulia andrebbe riferito il frammento epigrafico riutilizzato nel Pantheon (von Hesberg, Panciera, 1994), relativo alla sepoltura, con speciale delibera, di un personaggio femminile (Cozza, 1983). Sappiamo che Agrippa si costruì una tomba nel Campo Marzio, probabilmente da identificare con il monumento presso Piazza della Chiesa Nuova, precedentemente attribuito ad Adriano (La Rocca, 1984), ma fu poi sepolto nel Mausoleo di Augusto (Dio Cass., liv, 28).

Età repubblicana. - L'accezione principale di campus, che completa quella, più ampia, di pianura libera fuori dalla città e dal pomerio, destinata alle esercitazioni, è quella istituzionale, di zona destinata ai comizi, alle operazioni di censo e al lustrum. I tre elementi che caratterizzano il campus da questo punto di vista sono i Saepta, la Villa Publica e l’Ara Martis.

È estremamente probabile che tali monumenti avessero una stretta connessione topografica oltre che funzionale; il solo tuttavia a essere sufficientemente conosciuto è il complesso dei Saepta. I Saepta erano un tempio inaugurato (Cic., Rab. Post., IV, 11) e quindi rigidamente orientato secondo i punti cardinali: l'orientamento N-S del complesso è quello che ha condizionato in seguito l'allineamento di tutti i monumenti del Campo Marzio centrale. Documentati dalla Forma Urbis severiana, che ne rappresenta l'ultima ricostruzione di età adrianea, i Saepta corrispondono nella posizione e probabilmente anche nelle dimensioni (Castagnoli, 1946) a quelli repubblicani. Occupavano l'ampia area compresa tra le vie dei Cestari, del Gesù e del Seminario ed erano accessibili da Ν (Frontin., Aq., 22), vale a dire dall'area libera del Campus. Lo spazio interno doveva essere diviso, con corde o altre strutture provvisorie, in lunghi corridoi che consentivano il voto simultaneo ai cittadini divisi per tribù (Ross Taylor, 1966, con ricostruzione di L. Cozza, p. 53); all'estremità meridionale era il diribitorium, dove avveniva lo spoglio dei voti.

In connessione con i Saepta (Cic., Att., IV, 16, 8), e con tutta probabilità a S di questi (Varro, Rust., III, 2), doveva trovarsi la Villa Publica·, una delle prime proprietà pubbliche del Campo Marzio, in origine dei Tarquinì, e corrispettivo extr'apomeriale della Domus Publica del Foro (Gagé, 1976; Coarelli, 1983). È difficile ricostruirne con sicurezza estensione e dimensioni, anche perché deve aver subito nel corso del tempo progressive riduzioni, fino a scomparire del tutto in età augustea (Val. Max., IX, 2, 1). L'unica rappresentazione nota dell'edificio (o, più probabilmente, di una sua parte) è sul rovescio di un denario di P. Fonteio Capitone, che sembra oggi databile al 55-54 a.C., e che dovrebbe commemorare un restauro degli inizî del I sec. a.C. (Agache, 1986).

Ancora più dibattuta e difficile è l'ubicazione dell'ara Martis, in chiara relazione funzionale con la Villa Publica e legata alla Porta Fontinalis da un controverso passo di Livio (XXXV, 10, 12). Prevale oggi la tendenza a ubicare l'altare presso Piazza Venezia (Coarelli, 1980), in base anche alla presunta provenienza da quest'area del rilievo Grimani con suovetaurile, databile alla prima età tiberiana, che al principio del '500 si trovava a Palazzo Venezia (oggi al Museo del Louvre e concordemente messo in relazione con il frammento di rilievo Della Valle, nello stesso museo: Koeppel, 1983; per una nuova, differente, lettura del rilievo: Tortorella, 1992).

Risale a Ch. Hülsen l'ipotesi circa un Tempio di Marte nel Campo Marzio (diverso dal tempio in Circo di Bruto Callaico), la cui esistenza sarebbe documentata principalmente in alcuni versi (217-232) della Consolatio ad Liviam; nonostante l'autorevole dissenso di S. B. Platner, l'ipotesi è stata di recente rivalutata (Ziolkowski, 1992; Wiseman, 1993).

L'area sacra di Largo Argentina contiene i resti più antichi conservati nel Campo Marzio: si tratta di quattro edifici templari (nominati, a partire da Ν con le prime lettere dell'alfabeto), orientati a E e databili tra la fine del IV e il II sec. a.C. Questi quattro templi, a cui va aggiunto il tempio períptero ancora conservato presso Via delle Botteghe Oscure, costituiscono quanto resta, a livello monumentale, di una serie di edifici religiosi di età repubblicana, definiti con la locuzione in Campo dalle fonti e dai calendarî. L'unico tempio dell'area sacra identificato con sicurezza è il tempio Β (Fortuna huiusce diei. Boyancé, 1940); le ricerche più recenti tendono a confermare l'attribuzione del tempio C, il più antico dei quattro, a Feronia (culto attestato nel Campo Marzio già nel 217 a.C.: Liv., XXII, 1, 18) a cui apparterrebbe l'acrolito rinvenuto nell'area (Coarelli e altri, 1981). Per il tempio A si sono imposte due differenti attribuzioni: a Giuturna (Coarelli e altri, 1981; Ziolkowski, 1986 e 1992 con inversione delle attribuzioni) o a Iuno Curritis (Castagnoli, 1981).

L'identificazione del tempio D, il più recente del complesso, e del tempio di Via delle Botteghe Oscure è invece problematica perché legata a una questione che ha diviso gli studiosi. Dai Cataloghi Regionari conosciamo l'esistenza nella regione di due porticus omonime: l'una, definita vetus, è la porticus trionfale edificata da M. Minucio Rufo (console del 110 a.C.), in seguito alla vittoria sugli Scordisci, attorno al Tempio dei Lari Permarini (Fasti praenestini: II, XIII, 2, p. 142); la seconda porticus deve l'appellativo di frumentaria alle distribuzioni di grano. Un grande quadriportico, che ingloba il tempio di Via delle Botteghe Oscure, è documentato dalla Forma severiana di fronte all'area sacra dell'Argentina; l'integrazione di un frammento della pianta severiana con l'iscrizione mini[cia] ha consentito di dimostrare (Cozza, 1968) che si tratta con certezza di una Porticus Minucia (nota anche come Minieia), identificata con la vetus (così anche Castagnoli, 1981; Rickman, 1983; Richardson, 1992; Zevi, 1993). Consequenziale è l'identificazione del tempio di Via delle Botteghe Oscure con quello dei Lari Permarini. Di segno opposto la teoria che fa capo a Coarelli (seguito da Nicolet, 1976; Manacorda, 1987 e 1989; Ziolkowski, 1992): il quadriportico della pianta marmorea è da identificare con la Minucia frumentaria; la vetus è invece costituita dal portico, di cui sono ricostruibili tre bracci, che circondava i quattro templi dell'Argentina: avremmo in sostanza due monumenti contigui e omonimi, il cui appellativo si differenziò per indicare soprattutto la nuova importante funzione di uno di questi. Secondo tale ricostruzione, il tempio D è quello che, per cronologia, andrebbe con più probabilità identificato con il Tempio dei Lari Permarini.

Escludendo la contiguità tra i due monumenti, e considerando invece il portico della Forma Urbis come l'edificio trionfale di M. Minucio Rufo (la Porticus Minucia vetus), le possibilità di collocazione topografica della Porticus frumentaria si estendono a tutta la Regione IX, con diverse proposte di localizzazione: sul lato occidentale della Via Lata (Richardson jr., 1992), o in corrispondenza dell'edificio antico di S. Maria dei Calderarî (e quindi in connessione con il Tempio di Ercole Custode del Circo Flaminio: SHA, Comm., 16, 4-5; Zevi, 1993).

Benché la soluzione del problema dei templi in Campo sia ancora sostanzialmente aperta, il quadro dell'edilizia religiosa nel Campo Marzio centrale in età repubblicana emerge in modo abbastanza chiaro. Per alcuni di questi edifici, monumenti trionfali e legati a importanti vittorie, la collocazione in Campo è comparabile alle analoghe operazioni che si svolgono, nello stesso periodo, nel Circo Flaminio. È questo il caso del Tempio dei Lari Permarini votato nel 190 da M. Emilio Regillo in occasione della battaglia di Mionneso contro Antioco III, e dedicato da M. Emilio Lepido nel 179 a.C.; del Tempio di Fortuna Equestris, votato nel 180 da Q. Fulvio Flacco e dedicato nel 173 (ma forse non più esistente in età tiberiana: Tac., Ann., III, 71); del Tempio di Fortuna huiusce diei, votato da Q. Lutazio Catulo il giorno della battaglia di Vercelli (101 a.C.). Più dubbio è il carattere trionfale del Tempio di Giuturna, che sappiamo essere stato dedicato da un Catulo (Serv., Aen., XII, 139), generalmente identificato con il C. Lutazio Catulo vincitore della battaglia delle Egadi (242 a.C.). Il Tempio di Fons, costruito nel 231 a.C. da Cn. Papirio Masone con il bottino delle vittorie in Corsica, pur trovandosi nel Campo Marzio, è legato, nella posizione, alla Porta Fontinalis, cui ha probabilmente dato il nome.

Per altri templi in Campo, la localizzazione in una zona extra-pomeriale è particolarmente opportuna: si tratta infatti di divinità evocatae (Feronia, Iuno Curritis), oppure legate alle funzioni del campus. Il Tempio delle Ninfe, alternativamente identificato col tempio di Via delle Botteghe Oscure o con il tempio D di Largo Argentina (Zevi, 1995), era in ogni caso sicuramente in connessione con la Villa Publica·, ne sono infatti note le funzioni di archivio del censo (Cic., Mil., 73; Har. resp., 57: cfr. Nicolet, 1976). Più esplicito è il legame religioso con le funzioni comiziali svolte nel Campo del Tempio di Vulcano, forse uno dei più antichi santuari della zona, e il solo tra quelli menzionati a essere definito sia “in Campo» (Liv., XXIV, 10, 9) sia «in Circo” (Fasti Vallenses: II, XIII, 2, p. 149). Circa la localizzazione del Tempio di Vulcano e di altri due edifici templari un'ipotesi (Manacorda, 1990) fondata, tra l'altro, su un gruppo di frammenti della Pianta Marmorea severiana, propone una collocazione in corrispondenza dell'isolato immediatamente a S di Largo Argentina. I tre edifici templari delineati nella pianta sono identificati, a partire da N, con il tempio sub divo di Iuppiter Fulgur, quello di Iuno Curritis, e di Vulcano (in summa cavea rispetto al successivo Teatro di Balbo), e formerebbero, con i quattro templi di Largo Argentina, una sequenza di almeno sette templi, con lo stesso orientamento.

Nell'ultimo secolo della Repubblica, il Campo Marzio centrale diventa, dopo Foro e Circo Flaminio, uno dei principali luoghi della contesa politica, che implicò anche la creazione di imponenti monumenti, legati in modo sempre più diretto alla persona dell’imperator, in zone tradizionalmente connesse alla vita pubblica. Nel Campo Marzio centrale viene realizzata una delle più rivoluzionarie operazioni edilizie: il complesso pompeiano, dedicato nel 55 a.C., ma terminato pochi anni dopo. Realizzato sul terreno (o comunque nelle vicinanze) di una delle due proprietà suburbane di Pompeo, il teatro, con un tempio dedicato a Venere Vincitrice in summa cavea, era collegato alla zona del campus da un immenso quadriportico (m 180 x 135 c.a), sistemato a giardini, con una sala per lo svolgimento di funzioni pubbliche sul lato orientale (la Curia). Il complesso aveva una decorazione pittorica e scultorea di grande ricchezza, di cui si è ricostruito il programma decorativo (Coarelli, 1971-72), anche se non si è ancora chiarito se sia tutto da far risalire all'originario progetto pompeiano o al rifacimento di Tiberio (Becatti, 1973-1974). Gli interventi augustei e tiberiani furono infatti numerosi, motivati anche dalla volontà di impadronirsi, sfumandone la portata politica, di una creazione attribuibile più a un monarca ellenistico che a un generale romano (Frézouls, 1983; Sauron, 1987; Gros, 1987). All'età augustea risale probabilmente lo spostamento della statua famosa di Pompeo dalla Curia a uno ianus (Suet., Aug., 31), da identificare forse nell'arco che compare nella Pianta Marmorea (La Rocca, 1987-88); tale spostamento sembra dovuto anche alla volontà di allontanare l'effigie di Pompeo dalle quattordici nationes da lui sottomesse (Plin., Nat. hist., XXXVI, 41). Le opere di Coponio diedero probabilmente il nome a un settore del quadriportico (Porticus ad nationes); nella stessa zona è attestata una Porticus Lentulorum, di difficile collocazione. I due Lentuli sarebbero P. Cornelio Lentulo Spinther (console del 57 a.C.) e P. Cornelio Lentulo Crus (console del 49 a.C.), forse fratelli (Coarelli e altri, 1981).

All'opera «tirannica» di Pompeo si contrappose subito (nel corso del 54 a.C.) la risposta cesariana, in chiave «istituzionale»: Cicerone (Att., IV, 16, 8) ci fa conoscere il progetto relativo alla sistemazione definitiva dei Saepta. Circa un decennio più tardi, Cesare concepì un progetto assai più grandioso, che prevedeva lo spostamento del letto del fiume in modo da unire il Campo Marzio al Vaticano (Cic., Att., XIII, 33 a, 1); era inoltre prevista la costruzione, sul sito che aveva ospitato la naumachia (forse l'area del successivo Stagnum Agrippae), di un grandioso Tempio di Marte («quantum nusquam esset: Suet., Iul., 44, 1; v. anche Dio Cass., XLIII, 23, 4; 45, 17,8).

Età imperiale. - I progetti urbanistici di Cesare furono in certo modo ereditati da Augusto, che modificò totalmente l'aspetto del Campo Marzio, senza però giungere a deviare il corso del Tevere. Le tappe e le diverse realizzazioni dell'opera augustea nel Campo Marzio sono note: la mole maggiore dei lavori spettò ad Agrippa; con l'edilità (33 a.C.) furono probabilmente iniziati i lavori di bonifica, che consentirono, nel decennio seguente, di realizzare il Pantheon (dedicato nel 27), il rifacimento dei Saepta secondo il piano cesariano, sul quale aveva già lavorato Lepido (26 a.C.; il diribitorium fu completato da Augusto dopo il 12), il primo complesso termale pubblico di R. (25 a.C.), a cui si aggiunsero lo Stagnum e l'Euripo, portati a termine forse nel 19 a.C., con la creazione dell’aqua Virgo, e un nuovo ponte, corrispondente all'attuale Ponte Sisto, che connetteva il Campo con il Trastevere. Sul lato orientale della Via Flaminia, Agrippa creò un altro parco pubblico, il Campus Agrippae, e la Porticus Vipsania, la cui costruzione fu ultimata da Augusto.

L'intervento diretto di Augusto è discernibile nel Campo Marzio settentrionale, dove furono realizzati Mausoleo, Ara Pacis e Horologium, gli elementi principali di quella «topografia monumentale e simbolica che Augusto aveva scrupolosamente meditata e conclusa nel giro di molti anni» (Nicolet, 1989, p. 5). Lo spazio lasciato ai privati, in questa monumentale operazione, fu relativamente minore: L. Statilio Tauro costruì nel 29 a.C. un anfiteatro in una zona non precisabile del Campo Marzio, e L. Cornelio Balbo realizzò il terzo teatro permanente della città, nel 13 a.C. Nel sito del Teatro di Balbo sono stati condotti scavi sistematici, che hanno contribuito a chiarire le fasi del monumento e la situazione topografica precedente (Manacorda, 1987).

Su alcuni dei monumenti del Campo Marzio augusteo conosciamo oggi qualche dato in più: sembra ormai da escludersi che il Pantheon augusteo avesse la fronte volta a S, come si era congetturato (Tortorici, 1990); questo dato contribuisce, tra l'altro, a restituire alla Basilica Neptunio uno dei più problematici monumenti del Campo Marzio agrippiano (Cordischi, 1991), una sua autonomia architettonica. Le dimensioni dello Stagnum Agrippae sono state definitivamente chiarite grazie a recenti analisi (Coarelli, 1977) e al rinvenimento di resti relativi al limite settentrionale (Ghini, 1988). Le Terme di Agrippa furono verosimilmente edificate in due distinte fasi: un primo edificio termale fu infatti dedicato insieme al Pantheon nel 25 a.C. (λακωνικόν: Dio Cass., lui, 27, 1); le terme dovettero però essere ultimate nel 19 a.C., con la costruzione dell’Aqua Virgo (Tortorici, 1990). Stagnum, terme, acquedotto ed Euripo dovevano costituire, nella fase finale, un insieme monumentale organico e coerente (cfr. Ovid., Pont., I, 8, 35-38; Trist., III, 12, 21-22), a cui va aggiunto un nemus con numerose opere d'arte. L'Euripo, da identificare, secondo un'opinione consolidata, ma non unanime, con il canale che corre in direzione NO verso il ponte neroniano, doveva svolgere anche la funzione di scarico nel fiume delle acque delle Terme. Si è di recente ipotizzata una connessione più diretta di Aqua Virgo ed Euripo, e, per quest'ultimo, la funzione di canale di adduzione dell'acqua a Trastevere, attraverso il Pons Agrippae (Lloyd, 1979).

Numerose sono le novità riguardo ai complessi del Campo Marzio settentrionale di cui il Mausoleo, circondato da un parco aperto al pubblico (Suet., Aug., 100), costituiva, probabilmente, il limite Ν (nell'accezione di pianura libera, destinata alle esercitazioni). E oggetto di discussione se il sepolcro sia stato edificato su terreno privato (Grimal; diversamente, Muzzioli, 1992). Un recente studio raccoglie tutti gli elementi, archeologici storici ed epigrafici, relativi al Mausoleo (von Hesberg, Panciera, 1994).

Secondo una recente teoria, i tre monumenti principali del Campo Marzio settentrionale, Mausoleo, Ara Pacis e Horologium, erano legati da una complessa simbologia astrologica, il cui perno era costituito dall'obelisco dell’Horologium, in asse sia con il Mausoleo sia con l'Ara Pacis, situata in corrispondenza della linea equinoziale coincidente con la nascita di Augusto (Büchner, 1982). La messa in luce di parte della platea dell’Horologium, con iscrizioni in lettere di bronzo perfettamente conservate, alla profondità di 6,50 m rispetto al i piano stradale, sembrerebbe costituire la conferma principale di questa complicata ricostruzione, che ha raccolto sia consensi sia perplessità (Schütz, 1990; Torelli, 1992). Per la ricostruzione di una superficie più limitata dell 'Horologium, a metà pelecynum, si è espresso di recente E. Rodríguez Almeida (1982).

Alla morte di Agrippa (12 a.C.) tutti i monumenti realizzati in privato solo furono lasciati in eredità ad Augusto, che a sua volta li rese pubblici, coerentemente con una costante tendenza a restituire al pubblico, monumentalizzate, grandi aree private. I due horti di Pompeo, inferiores e superiores, sono di difficile localizzazione (Coarelli, 1981; Jolivet, 1983); è comunemente accettato che almeno parte di tali horti corrispondano all'area della Regione VII, a E della Via Flaminia, dove fu realizzato il Campus Agrippae (Grimal) in cui si trovava la Porticus Vipsania, con l'Orbis pictus (Nicolet, 1989). La sua collocazione topografica è ancora problematica (Rodríguez Almeida, 1977 e 1980; Coarelli, 1980; de Caprariis, 1992): in base a un verso di Marziale (IV, 18, 1) comunemente riferito alla porticus, si dovrebbe arguire un rapporto di vicinanza con le arcate dell’Aqua Virgo; la posizione in Campo Agrippae dovrebbe restringere ulteriormente il campo alla zona della Regione VII, a E della Via Flaminia (diversamente Rodríguez Almeida, 1977).

Quanto di queste opere sia da attribuire a un disegno organico e coerente è difficile dire; da un lato è evidente che veniva riproposta, in scala immensamente più ampia, l'operazione di Pompeo, che aveva creato, con il suo quadriportico, il primo parco pubblico di R.; l'intero Campo Marzio centrale, comprese aree dalle funzioni civiche ben precise, viene monumentalizzato, arricchito di opere d'arte, fontane, terme pubbliche e sarà costantemente ricordato come luogo di Aniene passeggiate (Strab., V, 3, 8, C 235). Si è di recente cercato di sottolineare il ruolo autonomo di Agrippa anche nella concezione degli insiemi monumentali, per i quali compaiono spesso, rielaborati, elementi di tradizione ellenistica, e, per alcuni complessi (Stagnum ed Euripo), più chiaramente alessandrina (Roddaz, 1984).

L'opera degli imperatori giulio-claudî nel Campo Marzio proseguì nel solco tracciato da Augusto. Oltre ai restauri del complesso pompeiano, l'attività di Tiberio e di Claudio si concentrò nell'area «dinastica» del Campo Marzio settentrionale. A Tiberio risale l'Ara Providentiae, un altare monumentale di cui conosciamo, grazie a documenti epigrafici rinvenuti di recente, la collocazione topografica in Campo Agrippae (Scheid, Broise, 1980), probabilmente non lontano dall'ara Pacis, e di cui è possibile precisare ulteriormente la cronologia, agli anni precedenti al 19 d.C. (il monumento è infatti menzionato nel s.c. de Pisone patre: Eck, 1990-91); sempre nei pressi dell'ara Pacis, diverse testimonianze documentano la presenza di un altro monumento a carattere dinastico, databile al 22 d.C. (de Caprariis, 1993).

Più difficile da valutare è l'opera di Caligola. Sappiamo che danneggiò le arcate dell’Aqua Virgo, restaurate da Claudio nel 46 (CIL, VI, 1252 = ILS, 1, 205); l'evento è stato messo in relazione con il tentativo di Caligola di costruire un anfiteatro «iuxta Saepta» (Suet., Cal., 21; v. anche Dio Cass., LIX, 10, 5). È probabile che vi sia una relazione topografica (ma non necessariamente una sovrapposizione) con l'anfiteatro costruito da Nerone «apud Campum Martis» (Tac., Ann., XIII, 31) o «regione Campi Martii» (Suet., Ner., 12). All'opera di Caligola viene generalmente fatta risalire la definitiva costruzione di un altro edificio adiacente ai Saepta, l'Iseo Campense, di cui restano però problematiche origine e cronologia: all'Iseo del Campo Marzio è infatti dubitativamente attribuita la notizia (Dio Cass., XLVII, 15, 4) sul voto fatto dai triumviri nel 43 a.C. di erigere un tempio a Iside e Serapide, e su questo tempio si sarebbero dunque abbattuti i provvedimenti di Augusto, Agrippa e Tiberio contro i culti stranieri (Malaise, 1972; Castagnoli, 1981).

Sull'attività di Claudio nel Campo Marzio è di particolare interesse la nuova lettura di un monumento già noto, l'arco dell'Acqua Vergine di Piazza Sciarra, come porta pomeriale, che segna l'allargamento del territorio urbano compiuto dall'imperatore (Rodríguez Almeida, 1982): verrebbe in tal modo chiarita l'insolita posizione di questo arco onorario, e si aggiungerebbe un altro elemento nella difficile questione dell'espansione pomeriale realizzata dall'imperatore nel Campo Marzio. All'arco di Piazza Sciarra sono stati recentemente attribuiti (Koeppel, 1983) due nuovi frammenti di rilievo. Ancora aperti rimangono i problemi relativi alla ricostruzione delle dimensioni del monumento (la funzione di arco dell'Acquedotto Vergine imporrebbe un'altezza assai limitata, considerando la quota della Via Flaminia nella prima età imperiale) e al suo apparato decorativo ed epigrafico (Barrett, 1991).

Dei due monumenti di Nerone nel Campo Marzio non rimane quasi nulla: l'anfiteatro, già menzionato, bruciò nel 64 e non venne ricostruito. La sicura collocazione cronologica delle Bucoliche di Calpurnio Siculo all'età neroniana (Amat, 1991) consente tuttavia di attribuire la descrizione (in VII, 23-84) all'edificio neroniano (Townend, 1980). L'altro grande monumento, le terme, costruite nell'area a Ν dello Stagnum Agrippae, è stato di recente studiato (Ghini, 1988), ma non ha restituito alcun elemento della fase originaria; non è quindi possibile stabilire se lo schema delle grandi Terme Alessandrine rispetti o meno il complesso neroniano.

L'incendio dell'80 d.C. distrusse quasi tutti i monumenti del Campo (Dio Cass., lXVI, 24; Chronogr. a. 354): seguì un massiccio intervento a opera di Domiziano, che ricostruì i monumenti danneggiati e realizzò anche due nuove opere, lo Stadio e l'Odeon, nella zona ancora libera a O delle Terme Neroniane. A questa imponente ricostruzione risale anche la sistemazione dell'area a E dei Saepta, e, con tutta probabilità, la costruzione dell'Iseo nella forma nota attraverso la Pianta Marmorea severiana.

All'età flavia risale la prima menzione di una Porticus Europae nel Campo Marzio, ampiamente menzionata da Marziale (II, 14, 3, 5, 15; III, 20, 12; VII, 32, 11; XI, 1, 11), di cui si ignora se fosse un monumento autonomo o, più probabilmente, la denominazione colloquiale di parte di un monumento già esistente, derivata da un'opera d'arte lì esposta, ma è incerto a quale monumento possa essere riferita.

Poco più a S, con il Templum Divorum e il Tempio di Minerva Chalcidica, Domiziano inaugurò la serie dei grandi monumenti funerarî imperiali del Campo Marzio: l'area più a Ν venne in seguito occupata dai grandi monumenti di età adriano-antonina. Il tempio consisteva in un vasto témenos quadrangolare, che conteneva all'interno due piccoli templi contrapposti, prostili tetrastili, dedicati ai due divi, Vespasiano e Tito. Secondo un'ipotesi l'area del monumento sarebbe quella precedentemente occupata dalla Villa Publica, e all'interno del portico andrebbe collocata anche l'Ara Martis (Richardson jr., 1976).

Con Adriano si compiono gli imponenti lavori che danno all'intera zona la forma documentata dalla Pianta Marmorea severiana. Oltre agli ingenti lavori di restauro e ricostruzione (primo fra tutti il Pantheon), in questo periodo viene realizzato un grande rifacimento nella fascia di terreno che costeggia la Via Flaminia, a sua volta risistemata, con un considerevole rialzamento di quota; tale intervento fu motivato anche dalla necessità di raccordo con l'area del Foro di Traiano. La zona a E della Via Flaminia venne organizzata con una maglia stradale a isolati regolari occupati da abitazioni di edilizia intensiva: un ampio quartiere venne in luce nell'area della Galleria Colonna (Gatti, 1961); resti di insulae, e di vie con lo stesso orientamento, sono stati rinvenuti nelle vicinanze (Pietrangeli, 1987)

Grande sviluppo ebbe nel corso del II sec. l'area a settentrione, con la creazione dei monumenti funerarî della dinastia antonina: in primo luogo la Basilica di Matidia e Marciana, di cui non sono a tutt'oggi chiare posizione e planimetria, e l'Adrianeo (Cipollone, 1978-79; Pais, 1979). Il perimetro del témenos è noto grazie alle ricerche di L. Cozza (1982 e 1985); sul lato verso la Via Flaminia sono ancora conservati resti di una struttura in blocchi di peperino, da riferire forse all'arco monumentale di accesso (Castagnoli, 1942).

Più a Ν sono venuti in luce tre delle c.d. ustrinae, meglio definibili come altari di consecratio di membri della dinastia, edificati sul luogo della pira funeraria (La Rocca, 1984). Il primo altare, attribuito ad Antonino Pio, è noto grazie a documenti di scavo, ed era apparentemente in asse e in relazione con la Colonna Antonina. L'analisi recente dei rinvenimenti degli inizî del secolo in corrispondenza del Palazzo di Montecitorio ha consentito di ricostruire due recinti monumentali, adiacenti e con un lato in comune (Buzzetti, 1984); all'altare già noto (in parte ancora conservato nei piani sotterranei del palazzo: Kampmann, 1985), attribuito dubitativamente a Marco Aurelio, andrebbe quindi aggiunto un secondo recinto, probabilmente anteriore (da attribuire forse a Lucio Vero o a Faustina Minore). Accanto alla colonna di Marco Aurelio era probabilmente il Tempio del Divus Marcus (SHA, AUT., 18).

Si ritiene comunemente che la concentrazione di monumenti funerarî destinati alla famiglia imperiale in questa ristretta area sia provocata dalla presenza nei paraggi di uno o più importanti monumenti, che avrebbero condizionato lo sviluppo della zona, «attraendo» la posizione di quelli successivi, secondo uno schema che è stato definito di «lottizzazione funeraria»: l’ustrina di Augusto (escludendone quindi l'identificazione con il recinto scoperto subito a E del Mausoleo, che ha restituito iscrizioni relative a personaggi «minori» della domus Augusta: Jolivet, 1988; Torelli, 1992); la tomba di Druso Maggiore («monumentum Drusi patris»: Suet., Claud., 46) da ubicare eventualmente nell'area di Piazza di Pietra (Coarelli, 1984; Torelli, 1992); il mnemèion di Gaio e Lucio Cesari, dove venne provvisoriamente sepolta Giulia Mesa (Dio Cass., Lxxix, 24, 3); il «Tumulus jluliorum» (diversamente Böschung, 1980). Porterebbe a escludere, o fortemente limitare, questa moltiplicazione dei monumenti funerarî della prima età imperiale la recente ricerca (von Hesberg, Panciera, 1994) sulle sepolture nel Mausoleo di Augusto: tenendo presente la sostanziale diversità tra luogo del funus e sepoltura definitiva, l'analisi delle testimonianze letterarie sembra infatti a favore della deposizione nel Mausoleo di Augusto di Druso Maggiore e di Gaio e Lucio Cesari.

Tra la fine del II e i primi decenni del III sec., quando il Campo Marzio raggiunge il suo definitivo assetto monumentale, cominciano a cogliersi i primi segni di un cambiamento: l’Ara Pacis viene circondata (e parzialmente coperta) da un grande edificio a pilastri in laterizio, di probabile carattere utilitario (diversamente Rakob, 1985). La generale crisi dell'attività edilizia nel III sec. tocca anche questa zona: unico monumento di rilievo sono le Terme Alessandrine (Ghini, 1988); l’Historia Augusta (Alex. Sev., 26) ricorda anche il progetto di un singolare edificio, la Basilica Alessandrina,. che Severo Alessandro aveva progettato di costruire «inter Campum Martium et Saepta Agrippiana»: l'edificio avrebbe avuto un'articolazione planimetrica realmente inusuale (un rettangolo di circa m 300 x 30), ed è per esso molto difficile trovare concretamente sul terreno una localizzazione possibile. Sono state avanzate diverse ipotesi: il portico orientale della piazza davanti al Pantheon (Castagnoli, 1946); la c.d. Porticus Boni Eventus (Amm. Marc., XXIX, 6, 19) dei Saepta (Coarelli, 1987); la monumentalizzazione della c.d. Via Recta, l'asse che congiungeva il ponte neroniano alla Via Flaminia, tagliando il Campo Marzio centrale (Palmer, 1990). Simili problemi di ricostruzione e valutazione pongono le notizie relative alla Porticus Gordiani in Campo Martio (SHA, Gord., 32, 6-8) e alla Porticus Flaminia di Gallieno (SHA, Gall., 18, 5).

Con la costruzione della nuova cinta muraria di Aureliano si verifica nel Campo Marzio l'ultimo grande cambiamento: l'intera pianura viene definitivamente e fisicamente inclusa nella città (e, forse, nel pomerio); le nuove mura corrono lungo le sponde del Tevere, nel Campo Marzio settentrionale i contatti con il fiume sono mantenuti attraverso l'apertura di tre posterule, una delle quali, presso Tor di Nona, sembra chiaramente in relazione con uno scalo fluviale assai più antico (La Rocca, 1984). In relazione al traffico fluviale è anche la posizione, circa in corrispondenza dell'attuale Piazza di S. Silvestro, del Tempio del Sole costruito da Aureliano, nei cui portici venivano conservati i vini fiscali provenienti dall'Italia centrale, e sbarcati nello scalo ad Ciconias (SHA, Aurel., 48; CIL, VI, 1785 = 31931; Rougé, 1957), evidentemente poco distante.

Numerose sono le novità relative al Tempio del Sole. Comunemente accettata la collocazione di Ch. Hülsen, un importante contributo è stato fornito da uno studio recente di F. Castagnoli (1978-1980), che presenta due disegni di Pirro Ligorio (Torino, Archivio di Stato, cod. a.II, 3J.16; Windsor Castle, 10805), da riferire al monumento, precedentemente noto da due disegni palladiani (Royal Institute of British Architects, X, 17 r. e XV, 11 v.). Comparando i dati posizionabili con le sopravvivenze e le notizie di rinvenimenti, si è di recente ricostruita una collocazione ruotata di 180° rispetto a quella comunemente accettata per il complesso attestato dai disegni del Palladio: con il lato corto principale sulla Via Flaminia (de Caprariis, 1991-92; Torelli, 1992). Da questo nuovo posizionamento emerge una relazione, anche monumentale, tra l'edificio di Aureliano e l'arco c.d. di Portogallo, uno dei più problematici archi della Via Lata (De Maria, 1988).

I problemi di esegesi e di inquadramento connessi al monumento, distrutto nel XVII sec., rimangono infatti numerosissimi: la possibilità che vi siano state più fasi struttive non è verificabile, e non giustifica la grande oscillazione delle proposte di datazione, tra l'età flavia (Rodríguez Almeida, 1978-80) e il V sec. avanzato (Stucchi, 1950). L'arco cronologico è stato recentemente ristretto al III sec. grazie all'analisi della rilavorazione dei rilievi capitolini che ornavano l'arco, di età antonina, e provenienti verosimilmente da uno dei monumenti funerarî della zona (La Rocca, 1986; Torelli, 1992).

Simili problemi di interpretazione sono posti dal più meridionale degli archi della Via Flaminia, che sorgeva, ancora alla fine del XV sec., presso S. Maria in Via Lata. Identificato con l’Arcus Novus dei Cataloghi Regionari, è probabilmente da attribuire a Diocleziano (293-294: Buttrey, 1983); di esso rimangono solo alcuni frammenti della decorazione, di reimpiego.

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(F. de Caprariis)

f) Campo Marzio occidentale e Circo Flaminio. - Campo Marzio occidentale. - L'area compresa nell'ansa del Tevere e delimitata a E dallo Stadio, dall'Odeon di Domiziano e dal Teatro di Pompeo era caratterizzata da una relativa povertà di monumenti. Negli ultimi anni è stata operata una revisione dei pochi dati filologici e archeologici (Coarelli, 1977; Quilici, 1983; Quilici Gigli, 1983; La Rocca, 1984; Palmer, 1990; Coarelli, 1993) mentre molte lacune sono state colmate ćon lo scavo e lo studio di determinate aree e con l'identificazione di alcuni frammenti della Forma Urbis severiana.

Il Tarentum, il principale santuario del Campo Marzio occidentale (si trovava in extremo Campo Martio), è stato localizzato tra Corso Vittorio Emanuele e la Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, in una zona che ha subito un interro notevolissimo. Qui furono scoperti numerosi frammenti degli Acta dei Ludi Saeculares di Augusto e di Settimio Severo: i ludi, infatti, si celebravano in quest'area a distanza di circa un secolo (Coarelli, 1993). Durante le cerimonie, che si svolgevano all'aperto presso costruzioni temporanee in legno, veniva disseppellita l'ara sotterranea di Dite e Proserpina: nessun documento fa riferimento a edifici in muratura, per cui è probabile che l'area fosse una semplice piazza recintata (La Rocca, 1984).

Era stato proposto di riconoscere il Tarentum in un frammento della Forma Urbis raffigurante un'area rettangolare affiancata da due tempietti gemelli, integrando le iscrizioni incise in ter [ento] e aedes [ditis et proserpinae] (Coarelli, 1977); anche se compatibile con le caratteristiche della Forma e con la disposizione delle lastre, l'ipotesi è stata messa in dubbio sia per quanto riguarda l'integrazione delle iscrizioni sia per il fatto che l'Ara di Dite e Proserpina era sotterranea e quindi non collegata ad alcun tempio (Quilici Gigli, 1983).

L'area era attraversata sul lato E da un grande canale monumentale il cui tracciato, probabilmente coincidente con la linea del pomerio di età imperiale (Aureliano sposterà il pomerio fino alle rive del Tevere con la costruzione delle nuove mura), è stato riconosciuto come parallelo all'attuale Corso Vittorio Emanuele: nel suo tratto terminale (presso il Ponte Neroniano), dove fu possibile rilevare l'esistenza di un ponticello che lo attraversava, era affiancato da platee in blocchi di travertino che seguivano un diverso orientamento. Il canale è comunemente identificato con YEuripus di Agrippa, anche se è stato ipotizzato che l’Euripus (Virginis) sfociasse nel Tevere in prossimità del Ponte di Agrippa (Lloyd, 1979).

Il cuore del Tarentum, cioè l'Ara di Dite e Proserpina, doveva essere in stretto collegamento con il Trigarium, un circo per gare agonali che nel nome conserva memorie di antichissime corse di carri trainati da tre cavalli (trighe). Era un'area libera, con cavee probabilmente lignee che dovevano essere erette solo in determinate occasioni (p.es. durante i ludi saeculares). La sua localizzazione tra il Ponte Neroniano e il Ponte di Agrippa sarebbe provata dal ritrovamento, in quest'area, di un cippo di delimitazione del Tevere a Trigario ad Pontem Agrippae di età claudia (che però dimostrerebbe soltanto che il Trigarium si trovava sulla riva sinistra del fiume: cfr. Palmer, 1988 e 1990) e dalla vicinanza degli stabula factionum, le scuderie delle quattro squadre degli aurighi, che dovevano trovarsi tra il Palazzo della Cancelleria e Palazzo Farnese (alcune iscrizioni di aurighi furono scoperte nei dintorni di Via Giulia). I limiti del Trigarium andrebbero identificati a Ν con la Via Recta (cioè la prosecuzione di Via dei Coronari), a S con un'antica via nei pressi di Via dei Bresciani, a O con il Tevere e a E con la Porticus Triumphi che, come l'odierna Via dei Banchi Vecchi (probabilmente coincidente con l'antico percorso), cambiava direzione formando un gomito proprio all'altezza del Trigarium, evidentemente per evitarlo; il Tarentum era forse coinvolto nelle corse e quindi parzialmente incluso nell'area del circo provvisorio (Coarelli, 1993).

Il significato «trionfale» del complesso Tarentum-Trigarium (la cui posizione extra-pomeriale sarebbe indicata da due cippi dell'età di Claudio e di Adriano), attestato dalle principali cerimonie, che vi si svolgevano già in età arcaica, legate alla celebrazione della vittoria militare (due feste dedicate a Marte: l’October equus, corsa nella quale il cavallo vincente era sacrificato ad Nixas, e le Equirria, corsa di carri che si svolgeva due volte l'anno; quindi i ludi saeculares), sarebbe confermato dal fatto che la Via Triumphalis, dopo essersi arrestata sulla riva destra del Tevere in corrispondenza del Ponte Neroniano, proseguiva nel Campo Marzio (del quale è nota la vocazione militare) proprio a partire dal Trigarium per giungere fino alla Porta Carmentalis (cioè la Porta Triumphalis) situata sul versante occidentale del Campidoglio. Tra l'altro il Circo Flaminio, all'esterno della Porta Carmentalis, divenne il monumentale e fastoso punto di partenza della processione trionfale: sembrerebbe quindi che tutta la fascia di terreno prospiciente il Tevere, tra il Ponte Neroniano e la Porta Triumphalis, sia stata intenzionalmente lasciata fuori dal pomerio proprio per la sua valenza trionfale (Coarelli, 1993).

Il tratto della Via Triumphalis interno al Campo Marzio va probabilmente identificato con la Porticus Triumphi, a sua volta identificabile con le Porticus Maximae citate nell'iscrizione dell'Arco di Graziano, Valentiniano e Teodosio (379-383 d.C.) posto davanti al Ponte Elio: si tratterebbe del percorso coincidente con le vie dei Banchi Vecchi, del Pellegrino, dei Giubbonari, di S. Maria del Pianto e del Portico d'Ottavia. L'antica via sarebbe ricordata da Seneca col nome di Via Tecta in relazione al luogo del Campo Marzio (il Tarentum) attraverso il quale l'imperatore Claudio scese agli Inferi (Coarelli, 1993; cfr. Wiseman, 1987); ma è anche stato ipotizzato che questa Via Tecta coincidesse invece con Via dei Coronari, anch'essa diretta verso il Tarentum (Palmer, 1990).

Lungo la Porticus Triumphi fu costruito l'Arco di Arcadio, Onorio e Teodosio (402-408 d.C) ad perenne indicium triumph(orum) sui Geti: si sarebbe trovato nei pressi dell'incrocio tra Corso Vittorio Emanuele e Via Acciaioli. E verosimile che l'arco non sia stato eretto in epoca così tarda, ma abbia subito un restauro: probabilmente sottolineava lo sbocco della Via Triumphalis nel Trigarium (La Rocca, 1984).

Poiché la sponda del Tevere, prima di essere fortificata con le Mura Aureliane, era caratterizzata da cippi di delimitazione della ripa che si datano dal regno di Tiberio a quello di Antonino Pio, è stato ipotizzato che i valori metrici da essi enunciati indicassero le equidistanze degli antichi assi viari ortogonali al Tevere, che avrebbero formato isolati di misure ben determinate, probabile frutto di un piano urbanistico: da ciò deriverebbe che il Trigarium, attraversato da queste strade, fosse diventato un semplice toponimo (Quilici, 1983), ma probabilmente ciò avvenne, in età tardoantica, visto che la sua utilizzazione è ancora attestata in età severiana; oppure che avesse dimensioni estremamente ridotte (Wiseman, 1987) e che comunque non si trovasse nel Campo Marzio occidentale (Palmer, 1990). La localizzazione del Trigarium a monte del Ponte Neroniano, nel Campo Marzio settentrionale, andrebbe però ugualmente scartata per via dell'esistenza di altri antichi assi stradali, sicuramente documentati (Quilici, 1978-79).

I toponimi Ciconiae e Nixae, già collegati tra loro, si riferiscono invece a due zone distinte del Campo Marzio nord-occidentale. Le Ciconiae erano forse uno scalo sul Tevere (dove venivano sbarcati i vini da trasportare nei portici del Tempio del Sole di Aureliano nei pressi di Piazza S. Silvestro), da identificare con un molo che si protendeva diagonalmente nel fiume, rinvenuto nel 1890 a monte di Ponte Elio insieme a un tempietto rotondo di epoca giulio-claudia dedicato a Ercole (La Rocca, 1984). L'individuazione di una torre medievale e di un vicolo cieco proprio di fronte al molo, sopravvivenza topografica di un asse stradale diretto verso l'interno del Campo Marzio, ha portato al riconoscimento delle già citate vie delimitanti isolati impostati ortogonalmente all'antica strada corrispondente a Via di Tor di Nona e scanditi su equidistanze di almeno due actus (Quilici, 1978-79). Le Nixae si sarebbero trovate tra le Ciconiae e il Trigarium, in un'area. vicina all'Ara di Dite e Proserpina (il toponimo avrebbe avuto il sopravvento su quello di Tarentum: La Rocca, 1984) oppure, dovendosi collocare in un'area destinata a corse di carri, potevano essere proprio nel Trigarium, con il quale costituivano un tutt'uno sia sul piano topografico che sul piano funzionale (Coarelli, 1993). È stato proposto che le Ciconiae abbiano anche designato il quartiere intorno a Via della Scrofa, mentre le Nixae potevano trovarsi a Ν di Piazza Navona (Palmer, 1978 e 1990); secondo un'altra ipotesi, le Ciconiae erano degli acroterî che ornavano un'ara (dedicata da Adriano alla Pietà in occasione dell'apoteosi di Sabina) situata sulla riva sinistra del Tevere, di fronte al Mausoleo di Adriano, e le Nixae andrebbero invece collocate nell'area della Basilica di S. Lorenzo in Lucina (Flambard, 1987). Va comunque ricordato che la presunta coincidenza tra Tarentum, Trigarium e Nixae, dal punto di vista topografico e funzionale, è stata messa in dubbio per la mancanza di connessioni esplicite da parte delle fonti; anzi, i Cataloghi Regionari dimostrerebbero che Trigarium e Nixae erano due luoghi diversi, poiché li elencano separatamente (Wiseman, 1987).

L'esatta localizzazione del Tarentum e l'analisi delle funzioni svolte nel Trigarium hanno riaperto il problema dell'identificazione della grande struttura monumentale con recinti, individuata verso il 1887 presso Piazza Sforza Cesarmi, situata fuori dal pomerio (ma in una posizione privilegiata, essendo ben visibile dal Campo Marzio centrale), lambita dall’Euripus a NE e rivolta verso la Via Triumphalis e il Trigarium a SO. Non potendosi trattare dell'Ara di Dite e Proserpina (come aveva inizialmente supposto il Lanciani) si era pensato all’ustrinà di Adriano (il recinto era ubicato nei pressi della strada verso il Ponte Elio); ma, poiché in tal caso la struttura sarebbe stata distrutta dal fuoco (l’ustrinà era infatti il luogo dove veniva cremato il cadavere) e poiché l’Euripus avrebbe impedito la circumambulazione dell'area, è stato proposto di riconoscervi un monumento commemorativo (Taliaferro Boatwright, 1985), alla pari delle c.d. ustrinae della gens Antonina, tutte localizzabili nel Campo Marzio centrale, nell'area di Montecitorio. La struttura era composta da due o più altari monumentali con i relativi recinti di delimitazione dello spazio sacro, addossati perpendicolarmente a un muro in blocchi di peperino rivestito a bugne di travertino (versione monumentale e scenografica del lungo muro in peperino che, costeggiando l’Euripus sul lato O, costituiva forse una sorta di delimitazione tra l'area centrale e l'area occidentale del Campo Marzio). Considerando i giochi che si svolgevano nel Trigarium e analizzando gli elementi superstiti (datati alla fine del I sec. a.C.), l'edificio di Piazza Sforza Cesarini è stato identificato con il cenotafio di Agrippa, il quale, sebbene sepolto nel Mausoleo di Augusto, avrebbe seguito l'esempio ellenico secondo il quale le tombe di eroi e di uomini politici e militari assurti alla gloria nazionale venivano poste in prossimità delle aree dedicate a esercitazioni ginniche o a gare agonali. L'altare si troverebbe in posizione eccentrica rispetto ai recinti, per cui si impone la presenza di almeno un altro altare per la moglie Giulia, o per i suoi figli (La Rocca, 1984); un'altra ipotesi suggerisce che si possa trattare della tomba di Giulio Cesare e della figlia Giulia (Wiseman, 1987). È stato evidenziato come l'edificio si trovi nei pressi della deviazione con cui la via porticata corrispondente a Via dei Banchi Vecchi evitava il Trigarium, alla distanza di un miglio dall'antica Porta Carmentalis, quindi lungo la linea, posta a un miglio dal pomerio, che segnava il limite degli auspicia urbana (Coarelli, 1993).

Questa parte del Campo Marzio occidentale era certamente adibita a sepoltura di uomini illustri; sotto il Palazzo della Cancelleria è stato rinvenuto il recinto sepolcrale del console Aulo Irzio, mentre all'angolo tra Corso Vittorio Emanuele e Vicolo Savelli fu rinvenuta un'iscrizione riferibile alla tomba del console Pansa. Entrambi avevano infatti meritato gli onori della sepoltura nel Campo Marzio per il loro valore. Nella stessa zona dovevano trovarsi le tombe di Siila, sepolto in medio Campo, di Giulio Cesare e di sua figlia Giulia (alla quale potrebbe essere riferita l'iscrizione funeraria, rinvenuta su una lastra marmorea riadoperata come tegola sul Pantheon, che fa riferimento a una donna sepolta in Campo Martio: La Rocca, 1984; cfr. Wiseman, 1987).

Nuovi studi hanno avuto per oggetto le strutture rinvenute sotto il Palazzo della Cancelleria (quasi sotto il portone del palazzo è stato individuato un mitreo; Royo, 1984) e le sculture, tolte dai loro monumenti di origine, trovate appoggiate al sepolcro di Aulo Irzio: la c.d. Ara dei Vicomagistri, di età Claudia, e i «rilievi della Cancelleria», di età domizianea, ma rilavorati sotto Nerva. In occasione del restauro del Museo Barracco sono stati documentati gli scavi effettuati sotto l'edificio, noto come la Farnesina ai Baullari, dove alla fine del secolo scorso fu scoperto l'angolo di un portico a colonne di un grande edificio pubblico, con una mensa ponderaría e una fontana; il portico, di epoca tarda, fu chiuso nel IV sec. d.C. con una transenna in muratura, dipinta con scene di pesca e di caccia a cavallo (Nota Santi, Cimino, 1991).

Altri complessi edilizî sono stati parzialmente scavati nel corso degli ultimi anni. Nelle cantine di Palazzo Calvi, vicino a Campo de' Fiori, sono stati individuati i resti di un imponente edificio caratterizzato da portici prospettanti sulla strada coincidente con l'odierna Via dei Cappellari (Rizzo, 1985). Alcuni documenti della seconda metà del XV sec. attestano, in questa zona, l'esistenza (e la demolizione) di un «arco antiquo» (Valtieri, 1984). Sotto Palazzo Farnese è stato scoperto, ancora in situ, un cippo di delimitazione del Tevere con il nome dei censori del 54 a.C. (evidentemente il fiume si è gradualmente spostato verso O) e resti di grandi edifici pubblici in laterizio. La fase di età domizianea è contraddistinta da mosaici con rappresentazioni di desultores (acrobati a cavallo), da mettere in relazione con il Tarentum e il Trigarium, o meglio con gli Stabula factionum, che si trovavano proprio in quest'area (Broise e altri, 1977 e 1981).

Sotto l'edificio d'angolo tra Via Capodiferro e Piazza della SS. Trinità dei Pellegrini sono stati individuati diversi ambienti riferibili all'età domizianea che si affacciavano, in origine, sui due assi viari di Via dei Pettinari-Via Arco del Monte (con un prospetto di alti portici, con pilastri e archi laterizî) e di Via Capodiferro (Quilici, 1982-83).

Infine, gli scavi sotto il Palazzetto Specchi hanno messo in luce un vasto impianto di magazzini di almeno due piani di altezza, con affaccio su vicoli paralleli al Tevere, formanti una serie di terrazzi lievemente degradanti verso il fiume (Quilici, 1986-87).

È interessante il confronto tra le strutture rinvenute e alcuni frammenti della Forma Urbis collocati negli ultimi anni che si riferiscono proprio a questa parte della città. Essi hanno fatto ipotizzare l'esistenza di un vivus [sta]blarivs (Rodríguez Almeida, 1970-71) piuttosto che di un vicus [bv]blarivs, coincidente con un vicolo individuato negli scavi (Quilici, 1983) o con la Via di S. Paolo alla Regola (Rodríguez Almeida, 1983); in un gruppo va riconosciuto il Vicus Aesculeti (Rodríguez Almeida, 1978-79/1979-80) piuttosto che l’Euripus (Coarelli, 1977); un altro (Rodríguez Almeida, 1983) è relativo alla riva del Tevere (cfr. Virgili, 1987); il frammento con la dicitura balin[ea], è stato riferito all'area a SO del Teatro di Pompeo, nella quale dovevano trovarsi quattro piccoli complessi termali (balnea) ricordati da Marziale in due epigrammi (Rodríguez Almeida, 1989).

A prescindere dall'esattezza delle sovrapposizioni, la pianta marmorea raffigura effettivamente isolati regolari delimitati da vie ortogonali, con edifici (horrea di età domizianea) allineati a rastrelliera su strade, corti e vicoli interni ed estesi lungo il Tevere. Si trattava probabilmente di una nuova pianificazione di un vasto settore urbano eseguita per intervento pubblico, nell'ambito dell'attività edilizia condotta a Roma da Domiziano. In età severiana il complesso fu ristrutturato profondamente, soprattutto sul lato verso Via di S. Paolo alla Regola, dove gli impianti domizianei erano meno sviluppati rispetto al settore verso il Tevere e avevano lasciato spazio ad aree recintate a cielo aperto. In età costantiniana si effettuò un intervento radicale di ristrutturazione, seppellendo tutto il piano terreno con un riporto di 3 m di altezza e stabilendo alla quota del primo piano il nuovo livello di pavimentazione (Quilici, 1986-87).

Poiché l’Aqua Virgo (19 a.C.) attraversava quest'area dalle Terme di Agrippa fino al Ponte di Agrippa, passando sopra di esso per servire il Trastevere, è stato ipotizzato, anche in base ad alcune testimonianze epigrafiche, che l'acquedotto fosse affiancato dall'Euripus (evidentemente alimentato dalla sua acqua, tanto che il nome completo sarebbe stato quello di Euripus Virginis), che sarebbe sfociato nel Tevere in prossimità del Ponte di Agrippa (da riconoscersi nei resti di piloni scoperti nel 1887 a monte di Ponte Sisto) e quindi non sarebbe da identificare con il canale che raggiungeva il fiume nell'area del Ponte Neroniano. L'esistenza del Ponte di Agrippa a monte di Ponte Sisto sarebbe provata da una strada che usciva da R. in età augustea proprio in quel punto, sulla sponda opposta del Tevere, dove fu scoperta la tomba di C. Sulpicio Platorino (Lloyd, 1979); l'opinione corrente è che il Ponte di Agrippa, restaurato da Antonino Pio e poi da Valentiniano (come proverebbero i resti del grande arco onorario innalzato sulla testata di sinistra di Ponte Sisto), sia lo stesso riedificato nel 1473 da Sisto IV; i piloni scoperti a monte dovevano essere un sistema difensivo legato alle Mura Aureliane (Cozza, 1986).

Poiché una serie di bolli laterizi delle Figlinae Caepioniane fanno riferimento a un luogo ab Euripo, è stato proposto (ammesso che l'Euripo sfociasse effettivamente nei pressi del Ponte di Agrippa) che lungo questo tratto della riva del Tevere si trovasse uno degli stabilimenti di quella fabbrica di laterizi, fondata da un Cepione (il ritrovamento di un'urna con le ossa di A. Crispino Cepione nella già citata Tomba dei Platorini confermerebbe tale ipotesi) e in seguito divenuta proprietà dell'imperatore Antonino Pio, che restaurò il Ponte di Agrippa (Lloyd, 1979)·

Lungo la sponda del Tevere, tra Ponte Sisto e Ponte Garibaldi, dovevano trovarsi i Navalia, il porto militare di età repubblicana risalente per lo meno alla seconda metà del IV sec. a.C. e ricostruito intorno al 102 a.C. da Hermodoros di Salamina, autore del Tempio di Giove Statore e del Tempio di Marte, entrambi situati nel vicino Circo Flaminio. I Navalia sarebbero raffigurati in un mosaico di età repubblicana proveniente dalla Via Ardeatina e attualmente conservato nei Musei Vaticani.

Nei pressi dell'odierna Via Arenula, nell'area occupata dal Ministero di Grazia e Giustizia, scavata agli inizî del secolo, furono rinvenuti avanzi di molti magazzini che coprivano una superficie assai vasta. Tra il 1983 e il 1984 sono stati individuati altri resti di queste strutture, tra cui un ambiente pavimentato a mosaico (Virgili, 1987). Nel 1920, sempre durante gli scavi di fondazione del Ministero, vennero alla luce tre frammenti epigrafici dei quali fu trascritto il testo. Trattandosi di iscrizioni compitali sono stati messi in relazione con il Compitum Vici Aesculeti, la cui ara dei magistri anni noni e il relativo lastricato furono ritrovati in situ nei pressi dell'angolo tra Via Arenula e Via di S. Bartolomeo de' Vaccinari. Due frammenti appartenevano all'architrave di un piccolo edificio (verosimilmente la stessa edicola compitale) fatto costruire dai primi magiari entrati in carica all'atto di costituzione del vicus; il terzo frammento epigrafico, anch'esso parte di un architrave, attesterebbe un rifacimento a opera di Domiziano. Il compitum sarebbe sorto nel punto in cui il Vicus Aesculeti (corrispondente all'attuale Via delle Zoccolette) incontrava il Vicus [Stà]blarius (Via di S. Paolo alla Regola; Panciera, 1980 e 1987).

Circo Flaminio. - Il Circo Flaminio, costruito nel 221 a.C. da C. Flaminio Nepote (al quale si deve anche la Via Flaminia) nell'area dei Prata Flaminia, cioè nella parte meridionale della vasta pianura del Campo Marzio, in età augustea diede il nome a tutta la Regione IX (Circus Flaminius). Fino al 1960 si pensava che il circo si trovasse a S dell'odierna Via delle Botteghe Oscure, ma G. Gatti ha dimostrato che la sua area era delimitata grosso modo dall'attuale Via del Portico di Ottavia, dal Lungotevere Cenci e dall'isolato della Chiesa di S. Salvatore in Campo, nei cui sotterranei è parzialmente conservato un tempio che dovrebbe essere in relazione con il circo. È stato inoltre proposto di riconoscere la testata NO dell'area circense in alcuni frammenti della Forma Urbis severiana, rappresentanti una platea dotata di tre gradinate, da collocarsi nell'area di Via Arenula (Rodríguez Almeida, 1978-79/1979-80).

L'individuazione della reale posizione del Circo Flaminio ha contribuito a innovare totalmente gli studi topografici sulla Regione IX e in particolare sul suo settore meridionale. Se il circo vero e proprio non ha finora costituito l'oggetto di uno studio monografico, ciò è dovuto alla mancanza di resti e al silenzio delle fonti sulla sua consistenza monumentale (A. Viscogliosi, in LTUR, 1, 1993, pp. 269-272, s.v. Circus Flaminius). Nulla attesta l'effettiva costruzione di un edificio circense e sono, inoltre, testimoniate diverse funzioni non riscontrabili in altri circhi romani: è stato quindi proposto che il Circo Flaminio sia stato sin dalle origini un'area più o meno libera da strutture, che eventualmente potevano essere realizzate in legno. La parte SE del Circo Flaminio dovette essere eliminata al tempo di Cesare, quando s'iniziò la costruzione del futuro Teatro di Marcello, mentre in età augustea l'area fu radicalmente trasformata in una grande piazza lastricata, come si può dedurre dal frammento di pianta marmorea rinvenuto in Via Anicia, dalla Forma Urbis severiana e dagli scavi effettuati in occasione della ricostruzione del Ghetto (1901-1911) quando furono rinvenuti tratti di platee in lastre di travertino.

Probabilmente la necessità di creare una struttura lunga alcune centinaia di metri obbligò a un andamento parallelo alla sponda del Tevere e tale orientamento condizionò tutti gli edifici contigui; non a caso le fonti letterarie distinguevano, all'interno della Regione IX, gli edifici in Campo, situati nel Campo Marzio centrale e orientati quasi esattamente secondo i punti cardinali, da quelli in Circo, situati nel Campo Marzio meridionale e orientati (salvo poche eccezioni) come il Circo Flaminio. Un'antica cloaca, ritenuta una canalizzazione dell’Amnis Petronia, attraversava l'area del circo da N a S (direzione confermata da uno scavo effettuato nel 1995) lasciando a NO il tempio sotto l'isolato di S. Salvatore in Campo e il Tempio dei Dioscuri, sicuramente in Circo proprio per via del loro orientamento (Tucci, 1993): quindi, come era già stato intuito, non segnava il confine tra gli edifici in Campo e quelli in Circo.

L'area in Circo Flaminio maggiormente nota è quella sul lato NE del circo: gli antichi edifici sono parzialmente conservati, le fonti letterarie, che descrivono anche le opere d'arte all'interno dei templi, sono particolarmente numerose e, soprattutto, la topografia della zona è leggibile quasi integralmente nei frammenti della Forma Urbis. Sono stati identificati con sicurezza: il Teatro di Marcello, i templi di Apollo Sosiano e di Bellona (davanti al Teatro di Marcello), il Tempio di Ercole Musagete nel Portico di Filippo, i templi di Giunone Regina e di Giove Statore nel Portico di Ottavia; il Tempio di Vulcano e il Tempio dei Dioscuri sono stati recentemente localizzati, anche se in via ipotetica, rispettivamente a S dei templi di Largo Argentina, in asse con il Teatro di Balbo (Manacorda, 1990), e nell'area del Ghetto, verso l'odierna Piazza delle Cinque Scole (Tucci, 1993). A parte il Tempio della Pietà (distrutto da Cesare per la costruzione del futuro Teatro di Marcello e individuato all'inizio del 1996: Ciancio Rossetto, in stampa) e quello di Diana (del quale non si hanno più notizie dopo l'età di Cesare), gli edifici in Circo da ricercare e da localizzare sono la Porticus Octavia e i templi di Ercole Custode, di Nettuno, di Marte (identificato in via ipotetica con il tempio sotto l'isolato di S. Salvatore in Campo).

Il Tempio di Apollo Medico (poi detto Sosiano dal nome del console C. Sosio che lo ricostruì in epoca augustea) fu votato nel 433 a.C. a seguito di un'epidemia e dedicato nel 431 a.C. dal console Cn. Giulio. Dell'edificio del V sec. sono ancora conservate varie strutture, tra cui le fondazioni attribuibili a due colonne interne del pronao che hanno permesso di ricostruire un tempio tetrastilo con ritmo diastilo (cioè con la distanza tra le colonne pari al triplo del loro diametro, e con intercolumnio centrale più ampio dei laterali), ancora attestato da Vitruvio. Ricostruito nel 353 a.C. a seguito dell'incendio gallico, fu ulteriormente ristrutturato nel 179 a.C. a opera di M. Fulvio Nobiliore.

Quest'ultima ristrutturazione pare coincidere con l'attività di Timarchides, autore, secondo Plinio (Nat. hist., XXXV, 99), della statua colossale di Apollo “qui citharam... tenet, della quale è stato individuato con qualche verosimiglianza un frammento della mano destra, colossale, venuto alla luce durante gli scavi degli anni '30 (La Rocca, 1977), e con l'attività di Philiskos di Rodi, autore, sempre secondo Plinio (Nat. hist., XXXVI, 34), delle statue di Apollo, di Latona, di Diana, di un Apollo nudo e delle nove Muse, che evidentemente furono trasferite nell'edificio di Sosio e inserite nelle edicole disposte a intervalli regolari sui fianchi della cella (sono stati individuati una testa di Musa e un frammento pertinente a un'altra Musa: La Rocca, 1984).

L'analisi delle strutture inglobate nell'edificio sosiano ha escluso che il tempio sia stato demolito da Cesare per la costruzione del theatrum ad aedem Apollinis (il futuro Teatro di Marcello): l'edificio giunse in età augustea con l'aspetto arcaico descritto da Vitruvio (ni, 3, 4) in cui si fa riferimento all‘Aedes Apollinis et Dianae: probabilmente in età cesariana il tempio ospitò il culto già praticato nella Aedes Dianae in Circo, demolita, come la Aedes Pietatis, per i lavori del teatro). Quanto al supposto arretramento del tempio (sempre a causa della costruzione del teatro), è probabile che sia stata soltanto sacrificata la scalinata originaria, usata come dispositivo teatrale (nel 179 a.C. il censore M. Emilio Lepido appaltò i lavori di costruzione di un teatro e di un proscenio ad Aedem Apollinis), poi sostituita da due scalette laterali (Viscogliosi, in stampa). Ma, poiché nell'area dell'originaria scalinata (testimoniata da una fondazione corrispondente all'anta orientale del tempio) si trovava una struttura circolare che probabilmente segnalava il luogo miracoloso (e quindi inamovibile?) da cui sgorgava l'acqua sorgiva destinata a dare vita al culto di Apollo, si potrebbe pensare che anche il tempio preesistente non avesse una vera e propria scalinata (che altrimenti avrebbe inglobato e nascosto la struttura circolare) ma, per esempio, scalette laterali; a questo proposito si è ipotizzato, invece, che la fondazione della struttura circolare (non legata a un punto determinato dell'area) possa essere posteriore alla distruzione della scalinata e quindi almeno augustea (Viscogliosi, in stampa).

Il Tempio di Bellona, identificato negli anni '60 con il «tempio ignoto» accanto al Tempio di Apollo, fu votato nel 296 a.C. da Appio Claudio Cieco dopo una vittoria sugli Etruschi e dedicato pochi anni dopo. Della decorazione del tempio facevano parte imagines clipeatae dei membri della famiglia (la notizia dovrebbe riferirsi a un intervento attribuibile al console del 79 a.C. Appio Claudio Pulcro). Qui era il Senaculum, una delle sedi dove si riuniva il senato quando doveva ricevere, come nel caso del Tempio di Apollo Medico, delegazioni straniere e magistrati cum imperio, e accordare gli onori del trionfo. Dalla superstite decorazione architettonica (De Nuccio, 1995) si deduce che l'edificio fu rinnovato in età augustea nello stesso periodo del vicino Tempio di Apollo.

L'isolamento del Teatro di Marcello e il conseguente scavo delle zone limitrofe hanno consentito lo studio delle sistemazioni urbanistiche dell'area dei templi di Apollo e di Bellona (Viscogliosi, 1995), che possono essere così riassunte: in età repubblicana i due templi erano circondati, a Ν e a E, da una via tecta ad andamento spezzato che si collegava a un tratto analogo visibile presso il Foro Olitorio (con affaccio libero su entrambi i lati, la via attraversava le aree tra il Foro Boario e il Circo Flaminio). Poteva trattarsi di una sopravvivenza della porticus attestata nel 158 a.C. tra il Tempio della Fortuna (area sacra di S. Omobono) e il Tempio di Giunone Regina (dedicato nel 179 a.C. da M. Emilio Lepido), che all'epoca poteva avere un orientamento N-S. La Porticus Metelli ne avrebbe ostruito l'ultimo tratto (sulla Forma Urbis è evidente che la successiva Porticus Octaviae trancia brutalmente la via), lasciandola senza sbocco. La via tecta fu frutto di una sostruzione che assecondava una propaggine del Campidoglio, essendo poggiata su un muro di blocchi di tufo di Grotta Oscura rifinito all'esterno (verso il Tempio di Apollo) e poi foderato con muri in reticolato in previsione di un rialzamento della quota di campagna. Con la costruzione della Porticus Octaviae, infatti, si ebbe l'interro dell'area tra i templi di Apollo e di Bellona e la via tecta, con successiva gettata in cementizio e lastricato in travertino.

Il Tempio di Vulcano, non posteriore al III sec. a.C., doveva trovarsi nel settore meridionale del Campo Marzio, essendo detto ora in Campo ora in Circo. Recentemente, anche con l'ausilio della Forma Urbis, è stato ipoteticamente localizzato proprio nell'area di confine tra il Campo Marzio e il Circo Flaminio; i frammenti della pianta marmorea mostrano tre templi orientati verso E e allineati da Ν a S, in continuazione dei quattro templi dell'area sacra di Largo Argentina. Il Tempio di Vulcano (quello più a S) secondo l'ipotesi più verosimile si sarebbe trovato in asse con il Teatro di Balbo, che potrebbe essere stato condizionato proprio dalla posizione del tempio (Manacorda, 1990).

Nel 221 a.C. il censore C. Flaminio Nepote realizza il Circo Flaminio. Nell'arco di poco più di un secolo quest'area, punto di partenza dei cortei trionfali, sarà circondata da magnifici edifici dedicati dai viri triumphales·, nove templi e due portici, quasi tutti orientati come il circo.

Verso la fine del III sec. a.C. (forse nel 220, immediatamente a ridosso della fondazione del Circo Flaminio) fu edificato il Tempio di Ercole Custode, in seguito ricostruito da Siila. Probabilmente tra circo e tempio vi era un legame analogo a quello esistente tra il Tempio di Ercole Invitto e il Circo Massimo; comunque è noto (Ovid., Fast., VI, 209) che il tempio si trovava dalla parte opposta del circo rispetto al Tempio di Bellona («Altera pars Circi Custode sub Hercole tuta est») per cui era stato proposto di collocarlo, in via del tutto ipotetica, nell'area della Chiesa di S. Maria in Monticelli. Ma il ritrovamento di diverse iscrizioni che si riferiscono al culto di Ercole nell'area di Via Arenula, nei pressi di Palazzo Cenci, ha anche suggerito di collocare il tempio davanti all'edificio di Via di S. Maria de' Calderari, in virtù della proposta di identificare tale edificio con la Porticus Minucia Frumentaria (i Fasti Philocali, del 354 d.C., alla data del 4 giugno, dies natalis del tempio, abbinano i ludi in Minicia). Portico e tempio, in analogia con il Tempio del Sole di Aureliano (localizzabile nei pressi di Piazza S. Silvestro e destinato invece alla distribuzione del vino), si sarebbero trovati in un'area recintata; inoltre è stato ipotizzato che il Tempio di Ercole Custode fosse a pianta circolare, proprio come il piccolo edificio all'interno del Tempio del Sole, la cui pianta è nota solo in base ad alcuni disegni rinascimentali (Zevi, 1993).

Anche del Tempio di Nettuno, la cui esistenza sembra accertata a partire dal 206 a.C., si conosce molto poco; la sua rappresentazione su una moneta databile al 40 a.C. (un tempio prostilo, tetrastilo, su alto podio con cella in opera quadrata) potrebbe far pensare a un restauro di Cn. Domizio Enobarbo oppure al ricordo dell'opera di un suo antenato: in effetti Plinio (Nat. hist., XXXVI, 26, che ricorda al suo interno un gruppo scultoreo opera di Skopas minore rappresentante un thìasos marino) lo indica come “delubrum Cn. Domitii”. Il tempio è stato a lungo identificato con i resti sotto l'isolato della Chiesa di S. Salvatore in Campo (Coarelli, 1971 e 1976; Gros, 1973 e 1976), in seguito riferiti al Tempio di Marte in Circo (Zevi, 1976), per la presenza di un thìasos marino su tre lati della c.d. Ara di Domizio Enobarbo, i cui rilievi sarebbero stati rinvenuti durante gli scavi per la costruzione della chiesa. È stato anche ipotizzato che il Tempio di Nettuno (del quale non rimarrebbero tracce) affiancasse il Tempio di Marte (sotto S. Salvatore in Campo: Torelli, 1982). Un rilievo conservato nei Musei Capitolini, datato al III sec. d.C., attesterebbe invece la vicinanza topografica dei templi di Nettuno e di Ercole Custode e offrirebbe un'immagine semplificata delle due statue di culto (La Rocca, 1987-88 e 1995).

Nel 181 a.C. M. Acilio Glabrione dedicò il Tempio della Pietà, votato dal padre in occasione della battaglia delle Termopili nel 191 a.C. L'edificio, distrutto da Cesare nel 44 a.C. per la costruzione del teatro davanti al Tempio di Apollo Medico, doveva trovarsi a Ν dei tre templi del Foro Olitorio e aveva il loro stesso orientamento, come è stato accertato di recente (Ciancio Rossetto, in stampa); potrebbe essere stato ricostruito in misura ridotta insieme al successivo Tempio di Diana nella corte alle spalle del Teatro di Marcello (La Rocca, 1995). Da questo tempio, che nel 91 a.C. fu chiuso al culto perché colpito da un fulmine, proverrebbe l’Ara Pietatis di Veio, datata all'ultimo trentennio del II sec. a.C. (Mingazzini, 1974-75).

Nel 189 a.C. M. Fulvio Nobiliore votò il Tempio di Ercole Musagete durante la guerra contro gli Etoli; il trionfo fu celebrato nel 187 a.C. e fu spettacolare perché Nobiliore aveva saccheggiato la capitale, Ambracia, e l'ex reggia di Pirro. Il tempio fu dedicato a Ercole suonatore di lira e alle Muse probabilmente non dopo il trionfo etolico, ma durante la censura di Nobiliore, nel 179 a.C. (Martina, 1981). Le statue di culto (Nobiliore portò da Ambracia nove statue delle Muse e le pose sotto la tutela di Ercole) sarebbero raffigurate su una serie di monete emesse dal triumviro monetale Q. Pomponio Musa nel 66 a.C. o, secondo un'altra ipotesi, su numerosi frammenti di matrici e vasi conservati principalmente nel Museo Archeologico di Arezzo (Marabini Moevs, 1981). Va ricordato che nel 1868, nei pressi della Chiesa di S. Ambrogio della Massima, fu ritrovata una base con l'epigrafe m. folvios. m. f./ser. n. nobilior/cos ambracia/cepit.

Nobiliore avrebbe introdotto a R. l’Ercole Musagete (esibendo le opere d'arte di Ambracia nel nuovo tempio) in risposta a un'orazione del 179 a.C. del censore M. Porcio Catone, il quale accusava i magistrati romani che conservavano nelle proprie abitazioni statuas deorum inoltre, Nobiliore era accusato di essersi comportato come un sovrano ellenistico, avendo portato con sé in Macedonia il poeta Ennio, il quale cantò la campagna militare nella sua Ambracia. Ciò spiegherebbe il significato del culto: come le Muse celebravano la potenza di Ercole, che garantiva la loro tranquillità, così Ennio avrebbe cantato la gloria di Nobiliore, che lo proteggeva (Martina, 1981). Quindi non doveva trattarsi di un originario culto di Ercole al quale venne aggiunto in un secondo momento il culto delle Muse o viceversa: è molto probabile che qui avesse sede il collegium poetarum.

La pianta del tempio (individuato all'interno del Monastero di S. Ambrogio della Massima) è nota in base alla Forma Urbis di età severiana: si trattava di un edificio a pianta circolare, preceduto da un pronao munito di scale; è quasi certo che Nobiliore non costruì un portico intorno al tempio.

Nel 179 a.C. il censore M. Emilio Lepido dedicò due templi a Diana e a Giunone Regina, votati otto anni prima durante la guerra contro i Liguri. Come si è già accennato, il primo potrebbe essere stato distrutto in età cesariana insieme al Tempio della Pietà per la costruzione del futuro Teatro di Marcello: i due templi, come attesterebbe la Forma Urbis, sarebbero stati ricostruiti in dimensioni ridotte alle spalle del teatro. È stato anche proposto che dal nuovo tempietto provengano alcuni rilievi marmorei allusivi a un trionfo navale, riadoperati in un pilastro medievale del Portico di Ottavia e in S. Lorenzo fuori le mura. Datati per motivi stilistici a dopo il 20 a.C. (quando, in un clima di pacificazione generale, sarebbe stata improponibile la costruzione di un monumento dedicato alla vittoria su un romano), invece di ricordare la vittoria di Nauloco su Sesto Pompeo, i pannelli potevano celebrare la vittoria di Azio: si trattava, probabilmente, non di un fregio continuo pertinente a un tempio, ma di un rivestimento di parete, forse a ornamento di una base monumentale o di un arco trionfale (La Rocca, 1987). Inoltre le due strutture alle spalle del Teatro di Marcello delineate sulla pianta marmorea sono state di recente interpretate come le basi delle statue colossali del divus Augustus e della diva Livia (La Rocca, 1995).

Quanto al Tempio di Giunone Regina, l'unica proposta verosimile è che si tratti dell'edificio incluso dopo il 146 a.C. nel Portico di Metello (in quella occasione potrebbe essere stato ristrutturato per adeguarlo al vicino Tempio di Giove Statore, realizzato in marmo da Hermodoros di Salamina). Probabilmente, prima che il Circo Flaminio iniziasse a influenzare l'orientamento degli edifici contigui (comunque prima della costruzione della Porticus Metelli), il Tempio di Giunone Regina poteva avere un orientamento N-S e affacciarsi verso il Campo Marzio: se si prolunga il tracciato della via tecta che passava alle spalle dei templi di Apollo e di Bellona all'interno dell'area della Porticus Metelli si può constatare che la via passerebbe tra l'area del Circo e il retro del Tempio di Giunone, confermandone l'orientamento verso Ν (Viscogliosi, in stampa).

Nel 167 a.C. il pretore navale Cn. Ottavio costruì la Porticus Octavia (Portico di Ottavia) per commemorare la sua vittoria navale su Perseo, re di Macedonia. La porticus era duplex (a due navate con colonnato centrale) e corinthia (con capitelli rivestiti di bronzo): doveva quindi essere una struttura relativamente piccola (forse a unico braccio) e di grande raffinatezza; fu poi ristrutturata da Augusto senza mutarne la dedica originaria. È stato proposto che la porticus sia stata distrutta da un fulmine nel 156 a.C. e sostituita dal Portico di Metello, poi ricostruito da Augusto che avrebbe ripristinato l'antico nome cambiandolo poco dopo in quello di Porticus Octaviae (Olinder, 1974; cfr. Richardson jr., 1976). In realtà, come afferma esplicitamente Festo, la Porticus Octaviae e la Porticus Octavia erano due edifici distinti, posti rispettivamente nei pressi del Teatro di Marcello e del Teatro di Pompeo. L'unica posizione verosimile sarebbe dunque a O del Portico di Filippo (la porticus avrebbe incluso il Tempio di Marte e il Tempio di Vulcano: Coarelli, 1971; cfr. Manacorda, 1990); è stato anche proposto di identificare il Portico di Ottaviao con l'edificio di Via di S. Maria de' Calderari (Wiseman, 1976; Zevi, 1977; cfr. Zevi, 1993).

Nel 148 a.C. il pretore Q. Cecilio Metello, poi detto Macedonico, votò i templi di Giove Statore e Giunone Regina durante la lotta contro Andrisco, che aveva sollevato la Macedonia. I due templi furono iniziati dopo il trionfo di Metello, celebrato nel 146 a.C., ma non furono completati, sembra, prima della sua censura, che cadde nel 131 a.C. Essi erano circondati da una porticus a quattro braccia: quelle laterali dovevano essere a due navate, mentre non è certo se il fronte meridionale fosse completamente chiuso all'esterno, conferendo all'insieme l'aspetto tipico di un témenos di derivazione ellenistica (Lauter, 1980-81).

La rapidità dell'intervento di Metello per quanto riguarda la costruzione della sola porticus sarebbe stata motivata sia dalla necessità di offrire un riparo alle opere d'arte frutto del bottino macedone sia dagli obblighi della propaganda elettorale (che gli fruttarono il consolato nel 143 a.C.): al suo interno fu posto il gruppo equestre dei Cavalieri del Granico, opera di Lisippo, raffigurante Alessandro Magno circondato dalla sua celebre eterìa. Velleio, osservando che le ventisei statue che componevano il gruppo non erano rivolte verso il Circo Flaminio, ma verso le facciate dei due templi, fornisce l'unico elemento utile, sebbene non decisivo, per individuarne il posizionamento (Calcani, 1989). Nel portico fu poi esposta anche la statua bronzea di Cornelia, madre dei Gracchi, realizzata da Tisicrates (fine II sec. a.C.), la cui base fu ritrovata nel 1878 sul fianco della Chiesa di S. Angelo in Pescheria: si trattava della prima statua di una donna esposta pubblicamente a Roma (intorno al 100 a.C.). La sua sistemazione nel Portico di Metello non aveva solo un intento decorativo, ma un evidente significato politico (Coarelli, 1978).

La porticus incluse un tempio più antico (dedicato a Giunone Regina nel 179 a.C. da M. Emilio Lepido), che fu sicuramente restaurato o ricostruito, al quale fu affiancato il Tempio di Giove Statore, il primo edificio di R. costruito integralmente in marmo (segno del dominio romano sul bacino orientale del Mediterraneo), progettato da Hermodoros di Salamina di Cipro, il quale realizzò nello stesso periodo il Tempio di Marte in Circo. Mentre il vicino tempio di Lepido doveva essere di tipo italico su podio, il Tempio di Giove Statore secondo la descrizione di Vitruvio (ih, 2, 5) era un períptero su crepidoma, ma fu probabilmente trasformato in epoca augustea (sulla Forma Urbis severiana è delineato come períptero sine postico).

Purtroppo del Tempio di Giove, a parte la descrizione del suo impianto da parte di Vitruvio (Gros, 1973 e 1976), non resta più nulla; alla sua decorazione frontonale potrebbero essere riferite due sculture rinvenute in Piazza Campitelli, una delle quali raffigurante proprio Giove (La Rocca, 1987 e 1995).

Nel 138 a.C. il console D. Giunio Bruto Callaico votò un tempio a Marte durante la lotta contro i Lusitani. L'edificio, realizzato dopo il trionfo del 133 o 132 a.C. in forme greche dall'architetto Hermodoros di Salamina, è stato localizzato nelle cantine dell'isolato della Chiesa di S. Salvatore in Campo; qui, nel 1837, vennero individuati i resti di un tempio che per il suo orientamento è sicuramente in Circo Flaminio ed è stato identificato con il Tempio di Nettuno (Coarelli, 1971 e 1976; Gros, 1973 e 1976) e quindi con il Tempio di Marte (Zevi, 1976). È documentata l'esistenza di almeno cinque colonne in fila (di cui solo tre visibili) precedute da quattro gradini e di un'altra colonna isolata, su basi costituite da un listello e da un toro poggiante direttamente sul plinto. L'interpretazione offertane da V. Vespignani (come períptero esastilo con basso crepidoma composto da quattro gradini intorno alla peristasi), comunemente accettata e sulla quale era stato impostato il discorso critico sullo stile e la personalità di Hermodoros di Salamina (cfr. Gros, 1973), è stata respinta dopo una revisione dei dati monumentali superstiti e deve essere considerata solo una delle possibili interpretazioni, nel senso che gli elementi sicuri (noti da rilievi o tuttora esistenti) possono essere integrati in vario modo, secondo diverse tipologie (Tortorici, 1988). La ricostruzione come períptero su crepidoma (una delle tante varianti possibili) sarebbe compatibile con le piante di due templi raffigurati su due frammenti della Forma Urbis: però, per le caratteristiche della lastra cui apparterrebbe, l'edificio templare avrebbe sì il tipico orientamento in Circo, ma rivolgerebbe all'area circense il fianco e non la facciata (Rodríguez Almeida, 1978-79/1979-80 e 1983).

Nel tempio, secondo Plinio (Nat. hist., XXXVI, 26), vi era una statua di culto colossale di Marte seduto con una Venere nuda (alcuni frammenti della quale potrebbero essere stati ritrovati e smembrati nel 1873: Tortorici, 1988) opera di Skopas (certamente il minore: Coarelli, 1971). L’Ares Ludovisi, forse una replica di minori dimensioni della statua di culto scoperta tra il 1621 e il 1622, probabilmente non proviene dal Palazzo Santacroce in Piazza B. Cairoli (come aveva supposto il Lanciani), ma da quello in Via di S. Maria del Pianto (Coarelli, 1971; forse nel corso degli scavi per la costruzione della «Fogna della Giuditta»: cfr. Tucci, 1993): per questo motivo il Tempio di Marte era stato posizionato all'interno della Porticus Octavia, a O del Portico di Filippo, insieme al Tempio di Vulcano (Coarelli, 1971; cfr. Manacorda, 1990). A questo tempio apparterrebbe la già citata «Ara di Domizio Enobarbo» (v.), i cui rilievi, un tempo murati nel cortile del Palazzo Santacroce in Piazza B. Cairoli e poi smembrati, sarebbero stati trovati verso il 1639 proprio durante la costruzione della Chiesa di S. Salvatore in Campo. Va segnalato che nella cantina della casa di Lorenzo Manili, edificata nel 1468, sono reimpiegati come materiale da costruzione (nel lato verso Piazza Costaguti all'angolo con Via del Portico di Ottavia) cinque rocchi di colonna e la metà inferiore di un capitello corinzio già datato alla prima età augustea (Castagnoli, 1983), ma in realtà collocabile, per i suoi caratteri stilistici, alla seconda metà del II sec. a.C. In questo periodo alcuni templi sono costruiti in marmo, su progettò di un architetto greco (Hermodoros di Salamina), proprio nell'area del Circo Flaminio. E possibile dunque attribuire il capitello al tempio (di Marte o di Nettuno), che andrebbe collocato nella zona di Via S. Maria del Pianto-Piazza Costaguti, un tempo di pertinenza della famiglia Santacroce: oltre l’Ares Ludovisi non si può escludere una provenienza da questa zona anche per l'«Ara di Domizio Enobarbo» (Bianchi, in stampa).

Il Tempio dei Dioscuri, probabilmente l'ultimo a essere edificato nell'area del Circo, fu costruito tra la fine del II e l'inizio del I sec. a.C.; in base a un passo di Plutarco (Pomp., 2) è stato ipotizzato che sia stato edificato da Q. Cecilio Metello Pio, partigiano di Siila, dopo il trionfo del 71 a.C. Il tempio è rappresentato, insieme ad alcuni edifici commerciali, sul frammento di pianta da Via Anicia: la sua tipologia corrisponde esattamente alla descrizione di Vitruvio (iv, 8, 4), secondo il quale il pronao era collocato sul lato lungo della cella; il prospetto del tempio sarebbe raffigurato su un rilievo conservato nei Musei Vaticani (Parisi Presicce, 1994). La lastra ha un'area in comune con alcuni frammenti della Forma Urbis già identificati (Rodríguez Almeida, 1977, 1981 e 1983) relativi alla zona tra il Circo Flaminio e il Tevere (dove nella seconda metà del XVI sec. furono recuperate le statue dei Dioscuri del Campidoglio) ed è stata posizionata inizialmente sovrapponendo il pronao del tempio alla Chiesa di S. Tommaso ai Cenci: alcuni muri individuati nelle cripte della chiesa avrebbero confermato tale ipotesi (Conticello de' Spagnolis, 1984 e 1986). In seguito, prendendo in considerazione i margini delle lastre della Forma Urbis (Castagnoli, 1985) e le loro possibili deformazioni, il tempio è stato spostato verso E nell'area delle Cinque Scole (Tucci, 1993 e 1994). Un recente scavo ha parzialmente confermato questa ipotesi, consentendo di localizzare con precisione il tempio in Piazza delle Cinque Scole, dove è stato rinvenuto un frammento di una delle teste dei Dioscuri della Cordonata Capitolina. Questa nuova localizzazione riapre il problema dell'identificazione dell'Anfiteatro di Statilio Tauro, che potrebbe aver occupato l'area di Palazzo Cenci (Wiseman, 1974 e 1979).

La pianta di Via Anicia (inizialmente datata alla prima metà del II sec. d.C., ma più verosimilmente di età vespasianea se non addirittura augustea) fu sicuramente redatta con finalità amministrative: poiché lungo la strada porticata che affiancava il Tevere sono indicate le distanze tra i termini che contrassegnavano la ripa, è stato proposto che si trattasse di un documento ufficiale emanato dalla cura alvei Tiberis et riparum, la cui sede poteva trovarsi in un edificio tetrastilo esistente alle spalle del tempio, sulla sponda del fiume (Rodríguez Almeida, 1988), già identificato come Navalia (Conticello de' Spagnolis, 1984; 1986). Proprio in virtù di questa sua funzione è probabile che la lastra di Via Anicia non appartenesse a una pianta dell'intera città.

Durante il periodo repubblicano la nobilitas aveva gareggiato in magnificenza per ostentare la propria influenza politica costruendo nella zona del Circo Flaminio grandiosi edifici (analizzati dal punto di vista artistico e dal punto di vista ideologico: Coarelli, 1971 e 1976; Gros, 1976), ma dopo Azio ogni nuova dedica di edifici pubblici dovette sottostare al rigido programma urbanistico e decorativo voluto dal princeps e dai suoi più stretti collaboratori. Tra il 29 e il 7 a.C. vi furono otto viri triumphales non appartenenti alla famiglia imperiale, ma di questi solo L. Cornelio Balbo, vincitore sui Garamanti, riuscì a dedicare un edificio pubblico (il teatro che da lui prende il nome) nel 13 a.C.: da allora in poi i trionfatori saranno esclusivamente membri della famiglia imperiale.

Questo controllo dell'attività edilizia risulta chiaramente se si esaminano i monumenti in Circo Flaminio e quelli contigui in Foro Holitorio, situati fuori dal pomerio, alle pendici del Campidoglio. Il Circo, monumentale e fastoso punto di partenza nonché scenario d'ingresso in città della processione trionfale, subì una trasformazione radicale e gli edifici più significativi dell'area furono restaurati o ricostruiti ex novo per sollecitazione o per volontà di Augusto (La Rocca, 1987).

Un intervento indiretto di Augusto fu quello riguardante il Tempio di Hercules Musarum, ricostruito da L. Marcio Filippo (che aveva celebrato nel 33 a.C. il trionfo ex Hispania) forse su esortazione del princeps, che era il suo fratellastro. Il tempio, a pianta circolare con pronao, fu circondato da un quadriportico (Porticus Philippi) delineato sulla Forma Urbis; il lato meridionale doveva essere chiuso all'esterno (ma alla fine del secolo scorso, in corrispondenza del prospetto verso il circo, vennero alla luce i resti di un colonnato), mentre, all'interno, una fila di colonne delimitava l'area sacra nella quale una serie di punti allineati sono stati interpretati come filari di alberi. Indagini recenti hanno messo in luce alcuni avanzi del portico in una cantina in Via del Portico di Ottavia e sotto la Chiesa di S. Ambrogio della Massima (un muro in opera quadrata intonacato e dipinto sul lato esterno). Inoltre, in un cortile all'interno del Monastero di S. Ambrogio, sono state rintracciate strutture antiche riferibili all'Aedes Herculis Musarum: la parte settentrionale del podio (datato alla prima età augustea) e un muro forse appartenente a una fase preaugustea (Castagnoli, 1983; Gianfrotta, 1985).

Augusto intervenne direttamente sulla Porticus Octavia: l'edificio fu ristrutturato e vi furono collocate le insegne militari strappate ai Dalmati durante le guerre in Illiria (33 a.C.). Augusto rinunciò però al proprio nome conservando la vecchia dedica (cfr. Res gestae, 19): in questo modo il princeps, di natali non particolarmente aristocratici, volle suggerire un rapporto di filiazione dall'aristocratica gens Octavia, una delle più nobili famiglie romane.

Successivamente Augusto intervenne sulla Porticus Metelli dedicandola alla sorella Ottavia tra il 27 e il 23 a.C. Dalla Forma Urbis rileviamo che anche la Porticus Octaviae aveva l'aspetto di un quadriportico, con il prospetto verso il Circo, e probabilmente anche quello opposto, costituito da un porticato a una sola navata con propileo centrale, mentre i porticati laterali dovevano essere a due navate. I due templi all'interno della porticus furono sicuramente ricostruiti: lo prova, per esempio, il Tempio di Giove Statore, delineato come períptero sine postico, mentre l'originario edificio di Hermodoros, secondo Vitruvio, era un normale períptero; inoltre alle spalle dei due templi venne aggiunta una struttura absidata identificabile con la Curia Octaviae (Gros, 1973 e 1976). L'intero complesso fu poi restaurato da Settimio Severo dopo l'incendio avvenuto sotto Commodo nel 191 d.C., come attesta la grande iscrizione sull'architrave del propileo, datata al 203 d.C.: da quel momento si affermò il nome di Porticus Severi (Tortorici, 1989-90). Recentemente, sotto il Palazzo Patrizi Clementi, sono stati riconosciuti varí tratti del lato settentrionale del portico, compreso il propileo. Alcuni resti del Tempio di Giunone Regina, riferibili, come il propileo, al restauro severiano, sono osservabili in diverse; cantine: si tratta, in particolare, di parti della cella e del pronao (due colonne dell'angolo sinistro, incorporate nelle case, sono interamente conservate e visibili dall'esterno). Un blocco marmoreo rinvenuto di fronte al portico, raffigurante una corona muraria, è stato riferito al Tempio di Giove Statore (Lauter, 1980-81), ma più recentemente è stato attribuito all'arco di Germanico in Circo Flaminio (Rodríguez Almeida, 1991; La Rocca, 1993).

Un ultimo intervento diretto di Augusto nell'area fu sul theatrum ad aedem Apollinis, iniziato da Cesare; già utilizzato nel 17 a.C., la dedica ufficiale si ebbe solo nel 13 o forse nell'11 a.C. a nome di Marcello (figlio di Ottavia, nipote di Augusto), erede designato al trono morto prematuramente. Il Teatro di Marcello è stato oggetto di studi riguardanti la struttura (Nota, De Nuccio, 1986; Ciancio Rossetto, in stampa), l'architettura e la sua funzione simbolica (Gros, 1987; Cerutti Fusco, 1992); sono anche stati analizzati i frammenti delle grandi maschere teatrali di marmo, collocate in origine sulle chiavi dei fornici (Ciancio Rossetto, 1982-83), recentemente restaurate insieme agli stucchi decorati della volta in fondo all'ingresso centrale (Ciancio Rossetto, 1995).

Altri interventi sono deducibili dai Fasti di epoca imperiale. I templi in Circo di Giunone Regina, di Giove Statore, di Nettuno, di Marte e di Apollo ebbero mutato il loro dies natalis in quello corrispondente alla data di nascita di Augusto, il 23 settembre. Ciò attesterebbe che durante l'età augustea vennero sottoposti a interventi di restauro, anche se non furono dedicati a nome del princeps.

I templi di Giunone Regina e di Giove Statore furono ristrutturati contemporaneamente alla Porticus Metelli che li recingeva. Il Tempio di Nettuno fu quasi certamente restaurato da Cn. Domizio Enobarbo (l'importanza del tempio nell'ambito del programma augusteo sarebbe testimoniata dalla funzione di Nettuno quale protettore di Ottaviano ad Azio, a fianco di Apollo). Il problema della dedica del Tempio di Marte rimane aperto.

Il Tempio di Apollo Medico, oggetto di importanti studi che ne hanno messo in luce non solo la veste architettonica, ma anche il significato ideologico (Gros, 1976; La Rocca, 1988; Viscogliosi, in stampa), offre la giusta chiave di lettura delle dediche non augustee. C. Sosio, trionfatore sui Giudei nel 34 a.C. e console nel 32 a.C., ereditò un progetto di Giulio Cesare che, intervenendo nell'area con la ricostruzione del theatrum ad aedem Apollinis per gareggiare con Pompeo, aveva sicuramente previsto il rifacimento del Tempio di Apollo Medico, dedicato nel 431 a.C. da un suo avo, il console C. Giulio. I lavori dovettero iniziare all'indomani del suo trionfo (il punto di contatto tra la Porticus Octaviae e il podio del tempio dimostra la maggiore antichità di quest'ultimo), ma il cantiere dovette progressivamente arrestarsi nel periodo di Azio per riprendere dopo il trionfo di Ottaviano del 29 a.C. A Sosio, filoantoniano passato dalla parte del princeps, fu lasciato il diritto di erigere a proprie spese il nuovo tempio, anche perché contemporaneamente si procedeva alla costruzione del Tempio di Apollo sul Palatino. Poiché il culto di Apollo, protettore di Augusto, rientrava tra i sacra della gens Iulia, non si lasciò carta bianca a Sosio nella ricostruzione di un edificio così legato alla storia della famiglia di adozione del princeps. Il programma decorativo fu infatti finalizzato a glorificare Augusto quale pacificatore delle partes e trionfatore perpetuo: sul fregio interno della cella fu raffigurato il triplice trionfo del 29 a.C. e tutta la decorazione architettonica celebrava la sacralità della sua immagine, ignorando completamente Sosio; infine, il dies natalis fu mutato in quello del compleanno del princeps.

Negli anni '30, durante lo sterro nei fornici del Teatro di Marcello e sul fianco orientale del tempio, furono recuperati diversi frammenti di statue, di cui al momento non era stata compresa l'importanza e che di recente sono stati riconosciuti come resti della decorazione frontonale del tempio. Si tratta di sculture risalenti al terzo venticinquennio del V sec. a.C., provenienti da un tempio greco e riusate nell'edificio augusteo: raffiguravano un'Amazzonomachia di Ercole che si svolge alla presenza di Atena ed erano state alloggiate nel timpano, caratterizzato da proporzioni nettamente diverse rispetto a quelle dei timpani greci; la cornice molto sporgente doveva consentire la visione integrale delle sculture solo dai piani superiori del Teatro di Marcello (La Rocca, 1985).

Non si possono escludere interventi sul Tempio dei Dioscuri, che non cambiò il dies natalis (ma quello primitivo, il 13 agosto, coincideva con la celebrazione del triplice trionfo di Ottaviano che prese le mosse, verosimilmente, proprio dal Circo Flaminio) e sul Tempio di Bellona; quest'ultimo, anzi, pur conservando il proprio dies natalis, dovette essere ricostruito contemporaneamente al Tempio di Apollo Sosiano dal console del 38 a.C. Appio Claudio Pulcro, amico di Augusto e parente di Livia, che trionfò ex Hispania nel 33 a.C., un anno dopo Sosio.

L'area del Circo Flaminio era quindi caratterizzata da una concentrazione di monumenti che celebravano la casa imperiale, ai quali vanno aggiunte le statue dedicate Divo Augusto domuique Augustae da C. Norbano Flacco (generalmente identificato con il console del 15 d.C., l'anno seguente alla morte di Augusto, anche se potrebbe trattarsi del console del 24 a.C.: Lebek, 1987), la statua colossale del divo Augusto elevata verso il 22 d.C. da Tiberio e da Livia haud procul theatro Marcelli (Torelli, 1977-78) e la statua colossale della stessa Livia (dopo il 42 d.C.), da riconoscersi nei due quadrati incisi sulla Forma Urbis alle spalle della scena del Teatro di Marcello (La Rocca, 1995).

Tiberio proseguì il programma augusteo sviluppandone la valenza dinastica e sfruttando a vantaggio della sua famiglia l'area a E del Circo Flaminio: egli stesso completò il restauro del Tempio di Giano fuori Porta Carmentale, dedicandolo nel 17 d.C., mentre Germanico nello stesso anno dedicò il Tempio della Spes (si tratta di due dei templi del Foro Olitorio; il terzo tempio, di Giunone Sospita, fu restaurato nello stesso periodo). Proprio lungo la via della processione trionfale veniva a contrapporsi al Circo Flaminio, augusteo e «giulio», un polo «Claudio», complementare e alternativo. Nello stesso periodo nell'area del circo fu costruito un arco onorario in memoria di Germanico. Nel 1982 sono venuti alla luce a La Canada (Siarum), nella Spagna meridionale, alcuni frammenti di bronzo (conservati nel Museo Archeologico di Siviglia e noti come Tabula Siarensis) contenenti diverse disposizioni relative agli onori funebri tributati a Germanico in seguito alla sua morte avvenuta ad Antiochia il 10 ottobre del 19 d.C. Il testo (si tratta di un senatoconsulto del 16 dicembre del 19 d.C.) completa quanto era già noto in base a un passo di Tacito (Ann., 11, 83, 2) e ad altre copie dello stesso senatoconsulto (la Tabula Hebana e CIL, VI, 911). Tra gli onori tributati a Germanico è annoverato, appunto, un Ianus marmoreus... in circo Flaminio... ad eum locum in quo statuae Divo Augusto domuique Augustae iam dedicatae essent ab C. Norbano Flacco. L'arco, come informa dettagliatamente la Tabula Siarensis, doveva essere decorato sull'attico con almeno dodici statue di bronzo dorato di membri della famiglia imperiale, tra le quali doveva spiccare quella dello stesso Germanico sulla quadriga trionfale; inoltre erano previste statue di barbari vinti, da porre probabilmente davanti alle fronti dell'attico, ai lati dell'iscrizione. Il monumento, grazie al suo imponente apparato figurativo, era non solo destinato a celebrare Germanico, le cui res gestae erano descritte dettagliatamente nell'iscrizione dell'arco, ma assumeva anche un evidente significato dinastico. La localizzazione nei pressi del Portico di Ottavia sarebbe confermata da un frammento della Forma Urbis sul quale è inciso un arco a un fornice, quasi davanti al propileo dove fu vista una poderosa fondazione a sacco attribuibile a un grande pilastro. Alcuni elementi marmorei quasi certamente pertinenti all'arco sono tuttora conservati nell'area: in particolare un blocco di marmo con un bassorilievo raffigurante ima corona muralis con otto torri, con al centro un'aquila che sormonta un globo, e un frammento dell'epigrafe dell'attico che si riferisce a Tiberio (Rodríguez Almeida, 1991; La Rocca, 1993).

È tuttavia probabile che un altro arco si trovasse dinanzi al propileo del Portico di Ottavia, ma sul lato opposto verso il Tevere, in asse con le pàrodoi del Teatro di Marcello: la testata E del circo sarebbe stata caratterizzata da due archi con lo stesso orientamento e la stessa planimetria (molto profondi e con un solo fornice largo quanto ogni singolo pilone). Questo secondo arco sarebbe stato inglobato in una torre, «fasciata» in età imprecisabile e demolita nel 1886, il cui piano terra, come attesta un rilievo ottocentesco, poteva coincidere con l'attico dell'arco. Dovrebbe trattarsi dell’arcus marmoreus visto all'inizio del Quattrocento dall'Anonimo Magliabechiano, che lo aveva messo in relazione con il Ponte Fabricio e con le case dei Pierleoni (rispetto alla topografia moderna la torre si troverebbe sotto la cupola della Sinagoga): i resti dell'iscrizione dell'attico erano stati attribuiti dall'Anonimo a un console Flaminio, ma l'epigrafe poteva riferirsi a un console e a un flamine augustale, il che farebbe pensare soprattutto a Germanico. E verosimile che i due archi «gemelli» fossero dedicati, come nel Foro di Augusto ai due figli di Tiberio, Germanico e Druso Minore (morto nel 23 d.C.): a quest'ultimo erano state decretate le stesse onoranze funebri di Germanico, come attesterebbero un passo di Tacito (Ann., 9, 2) e le analogie tra il senatoconsulto del 19 d.C. relativo a Germanico e quello del 23 d.C. per Druso minore (CIL, VI, 31200 b); inoltre era noto che nel 30 d.C., in un luogo imprecisato, era stato dedicato un Arcus Drusi (Tucci, in stampa).

Si è già sottolineato che il Circo Flaminio era il punto di partenza del corteo trionfale. Lo spazio tra l'angolo SE del Portico di Ottavia e l'anello esterno, ora parzialmente crollato, del Teatro di Marcello (poco più di 3 m) rende improbabile il passaggio del corteo in quel punto. Inoltre la zona tra il teatro e i templi di Apollo e di Bellona non era sgombra da edifici: vi erano due aree circolari (una visibile sulla Forma Urbis; Rodríguez Almeida, 1993) delimitanti due zone di importanza uguale e contraria: una legata ai rituali preliminari all'avvio della guerra, l'altra a cerimonie di lustrazione dell'esercito vincitore prima dell'ingresso in città.

In asse con la cella del Tempio di Apollo sono state individuate le fondazioni di una struttura circolare (diam. m 5,20) di cui si conservano frammenti di decorazione architettonica relativi a due fasi costruttive (di età giulio-claudia e flavia): dovrebbe trattarsi di un monòpteros circolare di ordine corinzio. L'iscrizione frammentaria incisa sull'architrave (imp. caesar vespasianvs) farebbe pensare a una dedica a seguito delle vittorie di Vespasiano e Tito sui Giudei (trionfo nel 71 d.C.). Le fondazioni sono considerate anteriori alla pavimentazione in travertino di età augustea e dovrebbero riferirsi al perirrhantèrion posto davanti al Tempio di Apollo Medico dove Catilina si lavò le mani sporche di sangue, dopo aver mostrato la testa di Mario Gratidiano a Siila, mentre questi procedeva a una riunione del senato nel Tempio di Bellona. Si può anche ipotizzare che la struttura segnalasse il luogo miracoloso da cui sgorgava l'acqua sorgiva destinata a dare l'avvio al culto di Apollo.

Sulla pavimentazione di fronte al Tempio di Bellona è stata riconosciuta un'altra area circolare nettamente diversa rispetto ai filari regolari di lastre di travertino della zona circostante. Potrebbe trattarsi della delimitazione dell'area destinata alla columna bellica, una piccola zona esclusa dalla proprietà dello Stato romano, simbolicamente terra nemica, destinata alle cerimonie della dichiarazione di guerra da parte dei feziali, i quali lanciavano un’hasta contro una columella eretta nel centro della piccola area. Essendo il percorso impedito dalla presenza di queste due strutture, è probabile che il corteo trionfale passasse tra le pàrodoi del Teatro di Marcello (La Rocca, 1993 e 1995).

Poco si sa delle successive trasformazioni del Circo Flaminio: la pianta di Via Anicia mostra per la prima volta l'area del circo (indicata con maggior evidenza nella Forma Urbis severiana) e attesta che in quel periodo il lato verso il Tevere era occupato da edifici commerciali. D'altra parte era già noto che questa zona, in età imperiale, ospitasse attività di commercio e artigianato: basti pensare al nummularius de Circo Flaminio, ai poetila de Circo Flamine e ai colini in bronzo iscritti prodotti in Circo Flaminio e noti nel Norico e in Dacia. Le botteghe dei bronzisti (si pensi al corinthiarius de Theatro Balbi) potevano essere concentrate lungo le strade e negli interstizi tra i grandi edifici pubblici (per esempio a Ν del Portico di Filippo). Non a caso in quest'area si insedieranno le contrade dei Calderarî e dei Catinarî.

L'edificio di Via di S. Maria de' Calderari, comunemente identificato fino al 1960 con la Cripta di Balbo, sembra essere l'unica struttura costruita all'interno dell'area del Circo: tuttavia il problema della sua identificazione è ancora insoluto. È stato proposto di identificarlo con il Portico di Ottavia (Wiseman, 1976; Zevi, 1977) e ultimamente con la Porticus Minucia Frumentaria (comunemente identificata con la porticus di Via delle Botteghe Oscure), forse situata in un piazzale che poteva eventualmente includere il Tempio di Ercole Custode (Zevi, 1993). Verso il 1608 una parte dell'edificio fu rasa al suolo per la costruzione della Chiesa di S. Maria del Pianto, soprattutto per sfruttarne le fondamenta e i travertini, ma di recente, nelle case vicino alla chiesa sono stati individuati diversi resti (databili tra la fine del I e la metà del II sec. d.C.) che, oltre a dimostrare l'inattendibilità delle restituzioni rinascimentali (in particolare quella del Peruzzi), secondo le quali la struttura si articolava simmetricamente attorno a un massiccio corpo centrale, hanno permesso una parziale «ricostruzione» delle sue caratteristiche architettoniche (Tucci, 1993 e in stampa).

Sembra che una cospicua parte dei monumenti del Circo Flaminio fosse ancora in buone condizioni all'inizio del V sec. d.C., epoca in cui l'epigramma greco di Fausto (Anicio Acilio Glabrione Fausto, praefectus Urbi) ricorda ancora un luogo di «annunzio guerriero» (il Tempio di Bellona) e un luogo di «letizia» (il Teatro di Marcello, o il Tempio di Apollo).

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(P. L. Tucci)

g) Foro Boario e Velabro. - I resti di età proto-storica e arcaica nel Foro Boario si addensano intorno ai seguenti due poli: a NE, l'area sacra di S. Omobono, orientata in età regia in senso NE-SO, successivamente N-S; essa risulta legata, topograficamente e culturalmente, al Campidoglio, che la sovrasta a N, come mostrano le affinità tra il culto di Carmenta, che si svolgeva nel santuario posto alle estreme pendici del colle, e quello di Matuta, il cui tempio era separato dal precedente solo per l'interposizione del Vicus Iugarius; a S, una serie di edifici (esistenti, o noti da fonti) legati al culto di Ercole, orientati variamente, ma gravitanti verso l'imbocco della Valle Murcia, tra Aventino e Palatino, i colli dove una antichissima tradizione di origine sabina ambientava il mito dello scontro tra Ercole e Caco.

Il settore centrale del Foro Boario (occupato a NO dal quartiere commerciale traianeo sulla riva del fiume, al centro dal Tempio di Portuno, a E dal Giano quadrifronte e dai resti sotto Piazza della Consolazione e accanto alla Chiesa di S. Giorgio al Velabro) è caratterizzato, invece, da un orientamento prevalente NO-SE. Anche qui sono presenti forti tracce di epoca assai antica documentate soprattutto nel Tempio di Portuno, ma la maggior parte dei resti superstiti si riferisce principalmente a un arco di tempo compreso tra la media età repubblicana e i primi secoli dell'impero.

Area sacra di S. Omobono. - I due templi gemelli di età repubblicana visibili nell'area (il tempio A a O e il Β a E, per buona parte coperto dalla chiesa) sono stati identificati dal Colini rispettivamente con i templi di Fortuna e Mater Matuta. Le prime fasi di vita dei due templi di età repubblicana non sono state ancora sufficientemente chiarite: per alcuni (Pisani Sartorio, 1977; Virgili, 1978) essi sarebbero stati costruiti all'inizio dell'età repubblicana, subito dopo la distruzione dei templi di età regia. Altri (Coarelli, 1988) pensano invece che la distruzione fu seguita da una lunga fase di abbandono dell'area sacra, per una sorta di damnatio memoriae che l'avrebbe colpita, dati i suoi stretti legami con la politica degli ultimi re. Solo agli inizî del IV sec. Camillo avrebbe realizzato la ricostruzione del luogo di culto, per celebrare la presa di Veio. Nel suo intervento si è voluto vedere un intento «tirannico» e antioligarchico, con un recupero della politica regia ai fini del rafforzamento di un potere personale. A questa fase andrebbe riferita una platea in lastre di cappellaccio davanti ai due templi gemelli.

Più chiaro lo svolgimento delle successive fasi di età repubblicana: un restauro datato al 264 a.C., non menzionato dalle fonti letterarie, è documentato da una dedica trovata nell'area attribuita a M. Fulvio Flacco, che in occasione della presa di Volsinii offrì un donario circolare, collocandolo nello spazio antistante ai due templi. Si sono sottolineate le analogie tra il gesto di Flacco e quello di Camillo, entrambi espressione di tentativi di istituire un potere personale in chiave antioligarchica. L'incendio del 213 a.C., che sconvolse il Foro Boario e in particolare l'area della Porta Carmentale, contigua a S. Omobono, distrusse i due templi. La ricostruzione di gran parte del Foro Boario fornì l'occasione per innalzarne considerevolmente il livello, realizzando un ingente terrapieno con robusto muro di sponda per ovviare ai danni delle inondazioni del Tevere. L'interro fu più alto verso la sponda e meno verso il centro della piazza: esso risultò necessario anche per raccordare la zona alla testata del Ponte Emilio, di cui si costruirono allora le arcate in muratura. I nuovi templi gemelli poggiarono sul terrapieno mediante una platea in lastre di tufo di Monteverde e dell'Aniene, rimasta in opera per tutto il periodo repubblicano.

Per l'età imperiale è ben visibile la pavimentazione in travertino del piazzale antistante ai due templi realizzata da Adriano, il quale circondò la piazza di portici. Mancano segni di interventi ulteriori e non si può escludere che l'area abbia conosciuto fasi di abbandono, come indurrebbe a credere il riuso di alcuni blocchi di tufo del podio nelle fondazioni di una taberna costruita a ridosso dei due templi (Virgili, 1977).

Nel II sec. d.C. tutta la parte centro-settentrionale del Foro Boario fu interessata da un processo di intensa urbanizzazione, che inglobò l'area sacra nelle maglie regolari di un quartiere commerciale.

Resta da esaminare un vano sotterraneo compreso nello spazio tra i due templi, considerato da alcuni una cisterna databile al IV sec. a.C. (Virgili, 1988), mentre altri (Coarelli, 1988) vi hanno riconosciuto il thàlamos di Servio Tullio e la Porta Fenestella. Sul vano poggiano sei basi, inserite nel livello pavimentale adrianeo: chi considera il vano una cisterna, interpreta le basi come pertinenti a un portico di collegamento con il retrostante Vicus Iugarius: si tratterebbe di un rifacimento adrianeo dei due fornici di un portico eretto nell'area sacra da L. Stertinio nel 196 a.C. (diversamente Calabi Limentani, 1982). Gli altri vedono nelle sei basi il sostegno dei due fornici della Porta Triumphalis, da identificarsi con la Porta Carmentalis di età regia, che non andrebbe situata alle spalle dell'area sacra, ma al suo interno (Coarelli, 1988).

Il problema si inserisce nella discussione circa il percorso della pompa triumphalis, incerto proprio nel tratto corrispondente al Foro Boario e al Velabro. Coarelli ha ricostruito, sulla scorta delle fonti, un tragitto che prendeva le mosse dal Circo Flaminio e percorreva la Porticus Triumphi, tra il Tempio di Apollo Sosiano e il Vicus Iugarius (ne resterebbe traccia nel portichetto repubblicano visibile allo sbocco del Vicus Iugarius). La processione superava poi la cinta di età regia all'altezza della Porta Carmentalis o Triumphalis, risaliva il Vicus Iugarius e il Foro, fino al Signum Vertumni, donde proseguiva per il Vicus Tuscus, entrando nel Velabro per spostarsi infine verso il Circo Massimo. Il percorso rifletterebbe la situazione topografica anteriore alla bonifica del Foro Boario e al prosciugamento della palude del Velabro. La ricorrenza di elementi toponomastici etruschi lungo il percorso, dalla statua di Vertumno al Vicus Tuscus, confermerebbe l'origine etrusca della processione trionfale.

Gli edifici dedicati al culto di Ercole. - Nel tratto meridionale del Foro Boario, compreso tra il tempio rotondo detto «di Vesta» e l'inizio della valle Murcia (là dove essa è stretta tra le pendici del Palatino e dell'Aventino), si individuano diversi edifici e toponimi che rimandano alla fase più antica di frequentazione del Foro Boario.

I culti del settore Ν prospiciente l'Isola Tiberina (Fortuna, Matuta, Portuno) trassero origine dai contatti sviluppati in età regia prima con i Fenici, poi con i Greci, là dove il corso del fiume aveva consentito di impiantare un primo attracco per le navi, poi sviluppatosi nel porto tiberino. A valle dell'isola era il solo guado del Tevere in questo tratto del fiume, che fin da epoca preistorica aveva conferito all'area un'importanza vitale nel commercio dei metalli e del sale. La figura di Ercole, divinità tutelare di questo nevralgico centro di scambi, rimanda ai remoti incontri con il mondo miceneo (miti di Evandro e Marsia), ma l'Ercole italico, connotato come banchettante o epitrapèzios, è legato alle mandrie, alle greggi e ai frutti della terra: lo confermano il mito dei buoi di Gerione e la sua appendice locale, la leggenda della lotta con il gigante Caco. Si è discussa, di recente, la possibilità che già in età protostorica fosse attivo sul Tevere un vero e proprio empòrion: il mito di Gerione si ritrova infatti in contesti emporici assai antichi diffusi sulle coste del Mediterraneo occidentale. È certo che il culto di Ercole permeò di sé tutta l'area del Foro Boario: a Ν nel santuario dei templi gemelli, da dove proviene un acroterio pertinente alla seconda fase del tempio arcaico, sul quale Ercole è rappresentato con forti tratti ciprioti, che lo accostano al fenicio Melqart; ma soprattutto a S, dove le fonti e la documentazione archeologica attestano la presenza di almeno un'ara e tre templi a lui dedicati.

L'Ara Maxima Herculis ne era il principale e più antico luogo di culto: fu inaugurata, secondo la tradizione, da Evandro o dallo stesso Ercole. Collocata dalle fonti presso i carceres del Circo Massimo, e - sulla base di rinvenimenti di dediche al dio di età imperiale - assai vicino alla Chiesa di S. Maria in Cosmedin, è identificata da alcuni (Coarelli, 1988) col poderoso podio in blocchi di tufo dell'Aniene su cui poggiano abside e cripta della chiesa; databile alla seconda metà del II sec. a.C., presenta segni di un restauro augusteo. La platea superiore del podio si distribuisce su piani diversi, digradanti verso il Circo Massimo, verso il quale il monumento era rivolto. L'ara si ispira forse a modelli ellenistici (ara circolare su ampio dado quadrato), e la versione conservata fino a oggi potrebbe attribuirsi a un rifacimento di Scipione Emiliano durante la censura del 142 a.C. Lo stesso personaggio legò il proprio nome a un tempio rotondo fatto costruire nei pressi in onore del dio (la Aedes Aemiliana Herculis), nel quale furono esposte le pitture di Pacuvio, celebranti le gesta e il trionfo dell'Emiliano. La prima costruzione dell'ara in forme monumentali potrebbe attribuirsi ad Appio Claudio, il cui interesse per il Foro Boario è documentato, tra l'altro, dall'aver egli fatto terminare l’Aqua Appia, primo acquedotto al servizio della città, presso le Saline situate in prossimità della Porta Trigemina. Egli aveva sottratto l'area ai patrizi e da privato il culto fu reso pubblico. La parte anteriore della Chiesa di S. Maria in Cosmedin ha inglobato un edificio antico, sorta di loggia su alto podio, che si appoggia, nella parte posteriore, al podio di tufo sopra descritto. Identificato in genere con la Statio Annonae tardo-imperiale (Cressedi, 1984), l'edificio è invece riconosciuto dal Coarelli come il consaeptum sacellum o fanum che le fonti dicono annesso all'ara, in un tardo rifacimento, degli inizî del V sec. d.C., che coincise forse con la sua trasformazione in diaconia.

L'Aedes Herculis Invicti o Pompeiani è stata identificata col podio di tufo che sostiene l'abside di S. Maria in Cosmedin, poiché le fonti la dicono assai prossima al Circo Massimo. Coarelli ritiene che fosse ancora più vicina al Circo, in un'area mai esplorata sistematicamente tra le vie della Greca e dell'Ara Massima. Qui furono visti (1911) alcuni filari di blocchi di tufo orientati come quelli del podio sotto l'abside di S. Maria in Cosmedin. La costruzione del tempio risalirebbe ad Appio Claudio, che lo avrebbe collocato accanto all'ara (pure fatta costruire da lui) e per l'occasione avrebbe assegnato a Ercole l'epiteto di Invictus, che esordisce allora a R. in connessione con l'ideologia del trionfo. Il tempio, con il simulacro opera di Mirone, sarebbe stato poi restaurato da Pompeo.

L'Aedes Aemiliana Herculis fu fatta costruire probabilmente nel 141 a.C. da Scipione Emiliano, che portò così a termine la trasformazione del culto in senso trionfale ed eroico, dopo i primi tentativi in tal senso avviati da Appio Claudio nel IV sec. a.C. Le fonti ne ricordano la pianta circolare: il tempio è stato identificato con quello rotondo, detto di Vesta, visibile nel Foro Boario presso l'argine del Tevere, che sarebbe stato noto, nell'antichità, pure col nome di Aedes Herculis Victoris ad Portam Trigeminam. Coarelli, invece, considerando la posizione extra pomerium di questo tempio, esclude che esso possa coincidere con la Aedes Aemiliana Herculis, chiaramente collocata dalle fonti «in Foro Boario» e dunque all'interno del pomerio. Ritiene, perciò, che quello dell'Emiliano fosse un edificio scoperto nel '400 (noto da un disegno del Peruzzi e distrutto durante il pontificato di Giulio II), che andrebbe collocato nell'area dell'ex Pastificio Pantanella, di fronte a S. Maria in Cosmedin. Esclude che il tempio potesse essere ubicato accanto ai carceres del Circo, dato l'esito negativo di indagini archeologiche qui svolte nel 1940.

Per quanto riguarda il culto di Hercules Invictus (o Victor) ad Portam Trigeminam, i due epiteti riportati dalle fonti indussero Lyngby (1954) a pensare che esistessero due edifici distinti dedicati al dio. È invece più probabile che il tempio fosse unico e il dio, denominato in età ellenistica Invictus, assunse più tardi (in particolare in età costantiniana) l'epiteto di Victor. Coarelli lo ritiene esterno al pomerio (come farebbe pensare la specificazione «ad Portam Trigeminam»), e lo identifica con il tempio rotondo detto di Vesta, posto assai vicino all'antica riva del fiume, e dunque fuori dalle mura urbane. In questo tratto le mura correvano, presumibilmente, parallele alla sponda, ma piuttosto arretrate rispetto a essa. Il tempio poggia sul terrapieno col quale fu sollevato il livello del Foro Boario verso la prima metà del II sec. a.C. e non presenta fasi anteriori. Espressione della corrente artistica filo-ellenistica che attecchì a Roma in quel periodo (ne è probabile autore Hermodoros di Salamina, la statua di culto pare fosse scolpita da Skopas Minore), il tempio restò tuttavia legato alle primitive origini italiche di Ercole. Noto dai Cataloghi Regionarî come Hercules Olivarius (nome derivante forse da una statua posta nel recinto del tempio), il dio che vi si venerava era considerato il protettore dei negotiatores italici, in particolare degli olearii (che gli dedicarono un tempio a Delo). Sulla scorta della testimonianza di Servio (Aen., VIII, 363) e Macrobio (Sat., III, 6, 9), Coarelli attribuisce la fondazione del tempio romano al mercator M. Octavius Herrenus, erudito originario di Tivoli, noto centro di culto dell'Ercole italico. È tuttavia dubbio (Ziolkowski, 1988) che un privato potesse dedicare un tempio pubblico, quale sicuramente era quello di Ercole fuori Porta Trigemina: il dies natalis compare infatti nei Fasti Allifani. Il tempio fu realizzato in marmo pentelico, materiale particolarmente costoso, usato solo in altri due templi di R. (Giove Statore e Marte in Circo). Possibile fondatore del tempio, con il bottino della campagna di Grecia, sarebbe stato L. Mummio, il distruttore di Corinto. L'iniziativa potrebbe essere letta in concorrenza con quella del nobile Q. Cecilio Metello Macedonico che in quegli anni aveva dedicato il Tempio di Giove Statore. Censore nel 142 a.C. con Scipione Emiliano, L. Mummio ebbe particolare cura dell'area del Foro Boario.

L'elemento regolatore del settore centrale del Foro Boario va individuato nel Tempio di Portuno, al limite S dell'area. Antichissimo, esso doveva trovarsi, in origine, sulla sponda meridionale della palude del Velabro minore, ansa del Tevere incuneata nello spazio compreso tra Vicus Tuscus e Vicus Iugarius. La presenza dei fori Olitorio e Boario a Ν e a S del porto fu causa dell'intenso sviluppo urbanistico della zona, ben presto fittamente occupata da abitazioni e da strutture di servizio. Questo grande quartiere popolare è noto nella sua fase imperiale, databile agli inizî del II sec. d.C. Di esso fu indagata per esteso solo una porzione modesta (1936-1938). Rinvenimenti sporadici effettuati nel corso dell'ultimo venticinquennio inducono a credere che il quartiere fosse più esteso, come lascia presupporre il suo impianto regolare, espressione di una pianificazione urbanistica su vasta scala: gli edifici e le strade si disponevano secondo lo stesso asse del Tempio di Portuno, fulcro dell'intero complesso.

Studi recenti hanno sottolineato la funzione di «dio dei passaggi» svolta da Portuno, che ben si addice all'area portuale. Il dies natalis del tempio (17 agosto) era lo stesso del vicino Tempio di Giano nel Foro Olitorio, pure dedicato a un dio che presiedeva ai passaggi e alle mutazioni. Sono evidenti gli stretti rapporti che già in epoca arcaica legavano Portuno a Matuta (identificata con Ino-Leucothea), entrambi divinità degli inizî e protettrici dei viaggi. Carmenta, divinità oracolare, profetizzò a Ino e al figlioletto Melicene che i Romani avrebbero tributato loro un culto nel Foro Boario, venerandoli coi nomi di Matuta e Portuno. Della fase più antica del tempio faceva parte un alto e lungo podio (alt c.a 5 m) in blocchi di tufo di Grotta Oscura, con cornice a basso cuscino concluso da plinto e rivestimento di stucco. L'altezza considerevole fu imposta dalla necessità di salvaguardare l'edificio dalle piene del Tevere. Attorno al tempio si stendeva una platea di cui restavano i setti murarî di sostegno. Per varí aspetti l'edificio è avvicinabile ai templi A e C dell'Argentina (III sec. a.C.). L'interro realizzato nella prima metà del II sec. a.C. nel Foro Boario sollevò il suolo attorno al tempio, ma sussistono incertezze circa le caratteristiche della nuova sistemazione (Coarelli, 1988). Alcuni pensano a una ricostruzione integrale del tempio sul nuovo livello nella prima metà del II sec. a.C.; altri credono che più tardi, nel I sec. a.C., si sarebbe edificata nell'interro ex novo solo una piattaforma di collegamento con il Ponte Emilio, allora completato in muratura. Occasione per il rifacimento del tempio sarebbe stato il riassetto urbanistico del Foro Olitorio, progettato da Cesare e completato da Augusto per l'inserimento del Teatro di Marcello. L'impronta di Augusto nella zona tra Tempio di Portuno e Ponte Emilio si rintraccerebbe in tre archi da lui eretti: uno presso il Ponte Emilio, con dediche a Gaio e Lucio Cesari, di cui si rinvennero le basi in travertino nel '500, accanto al podio del tempio; un secondo dedicato ad Augusto, e sito in platea pontis Sanctae Mariae, cioè nella piazza davanti alla testata del Ponte Emilio; un terzo presso Monte Savello. Si sarà trattato del rifacimento augusteo di porte urbiche delle mura repubblicane. Il tempio attuale appare pseudoperiptero, tetrastilo, ionico, in opera quadrata di tufo dell'Aniene e travertino. La sua pianta è notevolmente allungata (se pur meno di quella della fase più antica), a testimoniare - insieme all'opzione inusuale per l'ordine ionico - il forte influsso ellenistico sull'architettura romana nel corso del II secolo a.C. A E del tempio, verso la strada che collegava il Foro Olitorio con il Foro Boario, si indagò un tratto dell'area che lo recingeva (interpretata ora come témenos, ora come spazio per attività commerciali), coperta da portici entro i quali si insediarono tabernae. Data l'antichità del culto di Portuno, è ipotizzabile una fase ancora più antica di quella del III sec. a.C.

I lavori per la costruzione dell'Anagrafe (1936-38) offrirono l'occasione di indagare fino a 3 m di profondità parte del quartiere del porto tiberino di età traianea, tra Lungotevere Pierleoni e la odierna Via Petroselli. Si individuarono otto isolati regolarmente allineati da Ν a S, serviti da una rete stradale a maglie ortogonali. Un frammento della Forma Urbis severiana, che reca la didascalia frammentaria aemili, è stato interpretato (Coarelli, 1993) come relativo ai magazzini che avrebbero occupato la parte del quartiere più vicina alla banchina del fiume; la loro costruzione risalirebbe all'intensa attività edilizia di Scipione Emiliano nel Foro Boario, durante la censura da lui esercitata nel 142 a.C. Altri (Rodríguez Almeida, 1993) ritiene, invece, che il frammento indichi un distretto urbano, da collocarsi nell’emporium presso la Porticus Aemilia. Poiché, infatti, si era soliti indicare i magazzini non solo con il loro nome specifico, ma anche con quello generico (horrea), l'omissione di questo nel frammento escluderebbe che esso possa riferirsi a un complesso di magazzini. Il blocco di isolati, con tabernae porticate al piano terreno, era limitato a E da un'ampia strada porticata diretta verso il Tempio di Portuno. A O il quartiere confinava con la banchina portuale e, in occasione dello spostamento nella piana di Testaccio del porto fluviale, lo spazio del porto tiberino fu ridotto a vantaggio delle abitazioni. Il rifacimento traianeo (105 d.C.) coincise forse con un restringimento dell'area portuale, ancora in funzione per le frumentationes, come confermerebbero le personificazioni dell'Arco di Benevento. Di fronte all'area sacra di S. Omobono sono visibili muri allineati con quelli del quartiere traianeo, interposti ad altri in continuazione con quelli dell'area sacra. Al limite Ν dell'area, sotto Piazza della Consolazione, si è visto un edificio databile alla prima metà del II sec. d.C. (Lissi Caronna, 1984-1985; Ghini, 1985) con orientamento prossimo a quello del quartiere del porto. Al limite SE dell'area, verso le pendici del Palatino, sono visibili muri del II sec. d.C., inglobati nella Chiesa di San Giorgio al Velabro e allineati con il vicino Giano e con gli edifici del quartiere traianeo dei quali riprendono moduli e misure. Il complesso traianeo appare qui obliterato dalla costruzione di edifici di età severiana, da mettere in rapporto con l'erezione della Porta Argentariorum (Castelli, 1995).

In corrispondenza dell'attuale Piazza della Bocca della Verità si trovava la spianata del Foro Boario, compresa tra palude del Velabro a Ν e le saline dell'Aventino a S, sacralizzata già in età remota quale luogo di incontro e di scambio tra popolazioni indigene. Si può riscontrare la persistenza di tratti di culto assai arcaici, di ascendenza fenicia, fino in piena età storica. In età repubblicana lo sviluppo di un popoloso quartiere commerciale, sorto in funzione del porto tiberino, limitò l'estensione della piazza verso N, con un fondale costituito da edifici a più piani. Alla fine della repubblica la piazza fu monumentalizzata e alla funzione di mercato se ne affiancarono altre, politiche e di rappresentanza, sviluppatesi ulteriormente durante l'impero (si pensi al Collegium Velabrensium, corporazione di mercanti che aveva la propria sede sul versante della piazza contiguo al Velabro). Fu in particolare Augusto a curare il restauro delle porte urbiche presenti nell'area, trasformandole in accessi monumentali alla piazza: da Trastevere (Porta Flumentana), da campo Marzio (Porta Carmentale), dall'Aventino (Porta Trigemina).

Nell'area della piazza i resti di età augustea sono quasi assenti, a dimostrazione che in tale periodo essa era sgombra da edifici. Resta solo un'ara compitale, posta all'incrocio delle principali vie che confluivano nel Foro Boario (Colini, 1970-1971). Un cippo, rinvenuto nei pressi, testimonia lo sforzo di Augusto di recuperare al suolo pubblico lo spazio del Foro, probabilmente eroso ai margini dall'abusivismo edilizio.

Il rifacimento traianeo del quartiere del porto tiberino provocò forse un primo sostanzioso arretramento della piazza sul versante N, dove sono noti muri del II sec. d.C. riferibili per orientamento al complesso costituito dal sistema Ponte Emilio-Tempio di Portuno-quartiere traianeo. In età severiana, l'occupazione della piazza giunse a obliterare quasi tutto lo spazio disponibile. La situazione è meno chiara per il periodo tardo-imperiale, quando pare di scorgere la volontà degli amministratori di recuperare l'area a spazio pubblico, limitatamente alla zona circostante all'arco di Giano quadrifronte, che sostituiva probabilmente precedenti archi assai antichi, collegati al percorso della Cloaca Maxima.

Non c'è ancora chiarezza su quale zona debba riconoscersi nel toponimo «Velabro». Essa va localizzata in uno spazio a cavallo delle Regioni VIII e XI. Forse si trattava della parte più profonda dell'antica palude detta Velabrum Minus, che si estendeva dalla Porta Argentariorum (accesso monumentale all'area per chi vi penetrava dal Foro Boario) al Vicus Tuscus nel tratto in cui costeggiava la Basilica Iulia. Il più noto monumento della zona, l'Arco degli Argentarî (o meglio Porta Argentariorum) è stato oggetto di un intervento di consolidamento e restauro (Tedone, 1586), che ha evidenziato dissesti statici già in età antica. È apparso chiaro che la porta era completata da strutture murarie (oggi scomparse) nelle quali essa si inseriva, come dimostrano la decorazione, limitata alla sola faccia anteriore, e le cornici dei piloni e della base.

La quasi totale assenza di riscontri archeologici per il tracciato delle mura urbane nel Foro Boario è alla base di formulazioni assai diverse. Sembra oggi prevalere la teoria secondo cui la città sarebbe stata circondata da un anello murario chiuso che, nel tratto considerato, correva parallelo al fiume. Il percorso delle mura sarebbe variato diverse volte col tempo, spostandosi progressivamente dall'interno verso la riva del Tevere. In età regia le mura, discendendo dalle pendici del Campidoglio, sarebbero passate dietro il podio dei due templi gemelli di S. Omobono e avrebbero costeggiato quindi l'ultimo tratto del Vicus Iugarius che allora terminava a E dell'area sacra, anziché dietro di essa, come accadeva in età repubblicana. Avrebbero quindi proseguito fino al lato breve Ν del Circo Massimo, per risalire infine le pendici dell'Aventino. Un muro di cappellaccio, visto tra il portichetto repubblicano del Foro Olitorio e il podio dei templi gemelli (1974), è orientato NE-SO, come il tempio di età arcaica e sarebbe l'unica traccia nota di questa fase delle mura (Virgili, 1977).

L'apertura dei carceres del Circo Massimo nel 329 a.C. rese necessario un nuovo sistema difensivo più vicino alla sponda del fiume, testimoniato da un muro N-S allineato col Tempio di Portuno. La nuova cinta muraria comprese al suo interno il podio repubblicano dei templi di S. Omobono. Altri tratti di muro, paralleli al Tevere e realizzati in tufo di Grotta Oscura, visti presso la fontana di Piazza Bocca della Verità e - più tardi - davanti al tempio rotondo, furono messi fuori uso, e quindi interrati, dall'incendio del 213 a.C. (Coarelli, 1973). La costruzione delle arcate in muratura del Ponte Emilio rese necessaria la sua inclusione nella cinta urbana che fu ricostruita, direttamente sulla sponda del fiume, previa esecuzione di un muro di sponda e dell'interro che innalzò il livello del Foro Boario.

Resti attribuibili alla Porta Carmentale di età repubblicana (quella di età regia si apriva, secondo Coarelli, al centro del podio dell'area sacra di S. Omobono) furono visti (1959) allo sbocco del Vicus Iugarius, dietro la piattaforma dei templi gemelli (Virgili, 1975). Incerta la localizzazione della Porta Trigemina: la pertinenza del pilone in blocchi di tufo di Grotta Oscura (II sec. a.C.) messo in luce tra il Tevere e le pendici dell'Aventino (Lyngby, 1967) è stata posta in dubbio, in quanto il luogo cadrebbe nella Regione XIII (Aventinus); invece la porta sarebbe da sistemare ben all'interno della Regione XI, tra il tempio rotondo del Foro Boario e i carceres del Circo Massimo (Coarelli, 1988). Dalla porta, percorrendo il Clivus Publicius, si saliva all'Aventino. Essa fu probabilmente restaurata da Augusto sotto forma di un arco, presso la Chiesa di S. Maria in Cosmedin, con iscrizione dei consoli del 2 d.C., Lentulo e Crispino, andato distrutto nel '400.

Foro Olitorio. - Le fasi più antiche di due dei tre templi (il mediano e il meridionale) dell'area archeologica di S. Nicola in Carcere sono state esplorate in alcuni saggi (1961-1962). La fase in vista dei templi è riferibile all'integrale rifacimento augusteo per l'inserimento nel tessuto urbano del Teatro di Marcello. I tre templi di età medio-repubblicana furono spostati a SE e compressi in uno spazio più ristretto di quello precedente. L'occasione per la loro ristrutturazione fu forse l'incendio del 31 a.C., nel corso del quale andò distrutto il Tempio di Spes. I materiali scelti (peperino e travertino) e gli stili (ionico e dorico) sono di sapore arcaizzante, analogamente a quanto si osserva nel rifacimento del tempio palatino della Magna Mater. In entrambi i casi tali scelte hanno ingenerato a lungo confusione tra gli studiosi, indotti per lo più a retrodatare di molti decenni questi templi. Orientati da E a O, con le fronti allineate e gli assi paralleli, i tre templi del Foro Olitorio adottavano una formula in uso in altri spazî di età repubblicana a carattere commerciale, sia a Roma (Largo Argentina) sia a Ostia. Sulla scorta di un riesame delle fonti letterarie si è proposto di riconoscere nell'edificio settentrionale il Tempio di Giano, collocato dalle fonti ad theatrum Marcelli; in quello centrale il Tempio di Iuno Sospita, e in quello meridionale il tempio di Spes, che gli antichi mettevano in rapporto con la Porta Carmentale, prossima al Vicus Iugarius e dunque al confine tra la IX e la XI Regione (Crozzoli Aite, 1981). Quanto al tempio mediano, molti lo hanno identificato con il Tempio di Pietas. Nei resti di un basamento visto innanzi alla scala del podio si è voluto infatti riconoscere il piedistallo della statua equestre che M. Aurelio Glabrione collocò di fronte al Tempio di Pietas nel 181 a.C., in onore del padre (diversamente Crozzoli Aite, 1981).

Il portichetto tardo-repubblicano visibile all'angolo tra Vicus Iugarius e Campidoglio è stato interpretato come parte della Porticus Triumphi (Coarelli, 1988).

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(M. Castelli)

h) Palatino. - L'identificazione del toponimo non vede tutti concordi e, se appare largamente superata la proposta che divideva Palatium propriamente detto e Cermalus, ancora manca un accordo sulla localizzazione della Velia. L'area considerata è pertanto quella delimitata a S e a E dalle attuali vie dei Cerchi e di S. Gregorio, a Ν dell'asse viario che collegava la Meta Sudans all'Arco di Tito proseguendo verso la Regia, a O dalla via che passa alle spalle degli Horrea Agrippiana e di S. Teodoro.

Il Palatino di età repubblicana è conosciuto in modo discontinuo, ma, almeno per alcune zone, è possibile avere un'idea della situazione urbanistica. La zona più estesamente nota a livello archeologico è quella delle pendici settentrionali del colle. Gli scavi dell'Università di Pisa, collegati con i vecchi scavi del Boni presso l'Arco di Tito e del Carettoni sotto l’Atrium Vestae imperiale, permettono ora di avere un'idea complessiva del quartiere, fin dall'età arcaica destinato ad abitazioni. Le case repubblicane nascono tutte insieme, direttamente sui resti più antichi, di cui ricalcano l'orientamento, in un momento da porre fra la fine del III e i primi anni del II sec. a.C.: è in questa zona, ora rimessa in luce, che si localizza con sufficiente sicurezza la casa di M. Emilio Scauro (pretore nel 56 a.C.), con un ingresso sul c.d. Clivo Palatino, quella del triumviro Crasso o, sul versante verso il Foro, la casa di Cicerone e del fratello Quinto, tutte residenze che furono oggetto dell'ingordigia del tribuno Clodio fra gli anni 58 e 53 a.C. Attraverso le fonti si riesce a ricostruire in modo relativamente dettagliato la vorticosa attività immobiliare nella zona, con vendite, affitti, sequestri, demolizioni e ricostruzioni. Gli scavi hanno restituito la planimetria dei piani bassi di queste dimore, a volte destinati all'alloggio degli schiavi; più difficile riconoscere atri o peristili. D'altra parte, l'attività immobiliare tramandata dalle fonti, spesso legata alle vicende politiche del periodo, potrebbe indicare che le proprietà erano rimaste facilmente divisibili e pronte a essere in parte affittate o vendute. La zona più occidentale di questo quartiere era occupata dalla Casa delle Vestali e dalla vicina Domus Publica. I resti più antichi della prima di queste due dimore sono stati identificati con una serie di vani posti intorno a un ambiente più grande, forse un atrio, adiacente all'area del Tempio di Vesta; alla fase repubblicana (inizî II sec. a.C.) della casa appartengono i pavimenti in mosaico bianco e nero o «a cestello». Della Domus Publica, di cui si ignora il limite orientale, sono stati identificati dal Carettoni l'ingresso, un piccolo atrio e un piccolo cortile con ambienti annessi.

Anche gli altri due nuclei di case repubblicane, sotto le aule settentrionali della Domus Flavia e presso la Casa di Livia, sono ora meglio conosciuti. Recenti indagini hanno permesso di completare la pianta del piano inferiore della Casa dei Grifi e hanno recuperato un'altra parete dell'importante decorazione pittorica; gli studî e gli interventi di restauro nell'Aula Isiaca hanno invece imposto di rialzare l'ultima fase decorativa dall'età di Caligola alla prima età augustea. La casa rinvenuta fra gli anni '50 e '60 fra la Casa di Livia e quella di Augusto, databile fra la fine del II e gli inizî del I sec. a.C., chiude il quadro parziale, ma significativo, della situazione abitativa del Palatino in età repubblicana.

Per quanto riguarda i luoghi di culto, gli scavi nell'area del Santuario della Magna Mater (votato nel 204 e dedicato nel 191 a.C.) hanno permesso di ricostruire le varie fasi del tempio e dell'area circostante e, soprattutto, hanno chiarito planimetria e cronologia dell'edificio templare che si trova immediatamente a E del podio di Cibele; l'identificazione di questa struttura con il Tempio della Vittoria, dedicato da Postumio Megello nel 294, sembra ora trovare conferma. Agli inizî del III sec. esisteva nell'area solo questo tempio, verosimilmente un períptero sine postico, affacciato su una piazza antistante. La sua costruzione viene a interrompere un asse viario arcaico, che si sposta quindi più a S e assumerà da questo momento il nome di Clivus Victoriae. Il grande Tempio della Magna Mater era in peperino, prostilo, esastilo, con ampio pronao e si affacciava su una vasta piazza lastricata in tufo di Monteverde; in quest'area, attraversata dal Clivus Victoriae, si svolgevano le celebrazioni dei ludi megalenses. La costruzione di un vasca rituale connessa al Santuario di Cibele invase e restrinse la piazza del Tempio della Vittoria. Tutta la zona fu ricostruita dopo l'incendio del III a.C. Il Tempio di Cibele fu rifatto con podio in cementizio e alzato in travertino stuccato, mentre quello della Vittoria ebbe grossi interventi di rinforzo in cementizio nelle fondazioni; entrambi tuttavia mantennero le planimetrie originarie. Il livello della piazza antistante, estesa ora a comprendere entrambi i templi, fu rialzato con una serie di sostruzioni voltate creando un vero e proprio quartiere sotterraneo, attraversato dal Clivus Victoriae, che prese l'aspetto di una via tecta. È stato notato che una piccola area rettangolare nell'angolo SE della piazza sopraelevata, sorta apparentemente presso un sacello arcaico, è stata recintata e preservata fin dalla prima costruzione del Tempio della Vittoria e rimarrà rispettata in tutti gli interventi posteriori. Proprio questo sacro rispetto ha indotto gli scavatori a identificarvi la Casa Romuli, che le fonti localizzano in questa zona.

La piccola struttura rettangolare in laterizio, abitualmente chiamata Auguratorium, posta fra il Tempio della Vittoria e quello di Cibele, è stata ora interpretata come una ricostruzione adrianea del sacello di Victoria Virgo, dedicato da Catone nel 193 a.C.

Quasi contemporaneo del Tempio della Vittoria è il Tempio di Iuppiter Victor, votato da Fabio Rulliano nel 295, e posizionato dai Cataloghi Regionarî nella Regione X. Di questo tempio si è discussa l'identità o meno con Iuppiter Invictus, menzionato nei calendari con dies natalis diverso rispetto a Victor; se ne è voluta dedurre l'esistenza di due templi (Coarelli, 1986; Ziolkowski, 1992): quello di Victor, per il rinvenimento di un'iscrizione sul Quirinale, viene localizzato appunto su questo colle, mentre sul Palatino si troverebbe il Tempio di Iuppiter Invictus, la cui epiclesi sarebbe stata confusa nei Cataloghi. Il Tempio di Giove, quale che sia la sua epiclesi, è stato più volte posizionato in corrispondenza dell'area sacra di Vigna Barberini (Castagnoli, 1979; Grandazzi, 1992; Ziolkowski, 1992), ipotesi insostenibile alla luce dei recenti scavi della Scuola Francese. Un'interessante ipotesi (Wiseman, 1981) lo localizza invece - immaginando una sorta di santuario in cui comparirebbero tutte le divinità collegate alla vittoria - presso il Tempio della Vittoria, ma di esso non vi sarebbero resti riconoscibili.

Se il Tempio della Vittoria con le ricerche recenti ha guadagnato una localizzazione, il Tempio di Giove Statore, dedicato da Attilio Regolo nel 294, l'ha invece persa. Tradizionalmente identificato con il podio rettangolare che si trova presso l'Arco di Tito, il tempio, che le fonti connettono strettamente con la summa Sacra Via, è stato variamente posizionato sul percorso da questa seguito: l'antico santuario è stato così identificato con il c.d. Tempio del divo Romolo sulla Via Sacra (Coarelli, 1983), oppure anche con il podio cementizio che si trova lungo il c.d. Clivo Palatino (Tornei, 1993). Tuttavia nessuna struttura attribuibile al tempio di età repubblicana è stata rintracciata; inoltre il podio tradizionalmente assegnato a Giove Statore è certamente di età imperiale, e, secondo recenti interpretazioni, non sarebbe nemmeno un tempio, ma un monumento pertinente alla terrazza del Tempio di Eliogabalo (Arce e altri, 1990; Arce, in corso di stampa).

Un accurato studio iconografico del frontone fittile rinvenuto in frammenti lungo la Via di S. Gregorio ha permesso di attribuire il ciclo statuario, ora correttamente datato alla seconda metà del II sec. a.C., a un Tempio di Fortuna Respiciens. Un vicus con il nome di questa divinità è noto sul Palatino in età imperiale e il nome della dea è un toponimo dei Cataloghi Regionarî del IV sec. d.C.; il tempio della dea, verosimilmente una delle fondazioni serviane note dall'elenco di Plutarco (Mor., 281 E; 322 F), completamente ristrutturato nel II sec. a.C. - come attesta il frontone - dovette bruciare nell'incendio neroniano ed essere sostituito da un sacello o da una statua. La localizzazione di questo santuario è ipotizzata sulle pendici orientali del colle, che dominano la Via di S. Gregorio.

La viabilità repubblicana del Palatino è ricostruibile solo in parte. Un problema molto discusso è il percorso della Via Nova: se, infatti, la infima Nova Via va localizzata con certezza a monte del Tempio di Vesta (anche qui non v'è accordo se essa si trovasse a monte anche del Lucus Vestae o meno), dove si localizza il sacello di Aius Locutius, l'altra estremità della strada, la summa Nova Via, è indissolubilmente legata alla summa Sacra Via, sicché tutto il percorso è soggetto a variazioni a seconda delle diverse ipotesi circa la Sacra Via. La Nova Via partiva direttamente dal Vicus Tuscus per sfociare sulla Sacra Via all'altezza della Basilica di Massenzio (Coarelli, 1983); a essa andrebbe attribuito un lacerto di lastricato di tufo situato immediatamente a S della Casa delle Vestali. La Via Nova viene riconosciuta in un nuovo percorso il cui tratto finale è venuto in luce negli scavi degli ambienti presso l'angolo fra il c.d. Clivo Palatino e la Via Nova imperiale (Santangeli Valenzani, Volpe, 1989-90). Questa via, ricostruita seguendo gli orientamenti dei resti repubblicani, correrebbe parallela alla Sacra Via tradizionale, e più a S di essa di circa una trentina di metri. Una terza proposta (Tornei, 1993) vuole riconoscere la Via Nova nel percorso repubblicano che, inglobato nelle successive costruzioni imperiali, corre ancora più a monte di quelli citati, e al quale era stato a lungo erroneamente assegnato il nome di Clivus Victoriae. Il vero Clivus Victoriae è ora identificato con certezza nel suo tratto finale, in corrispondenza della terrazza dei templi di Magna Mater e Victoria, ma non c'è accordo sul resto del percorso: secondo F. Coarelli e T. P. Wiseman esso doveva scendere al Velabro rimanendo però nella zona SO del colle. Come Clivus Victoriae sarebbe anche identificabile quella strada che costeggia il fianco O della Domus Tiberiana (Pensabene, 1989; Tornei, 1991); all'altezza del Santuario della Magna Mater la via doveva piegare a sinistra per raggiungere il tempio eponimo. Con Clivo Palatino (la denominazione fu data da P. Rosa durante gli scavi di fine '800) si intende quella strada che sale dall'Arco di Tito verso la fronte della Domus Flavia, con orientamento approssimativamente N-S. Il basolato che individua questo percorso è sicuramente successivo all'incendio del 64 d.C. L'unico tratto di via repubblicana, messo in luce dal Boni immediatamente a O dell'Arco di Tito, mostra un orientamento ben diverso da quello della via di età imperiale ed è possibile che il clivo continuasse con questo andamento. Ne emerge un quadro urbanistico, rimasto sostanzialmente invariato fino all'incendio neroniano, che prevedeva, sul costone settentrionale del colle, una serie di strade approssimativamente parallele impostate, a quote diverse, sulle curve di livello, e almeno due percorsi ascensionali da Ν a S, forse paralleli, se l'orientamento del c.d. Clivo Palatino repubblicano rimane quello del tratto visibile.

La disposizione dei luoghi di culto noti o identificabili sembra seguire il ciglio del colle; questa dislocazione potrebbe essere legata al passaggio della processione trionfale, con cui almeno quattro di essi hanno relazioni reali o ideologiche: Iuppiter Stator e, se possiamo situarlo sul Palatino, Iuppiter Victor furono votati in occasione di trionfi; la connessione ideologica di Victoria con il trionfo è evidente, mentre è probabile che proprio all'altezza del Tempio di Fortuna Respiciens il trionfatore dovesse arrestarsi, voltarsi indietro e pronunciare le parole: «Respicie post te, hominem esse memento» (Tert., Apol., XXXIII, 4).

Con Augusto il Palatino si troverà al centro non soltanto della vita politica, in quanto residenza del princeps, ma anche del programma ideologico che il nuovo corso aveva inaugurato. Il Tempio di Apollo, votato nel 36 a.C. e dedicato nel 28 a.C., dopo la definitiva vittoria di Ottaviano su Antonio, è infatti il «manifesto» della politica culturale che accompagnerà il consolidamento del potere del princeps, nonché il monumento in cui si inaugura lo stile figurativo proprio dell'arte augustea. Si è di recente meglio delineato il complesso sistema di simbologie e di riferimenti mitici che ricordava costantemente all'osservatore le vittorie del nuovo princeps, ma anche e soprattutto il futuro di pace e di prosperità che grazie a esse si apriva ai cittadini. La strettissima connessione fra il santuario e la casa di Augusto sottolineava il rapporto preferenziale fra il dio e il princeps, mentre la vicinanza dell'intero complesso alle memorie di tradizione romulea suggeriva l'identificazione di quest'ultimo con il fondatore di Roma. L'architettura augustea di questo importantissimo santuario, che ha subito una totale ristrutturazione in età flavia, è tuttora meglio conosciuta dalle fonti che dai rinvenimenti archeologici; maggiori testimonianze abbiamo invece per l'apparato figurativo. Il tempio vero e proprio, la cui identificazione con il podio presso l'angolo SO della Domus Flavia è assolutamente certa, è stato ricostruito come uno pseudoperiptero esastilo su alto podio. Il ritrovamento di un grande capitello corinzio e di parte dello stipite marmoreo, decorato con tralci che nascono da tripodi, oltre a confermare la notizia che l'edificio era realizzato completamente in marmo lunense, può dare un'idea della decorazione architettonica. All'interno del tempio erano conservati i tripodi d'oro realizzati con il ricavato della vendita delle circa ottanta statue di Ottaviano distribuite nella città, e da lui ritirate, con prudente mossa politica, una volta assunto definitivamente il potere. Negli scavi del santuario sono stati recuperati alcuni frammenti di una statua colossale di Apollo, probabilmente la statua di culto, opera di Skopas. Il gruppo statuario all'interno del tempio, che prevedeva anche una Latona di Timotheos e una Diana di Kephisodotos, è stato da tempo identificato con la raffigurazione della base di Sorrento, anche se una recente teoria vorrebbe distinguere l'Apollo effigiato sulla base dalla statua di Skopas (Roccos, 1989).

Il Portico delle Danaidi doveva circondare la terrazza del tempio, in una situazione non diversa da quella a noi nota per l'età flavia; secondo le fonti (Prop., II, 31, 3-4) le statue delle cinquanta figlie di Danao, disposte negli intercolumnî, davano l'impressione di una folla. Di recente si è proposto di riconoscere tre di queste statue in tre erme femminili in marmo nero, ora conservate all’Antiquarium del Palatino, rinvenute nell'Ottocento durante gli scavi di P. Rosa presso il Tempio di Apollo (ritenuto allora quello di Giove Vincitore), e solo recentemente rintracciate e pubblicate. Alla decorazione del portico dovevano appartenere anche le lastre tipo «Campana» recuperate in grande quantità negli scavi del santuario dal 1960 in poi e che ora, grazie ai restauri degli ultimi anni, sono meglio apprezzabili sia nelle iconografìe, sia nell'effetto pittorico dato dalla policromia. Nel portico doveva trovarsi anche una statua di Apollo citaredo, ricordata da Properzio (11, 31, 5-6). A questa statua sono state a lungo attribuite le raffigurazioni di una serie di monete del 16 a.C. con leggenda apollini act(io), o solo act(io), in cui si dovrebbe invece riconoscere la statua offerta al dio a Nicopoli (Jucker, 1982). Sempre nella piazza antistante al tempio, Properzio (11, 31, 7-9) ricorda gli Armenia Myronis, disposti intorno all'ara; la vecchia proposta del Rizzo, secondo cui queste statue sarebbero rappresentate sulla base di Sorrento, davanti al Tempio di Vesta, è stata più volte criticata. Gli scavi non hanno raggiunto le biblioteche del santuario: esse erano certamente due, greca e latina (Papyrus Oxyrhynchi, 25, 2435 v.), come nella ricostruzione flavia; al loro interno erano le immagini clipeate dei grandi oratori e una statua di Apollo con le fattezze di Augusto; qui furono collocate le immagini di Druso Maggiore e Germanico nell'ambito degli onori tributati a quest'ultimo dopo la morte; certamente vi si era riunito il senato, tanto da valere alle biblioteche il nome di «Curia in Palatio» (Tac., Ann., 11, 37). Da un passo di Plinio (Nat. hist., XXXVI, 36) si è voluta desumere l'esistenza di un Arcus Octavii, sopra il quale Augusto avrebbe posto una quadriga con Apollo e Diana, opera di Lisia. L'arco è stato ipoteticamente interpretato come l'entrata monumentale al Santuario di Apollo, oppure lo si è voluto identificare con i piloni messi in luce dal Boni sul c.d. Clivo Palatino.

Se quest'ultima identificazione è esclusa dai risultati di recenti scavi che datano quei piloni a un'epoca posteriore all'incendio neroniano, un'attenta rilettura del passo pliniano potrebbe escludere l'esistenza stessa dell'arco.

Gli ultimi scavi nella zona del Santuario di Apollo hanno portato in luce una casa, costruita in opera reticolata e decorata con pregiate pitture di II stile, databili intorno al 30 a.C. L'identificazione con la casa di Augusto è sicura sia per la cronologia, sia per la perfetta coincidenza con quanto ci dicono le fonti della casa del princeps (Suet., Aug., 72, 1-2): essa doveva essere adiacente al Tempio di Apollo, non aveva pavimenti marmorei, né mosaici particolarmente preziosi. La parte più occidentale dell'abitazione si articola su due terrazze di cui l'inferiore è adiacente a un grande peristilio, scavato solo in parte; sull'ala E del peristilio si affaccia un'altra serie di ambienti, che costituiscono le sostruzioni della terrazza del tempio. I restauri operati dopo gli scavi hanno permesso di recuperare il più importante ciclo di pitture di II stile mai rinvenuto a Roma. L'esuberanza che informa l'apparato decorativo dei fondali architettonici dipinti di alcune stanze del lato E del peristilio, contrapposta alla più consueta sobrietà riscontrata negli affreschi della terrazza inferiore, ha fatto supporre l'intervento di artisti alessandrini giunti al seguito di Augusto dopo l'annessione dell'Egitto. Importantissime anche le decorazioni in stucco dei soffitti.

Un'accesa polemica ha interessato l'istituzione, nel 12 a.C., di un culto di Vesta nella zona del Tempio di Apollo e della Casa di Augusto. Si discute se ciò abbia comportato la costruzione di un secondo tempio o solo la collocazione di una statua e di un altare. Nel primo caso l'edificio raffigurato sulla base di Sorrento e su monete di Tiberio si troverebbe sul Palatino, nel secondo si tratterebbe del tempio del Foro. Nessuna struttura attribuibile a un Tempio di Vesta è venuta in luce negli scavi della zona, peraltro incompleti, ma, secondo uno studio recente, il tempio del Foro, da identificare in una serie di rilievi che si ripetono identici dall'età giulio-claudîa a quella antonina, è diverso da quello riprodotto nella base di Sorrento e nelle monete tiberiane, che dovrebbero quindi raffigurare il tempio palatino.

Nel 3 d.C. un incendio provocò vasti danni all'area, interessando il Santuario della Magna Mater e la Casa di Augusto; le fonti non parlano invece del Tempio di Apollo, che verosimilmente fu risparmiato. Il restauro del Tempio di Cibele, che mantenne la planimetria originaria, è illustrato dal rilievo di Villa Medici. La Casa di Augusto, secondo una ipotesi basata sulle fonti (Wiseman, 1987), sarebbe stata spostata sul lato N.

L'attività edilizia degli imperatori giulio-claudî sul Palatino non ha lasciato tracce rilevanti a livello archeologico. L'edificio al quale si attribuisce il nome di Domus Tiberiana è in realtà opera di Nerone; all'estensione del palazzo fino al Foro, operata da Caligola, si possono invece attribuire i resti della domus sotto l'aula domizianea nell'angolo Ν del Palatino; altre strutture di questa domus sono state rinvenute sotto S. Maria Antiqua.

Gli unici interventi di carattere religioso in questo periodo sono costituiti dai luoghi di culto dedicati al divo Augusto. Possiamo localizzare con certezza il Sacrarium divi Augusti ad Capita Bubula, situato all'angolo E del colle presso le Curiae Veteres. Le fonti citano inoltre un Templum divi Augusti et divae Augustae quod est in Palatio, una Aedes divorum in Palatio, un Templum novum divi Augusti, un Templum divi Augusti che Svetonio colloca fra Palatino e Campidoglio. Il Lanciani aveva attribuito tutti i riferimenti delle fonti alla grande aula domizianea situata nell'angolo Ν del colle; una volta escluso che l'aula possa essere stata un tempio, il Lugli aveva riconosciuto il Tempio di Augusto, poi diventato Aedes Caesarum, nel tempio della Vigna Barberini, determinando la localizzazione del Templum Novum dietro la Basilica Giulia. F. Castagnoli ha tentato un'unificazione di tutte le menzioni spostando il toponimo ad Capita Bubula presso l'angolo Ν del Palatino. M. Torelli, dopo che gli scavi nell'area di Vigna Barberini hanno indicato che il tempio non può essere precedente all'età di Marco Aurelio, ha concluso che il sacrario ad Capita Bubula divenne Templum divi Augusti (et divae Augustae) in Palatio con la consacrazione di Livia nel 41 d.C. A questo tempio o alle Curiae Veteres è stata attribuita un'iscrizione monumentale databile al 54 d.C. proveniente dagli scavi presso la Meta Sudans.

La situazione edilizia del palazzo al momento della morte di Caligola è ben descritta da Flavio Giuseppe (Ant. lud., XIX, 114-118 e passim): il palazzo è ancora costituito dalle numerose case accorpate da Augusto e dai suoi successori e al suo interno si potevano percorrere vicoli e scorciatoie. Se di questo «quartiere» possiamo oggi apprezzare solo una piccolissima parte, un esempio di casa signorile di età giulio-claudîa con portico e criptoportico è venuto in luce negli scavi della Vigna Barberini. Alla prima età giulio-claudîa veniva datato anche il c.d. «palazzetto augusteo» che obliterò definitivamente la Casa dei Grifi; sulla base di ricerche ancora inedite, è invece possibile abbassare questo intervento! almeno alla metà del I sec. d.C., e forse giungere ai rifacimenti posteriori al 64. Altri ambienti di case giulio-claudîe, fra cui uno con un interessante mosaico parietale su fondo bianco, sono stati messi in luce fra le sostruzioni della Domus Tiberiana.

Agli interventi di Nerone prima dell'incendio del 64, e dunque alla c.d. Domus Transitoria, vengono normalmente attribuiti due complessi: lo splendido ninfeo dei c.d. Bagni di Livia, con i suoi marmi colorati e le raffinate pitture di IV stile i cui racemi erano incastonati di pietre preziose, e le strutture di una delle due aule che precedettero l’Aula Regia domizianea.

L'incendio determinò una rivoluzione della topografia del colle: le tracce più importanti si trovano su tutto il versante settentrionale del Palatino, interessato dai notevolissimi interri sui quali fu fondato il nuovo piano urbanistico; nessuna fonte, né reali tracce archeologiche, attestano danni consistenti ai santuarî della fascia meridionale e alla Casa di Augusto. Il nuovo piano urbanistico stravolge completamente la viabilità che circonda il colle e crea un sistema di strade porticate parallele e perpendicolari, di cui fanno parte: la Via Sacra (nella sua accezione tradizionale), la c.d. Via Nova imperiale (il nome non è mai attestato in fonti posteriori al 64), il c.d. Clivo Palatino. La reale urbanizzazione di questa fascia, almeno per quanto riguarda la zona S, da collegare al Palatino, avvenne solo con i Flavi, secondo quanto emerso dagli scavi degli ultimi anni. Completamente rinnovato è anche il percorso che delimita il colle a E: alla vecchia via con andamento tortuoso (testimoniata già nella Forma Urbis del Lanciani e di cui si segue in parte l'andamento nella documentazione, tuttora inedita, degli scavi eseguiti negli anni '30 e '40 per la metropolitana) viene sostituita una via rettilinea fiancheggiata da portici; da questa si distacca, all'altezza dell'angolo E del Palatino, un altro percorso, forse anch'esso porticato, che raggiunge il c.d. Clivo Palatino.

Il rinvenimento in situ di alcuni bolli laterizi ha permesso di attribuire a Nerone la grande platea rettangolare normalmente detta Domus Tiberiana. Sulla base dello studio delle sostruzioni e dei criptoportici viene qui ricostruito un

corpo principale quadrato, con peristilio rettangolare al centro e aree aperte, alternatamente quadrate e rettangolari, circondate da portici, situate nel mezzo di ogni lato della costruzione. L'insieme sarebbe stato contornato da giardini.

Una datazione controversa ha tutto il complesso di strutture situato sotto il triclinio e i ninfei della Domus Flavia, di cui una parte è stata anche riutilizzata dal palazzo domizianeo. Si tratta del ninfeo detto «Bagni di Livia», dell'edificio rotondo che lo taglia e delle strutture a esso connesse (Cassatella, 1990) e di un portico pavimentato in opus sedile rinvenuto alla fine degli anni '40 sotto il triclinio orientale della Domus Flavia. La tradizionale interpretazione, che attribuiva il ninfeo alla Domus Transitoria e l'edificio rotondo e il portico (senza però collegarli insieme) alla Domus Aurea, è stata accettata fino ai nostri giorni (Cassatella, 1990; De Vos, 1990). L'unica proposta alternativa (Castagnoli, 1979) pone il ninfeo all'età di Vespasiano e considera la costruzione rotonda un edificio mai terminato. In altri studi l'edificio rotondo era stato identificato con la Cenatio rotunda della Domus Aurea (Suet., Ner., 31, 1-2), e con il Caesareum tholum di un epigramma di Marziale (11, 59). Il ninfeo potrebbe invece far parte della Domus Aurea, e tutte le altre strutture sarebbero da attribuire a Vespasiano e da riferire a un intervento che ristrutturò il Santuario di Apollo e dette inizio alla costruzione di un palazzo, che costituirebbe un antecedente di quello domizianeo. Sulla base delle emissioni monetali vespasianee si evince una ricostruzione del Tempio di Vesta sul Palatino, che viene ipoteticamente identificato con l'edificio rotondo. La datazione delle emissioni permette di datare tutta l'operazione al 72, nel centenario dell'inaugurazione del santuario da parte di Augusto, con forti implicazioni propagandistiche per un imperatore che non vantava nobili origini.

Gli stessi problemi di datazione si ripresentano per le strutture rinvenute sotto l’Aula Regia della c.d. Domus Flavia: l'analisi della documentazione degli scavi del Boni sotto il pavimento domizianeo ha permesso di individuare i resti di due aule rettangolari che si sono succedute prima della costruzione di Domiziano, e che evidentemente sono connesse con le funzioni di rappresentanza poi assunte dall’Aula Regia. Una delle fasi è certamente in relazione con le strutture rinvenute sotto il triclinio e i ninfei della Domus Flavia.

A Vespasiano va certamente ascritta la sistemazione di tutta la fascia settentrionale situata fra la Sacra Via (nella accezione tradizionale) e la c.d. Via Nova imperiale. Gli edifici che sorgono sugli inferri dell'incendio del 64 erano stati fin dai primi scavi identificati con horrea; gli interventi recenti hanno ora precisato meglio la situazione restringendo a un solo settore, il più orientale, la funzione commerciale, e identificando le fondazioni di due insulae su tutto il resto dell'area. Si ritiene inoltre che la funzione di questi edifici debba essere connessa all'insieme della residenza imperiale. A un momento successivo all'incendio va assegnato il completo rifacimento della Casa delle Vestali, che, ingrandita, si coordina perfettamente con il nuovo piano urbanistico.

Le imponenti costruzioni domizianee dettero al Palatino una struttura urbanistica che fino alla tarda antichità subì solo parziali modifiche. La planimetria generale del palazzo è nota ormai da tempo, ma solo recentemente si è potuto apprezzare nella sua interezza il progetto di Rabirio. Gli scavi della Scuola Francese nell'area di Vigna Barberini hanno infatti portato alla luce, sotto la terrazza del Tempio di Eliogabalo, un'intera ala, finora sconosciuta, del palazzo imperiale. È ora possibile capire che il corpo centrale del palazzo, la c.d. Domus Augustana, si estendeva verso Ν su una terrazza artificiale, la cui reale estensione verso Ν ed E non è stata ancora individuata; qui si apriva una facciata a esedra porticata in tutto simile a quella che si affaccia a S sul Circo Massimo. Tutta l'area della terrazza antistante era sistemata a giardini. L'ala settentrionale del palazzo si adeguava all'andamento del c.d. Clivo Palatino, creando un settore di cerniera ben riconoscibile negli ambienti asimmetrici riscontrati a Ν dell'Ippodromo, presso l'attuale Convento di S. Bonaventura. Queste acquisizioni mettono bene in evidenza come il progetto di Rabirio, ben lungi dal sovrapporvisi in completa libertà, tenga conto e si adegui a orientamenti e progetti precedenti. Un saggio ha permesso di datare con certezza alla fase posteriore all'incendio neroniano i piloni di un arco situati circa a metà del c.d. Clivo Palatino. Posteriore all'incendio è anche l'ultima fase del grande podio rettangolare in prossimità dei resti dell'arco; molto mal ridotto, esso appartiene verosimilmente a una struttura templare, che ha avuto ultimamente due diverse attribuzioni, entrambe problematiche: Giove Vincitore (Torelli, 1987) e Giove Statore (Tornei, 1992).

Importanti interventi domizianei sono stati individuati anche nelle sostruzioni della platea della Domus Tiberiana. Nel programma urbanistico domizianeo va inserito anche l'Arco di Tito.

L'opera di Adriano si limitò all'estensione della terrazza settentrionale della Domus Augustana, con la realizzazione della fronte monumentale a tre piani che si affaccia sul Tempio di Venere e Roma, e all'avanzamento dei limiti della Domus Tiberiana oltre l'antico percorso repubblicano risparmiato dalle ristrutturazioni neroniane. Questi limitati interventi hanno avuto un impatto urbanistico notevole: il lato Ν del Palatino diventa ora un fronte unitario e rettilineo che corre dall'angolo E a quello N, saldando le variazioni di orientamento retrostanti. L'ultimo significativo intervento urbanistico sul colle è rappresentato dalla grande terrazza del Tempio di Eliogabalo. Gli scavi francesi hanno dimostrato che l'ala settentrionale del palazzo imperiale fu abbandonata e rasa al suolo fra il 160 e il 180; subito dopo iniziarono i lavori di realizzazione della terrazza e del grande tempio. Nel primo progetto, ben databile grazie alla grande quantità di bolli di Faustina Minore rinvenuti nelle costruzioni, la terrazza che circondava il tempio doveva essere aperta sul lato occidentale, verso il c.d. Clivo Palatino e solo nell'ultima fase, da ascrivere a Eliogabalo, il monumento venne ad assumere l'aspetto definitivo, con quadriportico ed entrata monumentale ad archi, da tempo riconosciuto nelle emissioni monetali severiane. La vecchia proposta di ricostruzione del tempio come períptero ottastilo con colonnato interno addossato alle pareti della cella, non ha avuto finora smentite. Al complesso severiano viene attribuito, secondo una recente ipotesi, anche il podio rettangolare situato presso l'Arco di Tito e tradizionalmente interpretato come Tempio di Giove Statore. Gli scavi nell'area della Vigna Barberini permettono di fare chiarezza su una serie di ipotesi: non è possibile posizionare in quest'area né il Tempio di Giove Vincitore (Castagnoli, 1979; Hill, 1984; Grandazzi, 1993), rimasto in funzione ininterrottamente dal III sec. a.C. al IV d.C., né quello di Augusto in Palatio, come ipotizzato dal Lugli; in sostanza non è possibile identificare il complesso in alcun monumento anteriore all'età di Marco Aurelio. Il posizionamento in quest'area degli Adonaea raffigurati nella Pianta Marmorea severiana, se tecnicamente possibile, perde comunque la connessione più volte proposta con Γ «aula di Adone» ricordata in età domizianea; poco probabile alla luce delle ultime acquisizioni è anche la localizzazione in questo punto del cenotafio di Antinoo citato nell'iscrizione geroglifica dell'obelisco Barberini (Grenier, Coarelli, 1986). L'unica ipotesi che sopravvive alle indagini archeologiche, e anzi vi trova una buona conferma, è quella che identifica la zona con le Plateae Antoninianae citate dalla Historia Augusta nella vita di Eliogabalo (SHA, Hel., 24, 6: Gros, 1986). L'intero complesso fu ridedicato a Iuppiter Ultor da parte di Severo Alessandro. L'entrata monumentale al santuario, benché presenti tre sole porte, è stata ipoteticamente identificata con il Pentapylum citato nei Cataloghi Regionarî.

A Settimio Severo si deve l'inserimento del Septizodium nell'angolo meridionale del colle, grandiosa fronte monumentale che si apre sulla piazza della Porta Capena e sull'innesto della Via Triumphalis con il Circo Massimo. Nessun fondamento ha invece il posizionamento in questa zona delle Thermae Severianae menzionate nell’Historia Augusta (Sept. Sev., 19, 5): l'impianto termale situato alle spalle dell'esedra dell'Ippodromo è in realtà opera di Massenzio, mentre il complesso di strutture fra questo impianto e il Circo Massimo è nato con il palazzo domizianeo.

Tra la fine del III sec. e la fine del IV si sviluppa sulle pendici NE del colle un edificio, la cui interpretazione non è ancora del tutto chiara, attualmente in corso di scavo da parte dell'Accademia Americana.

L'Arco di Costantino andrà a costituire il grandioso sfondo del tratto della Via Triumphalis che costeggia il lato E del colle, con un effetto ancora oggi perfettamente apprezzabile dalla Via di S. Gregorio. Il monumento è oggetto in questi ultimi tempi di un'accesa polemica: secondo una recentissima ipotesi l'arco sarebbe esistito già in età adrianea e Costantino ne avrebbe realizzato solo l'attico e parte della decorazione marmorea (v. restauro). Contro questa proposta sono stati portati varî argomenti.

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(C. Cecamore)

i) Circo Massimo. - Per la restituzione dell'aspetto del Circo Massimo più che la generica illustrazione di circo nel mosaico della villa di Silin vale la testimonianza del mosaico di Luni, ancorché risalente al V sec. d.C. (Humphrey, 1984). Esso ne offre un'immagine coincidente col punto di vista di un osservatore posto sul piano dell'arena; sono visibili, con buona precisione, i settori della cavea e i vomitoria che smistavano gli spettatori da un settore all'altro, nonché la galleria colonnata continua, con tetto ligneo a spioventi inclinati, che copriva il settore più alto della cavea. A circa due terzi della lunghezza di uno dei lati maggiori del circo è collocato il pulvinar, costruito da Augusto a mo' di tempio esastilo sul lato palatino della cavea, come si evince dal frammento della Forma Urbis. Il pulvinar fronteggiava la linea del traguardo e ospitava, oltre alla famiglia imperiale, la tribuna dei giudici di gara; gli corrispondeva, nella metà aventina del circo, il Tempio del Sole. Il mosaico offre pure dettagli sul grande arco, probabilmente trionfale, che si innestava al centro del lato curvo del circo, in direzione della Via Appia: l'arco appare a tre fornici, quello centrale maggiore dei due laterali, con quattro colonne sulla fronte e collegato alla pista da una gradinata. Sull'attico campeggiava la dedica a Tito trionfatore dei Giudei, conservata nella trascrizione dell'Anonimo di Einsiedeln e databile con precisione all'80/81 d.C.

Dopo alcuni rinvenimenti fortuiti in Via dei Cerchi (1876), l'area del Circo Massimo fu sterrata negli anni '30, con sacrificio di ogni testimonianza considerata medievale salvo la Torre dei Frangipane. In saggi che interessarono la metà Ν dell'emiciclo e la zona dell'arco si rinvenne un frammento pertinente alla sua decorazione scultorea, stilisticamente affine ai rilievi dell'arco domizianeo dedicato a Tito in summa Via Sacra (La Rocca, 1974). Un saggio del 1940 portò a identificare alcuni muri radiali dei car ceres, mentre gli scavi avviati nel 1976 si sono concentrati sui due versanti dell'emiciclo, palatino e aventino, e sull'Arco di Tito. Si è evidenziata la fase costruttiva delle sostruzioni della cavea attribuibile a Cesare (ultimata, dopo la sua morte, da Augusto), che realizzò per primo un circo totalmente in muratura, portandolo alle dimensioni conservatesi fino al definitivo rifacimento traianeo, seguito all'incendio del 64 d.C. I muri di età repubblicana, in opera reticolata, mostrano una ripresa più tarda, imputabile probabilmente a restauri di età giulio-claudîa, forse a seguito dell'incendio del 36 d.C. Essi servirono da sottofondazione per i muri in opera laterizia di Traiano. La fase costruttiva tardo-repubblicana è ben riconoscibile nella metà Ν dell'emiciclo, mentre in quella S la fase traianea appare di gran lunga predominante, probabilmente perché qui le distruzioni provocate dall'incendio neroniano, che divampò a partire dalle pendici dell'Aventino, furono più radicali.

Nonostante le due metà dell'emiciclo mostrino strutture laterizie coeve, pare che il piano generale del rifacimento traianeo prevedesse soluzioni diversificate nei due settori. Essi differiscono infatti per lo spessore dei muri, per la capienza dei vani e per la loro distribuzione. La metà meridionale del lato curvo del circo appare meglio articolata e più funzionale. Il materiale per la ricostruzione del circo fu prelevato da Traiano a spese della Naumachia di Domiziano.

Quanto all'arco, i risultati dello scavo non sono stati finora in grado di chiarire i problemi relativi alle varie fasi del monumento. Non è provato che l'arco possa identificarsi con quello fatto erigere da Stertinio nel 196 a.C. nel Circo Massimo. L'Arco di Tito è raffigurato a un solo fornice nell'iconografia conosciuta, fino agli inizî del III sec. d.C.: così lo ritraggono, p. es., alcune emissioni monetali di Caracalla. È probabile che questa fase sia documentata anche nel c.d. arco minore visibile nel rilievo funerario degli Haterii, di età flavia. Nel frammento della Forma Urbis già citato, l'arco è rappresentato a tre fornici, e ciò solleva alcuni problemi relativi alla cronologia generalmente accettata per la pianta marmorea, che oscilla tra il 203 e il 211 d.C., per il contrasto con la situazione documentata dalle monete di Caracalla. A meno che non si voglia ritenere che la pianta marmorea riflettesse il progetto, non ancora realizzato - ma inseribile nella valorizzazione di tutta quest'area voluta e avviata da Settimio Severo - di un rifacimento dell'arco in forme più monumentali, con l'aggiunta di due fornici laterali.

Lo scavo del basamento dell'arco non ha evidenziato elementi della fase a tre fornici posteriori agli inizî del III sec. d.C. Quanto alle fasi precedenti, esse sono testimoniate da una platea in opera quadrata di peperino, di età repubblicana, e da una seconda platea in opera quadrata di blocchi di marmo, verosimilmente giulio-claudîa. Questa ultima fase fu forse distrutta a seguito dell'incendio neroniano, o per lo zelo dei seguaci di Nerone, che nel 68 d.C. ne vollero celebrare il ritorno a R. dopo il trionfale viaggio in Grecia, spianando tutto ciò che ostacolava il corteo. Il terribile incendio del 64 d.C. comportò un notevole rialzo (documentato dagli scavi) del livello del suolo all'esterno del circo, e impose la necessità di ricostruire l'arco, nell'81 d.C., a un livello più alto, collegandolo alla pista mediante una scala, ben visibile su molte delle raffigurazioni del circo. Alla ricostruzione dell'arco non fu forse estranea un'intenzione antitirannica da parte di Tito, interessato a inserire la propria dinastia nella scia della tradizione augustea. L'intervento traianeo sull'arco, se pur non precisamente definibile, è certo: le colonne traianee della fronte interna appaiono infatti aggiunte in un secondo tempo, come mostrano le loro basi, staccate da quelle delle retrostanti paraste. Infine, gli scavi hanno fornito riscontro a quanto documentato dalla Pianta Marmorea severiana per la zona intorno al circo: qui correva un ambulacro esterno porticato, che Traiano pavimentò in travertino. Vi si affacciavano numerose tabernae, che si allineavano al piano terreno del circo, alternate ai corridoi di ingresso per gli spettatori.

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(M. Castelli)

k) Aventino (Maggiore e Minore). - La maggior parte degli edifici antichi presenti sul colle risulta nota solo dalle fonti letterarie, e quasi nessuno di essi è stato identificato con certezza sul terreno. Permangono dubbi addirittura sul nome antico dei due colli che costituivano l'Aventino: per alcuni l’Aventinus Maior corrisponderebbe a quello che viene oggi comunemente denominato Piccolo Aventino.

Nella generale incertezza, fa eccezione la situazione del Dolichenum, santuario privato della seconda metà del II sec. d.C., sede di un culto con forti tratti sincretistici, scavato nel 1934 in Via S. Domenico, e identificato grazie alla ricca messe di epigrafi e statue di culto trovate nell'occasione.

Marziale (VI, 64, 12) ricorda che la Casa di Sura era sul ciglio settentrionale dell'Aventino e sovrastava il Circo Massimo. Un frammento della Forma Urbis mostra le Terme Surane a E di una strada, che si ritiene fosse l'antico Clivus Publicius, corrispondente all'attuale Via di S. Prisca e al Clivo dei Publicî (o, per altri, al Clivo di Rocca Savella). Le terme erano certo vicine alla Casa di Sura; finora, però, non è stato possibile posizionare con certezza alcuni frammenti della Forma Urbis, relativi all'Aventino, per la mancanza di un sicuro caposaldo di riferimento sul terreno. Così, l'ipotesi che i resti di antiche cisterne visti sotto l'Accademia di Danza, a Ν della Chiesa di S. Prisca, siano da identificarsi con le Terme Surane e l'altra ipotesi, connessa alla prima, che riconosce la Casa di Sura nella complessa stratigrafia sottostante alla chiesa (Coarelli, 1984) restano ancora in attesa di una conferma. D'altronde, gli esiti di recenti carotaggi eseguiti in Via S. Alberto Magno (Vendittelli, 1990) hanno condotto a considerazioni totalmente diverse, secondo le quali le Terme di Sura sarebbero state adiacenti alla Chiesa di S. Sabina, assai più a O di S. Prisca. Già il Dosio, peraltro, aveva disegnato il pronao di un tempio, le cui misure si sovrappongono a quelle del tempio rappresentato in uno dei frammenti della Forma Urbis alle spalle del Balneum Surae, e lo aveva collocato presso S. Sabina.

Anche la localizzazione del complesso dei Privata Traiani, una parte dei quali sarebbe poi stata adibita a terme dall'imperatore Decio nel III sec. d.C., è ancora oggetto di discussioni. In genere si riconosce la casa privata di Traiano in un vasto gruppo di ambienti visti a partire dal 1870 in più punti tra Via Eufemiano e Largo Arrigo VII (Coarelli, 1984). Ma un disegno del Palladio scoperto dal Lanciani, relativo alle Terme Deciane, non ha trovato finora corrispondenza con resti noti.

I templi di Diana Cornificiana e di Minerva, contigui fra loro come appare in un altro frammento della Forma Urbis, sono stati pure oggetto di tentativi di identificazione mediante saggi di scavo (Cassatella, Vendittelli, 1985; Vendittelli, 1987; Vendittelli, 1988 e 1990). In genere, li si colloca nell'area compresa tra Via di S. Sabina e Clivo dei Publicì, ma in base ai carotaggi di Via S. Alberto Magno si è ritenuto che essi potessero trovarsi più a O, nell'area oggi occupata dalla Chiesa di S. Alessio; alcuni scavi effettuati in passato all'interno della stessa restituirono una kore arcaistica, da identificarsi con un simulacro di Diana, pertinente al rifacimento augusteo del tempio della dea.

L'incertezza investe anche alcuni toponimi noti solo dalle fonti letterarie, fino a qualche tempo fa ritenuti propri dell'Aventino, pur in assenza di riferimenti topografici. È il caso del Lucus Stimulae, bosco sacro alle Baccanti dove esse inseguirono Ino-Leucothea, con il figlio Melicerte. Ubicato finora sulle pendici dell'Aventino sovrastanti la piana dell'Emporio, presso l'attuale Ponte Sublicio, esso è stato collocato invece nella Regione XI, tra il Lungotevere Aventino e la Via di S. Maria in Cosmedin, in base alla vicinanza del sito col tempio della triade plebea, fortemente legato al culto di Bacco, e in base alla constatazione che nel Foro Boario, presso il Tevere, erano i templi di Matuta e di Portuno, divinità identificate con Ino e Melicerte (De Cazanove, 1983).

Pochi sono gli elementi di novità anche per quanto riguarda il colle minore dell'Aventino, coincidente con il settore SO della Regione XII. Oltre a questa parte, interessata da un'elegante edilizia residenziale in età tardo-repubblicana e nei primi secoli dell'impero, la Regione XII comprendeva a NE una porzione pianeggiante a lungo occupata da sepolcreti suburbani e da residenze di lusso sparse in ampi spazi verdi. Tra queste figura la domus sotto le Terme di Caracalla, la cui complessa decorazione parietale (Jacopi, 1972; Mocchegiani Carpano, 1972) ha consentito una datazione alla tarda età adrianea.

A partire dal III sec. d.C. i Severi trasformarono completamente la fisionomia dell'area, inserendola nel progetto urbanistico che aveva per fulcro il tratto iniziale della Via Appia. Sul grande interro che livellò l'area sorsero le Terme di Caracalla: nello spazio residuo fiorirono alcune domus tardo-imperiali, come la c.d. Domus Parthorum (Mancioli e altri, 1993).

Nell'Alto Medioevo, la zona tornò a essere un'appartata oasi suburbana, sede preferita di istituzioni religiose che impiegavano gli impianti idrici e i vasti spazi delle terme per allestirvi xenodochi e altri edifici a carattere assistenziale (Cecchini, 1988).

Saggi di scavo sono stati effettuati (1980-84) a NO della Chiesa di S. Balbina. I resti noti da tempo sotto la chiesa, che comprendono un tratto delle mura repubblicane e ambienti traiano-adrianei, poi inglobati in una vasta domus del III sec. d.C., sono stati riconosciuti da alcuni come pertinenti a una casa di Settimio Severo (forse appartenuta prima ad Adriano), da lui donata all'amico L. Fabio Cilone, prefetto urbano nel 203 d.C. (Lugli, 1970). Rodríguez Almeida ha proposto di accostare un frammento della Forma Urbis (noto solo da un disegno del Cod. Vat. 3439 e relativo alla casa di Cilone) a un altro la cui didascalia si riferisce ai giardini di Celonia Fabia, partendo dall'ipotesi che essa fosse la moglie del praefectus urbi amico di Severo (Rodríguez Almeida, 1981).

È stato indagato anche il tracciato delle mura urbane di età repubblicana sul Piccolo Aventino (Di Manzano, Quinto, 1984). A metà strada tra la Chiesa di S. Balbina e Piazza Remuria è stato messo in luce un tratto delle mura (lungh. m 23; alt. m 3,20), con nucleo cementizio e paramento esterno in blocchi di tufo di Grotta Oscura, orientato E-O e databile al restauro sillano delle mura dell'87 a.C. Esso tuttavia non si inserisce né nel tracciato proposto da R. Lanciani, né in quello ipotizzato da Ch. Hülsen. Si delinea così un tracciato spostato decisamente a NO che induce a collocare la Porta Naevia in prossimità dell'attuale Piazza Remuria. Ciò consentirebbe, ancora, di ipotizzare per il Vicus Portae Naeviae (attuale Via Aventina) un percorso rettilineo (dal Vicus Piscinae Publicae alla Porta Naevia, a partire dalla quale si sarebbe originata, con un cambiamento di direzione, la Via Ardeatina), preferibile a quello spezzato, previsto da Lanciani e Hülsen.

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(M. Castelli)

/) Zona «extra Portam Trigeminam» e Testaccio. - Una strada che partendo dalla Porta Trigemina prima costeggiava il Tevere e poi aggirava l'Aventino, conduceva a un'ampia zona pianeggiante detta in età repubblicana extra Portam Trigeminam (Le Gali, 1953; Rodríguez Almeida, 1984). Nel primo tratto correva in uno spazio stretto fra l'Aventino e il fiume, precocemente regolarizzato mediante la costruzione di un argine in opera quadrata i cui resti sono stati visti in più occasioni (Mòcchegiani Carpano, 1984).

A monte del moderno Ponte Sublicio furono scoperti (1919-1920), inseriti nell'argine di blocchi di tufo bugnati, due punti d'approdo (doppie rampe a gradini, con ormeggi di travertino forati e scolpiti a foggia di teste di cinghiale) dietro i quali rimaneva parte del basolato di un tratto stradale. Per l'intera struttura è stata proposta una datazione intorno all'inizio del II sec. a.C. (Gatti, 1936), epoca che segna il progressivo spostamento del porto commerciale di R. dal Velabro verso quest'area suburbana.

Livio (XXXV, 10) descrive le successive fasi delle fabbriche iniziate nel 193 a.C. dagli edili M. Emilio Lepido e M. Emilio Paolo che fecero costruire «... porticum unam extra Portam Trigeminam; emporio ad Tiberim adiecto...», un portico per il deposito e la conservazione delle merci che da loro prese il nome di Porticus Aemilia; seguirono altri lavori nel 192 (Liv., XXXV, 41) e nel 179 (ibid., XL, 51) finché i censori del 174 (ibid., XLI, 26), Q. Fulvio Fiacco e A. Postumio Albino, completarono le attrezzature lastricando l'antistante area aperta dell'emporio, che munirono di scale di accesso al fiume, e restaurando la stessa Porticus Aemilia. Del colossale edificio, interamente costruito in opus incertum (ne rappresenta l'esempio più antico in R.), rimangono resti dei muri perimetrali tra Via Rubattino e Via Franklin, oltre a numerosi altri scoperti nel corso di scavi occasionali e ora non più visibili, la cui analisi (Gatti, 1934) ne ha permesso la sicura identificazione tanto sul terreno quanto sui superstiti frammenti della Forma Urbis.

La Porticus Aemilia si estendeva per 487 m di lunghezza tra le vie Franklin e Marmorata e circa 60 di larghezza nello spazio degli isolati attualmente compresi tra Via Branca e Via Vespucci; era suddivisa da setti murarî con arcate in cinquanta navate coperte con volte a botte digradanti e larghe m 8,30, che si aprivano sulla spianata lastricata dell'emporio; questa, destinata alla circolazione delle merci e larga almeno altri 60 m, terminava sul Tevere con un fronte attrezzato per l'attracco delle imbarcazioni commerciali del quale non è escluso facessero parte gli ormeggi con doppie rampe e teste di cinghiale (Gatti, 1934; Le Gali, 1953).

Oltre che da spazi pubblici coincidenti con l'area degli impianti descritti, la pianura extra Portam Trigeminam doveva essere occupata, in età repubblicana, anche da proprietà di privati, come sembra dimostrare il mausoleo in blocchi di tufo della gens Rusticelia, rinvenuto nel XVII sec. sotto una frana all'estremità meridionale del Monte Testaccio e forse databile all'inizio del I sec. a.C. (Rodríguez Almeida, 1984); ancor più significativa è la presenza della tomba di Ser. Sulpicio Galba (monumentum Galbae) alternativamente identificato con il console del 146 a.C. (Castagnoli, 1980) e con il suo omonimo figlio, pure console nel 118 (Coarelli, 1974 e 1976). Il sepolcro, in opera quadrata di tufo scoperto in Piazza, S. Maria Liberatrice (1886) a ridosso di una strada che correva lungo il lato posteriore della Porticus Aemilia, sembra verosimilmente indicare che da questo punto in poi dovevano estendersi verso S i possedimenti dei Sulpicii, occupati da magazzini in età imperiale e delimitati all'altezza dell'attuale Via Galvani dalla recente identificazione della titolatura: [praed]ia [et horrea] / [g]alb[ana] in alcuni frammenti della Forma Urbis (Rodríguez Almeida, 1981a).

Interventi di età augustea sono documentati ancora in corrispondenza delle rampe con ormeggi a testa di cinghiale dove un edificio in opera reticolata, probabilmente identificabile con un piccolo horreum o con un'attrezzatura portuale, inglobò gli apprestamenti repubblicani facendo avanzare di una ventina di metri il fronte fluviale, a dimostrazione che già in tale epoca si era iniziato a occupare la fascia libera dell'emporio, oggetto in altri punti di un progressivo e consistente innalzamento di livello (Gatti, 1934 e 1936; Nash, 1961-62; Meneghini, 1985a).

AI 3 d.C. sembra databile la costruzione di un compitum, i cui resti furono trovati (1932) tra le vie Branca e da Vartemà, al quale sono forse da riferire numerose iscrizioni e sculture (Rodríguez Almeida, 1984).

L'intera area pianeggiante fu inclusa nel pomerio da Claudio (FUR, tav. XLIV) e poi da Vespasiano e Tito i cui cippi si sono recuperati in Via Zabaglia, poco lontano dalle pendici sud-orientali del Monte Testaccio (Lanciani, 1886).

Ancora in età flavia è stata di recente ipotizzata (Rodríguez Almeida, 1984) l'esistenza di un'edicola o tempietto dedicato a Silvano dai negotiatores frumentarii nell'area dell'attuale Piazza dell'Emporio che potrebbe indicare la vicinanza del Vicus Frumentarius di cui è conosciuta la presenza nella zona dalla base dei Vicomagistri.

Forse in questa stessa epoca erano già in pieno sviluppo i grandi complessi di horrea dei quali il più esteso era senza dubbio quello dei Galbana, identificato dal Lanciani (FUR, tav. XL) e dal Gatti (Gatti, 1886) sul terreno e definitivamente ancorato nel 1934 a una lastra della Forma Urbis (Gatti, 1934). Quest'ultima, oggi per metà perduta, ma riprodotta nelle parti lacunose in un disegno (Cod. Vat. Lat. 3439), rappresenta un edificio articolato su tre cortili del quale è stata riscontrata la perfetta corrispondenza con i resti archeologici tra le vie Branca, Manuzio, Bodoni e Mastro Giorgio. Sulla base di alcune particolarità costruttive rilevate nella pianta del complesso, come lo scarso numero di vani di comunicazione con l'esterno che non si addice a un magazzino di tali dimensioni, o come la presenza nel primo cortile orientale di elementi identificati come impianti idraulici o vasche per le necessità di una cospicua quantità di persone, ne è stata di recente proposta l'identificazione con i soli ergastula del personale di servizio (organizzato per cohortes) dei più vasti praedia et horrea Sulpicia, divenuti poi Galbana, o Galbiana, con l'avvento al potere dell'omonimo imperatore (Rodríguez Almeida, 1977-78 e 1984).

L'età traianea e l'inizio di quella adrianea vedono, certo in relazione con l'ampliamento di Portus, la definitiva occupazione della riva del fiume da parte di complessi di magazzini di media grandezza che ci sono noti tanto dalle fonti epigrafiche e dalla Forma Urbis quanto da abbondanti resti archeologici rinvenuti a più riprese.

Subito a valle del complesso repubblicano-augusteo presso il moderno Ponte Sublicio, si è rimesso in luce (1979-1985: Mocchegiani Carpano, 1981 e 1985a; Meneghini, 1985a, 1985b e 1986) un settore attrezzato della riva, per oltre 160 m di lunghezza, già visto in parte precedentemente (Cressedi, 1956a e 1956b). Il primo tratto è apparso regolarizzato dai soli argini di piena e di magra costituiti rispettivamente da un muro continuo in laterizio e da un parallelo cordolo in opus caementicium. Tra gli ultimi anni di Traiano e i primi di Adriano fu addossata a una sezione dell'argine di piena una serie di muri in opus mixtum che delimitavano una ventina di ambienti voltati, completamente chiusi e pieni di terra; la struttura costituiva una sorta di molo «a cassoni» la cui superficie era formata da un piano di lavoro lastricato in grandi blocchi di travertino che per essere notevolmente sopraelevato rispetto al livello medio del fiume risultava utilizzabile per l'attracco anche nei periodi di piena. Su questo molo si aprivano numerosi ambienti, distribuiti su tre piani alle spalle dell'argine di piena e collegati da una via tecta più tardi divisa in stanze mediante tramezzi. L'intero edificio era adibito allo scarico e al temporaneo deposito delle merci (anfore da vino e da olio) e continuò a essere usato fino agli ultimi anni del IV sec. d.C. quando un'alluvione ne provocò l'abbandono.

Non chiara rimane la possibile relazione tra queste strutture e quelle rinvenute sotto il retrostante isolato delimitato dalle vie Cecchi e Vespucci e da Piazza dell'Emporio (Gatti, 1925), delle quali fu visto il proseguimento nel 1980 sotto il Lungotevere Testaccio (Meneghini, 1985a; Buzzetti, 1989-90).

Ancora da Piazza dell'Emporio proviene la statua colossale di Minerva in alabastro, basalto e marmo lunense, trovata nel 1923 (Dayan, 1979) e conservata presso il Museo Nazionale Romano, che potrebbe essere collegata, più che a un luogo di culto di cui non si ha notizia dalle fonti, a officine di marmorari locali i cui scarichi sono stati scavati nelle vicinanze (Mocchegiani Carpano, 1981).

Per il tratto seguente, scendendo verso valle, la Forma Urbis riporta la planimetria di tre o quattro horrea, posti in corrispondenza dell'attuale Via Rubattino e affacciati sul Tevere, che appaiono caratterizzati da un'organizzazione degli spazi e degli ambienti non molto dissimile da quella degli edifici esistenti lungo la riva, più a monte. Subito dopo, nel settore di sponda compreso tra gli sbocchi di Via Florio e Via Torricelli, furono scoperti nel 1868-1870 (Gatti, 1936; Castagnoli, 1949-50) e nel 1952 (Cressedi, 1956a; Meneghini, 1985a) altri impianti portuali per c.a 250 m2 costituiti da una banchina leggermente inclinata, in opus mixtum di età traiano-adrianea, interrotta a intervalli regolari da doppie rampe con blocchi di travertino forati per l'ormeggio delle imbarcazioni; ulteriori ormeggi dello stesso tipo erano distribuiti a quote diverse lungo la banchina cui erano addossati anche resti di un molo «a cassoni», rendendo possibile la costante utilizzazione dello scalo pure in presenza delle variazioni stagionali del livello delle acque.

Al termine di questo tratto iniziava il percorso delle mura urbane a ridosso delle quali sono stati visti resti di ambienti in opus vittatum che inglobavano un cippo in situ con iscrizione relativa alla delimitazione della sponda realizzata da Adriano (Cressedi, 1956a).

Proseguendo ancora verso valle sono conosciute strutture ritrovate (1911) nell'area delimitata dalle vie Franklin-Manuzio-Ferraris e dal Lungotevere Testaccio (Gatti, 1934; Rodríguez Almeida, 1984), che grazie all'apporto di materiale epigrafico è stato possibile identificare con un altro complesso di magazzini definito Horrea Seiana nel I sec. d.C. e di proprietà imperiale sotto Adriano che vi compì sistemazioni e restauri.

Il tratto di riva dell'emporio si conclude con gli edifici rappresentati nella Forma Urbis, definitivamente collocata in corrispondenza dell'ex mattatoio e del Ponte Testaccio (Rodríguez Almeida, 1981a e 1984), dove appaiono quattro horrea di varie dimensioni, il primo dei quali è contraddistinto dall'epigrafe horrea lolliana e si apre sul fronte fluviale con un'ampia banchina raccordata al Tevere mediante scale che potrebbe essere interpretata come un molo «a cassoni» del tipo già visto (Meneghini, 1985a); per il terzo edificio verso S è stata proposta l'identificazione con una sede di corporazione fornita di piccolo balneum (Staccioli, 1968).

L'attività di questo gran numero di horrea produsse un altissimo volume di scarti e rifiuti, soprattutto anfore le quali, al momento dello scarico, venivano vuotate del contenuto ed eliminate nella percentuale media dei 3/4 del totale, mentre la parte restante era riciclata nel commercio, nell'edilizia e per l'uso quotidiano. A partire dall'età di Augusto e fino a quella di Gallieno l'enorme quantità di residui, pari, secondo un recente calcolo, a oltre 53 milioni di anfore delle quali l'80/85% costituito da olearie betiche e il rimanente da olearie africane (Rodríguez Almeida, 1972; 1974-75; 1977; 1978-79; 1980; 1981b; 1983a; 1983b; 1984; 1987-88; 1989-90), fu accumulata in un'area posta verso il limite meridionale della piana sino a formare un vero e proprio rilievo artificiale di 22.000 m2 di superficie e più di 30 m di altezza, oggi noto come Monte Testaccio. Mano a mano che andava crescendo esso ricoprì un'area sepolcrale della quale faceva parte il monumentum Rusticeliorum e, all'epoca di Marco Aurelio, fu necessario ampliarne le dimensioni con un'area adiecta sul lato occidentale.

Alla fine del III sec. d.C., tra il 272 e il 279, le mura urbane costruite da Aureliano e Probo inclusero l'area extra Portam Trigeminam, con un tratto quasi rettilineo che dalla Porta Ostiense giungeva sino al breve settore di sponda compreso tra i ponti Testaccio e dell'Industria. Da qui le mura piegavano ad angolo retto e costeggiavano il fiume sovrapponendosi alle attrezzature portuali e giungendo sino agli ormeggi a doppia rampa presso lo sbocco di Via Franklin dove erano collegate all'altra riva da una catena di sbarramento o da un ponte, come è stato di recente ipotizzato (Cozza, 1987-88). Di questo tratto lungo il Tevere erano visibili, ancora nel XIX sec., resti consistenti relativi in buona parte a restauri altomedievali, mentre di essi, oggi, non rimane che qualche brandello (Meneghini, 1985a; Meneghini, Mocchegiani Carpano, 1985b).

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(R. Meneghini)

m) Oppio e Valle del Colosseo. - Nella divisione augustea la Regione III (Isis et Serapis) venne a comprendere l'area del Colle Oppio, con la minore altura del Fagutale (attuale zona di S. Pietro in Vincoli), e la valle compresa tra di esso, la Velia e il Celio, la futura Valle del Colosseo. A E la regione comprendeva anche una parte dell'altopiano dell'Esquilino, e la vallecola tra esso e il Celio. Nel corso di quest'ultimo ventennio la conoscenza della topografìa antica di quest'area si è precisata grazie ad alcuni interventi di scavo (Porticus Liviae, Meta Sudans, Sette Sale, Domus Aurea, Terme di Tito, S. Clemente, Via di Monte Oppio) e al progredire degli studi sulla Forma Urbis marmorea, tanto che, sia pure con lacune e incertezze, è possibile tracciare le linee dello sviluppo urbanistico dell'area nell'antichità.

La viabilità principale della zona sembra essere stata in tutti i periodi quella orientata E-O, centrata sulla strada di fondovalle tra Esquilino e Celio (corrispondente all'attuale Via Labicana), e, sull'Oppio, dall'asse Argiletum-Porta Esquilina, uno dei percorsi fondamentali della città antica, che nel tratto in cui veniva a interessare questa zona, costituendo il confine tra Oppio e Cispio, prendeva il nome di Clivus Suburanus (il cui tracciato corrisponde con notevole precisione all'attuale Via in Selci: Rodríguez Almeida, 1975-76; 1981; 1987). Per un tratto a questo parallelo e poi convergente probabilmente nei pressi di Porta Esquilina, è un altro asse, corrispondente all'attuale Via delle Sette Sale, la cui antichità è stata accertata dal rinvenimento di basolati stradali fino a 6 m sotto l'attuale livello (Buzzetti, Colini, 1963-64), nel quale si è proposto di riconoscere il Vicus Sabuci (Rodríguez Almeida, 1975-76 e 1981). La viabilità ortogonale a questa, trasversale al colle, non è quasi nota archeologicamente, tranne pochi resti di basolato già segnalati sulla Forma Urbis del Lanciani, pertinenti a due strade che fiancheggiavano i lati lunghi della Porticus Liviae, probabilmente preesistenti a questa (Panella, 1987), ma che non hanno lasciato tracce nella viabilità posteriore. La Forma Urbis severiana, ora che con le nuove aggiunte ci consente una visione di più ampio respiro del quartiere sull'Oppio, mostra una viabilità secondaria fatta di stradine strette e tortuose, che forse testimoniano la continuità con la situazione pre-neroniana (Rodríguez Almeida, 1981), condizionata evidentemente dai forti dislivelli del colle. Ben diversa la situazione della Valle del Colosseo dove, prima delle trasformazioni di età neroniana e flavia, gli scavi nell'area circostante alla Meta Sudans hanno consentito di ipotizzare una viabilità convergente verso il punto di massima depressione tra le alture della Velia, del Celio e del Palatino, dove in età flavia sorgerà la Meta. L'asse principale sembra essere stato quello N-S, documentato già dal IV sec. a.C., sul quale è ipotizzato il confluire di altri tracciati ortogonali (Panella, 1990).

Scarsissima è la conoscenza del quartiere in età repubblicana. Dai dati delle fonti si può ipotizzare, sul colle Oppio, un'urbanizzazione di tipo residenziale, di carattere popolare nelle pendici verso il Cispio, aristocratico verso la sommità del colle, dove le fonti citano la ricchissima domus di Vedio Pollione, nel luogo poi occupato dalla Porticus Liviae (Panella, 1987). Anche sulla vicina eminenza del Fagutale le indagini sotto la Chiesa di S. Pietro in Vincoli hanno evidenziato l'uso abitativo dell'area, con domus di notevole prestigio, fin dal III sec. a.C. (Colini, Matthiae, 1966). Dati sul Colle Oppio in epoca repubblicana sono forniti da recenti scavi in Via di Monte Oppio, quasi di fronte a S. Martino ai Monti. Qui è stata messa in luce un'area sacra risalente almeno al III sec. a.C., ma con tracce di frequentazione già in età arcaica, costituita da uno spazio lastricato e da un cippo, successivamente racchiusa in un recinto in blocchi di tufo. All'area sacra è forse connessa una vasta zona scoperta circolare, delimitata da un muro in blocchi. Gli scopritori hanno proposto di riconoscere nell'area sacra uno dei sacrarî degli Argei, il quarto della lista varroniana (Astolfi, Attilia, Cordischi, 1989-90 e 1990). L'indicazione di Varrone (Ling, lat., V, 50), che localizza il santuario dell'Oppio presso una via in figlinis, permette di ipotizzare l'esistenza sul colle di attività produttive localizzabili alla sua estremità orientale, ai confini con l'Esquilino (scarichi di fornace alle pendici dell'Oppio, verso Via Merulana: Astolfi, Attilia, Cordischi, 1989-90 e 1990). L'area non fu urbanizzata per tutta l'età repubblicana, se ancora in età augustea era compresa negli Horti di Mecenate (Panella, 1987). È stato messo in dubbio che vi fossero qui proprietà dei Cilnî già prima degli interventi di Mecenate (Häuber, 1983; 1990 e 1991).

A età tardo-repubblicana deve essere attribuita anche la costruzione del Tempio di Iside e Serapide, da cui prenderà il nome la regione augustea. Contro la possibilità di una sua datazione al III sec. (Malaise, 1972), è stato osservato che la regione deve aver assunto il suo nome prima dell'età flavia, poiché in caso contrario avrebbe con ogni verosimiglianza preso il nome dall'Anfiteatro Flavio (De Vos, in stampa). È stata recentemente proposta, riprendendo una vecchia ipotesi di Lanciani (1903), l'identificazione del grande santuario, scoperto nel 1653 e di cui si ha notizia da P.S. Bartoli (Memorie, nn. 1, 2, 4, 20 in C. Fea, Miscellanea filologica, critica e antiquaria, I, Roma 1790) e da alcuni disegni del Museum Chartaceum di Cassiano dal Pozzo, con l'edificio che sorgeva sulla grande piattaforma porticata rinvenuta nel 1887 alle pendici dell'Oppio lungo Via Labicana, le cui imponenti sostruzioni sono ancora visibili, a Piazza Iside e lungo Via P. Villari, per una lunghezza di 112 m (De Vos, in stampa). Sotto un generale rifacimento di epoca flavia, recenti scavi hanno evidenziato tracce di un'originaria fase databile al I sec. a.C. Riprendendo ima vecchia proposta del Lanciani, questo santuario della Regione III è identificato con l’lsium Metellinum (SHA, Trig, tyr., 25: De Vos, in stampa; diversamente Coarelli, 1982: Metellino sul Celio). La probabile identificazione del Metello eponimo del santuario con il console dell'80 a.C., Q. Cecilio Metello Pio (Coarelli, 1982; De Vos, in stampa), porrebbe la costruzione dell'edificio tra il 71 a.C., data del trionfo di Metello su Sertorio, e il 64-63, data della sua morte. Il santuario, le cui sostruzioni dovevano svilupparsi per una lunghezza complessiva di circa 250 m lungo le pendici dell'Esquilino, si inseriva nella ben nota tipologia dei santuarî ellenistici scenograficamente disposti su una serie di terrazze collegate da scalinate. Da esso provenivano certamente i numerosi frammenti scultorei di soggetto egittizzante trovati, assieme a moltissimi altri, nel 1887, nella demolizione di un muro medievale all'angolo tra Via Labicana e Via P. Verri, così come la statua identificata come Iside (in cui è invece probabilmente da riconoscere una devota del culto egizio: De Vos, in stampa), rinvenuta nel XVI sec. nel riempimento di una cisterna romana sotto la Chiesa dei SS. Marcellino e Pietro (oggi al Museo Nazionale Romano) assieme a una Venere Anadiomène (divinità anch'essa collegata al culto isiaco: De Vos, in stampa).·

Poco è noto per quest'epoca, invece, per quanto riguarda le valli. In quella del Colosseo gli scavi della Meta Sudans, pur mettendo in luce solo pochi resti databili a età repubblicana, hanno permesso di evidenziare come tra il II e l'inizio del I sec. a.C. si sia completata l'urbanizzazione dell'area interessata dallo scavo, anche se non è stato possibile determinare la funzione degli edifìci e la destinazione delle aree (Panella, 1990).

Sul Colle Oppio l'intervento augusteo si inserì in modo determinante, con una forte carica ideologica, sostituendo alla domus di Vedio Pollione, intollerabile esempio di luxuria privata, una struttura di pubblico godimento quale la Porticus Liviae. È stato sottolineato (Panella, 1987) come la sua presenza sul Clivus Suburanus suggerisca un rapporto spaziale privilegiato con i quartieri a valle, quelli popolari della Subura, piuttosto che con quelli a monte della via, ancora a forte connotazione aristocratica, come mostra l'ultima ricostruzione, databile a età augustea, della ricca domus sotto S. Pietro in Vincoli (Colini, Matthiae, 1966). La costruzione della Porticus Liviae comportò la regolarizzazione del pendio, sorgendo l'edificio in una posizione probabilmente condizionata dalla viabilità preesistente nella parte più scoscesa del clivus (Rodríguez Almeida, 1970-71; 1975-76; 1981). A monte l'edificio fu incassato nella collina, mentre verso Valle doveva poggiare su sostruzioni, dominando l'edilizia popolare della Subura (Panella, 1987). È probabile che l'intervento augusteo abbia compreso anche altre opere di sistemazione dell'area circostante. A età augustea è stato proposto di datare il Lacus Orphei, una fontana nota da una citazione di Marziale, riconosciuta in un frammento della Forma Urbis marmorea e posizionata in uno slargo formato dalla biforcazione del supposto Vicus Sabuci, in corrispondenza dell'attuale Piazza di S. Martino ai Monti (Rodríguez Almeida, 1970-71; 1975-76; 1981; 1987). La parte orientale della Regione, fino oltre le Mura c.d. Serviane, venne a essere compresa negli Horti di Mecenate. Benché sia problematico stabilire i confini di questo complesso (Haüber, 1983; 1990 e 1991), è probabile che esso giungesse fino al Clivus Suburanus, anche se l'identificazione dell'edificio circolare delineato nella Forma Urbis marmorea a SE di tale strada con una piscina ricordata da Cassio Dione (LV, 7) come appartenente agli horti (Rodríguez Almeida, 1975-76 e 1987) non appare più sostenibile, dopo gli scavi che hanno consentito di metterlo in luce (Astolfi, Attilia, Cordischi, 1989-90 e 1990), mentre più problematico è stabilirne i confini verso SO. Degli edifici che ne facevano parte sopravvive solo il c.d. Auditorium di Mecenate, per il quale è stata proposta una identificazione con un ninfeo-triclinio estivo (De Vos, 1983). In questi ultimi anni sono stati pubblicati molti contributi per la conoscenza dell'aspetto e dell'apparato decorativo degli horti (Colini, 1979; L'archeologia in Roma capitale..., 1983; Haüber, 1990 e 1991).

Nella Valle del Colosseo, se per l'età augustea non c'è documentazione se non riguardante il rifacimento e la lastricatura di alcune delle strade preesistenti (Panella, 1990), per l'età giulio-claudîa è documentata l'esistenza, tra l'area poi occupata dal Colosseo e il citato asse stradale con orientamento N-S, di edifici con tabernae al piano terra (Panella, 1990), anche se la parzialità dei dati rende impossibile delineare l'assetto urbanistico dell'intera area. Aperto rimane anche il problema dell'esistenza, già in età giulio-claudîa, di una Meta Sudans precedente a quella flavia, problema posto dalla menzione di una fontana con questo nome in una lettera di Seneca (Ep., LVI, 4: cfr. Panella, 1990).

L'età neroniana costituisce un momento centrale nella evoluzione della regione. Già nel corso dell'età giulio-claudîa il patrimonio imperiale doveva aver acquisito, insieme con gli Horti di Mecenate, una gran parte dei terreni del Colle Oppio. Con Nerone si realizza, già prima dell'incendio del 64 d.C., la congiunzione delle proprietà imperiali del Palatino con quelle dell'Oppio. Nella fase ultima della sua evoluzione la Domus Aurea occupava tutta la Valle del Colosseo e gran parte del Colle Oppio. Ancora non risolto è il problema dei confini del complesso sull'Oppio (Van Essen, 1954; Ward-Perkins, 1956). Se la sopravvivenza della Porticus Liviae segna un indubbio limite per l'estensione della Domus Aurea, non si può escludere che in qualche caso la recinzione settentrionale di questa superasse il limite meridionale della piazza augustea (Panella, 1987). Dubbia rimane peraltro la pertinenza al complesso neroniano del c.d. Ninfeo del Colle Oppio, posto vicinissimo al muro meridionale della Porticus (Bizzarri Vivarelli, 1976; contra Fabbrini, 1983). Verso O, invece, vi è generale concordia sul fatto che la Domus Aurea arrivasse a occupare l'eminenza del Fagutale, dove al complesso neroniano sono state attribuite strutture rinvenute sotto S. Pietro in Vincoli (Colini, Matthiae, 1966; Coarelli, 1974; Fabbrini, 1983). Sull'Oppio rimane il più importante resto della Domus Aurea, il grande padiglione parzialmente salvatosi dalla distruzione perché inglobato nelle fondazioni delle Terme di Traiano. Le analisi più recenti sembrano confermare per questo edificio un progetto unitario (Fabbrini, 1983), contro le ipotesi che riconoscevano nella parte orientale della fabbrica una aggiunta di età flavia (Coarelli, 1974; Warden, 1981). Il palazzo, centrato con perfetta simmetria sulla grande sala ottagonale, si elevava su due piani, di cui il superiore quasi completamente scomparso nei lavori traianei, e si apriva scenograficamente verso la Valle del Colosseo (Fabbrini, 1983). È stata sottolineata l'influenza di un'ideologia «solare» di origine alessandrina nella disposizione di questo padiglione, rigorosamente orientato secondo i punti cardinali (Voisin, 1987), e in generale dell'influsso alessandrino nell'impianto e nella stessa concezione della Domus Aurea (La Rocca, 1986). Anche per la Valle del Colosseo i recenti scavi della Meta Sudans mostrano come l'età neroniana rappresenti un momento cruciale. L'incendio del 64, che imperversò qui con violenza devastante, consentì di cancellare gli edifici precedenti sotto un poderoso interro, ridisegnando senza condizionamenti il nuovo assetto dell'area, ormai completamente inserita all'interno del complesso della Domus Aurea (Panella, 1990). La viabilità venne normalizzata tracciando due assi regolari, uno con orientamento N-S e l'altro, perfettamente ortogonale a questo, diretto verso il Palatino, forse fiancheggiati da portici (Panella, 1990). La strada N-S venne a delimitare verso E un corpo di costruzioni, costituito da ambienti rettangolari di dimensioni costanti, probabilmente sostruzioni di portici o terrazze che dovevano affacciarsi verso lo Stagnum Neronis, il lago artificiale che, secondo l'unanime tradizione delle fonti, si stendeva nel luogo ove poi fu costruito l'Anfiteatro Flavio. Simili strutture sono documentate, da varí rinvenimenti, anche a Ν del Colosseo, tra questo e le pendici dell'Oppio. È stato possibile pertanto proporre una ricostruzione dell'assetto della valle nel progetto neroniano (Panella, 1990), con il grande bacino artificiale circondato su tre lati (N, E e O) da edifici porticati e terrazzati, e collegato verso S al Tempio del Divo Claudio, trasformato da Nerone in ninfeo monumentale, simile a un mare circondato da edifici dall'aspetto di una città, secondo la suggestiva immagine di Suetonio (Ν er., 31), ove traspare, pur nella generale ostilità a Nerone, l'ammirazione per lo stupefacente complesso architettonico della Domus Aurea.

Nell'ambito di questa zona, forse più che altrove, è evidente la aperta contrapposizione della politica urbanistica dei Flavi rispetto a quella neroniana, con la restituzione all'uso pubblico degli spazi occupati da Nerone per la sua dimora. Se la Domus Aurea continuò a essere frequentata anche dagli imperatori della nuova dinastia - ma le più recenti indagini tendono a escludere l'attribuzione a essi della parte orientale del palazzo sul Colle Oppio - a ridosso di essa sorsero le terme inaugurate da Tito nell'80 d.C. Recenti scavi ne hanno messo in luce alcuni ambienti, consentendo di integrare la pianta delineata da Palladio (Caruso e altri, 1990; Caruso, Volpe, 1992). Esse mantengono l'orientamento delle precedenti fabbriche neroniane, tanto da far avanzare l'ipotesi che possa trattarsi in realtà delle terme private della Domus Aurea, aperte al pubblico da Tito (Coarelli, 1974). I risultati dei recenti scavi fanno tuttavia propendere per una costruzione ex novo del complesso in età flavia (Caruso, Volpe, 1992). Se sull'Oppio non vi è testimonianza di altri grandi interventi attribuibili all'età flavia, nelle valli - quella del Colosseo e quella tra Esquilino e Celio - la liquidazione dell'eredità neroniana segnò l'assetto urbanistico in modo così forte da condizionarne lo sviluppo fino a oggi. L'intervento centrale fu ovviamente la costruzione, nel luogo dello Stagnum Neronis, dell'anfiteatro, iniziato da Vespasiano e inaugurato da Tito nell'80 d.C. Alcune recenti indagini hanno fornito per la prima volta dati sui sistemi di fondazione e di smaltimento delle acque del monumento e sulla cronologia delle fasi di costruzione, consentendo di verificare la datazione domizianea degli ipogei (Luciani, Mocchegiani Carpano, 1981; Mocchegiani Carpano, 1983). Il gigantesco edificio costituiva il centro di un vasto e articolato complesso, funzionale allo svolgimento degli spettacoli, di cui facevano parte le quattro caserme dei gladiatori, quella dei marinai della flotta del Miseno, destinati alle manovre del velario, il Summum Choragicum (deposito dei macchinari scenici), il Saniarum, lo Spoliarium e gli Armamentaria. Questi edifici, topograficamente oltre che funzionalmente connessi con l'anfiteatro, dovevano sorgere nell'area a E di esso, e l'intero complesso di edifici, necessarî al normale funzionamento degli spettacoli, deve essere considerato frutto di un progetto unitario. I Cataloghi Regionarî pongono nella Regione III i ludi Magnus e Dacicus, i Castra Misenatium e il Summum Choragicum. Archeologicamente è noto solo il Ludus Magnus (Colini, Cozza, 1962), ma gli studi sulla Forma Urbis marmorea hanno consentito di localizzare con precisione anche il più piccolo Ludus Dacicus, affiancato al Magnus, tra questo e le pendici dell'Oppio (Rodríguez Almeida, 1970-71 e 1981) e, nella zona a E dei due ludi, un Vicus Summi Choragi, nei pressi del quale si deve localizzare l'edificio eponimo (Rodríguez Almeida, 1981). Anche l'edificio in laterizio con mosaico con scene di venationes, messo in luce dagli scavi per la costruzione dell'Esattoria Comunale su Via Labicana, è stato ipoteticamente posto in relazione con questo complesso di edifici connessi con gli spettacoli, anche se le proposte identificazioni con il Ludus Matutinus (Colini, Cozza, 1962) o con il Summum Choragicum (Coarelli, 1974) non sono verificabili. Lungo lo stesso asse stradale vanno probabilmente collocati gli Armamentaria e i Castra Misenatium, il cui nome ricorre su un frammento della pianta marmorea severiana (Rodríguez Almeida, 1981). Nella stessa area, all'attività degli imperatori flavi è da attribuire la completa ricostruzione dell’Iseum (De Vos, in stampa). In connessione topografica con questo santuario è forse da considerare l'Arcum ad Isis raffigurato nel celebre rilievo del sepolcro degli Haterii, nel quale si è preposto di riconoscere un arco dedicato per il trionfo giudaico di Vespasiano (Kleiner, 1990). Nell'area tra il Colosseo e il Palatino, le indagini archeologiche hanno rivelato la completa obliterazione delle fabbriche neroniane (peraltro probabilmente mai terminate a seguito dell'improvvisa morte dell'imperatore), sostituite da un'ampia piazza pubblica che aveva nella Meta Sudans il suo centro ideale, venendo così a costituire un nodo cruciale nell'intera organizzazione della città. Le oscillazioni che le notizie delle fonti e i dati numismatici offrono per la cronologia della fontana, tra il regno di Tito e la tarda età domizianea, non mettono in forse, ma anzi sottolineano, l'unitarietà della concezione dell'intervento flavio in questa zona della città, indipendentemente dai tempi della sua realizzazione (Panella, 1990).

L'ultimo intervento edilizio di grande rilievo nell'area della Regione III è costituito dalla costruzione sul Colle Oppio delle Terme di Traiano, inaugurate nel 109 (De Fine Licht, 1974 e 1976). La possibilità di una datazione del primo impianto dell'edificio a età domizianea, proposta sulla base di una notizia riportata da fonti tarde (Anderson, 1985), sembra esclusa dal rinvenimento di numerosi mattoni con bolli traianei nell'intera area delle terme (Caruso, Volpe, 1992), confermando l'attribuzione del progetto ad Apollodoro di Damasco, secondo la notizia tramandata da Cassio Dione (LXIX, 4, 1). Estese per 1 km2 circa e costruite su una piattaforma artificiale, che in parte reimpiegava come sostruzioni il complesso di edifici della Domus Aurea, declassato a sotterraneo di servizio, le Terme vennero a costituire la presenza monumentale di maggior impegno sul colle. Esse si inserirono nel tessuto edilizio con un orientamento NE-SO, divergente da quello più antico, indipendente dalla viabilità preesistente e da quel momento in poi vincolante per la topografia della zona. L'orientamento era dettato probabilmente dalla volontà di garantire al calidario la miglior esposizione rispetto al sole (Panella, 1987). Collegata funzionalmente alle Terme era la gigantesca cisterna nota come «le Sette Sale», da attribuire all'impianto traianeo nonostante mantenga l'orientamento N-S delle fabbriche neroniane (Castagnoli, 1956; De Fine Licht, 1983 e 1990). Scavi condotti in questi ultimi anni hanno consentito di mettere in luce alcuni ambienti di servizio relativi alla cisterna, in parte edificati sopra di essa, forse con funzione abitativa (Cozza, 1974-75), in parte di collegamento tra essa e le terme (De Fine Licht, 1983 e 1990).

È possibile che agli stessi anni, o a quelli immediatamente precedenti, sia da riportare anche l'occupazione delle aree dell'Oppio a E delle Terme di Traiano da parte di un'edilizia intensiva di tipo residenziale, quale è testimoniata dalla Forma Urbis marmorea (Panella, 1987). Questa occupazione sembra essere avvenuta al di fuori di ogni programma urbanistico preordinato, anche se la notizia relativa alla presenza in questa zona di domus appartenenti a personaggi di rango, come Plinio il Giovane (Rodríguez Almeida, 1975-76; 1981; 1983; 1987), testimonia come il settore più eminente del colle mantenesse, almeno in parte, quella connotazione aristocratica che abbiamo visto caratterizzarlo fin da età tardo-repubblicana.

L'età adrianea sembra contraddistinta da un'impegnativa attività di restauro, della quale sono state trovate tracce nelle Terme di Tito (Caruso, Volpe, 1992), nelle sostruzioni dell'Esquilino verso il Celio (Caruso, 1985) e nel Ludus Magnus (Colini, Cozza, 1962), ma, a parte il trasferimento nella piazza dell'anfiteatro della statua colossale di Helios, non sembra aver comportato modifiche nell'assetto urbanistico e monumentale della regione che rimarrà sostanzialmente invariato fino a età tardoantica.

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(R. Santangeli Valenzani)

n) Celio. - Per l'età repubblicana i rinvenimenti recenti sono scarsi, se si eccettuano - nell'area dell'Ospedale Militare - alcune tracce dell'esistenza di ricche domus (a conferma delle notizie delle fonti) e l'individuazione di pozzi e di materiale votivo del II sec. a.C. Si segnala comunque l'ipotesi (Coarelli, 1982) di una presenza sul Celio, attorno alla prima metà del I sec. a.C., della famiglia dei Cecili Metelli, che aveva legami con l'Africa: a essa sarebbero connesse sia l'origine del toponimo Caput Africae, sia la fondazione dell'Isium Metellinum, noto solo da un passo dell’Historia Augusta (SHA, Trig, tyr., XXV, 4). Il Coarelli tende a localizzare il santuario nella valle fra Celio e Oppio, ma pare probabile che questo si trovasse nella zona di Piazza della Navicella, attorno alla quale si addensano molte testimonianze isiache di età più tarda.

In corrispondenza della prima età imperiale cominciano a farsi più consistenti le acquisizioni derivanti dagli estesi scavi stratigrafici effettuati attorno alla sommità del colle (area di Piazza Celimontana, 1984-1988: Caput Africae, I; area dell'Ospedale Militare, 1987-1992: Pavolini e altri, 1993; Carignani, 1993). Nel settore NE dell'Ospedale, muri di terrazzamento, domus divise da strade e un primo edificio con tabernae configurano un assetto dato al sito forse in età augustea (una delle case, stando a un graffito vascolare, appartenne poi a L. Vagellio, console suffetto del 44-46, la cui presenza nella zona era già nota). Un saggio nell'area di Piazza Celimontana ha messo in luce strutture con modeste decorazioni pittoriche e tramezzi in opus craticium, sembra di età tiberiana. Per gli stessi decenni, scavi eseguiti nel 1972 e rimasti inediti (ma cfr. Caput Africae, I) avevano già rivelato l'esistenza, sotto Via Claudia, di murature poi inglobate nelle sostruzioni del Templum divi Claudii; queste ultime, anche quando vennero trasformate in ninfeo nella tarda età neroniana, dovevano quindi presentare verso la valle del Caput Africae un prospetto a terrazze.

L'ubicazione dell'altro grande complesso pubblico realizzato da Nerone sul Celio prima del 64, il Macellum, è sempre stata molto discussa. Fra le ipotesi recenti (da rigettare la ricostruzione di Rainbird, Sear e Sampson 1971, che lo collocavano nella ex Villa Fonseca), è largamente accolta quella che, basandosi sul riesame del frammento della Forma Urbis comprendente l'edificio, lo situa fra le attuali vie Ostilia, Marco Aurelio e Capo d'Africa (De Ruyt, 1983). Le falsature assiali della Forma Urbis, particolarmente pronunciate soprattutto in corrispondenza del Celio (Rodríguez Almeida, 1977), possono forse spiegare le discrepanze fra la localizzazione proposta e la posizione dei pochi resti antichi noti nel sito dai vecchi scavi. Peraltro, tale ubicazione del Macellum contribuisce a smentire l'ipotesi (ormai respinta, in effetti, dalla maggioranza degli studiosi) secondo cui la Domus Aurea si sarebbe estesa fino a includere le pendici Ν del Celio, e anche nei recenti scavi non si è trovata traccia di una simile sistemazione. In realtà, pur nelle poderose trasformazioni promosse da Nerone dopo l'incendio del 64, il comprensorio del Celio mantiene il carattere - che aveva gradualmente assunto a partire dall'inizio dell'età imperiale - di quartiere fittamente popolato, in cui il tessuto delle abitazioni, a carattere standardizzato e intensivo, si alterna a grandi complessi di servizio. Lo mostra lo scavo dell'Ospedale Militare (settore NE), con la ricostruzione e la monumentalizzazione dell'edificio commerciale preesistente - forse horreum e mercato insieme - e con la creazione di insulae antistanti, del tipo con botteghe al piano terra.

È forse questo il momento in cui si ridefinisce anche, in gran parte, la rete viaria, e si pone mano alle opere di sostruzione destinate a regolarizzare i dislivelli del colle: dall'indagine di Piazza Celimontana vengono indizî in tal senso, quali il rifacimento del Vicus Capitis Africae, che corre alla sommità di un grande muro di terrazzamento fondato negli strati di incendio neroniano (più a Ν è possibile che l'andamento del vicus sia stato rettificato, rendendolo parallelo all'orientamento del Tempio di Claudio).

Ma sembra che soprattutto in età flavia - quindi in coincidenza con le grandiose opere pubbliche promosse nella valle fra Celio e Oppio, a loro volta connesse con la costruzione dell'anfiteatro - venga sostanzialmente completata la ricostruzione del quartiere, con l'adozione generalizzata di quella tipologia abitativo-commerciale dell'insula che abbiamo visto fare la propria comparsa sotto Nerone. Edifici di questa natura sono stati individuati nell'area di Piazza Celimontana, con fondazioni gettate entro grandi strati di interro di età vespasianea e domizianea, che trasformano lo stesso profilo altimetrico del sito; tali insulae subiranno poi alcune ristrutturazioni nel II-III secolo. Nel settore centro-meridionale dell'Ospedale Militare si datano con probabilità all'età flavia numerosi complessi del genere: uno, di forma trapezoidale, ha un piano seminterrato scandito da pilastri laterizi; nelle immediate vicinanze di esso vi sono altre due insulae, divise da un vicolo, che verranno più tardi incorporate nella domus di Gaudenzio.

L'esistenza dei Castra Peregrinorum trova riscontro nelle fonti a partire dagli inizî del II sec., ma non è escluso che il rifacimento in opera laterizia del complesso - rispetto alle precedenti strutture in reticolato, già adibite a caserma - vada attribuito all'intenso piano edilizio promosso dai Flavi sul Celio. Comunque, l'evidenza archeologica circa i castra, già individuati negli scavi dei primi del secolo nell'area dell'attuale Calvary Hospital, si è notevolmente accresciuta grazie alle indagini sotto il pavimento della basilica di S. Stefano Rotondo (Ceschi, 1982).

Per la prima metà del II sec. la recente documentazione non ha apportato novità di grande rilievo (ma in età adrianea si costruisce una fullonica nel settore centrale dell'Ospedale Militare). Invece il periodo antonino appare oggi, sotto diversi aspetti, uno dei momenti di svolta per la topografia e la storia edilizia del Celio. Le ricerche nell'Ospedale hanno condotto alla riscoperta della Basilica Hilariana, già intravista nel 1889, importante luogo di culto di Cibele e Attis, forse la Arbor Sancta dei Cataloghi Regionarî, oltre che sede collegiale dei dendrophori. Grazie all'estensione dello scavo si è accertata l'epoca della costruzione dell'edificio (145-155 d.C.) e se ne è chiarita almeno parzialmente la pianta a cortile porticato (Pavolini, 1990; per l'ipotesi di un'identificazione con Attis di una statuetta proveniente dalla zona, v. Danti, 1993). La sommità del colle si è venuta così caratterizzando, in modo sempre più evidente, per la notevole concentrazione di culti, soprattutto orientali: oltre alla Basilica Hilariana e all'attestazione, nei pressi, di uno o più santuarî isiaci (cfr. Danti, 1993), vi erano forse due mitrei, uno dei quali - fra i più significativi di R. - installato in un ambiente dei castra sotto S. Stefano Rotondo verso il 180, epoca alla quale risale l'affresco con testa di Luna (Lissi Caronna, 1986).

Alla seconda metà del II sec. si attribuiscono importanti lavori non solo nel campo dell'edilizia religiosa. Nel settore meridionale dell'Ospedale la domus che nel IV sec. sarà di Gaudenzio nasce, attorno alla tarda età antonina, dalla fusione di due insulae preesistenti, il che costituisce un'interessante anticipazione di modalità proprie del periodo tardoantico; non sappiamo se fin dall'inizio si trovasse nella sontuosa abitazione l’Antinoo Casali (qui rinvenuto nel '700 e ora alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen: Spinola, 1992). Nel settore centrale della stessa area di scavo viene costruita, sempre nel periodo antonino, un'altra grande e ricca domus, dotata, secondo il gusto architettonico dell'epoca, di una serie di sale ad abside o a esedra, aperte su un cortile centrale (non è escluso che la residenza debba essere identificata, per un periodo più tardo, con la celebre domus Symmachorum).

In un recente studio d'insieme (Liverani, 1988) è stata proposta una nuova interpretazione complessiva dell'intricato problema dei resti sottostanti all'Ospedale di S. Giovanni (scavi degli anni '50-70) per quanto reso possibile dallo stato della documentazione. Anche in questo caso è a partire dall'età antonina che le notizie delle fonti rivestono importanza, anche con riflessi sulla storia «politica». Sappiamo infatti che nella zona erano ubicati gli horti di Domizia Lucilla minore, madre di Marco Aurelio (il quale vi abitò fino all'adozione imperiale). Sulla base del rinvenimento di alcune fistulae inscritte si può pensare che tali proprietà - divise forse dall'antica Via Tusculana - si siano estese dall'attuale Piazza S. Giovanni in Laterano all'area dell'Ospedale di S. Giovanni (qui esistevano precedenti strutture in opera reticolata). In quest'ultimo settore i complessi attribuiti a Lucilla comprendono un edificio termale e un peristilio con vasca centrale. I consistenti resti sotto la nuova ala dell'ospedale, identificabili con gli annessi a carattere principalmente produttivo della proprietà, sono inediti. Incerta resta l'ubicazione della casa di L. Annio Vero, nonno di Marco Aurelio, e della Domus Vectiliana, citata dai Cataloghi Regionarî (ma vi è una proposta di identificare quest'ultima con la citata residenza al centro dell'Ospedale Militare: v. Carignani, in Pavolini e altri, 1993).

A fronte di una così intensa attività edilizia di età antonina, gli interventi attribuibili al III sec. sembrano di necessità ridursi ad alcune pur importanti ristrutturazioni e integrazioni dei complessi preesistenti. All'età severiana si data una fase di lavori nei Castra Peregrinorum, individuata grazie a un saggio nel giardino di S. Stefano Rotondo (Dal Miglio, Pacetti, 1990), mentre alla fine del secolo si colloca l'ampliamento del mitreo sotto la stessa chiesa, con una nuova decorazione pittorica imitante crustae marmoree. Nel III sec. si pongono anche estesi interventi ai complessi scoperti sotto l'Ospedale Militare, dalla sostanziale ristrutturazione della Basilica Hilariana, mirante a un più intenso sfruttamento di tutti gli spazi disponibili, alla redistribuzione dei vani all'inferno della domus di Gaudenzio e alla monumentalizzazione del vestibolo d'ingresso della domus nel settore centrale, il che ne accresce il carattere di residenza di prestigio.

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(C. Pavolini)

o) Velia, Carine e Fagutale. - Il settore urbano che dalla Sacra Via si estende in direzione NE, verso le Esquiliae, tra l'Oppio e la Suburra, non ha mai ricevuto un'adeguata considerazione, benché le radicali scelte urbanistiche operate nell'area tra la fine del XIX e i primi decenni del XX sec. (Barroero, Conti, Racheli, Serio, 1983; Insolera, 1985) avessero prodotto una notevolissima documentazione archeologica, solo in parte confluita nella Forma Urbis del Lanciani, e poi rimasta per decenni inedita (cfr. P. Virgili e altri, in BullCom, XC, 1985, pp. 315-320; unico commento, Colini, 1933 e 1961-62).

Lo stato delle ricerche lascia ancora lontana la possibilità di accordare al dato archeologico il ricco corpus di fonti antiche e risulta pertanto difficile tracciare una storia organica di questo quartiere, ove, oltre a problemi storico-topografici concernenti singoli monumenti e contesti, rimangono da definire l'articolazione e l'identificazione della viabilità principale, e le stesse localizzazioni dei toponimi Velia, Carinae, Fagutal. Il problema dipende, in larga misura, dalle difficoltà di interpretazione, sul piano filologico e topografico, di Varrone (Ling, lat., v, 48 ss.: lista dei Sacrarî degli Argei nell'ambito delle quattro regioni serviane) e di Festo (458 e 474 L: sulla festività del Septimontium; cfr., con posizioni diverse, Gelsomino, 1975; Poe, 1978; Rodríguez Almeida, 1983; Erkell, 1985 e 1990; Fridh, 1987 e 1990; Fraschetti, 1990).

Superata sin dalla metà degli anni '40 l'attribuzione del nome Velia all'area occupata dall'Arco di Tito e dal Tempio di Venere e Roma, si è tornati a discutere se il toponimo debba riferirsi al versante meridionale dell'altura posta a Ν della Sacra Via (area poi occupata dalla Basilica di Massenzio: Coarelli, 1986; Carandini, 1990; Terrenato, 1992) o all'eminenza orientale del Palatino (dove sorge la chiesa di S. Bonaventura: Tornei, 1994).

Anche la tradizionale identificazione delle Carinae con la pendice dell'Oppio che da S. Pietro in Vincoli scende fino a Via del Colosseo è stata revocata in dubbio, in favore di una localizzazione più a S, nel settore immediatamente alle spalle della Basilica massenziana (area all'incirca corrispondente a quella di Via dei Fori Imperiali: Coarelli, 1986 e 1989; l'ipotesi è coordinata alla ricostruzione del percorso della Sacra Via), o poco più oltre, nella sella tra la Velia e pendice dell'Oppio (con motivazioni differenti: Terrenato, 1992; Ziolkowski, 1992; E. Rodríguez Almeida, in LTUR, 1, 1993, p. 239, s.v. Carinae); non è neppure mancata una proposta di identificazione con la pendice NE del Palatino (Tornei, 1994).

Del Fagutal, infine, si sostiene generalmente la coincidenza (almeno parziale; area di S. Pietro in Vincoli), con le Carinae (Erkell, 1985; cfr. C. Buzzetti, in LTUR, 11, 1995, p. 241 s.v. Fagutal).

In realtà (soprattutto in base a Dion. Hal., V, 19, 1), appare plausibile l'identificazione della Velia con l'intero colle (il punto di massima altezza si registra alle spalle della Basilica di Massenzio) in antico esistente tra Palatino e Oppio e ora tagliato a metà dalla trincea di Via dei Fori Imperiali. Esso era delimitato a S dalla Sacra Via, a Ν dall'attuale Via del Colosseo, a E dalla valle dell'anfiteatro e a O dal c.d. Clivo delle Carine. Di conseguenza le Carinae, la cui localizzazione si deduce quasi esclusivamente in base al posizionamento di alcuni monumenti (Templum Telluris, Tigillum Sororium, Prefettura Urbana), dovranno mantenersi in corrispondenza dell'area compresa tra l'altura di S. Pietro in Vincoli e della Facoltà di Ingegneria, e Via del Colosseo. Per il Fagutal, invece, si dovrà ritenere vincolante Varrone (Ling, lat., V, 49) che assegna il Lucus Facutalis alla II, e le Carinae alla I delle Regioni serviane (Castagnoli, 1982, 1983, 1988; cfr. Colini, 1983; Richardson jr., 1992).

Anche la ricostruzione della rete stradale del quartiere costituisce inesauribile argomento di discussione. Le proposte di identificazione si sono moltiplicate in relazione ai tre maggiori assi stradali della zona, che ancora sopravvivono nelle moderne vie della Polveriera, del Tempio della Pace-dei Frangipane-delie Sette Sale, e nelle vie del Colosseo e del Buon Consiglio.

Il primo asse, che costituisce di fatto la prosecuzione verso l'Esquilino della Sacra Via, dalla pendice orientale della Velia risaliva diritto costeggiando le Terme di Traiano (la cui costruzione certamente ne modificò il percorso) e la Porticus Liviae in direzione della Porta Esquilina (come è in parte raffigurato nei frammenti della Forma Urbis severiana relativi alla Porticus, ove la via si vede convergere sul Clivus Suburanus: Rodríguez Almeida, 1975-76; Panella, 1987). Il tracciato è stato variamente identificato con la «via che porta alla Carine» di cui parla Dionigi di Alicarnasso (VIII, 79, 3: Castagnoli, 1988; si tratterebbe ugualmente della «via che dalle Carine scende al vicus Cyprius» di Dion. Hal., III, 22, 2), con il Vicus Cyprius (Terrenato, 1992; sul nome del vicus, di origine sabina secondo Varrone, Ling, lat., V, 159, cfr. Palmer, 1973), oppure con la (ipotetica) via in Tabernola (LTUR, I, 1993, p. 437, fig. 134).

Diversamente, il secondo asse, noto come Clivo delle Carine (il tratto iniziale, per Coarelli, 1983, sarebbe parte della Sacra Via, posteriore all'incendio neroniano: cfr. LTUR, I, 1993, p. 437, fig. 134; saggi recenti dimostrano che quello ancora visibile è frutto della ripianificazione neroniano-flavia del quartiere: Capodiferro, Piranomonte, 1988), aggirando la Velia da O, saliva ad attraversare le Carine passando alle spalle di S. Pietro in Vincoli (resti della pavimentazione stradale presso la chiesa: Buzzetti, Colini, 1963-64); la via sarebbe da identificare con il Vicus Cyprius (Ziolkowski, 1992) o con la «scorciatoia che porta alle Carine» (Dion. Hal., I, 68, 1: Castagnoli, 1988; la «scorciatoia» è invece identificata da Ziolkowski, 1992, nel solo tratto occidentale di Via del Colosseo).

Il terzo asse stradale (in passato comunemente ritenuto Vicus Cyprius·. così ancora Coarelli, 1983), percorreva la sella tra Velia e Carine ponendo in comunicazione gli altri due, e costituiva probabilmente il confine tra i due quartieri: esso è stato variamente identificato con una via di collegamento tra Tigillum Sororium e Vicus Cyprius (Castagnoli, 1988), o con il Vicus Compiti Acilii (Ziolkowski, 1992).

Ancora più ipotetica rimane la localizzazione del Clivus Orbius o Sceleratus, che lasciava il Vicus Cyprius in direzione dell'Esquilino (Liv., 1, 48, 5-7), del Clivus Pullius del Fagutale (Solin., 1, 26; la via non ha probabilmente nulla a che vedere con la chiesa di S. Giovanni in Carapullo esistente fino al XVI sec. a NE di S. Pietro in Vincoli, come invece in genere si sostiene: D. Palombi, in LTUR, I, 1993, p. 284 s., s.v. Clivus Pullius), del Vicus Iovis Fagutalis (noto da CIL, vi, 452) e del Vicus Apollinis Sandaliarii (Suet., Aug., 57).

Nella riorganizzazione augustea, l'intera area venne assegnata alla Regione IV (poi denominata Templum Pacis), della quale proprio gli assi stradali della Sacra Via e dell'attuale Via della Polveriera, vennero a costituire i confini meridionale e orientale. La zona ha restituito due importanti testimonianze della trasformazione: la celebre ara del vicus di Apollo Sandaliario del 2 a.C. ora agli Uffizi (Hölscher, 1994) e l'edicola del Compitum Acilium del 5 a.C., scoperta negli scavi degli anni '30, in corrispondenza della confluenza dell'odierno Clivo di Acilio su Via dei Fori Imperiali (Dondin-Payre, 1987). Il compitum testimonia il persistente insediamento nel quartiere, che in parte da quella prese nome, della gens Acilia, una delle più influenti tra le famiglie che abitarono il colle a partire dal III sec. a.C. (Dondin-Payre, 1993, p. 117 ss.).

La presenza gentilizia sulla Velia dopo i fasti delle case di Anco Marcio e dei Valeri, è inoltre testimoniata dall'insediamento di entrambi i rami della famiglia dei Domizi: gli Enobarbi (CIL, vi, 2037, 2039, 2041, 2042) probabilmente abitarono sul versante orientale del colle (a costoro forse appartenevano la domus con pavimenti in opus sectile di paste vitree della seconda metà del I sec. a.C. sotto l'angolo NO del podio del portico di Venere e Roma, v. Carandini, 1986, e gli horrea lungo la Sacra Via: Palombi, 1990); i Calvini (Fest., 142 L) probabilmente sul versante occidentale, non lontano dal Tempio dei Penati, e presso il santuario delle arcaiche divinità matronali di Mutunus Tutunus (dio fallico, poi assimilato a Bacco: Palmer, 1974) e di Venus Calva, la dea «eponima» della gens (Torelli, 1984). Ancora nel IV sec. d.C., la sommità del colle era occupata da una fastosa domus (impianto originario del I sec. d.C.), probabilmente appartenuta alla famiglia degli Attî Insteî, i cui resti furono riportati in luce alle spalle della Basilica di Massenzio, nell'area della rinascimentale Villa Rivaldi (Pisani Sartorio, 1983).

Anche le Carine ebbero fama di ricercato quartiere residenziale (Verg., Aen., VIII, 360 s. e Serv., ad loc.). Oltre alla gens Cassia del V sec. a.C. vi abitarono M. Manilio, console del 120 a.C. (Cic., Parad., VI, 50), l'oratore L. Marcio Filippo, console del 91 a.C. (Hor., Epist., 1, 7, 48), e qui fii la prima casa romana di Marco e Quinto Tulli Ciceroni (Cic., Har. resp., 31; Quinct., 11, 37). Anche la casa paterna di Pompeo Magno era alle Carine (Plut., Pomp., 40, 5; Suet., Gramm., 15): passò ad Antonio nel 44 a.C., fu abitata da Tiberio fino al 2 d.C., e, acquisita dal demanio imperiale, era ancora nota col nome di domus rostrata (SHA, Gord., 3; Guilhembet, 1992).

È tuttavia difficile attribuire il nome di un proprietario ai resti di abitazioni trovati sotto S. Pietro in Vincoli (diverse fasi di una grande domus vissuta dal II sec. a.C. fino all'impianto dell'edificio cristiano: Colini, 1966; cfr. Guidobaldi, 1986), o a quella cui appartenne il ninfeo absidato, databile al 30-20 a.C., ancora conservato in Via degli Annibaldi (Neuerburg, 1965; Sear, 1977; Lavagne, 1988; restauri recenti: Caruso, 1993).

Nella topografia sacra della zona spicca, oltre alla Aedes Deum Penatium in Velia, il Tempio della Tellus, il più celebre dei santuarî delle Carine. Quest'ultimo venne costruito da P. Sempronio Sofo nel 268 a.C. (Fior., 1, 14) nell'area della casa di Sp. Cassio (Liv., 11, 41, 10-12; Dion. Hal., vin, 79; Val. Max., VI, 3, 1; ma il culto risale a epoca arcaica: cfr. Zevi, 1987). Restaurato da Cicerone nel 56 a.C., conteneva una celebre raffigurazione cartografica dell'Italia (Varrò, Rust., 1, 2, 1) non sappiamo se realizzata in questa occasione o appartenente alla fase originaria del santuario (cfr. Guilhembet, in corso di stampa); l'edificio venne utilizzato per la riunione del senato indetta da Antonio il giorno successivo alle Idi del marzo 44 a.C., (Bonnefond-Coudry, 1989). Il tempio è certamente presente su un frammento della Forma Urbis severiana, nel quale è da leggere aedes in tel(lvre), anche se non sono mancate differenti interpretazioni (sul problema, Rodríguez Almeida, 1981). Ogni tentativo di localizzazione della Aedes Telluris dovrà tener conto di questo documento/(per la verità assai sottovalutato) e della relazione topografica del santuario con la Prefettura Urbana, detta comunemente Secretarium Tellurense, sulla cui presenza costituisce un importante indizio il rinvenimento, nell'area circoscritta dalle vie della Polveriera, del Colosseo, di S. Pietro in Vincoli ed Eudossiana, di una cospicua documentazione epigrafica (cfr. Chastagnol, 1960). La localizzazione della Aedes Telluris intorno a S. Pietro in Vincoli è stata ripetutamente messa in dubbio. Sulla base di (incerte) testimonianze di antiquarî del '500, è stata proposta un'identificazione del santuario con il podio tornato in luce presso il Compitum Acilium durante l'apertura di Via dei Fori Imperiali (Coarelli, 1986; contra Castagnoli, 1988); si è anche ipotizzata, con scarse prove documentarie, una localizzazione in corrispondenza della confluenza di Via del Cardello su Via del Colosseo (Ziolkowski, 1992). Non molto di più è possibile aggiungere. La zona venne pesantemente interessata dalla costruzione della Domus Aurea che modificò radicalmente il profilo orientale della Velia, regolarizzata da terrazzamenti sostruttivi in parte ancora conservati lungo il Clivo di Venere Felice, e certamente lambì anche il quartiere delle Carine. Ulteriori tagli della pendice meridionale e occidentale della Velia si ebbero in conseguenza della costruzione del Templum Pads e con la costruzione degli Horrea Piperataria domizianei; il fronte del colle verso il Colosseo ricevette definitiva sistemazione con Adriano (Colini, 1983).

L'immagine dell'area negli ultimi secoli dell'impero, si concretizza essenzialmente nella costruzione, sul versante della Velia verso la Sacra Via, della Basilica Nova, mentre nel quartiere delle Carine l'intervento più qualificante rimane la costruzione della sede centrale della Prefettura Urbana, il Secretarium Tellurense (CIL, VI, 37114; AE, 1939, n. 62), un complesso di uffici amministrativi e giudiziarî al quale parrebbe di poter collegare, nelle funzioni di aula giudiziaria, la stessa Basilica massenziana (Coarelli, 1986 e 1989).

Bibl.: A. M. Colini, Scoperte tra il Foro della Pace e l'Anfiteatro, in BullCom, LXI, 1933, p. 79 ss.; A. Chastagnol, La préfecture urbaine à Rome sous le bas-empire, Parigi 1960; Α. M. Colini, Compitum Adii, in BullCom, LXXVIII, 1961-62, p. 147 ss.; C. Buzzetti, A. M. Colini, Il Fagutale e le sue adiacenze nell'epoca antica, in RendPontAcc, XXXVI, 1963-64, p. 75 ss.; N. Neuerburg, L'architettura delle fontane e dei ninfei nell'Italia antica, Napoli 1965, passim; A.M. Colini, Ricerche intorno a S. Pietro in Vincoli I. L'esplorazione archeologica dell'area, in MemPontAcc, s. III, IX, 1966, p. 5 ss.; R. E. A. Palmer, A Roman Street Named Good, in Journal of Indo-European Studies, I, 1973, p. 368 ss.; id., On Mutinus Titinus, in Roman Religion and Roman Empire. Five Essays, Filadelfia 1974; R. Gelsomino, Varrone e i sette colli di Roma, Roma 1975; E. Rodríguez Almeida, Aggiornamento topografico dei Colli Oppio, Cispio e Viminale secondo la Forma Urbis marmorea, in RendPontAcc, XLVIII, 1975-76, p. 263 ss.; F. B. Sear, Roman Wall and Vault-Mosaics, Heidelberg 1977; J. P. Poe, The Septimontium and the Subura, in TransactAmPhilAss, CVIII, 1978, p. 147 ss.; E. Rodríguez Almeida, Forma Urbis marmorea. Aggiornamento generale 1980, Roma 1981; F. Castagnoli, Aedes deum Penatium in Velia, in RivFil, CX, 1982, p. 495 ss.; L. Barroero, A. Conti, A. M. Racheli, M. Serio, Via dei Fori Imperiali. La zona archeologica di Roma: urbanistica, beni artistici e politica culturale, Venezia 1983; F. Castagnoli, Raffigurazioni numismatiche del sepolcro di Romolo figlio di Massenzio, in RendLinc, XXXVIII, 1983, p. 275 ss.; F. Coarelli, Il Foro Romano, I. Periodo arcaico, Roma 1983, p. 38 ss.; A. M. Colini, Considerazioni su la Velia da Nerone in poi, in Città e architettura nella Roma imperiale (AnalRom, Suppl. X), Roma 1983, p. 139 ss.; G. Pisani Sartorio, Una domus sotto il giardino del Pio Istituto Rivaldi sulla Velia, ibid., p. 147 ss.; E. Rodríguez Almeida, I confini interni della «Regio V», Esquiliae, nella «Forma Urbis Marmorea», in L'archeologia in Roma capitale tra sterro e scavo, Venezia 1983, p. 105 ss.; M. Torelli, Lavinia e Roma, Roma 1984; H. Erkell, Varroniana II. Studi topografici in Varro De Lingua Latina V, 45-50, in OpRom, XV, 4, 1985, p. 55 ss.; I. Insolera, Roma. Immagini e realtà dal X al XX secolo, Roma-Bari 19853; A. Carandini, Domus e insulae sulla pendice settentrionale del Palatino, in BullCom, XCI, 2, 1986, p. 429 ss.; F. Coarelli, L'Urbs e il suburbio, in A. Giardina (ed.), Società romana e impero tardoantico, II. Roma. Politica economia paesaggio urbano, Roma-Bari 1986, ρ. 1 ss.; F. Guidobaldi, L'edilizia abitativa unifamiliare nella Roma tardoantica, ibid., p. 165 ss.; M. Dondin-Payre, Topographie et propagande gentilice: le Compitum Adlum et l'origine des Acilii Glabriones, in L'Urbs. 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Coarelli, L'area tra Velia e Carinae: un tentativo di ricostruzione topografica, in R. Panella (ed.), Roma, città e foro. Questioni di progettazione del centro archeologico monumentale della Capitale, Roma 1989, p. 341 ss.; A. Carandini, Il Palatino e il suo sistema di Montes, in M. Cristofani (ed.), La Grande Roma dei Tarquini (cat.), Roma 1990, p. 79 ss.; H. Erkell, From the Esquiliae to the Esquiline, in Eranos, LXXXVIII, 1990, p. 125 ss.; A. Fraschetti, Roma e il Principe, Roma-Bari 1990; A. Fridh, Esquiliae, Fagutal and Subura once again, in Eranos, LXXXVIII, 1990, p. 139 ss.; D. Palombi, Gli Horrea della Via Sacra: dagli appuntì di G. Boni ad una ipotesi su Nerone, in DArch, s. III, VIII, 1, 1990, p. 57 ss.; J.-P. Guilhembet, Sur un jeu de mots de Sextus Pompée: domus et propagande politique lors d'un épisode des guerres civiles, in MEFRA, CIV, 1992, p. 787 ss.; N. Terrenato, Velia and Carinae: Some Observations on an Area of Archaic Rome, in Papers of the Fourth Conference of Italian Archaeology, 3-4, Londra 1992, p. 31 ss.; L. Richardson jr., A New Topographical Dictionary of Ancient Rome, Baltimora-Londra 1992, pp. 407-408; A. Ziolkowski, The Temples of Mid-Republican Rome and Their Historical and Topographical Context, Roma 1992; G. Caruso, Restauro del Ninfeo di Via degli Annibaldi, in BullCom, XCV, 2, 1993 (1995), p. 128; M. Dondin-Payre, Exercice du pouvoir et continuité gentilice. Les Acilii Glabriones du III' siècle av. J.-C. au Ve siècle ap. J.-C., Roma 1993; T. Hölscher, Monumenti statali e pubblico, Roma 1994; M. A. Tornei, A proposito della Velia, in RM, CI, 1994, p. 309 ss.; J.-P. Guilhembet, Sur la peinture du temple de Tellus (Varro RR, 1.2.1.), in corso di stampa.

(D. Palombi)

p) Esquilino. - Nella riorganizzazione augustea della città il nome di Esquiliae designò la Regione V, che probabilmente solo per breve tratto coincideva con l'omonima Regione II della divisione repubblicana (Rodríguez Almeida, 1983), estendendosi invece per una vastissima area fuori delle mura repubblicane. I confini della regione erano definiti a Ν dalla Via Tiburtina Nova, che esce dalla Porta Viminalis, mentre a S e a E il confine esterno della Regione Esquilina venne segnato nel III sec. d.C. dalle Mura Aureliane, tuttora limite monumentale del quartiere. Verso l'interno della città il confine si attestò sulla linea delle mura repubblicane, oltrepassandole probabilmente all'altezza di Porta Esquilina a comprendere gran parte del Colle Oppio (Rodríguez Almeida, 1983). Orograficamente l'Esquilino si presenta come un vasto altopiano, da cui si protendono verso la città, nella zona intramuranea, i tre promontori collinosi del Cispio, del Fagutale e dell'Oppio. In origine esso doveva essere movimentato da asperità e vallecole quasi completamente annullate da successivi interventi antichi e moderni. La viabilità era organizzata attorno a un tridente di strade diramantisi dal Clivus Suburanus poco fuori Porta Esquilina, posta quasi al centro geometrico del tratto delle c.d. Mura Serviane che attraversava il pianoro: la Via Collatina verso NE, la Via Labicana verso E e verso S la Via Merulana (da non confondere con l'omonima strada moderna) rispondenti sicuramente a un tracciato antico (cfr. FUR, tav. xxin; Pisani Sartorio, 1983) benché il nome sia attestato solo da fonti medievali.

Tramite il Clivus Suburanus e l’Argiletum questa viabilità era collegata al popoloso quartiere della Subura e al Foro Romano. Dall'età augustea la viabilità N-S venne garantita anche dalle strade costruite sopra il terrapieno e all'interno del fossato del tratto esquilino delle mura repubblicane (via superagger e via subagger).

Archeologicamente la conoscenza dell'area si deve principalmente ai lavori di urbanizzazione effettuati alla fine del secolo scorso. Gli sterri caotici, la documentazione carente e la rapidità delle demolizioni, rendono difficilissimo farsi un'idea di quanto venne allora messo in luce. La scarsa documentazione disponibile è stata tuttavia oggetto di recenti revisioni (Ciancio Rossetto, 1973; La Rocca, 1984; Le tranquille dimore degli dei, 1986; Häuber, 1990) e, assieme ad alcuni, sia pur parziali, interventi di scavo (Santa Maria Scrinari, 1979; Volpe, 1993; Caruso, Volpe, 1995; Volpe, in corso di stampa), è utile a tracciare le linee essenziali dello sviluppo dell'area.

La costruzione della grande cinta del IV sec. a.C., le c.d. Mura Serviane, segna un momento cruciale nello sviluppo della regione, separando la parte intramuranea, che seguirà la storia urbanistica delle regioni centrali della città, da quella extramuranea, che alla sua marginalità dovrà la destinazione ad area di necropoli e, più tardi, a zona residenziale suburbana dell'aristocrazia. Le mura, che tagliavano l'altopiano con andamento N-S, erano rafforzate nel tratto (pianeggiante e strategicamente più debole) tra le porte Esquilina e Collina da un possente terrapieno, noto come agger, costituito da un largo fossato e da un muro in blocchi di tufo di Grotta Oscura (alt. c.a 10 m) che sostruiva il terrapieno vero e proprio (largh. oltre 40 m), sostenuto verso l'interno da un più piccolo muro di contrascarpa (De Angelis Bertolotti, 1983). Altri apprestamenti difensivi sono attestati in questo tratto, come quello ipoteticamente identificato con una torre di avvistamento (Caruso, Volpe, 1995).

Nella zona occidentale del pianoro, più a ridosso delle mura, l'uso come necropoli è attestato dal IX sec. a.C. fino a tutta l'età repubblicana (Albertoni, 1983); in connessione con le necropoli sono presenti anche santuarî di carattere ctonio.

L'esistenza di preconcetti, che condizionano le relazioni sui rinvenimenti della necropoli esquilina, assieme alla consueta scarsità di documentazione, rendono oggi assai difficile ricostruire quello che venne realmente messo in luce, e la tipologia e la funzione di quelle strutture che Lanciani identifica con i puticoli, nelle quali, almeno in alcuni casi, vanno forse riconosciuti piuttosto degli scarichi di rifiuti (Albertoni, 1983). La necropoli medio-repubblicana messa in luce nell'area più vicina alle mura, all'esterno di Porta Esquilina, era costituita da deposizioni in sarcofagi di tufo e da tombe a camera, collettive e singole. Da due di queste ultime provengono i notissimi frammenti di affresco con scene militari, databili tra il III e il II sec. a.C. (Coarelli, 1973 e 1976). Il più antico e più noto dei due frammenti, quello proveniente dal sepolcro c.d. dei Fabî, è stato recentemente oggetto di interpretazioni contrastanti, essendo stato visto come esempio di pittura «trionfale» destinata a decorare il sepolcro di un personaggio di altissimo rango (è stato proposto di identificarlo con Q. Fabio Rulliano), eretto in un'area della necropoli riservata a sepolture privilegiate (Coarelli, 1990) o, viceversa, come decorazione della tomba di un personaggio di mediocre condizione sociale, espressione dell'ideologia delle classi sociali emergenti (La Rocca, 1984). Quale che sia la reale interpretazione del sepolcro, l'area della necropoli non presenta caratteri di particolare ricchezza, data l'assenza di grandi sepolcri gentilizi. L'addensamento dei sepolcri nella zona prossima alle mura provocò lo spostamento della necropoli verso E. Gli sterri ottocenteschi misero in luce, tra il c.d. Tempio di Minerva Medica e Porta Maggiore, una vasta area funeraria composta per lo più da colombarî databili nei primi decenni dell'impero (Ciancio Rossetto, 1973; Mancioli, 1983), comprendente il noto colombario degli Arrunzî (edificato da L. Arrunzio console nel 6 d.C. per la sua familia: Pensabene, 1979), quello decorato con l'affresco con scene dell'Eneide e del mito delle origini di Roma (Sanzi Di Mino, 1983), e il celebre sepolcro del fornaio L. Virgilio Eurisace (Ciancio Rossetto, 1973). L'esistenza, in zone vicine ai tracciati stradali, di sepolcri attribuibili a defunti di livello sociale assai più elevato è testimoniata dalla Casa Tonda, un mausoleo monumentale costituito da un corpo circolare posto su una fondazione quadrata di c.a 25 m di lato, databile presumibilmente nell'ambito del I sec. a.C., anch'esso demolito negli sterri ottocenteschi (Gatti, 1983; Volpe, 1990).

Nonostante la spiccata vocazione funeraria l'esistenza, almeno fin da età medio-repubblicana, di aree coltivate sul pianoro, è testimoniata da un passo di Livio (XXXVI, 10, 5) circa un episodio della seconda guerra punica. Tracce di impianti agricoli di epoca repubblicana sono venute alla luce presso il tracciato dell'Aqua Marcia (Volpe, in stampa). L'abbondanza d'acqua favoriva lo sfruttamento agricolo; inoltre, fin da età repubblicana, l'altopiano esquilino fu zona privilegiata di penetrazione degli acquedotti in città (l’Aqua Appia, 312 a.C.; l'Anio Vetus, 272 a.C.; l’Aqua Marcia, 144 a.C.; l’Aqua Tepula, 125 a.C.; l’Aqua Iulia, 33 a.C.). Interventi sugli acquedotti sono testimoniati, da fonti letterarie ed epigrafiche, per tutta l'epoca imperiale: quello più significativo dal punto di vista monumentale si deve a Severo Alessandro, con la costruzione dell'unica mostra d'acquedotto pervenutaci dall'antichità, edificata all'incrocio tra l'antica Via Labicana con la Tiburtina e nota con il nome di «Trofei di Mario» (Tedeschi Grisanti, 1977 e 1983). È oggetto di dibattito se il ramo d'acquedotto che la alimentava derivasse dall’Aqua Iulia (secondo l'ipotesi tradizionale, Cattalini, 1986) o dall'Aqua Claudia (Tedeschi Grisanti, 1977 e 1983).

La disponibilità di spazio non edificato e l'abbondanza d'acqua furono certamente i motivi principali dell'interesse con cui le classi dirigenti, alla ricerca di aree suburbane in cui impiantare le loro lussuose dimore con parco (Grimal, 1984; La Rocca, 1986), si rivolsero, a partire dall'età augustea, verso la zona extramuranea dell'Esquilino. L'iniziativa partì da Mecenate, forse già proprietario di terreni nella zona (Mancioli, Rizzo, 1983; contra Häuber, 1983; 1990; 1991) che, con la nota bonifica celebrata da Orazio (Sat., I, 8), trasformò una vasta area di necropoli in zona coltivabile, inserendola nei suoi horti, ed eliminando o riutilizzando la cinta «serviana» che, persa ormai la sua funzione difensiva, veniva a dividere in due la sua proprietà, estesa fino all'antica Via Merulana (Häuber, 1983; 1990; 1991). Del ricco apparato edilizio del complesso si è salvato dalle devastazioni del secolo scorso solo il c.d. Auditorium di Mecenate, da identificare probabilmente con un ninfeo-triclinio estivo (De Vos, 1983). Le fonti ricordano una Turris Maecenatiana (quella da cui, secondo la leggenda, Nerone avrebbe osservato l'incendio della città: Suet., Ner., 31, 38), da collocare forse nell'altura di Palazzo Brancaccio (Colini, 1979), e una piscina di acqua calda (Dio Cass., LV, 97), la cui identificazione con un edificio circolare segnato sulla Forma Urbis marmorea, nell'area all'interno della cinta serviana, presso il Clivus Suburanus (Rodríguez Almeida, 1975-76 e 1987), non appare più sostenibile dopo i recenti scavi (Astolfi, Attilia, Cordischi, 1990).

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