GREGORIO Barbarigo, santo

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 59 (2002)

di Gino Benzoni

GREGORIO (Gregorio Giovanni Gaspare Barbarigo) Barbarigo, santo. - Primogenito di Gianfrancesco (1600-87, del ramo di S. Maria del Giglio) di Gregorio e di Lucrezia di Pietro Lion, nacque a Venezia il 16 ott. 1625.

Orfano ben presto della madre - la quale, dati alla luce Elena (che, sposa il 24 nov. 1650 a Giacomo Zorzi, morrà di parto nel 1654) e Pietro (1626-45), morì il 19 marzo 1631 nel generare Antonio (1631-1702; destinato questi alla politica, procuratore di S. Marco "per merito" nel 1697, titolare dell'asse patrimoniale della famiglia) -, è il padre a occuparsi della formazione di G., segnata sin dall'inizio dalla pratica intensa della preghiera. Personalmente devoto Gianfrancesco, e determinato a improntare religiosamente l'acerba personalità del fanciullo, che istruisce pure in filosofia e matematica - Euclide e la "sfera" -, mentre sono i precettori a insegnargli il latino e il greco. Docile e rapido nell'apprendimento, G. - che riceve pure qualche rudimento di musica e che viene addestrato alla scherma sì che la sua educazione possa dirsi compiuta - non ancora quindicenne scrive in un italiano chiaro e corretto sì da essere corresponsabilizzato nella corrispondenza commerciale della famiglia; e abile in contabilità è pure in grado di tradurre in cifre gli andamenti dell'economia domestica, di aggiornare la registrazione dei costi e ricavi.

Del seguito, con Pietro Duodo - quello che diverrà cognato di Antonio, il fratello di G., allorché, il 10 febbr. 1654, quest'ultimo sposerà sua sorella Chiara - dell'inviato veneto Alvise Contarini, G., partito da Venezia l'11 ag. 1643, raggiunge il 20 novembre Münster rimanendovi sino al 30 genn. 1648, quando viene sottoscritta la pace tra la Spagna e le Provincie Unite d'Olanda. Un periodo, questo in Vestfalia, che vede il giovane impratichirsi negli "affari politici", assimilare con "perizia" le lingue, svolgere compiti di segreteria ricopiando, traducendo, verbalizzando, contattando, sentendo, riferendo e, nel contempo, guardarsi attorno muovendosi di frequente per rapide puntate ad Amburgo, all'Aia, ad Amsterdam, a Copenaghen e pure, con tutta probabilità a Leida. Così slarga, curioso del mondo, la mente senza per questo attenuare la religiosità che, assorbita sin dall'infanzia, ora si è fatta consapevole e si esprime in prolungate orazioni e in raccolte meditazioni. Impressionato Fabio Chigi, il futuro Alessandro VII allora nunzio, nel vederlo in chiesa recitare l'ufficio della Vergine, un impegno, per G., quotidiano ricalcato scrupolosamente dall'esempio paterno. Ne sortisce un incontro per G. decisivo poiché ne segue un'assidua frequentazione lungo la quale Chigi assume sempre più una funzione di indicazione, suggerimento, orientamento che lo innalza, agli occhi di G., ad autorevole guida spirituale. È il nunzio, tanto per dire, a spingere G. alla lettura degli scritti di Francesco di Sales, meditati appassionatamente da G. ancorché l'autore non sia ancora beatificato e canonizzato; è il medesimo a stimolarlo alla volta della teologia da approfondire senza, nel contempo, trascurare la storia ecclesiastica. Ed è grazie a Chigi che G. ha modo di conoscere i gesuiti Athanasius Kircher e Heinrich Moderson.

Lasciata Münster, G. non ha fretta di rimpatriare: prima una diversione in Olanda e nelle Fiandre; quindi, da metà maggio a quasi tutto giugno, il soggiorno parigino presso l'ambasciatore veneto Battista Nani, con il quale, a fine luglio del 1648, si porta - dopo quasi 5 anni d'assenza - a Venezia. Partecipe, con l'amico Giulio Giustinian, alle riunioni dell'accademia "da guerra" - un'autoqualifica di attualità visto che è in corso quella di Candia - costituita nel 1649 da Francesco Grimani per discutere di fortificazioni e artiglieria, nel 1650 G., come savio agli Ordini, inizia la carriera politica. Ma la quotidiana presenza a palazzo ducale, le riunioni bisettimanali con i savi del Consiglio non risultano appassionanti per Gregorio. A proseguire il cammino intrapreso non si sente sufficientemente motivato. E allora, nell'inverno del 1653, va a Roma a chiedere consiglio a Chigi, intanto divenuto, nel 1652, cardinale. Questi suggerisce non tanto il ritiro eremitico quanto la carriera ecclesiastica, da iniziare con il tratto distintivo di una laurea in diritto. Sicché G. si trasferisce a Padova, dove la famiglia possiede un palazzo, iscrivendosi alla facoltà "giurista".

Assiduo ai corsi di questa dove Giacomo Sala insegna diritto canonico, Paolo Dotto diritto civile, Scipione Gonemi dottrina dei feudi - ma nel contempo curiosante alle lezioni di umanità, di astronomia, medico-anatomiche e matematiche della facoltà "artista" e attento uditore alle lezioni di teologia e soprattutto attratto dal teologo domenicano Girolamo Ercolani -, G. ormai è certo della propria "vocazione", come definisce, il 25 apr. 1654, la propria scelta in una lettera a Chigi. Donde, il 5 apr. 1655, gli ordini minori a lui impartiti dal patriarca Gianfrancesco Morosini, la celebrazione, qualche giorno dopo, della prima messa, nella chiesa veneziana di S. Giovanni Evangelista e - dopo il conferimento, il 23 settembre, nella cattedrale patavina, della laurea in utroque -, il 21 dicembre, a Venezia, l'ordinazione sacerdotale, impartita anche questa dal patriarca. E, intanto, ancora il 7 aprile, Chigi è diventato Alessandro VII; e il 15 maggio è ricevuto da lui G., che si è premurato di omaggiarlo. Ormai definitiva la scelta di G. e confortata dal neopontefice che a questa l'ha spinto.

Lasciata Venezia a fine febbraio del 1656, il 10 marzo G. è a Roma dove, senza mettersi a sgomitare nella gara con i "furbacchiotti" curiali, affitta in aprile, per 250 scudi annui, un alloggio a S. Pantaleo in due piani e con, a pianoterra, scantinati e rimesse. E senza lesinare acquista argenteria, assolda servitù, staffieri, un cuoco referenziato e quadri e tappezzerie nonché carrozza e cavalli: un po' spaventati il padre e suo fratello Angelo, zio quindi di G., per il ritmo sostenuto delle spese. Ma G. - "honorato prelato in Roma" - abbisogna di un avvalorante "decoro" i cui costi costituiscono un investimento, non un dispendio, nell'occasione eccezionale della "buona inclinatione" del papa per lui. Subito tangibili i frutti: prelato domestico del pontefice, la "prelatura" si concretizza con la nomina, del 25 aprile, a referendario delle due Segnature, mentre il conferimento, del 9 giugno, di un canonicato - senza obbligo di residenza e dalla rendita di 1300-1400 ducati annui - nella cattedrale di Padova vale a dar "non poco respiro" nel fronteggiare le uscite, altrimenti senza rientro, del tenore di vita. Scrupoloso nell'esame delle cause affidategli, G. dà pure buona prova come responsabile della sanità nell'area aperta di Trastevere quando - per sua fortuna meno gravemente che nel settore chiuso - vi si manifesta un'epidemia di peste, da fine giugno al febbraio del 1657. Destinato, il 19 aprile, a ricoprire il vescovato di Bergamo, G., il 21, accetta, non senza tentare di ridurre - a ciò soprattutto pungolato dal padre - il pesante prelievo sulla rendita preteso dalla Curia: circa un terzo. E G., che il padre su questo avrebbe voluto più ostinato, finisce per cedere. Fatti i calcoli - e la "casa Barbarigo" in proposito è meticolosa e puntigliosa - restano 1950 scudi, così G. il 16 giugno al padre, con i quali è da credere "a Bergamo si possa vivere", sia pure senza "molta pompa". Ma questa - così sempre G. - "nel vescovo non è necessaria". Dovere del pastore - così G. nella lettera pastorale del 28 agosto con la quale, dopo la consacrazione del 29 luglio nella chiesa romana di S. Marco, dichiara i propri intenti - "coltivare le anime" non lasciando "incolta la vigna del Signore". Non particolarmente sollecito, tuttavia, l'insediamento di Gregorio. Subito esplicito, invece, il criterio da lui adottato, quello di attenersi all'"essempio" di s. Carlo. Donde il suo procurarsi gli Acta Ecclesiae Mediolanensis, "quel libro solo" di cui "ho bisogno […] a Bergomo", scrive al padre il 1° settembre, insistendo con lui, il giorno 15, che gli procuri l'edizione milanese, la più copiosa.

Congedatosi, il 23 settembre, dal papa, e di nuovo a Venezia, solo il 27 marzo 1658 fa il suo ingresso a Bergamo, subito attivandosi per elevare la qualità del clero - e strumento il rafforzamento della figura del vicario e il rinsaldato reticolo vicariale a disciplinamento di una realtà parrocchiale così sottoposta a diretto controllo - e il rilancio del seminario. È nel corso dell'ispezione a fondo delle 279 parrocchie della diocesi che G. apprende della nomina, del 5 apr. 1660, a cardinale (inizialmente con il titolo di S. Tommaso in Parione mutato, il 13 sett. 1677, in quello di S. Marco). Portatosi in tutta fretta a Roma, ritorna ben presto a Bergamo celebrandovi, dal 1° al 3 settembre, il sinodo diocesano, i cui Acta (Bergomi 1661) ribadiscono le disposizioni dei predecessori, senza che G. aggiunga proprie constitutiones. Basta, a suo avviso, il rispetto della normativa antecedente. Quel che, invece, lo cruccia è il ricorso contro di lui a Venezia da parte dei canonici di S. Alessandro e di S. Vincenzo, restii a lasciarsi scalzare dalle loro inveterate abitudini. Ancora, dal febbraio del 1663 al gennaio del 1664, a Roma chiamato dal papa a esaminare "scritture" e a soppesare, previa audizione dei "contraddittori", cause, è di nuovo a Bergamo quando gli arriva la bolla papale del 24 marzo 1664 che lo trasferisce alla diocesi patavina.

La promozione - tale è da intendersi poiché transita da una "chiesa minore ad una maggiore" - non lo sorprende. Vacante la sede padovana dal 14 nov. 1663, a Roma gli si era già fatto cenno di questa destinazione. Con la coscienza di non aver brigato per "procurar" il trasferimento, G. l'accetta in spirito di servizio: "sia fatta la volontà di Dio". E allora parte, il 17 aprile, da Bergamo e - mentre, il 24, si insedia per procura tramite l'arciprete della cattedrale Galeazzo Mussato - ritarda sino al 22 giugno l'ingresso a Padova presentando, il 15 agosto, il giorno dell'Assunzione, tramite un'elaborata omelia, il programma episcopale: in questo, fattosi "carico" di ogni "peccato" commesso nella diocesi, dichiara guerra a tutte le possibili "occasioni di scandali, di peccati", così che le anime - di per sé "redente col prezioso sangue di Cristo" - non precipitino nelle fiamme dell'inferno, non si dannino per l'eternità (sin ossessivo per G. il pericolo della dannazione richiamato in tutte le 45 omelie di lui rimaste), ma conquistino la salvezza eterna.

Ripresa e dispiegata e sistematicamente perseguita la direttiva già ispirante l'episcopato bergamasco, troppo breve, però, per una effettiva attuazione. Sconcertante, per G., l'"ignoranza" nelle cose di fede nei popoli. Di ciò responsabile la "negligenza dei parroci", per questa "avanti Dio […] inscusabili". Ma anzitutto colpevole il vescovo incapace di mobilitare il clero. Sta a lui sferrare l'offensiva contro l'"ignoranza", debellarla con l'attacco di truppe specializzate - i parroci - che da un lato sappiano battersi, dall'altro sappiano, a mo' di genieri e pontieri, impiantare i fondamenti dell'istruzione religiosa di base sui quali si innalzi, solido e funzionante, l'edificio diocesano. Sta al buon vescovo produrre buoni preti produttivi, a loro volta, di buoni fedeli. Fulcro la parrocchia irradiante il buon esempio, epicentro edificante localizzato di una capillare istruzione religiosa senza la quale non si dà vita cristiana. Sono 320 le parrocchie della diocesi; e 314 le scuole di dottrina cristiana impiantate in un disegno operativo che, partendo dalla cosiddetta Banca generale direttamente dipendente dal vescovo, via via ramifica attestandosi nelle singole parrocchie, ognuna, a sua volta, banca, appunto, parrocchiale dotata di un minuscolo esercito di addetti all'indottrinamento di fanciulli e fanciulle, mentre degli adulti si occupa un'apposita congregazione. Cantiere sempre in attività la diocesi, fabbrica continua di indottrinamento continuo all'insegna di un'intensiva coltivazione catechistica responsabilizzante - sotto il controllo dei parroci - i laici meglio e più alfabetizzati in fatto, appunto, di catechismo. E chi comanda è il vescovo che, avendo per "coadiutori" 46 vicari foranei "braccia e piedi del suo governo", tiene in riga i parroci - e chi sgarra viene sospeso a divinis -, i quali tengono in riga i fedeli. Ma riottosi al comando vescovile i canonici che - così, il 17 ag. 1671, G. al doge Domenico Contarini - oppongono "durissima resistenza non volendo essere" da G. loro "vescovo visitati". Che li domi - chiede G. - "il braccio poderoso del prencipe"; e, poiché le ducali non bastano, occorre il "braccio" sia "vigoroso" sul serio, non si accontenti di parole, ma usi la forza, insiste, il 1° giugno 1673, Gregorio.

Prioritaria, per G., l'effettiva messa in atto della normativa. È l'ottemperanza che va imposta. Perciò nei due sinodi da lui indetti - quello del 20 apr. 1667, l'altro dell'1-3 sett. 1683 - si astiene dall'introdurre ulteriori prescrizioni. È il rispetto di quelle già fissate che esige. Inutile la sovrabbondanza prescrittiva se, poi, rimane inapplicata, inerte. "Opinione" di G. è che per il "mondo" - e in generale e per il microcosmo diocesano - "vi sia più bisogno di essecutione che di legge": così al granduca mediceo Cosimo III, destinatario (e non a caso futuro dedicatario del profilo di G. composto, lui morto, da Giuseppe Musocco, suo collaboratore), tra il gennaio del 1680 e il giugno del 1697, di ben 323 lettere che costituiscono un consistente spezzone della sterminata corrispondenza di Gregorio.

Nella sua visione su tutta la diocesi va spalmato in dose massiccia, uniformante e conformante, l'indottrinamento basico, va inculcata con energia l'istruzione catechistica, quella propinante "le cose necessarie a sapersi della nostra santa fede, non potendo esser sicuro dell'eterna salute chi è ignaro dei nostri divini misteri e dei precetti della nostra santa legge". A promozione dell'apprendimento, anzitutto mnemonico, della "dottrina cristiana" i parroci adoperino "tutte le industrie possibili". Di ciò dovranno render "conto" a Dio; e il vescovo a Dio dovrà a sua volta rendere "conto" se, tramite i parroci, ha costretto le anime alla "dottrina". Ma - G. lo percepisce - alla catechesi parrocchiale sfuggono i mendichi, i vagabondi, i senza dimora, oggetto tuttavia del suo fervore catechizzante poiché i circa 700 poverissimi radunati, ogni venerdì, nel cortile dell'arcivescovado ricevono, oltre a caritatevoli sostegni, una sommaria spruzzatura catechistica. Quanto agli intellettuali, ai dotti, G. capisce che non può intrupparli nelle scuole di dottrina cristiana; ecco, allora, annunciato, per loro, nella Pasqua del 1696, un ciclo predicatorio triennale, da tenersi nella cattedrale, di "filosofia cristiana".

Differenziata, divisa la società, con separazioni, con esclusioni. E interiorizzate separazioni e divisioni in G. al punto da intercettare con tutta la sua autorità il conferimento della laurea in teologia a Elena Lucrezia Corner Piscopia. E, fosse per lui, le si sarebbe dovuto negare pure quella in filosofia, essendo, a suo avviso, uno sproposito, sin una pazzia il "dottorar" una donna. Non messe in discussione le differenze e le sperequazioni da G., ma tenute presenti perché a una società diversificata sia offerta la certezza religiosa con modalità di istruzione del pari diversificata. Un conto, allora, il collegio dei nobili istituito nel 1672 a Padova e riaperto nel 1680 a Este, un conto il ginnasio, questo gratuito, per i popolani e un conto, altresì, il collegio per le fanciulle povere. Con tutti fu sollecito il presule, ma non allo stesso modo, poiché le procedure di propinamento del pacco - semplificato o complicato a seconda della posizione sociale del destinatario - delle certezze variano.

Intendente di scienza G., interessato agli studi di Geminiano Montanari e Carlo Rinaldini, promotore della chiamata all'insegnamento patavino di Vincenzo Viviani, sin "matematico", ma non per questo indulgente se, in Albanio Albanese, lettore di logica al Bo, avverte tracce di Pomponazzi, Cremonini, ammissione, in linea d'ipotesi, della mortalità dell'anima, poiché, in tal caso, l'enormizza a pericolosa insidia eterodossa. E, poiché le anime sono pecorelle da guidare con pugno fermo, non indulge nemmeno con l'individuale raggiungimento dell'estasi quietistica. D'accordo con l'antiquietismo improntante la predicazione di un Segneri, avversa Pier Matteo Petrucci al punto da scrivere, il 28 ag. 1681, al proprio vicario generale Alessandro Mantovani che è opportuno "levarlo da confessare le monache". Durissima, nel 1687, l'offensiva sferrata da G. predicante in quattro chiese conventuali contro l'"oratione di quiete", la peggiore delle eresie, "opera" del maligno camuffata da mistica orante, da preghiera.

È uno sdilinquimento morboso, un giulebbe malsano, uno zuccheroso languore "che va malamente serpendo" a mo' di "zizania" da estirpare dal "grano" della fede, che va disinfestata da siffatte "corrutele". Adoperabile nella bonifica disinquinante s. Francesco di Sales. Da illuminare le penombre anfrattuose di una spiritualità malata per interventi drastici di netta rimozione del torbidume misticheggiante nel quale l'anima, lasciata sola, si impantana e si invischia. Salutare irrobustente ginnastica gli esercizi spirituali, ma da guidare, da scandire, sin da blindare. Momento formativo e, proprio per questo, di intensificata disciplina quello destinato agli esercizi. Previsto, nel seminario, uno spazio apposito per l'ascesi temprante: l'"ascetario". Ed è il seminario l'espressione più eloquente della capacità progettuale e realizzatrice di G.; "buon pastore" nel senso più ampio - sicché viene ridimensionata la figura del vicario generale circoscritta com'è al disbrigo degli affari correnti, senza intervento su ordinazioni e collazioni beneficiali, senza partecipazione alla produzione di atti vescovili, alla stesura di circolari per il clero - a capo di un clero che pretende qualificato, che vuole truppa scelta ad alto tasso di professionalità, è la formazione, sin la fabbrica del clero che sta in cima ai suoi pensieri. Per "far buono il popolo" necessita un ottimo clero. E questo lo produca il seminario. Poca cosa quel che G. si trova a tutta prima dinanzi nel suo insediarsi: una sede dimessa con lo sparuto drappello di appena 12 alunni, oggetto di una didassi stinta, poco convinta. Impegno di G. rifondare il seminario, risemantizzarlo a fattore propulsivo di rifioritura religiosa e culturale insieme.

Mutata la sede con il trasferimento nei capaci spazi di un monastero soppresso all'uopo riattato, ecco che in questa - inaugurata il 4 nov. 1670 - gli allievi oltrepassano via via gli 80, i 90, i 100. Allargato il ventaglio degli insegnamenti: teologia, ebraico, logica, grammatica, umanità, geografia, greco, latino, fisica, filosofia, storia ecclesiastica, metafisica, giurisprudenza, sacra scrittura, retorica, calligrafia. Ma poiché è nei propositi anche la formazione di un personale missionario, si aggiunge l'insegnamento di lingue orientali quali l'arabo, il turco, il persiano. Luogo di studio il seminario e non solo di didassi, dotato di una ragguardevole biblioteca, di un osservatorio astronomico. E, pure, dal 1684, allorché si mette a stampare in proprio - e a uso interno, per gli alunni, per la didattica e a uso esterno e per conto terzi - con un'apposita tipografia, centro editoriale. E - suscitando le proteste degli stampatori veneziani minacciati nel lucroso monopolio della stampa dei cosiddetti "libri rossi e neri" - stampa testi liturgici. Né la tipografia è una tra le tante. "Omnigenis fere caracteribus instructa" - così Montfaucon -, forte di punzoni e matrici dono del granduca Cosimo, del presidente dell'Ambrosiana duca Antonio Renato Borromeo, del cardinale Girolamo Casanate, dispone di caratteri greci, arabi, ebraici. E, forse, sua benemerenza più significativa l'edizione - curata dall'arabista Ludovico Marracci -, del 1698, in due tomi, del Corano, ove il testo, desunto "ex correctioribus […] exemplaribus" arabi, viene da un lato tradotto in latino, dall'altro aggredito e nell'introduzione e nel commento da una costante "refutatio".

Sempre e anzitutto vescovo - senza risparmio di energia e non senza amarezze: tante le "spine", e tra queste l'annosa lite con i canonici, del "governo episcopale"; le soddisfazioni più genuine gliele dà il seminario, sua creatura prediletta che fa crescere con l'affetto di un padre, suo "unico spasso", confida al granduca Cosimo - G. con la mente, ancorché non altrettanto con il corpo. Cardinale, è a Roma per i conclavi del 2-20 giugno 1667, del 20 dic. 1669 - 29 apr. 1670, del 23 agosto - 6 ott. 1689, del 12 febbraio - 12 luglio 1691 (negli ultimi due pure tra i votati) e, quindi, assente da Padova. Presente pure al conclave dell'inizio agosto - 21 sett. 1676, che elegge Innocenzo XI, questa volta egli, arrivato a Roma il 27 luglio, è costretto a rimanervi sino al febbraio del 1680, non senza suo tormentoso cruccio - "ius divinum" a suo vedere l'obbligo di residenza - e persino rimorso. Giustificata l'assenza di tre anni e mezzo da Padova perché addebitabile alla volontà di Innocenzo XI, ma pur sempre lacerazione di un'azione episcopale esercitabile soltanto in loco con sistematica continuità. Così, almeno, nell'angosciata percezione di G., che a Roma si sente fuori posto, forestiero di passaggio sempre in attesa di partire, con incombenze nelle quali dipende, non decide. Se a Padova - così al vecchio padre il 29 maggio 1677 - "lavoro per non dar conto a nessuno", invece "qui", a Roma, "lavoro come ministro subordinato"; e attivo visitatore di conventi e monasteri, membro di più congregazioni, si adopera, altresì, per rasserenare i turbati rapporti veneto-pontifici. In ogni caso non può disporre autonomamente; ciò gli pesa; si sente dimezzato. Se non altro per questo il soggiorno romano gli è faticoso: gli sembra, confida al padre, "di haver a lavorare più che a Padova". In realtà in quest'ultima la sua attività è sin febbrile. Solo che è animato da un entusiasmo e da una convinzione a tal punto intrecciati con l'autodeterminazione e l'autovalorizzazione - impensabili quella e questa a Roma - che non avverte fatica. Ma così abusa del fisico già provato, sopravvaluta le proprie forze. Visitate, tra il 29 maggio e il 5 giugno 1697, le nove parrocchie del vicariato di Veggiano, il 6, festa del Corpus Domini, è in testa, reggendo l'ostensorio, alla solenne processione della mattinata a Padova; quindi, nel pomeriggio, si porta alla visita delle 5 parrocchie di Balduina e di quelle di Montegalda. Ultimatala l'11, il 12 visita il collegio dei nobili; e, una volta a Padova, si precipita nella tipografia seminariale a verificarvi a che punto sia la composizione della Summa di s. Tommaso e del Corano. L'indomani, festa di S. Antonio, celebra, nella basilica omonima, la messa pontificale. Il 14 ammette di non sentirsi bene; il 15 cade ammalato. E a chi, a cominciare dal medico, ne approfitta per raccomandargli di evitare, in futuro, tanti sforzi, di non spendersi più in tal maniera replica citando s. Carlo a dir del quale "il vescovo […] deve morire per la sua chiesa". È il caso suo poiché, via via aggravandosi, muore il 18 giugno 1697; "se n'è volato al cielo", scrivono lo stesso giorno i rettori al Senato.

Sepolto nel duomo, l'11 luglio 1716 si inoltrano gli atti della vita alla congregazione dei Riti. Segue, il 3 luglio 1723, il nulla osta a procedere alla volta della beatificazione. Più degnamente sistemata, sempre nel duomo, la salma essendo vescovo Giovanfrancesco Barbarigo, nipote di G.; riesumata il 26 maggio 1725 viene trovata intatta. Donde, da parte dei locali Ricovrati, nell'adunanza del 9 giugno, la recita di composizioni - e stampata nel 1726 la silloge che le raccoglie - celebranti la "traslazione" del "corpo" ritrovato "incorrotto". Un segnale avvalorante per l'inclusione tra i beati del 16 luglio 1761, quando è papa Clemente XIII, la cui madre è Vittoria Barbarigo, di cui G. è antenato. Veneziano il papa, comunque, "figlio" della "stessa patria" di Gregorio Barbarigo. È già questo dato a suscitare nel pontefice l'"interesse" per la "causa" di G.: da un lato la "sua divozione" - così l'ambasciatore veneto - alla memoria del presule, dall'altro l'"impegno" a dar "prova" alla Serenissima della volontà di compiacerla. Immediato a Padova, nel duomo, il riscontro, nella cappella a G. intitolata, perché è subito decisa l'erezione di un altare marmoreo ultimato nel 1765: una valorizzazione locale nella prospettiva dell'inclusione tra i santi che si farà a lungo attendere. Sarà Pio X - veneto e già patriarca di Venezia - a stralciare G., nel 1911, dalla lista dei beati perché sia, il 28 febbr. 1912, candidato alla canonizzazione. E sarà Giovanni XXIII - già vescovo di Bergamo, già patriarca di Venezia e, prima ancora, già nelle sue "devozioni di ragazzo" privilegiante s. Francesco di Sales, s. Carlo e, appunto, l'ancor beato G. - a proclamare, motu proprio, il 26 maggio 1960, G., "santo rimasto nascosto per duecento anni".

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Venezia, Senato, Dispacci dei rettori, Padova e Padovan, f. 87, lettere del 18, 27 giugno 1697; Dispacci, Roma, filza 282, cc. 284, 335, 376r-385v; I gesuiti e G. B., in Ricerche di storia sociale e religiosa, 1996, n. 49, pp. 7-78; L'itinerario biografico di G. B. dal contesto familiare all'episcopato. Lettere ai familiari, a cura di P. Gios, Padova 1996; L. Billanovich, Fra centro e periferia. Vicari foranei e governo diocesano di G. B. vescovo di Padova. 1664-1697, Padova 1999; G. B., patrizio veneto, vescovo e cardinale nella tarda controriforma (1625-1697). Atti del Convegno…, Padova 1996, a cura di L. Billanovich - P. Gios, I-II, Padova 1999; Accademia dei Ricovrati, Verbali delle adunanze accademiche, A, Dal 1599 al 1694, a cura di A. Gamba - L. Rossetti; B, Dal 1694 al 1730, a cura di A. Gamba, Padova-Trieste 1999-2001, s.v.; Bibliotheca sanctorum, VII, coll. 387-403; Dict. d'hist. et de géogr. ecclésiastiques, VI, coll. 579 s.

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