SINAGOGA

SINAGOGA

Enciclopedia Italiana (1936)
di Umberto CASSUTO - Bruno FUNARO

SINAGOGA. - Il vocabolo greco συναγωγή "riunione", "assemblea" fu frequentemente adoperato dal giudaismo ellenistico per designare le proprie riunioni e organizzazioni cultuali. Nella traduzione greca dell'Antico Testamento (LXX) questo vocabolo suol rendere l'ebraico ‛ēdāh, "congrega", come il sinonimo ἐκκλησία rende di regola il sinonimo ebraico qāhāl. E col nome di συναγωγή era di solito designata la "comunità giudaica", ossia il complesso organizzato degli Ebrei residenti in una determinata località, specialmente della Diaspora (in Giudea la comunità s'identificava con l'organizzazione cittadina), ovvero, soprattutto nei maggiori centri, di un gruppo determinato di essi, distinto dagli altri per provenienza, per ragioni topografiche, o per altri rispetti, e amministrantesi in modo autonomo. Da questo significato si passò agevolmente a quello di "comunità giudaica" in senso più vasto, nel senso cioè della collettività di tutti gli Ebrei del mondo. È dunque un trapasso di significato analogo a quello che ebbe il sinonimo ἐκκλησία nella cerchia cristiana, dove si adoperarono da prima entrambi i sinonimi συναγωγή e ἐκκλησία, ma si preferì ben presto definitivamente il secondo. E come ἐκκλησία passò pure a designare il luogo dove i fedeli cristiani si riunivano a scopo di culto, così συναγωγή passò a designare il luogo dove a scopi di culto si riunivano i fedeli ebrei.

Nel primo dei significati, cioè in quello di "comunità giudaica" in senso stretto, il vocabolo sinagoga non è più usato oggi. Nel secondo, in quello cioè di "comunità giudaica" in senso largo, non si adopera ormai che assai poco. Vivo è invece ancora per designare il luogo destinato alle riunioni del culto ebraico. Alla sinagoga in quest'ultimo senso saranno destinate le linee che seguono.

Nome. - Il nome ebraico della sinagoga è dall'antichità fino ad oggi bēt ha-kĕneset, "casa della riunione"; in aramaico si adoperò il termine corrispondente bē-kĕnīshtā, o semplicemente kĕnīshtā, "riunione" (isolato si trova presso un'antica setta giudaica il nome ebraico bēt hishtaḥăwōt, "casa della prosternazione"; cfr. l'arabo masgid). Nel giudaismo ellenistico accanto a συναγωγή s'incontra anche προσευγή, ossia "[luogo di] preghiera" (raro è il sinonimo προσευκτήριον, come è raro συναγώγιον); una distinzione di significato che alcuni hanno tentato di fare fra συναγωγή e προσευγή è fallace. Sporadico è il nome σαββατεῖον, dovuto alle riunioni sabbatiche.

Nel Medioevo il nome synagoga sopravvive presso che soltanto come voce dotta, negli ambienti non ebraici per designare la casa ebraica di preghiera o la collettività di tutti gli Ebrei, e negli ambienti ebraici per significare "assemblea" o "riunione" nelle traduzioni tradizionali della Bibbia. In forma popolare (senoga, esnoga, ecc.), nel senso di "casa di preghiera", si perpetua solo presso gli Ebrei della Penisola Iberica. Altrove prevalgono invece in tal senso gli esiti di schola, che nel latino volgare designava il luogo di riunione delle corporazioni professionali. Che questo termine si applicasse già nell'antichità a qualche oratorio giudaico è assai dubbio (difficile è intendere in tal senso σχολή in Atti, XIX, 9). Anche nell'età moderna, fino al sec. XIX, l'italiano scola e i suoi paralleli romanzi, germanici, e slavi predominano assolutamente, e in parte sopravvivono nell'uso popolare ancora oggi. Nei paesi slavi e in Ungheria si usarono anche derivati dal latino templum. Tale uso, di designare la sinagoga col nome di "tempio" o coi suoi paralleli, è diventato nel secolo XIX pressoché generale in Europa e in America; in Germania però prevale ancora Synagoge. Nei paesi di lingua araba s'incontrano le denominazioni kanīsah o kanīs, "riunione" giamāah, propriamente "comunità", salāh, propriamente "preghiera"; in Sicilia e presso i Falascià troviamo derivati dell'arabo masǵid, "casa di prosternazione", "moschea".

Cenni storici. - Quando primamente sia sorto nel giudaismo l'istituto della sinagoga, è impossibile determinare con sicurezza. Probabile è che la sua origine prima sia da porsi nel periodo della cattività di Babilonia (586-538), quando gli esuli giudei, privi ormai della possibilità di continuare il culto sacrificale che si soleva celebrare nel tempio di Gerusalemme e nei più o meno legittimi santuarî delle provincie, e desiderosi d'altra parte di continuare nella terra d'esilio il culto del loro Dio in quelle forme che fossero ancora possibili, avranno preso l'abitudine di riunirsi a scopo pio, specialmente nei sabati e negli altri giorni festivi. In queste riunioni avranno pregato, avranno ascoltato gl'insegnamenti dei profeti e dei dottori, e avranno letto passi degli antichi libri religiosi, nel che si potrà vedere il primo germe di quello che fu poi il culto sinagogale, sebbene un sistema fisso di preghiere e di letture non possa esser supposto per questo più antico periodo. Tornata poi una parte degli esuli in Giudea, e ricostituito il tempio di Gerusalemme, l'uso di tali riunioni fu forse continuato, tanto più che il culto sacrificale era ormai limitato al solo santuario centrale nella capitale della Giudea, mentre in tutte le provincie, e in Gerusalemme stessa all'infuori del tempio, non si poteva svolgere altro culto se non quello della preghiera e delle pie letture. Se veramente alluda alle sinagoghe palestinesi l'espressione mōăde ēl, "luoghi divini di riunione", in Salmi, LXXIV, 8 (così essa è intesa già nella traduzione greca di Aquila, dove è resa con συναγωγάς) è dubbio, come è dubbia anche l'età del salmo; ma comunque l'esistenza di sinagoghe in Palestina e nella Diaspora ci è, almeno per gli ultimi secoli dell'età precristiana, sicuramente attestata (v. appresso). Distrutto il tempio nell'anno 70, il culto sinagogale continuò ininterrotto, assumendo anzi un più ampio sviluppo, e acquistando nella vita religiosa del giudaismo un'importanza fondamentale che ha conservato fino a oggi.

La diffusione delle sinagoghe già nell'antichità è larghissima: dovunque si trova un gruppo anche piccolo di Ebrei esiste almeno una sinagoga. Per tutti i paesi dal Golfo Persico all'estremità occidentale del Mediterraneo notizie di sinagoghe ci sono date da iscrizioni (la più antica datata è quella della sinagoga di Schedia presso Alessandria d'Egitto, del tempo di Tolomeo Evergete, 247-221), dai papiri, da testi letterarî (come Filone, Giuseppe Flavio, il Nuovo Testamento, la letteratura talmudica, la letteratura patristica), da rovine rimaste fino a oggi, e da resti scoperti casualmente o trovati nel corso di scavi. Fra quelle attestateci solo da ricordi letterarî è da ricordarsi in particolar modo la sinagoga principale di Alessandria, che era celebre per la sua magnificenza; fra quelle di cui son giunte fino a noi le rovine, la sinagoga di Cafarnao, testé pazientemente e genialmente restaurata; fra le ultimamente scoperte quella di Dura-Europo (sec. III d. C.), ricca di una serie di notevolissime pitture.

Anche nel Medioevo, nonostante le disposizioni restrittive che almeno teoricamente limitavano la facoltà di erigere nuove sinagoghe, si ebbero costruzioni notevoli. Ricorderemo, ad esempio, la sinagoga di Worms, la cui parte più antica fu compiuta nel 1034, quella di Spira, costruita verso il 1100; quella di Praga (sec. XIII a quanto pare), e quelle di Toledo (sec. XIV), convertite in chiese cristiane. In Italia un'antica sinagoga datata è quella di Trani, oggi chiesa di S. Anna, costruita nel 1247.

Nell'età moderna, tolte le limitazioni preesistenti, sono state costruite nelle maggiori comunità ebraiche, particolarmente in Europa e in America, sinagoghe monumentali.

Arredamento e disposizione interna. - In origine, l'arredamento era assai semplice, consistendo unicamente nell'armadio (tēbāh) contenente le Sacre Scritture. Più tardi fu destinato a quest'uso un vano appositamente ricavato nella parete orientale, chiuso da porte e da una cortina, detto ărōn ha-qōdesh ("arca santa") o hēkāl (propriamente "tempio"). Molto diversa nei varî tempi e nei varî luoghi è stata ed è la disposizione della tribuna o del pulpito per il ministro officiante, per il lettore della Bibbia e per il predicatore. Anche le denominazioni relative sono assai variate (molto diffuso è il termine almēmōr, dall'arabo al-minbar; in alcuni paesi, come in Italia, si usa invece tēbāh; altrove ancora bīmāh, dal greco βῆμα; in Germania e in Polonia l'almēmōr si adopera soltanto per la lettura della Bibbia, mentre per la recitazione delle preghiere è destinato un pulpito apposito, ‛ammūd; altre denominazioni ancora sono meno frequenti). I sedili per i fedeli erano pochi nelle antiche sinagoghe, ed erano probabilmente riservati a personaggi di riguardo; la maggioranza dei fedeli sedeva a terra o su stuoie. La grande sinagoga di Alessandria aveva posti speciali per le diverse corporazioni professionali. Nelle sinagoghe europee e americane è invalsa l'abitudine di destinare sedili a tutti i fedeli, mentre in Oriente l'antico uso di sedere a terra o su stuoie permane tuttora.

La lampada perpetua (tāmīd) davanti all'ărōn ha-qōdesh è attestata dalle fonti letterarie solo a partire dal sec. XVII.

Architettura. - Non si può parlare di una particolare architettura delle sinagoghe e neppure di una caratteristica architettura ebraica. Fino a che questa si sviluppò in Palestina, subì profonde influenze assire, egizie, ellenistiche, romane; dopo che si è trapiantata in altri paesi si è ambientata con l'architettura locale. Carattere principale che troviamo ripetersi nelle varie sinagoghe, pure mutando le forme e gli aspetti stilistici, è la grande semplicità di pianta.

La storia della architettura delle sinagoghe è strettamente legata a quella del popolo ebraico e rispecchia le sue vicende più fortunate e più tristi. Essa si può dividere in due fasi principali: 1. la fase palestinese; 2. la fase della Diaspora.

1. Molti esempî sicuri di sinagoghe in Palestina si hanno per il periodo fra il III e il VI secolo d. C., ma qualcuno se ne ha già nel sec. I d. C. (la sinagoga di Teodoto in Gerusalemme, e quella di Cafarnao). Alcuni resti di edifici assai antichi, attribuibili a sinagoghe, sono assai difficili a identificarsi nella loro forma e nella loro funzione. Oggi si conosmno circa 40 località in Palestina (Galilea, Giudea, Samaria, Transgiordania), dove sorsero sinagoghe. È chiaro per queste l'influsso delle basiliche romane. La loro disposizione è in generale a tre navate, in taluni casi a 5 (Cafarnao - attualmente Tell-Hum - v. Luca, VII, 5). Davanti alla facciata era sovente un portico o un cortile porticato. A questo tipo basilicale si collega la grande sinagoga di Alessandria d'Egitto. L'asse principale di questi edifici è orientato verso Gerusalemme; lungo le pareti, eccetto quella che corrisponde alla facciata, erano disposte panche di pietra.

Negli esempî più antichi la facciata è spesso rivolta verso Gerusalemme (Cafarnao, Merom, ecc.) e su questa si aprono tre porte d'ingresso di cui la centrale più alta.

Più tardi, pure rimanendo costante la forma basilicale, nella parete orientata verso Gerusalemme è ricavata un'absidiola dove trova posto la tēbāh o arca per i Libri della Legge (v. sopra), e la facciata con gl'ingressi viene collocata nella parete opposta. In alcune sinagoghe internamente si notano i resti di una balconata che è da ritenere funzionasse da matroneo (Cafarnao).

La decorazione interna è assai varia: di solito consiste in motivi stilizzati di fiori, piante e oggetti di culto, scolpiti su capitelli e su fregi. La figurazione di animali o uomini è assai più rara, essendo stata permessa soltanto in alcuni periodi. Però non mancano esempî di sinagoghe affrescate. Gli scavi eseguiti nel 1932 dalle spedizioni unite dell'università Yale e dell'Accademia franeese delle Iscrizioni, a Dura-Europo, sulla riva destra dell'Eufrate, fra Aleppo e Baghdād, ne hanno riportato in luce un notevole esempio. La sinagoga di Dura-Europo consiste in un unico ambiente, avente a est l'ingresso attraverso una corte con peristilio. Le pareti sono decorate con affreschi bene conservati (v. dura-europo, App.), che si riferiscono a episodî biblici. Da una iscrizione in aramaico su una tegola, l'anno di costruzione sembra sia il 244 d. C. La scoperta di questo edificio si può considerare una delle più importanti nel campo dell'archeologia ebraica. Un'interessante decorazione interna è stata scoperta nel 1929 nella sinagoga di Bet-Alfa in Palestina. L'intero ambiente principale, le camerette vicine, il portico, il cortile, hanno i pavimenti ricoperti di musaici; nell'abside è raffigurata la tēbāh avente ai lati due candelabri a sette bracci, uno shōfār e altri oggetti di culto.

2. La più antica sinagoga in Europa è quella di Worms (1034), piccolo edificio romanico a due navate coperto a vòlta. Dopo questa si ha un vasto numero di sinagoghe gotiche: in Praga (Altneuschul), Cracovia, Ratisbona, Francoforte sul Meno, Colonia, Posen, Trani, ecc. Queste sono tutte improntate a quel tipo di salone gotico che serviva per riunire un certo numero di persone (saloni per palazzi municipali, refettorî, borse, ecc.); il loro esterno è dimesso, privo di monumentalità e ha l'aspetto di costruzione civile. Questa caratteristica è dovuta alla necessità, per ragioni di sicurezza, per gli Ebrei di tenersi nascosti o per lo meno appartati. Significativa la Altneuschul di Praga che si rivela come una massiccia casa di abitazione coronata da un gotico frontone a gradoni. L'asse principale delle sinagoghe è orientato est-ovest, e alla parete est (che è sovente denunciata all'esterno da una finestra circolare), è addossata la tēbah. La posizione dell'ingresso non è sempre sull'asse principale ma può essere anche su un fianco.

Le floride condizioni degli Ebrei in Spagna vi favorirono la costruzione di grandiose e ricche sinagoghe che, data l'architettura locale, assunsero un carattere arabo-andaluso. In Toledo rimangono due mirabili esempî del sec. XIV, poi trasformate in chiese, El Tránsito e S. Maria la Blanca: la prima è a semplice pianta rettangolare, con le pareti adornate di rilievi di squisita fattura; la seconda è divisa in navate da lunghe file di colonne ottagonali sormontate da capitelli finemente decorati con motivi floreali, da cui s'innalzanoo archi a ferro di cavallo. Sulla fine del secolo XV gli Ebrei banditi dalla Spagna formarono nuove comunità lungo il bacino mediterraneo e le coste del Mare del Nord, dove costruirono nuove sinagoghe (Venezia, Amsterdam, Livorno, ecc.).

Durante il Rinascimento furono costruite importanti sinagoghe fra cui notevole la Maysel a Praga. In Lituania, Polonia, Ucraina le sinagoghe seguitano a mantenere l'aspetto di massiccia architettura civile; numerosi esempî sono a pianta quadrata, con quattro pilastri centrali fra cui è posto l'almēmōr (v. sopra). Nei piccoli centri si trovano caratteristiche costruzioni di legno.

In contrasto con gli esempî dell'Europa orientale, di carattere chiuso e dimesso, nei paesi dove la vita degli Ebrei è più libera e più sicura sorgono grandi edifici che si rivelano anche all'esterno con un aspetto monumentale. Se ne trovano esempî a Livorno, Amsterdam (sinagoga portoghese), Berlino (Heidereutergasse). Queste preludono ormai al tipo moderno di edificio monumentale sviluppatosi in seguito all'apertura dei ghetti e all'assunzione della libertà civile da parte degli Ebrei.

L'abbondante costruzione di sinagoghe della seconda metà del sec. XIX, dovuta alle mutate condizioni politiche degli Ebrei, è stata coinvolta nell'ondata di eclettismo architettonico. Data l'origine orientale del popolo ebraico fu soprattutto preferito lo stile moresco (Berlino Oranienbürgerstr.], Parigi [Rue de la Victoire], Firenze, Torino, Norimberga, ecc.), ma non mancano esempî in stile romanico (Breslavia, Dresda, ecc.) e gotico (Max Fleischer in Vienna) o in altri stili ibridi orientaleggianti. In tutta questa fioritura sono però alcuni esempî notevoli per compostezza architettonica (Essen, Trieste).

Di recentissima costruzione sono quelle di Plauen (1929) e Amburgo (1931) dalle ampie linee moderne.

Nella disposizione interna di una sinagoga subentrano alcune norme fisse di rito, vi sono alcuni elementi che devono avere una forma e una posizione stabilita.

La tēbāh o ărōn ha-qōdesh sta, rialzata di alcuni gradini, addossata alla parete a est, è spesso costruita in legno decorato con fini intagli e chiusa da una ricca tenda (pārōket). Davanti a questa arde la lampada eterna. Nei tempi talmudici il posto dell'officiante era davanti alla tēbāh, più basso di qualche gradino, da cui l'espressione talmudica: "scendere davanti all'arca" adoperata per indicare la funzione dell'officiare. Nel mezzo della sala è spesso il pulpito rialzato da cui è letta la legge. Nelle sinagoghe più recenti, per ottenere più spazio nella sala e per facilitare l'andamento delle funzioni, il pulpito è stato tolto dal centro e fuso con la balaustra posta davanti alla tēbāh. In alcune sinagoghe l'ingresso è posto più alto della sala di preghiera interpretando simbolicamente le parole del salmo 130,1, "Ti chiamo dal profondo, o Signore".

La separazione fra gli uomini e le donne, secondo il modo con cui questa viene attuata, ha grande influenza nella disposizione della sinagoga. Nell'epoca palestinese è stata in taluni casi effettuata per mezzo di matronei (Cafarnao), nel Medioevo riservando alle donne un ambiente (Frauenschul) diviso da fitte grate dalla sala di preghiera accessibile ai soli uomini (Männerschul). Nel tipo rinascimentale viene adottato generalmente l'uso dei matronei.

Attualmente nelle sinagoghe riformiste questa divisione non è più effettuata o è limitata a una semplice separazione delle panche fra uomini e donne.

L'ammissione dell'organo nelle sinagoghe data dall'inizio del sec. XIX. Questa suscitò molte discussioni nell'ambiente ortodosso. Attualmente l'organo è adottato nella maggior parte delle sinagoghe.

Funzionarî. - La direzione delle funzioni sinagogali era nell'antichità affidata a un rōsh ha-kĕneset, in greco ἀρχισυναγωγός, coadiuvato da un azzān o hazzan ha-kĕneset, in greco ὑπηρέτης ("ministro", non però nel senso di "servo" come è talvolta inteso), il quale probabilmente era spesso anche il maestro elementare. Gli uffici di πατὴρ συναγωῆς e di μήτηρ συναγωξῆς (in latino pater synagogae e mater synagogae, o anche pateressa) erano probabilmente onorarî. La recitazione delle preghiere non era affidata a speciali ministri fissi, ma era esercitata a volta a volta da uno dei membri della comunità a ciò invitato dall'archisinagogo in nome di tutti i fedeli, e designato perciò col nome di shĕlīa ibbūr, "incaricato del pubblico". A leggere i testi biblici e a spiegarli con la predicazione erano del pari invitati a volta a volta membri della comunità. Il sistema si è parzialmente conservato fino a oggi in molti paesi dell'Oriente, e talvolta è seguito occasionalmente anche in Occidente. Ma nella maggior parte dei paesi si sentì presto il bisogno di funzionarî stabili, per la difficoltà di trovare tra i fedeli persone sufficientemente esperte nella liturgia e nella lingua ebraica. E con un processo graduale di cui è difficile fissare la cronologia, forse diversa per i diversi paesi, si giunse ad affidare di solito tutte le funzioni a ministri stabili: prima forse la lettura dei testi biblici e la predicazione, poi anche la recitazione delle preghiere. Il azzān a poco a poco sostituì lo shĕlīa ibbūr, e la sua denominazione venne a designare il funzionario incaricato stabilmente della recitazione delle preghiere. Le funzioni dell'antico archisinagogo furono, almeno in gran parte, assunte nel Medioevo e nell'età moderna dall'amministratore (parnās). Il "rabbino" come funzionario stabile della sinagoga, specialmente come dirigente del culto e come predicatore, comincia ad apparire, non però senza qualche precedente specialmente per la predicazione, nel sec. XIX.

Liturgia sinagogale - v. liturgia: Liturgia giudaica.

Musica sinagogale - v. ebrei: Musica.

Bibl.: I. Elbogen, Der jüdische Gottesdienst in seiner geschichtlichen Entwicklung, 3ª ed., Berlino 1931; M. Rosenmann, Der Ursprung der Synagoge und ihre allmähliche Entwicklung, Berlino 1907; S. Krauss, Synagogale Altertümer, Berlino 1922; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter. Jesu Christi, 4ª ed., Lipsia 1907, § 27, II. Per l'architettura: H. Kohl e C. Watzinger, Antike Synagogen in Galilea, Lipsia 1916; K. Freyer, Geschichte der Synagogenbaus, Berlino 1929.

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