BOSCOVICH (Bošković), Ruggero Giuseppe (Ruder Josip)

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 13 (1971)

di Paolo Casini

BOSCOVICH (Bošković), Ruggero Giuseppe (Ruder Josip). - Nacque a Ragusa (Dubrovnik) il 18 maggio 1711 dall'agiato mercante serbo Nikola e da Pavica Betere (Bettera), di origine bergamasca. Se il legame etnico è tenue, la maggior parte dell'attività dello scienziato e del professore si svolse in Italia, e il B. redasse in italiano molti dei suoi scritti: fu del resto un cosmopolita tipicamente settecentesco. Ottavo di nove figli - un fratello maggiore, Bartolomeo (Baro), fu gesuita e poeta latino; un altro, Ivan, domenicano e teologo presso la Minerva in Roma, morì venticinquenne -, il B. compì i suoi primi studi presso il Collegium Ragusinum della sua città, allora diretto dai gesuiti italiani C. Storani e S. Capitozzi. Compiutivi gli anni di grammatica del curriculum gesuitico e giudicato "giovane di grandi speranze", fu inviato novizio al collegio di S. Andrea delle Fratte in Roma (31 ott. 1725). Fu qui scolaro di umanità e retorica sotto il padre G. Scapecchi; nel 1728 passò al Collegio Romano, ove fu discepolo, in filosofia, del padre C. Noceti, del quale avrebbe più tardi chiosato i poemetti (1747). Come voleva l'uso, si dedicò all'insegnamento nelle classi elementari dello stesso Collegio, proseguendo contemporaneamente gli studi matematici e fisici sotto la guida di O. Borgondio, che aiutò poi nella redazione dei suoi scritti (1738). Ammalatosi, negli anni 1733-34 si era trasferito presso il convento di Fermo, ove aveva insegnato umanità e composto i suoi primi Carmina d'argomento scientifico e politico. Rientrato al Collegio Romano, vi lesse i primi trecento versi del suo poema latino sulle eclissi, che avrebbe pubblicato a Londra venticinque anni dopo.

Ancora studente di teologia, tenne presso il Collegio Romano la cattedra di logica e matematica ch'era stata del Borgondio.

Frutto dell'insegnamento sono le dissertazioni che compose e pubblicò a Roma in quegli anni, relative a tutta una serie di osservazioni e questioni matematiche, astronomiche, geodetiche, meccaniche: De maculis solaribus, 1736; De Mercurii novissimo infra Solem transitu,Constructio geometrica trigonometriae sphaericae, 1737; De aurora boreali, 1738; De novo telescopii usu (descrizione di un nuovo micrometro circolare, ripubbl. dagli Acta Eruditorum di Lipsia, 1740); De veterum argumentis pro telluris sphaericitate,De telluris figura, 1739 (inteso a far togliere dall'Indice l'opera di Copernico, rist. in Memorie sopra la fisica, Lucca 1744); De circulis osculatoribus,De motu corporum proiectorum in spatio non resistente, 1740; De natura et usu infinitorum et infinite parvorum,De inaequalitate gravitatis in diversa terrae locis, 1741; De annuis fixarum aberrationibus,De observationibus astronomicis,Disquisitio in universam astronomiam, 1742; De motu corporis attracti in centrum immobile, 1743 (rist. in Comment. Acad. Bonon. II, 3, 1747); Nova methodus adhibendi phasium observationes in eclipsibus lunaribus, 1744 (rist. in Memorie sopra la fisica, Lucca 1747).

Come si può intendere dal semplice, elenco di questi saggi, furono anni d'intensa assimilazione dell'opera matematica, meccanica, astronomica di Newton e dei suoi continuatori inglesi e francesi: il B. fu il più deciso e profondo sostenitore del newtonianismo nell'ambiente del Collegio Romano.

Nel frattempo il nuovo papa Benedetto XIV aveva promosso un vivace rinnovamento scientifico e culturale: quando nel 1744 il B. pronunziò i voti sacerdotali di padre gesuita - e celebrò la prima messa sull'altare di S. Luigi al Gesù - era già un personaggio di reputazione europea e godeva prestigio in Roma, nella società degli ecclesiastici cultori di scienze e di arti, quali il cardinal Passionei e i monsignori Albani e Olivieri. Era soprattutto assiduo nella cerchia del card. Silvio Valenti Gonzaga, che può essere considerato il suo patrono; ammesso nell'ambiente diplomatico vaticano, poté seguire il movimento dei dotti stranieri di passaggio. Eletto in Arcadia nel 1744 con il nome di Numenius Anigreus, iniziò la sua carriera di poeta mondano; e ci è descritto come esperto conversatore, uomo di mondo ricercato, di carattere entusiasta e collerico, di veemente e duttile ingegno e - come si può vedere in vari suoi scritti - non di rado indulgente a qualche vanità.

Per interessamento del card. Valenti, segretario di Stato, nel 1742 fu invitato - insieme con i commentatori francesi di Newton, padri T. Le Seur e F. Jacquier - a esaminare i sintomi di crollo che presentava la cupola di S. Pietro, argomento in quegli anni di molte dicerie e preoccupazioni. Ne risultarono il Parere di tre matematici sopra i danni che si son trovati nella cupola di S. Pietro in sul fine del 1742 (Roma 1742) e le Riflessioni de' pp. Tommaso,Le Seur,Francesco Jacquier... e R. G. Boscovich sopra alcune difficoltà spettanti i danni,e risarcimenti della cupola di S. Pietro (ibid. 1743), contenenti un progetto d'ingegneria per l'applicazione di cinque anelli di ferro alla base della cupola, lavoro che fu eseguito, tra fiere polemiche, sotto l'arbitrato di G. Poleni, dal Vanvitelli (ag. 1743-sett. 1744); ancora alla fabbrica di S. Pietro è dedicato l'altro saggio del B., De Vaticani Templi apside restauranda et munienda (ibid. 1743), redatto su diretto invito del papa.

Anche negli anni successivi il B. seguitò, come professore di matematica presso il Collegio Romano, a pubblicare dissertazioni d'argomento fisico e meccanico, geodetico e astronomico, in alcune delle quali venne delineando le tesi teoriche newtoniano-leibniziane che avrebbe poi posto alla base del suo opus maius di filosofia naturale. Citiamo: De viribus vivis, Romae 1745; De cometis, Romae 1746; De aestu maris, Romae 1747; Dimostr. di una principale proprietà delle sezioni coniche,Dimostr. di un passo dell'Ottica di Newton,Dissert. della tenuità della luce solare,Tre osservaz. sull'eclissi del Sole (articoli apparsi nel Giornale de' letterati nel 1747); Dissertatio de lumine,De materiae divisibilitate et principiis corporum, Romae 1748 (rist. in Memorie sopra la fisica, Lucca 1757); altri tre saggi d'argomento matematico e astronomico apparvero nel Giorn. de' lett. del 1748; del 1749 sono infine De determinanda orbita planetae ope catoptricae (Romae), Dimostrazione di un metodo dato dall'Eulero per dividere una frazione razionale in più frazioni semplici (in Giorn. de' lett., pp. 78-96), e la relazione Sopra il turbine che la notte tra gli 11 e 12 di giugno del 1749 danneggiò una gran parte di Roma (Roma, trad. lat.: Pragae 1766). Si aggiungano, a questi, i saggi Trigonometria sphaerica e De cycloide et logistica, aggiunti in appendice al manuale di P. A. Taquet, Elementa geometriae, Romae 1745 (più volte rist. e tradotto anche in italiano); e De curvis quibusdam, in appendice a G. B. Soardi, Nova instrumenta, Romae 1752.

Ma la versatilità del B. non si limita alla fisica e alla matematica. Nel 1745, in vacanza estiva a Frascati, dove il Vanvitelli aveva avviato la costruzione della villa Rufinella per conto dei gesuiti, s'interessò a un ritrovamento archeologico occasionato dai lavori, e lo descrisse nei due saggi D'un'antica villa scoperta sul dosso del Tuscolo e D'un antico orologio a sole e di alcune altre rarità... (Roma 1746; anche in Giorn. de' lett.). Quando fu ritrovato l'obelisco detto di Augusto in Campo Marzio, il B. trattò anche di questo in tre Lettere (1750), due delle quali pubblicate nel saggio di A. M. Bandini, De obelisco Caesaris Augusti e Campi Martii ruderibus nuper eruto (Romae s.d., ma 1751).

Quasi un preludio alla vasta opera di commento al poema di Benedetto Stay è l'apparato erudito e scientifico fornito per l'edizione definitiva dei due poemetti di C. Noceti, De iride et aurora boreali,cum notis I. R. Boscovich (Romae 1747); di queste abili quanto stucchevoli versificazioni, di gusto arcadico, il B. intese integrare la debole intelaiatura scientifica. Al De iride - che descrive il fenomeno dell'arcobaleno - aggiunse quaranta note (pp. 19-48), alcune notevoli, come quelle relative alla scomposizione della luce nel prisma (dodicesima) e nell'atmosfera (tredicesima), ai principî dell'analisi infinitesimale (sedicesima), alle ricerche di Keplero, Cartesio, De Dominis, Newton sull'arcobaleno (ventiseiesima). Nei versi sull'aurora boreale il Noceti espone la recente ipotesi di J.-J. Dortous de Mairan circa la genesi solare di questo fenomeno (cfr. Traité physique et historique de l'aurore boréale, Paris 1731), già esposta anche dal B. nella dissertazione del '38, secondo la quale esso sarebbe dovuto a flussi di materia incandescente, riverberata sulla Terra dal Sole per effetto gravitazionale, e qui accumulata ai poli, ove, "fermentando e ribollendo", darebbe luogo alle caratteristiche luminescenze. Nelle novantaquattro note (pp. 89-127) il B. mostra la propria dimestichezza con la letteratura astronomica della scuola newtoniana; cita le osservazioni del Poleni circa l'aurora boreale del dicembre 1737 e il metodo di misurazione della sua altezza mediante la parallasse (ventesima); riespone la teoria del Mairan (trentaquattresima); si sofferma sull'ipotesi di Newton circa le marce (sessantanovesima), ecc. È da credere che il tono rigorosamente scientifico delle note non riuscisse troppo gradito agli arcadi se, "per facilitare l'intelligenza dello stesso poema", il B. compose cinque Dialoghi pastorali sull'aurora boreale (Giorn. de' lett., 1748), ridondanti di divagazioni arcadico-mitologiche e molto artificiosi. Come arcade fu attivo anche negli anni seguenti, con odi in onore d'illustri personaggi: il card. G. F. Albani, il re di Sicilia, Stanislao Leszczyński (la cui Apotheosis fu edita anche in trad. francese a Nancy), Benedetto XIV; nel 1750 pubblicò a Viterbo le Cantatinae pro visitatione Dei genitricis; altri epigrammi e poemi d'occasione sono consegnati agli annali dell'Arcadia.

La fama del B. superava i confini: vari periodici esteri ripubblicavano i suoi saggi scientifici; nel 1746 fu eletto socio dell'Accademia di Bologna; nel 1748, grazie al Mairan, divenne socio corrispondente dell'Académie Française; nel 1750 il gesuitico Journal de Trévoux (febbraio, pp. 416-35) recensiva con molte lodi l'opera del Noceti e del suo chiosatore, notando ch'essi facevano "profession du newtonianisme le plus pur", un'audacia inusitata presso i gesuiti francesi. Il re del Portogallo Giovanni V l'invitò a prender parte a una spedizione scientifica in Brasile, ordinata per stendere la mappa del paese; il B. accettò invece l'offerta papale, patrocinata dal card. Valenti, di compiere un'opera analoga negli Stati della Chiesa.

In alcune delle dissertazioni qui sopra ricordate il B. aveva dato contributi originali alla soluzione del problema newtoniano della figura della Terra, implicante varie questioni geodetiche, matematiche e astronomiche. Erano ricerche intensamente coltivate in quegli anni - dopo che l'Académie Française aveva proposto nel 1735 la verifica delle relative ipotesi di Huygens e Newton - da Clairaut, Maupertuis, J. Bernoulli, Eulero, d'Alembert, La Condamine: i Francesi avevano organizzato due famose spedizioni in Perù e in Lapponia per la misurazione degli archi di meridiano all'equatore e ai poli. Il B. nelle sue memorie aveva sostenuto la necessità di moltiplicare e confrontare tali misurazioni sotto varie latitudini: l'offerta di stendere la carta dei domini papali gli consentì allora di misurare l'arco di meridiano tra Roma e Rimini. Realizzò entrambi gli scopi, con l'aiuto del matematico e confratello irlandese Christopher Maire, tra l'ottobre 1750 e il novembre 1752: i due gesuiti percorsero buona parte dello Stato, tra il sospetto e l'ostilità della popolazione che li riteneva dei maghi, servendosi di strumenti geodetici da loro stessi approntati. Le risultanze furono pubblicate nel resoconto De litteraria expeditione per pontificiam Ditionem ad dimetiendos meridiani gradus et corrigendam mappam geographicam (Romae 1755; Bononiae 1757; Vienna 1776; trad. franc. ampliata a cura, del gesuita Hugon [pseud. Hugo de Chatelain]: Voyage astronomique, Paris 1770), ove figurano tre saggi del B., due del Maire e la nuova mappa. Misurazioni analoghe furono promosse negli anni successivi, sull'esempio del B., in Austria, Moravia, Ungheria, Piemonte, Pennsylvania.

Negli stessi anni il B. non tralasciò di lavorare al poema sulle eclissi; intraprese la redazione dei supplementi al poema di Stay e ne pubblicò la prima parte (1755); condusse innanzi le ricerche di meccanica razionale e le meditazioni sulla lex continuitatis leibniziana, di recente rielaborata dal Maupertuis. Tali i saggi De centro gravitatis... accedit Disquisitio in centro magnitudinis, Romae 1751; De continuitatis lege et consectariis pertinentibus ad prima materiae elementa,eorumque vires, Romae 1754; De lege virium in natura existentium, Romae 1755 (che saranno tutti rifusi nella Theoria philosophiae naturalis, insieme con i saggi del '45 e del '48. Pubblicò inoltre le dissertazioni di astronomia teorica e pratica: De Lunae atmosphaera, Romae 1753, Osservazioni dell'ultimo passaggio di Mercurio sotto il Sole, in Giorn. de' lett., 1753, pp. 49-68; De lentibus et telescopiis dioptricis, Romae 1755; De inaequalitatibus quas Saturnus et Iupiter sibi mutuo videntur inducere,praesertim circa tempus coniunctionis, Romae 1756. Poco prima aveva compiuto il manuale Elementorum matheseos ad usum studiosae iuventutis, i cui primi due volumi (Romae 1752) sono dedicati alla geometria elementare, all'aritmetica e alla trigonometria piana e sferica; il volume terzo (ibid. 1754, con i primi due; rist. Venetiis 1758) contiene la parte più originale, ossia la trattazione delle sezioni coniche, delle trasformazioni geometriche ed i principi del calcolo infinitesimale. Il suo saggio De lumine (Romae 1748) fu ripubblicato nella Synopsis physicae generalis di C. Benvenuti (Romae 1754); la sua descrizione di un nuovo micrometro obiettivo è pubblicata in append. a N. L. De La Caille, Lectiones opticae (trad. di K. Scherffer, Viennae 1757, pp. 143-150).

Un biografo settecentesco del B. (F. Ricca, Elogio storico..., Milano 1789) lascia intendere che egli "cominciasse a provare qualche alienazione da Roma", sia a causa degli studi troppo ostici a quell'ambiente di letterati e antiquari, sia per certe frizioni con i confratelli o i superiori, dovute alle sue abitudini mondane. Resta arduo stabilire l'attendibilità di queste asserzioni; ma è certo che dal 1757 in poi la Compagnia di Gesù tende a utilizzare il B., con le sue conoscenze e le sue attitudini diplomatiche, per fini estranei all'insegnamento; dal quale egli è sostanzialmente allontanato - come accadeva ai maestri troppo novatori - e sostituito dapprima dal fratello Baro. poi definitivamente (1760) dal p. Asclepi. I suoi soggiorni a Roma, non soltanto nel periodo dei lunghi viaggi (1757-63), ma anche in seguito, saranno ormai saltuari.

All'inizio del 1757 è a Lucca, invitato dalla repubblica ad esaminare certi lavori idraulici eseguiti dall'amministrazione granducale di Toscana sulla Bientina, che minacciavano di allagare il territorio lucchese. Eseguita la perizia, nell'aprile è a Vienna, con il compito di rappresentare gli interessi di Lucca; i Fiorentini avevano eletto come loro perito il p. Leonardo Ximenes. La soluzione della vertenza dinanzi alla corte imperiale - Francesco I essendo ancora granduca di Toscana - si protrasse per qualche mese e fu risolta con soddisfazione dei Lucchesi, grazie anche all'intervento del duca di Choiseul, amico del B. fin dal suo soggiorno in Roma, appena nominato, ambasciatore francese a Vienna. Il B. fu presentato a corte, frequentò l'ambiente dei dotti e dei diplomatici, conobbe il Kaunitz. Pochi mesi prima aveva potuto risolvere, grazie alle sue aderenze nella diplomazia vaticana e francese, una missione affidatagli dal Senato di Ragusa e intesa a salvare la neutralità della città, che appariva compromessa in margine ai dissidi tra le grandi potenze nella guerra dei Sette anni, allora appena iniziata. Il soggiorno a Vienna si protrasse, oltre i limiti del compito affidatogli, fino al marzo del 1758: in quei mesi, su invito dell'imperatrice, redasse una relazione Dei danni e rimedii della Fabbrica della Biblioteca Cesarea a Vienna (Vienna 1759) e portò rapidamente a termine il suo opus maius di filosofia naturale che, affidato al p. Karl Scherffer, vide la luce a Vienna dopo la sua partenza, nell'agosto del '58.

Nella Philosophiae naturalis theoria redacta ad unicam legem virium in natura existentium (dedicata all'arcivescovo di Vienna, Migazzi) sono sistematicamente sviluppate - secondo un piano risalente al 1748 - le idee già esposte nelle dissertazioni più sopra citate e nei supplementi ai primi tre libri del poema di B. Stay: si tratta dunque di una sintesi del lavoro fisico-matematico svolto in circa tredici anni. La Theoria è divisa in tre parti, dedicate all'esposizione della "legge unitaria", allo sviluppo analitico di una serie di teoremi meccanici, all'applicazione della "legge" ai fenomeni fisici. In quest'assetto è evidente il procedimento tipicamente deduttivo del B. che, pur essendo seguace di Newton, ne tradisce il metodo e formula qui una vera e propria ipotesi a priori circa la struttura dinamica della materia, adattandola poi ai fenomeni senza sufficienti prove sperimentali. Giacché, se Newton aveva sottolineato il valore e contenuto empirico dei "principî" dell'ottica e della meccanica, il B. parte invece da due postulati metafisici di evidente origine leibniziana: l'immaterialità e inestensione dei "punti metafisici" costituenti la materia ("I primi elementi della materia sono per me punti assolutamente indivisibili e inestesi, dispersi nell'immenso vuoto in modo che distino gli uni dagli altri secondo intervalli dati: intervalli che possono accrescersi o diminuire indefinitamente, ma non svanire del tutto, senza che i corpi si compenetrino: non ammetto infatti la possibilità di un loro contatto immediato" § 7); e la legge di continuità ("…Qualsiasi quantità, passando da una grandezza a un'altra, deve attraversare tutte le grandezze intermedie della stessa classe" § 32). Sono idee molto diffuse tra i cultori del calcolo delle flussioni: tentandone una dimostrazione (§§ 40 ss.), il B. ne trae un teorema generalizzato; e si richiama in ciò alla celebre "Query" XXXI dell'Opticks, dove viene esposta sia l'ipotesi che si diano in natura forze alternativamente attrattive e repulsive, sia l'esigenza di uno schema unitario da applicare ai fenomeni gravitazionali, coesivi, chimici: "derivare dai fenomeni naturali due o tre principî dinamici generali, - aveva scritto Newton - e poi spiegare come le proprietà e azioni di tutti i corpi ne conseguano, sarebbe un grande progresso in filosofia...". Il B. ritiene di avere conseguito tale progresso, riducendo anzi ulteriormente i "due o tre principi" desiderati da Newton "ad principium unicum legitima ratiocinatione deductum" (Ad lect.). Il B. ha cura d'indicare i punti nei quali la sua ipotesi si distingue dai principi di Leibniz e Newton, e "supera" per semplicità e coerenza l'opera di entrambi (§§ 1-5). Tra abbondanti autocitazioni, espone poi la "legge" fondamentale secondo la quale interagirebbero tutte le particelle elementari ("La legge delle forze è cosiffatta, ch'esse sono repulsive a distanza minima, e di tanto crescono indefinitamente, di quanto indefinitamente diminuiscono le distanze stesse, sì da annullare qualunque velocità... con la quale un punto possa avvicinarsi a un altro... Quando la distanza cresce, le forze si mutano in attrattive, dapprima crescenti, poi decrescenti, evanescenti; di nuovo si trasformano in repulsive, che crescono in egual misura, poi decrescono, si trasformano di nuovo in attrattive; e così via per innumerevoli distanze... finché a grandi distanze sono perpetuamente attrattive, approssimativamente in ragione inversa del quadrato delle distanze, e ciò accrescendo le distanze all'infinito, o finché si pervenga a distanze maggiori di tutte quelle sussistenti tra i pianeti e le comete" § 10). Di questa "legge" dà una nitida rappresentazione geometrica, mediante una curva asintotica: in ascissa sono rappresentate le distanze variabili tra due punti, in ordinata le forze attrattive-repulsive che si avvicendano tra i due punti in funzione delle distanze. L'asintote esclude ogni diretta collisione tra i punti. Altra esemplificazione fisica della "legge" è data dalla similitudine con una molla ("forza reciproca, variante secondo le distanze, che passa dalla propensione a distendersi alla propensione a contrarsi, e viceversa" § 9).

Una volta stabilita la validità teorica e sperimentale - ma in ciò la dimostrazione è ovviamente precaria - dei suoi presupposti, il B. li sviluppa per via analitica: nella parte seconda, "Applicatio Theoriae ad Mechanicam", considera le proprietà geometriche della sua curva; estende il principio a sistemi di tre-quattro punti o masse; tratta delle collisioni tra solidi, e tra solidi e piani; riprende i teoremi già altrove formulati circa i centri di gravità, oscillazione, percussione; accenna a una reinterpretazione della dinamica, dei fluidi. Conclude che vari teoremi fisici e meccanici di Maclaurin, Clairaut, Eulero, d'Alembert sono riconducibili alla sua "legge" attrattivo-repulsiva: "anzi, tutta la meccanica che tratta dell'equilibrio e dei moti, escluso l'impulso, vi rientra, e può esser ridotta ai vari archi della nostra curva" (§ 347). Il tentativo d'interpretare l'intero universo fisico alla luce dell'unica "legge", generalizzata ed estesa dall'infinitamente piccolo al campo macroscopico, diventa tanto audace quanto temerario nella parte terza. La legge gravitazionale newtoniana n'è considerata un caso particolare (§§ 399 ss.), e così pure l'intera gamma dei fenomeni chimici, elettrici, magnetici, di cui Newton, nelle ultime pagine dell'Opticks, aveva avanzato con metodo scettico possibili e alternative interpretazioni congetturali. Ma il B. ignora la cautela dell'hypotheses non fingo; e "dimostra" senz'altro, con argomentazioni non sempre perspicue, l'aderenza della sua ipotesi alle più svariate caratteristiche dei corpi e della materia: anzitutto "impenetrabilità, estensione, figura, mole, massa, densità, inerzia, mobilità, continuità di moto, eguaglianza di azione e reazione, divisibilità, componibilità... gravità, coesione", e poi anche i fenomeni chimici come "soluzione, precipitazione, adesione, coalescenza, fermentazione, emissione di vapori, fuoco e luminescenza", e finalmente "le principali proprietà della luce, dell'odore, sapore, suoni, elettricità... tutto ciò deriverò dalla mia unica teoria e ridurrò tutto a principî comuni, cui va ispirata la trattazione particolare di ciascun aspetto" (§ 359). Concludono l'opera un capitolo De anima et Deo, d'argomento metafisico, e una serie di appendici tratte da altri scritti; tra queste sono notevoli le due De spatio ac tempore, ove è esposta una teoria dello spazio e del tempo assai analoga a quella "relativistica" che Leibniz aveva difeso e svolto contro lo spazio e il tempo assoluti di Newton-Clarke. Il B. distingue tra tempo e spazio "possibili" o "immaginari" (gli assoluti newtoniani) e "reali" o empirici, dati nella coesistenza e successione dei corpi. Sono le appendici VI-VII al lib. I di Stay (cfr. infra).

La Theoria fu pubblicata altre due volte a Vienna (1759 e 1764); un'edizione emendata e accresciuta apparve a Venezia (1763); J. M. Child ne ha pubblicata una versione inglese con testo a fronte (London-Chicago 1922; su cui cfr. la recensione di V. Varićak, in Bulletin des trav. de la classe des sciences math. et nat. dell'Accademia di Zagabria, 1924; un'altra edizione inglese è stata pubblicata a Cambridge nel 1966). Accolta con favore soprattutto dagli amici e confratelli C. Benvenuti, P. Mako, K. Scherffer, L. Biwald, J. B. Horwath, E. G. Gil, A. Radics, A. Rota, O. Zeplichal, N. Burkhaeuser, J. N. Alber (cfr. Enc. Jugosl.); avversata da G. S. Gerdil e dal direttore del Journ. de Trévoux J.-F. Berthier come troppo audace, l'opera fu apprezzata e discussa da Clairaut, Lalande, Laplace, Priestley, Davy, Faraday, Gay-Lussac, Ampère; poi da Fechner, Helmholtz, Hertz, Lorentz, Thomson e soprattutto Kelvin, i quali si riferiscono al B. come a un "precursore" della teoria atomica moderna. Più di recente B. Russell, L. Čermelj, D. Nedeljković, H. V. Gill, Ž. Marcović, M. Jammer, L. Law-Whyte e altri hanno sottolineato nel B. le "intuizioni" di taluni concetti relativistici più moderni: la critica del concetto newtoniano di massa, la relatività dei moti nello spazio-tempo, la compresenza di più universi "asintotici", ecc. Ma, contro la facile tendenza a leggere idee moderne in scritti d'altri tempi, va detto che tali frammentarie intuizioni sono largamente diffuse nella cultura scientifico-filosofica del Settecento; la sintesi globale che ne tentò il B. resta uno sforzo geniale, ma in sé prematuro e caduco, d'interpretare alla luce di un'unica formula il mondo ancora inviolato delle particelle elementari.

Rientrato a Roma mentre la guerra era in pieno sviluppo e la reazione contro i gesuiti prendeva vigore in tutta Europa in seguito ai casi del Paraguay, il B. ripartì ben presto per Parigi (ottobre '59). Dirà egli stesso più tardi che i suoi viaggi di quegli anni furono "un piacevole giro, fatto unicamente per interrompere le mie gravissime... applicazioni" (Giornale del viggio in Polonia, 1784, p. X); sembra in realtà che il nuovo generale della Compagnia, L. Ricci, e il nuovo papa Rezzonico gli affidassero, data la sua crescente reputazione europea, delicate mansioni diplomatiche e rappresentative, sia pure non ufficiali. La Compagnia doveva difendersi in quel tempo da pesanti accuse, e il B. era l'uomo più adatto: nel vivo della lotta illuministica - era recente la soppressione dell'Encyclopédie - entrò in rapporti cordiali con l'ambiente accademico parigino; ove - documenta l'interessante epistolario - avvicinò Nollet, La Caille, Mairan, Lemonnier, Delisle, Buffon, La Condamine, fu presentato a Madame de Pompadour, frequentò la corte di Versailles (specie i confessori gesuiti dei sovrani e il parti dévot che gravitava attorno a Maria Leszczyńska e al delfino); aderenze illustri, come lo Choiseul, ministro degli Esteri, il marchese de Palmy e il suo segretario P. M. Hennin, il maestro di caccia del re Le Roy - che redasse un'epitome della Theoria e tentò di ottenergli una pensione - gli consentirono di conoscere molti retroscena della politica francese, specialmente riguardo agli affari polacchi, e d'intervenire a favore di Ragusa. Dagli enciclopedisti lo divideva una reciproca ostilità. Tra il maggio e il dicembre 1760 fu in Inghilterra: visitò l'osservatorio di Greenwich, Oxford e Cambridge; a Londra incontrò il Burke, il Johnson, il Bradley, B. Franklin, ed ebbe intense relazioni con ecclesiastici, diplomatici, politici. Onorevolmente accolto dagli scienziati inglesi, fu proposto alla Royal Society nel giugno 1760 ed eletto socio nel gennaio del '61. A Londra pubblicò nel 1760 il poema didascalico De Solis ac Lunae defectibus, cui aveva lavorato fin dal '35.

Dedicato alla Royal Society, il poema è in cinque libri - quattro nella prima ed. - e circa 5500 versi. Una sinossi astronomica e una descrizione del cielo nelle eclissi totali di Sole (lib. I) introducono alla vera e propria trattazione dei fenomeni relativi alle eclissi di Sole e di Luna (lib. II-III), dei connessi fenomeni luminosi di rifrazione e riflessione (lib. IV), donde si passa a una generale esposizione dell'ottica newtoniana (lib. V). "Cet ouvrage - scrisse più tardi l'abate Barruel, che ne fece una traduzione francese - est exactement Newton dans la bouche de Virgile": e si tratta in realtà di una divulgazione fluida e brillante della scienza newtoniana, arricchita da precise e approfondite note. Nuoce all'opera certa ridondanza mitologica; la sovrabbondanza di episodia e di apostrofi (per es. a Bradley e Newton) e il virtuosismo linguistico le conferiscono un inconfondibile sapore tardo arcadico; ma se il contenuto è settecentesco, stile e linguaggio sono un calco della versificazione secentesca.

Con quest'opera il B. soddisfece la sua più alta ambizione di arcade; in quello stesso anno fu pubblicato a Roma il secondo volume dell'immenso poema in 24.000 versi d'un altro arcade, del quale il B. aveva lungamente elaborato le note e i Supplementa: Philosophiae recentioris versibus traditae libri X, di mons. Benedetto Stay, professore di eloquenza nel Gymnasium Romanum. Il B. mostra un'altissima stima per lo Stay, fors'anche perché nei dieci libri del poema, dopo l'esposizione della meccanica razionale (lib. I-III, Romae 1755), del "sistema del mondo" (lib. IV-VI, ibid. 1760), dell'ottica (lib. VII-X, ibid. 1792; con sole note del B., senza supplementi), la "legge" boscovichiana di attrazione e repulsione è considerata (lib. X) il culmine e il coronamento dell'intero edifizio della scienza newtoniana, come appunto il B. valutava senza modestia l'opera propria. I Supplementa raccolti in appendice ai due volumi del '55 e del '60 sono quasi un'opera a sé, una vasta esposizione divulgativa ed enciclopedica delle scienze fisico-matematiche contemporanee. I Supplementa del '55 sono trentotto (vol. I, pp. 331-490) e concernono la distinzione corpo-spirito, il concetto del moto, i principî dell'armonia prestabilita e della ragion sufficiente, lo spazio e il tempo (ripr. in Theoria, app.), i principî fondamentali della meccanica newtoniana, la disputa sulle forze vive, la caduta dei gravi e la traiettoria dei proiettili, le sezioni coniche, le proprietà delle curve geometriche, le ricerche di Huygens e dei suoi continuatori sul centro d'oscillazione, e una serie di problemi astronomici; i Supplementa del '60 sono ventitré (vol. II, pp. 299-504) e trattano il "sistema del mondo", la teoria gravitazionale, la teoria delle comete, la figura della Terra, i connessi problemi geodetico-meccanici, la "legge" boscovichiana, le recenti misurazioni degli archi di meridiano, l'atmosfera solare e l'aurora boreale, vari problemi di acustica, il centro di gravità dei pianeti, la meccanica dei moti lunari, la precessione degli equinozi e la nutazione dell'asse terrestre, le comete, la teoria cartesiana dei vortici, infine il volume delle cellule delle api.

Nel dicembre del '60 il B. lascia Londra diretto a Costantinopoli con l'incarico di osservare colà, per conto della Royal Society, il transito di Venere previsto per il settembre '61. Attraversa varie città olandesi e renane, è accolto con molti onori da Stanislao Leszczyński alla corte di Nancy; in aprile è a Vienna, dove cura la nuova edizione (Venetiis 1761) del poema sulle eclissi, e si unisce all'ambasciatore veneziano Pietro Correr in viaggio verso Costantinopoli; che raggiunge - dopo aver toccato Corfù e Gallipoli, e visitato le rovine di Troia - nel novembre, troppo tardi per l'osservazione di Venere. Nella capitale turca il B. si trattenne circa sei mesi. Colpito da un'infezione a una gamba, fu ospitato dall'ambasciatore francese presso la Porta, de Vergennes; frequentò l'ambiente diplomatico e visitò a fondo la città. Nel maggio del '62 partì per Pietroburgo al seguito dell'ambasciatore inglese J. Porter, attraverso i territori turchi, la Bulgaria e la Moldavia, fino a Galatz e al confine polacco. Di questa parte del viaggio redasse un Giornale (trad. francese, Lausanne 1772; ed. orig. Bassano 1784; ora Giornale di un viggio da Costantinopoli in Polonia..., Milano 1966), ricco di concrete osservazioni sui costumi ed ordinamenti civili dei paesi slavi. Un grave incidente lo immobilizzò presso i gesuiti di Kamieniec. Il soggiorno a Varsavia dei mesi seguenti (luglio-dic. '62) coincise con la crisi risolutiva della guerra, e il B., ospite, di S. A. Poniatowski, poté seguire da vicino i complessi intrighi di Caterina II, che avrebbero presto portato al trono il suo ex amante. Si documentò a fondo sugli affari polacchi e sulla struttura politica del paese: ne nacque un Essai politique sur la Pologne (Varsovie, in realtà Parigi, 1764), in cui il B. raccomanda l'alleanza franco-polacca da un punto di vista filofrancese: il che fa pensare a una missione precisa affidatagli dalla diplomazia francese. Rinunziò a recarsi a Pietroburgo - per motivi di salute e forse anche politici - e da Cracovia, attraverso la Slesia e Vienna, tornò a Roma nel settembre '63.

Qui redasse in breve l'importante memoria Sopra l'asciugamento delle paludi pontine (Roma 1764; analoghe perizie eseguì a più riprese sui porti di Terracina, Rimini, Savona, sulla navigabilità del Tevere, e su altri problemi d'ingegneria idraulica). Eletto professore di matematica e astronomia nell'università di Pavia con 4.500 zecchini annui. per volontà del governo imperiale - grazie al Kaunitz e al Firmian - v'insegnò tra il 1764 e il 1768, quando fu trasferito alle Scuole Palatine di Milano; ove, fin dal '64, aveva intrapreso la costruzione del nuovo osservatorio di Brera. Le sue molteplici attitudini di ingegnere, matematico e astronomo gli consentirono di attrezzare uno dei più moderni istituti del genere: dalla Pianta architettonica ai numerosi strumenti (sestanti, telescopi, macchine parallattiche, altazimuth, orologi), tutto fu da lui curato e ordinato, con una spesa personale di 6.000 zecchini. Ma né il sacrificio, né l'importante opera teorico-pratica di correzione degli strumenti e di metodologia astronomica ivi svolta - circa la quale è notevole il saggio di G. V. Schiaparelli - lo salvarono dagli intrighi dei colleghi Frisi e Lagrange: i quali ottennero che fosse accusato di eccessive spese e di scarsa attitudine all'osservazione e quindi, per intervento dei plenipotenziari imperiali, "sollevato dal pensiero e dalla cura della specola". Il carteggio edito dallo Schiaparelli rivela i maneggi dei confratelli e le violente reazioni del B., il quale si dimise sdegnosamente dalla carica onorifica che gli era stata conservata e dall'insegnamento (febbraio '73). Lasciò Milano per Venezia, dove passò alcuni mesi; incerto se recarsi a Ragusa o accettare una cattedra a Pisa.

Il breve papale del 21 giugno 1773 sull'abolizione della Compagnia di Gesù l'indusse ad accettare un'offerta del governo francese, sollecitata da amici quali il Lalande, il Du Mercy e il de Vergennes. Il 21 agosto depose l'abito e si trasferì a Parigi, ove occupò la carica di direttore dell'ottica per la marina, con una pensione annua di 8.000 franchi. La prefazione e la dedica di ringraziamento a Luigi XVI del poema Les éclipses tradotto dal Barruel (più tardi autore dei Mémoires antigiacobini) mostrano i saldi legami esistenti tra B. e l'ancien régime: il ditirambo alle fortune dei Borboni, l'elogio del re e delle sue gesta, l'ingenua enfasi cortigianesca, suonano già anacronistici nell'età di Turgot e di Necker. Gli anni di Parigi (1773-82) sono occupati dalla messa a punto del telescopio acromatico per la marina, dalle polemiche con il Rochon circa la priorità dell'invenzione del micrometro obiettivo, dalle rinnovate ostilità con d'Alembert e gli enciclopedisti, da un'attiva corrispondenza con Milano e Ragusa, infine dalla redazione di molteplici scritti.

Nel 1782 il B. tornò in Italia in temporaneo congedo, ma vi avrebbe trascorso i suoi ultimi anni: fu dapprima a Pescia e Firenze; tra il maggio dell'83 e il maggio dell'85 risiedé stabilmente a Bassano, ospite dei conti Remondini, nella cui stamperia sorvegliò l'edizione degli Opera pertinentia ad opticam et astronomiam (5 volumi, Venetiis 1784-85), che dedicò a Luigi XVI.

I volumi primo e secondo contengono numerose memorie relative alle rifrazioni astronomiche, all'ottica geometrica e agli strumenti ottici; il terzo è dedicato alla misurazione delle orbite delle comete secondo il metodo delle tre osservazioni; il quarto a una serie di questioni di geodesia e trigonometria; il quinto ai risultati delle osservazioni di Brera sugli anelli di Saturno, sulla rotazione e sulle macchie del Sole, sull'uso del pendolo per la determinazione della longitudine, ecc.; altri saggi concernono la verifica e correzione degli strumenti astronomici di Brera.

Nel 1785, dopo un'ultima visita ai superstiti amici romani, soggiorna ancora in Toscana. Nell'ottobre è a Milano, visitatore della Specola, ove nel frattempo i suoi discepoli avevano ripreso il sopravvento; è ospitato dal conte Trotti in città e nella villa di Vimercate. Lo scarso successo degli Opera, i postumi di una trombo-flebite, l'aggravamento di una psicosi depressiva (o l'arteriosclerosi) lo colpirono duramente; divenne preda di ossessioni e deliri, nei quali lamentava di essersi dedicato alle scienze anziché alla cura delle anime. Dopo alcuni mesi di malattia, "divenne pazzo - scrive il Fabroni - e pazzo furioso". Morì a Milano il 13 febbr. 1787, di edema polmonare, e fu sepolto in S. Maria Podone.

Non è agevole distinguere, nell'opera del B., la parte realmente creativa dalle sue componenti didattiche, divulgative ed espositive. Le frettolose e acritiche asserzioni sul suo ruolo di "precursore" dovrebbero esser sottoposte a un rigoroso confronto con la cultura scientifico-filosofica contemporanea, che l'attuale stato delle ricerche non consente: donde la futilità di molti esami della sua opera, condotti con metodi non storici. I suoi contributi più originali appaiono tuttavia, in geometria, quelli relativi alla cicloide e alle sezioni coniche, mentre incerte sono le sue rillessioni sul V postulato di Euclide; nella teoria della correzione degli errori strumentali formulò un metodo assai simile a quelli successivi di Legendre e Gauss. Una traccia assai notevole ha lasciato il B. nell'astronomia: approfondì il metodo per il computo delle orbite cometarie in base a tre osservazioni, precisò l'importanza della rettificazione degli strumenti ottici, e in questo contesto progettò un telescopio ad acqua, destinato a correggere l'aberrazione ottica, che, sebbene discusso dai contemporanei, sarà realizzato soltanto da G. B. Airy nel 1872; notevoli sono gli scritti relativi al collaudo degli strumenti di Brera, i progetti di un altazimuth e di un nuovo settore zenitale fornito di cannocchiali ad acqua (Schiaparelli). In geodesia vanno rammentati gli originali contributi relativi al calcolo degli archi di meridiano, alla forma della Terra e alla sua struttura interna (con metodi analoghi a quelli di Maclaurin e d'Alembert, ossia prettamente geometrici), alla valutazione della costante gravitazionale, alla teoria delle maree. Una vicenda a parte è quella della "fortuna" delle sue idee sulla struttura della materia presso i chimici inglesi tra la fine del '700 e i primi decenni dell'800: se ne è trovata traccia in vari scritti del Priestley, del Davy e del Faraday, ma è molto arduo valutare la reale incidenza della Theoria sulla genesi della chimico-fisica moderna, fino a Kelvin e Mendeleev, giacché sovente ciò che questi uomini hanno definito "boscovichiano" è piuttosto una trasposizione di singoli concetti della Theoria entro un nuovo contesto teorico e sperimentale. Con altrettanta cautela vanno considerate le "anticipazioni", asserite da fisici moderni, riguardo alla relatività, al concetto di massa, alla struttura della materia, ecc. Se in taluni punti marginali il B. può avere intravisto soluzioni prossime ad altre più moderne, bisogna anche tener conto del fatto che il suo schema concettuale è legato a postulati metafisici d'origine leibniziana, mediati con la metodologia newtoniana. È dunque difficile, al di là delle improvvisazioni, giudicare qual è il posto che spetta al B. nella storia della scienza; più evidente è la sua copiosa opera di ingegneria civile, idraulica e portuale; di astronomo pratico e di studioso di ottica, aspetti che si compongono tutti in una personalità estremamente versatile e geniale.

Bibl.: Scrissero Elogi del B., nel ecc. XVIII, B. Zamagna, A. Fabroni, J. J. L. de Lalande, B. F. Ricca, G. Baiamonti [per cui cfr. C. Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, Bruxelles-Paris 1890, I, sub voce, coll. 1828 ss. (ampia bibl.)]. Un art. dedicò B. la Encycl. méthod.,Physique, I, Paris 1793, coll. 201-4; cfr. ancora: G. di Bizzaro, Elogio, Venezia 1817; C. Ugoni, B., in E. De Tipaldo, Biogr. degli illustri italiani, II, Venezia 1835, pp. 248-75; D. Vaccolini, Della vita e degli studi di R. B., in Giorn. Arcadico di Roma, XCII (1842), pp. 174 ss.; G. B. Dionisi, R. G. B. nel primo centenario della sua morte, Zara 1887; F. Rački, Zivot i diela R. J. B. (Vita e opere di... ), Zagreb 1887; un ottimo schizzo è il Biographical Essay di E. Hill, nel vol. misc. R. J. B.,Studies of his Life and Work on the 250th Anniversary of his Birth, a cura di L. Law Whyte, London 1961, pp. 17-101, ove si trovano interessanti saggi su vari aspetti dell'opera e una completa bibl. delle opere edite.

Si ha una edizione moderna del Giornale di viaggio da Costantinopoli..., Milano 1966; è in corso una iniziativa internazionale per la pubblicazione della corrispondenza e degli inediti dell'Archivio Mirošević-Sorgo (ora conservati presso l'Univ. Berkeley, Calif.: cfr. R. Hahn, The B. Archives at Berkeley, in Isis, LXI [1965], pp. 70-78); pubbl. parziali in Rad Jugoslavenske Akademije, 1887 ss. e 1912 ss. R. B. Grada Knjigai, Zagreb 1950 ss.; Almanah Bošković, ibid., 1950 ss., a cura di Ž. Marković. G. Arrighi ha pubblicato gruppi di lettere di archivi italiani in: R. G. B. e G. A. Slop.Con diciotto lettere inedite... in Studi trentini di scienze storiche, XLIII (1964), 3, pp. 209-242; Quarantaquattro lettere inedite di G. De la Lande,R. G. B. e L. Ximenes, in Quaderni della rivista "La Provincia di Lucca", 5, Lucca 1965.

Amplissima la bibl. critica (per le pubblic. in lingua iugoslava cfr. Enciklopedija Jugoslavije,sub voce B.; e il vol. cit. Studies ecc., pp. 212-26). Tra gli studi più notevoli: F. Evelin, Quid de rebus vel corporeis vel incorporeis senserit B., Paris 1880; G. V. Schiaparelli, Sull'attività del B. quale astronomo in Milano e Carteggio, Milano 1938 (scritto nel 1887 e già pubbl. nei Rad Jug. Akad., 1912); M. Oster, R. J. B. als Naturphilosoph, Köln 1909; S. Ristitsch, R. J. B., in Vierteljahrschr. für Wiss. Phil., XXXVIII (1914), pp. 82 pp.; C. Stoianovitch, R. J. B., in Revue scientifique, 1918, pp. 456 ss.; D. Nedelkovitch [Nedeliković], La philosophie naturelle et relativiste de R. J. B., Paris 1922; Id., R. B. O prostoru,vremenu i relativnosti (Lo spazio, il tempo e la relatività), Beograd 1956; Id., La philosophie et l'æuvre scientifique de R. J. B., in Revue de synthèse, LXXXII (1961), pp. 26 ss.; L. Čermelj, R. J. B. als Relativist, in Archiv für Gesch. d. Math., 1929, pp. 424 ss.; H. V. Gill, R. J. B. Forerunner of Modern Physical Theories, Dublin 1941; B. M. Scully, A great but forgotten Jesuit Scientist,R. J. B., Weston, Mass. 1953; L. Law Whyte, R. J. B. and Particle Theory, in Nature, CLXXIX (1957), pp. 284 ss.; Id., R. J. B. and the Mathematics of Atomism, in Notes and Records of the Royal Society, XIII (1958). Si vedano inoltre gli Actes du Symposium R. J. B., Beograd-Zagreb-Ljubljana 1958; Actes du Symposium international R. J. B.,1961, ibid. 1962; Atti del Symposium Internazionale per... il 250ºanniv. della nascita di R. G. B. e per il 200º anniversario dell'Osservatorio di Brera, Milano 1963; Ž. Marković, R. J. B., Paris 1960; P. Costabel, Le "De viribus vivis" de R. B. ou de la vertu des querelles de mots, in Arch. intern. d'hist. des sciences, XIV (1961), pp. 3-12; D. Grmek, Le malattie di R. B., in Physis, III (1961), pp. 195-204; D. Nikolić, R. B. et la géodesie moderne, in Arch. intern. d'hist. des sciences, XIV (1961), pp. 315-335; P. Costabel, La "De Cycloide" de R. B., in Revue d'hist. des sciences, XV (1962), pp. 31-42; G. Arrighi, La inestendibilità de' primi elementi della materia nella teoria boscovichiana (ms. inedito di G. S. Conti) in Physis, V (1963), pp. 78-96; Id., R. G. B. e le "Effemeridi di Milano", in Mem. della Soc. astronom. ital., XXXV (1964), pp. 75-79; L. Law Whyte, R. J. B., New York 1964; C. Pighetti, Discorrendo del newtonianesimo di R. G. B., in Physis, VI (1964), pp. 15-27. J. Smolka, R. J. B. u. die Entwicklung d. Physik in den böhmischen Ländern... in Schriftenreihe f. Geschichte d. Naturwissenschaften,Technik u. Medizin, V (1965), pp. 24-38; Ž. Marković, R. J. B., Zagreb 1968.

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