MONTELUPI, Sebastiano

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 76 (2012)

di Laura Ronchi De Michelis

MONTELUPI, Sebastiano. – Nacque nel 1516, probabilmente a Campiglia, da Valerio Montelupi de Mari. Patronimico e data di nascita si ricavano dall’iscrizione sulla sua tomba a Cracovia: «Sebastianus Montelupi de Mari Valerij F. […] LXXXIV aetatis suae, Dominicae vero Incarnationis MDC Anno Die XVIII Augusti defunctus» (Quirini Poplawska, 1989, p. 16 n. 27). Il nome della madre non è noto e incerti sono anche i legami con la famiglia De Mari, il cui stemma, con alcune varianti, Montelupi utilizzò in diverse occasioni e appose sia sul suo palazzo a Cracovia sia sulla tomba.

Della sua vita non si sa nulla fino al momento in cui, quarantenne, giunse in Polonia, dove divenne in breve uno dei membri più influenti della colonia italiana di Cracovia. Lo stesso Montelupi è assai avaro di notizie su di sé e la sua ricca corrispondenza, dedicata essenzialmente alle sue attività commerciali, offre solo in tre lettere al granduca di Toscana Francesco I alcuni brevi cenni che permettono di datare la sua partenza dall’Italia intorno al 1536 e l’arrivo in Polonia nel 1557 (Arch. di Stato di Firenze, Mediceo del principato, filze 874, c. 355r; 879, c. 179v; 4293, c. 211v).

Come e dove si sia formato professionalmente non è noto, ma è molto probabile che, a parte il periodo di apprendistato presso la ditta Antinori di Norimberga (Mazzei, 2006, p. 167), nei vent’anni che intercorrono tra le date citate egli abbia saputo costruire una rete di rapporti con i tanti fiorentini che operavano nella Germania meridionale, dei quali poi divenne rappresentante e procuratore a Cracovia. La scelta di trasferirsi in questa città è comprensibile se si considera che i rapporti commerciali tra Italia e Polonia, gestiti ancora in gran parte da imprenditori fiorentini, attraversavano allora una fase di intenso sviluppo.

Bona Sforza, figlia di Gian Galeazzo e duchessa di Bari e Rossano, andata sposa a Sigismondo Augusto I nel 1518, aveva condotto con sé un nutrito seguito di italiani, che a poco a poco si erano insediati in tutti gli incarichi di corte. Il favore dei reali e la crescita politica e culturale del paese avevano attirato dall’Italia un numero crescente di architetti e artigiani, medici e artisti, letterati e religiosi, avventurieri e uomini d’affari. Cracovia godeva inoltre di una posizione invidiabile per i commerci, all’incrocio delle vie che portavano a Est verso la Russia, a Ovest verso la Germania, a Nord, lungo la Vistola, al porto di Danzica. La produzione dei cereali era in mano all’aristocrazia, forte dei privilegi ampliati a dismisura a danno del potere monarchico, che si traducevano in uno stretto controllo e asservimento dei contadini e in una debolezza della borghesia. Con la collaborazione dei mercanti stranieri veniva aggirato il divieto imposto ai nobili, pena la perdita di tutti i privilegi, di esercitare attività proprie della borghesia. Inoltre, poiché la legge vietava ai mercanti polacchi di operare all’estero, i mercanti stranieri avevano piena libertà d’azione. L’alto tenore di vita che caratterizzava la nobiltà polacca alimentava un fiorente mercato di generi di lusso, ma anche finanziario per sopperire alle necessità di liquidi degli aristocratici.

Alla metà del secolo, quando Montelupi e il fratello minore Carlo giunsero in città, la colonia italiana di Cracovia attraversava un momento particolarmente felice. Montelupi iniziò a lavorare presso i Soderini, Carlo e Bernardo, mercanti e banchieri affermati. Molto capace e probabilmente già dotato di capitali propri, divenne socio e azionista della ditta, poi comproprietario di una fabbrica di mattoni, infine mercante e banchiere in proprio. Sin dagli anni Sessanta la sua posizione si consolidò grazie ai buoni rapporti con la corte, della quale divenne fornitore ufficiale, ma anche a comportamenti spregiudicati, che gli valsero continue citazioni in tribunale (truffa ai soci, inadempienza verso fornitori e collaboratori, frode, evasione fiscale, anche abusi edilizi), da cui uscì sempre indenne grazie alle potenti protezioni e al servitoriat concessogli nel 1574 da Enrico di Valois, che gli garantiva una lunga serie di privilegi commerciali e la possibilità di sottrarsi alla giurisidizione comune con il diritto di appello diretto al sovrano. Il campo di attività di Montelupi fu molto ampio. Al centro era il commercio di tessuti di seta: broccati, velluti, damaschi per abbigliamento e arredo provenienti dalle manifatture fiorentine; stoffe di lana, lino e cotone prodotte in Inghilterra e Germania. Dall’Italia importava anche articoli di oreficeria, vetri e cristalli, mobili e, raramente, su richieste precise, libri. La ditta aveva numerosi agenti stabili nelle principali città polacche e lituane, a Vienna, in Italia, nonché intensi contatti con Germania, Inghilterra, Ungheria; inoltre manteneva la rappresentanza a Cracovia di molte imprese commerciali e finanziarie di fiorentini operanti in altre parti d’Europa. A fianco del commercio Montelupi sviluppò dal 1565 un’intensa attività finanziaria. I titoli da lui emessi furono riconosciuti e accettati in tutta Europa; la sua banca era il punto di riferimento per le ambascerie italiane e soprattutto per i legati e i nunzi apostolici che si recavano in Polonia: anche Antonio Possevino ricevette da lui quanto gli occorreva per la sua missione a Mosca nel 1581-82. Con i Soderini e in seguito, dopo il loro rientro a Firenze nel 1584, da solo, Montelupi gestì anche le rivenute italiane degli Jagelloni, frutto dei crediti vantati dagli eredi di Bona Sforza.

Filippo II era debitore a Bona di una grossa somma, ma alla morte di lei (1557) aveva smesso di pagare agli eredi quanto spettava loro. Solo per la mediazione del papa e le sollecitazioni dell’imperatore si era deciso a onorare l’impegno, versando con accettabile regolarità 43.000 talleri annui, circa il 10% del dovuto. Alla morte di Sigismondo II Augusto (1572) i pagamenti erano stati nuovamente interrotti e a fatica la sorella Anna riuscì a ottenere almeno un terzo del pattuito. Nel 1596, alla morte di Anna, l’eredità di Bona venne rivendicata dal nipote, Sigismondo III Vasa, figlio di Caterina Jagellone, e Montelupi, che nel 1592 aveva anticipato la somma prestata da Clemente VII a Sigismondo per la celebrazione delle sue nozze con Anna d’Asburgo, fu nominato banchiere di corte e curatore degli interessi italiani.

Montelupi impiegò gli ingenti guadagni realizzati con il commercio e le operazioni finanziarie in investimenti immobiliari in Toscana e in Polonia, dove egli, spesso rilevando altrui crediti, divenne proprietario di numerosi villaggi. Se il suo patrimonio non è quantificabile che in maniera approssimativa, le fonti sono unanimi nel giudicare il suo erede, Valerio Tamburini Montelupi (1548-1613), l’uomo più ricco di Cracovia. Nel 1567 ottenne da Cosimo I la cittadinanza fiorentina (il che gli consentì, tra l’altro, l’acquisto di proprietà tra Bibbona e Volterra) e da Sigismondo II Augusto l’indigenato, che lo equiparava alla nobiltà del Regno. Quest’ultimo riconoscimento presenta molti lati oscuri: che esso sia stato realmente conferito, e anche confermato (nel 1574, 1584, 1588) dai diversi sovrani risulta solo da un documento molto più tardo, emesso da Sigismondo III nel 1611, grazie al quale il nipote Valerio poté concludere a suo favore il contenzioso per l’eredità di Montelupi. Del resto, neppure Montelupi doveva possedere i documenti necessari, se, in relazione a una denuncia per abuso del titolo nobiliare intentatagli nel 1599 a Lublino, non li esibì e scrisse invece al cancelliere Jan Zamoyski chiedendogli di intervenire a suo favore (Ptasnik, 1909). Risulta così dubbia anche l’ipotesi avanzata da Quirini- Poplawska che, non potendo documentare le proprie origini, Montelupi ottenesse lo status di nobile per condictamen, un sotterfugio assai diffuso tra i residenti stranieri, che presentavano una sorta di autocertificazione sulle proprie nobili origini, e poi cercavano qualcuno che, a pagamento, la contestasse. Si avviava così un processo, nel corso del quale il contestante o ritrattava, o non compariva; i giudici lo condannavano pertanto a una multa e rilasciavano al querelato un attestato ufficiale di nobiltà.

Nello stesso 1567 Montelupi sposo Urszula di Wojciech Baza, di una delle famiglie più illustri di Cracovia, e chiamò presso di sé il nipote Valerio (1548-1613), figlio di una sorella e di Matteo di Iacopo Tamburini. Valerio, che si dimostrò presto abile al pari dello zio, era destinato a ereditare la sua enorme fortuna, essendo rimasto il matrimonio di questo infecondo. Nel 1568 Montelupi acquistò il palazzo sulla piazza del Mercato di Cracovia, che negli anni ampliò, facendone non solo la sua residenza privata, ma anche la sede centrale delle sue attività commerciali e finanziarie.

Il nome di Montelupi è legato in modo particolare alla lunga gestione in Polonia del servizio postale regio, istituito da Sigismondo I alla morte di Bona Sforza per poter seguire gli affari e il contenzioso legati all’eredità materna. Il servizio fu affidato inizialmente al piemontese Prospero Provana (1558), poi al gestore della posta imperiale in Tirolo, Cristoforo de Taxis (1562), quindi a Pietro Maffon (1564) di Brescia. Montelupi ricevette l’incarico nel 1568 insieme con il nipote Valerio. Il servizio, accessibile a pagamento anche ai sudditi, prevedeva due tratte: una verso Vilnius e una verso Vienna e Venezia. A Montelupi spettava un rimborso spese e un compenso annuo con l’obbligo di provvedere all’organizzazione delle stazioni di posta e di coprire il percorso tra Cracovia e Venezia e viceversa in dieci giorni; per Vilnius erano previste tre settimane. Nel 1574 Anna Jagellone riattivò il servizio, interrotto alla morte di Sigismondo II, ma per uso privato e solo verso Venezia, per seguire la spinosa questione dell’eredità. L’incarico fu affidato ancora a Montelupi, e nel 1583, nonostante la scarsa efficienza imputatagli, Stefano Bathory lo riconfermò per cinque anni, con compenso ridotto e l’obbligo di due consegne mensili; alla scadenza il contratto fu rinnovato e alla morte di Montelupi passò al nipote.

Montelupi ebbe rapporti con tutti gli italiani che si fermarono a Cracovia, anche con coloro che giungevano in Polonia esuli religionis causa, ma la frequentazione con alcuni di loro, come Francesco Pucci, Agostino Doni e Pietro Franco, non sembra abbia incrinato la sua adesione alla Chiesa di Roma, benché nel 1579 il nunzio Giovanni Andrea Caligari si premurasse di segnalare la sua partecipazione alla celebrazione della comunione sub utraque specie (J.A. Caligari nuntii apostolici in Polonia epistolae et acta 1578-1581). Sono invece documentati i suoi stretti rapporti con i gesuiti, le donazioni in denaro e arredi sacri per la loro chiesa e la partecipazione con una quota generosa alla Arciconfraternita della misericordia e del Monte di pietà per l’assistenza ai bisognosi promossa dall’Ordine. Tramite Pucci contattò anche John Dee, chiedendogli un oroscopo per la moglie, supponendo che ≪illam magicis nequitiis fascinatam esse, ne prole gaudeat≫ (Mazzei, 2006, p. 210). Negli anni Ottanta frequentò intensamente Annibale Rosselli, trasferitosi a Cracovia nel convento di S. Bernardino, e finanziò il terzo dei dieci volumi del suo commento al Poimandres di Ermete Trismegisto (Cracovia 1586), dedicato a Francesco I di Toscana, premurandosi di inviarlo subito al granduca. I rapporti con Francesco I, del resto, non erano occasionali perché, come molti altri residenti all’estero, Montelupi si preoccupava di informarlo degli avvenimenti internazionali più significativi. I fatti di Polonia, e più in generale dell’Est d’Europa, interessavano molto la corte medicea: nel 1573 e nel 1587 Francesco I, marito di Giovanna d’Asburgo e quindi cognato di Sigismondo II Augusto, fu tra i candidati al trono polacco. Gran parte della corrispondenza di Montelupi, diretta al segretario Belisario Vinta, riguardava però i suoi numerosi affari (acquisti immobiliari, contestazioni fiscali, denunce di collaboratori frodati, commercio del grano, importazioni di piombo, pelli, cavalli) e la richiesta di privilegi per sé e il nipote.

Montelupi morì a Cracovia il 18 agosto 1600, senza essere mai tornato in patria, e fu sepolto nella chiesa di S. Maria Vergine, nella piazza del Mercato.

Sul piede del calice d’argento, che aveva donato alla chiesa pochi anni prima, spiccano le sue iniziali: S. W. D. M., dove il cognome Montelupi è ormai polonizzato in Wilczogorski. La sua tomba monumentale, a tre piani, opera del fiorentino Santi Gucci e bottega, conserva anche le spoglie del fratello Carlo, della moglie Urszula, del nipote ed erede Valerio con la moglie, Anna Morecki.

Fonti e Bibl.: J.A. Caligari nuntii apostolici in Polonia epistolae et acta 1578-1581, a cura di L. Boratynski, inMonumenta Poloniae Vaticana, IV, Cracovia 1915, p. 130; S. Ciampi, Bibliografia critica delle antiche reciproche corrispondenze politiche, ecclesiastiche, scientifiche, letterarie, artistiche dell’Italia colla Russia, colla Polonia ed altre parti settentrionali, II, Firenze 1834, pp. 171 s.; Il libro commemorativo dell’Arciconfraternita della Misericordia e del Monte di Pietà, Cracovia 1884, p. 205; M.L. Fournier, Les florentins en Pologne, Lyon 1893, pp. 232-234; F. Foucault de Daugnon, Gli italiani in Polonia dal IX secolo al XVIII, I, Crema 1905, pp. 198-204; J. Ptasnik, Z dziejòw kultury włoskiego Krakowa [Storia della cultura italiana a Cracovia], in Rocznik Krakowski [Annali di Cracovia], IX, Cracovia 1907, pp. 47, 48; Id., Gli italiani a Cracovia dal XVI sec. al XVIII, Roma 1909, p. 10; A. Sniezko, Drzewo genealogiczne Montelupich (Albero genealogico dei Montelupi), in Łączność [Contatto], IX (1958), p. 6; D. Caccamo, Eretici italiani in Moravia, Polonia, Transilvania (1550- 1611), Firenze-Chigaco 1970, pp. 70-73; R. Mazzei, Traffici e uomini d’affari italiani in Polonia nel ‘600, Milano, 1983, ad ind.; D. Quirini Poplawska, La corrispondenza di Sebastiano e Valerio Montelupi (1576-1609), Wrocław- Warszawa-Krakow-Gdańsk-Łodsk, 1986; Id., S. M., toscano, mercante e maestro della Posta reale di Cracovia, Modena 1989; R.Mazzei, La trama nascosta. Storie di mercanti, e altro (secc. XVIXVII), Viterbo 2006, pp. 167, 202-212.

Laura Ronchi De Michelis

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