di Michela Becchis
MARTINI, Simone. – Non si conoscono con certezza il luogo e l’anno di nascita del M., che comunque deve essere collocata entro il penultimo decennio del XIII secolo (Pierini, pp. 22 s.; Leone de Castris, 2003, p. 36). La vita e l’attività pittorica del M. sono di fatto ricostruibili solo attraverso il percorso tracciato dai documenti e dalle opere a partire dal 1315, anno del completamento della Maestà affrescata nella sala del Mappamondo del palazzo pubblico di Siena (Pierini, p. 246).
Per ricostruire gli avvii dell’attività del giovane M. fino alla Maestà bisogna affidarsi ad alcune opere che la critica ritiene, non sempre concordemente, precedenti. La formazione del pittore, anche accettando l’ipotesi di una sua nascita a San Gimignano, dovette svolgersi comunque a Siena, di certo nell’orbita della bottega di Duccio di Buoninsegna e in stretto contatto con le botteghe orafe presenti in città (Leone de Castris, 2003, pp. 24-34).
Continuando il tentativo di ricomporre il catalogo del M. fino alla Maestà di Siena, gli sono state attribuite recentemente una bella ma rovinata Maestà (Napoli, Museo di Capodimonte) da accostarsi alla Madonna senese n. 583, anche se di vigore plastico più netto (Leone de Castris, 2003, pp. 56 s.), e una guasta Madonna col Bambino (Berlino, Gemäldegalerie) ascrivibile al 1315 circa (Boskovits, 1990, p. 601).
A pochi mesi dalla solenne posa della Maestà di Duccio sull’altare maggiore del duomo di Siena, nel 1311, il Comune dovette decidere di affidare al M. l’esecuzione dell’affresco di soggetto analogo nel palazzo pubblico. I documenti relativi (Pierini, p. 246), uniti alle iscrizioni che corrono sotto la grande rappresentazione in cui si trovano anche la data e la firma del M., evidenziano l’esecuzione da parte di un pittore non certo alle sue prime prove, ma ancor più il prestigio della committenza.
La Maestà senese nell’infinita varietà stilistica e tecnica mostra anche un’altra importante componente dell’arte del M.: il confronto e la valutazione dell’arte di Giotto. Ciò obbliga a legare per prossimità cronologica quest’opera all’unico importante ciclo di affreschi compiuti dal M., e cioè alla cappella di S. Martino eseguita nella basilica inferiore di Assisi, la prima sul lato sinistro della navata. La decorazione fu attribuita al M., dopo gli errori di Vasari, da S. Ranghiasci (in Fea, p. 11) già dalla fine del Settecento; e da allora l’autografia non è più stata oggetto di dubbio. Diverso il problema della datazione che ha subito oscillazioni tra l’attività giovanile del M. (Cavalcaselle - Crowe, pp. 55 s.) e quella tarda, avanti la partenza per Avignone (Gosche, p. 44).
Al suo ruolo di pittore angioino va senz’altro collegata l’esecuzione della grande tavola con il S. Ludovico di Tolosa proveniente da S. Lorenzo Maggiore a Napoli (Napoli, Museo di Capodimonte), firmata dal M. ai lati degli stemmi della casata ed eseguita con ogni probabilità a ridosso della canonizzazione del secondogenito di Carlo II.
A questa fase dell’attività del M. vanno ricollegate anche due piccole tavole: la prima, una piccola pace con una Madonna con Bambino (collezione privata), la cui esecuzione sembra tuttavia più riconducibile all’attività di bottega (Chelazzi-Dini, 1985); la seconda, una Crocifissione (Firenze, Museo Horne), che può con maggiore certezza ricondursi alla mano stessa del M. in virtù di buoni riscontri con particolari della Maestà (Bellosi, 1977, pp. 17-20).
Nel decennio compreso fra il 1316 e il 1327 il M. dovette cominciare a creare una bottega numerosa, ben organizzata e di elevata qualità, e concentrare l’attività su un genere che proprio a Siena aveva trovato il centro di elaborazione a partire da Duccio: il polittico. Il M. ne dovette eseguire circa una decina, alcuni scomparsi, altri ricostruiti, non sempre con facilità e unanimità, dalla critica, altri ancora visibili nella loro quasi interezza. Il più antico sembra essere il pentittico eseguito per la chiesa di S. Agostino a San Gimignano che con buona probabilità doveva trovarsi al di sotto della tomba del beato Bartolo realizzata nel 1317 da Tino di Camaino (Kreytenberg, pp. 21-24). Il polittico doveva essere stato composto, secondo la ricostruzione più accettabile e confermata dagli esami derivati dal restauro (Gordon, p. 771), da pannelli laterali ora smembrati – un S. Michele Arcangelo, un S. Agostino, un S. Gimignano (Cambridge, Fitzwilliam Museum) e una S. Caterina (Firenze, collezione privata) – e dal pannello centrale con la Madonna col Bambino (Colonia, Wallraf-Richartz Museum). Oltre alla forma ancora severa della carpenteria, anche le figure degli angeli nelle cuspidi e i tratti somatici dei santi mostrano, nel loro sostanziale ricordo di Duccio, l’appartenenza dell’opera a una fase ancora molto prossima alla Maestà; tuttavia nella Madonna e ancor più nel Bambino, coperto da un disinvolto panneggio, si coglie senza difficoltà lo svolgimento più raffinato e sinuoso che le ricerche del M. avevano preso proprio negli anni finali del secondo decennio del secolo. Ricerche, che in un certo senso culminarono nel polittico firmato eseguito per l’importante convento domenicano di S. Caterina a Pisa (Pisa, Museo nazionale di S. Matteo), vera macchina da altare composta da sette pannelli ognuno dei quali reca, sopra la figura principale, altre due figure più piccole sormontate a loro volta da una cuspide, mentre nella predella si snoda una teoria di santi ai lati del centrale Cristo in Pietà.
Sempre al M. sono stati attribuiti i cartoni per i mosaici delle conche absidali del duomo di Pisa, Annunciazione e Assunzione della Vergine (Bellosi, 1992, pp. 15-23), realizzati durante un più che probabile soggiorno pisano, il quale dovette avere luogo tra il 1315 e il 1318. In questi anni il M. dovette però risiedere sostanzialmente a Siena, dov’è attestato come fideiussore del proprio «terzo» (Pierini, p. 246) e dove avviò una bottega con Lippo e Tederigo Memmi, figli di Memmo di Filippuccio, già attivi nella bottega paterna. La critica non è ancora riuscita a sciogliere in modo soddisfacente il nodo non solo relativo al rapporto di collaborazione fra i tre pittori, ma anche quello dell’eventuale confluenza di una bottega nell’altra, fatti che però dovettero di certo verificarsi (Polzer, 1981, pp. 579 s.; Leone de Castris, 2003, pp. 172-188). I rapporti dovettero divenire ancora più stringenti quando nell’autunno del 1324 le due famiglie si unirono con il matrimonio fra il M. e Giovanna, altra figlia di Memmo di Filippuccio (Pierini, p. 247).
Al 1321 risalgono i documenti senesi relativi al cospicuo pagamento effettuato al M. e ai suoi aiutanti per il parziale rifacimento della Maestà (Bagnoli, 1999, pp. 85-88). Nello stesso anno i Nove, evidentemente soddisfatti per il lavoro che stava svolgendo, commissionarono al M. un Crocifisso (perduto) per la loro cappella privata, probabilmente a fresco, quindi non identificabile nel Crocifisso conservato a San Casciano Val di Pesa (S. Maria sul Prato) delicato, patetico e totalmente aggiornato sull’iconografia giottesca (De Nicola, 1916). Nel 1323 gli furono commissionati un affresco per la loggia di palazzo pubblico e un S. Cristoforo con lo stemma del podestà per la sala della Biccherna (Pierini, p. 47).
A partire dal terzo decennio del secolo il M. eseguì tre polittici per Orvieto, città posta sotto l’influenza, non solo artistica, di Siena; secondo la critica furono tutti conclusi entro il 1326.
Intorno al terzo decennio del secolo il rapporto tra il Comune e gli Ordini mendicanti presenti a Siena divenne molto saldo; e i Nove sostennero la creazione e l’esaltazione di santi e beati originari della città o del contado. Nacque forse così, intorno al 1324, la committenza per la pala del Beato Agostino Novello, figlio di padre senese, ma nato in Sicilia e soltanto morto a Siena.
Nel 1327, quando Carlo d’Angiò duca di Calabria giunse a Siena con la moglie di ritorno da Firenze, il Comune fece dono alla coppia di due stendardi di grandi dimensioni dipinti dal M. che furono pagati una ingente somma (Pierini, p. 248). Al seguito del duca di Calabria, o subito dopo, giunse a Siena Filippo di Sangineto (Fuda), alto dignitario della corte angioina, che dovette commissionare al pittore una tavola con S. Ladislao (Altomonte, Museo di S. Maria della Consolazione: Polzer, 1980).
È datato 1330 il famoso e disputato affresco con Guidoriccio da Fogliano, realizzato nella sala del Mappamondo del palazzo pubblico di Siena.
Tra il 1330 e il 1333 lavorò a un altro importante incarico: l’esecuzione del trittico per il primo dei quattro altari laterali del duomo senese dedicati ai santi protettori della città, che il M. firmò insieme con Lippo Memmi datandolo 1333.
Dibattuta è la datazione dell’altarolo Orsini, oggi smembrato (Angelo annunciante, Annunciata, Crocifissione, Deposizione dalla Croce: Anversa, Museo delle belle arti; Andata al Calvario: Parigi, Musée du Louvre; Seppellimento di Cristo: Berlino, Gemäldegalerie), che per la maggior parte degli studiosi è da riferire già al periodo avignonese avendo come committente il cardinale Napoleone Orsini. Tuttavia il forte clima di pathos dell’opera se da un lato si allaccia alle propensioni religiose del committente, dall’altro stilisticamente sembra essere più vicino a una fase ancora tutta senese dell’artista lasciando così aperti ancora troppi interrogativi perché possa risolversi l’opera entro la fine della carriera del M. (Pierini, pp. 212-227).
Benché la presenza del M. ad Avignone abbia lasciato fondamentali conseguenze nell’arte europea per molti decenni, sono rimaste pochissime opere del periodo e il silenzio dei documenti. Egli dovette essere già nella sede della Curia intorno al 1336, forse al seguito proprio del cardinale Orsini e dei suoi familiares attestati a Siena ancora alla fine del 1335. La città francese viveva i fermenti internazionali della cultura di corte, ma non sembra che il M. abbia mai ottenuto committenze papali, rimanendo sempre entro un circuito interno al gruppo dei cardinali italiani. Anche F. Petrarca, l’amico del periodo francese che gli commissionò i ritratti di Laura e il frontespizio delle sue opere virgiliane (Milano, Biblioteca Ambrosiana, Ambrosiano, A.79 inf.: Vergilius cum notis Petrarcae) e che gli dedicò due sonetti (Petrarca, p. 124), era cappellano di Giovanni Colonna, uno dei più autorevoli rappresentanti italiani presso la Curia papale.
A quanto è dato sapere l’opera principale realizzata dal M. per la città di Avignone dovette essere la decorazione dell’atrio della cattedrale di Notre-Dame-des-Dômes. Gli affreschi rimasti, oggi staccati, sono in deposito presso il Musée du Palais des Papes: il Redentore benedicente del timpano del portale, Angeli in volo dei pennacchi, la Madonna dell’Umiltà della lunetta sottostante, che è anche il prototipo di questa rappresentazione iconografica (Meiss, pp. 207-245). Su una delle due pareti d’ingresso doveva trovarsi un S. Giorgio e il drago, noto attraverso un anonimo disegno del XVII secolo (Biblioteca apost. Vaticana, Barb. lat., 4426), e che dovette godere di enorme fortuna.
Fra le ultime opere del M. si ricorda una piccola Sacra Famiglia (Liverpool, Walker Art Gallery) eseguita ad Avignone nel 1342, come attestano data e firma apposte sulla tavola (Denny). Quest’opera va stilisticamente associata a una piccola Annunciazione smembrata tra Washington (National Gallery of art: S. Gabriele) e San Pietroburgo (Ermitage: Vergine) che davvero sembra un prezioso oggetto di oreficeria essendo l’oro della tavola tutto lavorato a «sgraffito» e a punzone. Le linee sinuosissime di queste due opere non nascondono un’attenta indagine psicologica nella narrazione dell’evento e nell’introspezione dei personaggi.
Se nel maggio del 1344 il M. era ancora vivo, facendosi tramite di un pagamento dell’ospedale di S. Maria della Scala alla Curia, il 30 giugno egli risulta morto poiché la Gabella di Siena registra le disposizioni testamentarie (Pierini, p. 251).
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Parmigianino, Il. - Nome con cui è noto il pittore Francesco Mazzola (Parma 1503 - Casalmaggiore 1540). Fu tra i più importanti artefici del manierismo, di cui rappresentò l'ideale di grazia, di raffinatezza. Meglio che nei quadr
Traini, Francesco. - Pittore pisano (notizie dal 1321 al 1345). La sua unica opera certa (firmata e documentata, 1344-45) è il polittico con S. Domenico e storie della vita del santo per la chiesa di S. Caterina a Pisa (ora nel Museo nazionale di S.
Rósso Fiorentino, Il. - Nome con cui è noto il pittore Giovanni Battista di Iacopo de' Rossi (Firenze 1495 - Parigi 1540). Esponente con I. Pontormo e D. Beccafumi del cd. 'primo manierismo fiorentino' e fondatore della scuola di Fontai
Ramo di Paganello. - Scultore e architetto senese (secc. 13º-14º), di cui si hanno notizie tra il 1281 e il 1320. Lavorò alla facciata del duomo di Siena (1288), per il duomo di Orvieto (dal 1293) e quindi a Napoli dopo il 1314. Attivo vicino ad arti