FILANGIERI, Serafino (al secolo Riccardo)

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 47 (1997)

di Elvira Chiosi

FILANGIERI, Serafino (al secolo Riccardo). - Nacque a Lapio (od. provincia di Avellino) il 24 apr. 1713, da Giovanni, principe di Arianiello del sedile di Nilo, e da Anna De Ponte, dama del sedile di Porto, figlia unica del duca di Flumeri. Terzogenito di una delle più antiche famiglie del Regno di Napoli, la cui fama, tuttavia, non era sostenuta da pari ricchezze, fu avviato alla vita ecclesiastica tra i benedettini del convento napoletano dei Ss. Severino e Sossio (S. Severino Maggiore), ove professò i voti monastici nell'aprile 1729 e fu ordinato prete il 31 marzo 1736; fu quindi decano nel 1743 e priore nel 1751. Frattanto aveva iniziato la carriera accademica, dopo essere stato nel 1732 nel collegio di S. Anselmo a Roma, maturando ampi interessi intellettuali, dalla filosofia alla matematica, dalla fisica alla teologia. Le sue doti d'ingegno e i suoi costumi furono presto apprezzati nei circoli letterari e scientifici napoletani.

Proprio il convento di S. Severino, dopo palazzo Gravina, ospitò in quel periodo l'Accademia delle scienze di C. Galiani, che accoglieva e stimolava le migliori energie del paese aprendole al newtonianesimo e, all'empirismo lockiano. Quando nel 1752 G. Orlandi, docente di fisica sperimentale nello Studio napoletano, fu eletto vescovo, il Galiani, che in qualità di cappellano maggiore perseguiva un'efficace politica di rinnovamento degli studi superiori, chiamò il F. a sostituirlo, affidandogli anche la revisione di opere di carattere scientifico.

Ricevuta il 25 marzo 1758 la nomina regia a vescovo di Acerenza e Matera, il 26 novembre, nello stesso giorno della consacrazione avvenuta a Roma, il F. pubblicò la prima pastorale, una sorta di breve, rigoroso manifesto di intenti, cui sostanzialmente sarebbe sempre rimasto fedele. In quella diocesi ben nota per l'asprezza del territorio il F. avviò nella primavera del 1759 la visita pastorale, che effettuò personalmente tranne che per le chiese campestri.

La presenza del F. ad Acerenza e Matera è documentata sino alla primavera 1760. Dopo di allora le visite furono condotte dal vicario, mentre egli era a Napoli, chiamato a far parte della giunta per la causa di M. P. Cusano, arcivescovo di Palermo. Poiché la vertenza, relativa ai benefici di regia elezione, si prolungava senza alcun risultato, il F. rimase nella capitale oltre un anno. Offrì così al nunzio l'opportunità di inserirlo nella lista dei numerosi vescovi che disattendevano l'obbligo della residenza. Ma per lui già si profilava la possibilità di un immediato trasferimento dopo che il Cusano, invitato a rientrare in Sicilia, preferì rinunziare all'incarico. La scelta per la successione cadde sul F. (23 ag. 1763).

La designazione rispondeva alle palesi esigenze dei baroni siciliani tesi al controllo sull'episcopato isolano. B. Tanucci era invece restio a favorire un prelato di casa magnatizia, in coerenza col suo disegno di allentare lo stretto legame tra Chiesa e baronaggio (F. Renda, Dalle riforme al periodo costituzionale, in Storia di Napoli, VI, Napoli 1978, p. 225). Ciò non impediva al ministro toscano di riconoscere la sana dottrina e la probità del colto Filangieri. Col tempo ne avrebbe sperimentato la preziosa collaborazione. Il F., infatti, mostrò di sostenere la linea genovesiana del giurisdizionalismo tanucciano, volta a impedire la crescita delle Corporazioni religiose, a sottrarre beni ecclesiastici di regio patronato al controllo delle famiglie nobili e a incamerare rendite e fondi della Chiesa.All'arrivo a Palermo il F. dovette affrontare la grave emergenza della carestia. Già a Matera nel 1759 aveva fatto una prima esperienza di questo flagello e delle sue terribili conseguenze. Ora il problema si presentava in tutt'altre dimensioni. Di fronte alla grave situazione di emergenza, il F. non si limitò a richiedere, con l'editto del 5 nov. 1763, preghiere contro questo male che appariva sempre meno un castigo divino e sempre più conseguenza di sfrenate cupidigie e di gestioni non oculate: alle personali elemosine aggiunse quelle che riuscì a raccogliere, girando tra monasteri e case patrizie, per impegnare il clero nella carità e animare una generosa competizione tra i nobili. In quella congiuntura l'arcivescovo poté intraprendere la visita pastorale solo nell'aprile del 1766.

Per riformare una diocesi come Palermo i rimedi erano quelli già sperimentati a Matera, ma con una maggiore comprensione del carattere e delle esigenze proprie del popolo siciliano e con il ricorso ad inediti espedienti. Vano lo sforzo di aggredire direttamente i pregiudizi popolari, sarebbe stato necessario avviare un graduale cambiamento di mentalità, agendo prima di tutto sugli ecclesiastici. Ignoranza, negligenza, pigrizia nel partecipare agli uffici sacri, mancanza di decoro appaiono le colpe più gravi. A chi senza giustificazione si sottraeva a uno dei propri compiti il F. comminava una sanzione d'ordine pecuniario, consistente nella multa di un carlino per ogni assenza. Il ricorso a questa iniziativa insolita non sembra casuale: è possibile ipotizzare che derivasse da una visione ispirata ad una cultura che dibatteva i meccanismi dell'agire umano, la natura dell'uomo e il suo essere mosso dall'interesse. La frequentazione di autori come P. Bayle, J. Locke, B. de Mandeville, J.-F. Melon e del loro universo retto da leggi economiche nel F. non si risolve col totale rifiuto del modello di società da essi proposto, ma suggerisce di riportare anche quelle acquisizioni ad Dei gloriam. L'utile, che si andava imponendo sempre più come il vero motore della storia, poteva divenire strumento per indurre gli uomini all'adempimento dei propri doveri.

La lotta del F. all'ignoranza e alla superstizione si radicava in una cultura antiscolastica ispirata alla tradizione dei maurini e dei moralisti francesi, ma anche al razionalismo inglese così come a L. A. Muratori e al regalismo tanucciano. Egli si trovava in sintonia con gli orientamenti dei suoi confratelli benedettini che godevano di prestigio nell'isola e si erano posti alla guida della lotta antigesuitica. In molte diocesi rette da vescovi benedettini o domenicani filogiansenisti si era cominciato ad erodere il potere dei gesuiti già prima che maturasse il disegno regio della loro espulsione, eseguito in Sicilia tra la fine di novembre e i primi di dicembre 1767. In questa delicata circostanza il Tanucci poté contare oltre che sul F. anche su F. Testa, arcivescovo di Monreale, su D. Targiani e soprattutto sul consultore della giunta di Sicilia D. Pensabene. Appena possibile, il Tanucci approfittò dell'assenza del vicerè: G. Fogliani Sforza d'Aragona per sostituire S. Airoldi e F. Villaroel con il F. e Testa nella giunta gesuitica appositamente creata e incaricò il Targiani del riordino dell'istruzione per dare spazio alle tendenze riformatrici di tipo rigorista e giansenistico.

La coalizione antigesuitica, in cui si distinguevano anche F. Cordova e i tre fratelli Di Blasi, tutti del monastero di S. Martino delle Scale, si consolidò collegandosi con le forze politiche e sociali destinate ad esercitare nell'isola una funzione innovatrice. Feconda risultò la collaborazione di Isidoro Bianchi, il camaldolese chiamato nel 1770 ad insegnare a Monreale. Il F. gli affidò la redazione del mensile Giornale ecclesiastico, traduzione con aggiunte del Journal di J.-A. Dinouart. Tra il 1772 e il 1773 Bianchi pubblicava con i suoi amici, sul modello delle Novelle letterarie di G. Lami, le Notizie dei letterati, un foglio settimanale, prima espressione organica di un moderato riformismo illuministico siciliano.

Quando, nel 1773, scoppiò la rivolta contro il viceré Fogliani il blocco nobiltà-maestranze si consolidò proprio nel palazzo diocesano. Qui, in una riunione con sedici patrizi e ministri tra i più autorevoli, si stabilirono i dettagli della cacciata senza ritorno del Fogliani e dell'assunzione da parte dello stesso F. della presidenza del Regno. Tutto si svolse secondo le previsioni. Temendo di essere ucciso, il Fogliani si era preparato ad una buona morte con il conforto dei sacramenti. A salvarlo accorse il F., che lo fece uscire da Palermo e condurre con una carrozza all'imbarco per Messina. Preoccupazione primaria del F. e dei suoi sostenitori fu di sedare gli animi, andando incontro alle necessità dei servitori rimasti senza lavoro, abbandonati dai signori scappati dalla città per rifugiarsi nelle loro terre. Molti furono pronti a collaborare. Alcuni luoghi pii si tassarono per far fronte all'emergenza, mentre le stesse maestranze garantivano l'ordine pubblico, guidate da un cavaliere che le risarciva del danno del mancato lavoro. Nonostante la confusione al vertice della cosa pubblica siciliana per le pretese di un viceré dimissionarlo ritiratosi a Messina e l'effettivo esercizio della carica di presidente da parte del F. a Palermo, il Targiani si mise alacremente all'opera e già il 15 nov. 1773 venivano pubblicati i bandi con le nuove norme per le concessioni erifiteutiche ai contadini.

Il F. governò la Sicilia fino all'arrivo del nuovo viceré M. Colonna (24 ott. 1774). In seguito gli toccò di gestire la delicata vicenda della secolarizzazione dei beni dell'arcidiocesi di Monreale, la più ricca dell'isola con i suoi 72 feudi, rimasta per due anni senza guida dopo la morte di F. Testa e unita a Palermo con breve pontificio del 7 luglio 1775.

Con la morte dell'arcivescovo A. Sersale si apriva il problema della successione alla guida della diocesi di Napoli. I meriti acquisiti dal F. nelle vicende siciliane fecero di lui il candidato ideale agli occhi di Carlo di Borbone, che non gli nascose il suo favore. La preferenza per il F. suscitò forti contrasti. Avversata dallo stesso papa, che giudicava il F. "troppo disinvolto, difetto insito nei Benedettini neri", la nomina si avviava a diventare uno degli episodi di un conflitto tra Stato e Chiesa destinato ad acuirsi nel tempo (Ricca, p. 342). Contrarie erano anche le famiglie aristocratiche in lotta fra loro, nonché i cardinali "gesuitici", non disposti a lasciare Napoli nelle mani di un vescovo decisamente contrario alla Compagnia. Alla fine, per agevolarne l'elezione, il governo napoletano dovette rinunciare a chiedere per il F. anche la porpora cardinalizia.

Il F., dopo aver ricevuto il breve pontificio di elezione, datato 29 genn. 1776, prese possesso della diocesi in un momento di grandi trasformazioni che culminarono nella giubilazione del Tanucci.

La corte, comunque, continuò a gratificare con generosità il F., chiamato a celebrare le ricorrenze lieti e tristi della famiglia reale o a promuovere preghiere per la salute dei principini sottoposti alla nuova pratica della inoculazione del vaiolo. Se il titolo di cavaliere e gran cancelliere dell'Ordine di S. Gennaro lo aveva raggiunto nel 1770 quando era ancora a Palermo, quello di gran priore del Real Ordine costantiniano gli era stato comunicato il 28 marzo 1777 con il conferimento delle due badie di S. Antonio di Napoli e di Sarno, ambedue dichiarate, unilateralmente, di regio patronato. Onorificenze e cariche di prestigio si accompagnavano tuttavia a continue pressioni esercitate dal governo. Il F. cercò di difendersene e quando non ci riuscì, come nei frequenti casi di richiesta di deroga dalle norme di ammissione al seminario, riconobbe esplicitamente che "per l'alto dominio può la Maestà del Re comandare e debbono e vogliano i suoi fedelissimi vassalli amministratori del seminario ubbidire" (Napoli, Arch. stor. diocesano, Arcivescovi, 47: 19 apr. 1779). Del resto proprio all'autorità del sovrano, quasi vescovo esterno, il F. si appellava per ottenere l'esecuzione di alcuni provvedimenti di disciplina ecclesiastica da parte del clero. Si pensi al severo e discusso editto sull'obbligo dell'uso dell'abito talare imposto a Napoli nel rispetto di un'antica tradizione locale.

Complessi risultano i rapporti del F. con la Curia romana ed improntati alla "disinvoltura" lamentata dal pontefice più che ad un regalismo meticoloso. Lo sperimentava continuamente il nunzio, costretto a riconoscere che la propria giurisdizione era "vulnerata da ogni parte e massimamente da questa curia arcivescovile" (Arch. segr. Vaticano, Napoli, 298, f. 134: 12 giugno 1779). Come in passato, il F. continuò a non inviare relationes ad limina. Non convocò alcun sinodo, espediente, quest'ultimo, cui facevano ricorso molti prelati per difendersi da ingerenze sia regie sia romane. Ma c'è di più. Quando il 9 marzo 1776 il F. pubblicò la sua prima lettera pastorale, nell'intestazione si dichiarò arcivescovo napoletano "miseratione divina", omettendo "et Apostolicae Sedis gratia". Sostenuto dall'approvazione regia e accolto con favore dagli ambienti sensibili al gallicanesimo e al giansenismo, il gesto tuttavia sembra un'immediata risposta al rifiuto della porpora più che una dichiarata adesione ad una particolare concezione dell'episcopato. In altre occasioni, infatti, il F. usò senza remore nei documenti ufficiali la tradizionale formula completa. Il tutto rispondeva ad una dialettica fra le due corti che, ora con rivendicazioni e minacce, ora con compromessi e concessioni, procedevano in una strategia complessiva di affermazione della propria giurisdizione senza arrivare a rotture desiderate solo dall'ala radicale dell'anticurialismo napoletano. Il governo pastorale del F. non poteva non risentirne. Lo conferma la vicenda della bolla della crociata contro i Turchi, "graziosa" concessione fatta per la prima volta a vantaggio del Regno di Napoli, su richiesta di Ferdinando IV di Borbone, con il breve di Pio VI Catholicae Ecclesiae (21 nov. 1777). In cambio di un modesto contributo volontario, stabilito in tre fasce diverse di reddito, con l'acquisto della bolla i fedeli ottenevano la mitigazione della disciplina penitenziale durante la quaresima ed alcuni benefici come la possibilità di scegliersi per due volte nella vita il confessore anche per i casi riservati. I proventi potevano utilizzarsi solo per potenziare la marina militare, mentre una percentuale, detta "tangente", veniva inviata a Roma per la Fabbrica di S. Pietro.

Di questo antico istituto curiale, che prevedeva la collaborazione fra Stato e Chiesa nella lotta contro la pirateria, il F. fu uno dei più attivi e convinti promotori. Era stato preferito all'arcivescovo di Capua come commissario generale della crociata in quanto aveva già ricoperto la stessa carica a Palermo. La Sicilia, infatti, a differenza di Napoli, godeva da tempo di questa concessione. Fu facile riproporne nella capitale lo stesso meccanismo. Più arduo risultò il compito di vincere le resistenze degli ambienti colti della città: nell'indifferenza generale al disappunto di alcuni di veder moltiplicare le indulgenze si accompagnava la dura opposizione di quanti condividevano il noto disprezzo di P. Giannone per l'impostura dell'"ingegnosa gabella" di Sicilia (P. Giannone, Opere postume, Napoli 1766, p. 323). Ma il F. seppe preparare un'accurata regia di propaganda per superare le "prevenzioni". Scrittori dalla penna facile, come P. D'Onofri, furono incaricati di spiegare ai lettori, in modo semplice e soprattutto poco noioso, la vera natura e i vantaggi materiali e spirituali di un'iniziativa da guardare con occhio "ragionevole e cristiano". Predicatori esperti, come i redentoristi guidati da Alfonso Maria de Liguori, s'impegnarono a far capire a tutti che la bolla non era un "tributo per il trono", ma una "volontaria prestazione", una "piccola elemosina con cui si compra la sicurezza" (Istruzione 1778). La proclamazione avvenne nella cattedrale il 15 febbr. 1778, prima della quaresima, con una processione solenne e con grande partecipazione popolare.

L'importante per il F. era far comprendere ai fedeli "lo spirito della legge" che regola la disciplina penitenziale. Anche in una lettera pastorale egli finiva per riconoscere che l'uomo si muove più facilmente se spinto da interesse privato (Lettere pastorali scelte…, Firenze 1782, pp. 1-7). Perché non assecondare questa tendenza e volgerla al meglio, accordando l'utile individuale, materiale e spirituale, con il bene comune? Ad esempio il F. chiese a Roma, con esito positivo, di inserire nella bolla anche la dispensa per l'uso dello "strutto" durante la quaresima: si ampliavano così le possibilità di vendita dell'indulgenza e, insieme, si andava incontro alle necessità dei più poveri, che avrebbero trovato pure un immediato vantaggio economico.

La categoria dell'utile applicata alla religione diventa centrale nell'esperienza napoletana del F., quando i temi già affrontati negli anni trascorsi in Sicilia trovano espressione più matura ed articolata. Questi emergono in tutta chiarezza dai testi delle numerose lettere pastorali. Insistendo non sull'armonia, ma sulla perfetta identità degli interessi religiosi con quelli politici, negata dai "piccoli spiriti", il F. delineava il piano di una "riforma generale dei costumi" per il conseguimento della felicità non solo nella vita futura, ma anche in quella presente: "Le regole del Vangelo, che guidano questa riforma sono le regole della giustizia, le quali siccome formano i Figliuoli della Chiesa, così perfezionano i membri della società: il vero Cristiano egli è ancora l'ottimo Cittadino" (Istruzione pastorale 1776). Gli strumenti, a prima vista, sono sempre quelli collaudati nel tempo: "scientia et pietas". Eppure la distanza del F. dai suoi predecessori è abissale per il suo impegno nel proporre la virtù senza dover sacrificare la natura umana. Chi, infatti, come lui è abituato ad indagare quest'ultima per analogia con il funzionamento del mondo fisico, in un'adesione convinta alla fisica newtoniana, non può continuare a suggerire un ideale eroico, ma cerca di agire sull'uomo qual è. Pertanto la sua "riforma generale" è ispirata ad un rigorismo pragmatico in un intreccio di istanze illuministiche e di aspirazioni al rinnovamento della vita religiosa. Sul momento repressivo prevale l'intenzione edificante, mirata all'istruzione e al ministero della parola. Se il vescovo è il primo educatore, non solo a lui e al suo clero spetta questo compito: "uomini distinti per pietà e dottrina ... non isdegnano di limitare i loro talenti nell'istruzione de' Fanciulli" (Lettere pastorali scelte…, pp. 9-12). L'impresa educativa, così concepita, necessariamente deve procedere in accordo tra le forze sociali preposte alla guida del paese e si rivela un aspetto non irrilevante della grande battaglia illuministica per l'istruzione.

La prima pietra dell'edificio spirituale si conferma ancora un'adeguata formazione culturale del clero, attraverso "una scienza esatta delle verità religiose" (ibid.). Si gettano così le basi per divulgare un'apologetica rinnovata dalla familiarità con la cultura scientifica. In questa impresa preziosa risultò la collaborazione di uomini che circa un ventennio prima avevano affiancato il cardinale G. Spinelli o che si erano formati nel clima di rinnovamento da lui favorito. Basterà ricordare G. Simioli, confermato anche dal F. rettore del seminario. All'impegno per lo svecchiamento dei programmi d'istruzione del clero il F. volle aggiungere quello nel campo editoriale. Dispose che circolasse soprattutto la letteratura contro i libertini e gli atei promossa in Francia dall'episcopato e dai Parlamenti e spronò i maestri del seminario a tradurre i migliori testi ad uso delle scuole. Su richiesta del cardinale F. Carafa cercò di garantire la correttezza della ristampa napoletana dell'opera di A. Valsecchi, il campione dell'apologetica cattolica di quegli anni, per non alterarne l'efficacia. Secondo le testimonianze di G. M. Galanti, condivise la simpatia degli ambienti colti napoletani per il Machiavelli e favorì il progetto di pubblicarne "le opere confutate", senza tuttavia "dare un permesso scritto. Egli avrebbe desiderato che l'edizione si fusse fatta sotto una data straniera, ma gli si rispose che veniva vietato dalle nostre prammatiche" (Illuministi italiani, V, p. 995). A dirigere l'impresa, in seguito bloccata, era il canonico G. Rossi, nominato dal F. segretario deputato per la dottrina cristiana per la revisione dei libri e distributore delle prediche dell'avvento e della quaresima.

La definizione di queste strategie avveniva non solo nelle stanze dell'arcivescovado, ma soprattutto in quei sodalizi accademici di cui il F. anche in Sicilia si era mostrato convinto sostenitore. Egli non si limitò a riaprire nel 1780 l'antica Accademia di scienze ecclesiastiche fondata al tempo di Spinelli, e a riportarla nella sede dell'Oratorio, ma era solito animare con la sua presenza altre istituzioni culturali, come l'Accademia teologica di S. Michele. Proprio nella Orazione inaugurale... (Napoli 1782), qui recitata da B. Della Torre, suo fedele collaboratore, è possibile ritrovare il programma di rinnovamento culturale del F. (pp. 17 ss.). Nella guerra ininterrotta, scoppiata con lo scisma protestante e poi portata da ogni parte alla religione, le "armi rugginose", utilizzate contro "vecchie eresie" o "errori già dileguati", appaiono impari. Bisogna rinnovare metodi e contenuti. Il campo di battaglia è "fuori dal recinto della religione e della Chiesa". L'apologeta illuminato, senza lasciarsi intimidire dagli increduli, che ricorrono alla fisica, alla politica e alla morale per abbattere la religione, deve imparare ad utilizzare proprio queste discipline in difesa della causa di Dio: la ricerca scientifica permetterà di rilevare nell'armonia e nelle leggi dell'universo l'impronta di una mente creatrice; lo studio della storia smentirà che la vera religione abbia favorito il dispotismo dei sovrani; la conoscenza della morale mostrerà che il cristianesimo non mortifica l'uomo, ma ne potenzia le capacità. È questa la nuova frontiera del cattolicesimo illuminato per tentare di arginare gli aspetti eversivi del pensiero moderno.

La teologia naturale newtoniana, che A. Genovesi aveva posto alla base della nuova apologetica, diveniva così la chiave di volta del piano di riforma generale del F. e dei suoi collaboratori. La pericolosità della teologia naturale empirista e del suo modello apologetico sembrava ora definitivamente superata per chi vi riconosceva l'ultimo baluardo contro il dilagare dell'ateismo. Eppure, come si affannavano a ribadire i controversisti romani, rinnovare dall'interno la tradizione cattolica all'insegna del newtonianesimo, se consentiva di dare risposte più adeguate alle esigenze di una società civile in profonda trasformazione, conduceva ad un'idea del Dio della rivelazione sempre più contigua al Dio della natura. Quanto questo terreno potesse risultare uno dei più fertili nell'accogliere il disegno massonico di edificare una società ben regolata è testimoniato dall'affiliazione di un numero sempre maggiore di ecclesiastici proprio in quegli anni in cui la fratellanza conosceva straordinaria diffusione. Lo stesso F., della cui appartenenza alla setta non esistono prove, attraverso molti dei suoi amici e degli stessi collaboratori aveva seguito i dibattiti della cultura massonica, condividendone in parte finalità, metodo e linguaggio, sempre riconoscendo al cristianesimo la funzione di base indispensabile per la costruzione di una civiltà. Non a caso il nipote Gaetano avrebbe tradotto nella proposta di una nuova religione latomistica temi e problemi appresi proprio alla scuola dello zio.

Il F. morì a Napoli il 14 sett. 1782.

Fonti e Bibl.: Napoli, Arch. del Museo Filangieri, b. 27, inc. 53: Documenti relativi a mons. F.; Arch. di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, 1807, f. 7; Ibid., Scrivania di razione, vol. 32; Ibid., Segreteria della Real Camera di S. Chiara, Registri di imprimatur, misc. XLI bis, vol. I; Ibid., Ministero dell'Ecclesiastico, Espedienti 1752, fascio 695. Per l'attività pastorale vedi: Acerenza, Arch. diocesano, Visite pastorali, S. Filangeri; Matera, Arch. diocesano, Visite pastorali, 1759-1761; Palermo, Arch. diocesano (in fase di riordino), Sacra Visita di mons. F. 1766, VII.C.8; Ibid., Real Segreteria di Stato, VIII.B (lettere del Fogliani e del F.); Ibid., Ordinazioni, 5 (1761-1766), 5 bis (1776), 6 (1763-1764); Napoli, Arch. stor. diocesano, Visite pastorali, vol. 99 (1780); Lettere pastorali e notificazioni (sono conservate solo quattro lettere); Ibid., Bolla della crociata; Ibid., Diari dei cerimonieri, XIX, ff. 119-154 (il diario relativo al F. va dall'8 gennaio all'8 giugno 1776); Ibid., Arcivescovi, S. F. (spec. fase. 1: Lettere di complimenti); Ibid., fasc. 38/1: Arredi sacri dell'arciv. F. pretesi dopo la sua morte dalla Chiesa cattedrale; Ibid., fasc. 3816 e 47/2: Commendatizie fatte dal governo; Ibid., fase. 47/3: Lettere a Carlo di Borbone sul miracolo di S. Gennaro; Arch. segreto Vaticano, Vescovi, 280, ff. 218, 3 26; 284, ff. 185-188; 289, ff. 323-325; 290, f. 194; 305, ff. 226, 305, 307; 308, ff. 36, 113; 309, ff. 261, 275; Nunziatura di Napoli, 294, ff. 46v, 60 s., 141 s., 276; 296, f. 161; 298, ff. 18 s., 119, 134; 298A, ff. 87, 167- 170; 299A, ff. 12-13v, 306, 321; 301, f. 224. Si veda anche Pompa funebre celebrata nella chiesa della cattedrale ... in occasione della morte ... d. S. F., Napoli 1782. Molti riferimenti al F. sono in Lettere di B. Tanucci a Carlo III di Borbone (1759-1776), a cura di R. Mincuzzi, Roma 1969, ad Indicem; B. Tanucci, Epistolario, XI (1762-1763), a cura di S. Lollini, Roma 1990, ad Indicem; E. Ricca, Discorso genealogico della famiglia Filangieri…, Napoli 1863, pp. 327-349; F. S. Romano, Riformatori siciliani del Settecento (1770-1774), in Società, III (1947), pp. 330, 335, 338, 341, 347 n.; Illuministi italiani, V, Riformatori napoletani, a cura di F. Venturi, Milano-Napoli 1962, ad Indicem; F. Venturi, Il giovane F. in Sicilia, in Arch. stor. della Sicilia orientale, LXIV (1968), pp. 19-24; A. Caserta, La bolla della crociata nel Regno di Napoli, Napoli 1971, pp. 26, 30-33, 79-88, 94-96; R. De Maio, Società e vita religiosa a Napoli nell'età moderna, Napoli 1971, ad Indicem; F. Renda, B. Tanucci e i beni dei gesuiti in Sicilia, Roma 1974, pp. 183, 193, 215, 219, 301; D. Ambrasi, Riformatori e ribelli a Napoli nella seconda metà del Settecento…, Napoli 1979, ad Indicem; V. Ferrone, Scienza natura religione. Mondo newtoniano e cultura italiana nel primo Settecento, Napoli 1982; Ilseminario di Napoli..., in Campania sacra, XV-XVII (1984-86), pp. 53 n., 54, 55 n., 59, 61, 63 s., 67, 83, 293; G. Giarrizzo, La Sicilia dal '500 all'Unità, in Storia d'Italia (UTET), XVI, Torino 1989, pp. 470-515; P. Collura, Il giansenismo e i cassinesi in Sicilia, in Settecento monastico italiano, a cura di G. Farredi - G. Spinelli, Cesena 1990, pp. 505 s.; R. Ritzler-P. Sefrin, Hierarchia catholica..., VI, Patavii 1958, pp. 64, 304, 327.

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