Sierra Leone

Sierra Leone

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Sierra Leone Stato dell’Africa occidentale guineana; il tratto di confine terrestre, a forma di semicerchio, che l’avvolge da NO a NE lo divide dalla Guinea, mentre il segmento sud-orientale lo separa dalla Liberia; a O si affaccia sull’Oceano Atlantico.

1. Caratteristiche fisiche

Il territorio è costituito da un’area montana interna che raggiunge l’altitudine massima nei Monti Loma (1948 m) e che si salda alla pianura costiera con una fascia collinare solcata da numerose e ampie vallate. L’area pianeggiante si slarga per 100-150 km ed è caratterizzata da terreni argillosi e laterizzati. Lungo la costa, segnata dalle incisioni degli estuari e orlata da numerose isole, si estendono ampie lagune.

Le difficili condizioni del clima tropicale, caratterizzato da temperature e precipitazioni molto elevate (le temperature massime raggiungono spesso i 35 °C, mentre quelle medie mensili non scendono al di sotto dei 25 °C; le precipitazioni oscillano dai 4000 mm annui della fascia costiera ai 1900-2500 mm annui di quella interna) hanno ritardato la colonizzazione del paese, che veniva definito ‘la tomba dell’uomo bianco’.

L’idrografia è contraddistinta da brevi fiumi, il cui corso è accompagnato spesso da foreste a galleria, con andamento da NE a SO. Tra i fiumi più importanti si ricordano quelli che confluiscono nella sezione settentrionale della costa, in prossimità di Freetown, i soli a consentire, nella parte terminale del percorso, l’accesso delle navi oceaniche. Il Great Scarcies, che nasce nel territorio della Guinea e segna per un tratto il confine tra i due Stati, sfocia poco a N del grande estuario di Freetown, formato dal Rokel, unico fiume del paese a essere interamente sfruttato per la navigazione interna. Di minore importanza, nonostante la sua lunghezza (272 km), è il Little Scarcies. I fiumi della sezione meridionale della costa (Kittam, Sewa, Moa, Mano), per l’elevata quantità di detriti fluviali depositati in prossimità delle foci, impediscono ogni forma di penetrazione.

2. Popolazione

La situazione demografica e socio-economica del paese è stata seriamente compromessa dalla guerra civile (1991-2001), che ha provocato migliaia di morti e profughi interni. Il tasso di accrescimento annuo è stato stimato nel 2009 intorno al 2,1%; la speranza di vita media è pari a 55 anni; la mortalità infantile, ancora assai elevata, si attesta intorno all’81,8‰. La densità è particolarmente alta nell’area costiera di Freetown e nella pianura meridionale interna. Molto articolata è la composizione etnica della popolazione; oltre alla minoranza degli ex schiavi, fondatori della colonia, i cosiddetti Creoli, occupati nelle principali attività amministrative e insediati prevalentemente nella capitale, vi sono numerosi altri gruppi. Il gruppo dei Mandingo (26%) si caratterizza per l’insediamento nelle aree meridionali e per una spiccata vocazione alle attività dell’agricoltura e della pesca; l’area settentrionale è abitata invece da Temne (24,6%), Limba (7,1%), Kuranko (5,5%) e Peul, questi ultimi prevalentemente dediti all’allevamento. Nonostante i miglioramenti dei livelli di scolarità registrati negli anni 1970 e 1980, il tasso di analfabetismo permane ancora molto elevato (oltre il 70%). La popolazione urbana (38% nel 2008) si concentra per circa 1/3 nella capitale, principale fulcro delle attività industriali e commerciali del paese. Più contenuto è l’insediamento nelle altre città (Bo, Kenema, Koidu, Makeni).

Oltre all’inglese, lingua ufficiale, vengono usati anche idiomi sudanesi e il krio (dai Creoli). La religione musulmana interessa il 60% della popolazione; molto diffusa è la tradizionale religione animista (30%); seguono protestanti e cattolici.

3. Condizioni economiche

Gli anni di lotta armata guidata dal Revolutionary united front, culminata nel colpo di Stato militare del 1997, hanno precipitato nel caos un paese che già da lungo tempo apparteneva al gruppo dei cinque Stati più poveri dell’Africa. Stime della Banca Mondiale attribuivano alla S. un reddito pro capite di 130 dollari nel 1999, un dato che attestava come praticamente tutta la popolazione vivesse al di sotto della soglia di povertà. Con la pacificazione avvenuta nel 2001, la S. si è impegnata nel tentativo di uscire dalla paralisi economica, avviando la liberalizzazione del commercio, lo sviluppo del settore privato e la lotta alla corruzione. La disoccupazione tuttavia permane altissima (70% nel 2005) e la popolazione sopravvive soprattutto grazie agli aiuti delle chiese e degli enti assistenziali che forniscono alimenti di emergenza e medicine. La ripresa dell’attività agricola e manifatturiera stenta ancora a decollare e la crescita del PIL negli anni 2002-09 è dovuta principalmente ai lavori di ricostruzione, soprattutto nel settore dei trasporti e dei servizi, realizzati grazie ai finanziamenti stranieri.

Il settore primario, che occupa circa il 60% della popolazione attiva e contribuisce per il 49% al PIL (2005), è rappresentato prevalentemente dall’agricoltura di sussistenza, che tuttavia non riesce a garantire l’autosufficienza alimentare. La principale produzione agricola è quella del riso, coltivato nella fascia costiera bonificata e, con la pratica dei terrazzamenti, a N di Marampa; tra le altre colture alimentari vanno ricordati manioca, miglio, sorgo, mais, batate, agrumi, arachidi, pomodori. Le produzioni rivolte all’esportazione sono caffè, cacao e noci di palma. L’attività peschereccia prevale nella fascia costiera settentrionale e fornisce molluschi e crostacei destinati all’esportazione. Per quanto attiene al patrimonio boschivo, dalla foresta pluviale originaria dell’area sud-orientale del paese, che copre il 29% del territorio nazionale, si estraggono oltre 5 milioni di m3 di legname all’anno (2007).

La lotta per il controllo delle miniere di diamanti, ricchezza che ha richiamato storicamente l’attenzione europea sul paese e ha favorito dagli anni 1960 le esportazioni, è stato uno dei punti nodali del conflitto armato e tuttora, accanto alla produzione ufficiale certificata dallo Stato, permane un’attività clandestina difficile da stroncare. La produzione dei diamanti (360.000 carati nel 2007) è gestita da compagnie straniere e concentrata soprattutto nei centri di Kono, Kenema, Bo e Tongo. Sempre maggiore importanza sta acquistando la produzione di minerali di rutilo (miniere di Shenge e Gbangbana), dai quali si ottiene biossido di titanio. Modesta è l’estrazione di ferro dai giacimenti di Lunsar e di Koinadugu-Farangbaya. Tra le altre risorse del sottosuolo vanno menzionati il platino, la cromite e la bauxite. L’industria manifatturiera è orientata soprattutto alla lavorazione dei prodotti agricoli (oleifici e mulini) e forestali. Nelle vicinanze della capitale, a Kissy, opera un centro per la raffinazione del petrolio. Inoltre, proprio nella città di Freetown, oltre agli impianti per la lavorazione dei diamanti, sono presenti cementifici e industrie chimiche. Il settore secondario contribuisce al PIL per il 31%, quota in gran parte dovuta all’industria estrattiva. La bilancia commerciale è strutturalmente passiva; le esportazioni sono rappresentate in larghissima parte dai diamanti, cui seguono il rutilo, il cacao e il caffè. Il paese importa soprattutto beni alimentari, macchinari, carburanti e prodotti chimici. Principali partner commerciali sono Cina, Stati Uniti, Belgio e India.

La rete stradale (11.300 km nel 2002) è asfaltata per meno del 10%, mentre quella ferroviaria si compone di un solo tronco che collega la capitale ai principali centri diamantiferi. La navigazione fluviale e costiera, che può utilizzare circa 800 km di vie d’acqua, è ostacolata dai caratteri naturali del reticolo idrografico. Freetown è il principale porto e aeroporto del paese.

storia

Raggiunta da navigatori portoghesi nel 15° sec., ma probabilmente già visitata da Normanni e Genovesi, la regione fu un’importante base per il commercio di schiavi e di oro. Nel 1787 fu scelta dal filantropo inglese Granville Sharpe come luogo di insediamento di schiavi liberati, che formarono una piccola élite in posizione preminente rispetto agli abitanti originari. Nel 1792 si insediò il primo governatore britannico e fu fondata Freetown, che con il suo immediato retroterra godette dal 1808 dello status di «colonia della corona»; il territorio dell’interno fu invece organizzato in protettorato dal 1896.

L’indipendenza nell’ambito del Commonwealth fu proclamata nel 1961. Forza politica egemone dagli anni 1950, il Sierra Leone People’s Party (SLPP, espressione soprattutto della minoranza allogena) governò sino al 1967 quando alcuni militari si impadronirono del potere; l’anno seguente un nuovo colpo di Stato militare pose a capo del governo il leader dell’All People’s Congress (APC), S. Stevens. Nel 1971 quest’ultimo dovette ricorrere all’intervento di truppe dalla vicina Guinea per sventare una nuova congiura militare; nello stesso anno fu varata una Costituzione repubblicana e Stevens assunse la carica di capo dello Stato. Le elezioni legislative del 1973 e del 1977 confermarono il predominio dell’APC, mentre Stevens fu rieletto senza rivali nel 1976 e nel 1978, anno in cui fu istituito un regime monopartitico. Nei primi anni 1980 il consenso per il regime calò sensibilmente; alle violenze che accompagnarono le elezioni del 1982 si aggiunse nel 1983 lo scoppio di gravi conflitti tribali nel distretto di Pujehun, con migliaia di persone costrette a rifugiarsi nella vicina Liberia. Designato da Stevens quale suo successore, nel 1985 il generale J. Momoh fu eletto alla presidenza della Repubblica; la sua amministrazione si rivelò incapace di porre un freno al deteriorarsi della situazione economica e alla diffusa corruzione del regime, mentre il paese subiva le conseguenze del suo coinvolgimento nel conflitto scoppiato in Liberia nel 1989.

Nel 1991, nonostante il varo di una Costituzione che reintroduceva il pluripartitismo, cominciò a manifestarsi nel paese l’opposizione armata del Revolutionary United Front (RUF), collegato con una delle forze protagoniste del conflitto in Liberia. Nel 1992 Momoh fu rovesciato da un colpo di Stato organizzato da alcuni giovani ufficiali, guidati dal capitano V.E.M. Strasser, a sua volta rovesciato nel 1996 da un nuovo colpo di stato militare che portò al potere J. Maada Bio. Quest’ultimo consentì lo svolgimento di elezioni generali multipartitiche, vinte dal SLPP, e nel marzo 1996 cedette i poteri al presidente eletto, A.T. Kabbah. Il ritorno a un’amministrazione civile consentì l’inizio di difficili colloqui di pace tra esponenti del nuovo governo e i ribelli del RUF. Gli accordi furono siglati ad Abidjan (Costa d’Avorio) nel novembre 1996, ma il processo di pace fu messo in pericolo dall’ennesimo colpo di Stato militare che nel 1997 portò al potere il maggiore J.P. Koroma, appoggiato dai ribelli. Isolato dalla comunità internazionale, il governo di Koroma subì la pressione economica e militare delle truppe, in prevalenza nigeriane, dell’ECOMOG (Economic Community Monitoring Group), l’organizzazione militare di monitoraggio dell’ECOWAS (Economic Community of West African States). Tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998 le forze dell’ECOMOG bombardarono più volte l’aeroporto, il porto e la città di Freetown, determinando il ritorno al potere di Kabbah e l’inasprimento della guerra civile. Il 7 luglio 1999 la firma degli accordi di pace a Lomé (Togo) tra Kabbah e il leader del RUF, F. Sankoh, sembrò stabilire una tregua; ma nel maggio 2000 la situazione precipitava drammaticamente dopo la cattura da parte dei ribelli di circa 500 caschi blu dell’United Nation Observer Mission in Sierra Leone (UNOMSIL, poi UNAMSIL). Contemporaneamente fu arrestato Sankoh. Nel paese si moltiplicavano, intanto, gli scontri e le distruzioni in un conflitto endemico che vedeva i ribelli lottare per mantenere il controllo delle miniere di diamanti del paese, con la complicità di diversi Stati africani, in primo luogo Burkina Faso e Liberia, e indirettamente anche dei grandi mercanti europei. Nel novembre 2000 fu firmato un nuovo cessate il fuoco, che non fu però rispettato. Dopo una dura offensiva contro i ribelli del RUF, un nuovo accordo di pace per la sospensione di tutte le ostilità fu siglato a Freetown nel maggio 2001. Le prime elezioni generali dopo oltre dieci anni di guerra civile, svoltesi in un clima pacifico e con un’alta percentuale di votanti, videro la vittoria di Kabbah e del suo partito. Mentre permaneva una situazione disastrosa sul piano economico e sociale, una Commissione per la verità e la riconciliazione istituita sul modello sudafricano si mise all’opera per chiudere definitivamente l’epoca della guerra civile.

Le forze di peacekeeping dell’ONU lasciarono definitivamente il paese nel 2005. Nel frattempo le condizioni di vita della popolazione registrarono un certo miglioramento, legato però soprattutto al flusso di aiuti umanitari più che a una reale crescita economica; alla fine del 2006 il governo ottenne una consistente riduzione del proprio debito internazionale. Nell’estate 2007 si votò per il rinnovo del Parlamento e l’elezione del presidente: a vincere fu l’APC, il cui leader E. Bai Koroma divenne presidente con un programma di lotta rigorosa alla corruzione. Il risultato è stato riconfermato alle consultazioni presidenziali, legislative e amministrative tenutesi nel novembre del 2012 con un'altissima affluenza alle urne (87,3%), alle quali Koroma è stato rieletto per un secondo mandato (58,7%), mentre l'APC ha ottenuto la maggioranza assoluta conquistando 67 seggi su 112 contro i 42 seggi andati allo schieramento avversario del SLPP, il quale ha denunciato brogli nel processo elettorale e contestato i risultati del voto.

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