LEONE IV, santo

LEONE IV, santo

Enciclopedia dei Papi (2000)
di Federico Marazzi

Leone IV, santo

Nacque a Roma, figlio di Radualdo. Dal nome del padre si potrebbe dedurre che appartenesse a una famiglia di origine longobarda trasferitasi in città, ma l'onomastica non può comunque essere accettata come prova dirimente rispetto a una specifica "etnicità" del pontefice. Il futuro papa fu educato nel monastero di S. Martino al Vaticano, adiacente alla basilica di S. Pietro, e intraprese la carriera ecclesiastica divenendo presbitero del "titulus" dei SS. Quattro Coronati, al Celio. L'elezione di L. a papa sarebbe avvenuta in un clima di generale consenso all'interno della Chiesa romana, favorito dal drammatico frangente dell'assalto saraceno a S. Pietro e S. Paolo, avvenuto pochi mesi prima, e dal diffuso riconoscimento delle sue qualità personali, sulle quali il biografo insiste, qualità che evidentemente aiutarono a identificarlo come la persona giusta per ricoprire la massima carica ecclesiastica romana in un così delicato momento. Il fatto che la sua scelta sia avvenuta ancor prima della celebrazione delle esequie del predecessore Sergio II sembra confermare questa lettura degli eventi.

Le difficili circostanze dell'elezione di L. determinano una rottura nella prassi stabilita nell'844 per la consacrazione del nuovo pontefice. Per poter essere consacrato, l'eletto, in forza di una nuova ordinanza di Lotario I, che inaspriva il vincolo imposto al papato, al clero e al laicato romani dalla Constitutio dell'824, avrebbe dovuto attendere una "iussio" dell'imperatore, e la consacrazione aver luogo alla presenza di "missi" da lui inviati. Sergio II era morto il 27 gennaio dell'847 e i Romani esitarono a consacrare il nuovo eletto "sine auctoritate imperiali", ma, vista la situazione di pericolo in cui si trovavano, il 10 aprile, giorno di Pasqua, procedettero comunque alla consacrazione di L. "sine permisso principis". Il biografo però si dà cura di precisare che, così facendo, non si era inteso di venire meno agli obblighi di fedeltà all'imperatore.

Il pontificato di L. è tradizionalmente collocato dalla critica storica tra quelli che, nel corso del IX secolo, sono caratterizzati da una costante iniziativa del papa volta sia ad affermare la centralità del proprio potere all'interno della società romana, che ad estendere l'esercizio del ruolo politico-spirituale proprio della Sede romana sul più vasto scenario dei rapporti con le altre istituzioni del mondo occidentale, e anche con l'Impero di Bisanzio. Il settennato di L. viene in genere contrapposto, per queste ragioni, al pontificato del predecessore, Sergio II, di cui invece si è sottolineato (non del tutto a ragione) il carattere di quasi anticipazione di tratti che diverranno tipici nel secolo successivo, quali la sottomissione dell'azione del papa a interessi familiari e, in conseguenza di ciò, una sorta di ripiegamento degli orizzonti politici entro più anguste prospettive, e quindi l'incapacità di incidere efficacemente nel dialogo con gli altri poteri del tempo.

La vita di L. riporta in effetti una grande quantità di notizie di interventi del papa su Roma, sulle sue infrastrutture, e sulle sue chiese, ponendosi sulla scia, delle biografie di pontefici come Leone III, Pasquale I e Gregorio IV. In particolare, con quella di quest'ultimo, la Vita Leonis ha in comune la realizzazione di imprese che mostrano il dispiegamento, da parte dei pontefici, di una capacità di azione sul territorio romano e laziale, che si spiega alla luce di un'ormai matura e sostanzialmente incontrastata sovranità - almeno sul piano giurisdizionale - su questi ambiti geografici. In particolare, ciò appare evidente negli episodi di fondazione di "città nuove", che, avviate, appunto, sotto Gregorio IV con la ristrutturazione e la fortificazione del nucleo insediativo esistente intorno al santuario della martire Aurea ad Ostia antica - e la sua ridenominazione come "Gregoriopolis" - conosce un'accelerazione e, si può dire, raggiunge il culmine proprio sotto Leone IV. L'insicurezza createsi nel Lazio, soprattutto sullo scacchiere costiero, dall'intensificarsi della presenza saracena, aveva determinato, già da alcuni decenni, la necessità di rafforzare le difese passive - vale a dire strutture di fortificazione e di avvistamento - lungo la costa stessa. La riorganizzazione del nucleo fortificato ostiense da parte di Gregorio IV si era mossa esattamente in questa direzione, per porre un ostacolo ad eventuali scorrerie che intendessero utilizzare il corso del Tevere come via di penetrazione verso l'interno, e verso Roma in primo luogo. Il drammatico saccheggio di S. Pietro e S. Paolo, nell'846, aveva, se non altro, dimostrato l'insufficienza di quanto realizzato sin allora sul territorio. In quell'occasione era soprattutto emersa l'estrema pericolosità dell'assenza di strutture di difesa passiva a protezione del nucleo vaticano, esterno alle mura aureliane.

L'azione di L. in questo ambito si dispiega su più fronti, e con grande rapidità. Il pontefice infatti, nel giro di cinque anni (fra l'847 e l'852) realizza il rafforzamento delle difese costiere, ristrutturando le fortificazioni di Porto e, come afferma il Liber pontificalis, insediandovi una colonia di abitanti della Corsica, e facendo costruire ex novo un insediamento fortificato nell'entroterra di Civitavecchia-"Centumcellae", che era stata devastata proprio dai Saraceni nell'812; interviene inoltre sul sistema difensivo della città di Roma, facendo restaurare le mura aureliane e, soprattutto, provvedendo alla realizzazione di un sistema di fortificazioni intorno al Vaticano. Qui il pontefice fortifica una realtà insediativa già esistente, formatasi intorno al santuario di S. Pietro; le nuove mura partivano da Castel S. Angelo ed erano difese da ben quarantaquattro torri. Nella cinta si aprivano solo due posterule e una porta; sulla posterula detta "Sancti Angeli", presso Castel S. Angelo, erano murate due iscrizioni in esametri di cui una ricordava anche l'imperatore Lotario (Inscriptiones Christianae urbis Romae, nr. 6, p. 324; nr. 4, p. 347). Alla detta posterula seguiva un tratto di mura lungo 800 m che costituisce ancora oggi il residuo più significativo della cinta leonina. Su questo tratto si apriva l'unica porta vera e propria delle mura leonine: la porta Viridaria (detta anche "Sancti Petri" e "Sancti Peregrini"), attraverso la quale i pellegrini che percorrevano la Ruga Francigena e la via Trionfale giungevano al santuario vaticano. Anche sulla porta "Sancti Petri" L. pose una iscrizione metrica, visibile fino al XV secolo e trascritta in varie sillogi, in cui si menzionava la "civitas ha[e]c a conditoris sui nomine Leonina vocatur" (ibid., nr. 7, p. 325); in base a recenti studi, al di sopra di questa stessa porta sarebbe da collocare un'altra iscrizione di cui sono venuti alla luce, durante i restauri di A. Prandi, alcuni frammenti riadoperati come materiale da costruzione (v. A. Prandi e L. Cardilli et al.). Dopo la porta "Sancti Petri" le mura continuavano nell'area dell'attuale Palazzo Vaticano e nei Giardini. La seconda posterula di cui fu fornita la cinta leonina è quella detta "Saxonum" che metteva in collegamento Trastevere e il Vaticano. Presumibilmente anche su questa furono collocate epigrafi di cui però non si è conservato il testo. Altre due iscrizioni, murate nell'arco cinquecentesco attraverso cui si accede a via di Porta Angelica, menzionano le "militiae" della "domusculta Saltisina" e della "domusculta Capracorum" che parteciparono alla costruzione della cinta muraria. In particolare, nella prima epigrafe si dice che la milizia "Saltisine" edifica un tratto di mura e le due torri che lo racchiudevano (Le Liber pontificalis, II, p. 137 n. 47), nella seconda si menziona la costruzione, da parte della milizia "Capracorum", di un altro tratto di mura con una torre e il nome di un certo "Agatho" che probabilmente sovraintese ai lavori (ibid., I, p. 518 n. 52). Infine, L. interviene anche nelle aree più interne del Lazio, sostenendo il riattamento delle fortificazioni di "Horta" (Orte) e "Ameria" (Amelia), centri strategici per il controllo della valle del Tevere.

Egli non era certo stato il primo pontefice a intraprendere iniziative di miglioria dei sistemi di difesa urbana e territoriale, fra VIII e IX secolo. Fu però sicuramente quello sotto il quale questa attività assunse il sembiante di un'affermazione, su vasto raggio, di un esercizio di effettive prerogative di sovranità. Il recinto fortificato intorno al Vaticano e la costruzione del nuovo insediamento fortificato nei pressi di Civitavecchia si materializzano infatti come centri di cui il papa appare come eponimo ("Civitas Leoniana" il primo e "Leopolis" il secondo) e ai quali viene conferito rango urbano, del quale è segno principale l'essere circondate da un recinto murario. Sia per il primo che per il secondo aspetto vengono seguite prassi tipiche delle fondazioni imperiali tardoromane e protobizantine, che vedono nel sovrano l'unica autorità cui è concesso creare insediamenti fortificati che, nella loro qualifica di "città", si propongono come elementi ordinatori del territorio, ovvero come presenze attraverso le quali sul territorio si manifesta l'azione ordinatrice dell'autorità sovrana. Va tra l'altro considerato che, anche nei rituali di fondazione delle due "civitates" suddette, vengono riproposti schemi che trovano fortissimi punti di contatto con quanto si conosce, ad esempio, delle cerimonie che vennero organizzate in occasione della fondazione di Costantinopoli, tra cui la "limitatio" del circuito murario da parte dell'autorità sovrana (nell'un caso il papa, nell'altro l'imperatore), la ricognizione del circuito stesso, una volta ultimato, da parte dell'autorità sovrana, seguita dagli "optimates" di rango più alto e, infine, la distribuzione agli stessi di "congiaria" in denaro e in beni di lusso. La realizzazione in particolare del circuito murario vaticano si distingue anche per la vastità della mobilitazione delle forze che vengono chiamate a fornire manodopera: sono infatti coinvolte, a questo scopo, le "civitates", le "massae publicae" e i "monasteria" esistenti nei territori in cui era riconosciuta l'autorità del pontefice. Un analogo concorso di forze si era verificato al tempo di Adriano I, proprio per l'effettuazione di un'ampia campagna di restauri alle mura aureliane. Ma è evidente che la più ampia scala geografica del programma lanciato da L. in questo ambito può ben essere interpretata nell'ottica di una crescita della capacità pontificia di intervenire sul territorio, affermando apertamente la propria esclusiva competenza a realizzarvi opere attinenti la sicurezza e il controllo militare.

Le fondazioni di "città nuove" e gli interventi di restauro alle fortificazioni non costituiscono l'unico segno dell'intervento di L. sul territorio romano e laziale. Sopravvive infatti, del periodo del suo pontificato, una bolla indirizzata al vescovo Virbonus di Tuscania con la quale il papa ridefinisce dettagliatamente i confini della suddetta diocesi. Il documento, oltre ad essere una preziosissima testimonianza sotto il profilo della storia della struttura del territorio della Tuscia romana, è anche considerato come il segno del riemergere del ruolo di inquadramento territoriale delle sedi episcopali nel Lazio (A. Sennis), cui potrebbe non essere estraneo pure l'intento di precisare, per mezzo dell'ordinamento diocesano, suddivisioni amministrative dei territori sottoposti alla sovranità dei pontefici.

Il rilancio dell'iniziativa politica pontificia nel Lazio può essere collegato ad un altro aspetto importante dell'azione di L., in quanto signore territoriale: le relazioni politiche con le entità statuali presenti nell'area geografica più vicina, vale a dire le città formalmente bizantine, ma in realtà ormai autonome, di Gaeta, Napoli e Amalfi, e il Ducato di Spoleto. Per quanto concerne le tre città campane, va considerata a parte la posizione di Gaeta rispetto a quella delle altre due, in quanto nel territorio formiano-minturnese-gaetano la Chiesa romana serbava ancora interessi patrimoniali rilevanti. Non si hanno dati sulla situazione del "patrimonium Caietanum" riferibili al periodo di L., ma un documento del Codex Diplomaticus Caietanus (il 9, datato all'851) offre la prima testimonianza dell'esistenza di un "patrimonium". Localizzato nella parte più meridionale del territorio gaetano, in prossimità del Garigliano, la sua apparizione sembrerebbe essere il risultato di uno smembramento del "Caietanum", del quale, negli anni Settanta, risulta "rector" l'ipata Docibile, uomo forte di Gaeta per tutti i decenni finali del IX secolo e quelli iniziali del X. Non è del tutto peregrino ipotizzare un nesso tra la prima menzione del "patrimonium Traiectanum" e la politica svolta da L. verso le città campane per garantirsene il sostegno nella cruciale circostanza della formazione della lega antiaraba che portò alla vittoria navale di Ostia (849). In altre parole, come avverrà più tardi, al tempo di Giovanni VIII e poi di Giovanni X, si potrebbe ipotizzare che, proprio sotto L., sia avvenuta la partizione dell'originariamente unitario "patrimonium Caietanum", con l'affidamento della parte più prossima a Gaeta alla gestione di persone influenti in Gaeta stessa (forse lo stesso gruppo familiare di Docibile), per assicurarsene l'appoggio politico-militare.

In ogni caso, la formazione della lega navale mirante a contrastare il crescere del predominio islamico nel Tirreno può considerarsi come uno dei primi episodi di una politica pontificia attiva nel complesso scacchiere del Meridione d'Italia, all'interno della quale il papa cerca di svolgere un ruolo se non di guida, quanto meno di coordinatore. L'alleanza antisaracena dell'849 si caratterizza infatti, stando alle parole del biografo di L. nel Liber pontificalis, come un'impresa della quale il papa è l'animatore. Che il terreno per l'avvio di una cooperazione fra Romani e Napoletani fosse in parte ancora da preparare lo dimostra il fatto che l'entrata in azione della flotta napoletana e degli alleati campani al largo di Ostia è preceduta da una visita a L. di Cesario di Napoli presso il Palazzo Lateranense nel corso della quale i Napoletani dichiarano il loro intento di intervenire in armi presso Roma esclusivamente per combattere i Saraceni. L., ricevute le opportune rassicurazioni, si reca ad Ostia a ispezionare le forze comandate da Cesario. In questa circostanza, i Napoletani fanno atto di omaggio al pontefice e ricevono da lui la comunione nel corso di una funzione svoltasi nella chiesa di S. Aurea, nella cittadella fortificata di Gregoriopoli. La vittoria riportata dai cristiani può essere così presentata come frutto della protezione di Pietro e Paolo e il ruolo avuto dal papa nel suo conseguimento viene in certo senso sottolineato dalla consegna a lui dei nemici sopravvissuti alla battaglia, dei quali alcuni vengono impiccati ed altri vengono utilizzati come manodopera per l'edificazione delle mura della costruenda "Civitas Leoniana".

Sul fronte opposto, dal punto di vista geografico, sono evidenti le difficoltà di L. nel mantenere il controllo pontificio su Ravenna e il territorio circostante. Il problema della concorrenza tra l'arcivescovo di Ravenna e l'autorità papale in Romagna e nella Pentapoli si era posto in modo rilevante almeno sin dai tempi di Adriano. In particolare, L. deve intervenire per denunciare le pressioni esercitate dall'arcivescovo Giovanni di Ravenna per ostacolare l'azione dei delegati pontifici incaricati dell'amministrazione dei patrimoni papali nell'Esarcato (Leonis IV papae ep. 8, in M.G.H., Epistolae, V, 2): questi beni fondiari costituivano uno dei maggiori motivi di frizione tra Roma e Ravenna, poiché costituivano non solo concentrazioni rilevanti di proprietà, ma anche perché rappresentavano lo strumento che offriva ai papi maggiori possibilità di controllo sull'Esarcato, anche attraverso il personale amministrativo impiegato, secondo una prassi risalente almeno a Gregorio Magno. Inoltre, fra l'852 e l'853, in ambienti molto vicini all'arcivescovo di Ravenna maturò l'assassinio di un legato inviato da L. ad incontrare l'imperatore Lotario. Il papa in persona si recò a Ravenna per catturare gli autori dell'omicidio, tra cui il fratello dell'arcivescovo (Regesta Pontificum Romanorum, nrr. 2627-28), e trascinarli a Roma, davanti a un tribunale, dove vennero condannati a morte, pena alla quale furono sottratti solo grazie all'intervento personale dell'imperatore Lotario.

Proprio i rapporti con l'autorità imperiale - come quest'ultimo episodio lascia intravedere - durante il pontificato di L. sono stati, come ebbe a dire L. Duchesne, "più corretti che amichevoli" (I primi tempi, p. 96), anche se non si sono mai verificate vere e proprie crisi. Ci si è soffermati a considerare il fatto che il Liber pontificalis sia "sorprendentemente reticente riguardo le relazioni di Leone IV con gli imperatori franchi" (R. Davis, p. 100), in particolare con Ludovico II, che dall'aprile dell'850 venne associato al padre e consacrato proprio a Roma da Leone IV. Il Liber pontificalis curiosamente omette perfino di menzionare questa circostanza. È invece ricordato il sostegno, politico e finanziario, fornito dall'imperatore Lotario nella costruzione delle mura intorno al Vaticano, nonché la parte che egli ebbe nella decisione di installare una colonia di Corsi a Porto; tuttavia, da parte di alcuni (A. Settìa, Castelli e villaggi nella regione padana. Popolamento, potere e sicurezza fra IX e XIII secolo, Napoli 1984, pp. 45-7) si è considerato che, dal punto di vista della politica imperiale, il concorso all'erezione delle mura vaticane doveva avere un senso più vasto che un semplice contributo disinteressato alle spese. La lettura offerta dal Liber pontificalis della creazione di questi recinti fortificati è, si è visto, piuttosto quella consistente nel presentarli come momenti di apoteosi della autorità pontificia sia nel coordinare le forze cittadine e territoriali impegnate nei lavori di costruzione, sia nel consacrarli, a opere concluse, come città da essa dipendenti.

Il Liber pontificalis ricorda come nell'estate dell'855, poco prima che L. morisse, papa e imperatore abbiano tenuto insieme in Roma un'assise giudiziaria per valutare la posizione di alcuni funzionari papali accusati di trame filobizantine. D'altra parte - e sono sempre fonti altre dal Liber pontificalis a dare un'idea più articolata e complessa dei rapporti fra L. e l'autorità imperiale -, il lungo e defatigante scontro a distanza fra L. e Anastasio, cardinale presbitero di S. Marco (il futuro Bibliotecario), più o meno apertamente sostenuto da Ludovico II, negli anni successivi alla sua fuga da Roma (nell'848) e sino alla morte di L. stesso, quando l'imperatore cercò di imporlo come suo successore sul soglio pontificio, lascia intravedere una possibile spaccatura nel clero romano (e forse, più in generale, nella società romana) fra una fazione più pronta ad accettare un diretto influsso imperiale negli affari romani e un'altra, al centro della quale sarebbe stato ovviamente L. stesso, più gelosa della propria sfera di autonomia. Un altro motivo di frizione fra L. e l'autorità imperiale fu costituito dal caso di Incmaro, arcivescovo di Reims (845-882). L., nell'847, gli concedette il privilegio di indossare il pallio in una serie di circostanze. Su richiesta di Lotario, nell'851, il numero di queste circostanze venne accresciuto, ma il papa rifiutò recisamente di conferirgli un vicariato papale nelle Gallie, che lo autorizzasse a emettere giudizi canonici su altri arcivescovi, vescovi e abati, analogo a quello che Sergio II aveva conferito a Drogone di Metz qualche anno prima. Lo scontro fra L. e Incmaro si protrasse per tutta la durata del suo pontificato e appare sostanzialmente come un braccio di ferro tra le tendenze autonomistiche delle potenti Chiese locali dell'Impero carolingio e la volontà opposta di Roma di esercitare su di esse un forte controllo. Sui rapporti di L. con Costantinopoli si è proporzionalmente meno informati. Il Liber pontificalis tace del tutto, ad esempio, su una serie di contrasti fra L. e il patriarca Ignazio, generati da interventi compiuti da quest'ultimo deponendo il vescovo di Siracusa e altri vescovi siciliani, senza preventive consultazioni con Roma. La Vita Leonis tuttavia ci informa del fatto che ad un certo momento, quasi alla conclusione del pontificato, un funzionario del palazzo papale, Daniele, ne accusò un altro, tale Graziano, "superista" (cioè comandante militare del Laterano) di tessere trame filobizantine all'interno del palazzo stesso. L. immediatamente convocò una corte per esaminare il caso, alla quale chiese di partecipare lo stesso imperatore Ludovico II, forse al fine di allontanare eventuali sospetti di doppio gioco da parte sua. Il processo si concluse con l'assoluzione del sospettato.

Il processo a Graziano introduce in un altro aspetto della vita dell'istituzione papale per il quale il pontificato di L. può apparire quasi un punto d'arrivo delle trasformazioni avviatesi dopo la caduta del dominio bizantino su Roma: si tratta della struttura e del funzionamento della residenza pontificia del Laterano. Al tempo di L., essa è ormai abitualmente definita dalla fonti come "palatium" e la vita di L. offre il maggior numero di esempi di uso di questo termine tra le biografie del Liber pontificalis del IX secolo. Questo termine, che era abitualmente riferito al Palatino, dall'813 risulta usato, sovente accompagnato all'aggettivo "sacrum", per designare la residenza pontificia, con ovvie implicazioni di carattere simbolico. Appena assurto al soglio pontificio, L. ordinò che venissero ristabiliti i "prisci vel antiqui sacri palatii usus atque ordines", tralasciati sotto Gregorio IV e Sergio II, vale a dire il banchetto solenne natalizio nell'"accubitum" edificato sotto Leone III - la sala che sarà poi chiamata "aula concilii" - e l'impiego della croce astile donata da Carlomagno a Leone III, che doveva precedere il pontefice nelle processioni. Nel maggio dell'853, in procinto di lasciare Roma, il pontefice emanò istruzioni per il corretto funzionamento dell'"ordo palatinus", che concernevano in primo luogo l'esercizio della giustizia e l'emanazione di provvedimenti di legge (Regesta Pontificum Romanorum, nr. 2633).

L'impronta del pontefice si estese su tutta la città. Se anche L. non può essere considerato, stricto sensu, uno dei grandi papi costruttori del IX secolo, pure è stato, per quantità di donativi di preziosi alle chiese, secondo solo a Leone III e, per quantità di tessuti donati, terzo dopo, ancora una volta, Leone III e Adriano.

La chiesa dei SS. Quattro Coronati, di cui L. era stato presbitero, ricevette in assoluto il più elevato numero di donativi pontifici. Considerando che il radicale ampliamento della chiesa in età carolingia - che ne fece uno dei monumenti più rilevanti della Roma del IX secolo - è abitualmente attribuita al pontificato di Gregorio IV, si può dedurre che L. deve essere stato direttamente coinvolto nei lavori. In particolare, L. si preoccupò di risistemare la cripta e le reliquie sotto il ciborio come ricorda anche un'iscrizione del XII secolo posta nell'altare maggiore da Pasquale II (Le Liber pontificalis, II, p. 127). Inoltre il pontefice restaurò l'abside della basilica di S. Maria in Trastevere che fu poi ricostruita integralmente dal suo successore Benedetto III (ibid., p. 120). A S. Martino ai Monti L. continuò il progetto decorativo iniziato dal suo predecessore Sergio II con mosaici, pitture murali e pannelli d'argento per l'altare (ibid., p. 131). Un'iscrizione musiva posta originariamente nel catino absidale ricordava i doni offerti dai due pontefici alla basilica (Inscriptiones Christianae urbis Romae, nr. 119, p. 437). Da segnalare anche il restauro e l'istituzione, da parte di L., di un convento di monache in un monastero preesistente detto "Corsarum" (Le Liber pontificalis, II, p. 112). Un altro degli interventi rilevanti del suo pontificato - di certo direttamente connesso alla creazione della "Civitas Leoniana" - è il potenziamento dei due monasteri di S. Martino e di S. Stefano siti presso S. Pietro. Le dotazioni fondiarie ricevute da queste due istituzioni - si conserva il testo originario della carta emessa per S. Martino, mentre quella per S. Stefano è giunta nella redazione di Leone IX, che può conservare elementi del testo di L. - sembrano farne dei veri e propri centri di coordinamento per la gestione delle aree interne alla "civitas". Nella basilica di S. Pietro L. restaurò la navata laterale sinistra (ibid., p.127). Un'altra caratteristica rilevante degli interventi evergetici di L. è di avere interessato luoghi di culto nel territorio circostante Roma. Le sedi suburbicarie (in particolare Porto, Silva Candida, più strettamente legate a quella romana) ebbero, come è logico, preminenza nella sollecitudine pontificia; ma sono ricordati provvedimenti anche per il monastero di S. Scolastica di Subiaco e per quello di S. Silvestro al Soratte, per le cattedrali di Anagni, di Fondi e di Terracina. Restano, a segno tangibile dell'attività di L. per l'abbellimento delle chiese romane, rilevanti parti di un ciclo di affreschi da lui fatto eseguire nella chiesa di S. Clemente (attuale chiesa inferiore), all'interno del quale si conserva anche un suo ritratto. Il papa è rappresentato nell'angolo inferiore destro di una Ascensione, in posizione stante, con il braccio destro piegato a sorreggere un libro chiuso e la testa coronata dal nimbo quadrato, da considerare come segno o della esistenza in vita del pontefice al momento della esecuzione della sua immagine, ovvero della aderenza della stessa alle vere fattezze del pontefice.

L. morì a Roma il 17 luglio dell'855, poco dopo la partenza dell'imperatore Ludovico II dalla città, e fu sepolto in S. Pietro, nella cappella ove riposava papa Leone I, che lo stesso L. aveva fatto restaurare (ibid., p. 113; in questo oratorio riposavano anche i corpi dei papi omonimi Leone II e III). La festa di L., ora soppressa, era celebrata il 17 luglio. fonti e bibliografia

Tra i pontificati del IX secolo, quello di L. è tra i meglio documentati, poiché a lui è dedicata una delle più lunghe biografie del Liber pontificalis (seconda solo a quella di Leone III, ma con una sezione narrativa più ampia rispetto a quest'ultima, che è per gran parte incentrata sull'opera evergetica del pontefice). Abbiamo inoltre una collezione di quarantacinque sue lettere, tramandate da un codice della British Library (Ms. add. 8873). Sfortunatamente alcune di queste lettere sono ridotte allo stato di frammenti, di cui non è possibile fornire una datazione precisa e neppure un'esatta definizione nel contesto, perduto, della loro originaria stesura. Ovviamente, si tratta di una selezione quanto mai ridotta rispetto a quella che dovette essere l'originaria entità di questo epistolario, ma, nonostante l'apparente casualità dei soggetti trattati nei frammenti superstiti, si ritiene che essi possano considerarsi un campione significativo del raggio di interessi toccato dall'azione di questo pontefice.

Sulla figura del papa si v.:

Leo papa IV. Vita, in P.L., CXV, coll. 629-54.

Leo papa IV. Epistolae et decreta, ibid., coll. 655-72

Innocentii III Romani pontificis regestorum sive epistolarum liber decimus, ibid., CCXV, coll. 1236-42.

P. Ewald, Die Papstbriefe der Brittischen Sammlung, "Neues Archiv der Gesellschaft für Ältere Deutsche Geschichtskunde", 5, 1880, pp. 375-98.

Regesta Pontificum Romanorum, a cura di Ph. Jaffé-G. Wattenbach-S. Loewenfeld-F. Kaltenbrunner-P. Ewald, I, Lipsiae 1885, pp. 329-39.

Codex Diplomaticus Caietanus, Montecassino 1887, p. 16.

Inscriptiones Christianae urbis Romae septimo saeculo antiquiores, a cura di G.B. de Rossi, II, 1, Romae 1888.

Leonis IV papae Epistolae, in Epistolae selectae Sergii II, Leonis IV, Benedicti III, a cura di A. de Hirsch-Gereuth, in M.G.H., Epistolae, V, 2, a cura di E. Dümmler-A. de Hirsch-Gereuth, 1899, pp. 581-614.

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 Die Konzilien der Karolingischen Teilreiche, 843-859, a cura di W. Hartmann, in M.G.H., Leges, Legum sectio III: Concilia, III, 1984, pp. 50, 187, 190-92, 204, 230, 255, 298-99, 310, 316-17, 331-33, 335, 371, 480, 496-97.

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